COMMISSIONE I
AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di marted́ 14 novembre 2006


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE

La seduta comincia alle 8,35.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione del ministro dell'interno, Giuliano Amato, sulla situazione della sicurezza a Napoli.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del ministro dell'interno, Giuliano Amato, sulla situazione della sicurezza a Napoli. Accompagna il ministro dell'interno il viceministro Marco Minniti, che saluto e ringrazio per la sua presenza.
Come i colleghi ricorderanno, la convocazione del ministro dell'interno, in ordine al piano sicurezza varato dal Governo per Napoli, era stata richiesta dai gruppi dell'opposizione e accolta dalla stessa maggioranza.
Do quindi la parola al ministro dell'interno, Giuliano Amato, per lo svolgimento della sua relazione.

GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Presidente, essendo il piano già noto, ritengo preferibile procedere ad una breve introduzione, per poi affidare al viceministro Minniti il compito di delineare gli elementi di dettaglio, forse meno noti rispetto alle linee generali.
In primo luogo, avevamo lavorato su questo piano ben prima che si determinasse la situazione definita «emergenza» (come viene chiamato, nell'insieme, ogni picco di attività criminale, che - nel breve periodo - finisce per prendere luogo). La situazione napoletana era peraltro già definita, a prescindere da quel picco che, in realtà, non ha alterato il profilo statistico del tasso di criminalità a Napoli, ma ha soltanto segnalato, con la drammaticità degli eventi che si susseguono, una situazione già di per sé drammatica, in quanto caratterizzata da un tasso di criminalità particolarmente elevato. Del resto, quantitativamente, i reati predatori viaggiano su cifre che si aggirano intorno alle decine di migliaia l'anno; e i reati denunciati sono probabilmente molto meno numerosi di quelli effettivamente commessi.
Siamo in presenza di un aggregato urbano nel quale opera l'organizzazione criminale più variegata e, al suo interno, conflittuale che abbiamo nel paese. Una criminalità propensa al crimine sanguinoso, con una facilità ed una frequenza non riscontrate, invece, nelle altre organizzazioni criminali strutturate, come 'ndrangheta e mafia, che, per usare un'espressione tra virgolette, ricorrono ai crimini di sangue soltanto quando assolutamente necessario, in base ai loro standard (questa espressione andrebbe, in realtà, virgolettata). I loro crimini, pertanto, sono molto meno frequenti che a Napoli, dove fondamentalmente, non essendovi una gerarchia entro la quale si organizzi l'insieme della camorra, clan diversi si fronteggiano - per il controllo del territorio o anche per altre ragioni - usando, con assoluta frequenza, l'arma da


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fuoco. In più, bisogna considerare la presenza di una microcriminalità che sfugge al controllo della stessa criminalità organizzata, viaggia per conto suo, quindi determina un insieme di reati in cui molto spesso - e questo è un altro elemento caratterizzante che definirei raggelante - sono coinvolti dei minori. Il fenomeno chiamato con termine inglese delle baby gang meriterebbe, purtroppo, un nome italiano, in quanto è frequente, in particolare, a Napoli.
Conosciamo tutti il novero di esigenze a cui dobbiamo e dovremo fare fronte perché questi fenomeni si riducano. Sappiamo, altresì, che l'intervento delle forze dell'ordine è uno degli interventi necessari, ma di sicuro non sufficiente a fronteggiare un fenomeno tanto complesso. Siamo consapevoli, inoltre, che esiste un problema relativo all'adempimento dell'obbligo scolastico, ad un uso più accentuato della scuola: in tal senso, uno degli obiettivi su cui, giustamente, le autorità locali hanno cominciato ad insistere è quello di aumentare le ore scolastiche per i bambini, in modo da tenerli in un ambiente auspicabilmente più idoneo a dar loro il senso di un'educazione alla vita collettiva che non trovi più, nel crimine, il modello di riferimento (purtroppo, i fatti riportati dalla cronaca di questi giorni dimostrano come questo non sempre accada). La microcriminalità non dipende dall'alta criminalità; tuttavia, psicologicamente e culturalmente, una dipendenza esiste, in quanto, molto spesso, per questi bambini, il modello di riferimento è il camorrista, quello che si fa valere con la violenza nei confronti degli altri, quello che prende senza chiedere. Naturalmente - ed è inutile che ve lo venga a dire -, bisogna tenere conto anche della situazione del mercato del lavoro, che fa sì che, anche per l'adulto, la criminalità sia nella condizione, in più situazioni, di offrire una possibilità di lavoro che non si trova altrimenti. In un quadro del genere, questo è un ulteriore tirante a favore del delitto.
Noi ci siamo mossi in tale situazione, evitando di entrare in dispute - che poi diventano dilemmatiche senza avere nessuna ragione di esserlo - come quella di stabilire se servano più maestri o più poliziotti. Questa è una discussione alla quale, francamente, consiglierei di sottrarsi, perché è di tutta evidenza che servono entrambi e che, in un momento in cui i delitti ci sono, non si può pretendere che siano i maestri da soli (posto che il loro è un lavoro di medio termine) a contrastare il crimine in atto. In ogni caso, noi dovevamo fare la nostra parte, consapevoli che la definizione cara al viceministro Minniti - il quale usa l'aggettivo «sicura» accanto ad un nomen indicativo di località - reca intrinsecamente qualcosa di parziale entro di sé. Possiamo usare l'aggettivo «sicura» nei limiti in cui la pubblica sicurezza può contribuire a rendere tale la località in questione; nel farlo, però, rimaniamo pienamente coscienti del fatto che la sicurezza dipende dagli altri elementi a cui ho fatto riferimento fino ad ora.
Anche in ragione di questo, abbiamo ritenuto, per avviare questo nostro lavoro - sarebbe del tutto ingiusto e disonesto dire che partiamo dall'anno zero -, di utilizzare il nomen e la sostanza del patto, usato non retoricamente, ma in quanto espressivo di un rapporto istituzionalizzato e tradotto in impegni degli uni e degli altri, e degli uni verso gli altri, tra lo Stato, la regione e gli enti locali. E questo non soltanto perché, da parte delle regioni e degli enti locali, può esservi una utilizzazione di competenze e di risorse proprie in funzione diretta di quella quota di sicurezza che dipende dalla pubblica sicurezza, ma anche perché regioni ed enti locali sono responsabili - non del tutto, c'è anche lo Stato - di un altro insieme di attività capaci di concorrere al miglioramento del quadro generale, di cui ho parlato in precedenza.
Certo è che abbiamo messo insieme risorse nostre, principalmente rappresentate da uomini e donne di Polizia, organizzazione dei nostri presidi territoriali e specificazione di funzioni - di tutto questo parlerà il viceministro Minniti -, con un assetto infrastrutturale direttamente connesso alla pubblica sicurezza che viene dalla regione e dagli enti locali, arrivando a persino a prevedere elementi di dettaglio - in realtà fondamentali - come l'impegno


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del comune a mettere a posto la depositeria dei motorini sequestrati. I motorini, infatti, sono una parte essenziale della vicenda criminale dei minori a Napoli. Talvolta, capita che non vengano sequestrati semplicemente perché il vigile deputato a sequestrarli non sa poi cosa farne. La depositeria, dunque, diventa di per sé - per banale che possa sembrare -, un prerequisito essenziale per far capire a questi ragazzi che portarsi via il motorino di un altro non è il modo naturale di dotarsi di un ciclomotore.
Alcuni mesi fa, venni in questa Commissione per sottolineare quanto fosse importante la cultura della legalità e come non potessimo servircene alla carta: in altre parole, non possiamo ritenerla un optional nelle circostanze in cui può farci comodo ignorarla e acquisirla nelle situazioni in cui ci fa comodo il contrario. Tale modello, incline, purtroppo, a manifestarsi in ambiti numerosi, portato in quel contesto, spinge alle conclusioni a cui abbiamo assistito.
Aggiungo un'ultima considerazione, prima di lasciare la parola al viceministro Minniti: abbiamo operato una riorganizzazione dei presidi che ci ha portato a fronteggiare alcune difficoltà interne, legate a comprensibili resistenze dei nostri stessi uomini di Polizia. Per l'esattezza, abbiamo pensato che potessero essere utilizzate meglio le articolazioni che avevamo nella città, attraverso venti commissariati, riducendo il numero dei commissariati stessi e trasformandone circa la metà in presidi. Questo permette di portare sulla strada le pattuglie, moltiplicandole in modo significativo (il viceministro vi riferirà i numeri), mantenendo, tuttavia, laddove scompare il commissariato, un presidio che offra alla popolazione locale la certezza del luogo fisico in cui incontrare la Polizia. Naturalmente, bisogna saper accettare moduli organizzativi che comportano qualche sacrificio, evitando che questo venga dipinto come un sacrificio della sicurezza, perché così non è. La situazione si sta sistemando con assoluta tranquillità, ma c'è un altro gioco al quale conviene sottrarsi, oltre a quello che presenta, in forma dilemmatica, i maestri e i poliziotti: si parla tanto di lotta agli sprechi, della necessità di portare i poliziotti sulla strada togliendoli dagli uffici amministrativi, di metterli nelle condizioni di fare il lavoro per il quale li si è preparati, ma quando questo viene fatto, ecco che si grida immediatamente al vulnus alla sicurezza che si determina, solo perché ci sono dieci poliziotti in meno in un ufficio.
Ciascuno di noi, nella commedia della vita, dovrebbe recitare una parte sola: si può scegliere di recitare anche la meno commendevole, ma coerenza vorrebbe che si interpretasse solo quella. Diversamente, si rendono incredibili entrambi i ruoli.
Interrompo qui il mio intervento, perché mi sembra più utile ascoltare, anziché i miei minima moralia, cosa prevede nel dettaglio il piano.

MARCO MINNITI, Viceministro dell'interno. Ferme restando le valutazioni di carattere generale, di indirizzo, fornite dal ministro, il piano risponde a un'esigenza di fondo, quella di dare una risposta organica, strutturata e permanente nel tempo, non soltanto collegata ad una situazione di emergenza. Come potrete notare, infatti, tutte le iniziative proposte avranno carattere permanente, nel senso che gli investimenti effettuati e le collaborazioni decise rimarranno nel tempo.
Questo piano ha la finalità fondamentale di rendere meglio organizzata e più visibile la presenza delle forze di Polizia nella città di Napoli e nell'hinterland napoletano, ben sapendo che tale presenza è già particolarmente significativa. Prima del varo del piano, le forze di Polizia, a Napoli, contavano infatti circa 13.500 uomini; come vedrete, questo numero è stato ulteriormente incrementato, con alcuni innesti di qualità. Di conseguenza, non si pone tanto un problema di numeri in assoluto, quanto una necessità di predisporre un modello di sicurezza capace di affrontare l'inedito intreccio tra criminalità organizzata e criminalità diffusa, che si realizza solo nella città di Napoli e nel suo hinterland: non esistono, infatti, altri paragoni possibili in Italia, e probabilmente neppure in Europa.


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Il piano prevede alcune linee guida. La prima è la ristrutturazione dell'esistente. Come ha già detto il ministro, siamo intervenuti con un progetto teso a ripensare il modello di distribuzione delle forze di Polizia sul territorio. Il principale risultato che intendiamo ottenere è quello di passare da una situazione della Polizia di Stato che si configura soprattutto in rapporto con il territorio - tenendo conto anche del vecchio impianto municipalistico - ad un assetto nuovo, il quale si misuri con il fatto che, oggi, a Napoli ci sono 10 municipalità. L'idea, quindi, è quella di collegare a queste ultime una grossa struttura della Polizia di Stato: dal momento che sono dieci, il nostro intendimento è quello di realizzare dieci distretti e poiché, al momento, abbiamo venti commissariati, bisognerà mettere in atto un lavoro di riconversione. Tale operazione, ovviamente, non potrà produrre un effetto immediato.
Questa è l'unica parte del piano che necessita di maggior tempo per la sua attuazione, in quanto vogliamo discuterne con i sindacati delle forze di Polizia e con la città, per capire come tale progetto debba concretizzarsi. Il nostro obiettivo è quello di avere un minor numero di sedi da presidiare - come sapete, ogni commissariato ha un corpo guardia, un ufficio dei centralini e una parte impiegata in funzioni burocratiche -, sapendo, tuttavia, che nessuna di queste sedi verrà chiusa. I commissariati, infatti, verranno riconvertiti in posti di Polizia semplici o in luoghi dove poter ospitare le forze di Polizia che lì sono inviate per le operazioni ordinarie e straordinarie di loro competenza. Come dicevo, è necessario avere a disposizione più forze liberate da funzioni burocratiche: questo progetto comporta, appunto, una liberalizzazione di forze, tra la Polizia di Stato e l'Arma dei carabinieri, valutabile intorno a 150 unità.
Il secondo step - il primo, che ho illustrato, è quello della ristrutturazione dell'esistente - riguarda innesti di qualità: prevediamo, in tutto, una mobilitazione di forze nuove, per Napoli, di 600 uomini, 150 dei quali liberati da compiti precedenti e 450 che, invece, verranno utilizzati in maniera significativa per alcuni progetti particolari. Non un impegno random, dunque, ma progetti mirati, con una distinzione delle mission, per quanto riguarda l'applicazione aggiuntiva. Alla Polizia di Stato, abbiamo assegnato il compito di rafforzare il controllo del territorio; all'Arma dei carabinieri abbiamo chiesto di concentrarsi maggiormente sull'aspetto investigativo, alla Guardia di finanza di affrontare il tema del controllo del porto, degli approdi abusivi e della contraffazione.
In questo quadro, le innovazioni sono sostanzialmente le seguenti: la Polizia di Stato istituirà due nuclei del tutto nuovi, uno dei quali avrà il compito di mantenere la sicurezza e di controllare i cosiddetti itinerari turistici, vale a dire le zone più frequentate per quanto riguarda l'afflusso turistico. Come voi sapete, questa è una condizione fondamentale per la tenuta socio-economica della città di Napoli. Il secondo è un nucleo del tutto nuovo, che non ha nessun eguale in Italia e che cominceremo a sperimentare a Napoli. La seconda innovazione riguarda il nuovo innesto di un reparto della Polizia stradale, che avrà il compito di controllare la tangenziale e i raccordi autostradali. Non mi dilungherò su tale aspetto, ma è chiaro che esiste una connessione tra la sicurezza dei centri cittadini e le grandi vie di comunicazione, in quanto il rapporto tra hinterland e città di Napoli è caratterizzato in maniera fondamentale dal controllo delle grandi vie di comunicazione che arrivano alla città: chiunque di voi conosca un minimo Napoli sa di che cosa stiamo parlando.
L'Arma dei carabinieri si concentrerà, invece, sull'attività investigativa, con un innesto di 100 uomini in più per i reparti investigativi, che troveranno un riferimento fondamentale in un nuovo reparto che sarà organizzato a Torre Annunziata. Voi siete esperti della materia e sapete che, quando si parla di reparti investigativi, solitamente, si fa riferimento ad un numero racchiudibile nelle dita di una mano. Quando si prevede l'inserimento di cinque uomini in più in un reparto investigativo, sembra già di aver operato un rafforzamento: un aumento di 100 unità, dunque, è assolutamente straordinario. In


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più, si tenga conto del fatto che, oltre all'inserimento di questi 100 uomini, si prevede la costituzione di un nucleo speciale con il compito di indagare sui reati ambientali, per intenderci sul rapporto tra la criminalità organizzata e la gestione illecita dello smaltimento dei rifiuti.
La Guardia di finanza avrà a disposizione 70 uomini in più, con la particolare mission di vigilare sulla contraffazione e di controllare il porto. Con gli approdi abusivi e con il porto, infatti, si crea un punto di collegamento tra la camorra e la criminalità internazionale, in particolare cinese.
Il terzo step consiste nell'idea di mettere in pratica, partendo da Napoli, quella forza di intervento rapido di cui vi ho parlato qualche tempo fa in questa Commissione. Si tratta di una forza mista - abbiamo già cominciato a sperimentarla a Napoli - di Polizia di Stato e Carabinieri, al momento costituita di 400 uomini, che ha la capacità di essere rapidamente mobilitata e utilizzata in situazioni di particolare difficoltà. Questa forza non ha sede a Napoli, ma a Roma, in quanto è una struttura con compiti di interesse nazionale; tuttavia, abbiamo pensato di utilizzarla immediatamente a Napoli e, come avrete letto sui giornali, essa sta già operando: è la forza che è intervenuta a Scampia, a Torre Annunziata e nei quartieri difficili. Nel tempo - vedremo se sarà possibile, facendo i conti con la futura legge finanziaria - il nostro intendimento è quello di ampliarla e di utilizzarla in tutte le situazioni critiche, ma non è il caso di discuterne adesso.
Tutto questo comporta - ecco l'aumento di visibilità di cui parlavo precedentemente - un aumento di circa 79 pattuglie tra forze di Polizia e Arma dei carabinieri nella città di Napoli, pari al 65 per cento della forza che attualmente gira per strada, più 39 pattuglie per quanto riguarda la provincia. Il problema di distribuzione della sicurezza riguarda tutto il territorio napoletano: come sapete, è in corso una discussione sulla forte concentrazione nella città di Napoli, mentre il resto dell'hinterland è meno coperto.
Infine, permettetemi due ultime valutazioni. Il piano si fonda, come ha detto giustamente il ministro, sul principio della sicurezza partecipata: abbiamo, infatti, costituito un patto con la regione e con gli enti locali, che comporta la possibilità che tali enti partecipino direttamente, anche con interventi finanziari, alle politiche di sicurezza nazionale inerenti al loro territorio. Evidentemente - lo dico per chiarezza e per evitare qualche equivoco già incorso al Senato -, questo non significa che gli enti locali prendano il controllo delle operazioni di sicurezza; al contrario, esse rimangono sempre in capo all'autorità nazionale di pubblica sicurezza, ossia al Ministero dell'interno. Gli enti locali, però, cooperano nell'individuazione degli obiettivi, perché conoscono meglio il territorio e - se vogliono - possono cooperare a livello finanziario: questo è il cuore dell'articolo 35 del disegno di legge finanziaria che state discutendo, che mi auguro possa essere approvato senza cambiamenti.
Si prevede, inoltre, una cooperazione che ci porterà ad una fortissima capacità di investimento di carattere tecnologico: entro la metà del 2007 avremo un modello di videosorveglianza che farà di Napoli, probabilmente, una delle città più videosorvegliate d'Italia. Da questo punto di vista, l'investimento è particolarmente significativo.
Infine, sottolineo che l'80 per cento del piano ha un'attuazione immediata; il restante 20 per cento, invece, avrà un'attuazione distribuita nel tempo (e del tutto evidente, del resto, che alcune operazioni non si possono concretizzare immediatamente).
Ho parlato del piano di ristrutturazione della presenza delle forze di Polizia, per quanto riguarda la Polizia di Stato. Il ministro Amato, da parte sua, ha richiamato la questione della depositeria dei motorini, una questione essenziale, che tuttavia non si può risolvere nel giro di tre giorni: insieme al comune, abbiamo però fissato una deadline al 30 gennaio, termine entro il quale sarà realizzata la depositeria.
Ad ogni modo, questo non significa che già nell'immediato non si cominci l'azione


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di contrasto, secondo le finalità e gli obiettivi di cui il ministro ha parlato precedentemente.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro dell'interno e il viceministro per la loro relazione.
Do ora la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti e formulare osservazioni.

PEPPE DE CRISTOFARO. Condivido in buona parte quanto è stato detto dal ministro e dal viceministro, rispetto ad una serie di provvedimenti che mi sembrano necessari, ma che considero comunque non sufficienti. Come è stato giustamente ricordato, tali provvedimenti avranno un senso se saranno accompagnati da un altrettanto valido impianto sociale ed economico; del resto, è del tutto evidente che l'ordine pubblico è condizione necessaria ma non sufficiente per la risoluzione della problematica in questione.
Mi pare che il punto di convergenza maggiore sia proprio sull'analisi di fondo: l'intreccio evidenziato fra il fenomeno della camorra e quello della microcriminalità è certamente inedito, come è stato definito, ma io credo che sia condizione stessa dell'esistenza della camorra. La camorra, infatti, non essendo un fenomeno strutturato ed organizzato come la mafia e non essendo un fenomeno gerarchico, ma prevalentemente orizzontale, vive proprio perché esiste il retroterra di microcriminalità, di violenza diffusa, di devastazione sociale e culturale che hanno messo il territorio napoletano nella condizione di difficoltà alla quale abbiamo assistito in tutti questi anni. Pertanto, quello con la microcriminalità non è solo un intreccio inedito, ma è esattamente una condizione di esistenza del fenomeno camorristico. Sono state scritte pagine molto interessanti, negli ultimi mesi, a proposito di questi temi. Cito, a titolo d'esempio, un'analisi molto seria di uno studioso del fenomeno della camorra, Isaia Sales, che certamente conoscerete. Isaia Sales ha scritto, al riguardo, un trattato molto interessante, perché pone il punto della questione esattamente su questo aspetto. Credo che già tale elemento basti a spiegare perché non è sufficiente una misura di ordine pubblico per risolvere il problema: non si tratta di schierare l'esercito per sconfiggere un altro esercito armato, gerarchicamente definito come potrebbe essere nel caso della mafia o di altre organizzazioni criminali. Purtroppo, nel corso di questi anni, la camorra ha assunto una caratteristica completamente inedita, che forse è stata proprio la causa della sua sopravvivenza. Credo, quindi, che l'approccio richiamato nelle due relazioni, ossia la necessità di riconoscere questo elemento di anomalia e di intervenire a 360 gradi su di esso, sia una questione politica molto rilevante.
Permettetemi di dire che i provvedimenti assunti nel corso degli anni passati - penso che dovremo discuterne -, in realtà, non hanno portato un grande sollievo alla città di Napoli. Mi riferisco a provvedimenti specifici che hanno preso il nome, come ricorderete, di operazioni «alto impatto»: naturalmente, nel periodo - un mese, un mese e mezzo - in cui si è vista nella città una maggiore presenza di forze di Polizia, inevitabilmente si è registrata anche una riduzione del crimine; tuttavia, poiché tali interventi avevano un carattere non strutturale e non organico, ma direi spettacolare e addirittura propagandistico, tutto sono stati fuorché un rimedio strutturale alle difficoltà della città. Condivido, dunque, l'idea di non immaginare risposte occasionali, che magari possono avere un carattere spettacolare, ma non incidono profondamente sul tessuto della città. Sarebbe necessario, invece, rispondere a questo elemento di difficoltà attraverso una maggiore strutturazione dell'ordinario: da questo punto di vista, condivido l'impostazione di lavorare profondamente per definire un intervento strutturato.
Vorrei aggiungere - come peraltro, da tanti anni, sostengono molti magistrati napoletani che sono in trincea rispetto alla lotta contro le forze della camorra - che probabilmente, anche dal punto di vista strettamente dell'ordine pubblico, la città


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ha oggi bisogno, più che della repressione, del coordinamento e soprattutto dell'investigazione. Questo punto, richiamato nelle relazioni introduttive, mi pare sia da approfondire, perché credo che, attorno al tema dell'investigazione, si giochi un pezzo rilevante delle forme di contrasto al fenomeno criminale. Se fosse possibile, quindi, chiederei qualche elemento di chiarimento ulteriore in merito.
Certamente, va bene immaginare un incremento dell'ordine pubblico, ma sottolineo - l'ho detto in premessa e su questo voglio concludere - che tale elemento è necessario ma non sufficiente. Ho condiviso il fatto che, in città, siano stati tenuti due differenti incontri (uno del ministro Amato, l'altro del Presidente del Consiglio) con i vertici e le istituzioni locali, con il significato di comunicare alla città l'esigenza di intervenire in due maniere parallele, incrociate, ma anche differenti, relativa la prima all'ordine pubblico, la seconda al sociale. Ritengo che, su questo aspetto specifico, nel corso dei mesi che verranno - peraltro, mi pare di poter dire che la manovra finanziaria, in merito, non offra risposte ancora del tutto sufficienti -, bisognerà ragionare profondamente, per capire come potenziare un impatto sociale capace di rivelarsi utile - scusate l'espressione leggermente «sloganistica» - a prosciugare l'acqua nella quale la camorra vive, nuota, si rigenera e costruisce forme di affiliazione attorno alla propria rete organizzata: questo è un punto molto rilevante della nostra analisi.
Una questione altrettanto importante riguarda la necessità di immaginare forme di contrasto che possano incidere rispetto ai patrimoni economici delle forze camorristiche. Quello che oggi non si chiama più camorra, ma sistema camorristico della città di Napoli, vive, infatti, anche e soprattutto attorno alla definizione di un vero e proprio potere economico, che riguarda imprese, fabbriche, aziende, rapporti con altri paesi del mondo, transazioni finanziarie: di ciò bisogna discutere, per capire come incidere sull'elemento di politica economica generale. Se non si batte su questo aspetto, credo che tali provvedimenti, pur necessari e condivisibili, non risolveranno la difficoltà e la situazione in cui versa la città, che anche a mio avviso non può essere considerata semplicemente di «emergenza». I giornali la chiamano emergenza perché hanno scoperto il caso Napoli nelle passate settimane e negli ultimi mesi, ma in realtà questa è una situazione che si vive da molti anni, che attraversa la città da molto tempo a questa parte. Anzi, se si andasse a verificare il numero dei delitti, si scoprirebbe che questi non solo non sono aumentati, ma addirittura, in qualche caso, sono diminuiti (in proposito, aggiungo che il numero di delitti non è aumentato in relazione al provvedimento dell'indulto recentemente approvato dal Parlamento).
Poiché penso che non si tratti di una situazione d'emergenza, ma di una difficoltà strutturale, credo sia giusto immaginare rimedi e provvedimenti che abbiano caratteristiche strutturali e non occasionali.

GABRIELE BOSCETTO. Ringrazio lo stimatissimo ministro Amato e il viceministro Minniti, ai quali vorrei chiedere qualche chiarimento.
Nelle ultime ore e negli ultimi giorni, è emersa la questione della lentezza della giustizia napoletana. Probabilmente, tale materia non è di stretta pertinenza del Ministero dell'interno ma, certamente, la connessione tra azioni di Polizia e dei magistrati è fondamentale. Quando si sente parlare di 5 mila richieste inoltrate dai procuratori della Repubblica ai GIP, ferme da mesi o da anni, si rimane letteralmente stupefatti e si finisce per pensare che questo sia uno dei problemi da risolvere nei tempi più brevi possibile. Mi sembra che sui giornali di questa mattina si parlasse di un aumento del numero dei GIP, proprio per riuscire ad evadere le richieste dei pubblici ministeri; mi auguro, tuttavia, che la realtà non corrisponda pienamente ai dati riportati da queste notizie di stampa, perché significherebbe non solo che la giustizia, a Napoli, è pressoché paralizzata - e non è un dato nuovo -, ma che essa rimane immobile quando si chiedono provvedimenti di custodia nei confronti di delinquenti


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anche pericolosi, i quali con il passare del tempo, non potendosi arrivare al provvedimento, continuano a rimanere e a delinquere sul territorio: se così fosse, dovremmo allarmarci tutti.
Va bene aumentare il numero di agenti e potenziare i reparti investigativi, per portare avanti sempre più e sempre meglio le indagini; tuttavia, se questo collo di bottiglia frena tutto, rischiamo di avere sul territorio persone che hanno commesso reati - talvolta gravi, talvolta gravissimi -, a cui dovrebbe essere sottratta la possibilità di circolare nel territorio e che invece continuano a delinquere non trovandosi dove le loro azioni dovrebbero giustamente ricondurli. Questo è un primo problema che dovrebbe trovare, in questa sede, una risposta, signor ministro, ed eventualmente anche un indirizzo in termini di intervento, in collegamento con il ministro della giustizia; del resto, non so cosa altro si possa fare, salvo, forse, aumentare il numero dei giudici. Certamente, però, bisognerà provvedere in tempi brevi.
Un'altra domanda che desidero porre riguarda l'incidenza dell'immigrazione clandestina sulla criminalità organizzata napoletana. Non sono ancora riuscito a farmi un'idea precisa di questo fenomeno nella città di Napoli, mentre ho un'idea abbastanza chiara relativamente alla provincia e all'hinterland. In altri termini, non riesco a trarre dati che riguardino l'incidenza della criminalità organizzata, in relazione alla clandestinità indesiderata, ed i livelli di manovalanza raggiunti.
L'ultima questione che vorrei sollevare riguarda la forza di intervento rapido. Anche sui giornali di oggi si parla, come riferiva il viceministro Minniti, delle operazioni effettuate da questa forza: abbiamo compreso, anche per averlo sentito dire dal viceministro, che ha base a Roma e opera su tutto il territorio nazionale. Detto in questi termini, sembrerebbe che il meccanismo sia semplice e di utile impiego. Tuttavia, non abbiamo capito di quante persone si componga l'eventuale gruppo che si muova per condurre una determinata operazione: immagino che il numero venga stabilito in relazione alle diverse esigenze ma certamente questi 400 uomini dedicati al territorio nazionale devono avere particolari qualità e linee di indirizzo per poter efficacemente intervenire su una realtà come quella napoletana e poi, una volta tornati a Roma, rispondere ad ulteriori richieste di intervento provenienti da altre zone d'Italia.

GIANPIERO D'ALIA. Signor presidente, vorrei ringraziare sentitamente il ministro Amato per la sensibilità dimostrata nel venire in Commissione, oggi, insieme al viceministro Minniti. La richiesta che abbiamo rivolto al presidente della Commissione non nasce dalla semplice curiosità sui dati o sullo stato dell'arte; d'altra parte, il Governo ha già riferito al Senato, quindi non c'era necessità di sentirlo ancora. La richiesta - giacché è in discussione, presso la Camera, il disegno di legge finanziaria - è stata piuttosto dettata dall'esigenza di svolgere un approfondimento per comprendere cosa di più e meglio sia possibile fare in un settore delicato come questo, anche in ragione di situazioni oggettivamente emergenziali, al di là delle valutazioni politiche di ciascuno. Se poi queste situazioni sono determinate dalle condizioni locali o da altri fatti, in questa fase poco importa.
Indubbiamente, credo si debba dare atto al presidente Violante e ai colleghi di maggioranza di questa Commissione di aver dato un contributo alla stesura e alla modifica del disegno di legge finanziaria soprattutto per quanto riguarda questo settore. Tuttavia, sono particolarmente preoccupato dalla circostanza che la Commissione bilancio non abbia potuto esaminare fino in fondo le proposte delle Commissioni di merito, quindi anche della nostra, rispetto al testo della manovra. Il rinvio all'Assemblea dell'approfondimento di questioni come quelle inerenti alla sicurezza lascia, ancora oggi, notevoli margini di apprensione. Tra l'altro, più si va avanti, più la difficoltà di reperire risorse per sostenere una serie di interventi oggettivamente aumenta. Non voglio farne motivo di polemica, ma alcune coperture individuate dal Governo per i tre emendamenti segnatamente afferenti al


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settore di competenza del Ministero dell'interno - mi riferisco agli emendamenti di venerdì 10 novembre - destano oggettivamente sorpresa e preoccupazione. Due degli emendamenti, se non ricordo male, rappresentano una sorta di partita di giro interna al Ministero, sia per quanto riguarda le libertà civili, sia per quanto riguarda le esigenze infrastrutturali del Ministero stesso, almeno per la prima annualità. Per quanto riguarda, poi, lo stanziamento di 100 milioni di euro, credo che attingere dal fondo per le aree sottosviluppate sia una sorta di contraddizione in termini.
Apprezzo, ovviamente, lo sforzo compiuto e l'approccio che si è voluto dare a questo tema: signor ministro, nessuno contesta la scelta che è stata fatta; al contrario, considero positivo il tema della riorganizzazione della Polizia di Stato, non solo attraverso la soppressione dei commissariati e l'introduzione dei distretti di Polizia, ma anche partendo dal presupposto che è necessario liberare risorse per il territorio. Tuttavia, la circostanza che mi permetto di segnalare è diversa. Noi ci troviamo di fronte ad un piano che, complessivamente, utilizza - almeno stando ai dati in nostro possesso - circa mille uomini delle forze di Polizia in genere: nell'ambito di queste unità, le cosiddette forze nuove, aggiuntive rispetto a quelle riorganizzate sul territorio, sono circa 400.

MARCO MINNITI, Viceministro dell'interno. Sono 450...

GIANPIERO D'ALIA. Considerato che, ancora oggi, la deroga al turn over, per quanto riguarda le forze di Polizia, è ferma a mille unità, è chiaro che ciò comporta un problema di utilizzo di questo personale in altri territori: la logica è quella della classica coperta che, tirata da una parte, è corta dall'altra. Peraltro, esiste evidentemente una difficoltà anche nel far comprendere alle organizzazioni sindacali che i loro iscritti devono tornare a fare un lavoro per il quale erano stati assunti. Questo comporta, naturalmente, dei tempi, legati alla necessità di riqualificare questo personale, che deve essere utilizzato per compiti diversi da quelli che, nel bene e nel male, ha svolto fino ad oggi.
Tale considerazione porta evidentemente a sottolineare la necessità che, al di là delle valutazioni di ciascuno sulla manovra finanziaria, si faccia uno sforzo comune per reperire risorse adeguate, contribuendo, con esse, ad evitare che la situazione di emergenza di Napoli possa diventare una situazione emergenziale per il Ministero, rispetto all'esiguità delle risorse stanziate. Ciò, almeno dal nostro punto di vista, era ed è il senso di questo incontro, signor ministro, per il quale la ringraziamo.
Permettetemi di fare, infine, qualche breve considerazione. La prima riguarda i poteri di coordinamento del prefetto di Napoli: comprendo bene che l'aver introdotto questa cabina di regia, diretta, se non erro, dal viceministro Minniti, serva non solo a far sentire una presenza più attiva e costante su quel territorio, ma anche a svolgere un coordinamento più ampio. Nel caso di Napoli, i poteri di coordinamento del prefetto sono sostanzialmente dei poteri ordinari, che tutti i prefetti hanno nel momento in cui si siglano patti per la legalità. E che questo sia circoscritto solo all'oggetto del patto per la sicurezza di Napoli, e non abbia uno spettro più ampio, qualche problema può crearlo.
Non è mia intenzione fare polemica; tuttavia, se è evidente che la collaborazione con gli enti locali significa svolgere un intervento discreto e rispettoso dell'autonomia degli stessi, allo stesso tempo, essa deve fornire i presupposti per operare un'inversione di rotta rispetto alla situazione attuale. Da quello che a me risulta, ad esempio, la situazione del corpo dei vigili urbani di Napoli non è proprio gradevole, se è vero che la sua consistenza organica è di 3.500 unità, di cui sembra che solo 500 siano addette ai servizi esterni, per ragioni varie. È, dunque, evidente che questa è una situazione strutturale - non intendo farla pesare sulle amministrazioni e non voglio farne argomento di polemica - che incide rispetto al principio di collaborazione tra gli enti locali e lo Stato. È altrettanto evidente che la difficoltà riscontrata sino ad oggi di reperire una depositeria per la custodia


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giudiziaria dei mezzi sequestrati - le aree via via individuate, stranamente, non erano ritenute compatibili con la tutela di altre istanze di natura paesistica ed ambientale, rendendo pressoché impossibile risolvere la questione - ha creato un problema, sotto il profilo dell'intervento dello Stato. È strano che, in una realtà come quella napoletana, non si sia riusciti a trovare un'area, oggi finalmente reperita grazie all'intervento dello Stato (4 mila metri quadrati, stando ai dati) e presto attrezzata: intendo dire che, forse, conferire poteri più ampi al prefetto in sede locale, sotto il profilo del coordinamento, al di là dell'oggetto specifico della collaborazione codificata nel patto, potrebbe aiutare anche gli enti locali a uscire dalla situazione di emergenza e di deficit strutturale in cui si trovano.
Una seconda considerazione riguarda l'esercito, argomento sul quale credo dovremmo cercare tutti di compiere un passo avanti. Il dibattito sull'uso dell'esercito o meno, se non erro, risale al 1992-1993, quando - credo fosse lei, ministro Amato, Presidente del Consiglio - si discusse tanto della cosiddetta operazione «Vespri siciliani». In realtà, quell'operazione si dimostrò utile per due ragioni fondamentali. Innanzitutto, l'aver attribuito all'esercito dei compiti di vigilanza su obiettivi sensibili, su cui erano impiegate risorse della Polizia di Stato, ha liberato forze di quest'ultima da mettere a disposizione per i compiti per i quali deve essere impiegata. La seconda ragione è legata ad un fatto di percezione esterna. È vero che l'Italia è un paese con un trend positivo sul piano della sicurezza - ci sono meno omicidi, c'è un rapporto tra poliziotto ed abitanti tra i più alti d'Europa - e, quindi, sotto il profilo statistico non ci sono elementi tali da indurre ad avere preoccupazioni eccessive, ma molto dipende dalla percezione che il cittadino ha dello stato di sicurezza e del contesto in cui si viene ad operare. In questo senso, anche la presenza dell'esercito ha svolto, in quel particolare periodo storico, una funzione essenziale.
Ebbene, credo che oggi avremmo dovuto affrontare lo stesso tema senza portarci dietro le argomentazioni che allora - quelle di oggi ne sono una sorta di fotocopia - lo hanno riguardato, tanto più che oggi ci troviamo di fronte ad una forza armata professionalizzata, con una sua specializzazione rispetto ad alcune attività che possono essere collaterali rispetto a quelle delle forze di Polizia. E proprio perché il Governo ha inteso intervenire con un piano ordinario e strutturale sulla vicenda di Napoli, queste forze avrebbero potuto - o possono - svolgere un ruolo di supporto logistico e complementare, che forse sarebbe stato - ed è - utile, ovviamente se inquadrato in questo contesto e non in un contesto emergenziale o di delegittimazione delle istituzioni e delle stesse forze di Polizia.
Vengo, infine, alla terza ed ultima considerazione. Il collega Boscetto ha sollevato un tema importante, relativo al funzionamento della giustizia e, comunque, al condizionamento ambientale degli operatori della giustizia e della sicurezza: la ritengo una questione che - nelle dovute forme e comunque in maniera assolutamente serena - deve essere affrontata. Evidentemente, infatti, l'utilizzo di una forza mista di pronto intervento, composta di 200 poliziotti e 200 carabinieri, che si muovono in ragione di esigenze e di operazioni specifiche, è un fatto importante. È importante riconoscere il contributo apportato da una forza nuova di 450 unità, proveniente dall'esterno; è, però, altrettanto importante riconoscere l'esistenza di un problema non meno evidente: ammettere che i poliziotti di Napoli vivano a Napoli, a Scampia, con le loro famiglie, o che parte della magistratura napoletana sia radicata sul territorio, senza voler esprimere alcun giudizio, crea un problema anche sotto il profilo delle motivazioni con cui si affrontano determinate questioni.
Avremo, comunque, la possibilità, in queste settimane, di verificare l'impatto e l'efficienza di tali interventi sul territorio. Quanto al lavoro parlamentare, ritengo sia invece nostro compito segnalare la necessità di migliorare sensibilmente e sostanzialmente - in termini di risorse e qualità di intervento - il contenuto della manovra


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finanziaria, relativamente alla parte sulla pubblica sicurezza. Basti pensare, ad esempio, alle difficoltà provocate dalla sottrazione di risorse - molto correttamente il collega Boscetto ha posto il problema - al dipartimento per le libertà civili, che ha il compito di implementare, potenziare e realizzare lo sportello unico per l'immigrazione (a sua volta finalizzato a liberare energie della Polizia di Stato da compiti amministrativi, caricandoli sulle prefetture e sugli uffici provinciali del lavoro): è evidente che simili contrazioni finanziarie avrebbero una ripercussione immediata sulla funzionalità dello sportello unico e sulla sua capacità di operare anche a Napoli, con tutte le gravi implicazioni a ciò correlate.
Ritenendo che evitare queste difficoltà sia lo scopo del nostro incontro, ringrazio il presidente della Commissione e il ministro Amato per l'attenzione dimostrata.

MARIA FORTUNA INCOSTANTE. Ringrazio anch'io il ministro, il viceministro e tutti i colleghi intervenuti finora.
Parlare di Napoli e di quello che si è determinato in questi ultimi mesi sarebbe molto complesso; d'altra parte, questo argomento è stato ripetutamente oggetto di attenzione da parte dei mezzi di informazione. Davvero, la questione meriterebbe un'analisi molto attenta, ma il tempo non ce lo consente. Mi concentrerò, pertanto, essenzialmente sulle iniziative intraprese dal Ministero dell'interno e sul metodo seguito nell'aggredire una serie di fenomeni. Permettetemi, inoltre, di aprire un inciso rispetto all'allarme che si è creato intorno ad alcuni di loro: giustamente, il ministro e tanti colleghi hanno detto che si tratta di fenomeni strutturali. Nel 1998, ero assessore al comune di Napoli e mi occupavo, insieme alla prefettura e alle forze dell'ordine, dei temi della sicurezza per quanto riguarda il versante degli enti locali: il numero dei reati era molto più alto, la faida che interessò allora la camorra altrettanto dilaniante, eppure in città non si registrò questo livello di allarme, né di inquietudine (parlo, lo ripeto, del 1998). Potrei ricordare che, all'epoca, ci recammo a San Giovanni, insieme alle forze dell'ordine, a liberare le case occupate dalla camorra e che - anche in quella circostanza - un modello molto significativo di rapporto di collaborazione si determinò con l'allora prefetto Romano, con i questori La Barbera e Manganelli, e con il colonnello Gualdi, comandante provinciale dei Carabinieri. Intendo dire che, in alcune circostanze, quando si è realizzata una forte collaborazione fra gli enti locali e le forze dell'ordine, si è riusciti a colpire in modo significativo gli obiettivi e a determinare, nonostante il numero dei reati, un minor allarme nella città, dando la sensazione che lo Stato, nelle sue varie articolazioni, agisse in modo concertato. Per questo motivo sono profondamente d'accordo - direi anche che ne sono profondamente contenta - sull'approccio che si è dato a questo intervento: un approccio strutturale, non episodico, non legato agli accadimenti, in grado di andare a fondo e di strutturare una collaborazione duratura tra enti locali e forze dell'ordine. Questo mi sembra un elemento importante per dare credibilità a tutte le azioni: se, infatti, c'è un limite, nelle azioni poste in essere sia da parte degli enti locali, sia da parte delle forze dell'ordine, è proprio quello della non continuità. E non c'è niente di peggio, a Napoli, che dare la sensazione che una determinata azione e un determinato intervento non saranno continui. Questo provoca un effetto boomerang, addirittura capace di raddoppiare i comportamenti illegali. Mi sembra molto importante, dunque, comunicare il messaggio che si tratta di un'azione duratura, di lungo termine e strutturale.
Vorrei sottolineare come i metodi e gli strumenti messi in campo ci prospettino sempre di più un modello e un sistema di sicurezza partecipata - io aggiungo anche di sicurezza integrata - in ordine alle politiche che vengono attuate. Anch'io sono convinta - lo ha detto il ministro e credo lo comprendano tutti - che non sia sufficiente l'azione delle forze dell'ordine e dell'investigazione, in assenza di azioni integrate, idonee ad individuare, quartiere per quartiere, chi possa agire e che cosa si possa fare su temi come la violenza giovanile,


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la droga e quant'altro. È ben evidente che questi fenomeni si intrecciano con le azioni criminali e che, quindi, non è possibile agire semplicemente in termini di ordine pubblico.
Vorrei, inoltre, sottolineare come sia cambiata, nella nostra realtà, l'azione della camorra, la quale, dopo il salto del dopo-terremoto (ma sarebbe difficile descrivere tutte le fasi), è penetrata in ogni attività economica: dati alla mano, si calcola che un terzo del prodotto interno lordo della Campania è nelle mani della criminalità organizzata. Credo, però, che, al di là di alcuni dati eclatanti, ci sia molto di più: ci sono catene molto lunghe di penetrazione della criminalità organizzata, non dirette, ormai molto moderne. Si parla addirittura di affitti di strade: dunque, in luogo della partecipazione in prima persona del boss del quartiere, vi è la cessione di zone, anche dal punto di vista della sovranità del territorio, in favore di bande criminali minori. Ciò, naturalmente, determina ancora di più una situazione di confusione, di intreccio, di perdita e, perfino, di controllo «negativo» del territorio.
L'altro elemento sul quale mi permetto di richiamare l'attenzione di tutti, insieme agli enti locali, riguarda l'intero apparato commerciale. Signor ministro, signor viceministro, le volture commerciali a Napoli sono dati in possesso degli enti locali: ritengo sia necessario mettere in comune queste banche dati e far sì che la Guardia di finanza non solo controlli, ma intervenga, perché cambiano troppo frequentemente le proprietà dei negozi, in pieno centro e in vaste zone commerciali della città. La sensazione - o comunque la convinzione di molti osservatori - è che queste attività commerciali vadano a finire nelle mani della camorra: essa, penetrando nell'attività economica legale, si trasforma, così, in una vera e propria impresa che dà lavoro e, attraverso queste attività, riesce a riciclare il denaro. Dunque, un primo suggerimento concreto al riguardo è quello di mettere sotto osservazione la banca dati per quanto riguarda le volture commerciali.
L'altro elemento di cui si ha percezione nel territorio di Napoli e della provincia è la questione relativa al patrimonio immobiliare. Nella città di Napoli, i prezzi delle case sono molto più alti - anche rispetto ad altre città - di quanto il mercato giustificherebbe. Si dice che vi sia, anche da questo punto di vista, una forte penetrazione della camorra, interessata a reinvestire i proventi delle proprie attività nell'acquisto di patrimonio immobiliare: sono moltissime le agenzie di intermediazione immobiliare improvvisate, e se ne comprende l'origine osservandone la struttura e constatando che nascono in alcuni quartieri particolarmente a rischio. Questo è un altro punto che credo vada osservato con altrettanta attenzione.
Sia rispetto all'uso dei Carabinieri nell'investigazione, sia rispetto all'uso della Guardia di finanza, credo che questi due aspetti richiamati debbano essere messi sotto osservazione. Quanto ad alcune notizie di allarme della procura e della stessa DIA, ritengo sia infine necessario fare una riflessione insieme al Ministero della giustizia. Spero non sia questa la realtà dei fatti, ma addirittura, secondo quanto emerge da alcune notizie di stampa, alcuni magistrati sosterrebbero che è meglio non andare avanti, perché, altrimenti, dovrebbero rilevare una loro incapacità, data la situazione oggettiva attuale. Queste dichiarazioni ci allarmano, naturalmente, in quanto non diffondono certamente un messaggio rassicurante tra i cittadini: per quanto possiamo agire, da questo punto di vista, ci sarebbe senza dubbio una ricaduta.
Sono molto d'accordo sull'idea di agire a livello di municipalità. Mi permetto anche di suggerire un possibile modello, che fu particolarmente apprezzato dal procuratore Vigna: noi stabilimmo in ogni quartiere - oggi è più facile farlo con le municipalità - dei comitati di sicurezza e solidarietà (così li chiamammo). Per evidenti ragioni, non potevamo sostituirci al comitato provinciale per l'ordine pubblico, ma creammo, insieme ai responsabili delle municipalità, un coordinamento continuo tra forze dell'ordine, responsabili dei servizi scolastici e dei servizi sociali, per


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realizzare azioni integrate. Cito solo un esempio: per chiudere un allevamento clandestino di pit bull si decise di intervenire insieme; Vigili urbani, Carabinieri e Polizia si misero d'accordo e smantellarono così l'allevamento. Il comune, a sua volta, intervenne, bonificò il campo e lo affidò ad alcune associazioni (c'era vicino una chiesa): questo è un segno tangibile di un modello territoriale di integrazione e di risposta chiara. Ora, siccome quel modello fu strutturato, si potrebbe anche riprenderlo e articolarlo municipalità per municipalità. I problemi sono infatti moltissimi e capillari, e solo chi vive in un determinato territorio, in un determinato quartiere, può conoscerli a fondo e farli diventare oggetto di intervento, a patto che esista - rispetto a forze dell'ordine e Polizia locale - un luogo in cui riferire certe notizie e portarle a conoscenza delle autorità competenti.
Si aspetta da tempo anche la riforma della Polizia locale, che è un elemento importante. Le notizie a cui faceva riferimento l'onorevole D'Alia - soprattutto i numeri - sono del tutto infondate: su 3.500 uomini della Polizia non ce ne sono 500 in strada. È vero, tuttavia, che il concorso della Polizia locale non può essere indifferente. Una serie di misure e di sanzioni amministrative contro quelle azioni che rientrano sotto l'etichetta di illegalità diffusa e quotidiana costituiscono un altro elemento importantissimo del messaggio di continuità che bisogna dare su questi versanti.
Infine, signor ministro, tutti - dai commentatori ai politici - dovremmo cominciare a comprendere che il tema della criminalità nel Mezzogiorno è un tema del paese, nel senso che la criminalità ha due facce: una che si adegua alle caratteristiche della Campania, in Campania, e della Calabria, in Calabria, e l'altra che investe, ormai in modo consistente, nell'economia legale nel nostro paese, in alcune regioni ricche, le quali si sentono al riparo da questi fenomeni, pur non essendolo affatto. Evidentemente, in queste regioni si determinano complicità professionali, economiche, e il denaro, che viene riciclato, arricchisce ulteriormente le attività criminali.
È quindi un problema nazionale, e non un problema di colore, come poteva esserlo trent'anni fa.

JOLE SANTELLI. Ringrazio il ministro e mi scuso per non aver potuto ascoltare l'inizio del suo intervento, per la rituale puntualità della Commissione e per l'altrettanto rituale mio ritardo.
Credo che questa audizione sia importante per sottolineare come, su alcuni temi, in termini prioritari quello della sicurezza, sia necessaria non solo una dialettica, ma anche una collaborazione: è un problema troppo delicato per erigere falsi steccati.
Nell'impostazione che si è data a questa discussione il punto che mi sembra più rilevante è il carattere permanente delle misure, ossia una risposta a quella che viene definita emergenza - come solitamente accade, soprattutto da parte della stampa - in zone che storicamente, invece, vivono alcuni problemi. Questa concezione di emergenza, quindi l'idea di misure immediate di intervento, porta ad una serie di equivoci, come quelli a cui prima faceva riferimento il ministro Amato. Penso, ad esempio, alle proteste sindacali seguite all'idea di sopprimere alcuni commissariati: la scelta di passare da 20 a 10 commissariati per renderli più forti è un conto, ma è evidente che vi sono certamente la preoccupazione di ritrovarsi con soli 10 commissariati, quando, ad un certo punto, l'«emergenza» a Napoli scomparirà. È nella storia del nostro paese e, purtroppo, ne paghiamo lo scotto politico.
Penso, del resto, che sia un errore di valutazione - errore in cui si incorre spessissimo, specialmente da parte dei non addetti al settore - inserire direttamente la camorra nella cosiddetta «criminalità organizzata generale», confondendo specifiche realtà e cancellando così la differenza tra camorra e altre criminalità organizzate, purtroppo esistenti nel nostro paese. È tale confusione che induce ad


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assumere misure di contrasto sbagliate; c'è, insomma, un equivoco di base che inquina la discussione generale.
La previsione di misure permanenti e, quindi, di controllo e di verifica dei risultati, è sicuramente un dato rilevante. Ho una preoccupazione, però, che devo dire è ancora più forte dopo aver ascoltato l'intervento dell'onorevole Incostante. È vero che alcune situazioni di criminalità hanno un'origine sociale; a maggior ragione, parlando di camorra, il degrado sociale rende ancora più evidente un discorso di microcriminalità diffusa, che si unisce ad una criminalità più forte. Va bene, inoltre, la partecipazione degli enti locali, cui compete la gestione amministrativa, ma non confondiamo l'aspetto della sicurezza, di spettanza statale, con le legittime richieste degli enti locali. Si partecipa e si discute, gli enti locali intervengono perché hanno il polso generale della situazione, ma alcune misure spettano solo alla responsabilità dello Stato: in tal senso, lo spartiacque tra le competenze è notevole. Lo dico perché, altrimenti, rischiamo di inquinare la discussione e, siccome affronteremo l'argomento anche in occasione dell'esame parlamentare della manovra finanziaria, credo che bisognerà essere molto chiari per non creare equivoci sul punto.
Ritengo sia poi un dato acquisito il collegamento tra sicurezza e sociale. Vorrei ricordare che il Ministero dell'interno dispone di fondi specifici - parlo dei PON sicurezza - che, nelle aree dell'obiettivo 1, sono stati utilizzati generalmente a pioggia. Trattandosi di misure reali, tese ad intervenire proprio sulla linea di confine fra sicurezza e sociale, il Ministero dell'interno potrebbe immaginare una diversa gestione di questi fondi: in moltissime aree del paese, infatti, gli enti locali hanno presentato proposte di PON sicurezza riguardanti generalmente educazione alla legalità, scuole e altri settori di intervento, senza che - ad essere onesti - rimanga molto sul territorio. Al contrario, sono già presso il Ministero alcuni progetti sperimentali, che utilizzano i fondi in maniera diversa. Penso, ad esempio, a laboratori per i giovani, a centri di aggregazione, insomma, a qualcosa che definisca il confine e si trasformi in azioni reali.
Mi rendo conto che stiamo affrontando un aspetto settoriale, quello dell'ordine pubblico, ma oltre al discorso sociale dobbiamo preoccuparci della giustizia, che come è noto è l'aspetto più fragile di questo sistema. Mentre si è parlato molto, in questi giorni, nelle esposizioni giornalistiche, della gestione amministrativa degli enti locali, poco rilievo si è dato al fatto che l'escalation della violenza a Napoli abbia coinciso perfettamente con dieci anni di battaglie interne alla procura napoletana: l'impressione è stata più quella di una faida interna che di una lotta verso l'esterno. È un dato importante, sul quale, signor ministro, credo sarebbe opportuna un'interlocuzione effettiva, non solo con il Ministero della giustizia, ma anche con il Consiglio superiore della magistratura. C'è un dato reale che ho riscontrato nella mia esperienza al Ministero della giustizia: quando si definiscono diversi organici, per alcune zone di questo paese, il fatto che venga ritenuto come criterio guida «tot processi, tot magistrati» porta a dati completamente falsificati. Non si può e non si deve mettere insieme sulla bilancia un procedimento per truffa e un procedimento per criminalità organizzata!
Ci ritroviamo, quindi, con una cartina geografica giudiziaria che non rispecchia le esigenze reali del paese, in termini sia di ordine pubblico che di giustizia. Credo sarebbe pertanto opportuna - la DNA lo chiede continuativamente - un'interlocuzione con tutti i soggetti istituzionali, compreso il Ministero dell'interno.
Su questo punto, dovrebbero essere rivisitati - mi rendo conto che non è una cosa facile - alcuni istituti presenti nel nostro ordinamento. Parlo di una rivisitazione reale della Direzione nazionale antimafia, della Direzione investigativa antimafia e, di conseguenza, anche di alcuni servizi specialistici della Polizia di Stato. Al di là dei meriti o meno, credo che, a dieci anni di distanza, la politica abbia responsabilmente la necessità di verificare se quelle strutture previste allora siano


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ancora rispondenti alle esigenze: francamente, l'impressione è che esse non rispondano con efficacia totale alle esigenze locali. Ho anche parlato con il viceministro Minniti su alcuni aspetti specifici della questione calabrese: sarebbe importante che qualcuno, magari esterno alla Calabria - così come, nel caso che stiamo trattando, esterno alla realtà napoletana -, studiasse soprattutto l'impatto del fenomeno investigativo. Possiamo anche aggiungere uomini e aumentare le risorse, ma alla fine, come diceva l'onorevole Boscetto, il canale è stretto, non abbiamo una visione completa. E questa è una negatività di cui paghiamo lo scotto in maniera pesante. Questa è una sollecitazione che mi sento sinceramente di fare.
In conclusione - credo di aver approfittato fin troppo del vostro tempo -, è chiaro che abbiamo delle emergenze. Voi vi impegnate a predisporre e portare avanti alcuni piani, ma avremo un problema (come diceva il viceministro Minniti e sottolineava l'onorevole D'Alia) di una coperta corta, dunque ci troveremo tutti, tra qualche giorno, a fare una lotta - mi auguro comune - sui fondi della sicurezza.
Signor ministro, abbiamo letto le sue dichiarazioni e siamo consapevoli dei rischi che corre questo settore. Al riguardo, faremo sentire la nostra voce in Parlamento, per quanto ci è possibile, affinché l'impianto ragionieristico che impone tagli ovunque almeno non tocchi i settori bisognosi di interventi più urgenti: è difficile chiedere al Ministero dell'interno i piani di emergenza, la sicurezza, gli agenti per strada e i poliziotti, e poi non prevedere risorse adeguate. Credo che alle parole debbano, pertanto, seguire i fatti.
Ritengo di poter parlare a nome dell'intera opposizione se dico che, per quanto ci riguarda, non si tratta di creare problemi al Governo e alla tenuta della manovra finanziaria, ma dell'esigenza di rispettare certe priorità.

MARCO BOATO. Presidente, intervengo brevemente per porre una domanda, che poi riformulerò all'interno dell'ufficio di presidenza di questa Commissione. Chiedo al ministro e al viceministro, vista la complessità delle questioni emerse sul piano dei rapporti istituzionali e dei rapporti con regioni, enti locali, forze di Polizia, autorità giudiziarie, se ritenga utile che la Commissione affari costituzionali - con il contributo della Presidenza del Consiglio e il Ministero dell'interno - svolga un'indagine conoscitiva sulla realtà di cui stiamo parlando.

PRESIDENTE. Mi pare che emerga, dagli interventi degli onorevoli Incostante e Santelli e da ciò che sappiamo, l'esistenza di un rapporto molto stretto tra un piano per la sicurezza di un'area e l'attività degli uffici giudiziari. Intendo dire che il senso di impunità potenzialmente derivante dalle carenze, dall'omissione di intervento, come pure dall'incapacità o non possibilità di intervento giudiziario, è un elemento incentivante della criminalità.
Mi chiedo, quindi, in che termini sia possibile rilevare il bisogno esistente sul versante giudiziario, poiché dalla risposta che tale versante sarà in grado di dare dipenderà l'efficacia del piano sicurezza. In assenza di questo presupposto, evidentemente, il piano rischierà di non ottenere il successo che merita. Probabilmente, in sede di ufficio di presidenza, dovremo valutare in che termini affrontare - d'intesa con i colleghi della Commissione giustizia - proprio questo punto specifico: come riorganizzare gli uffici giudiziari di Napoli al fine di dare coerenza all'azione.
Passo, quindi, alla seconda questione che intendo porre. Mi sembra emergere, dagli interventi del ministro e del viceministro, in primo luogo l'esigenza di una continuità nell'azione, che è uno degli obiettivi principali. Non è un'operazione del tipo «Vespri siciliani», destinata a durare solo un certo periodo; si tratta, piuttosto, di un'azione continuativa.
Il secondo obiettivo è quello dell'integrazione tra i vari strumenti di intervento: al riguardo, dovremmo, forse, riflettere sulla specificità della situazione napoletana, determinata non dalla presenza della camorra, diffusa anche altrove, quanto dalla compresenza di una serie di livelli di illegalità


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sullo stesso territorio. Tali livelli sono tutti presenti sul territorio nazionale, ma in nessun posto sono presenti insieme. In altri termini, intendo riferirmi alla presenza della camorra e alla sua struttura particolare, che come sappiamo è di carattere pulviscolare, quindi fortemente capace di intrecciarsi ad altro tipo di fenomeni. Penso a fenomeni di gangsterismo urbano, ossia di uso della violenza in modo spropositato rispetto al fine, anche attraverso bande che si formano in relazione a singoli colpi, ossia non in base a pianificazioni nel tempo. Penso alla criminalità occasionale, alla delinquenza ordinaria, al disagio sociale e alla permeabilità del mercato ad attività illegali. Il fatto che il confine tra il legale e l'illegale, nel mercato, sia superato quasi quotidianamente è una caratteristica specifica di questa città.
Si è parlato, inoltre, delle vicende immobiliari e della rotazione delle licenze. C'è una legge (legge «Mancino»), se non ricordo male, del 1992-93, che prevede la registrazione di una serie di contratti. Non so se la procedura sia andata avanti, se vi sia oggi una registrazione effettiva di questi dati, ma la rimessa in funzione di strumenti esistenti, che tuttavia non sono stati coltivati nel tempo, potrebbe aiutarci in questo tipo di azione.
Mi pare poi che il piano contenga una serie di elementi molto positivi, sottolineati dai colleghi della maggioranza e dell'opposizione. In relazione allo svolgimento dell'indagine conoscitiva, sulla quale stiamo raccogliendo materiali che verranno distribuiti ai colleghi entro dicembre - da gennaio partirà un'indagine vera e propria sulla questione della sicurezza -, ma anche per avere un quadro più completo, credo che ci siano questioni per le quali la ripartizione di competenze fra Ministero e Commissioni non debba ostacolare le attività di accertamento, anzi si dovrebbe cercare di favorire un'integrazione e verificare in che termini sia possibile una saldatura fra azioni di sicurezza e azioni di giustizia.
Non essendovi altri interventi, do la parola al ministro Amato e al viceministro Minniti per la replica.

GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Rapidamente, io e il viceministro ci divideremo le risposte. Intanto, voglio ringraziare tutti perché l'atteggiamento che avete dimostrato è quello con il quale ritengo si debbano affrontare questioni di questa natura. Un atteggiamento nel quale i ruoli politici vengono esercitati con la «p» maiuscola, evitando di contrapporsi laddove non vi sia ragione di farlo e cercando, anzi, di rafforzare orientamenti che non possono non vederci uniti nella lotta alla criminalità, sicuramente nemico comune.
In termini non politici ma istituzionali, è giusto quello che diceva il presidente Violante: ci può essere un lavoro comune tra Ministero, ministeri, Parlamento ed in particolare questa Commissione. Ci sono profili delicati attinenti al rapporto con la magistratura, in relazione ai quali un'analisi critica, volta al miglioramento per il futuro, fatta in sede parlamentare, è indiscutibilmente più appropriata, ancorché questa analisi debba riguardare non soltanto il modo in cui si è organizzata la giustizia, ma anche il modo in cui si è organizzato l'esecutivo. Tuttavia, basta pensare a DIA e DNA per capire che le due cose, in qualche modo, si intrecciano.
Sono particolarmente lieto che la Commissione abbia deciso di avviare una sua indagine sui problemi della sicurezza, perché questo crea un contesto all'interno del quale temi come quello di cui ora parlavamo possono trovare un effettivo svolgimento, ed è la dimensione adatta per le interlocuzioni istituzionali necessarie.
Nell'orizzonte indiscutibilmente più ristretto del lavoro che abbiamo avviato con questo piano, abbiamo subito sbattuto contro il tema del rapporto con la giustizia. Non a caso, quando eravamo a Napoli a presentare il piano - e lo abbiamo presentato immediatamente al comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza -, i magistrati presenti ci hanno mosso subito un'osservazione, in risposta alla nostra affermazione che le forze dell'ordine hanno portato a termine nell'anno cinquemila arresti in flagranza. È un dato che francamente atterrisce: se la Polizia ha la possibilità di fare cinquemila arresti in


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flagranza, significa che basta andare per la strada per avere questa occasione. Sono numeri che colpiscono, ovviamente. I magistrati ci hanno fatto notare che, entro quarantotto ore, loro avrebbero dovuto gestire quei cinquemila arresti e, in caso di impossibilità, si sarebbe determinato quel collo di bottiglia che parte dalla convalida del fermo per finire nelle azioni del GIP o del GUP nelle fasi successive. C'è, dunque, un problema che investe sia l'organizzazione degli uffici giudiziari sia le unità di cui dispongono. Non sempre le inefficienze sono frutto di insufficienze di personale. Bisogna ben verificare quando, invece, esse sono frutto di organizzazione non adeguata. Il ministro della giustizia sta già pensando ad un intervento per Locri su tale terreno e, probabilmente, lavoreremo per questo, ma anche per tenere d'occhio Napoli. Ho già evidenziato - e ci stiamo lavorando - l'esigenza di evitare che finisca fuori chi ci aspettiamo che in realtà stia dentro. Avvalendomi di esperienza professionale, e passando per competenza la questione alla prevalente attenzione del Ministero della giustizia, ho suggerito alcune modifiche che si possono fare nel più totale rispetto della Costituzione, alla quale sono affezionato, soprattutto per questa parte relativa alle garanzie della libertà personale. Comunque sia, si possono apportare modifiche che, sul piano processuale e sostanziale, garantiscano un po' meglio quella che si chiama la certezza della pena.
Ho reagito come ho reagito all'indulto, anche nella convinzione che ci sia un indulto permanente nella nostra legislazione: non lasciamoci abbagliare dalle conseguenze di quello che è, in realtà, un episodio, collocato nella visione di lungo termine della giustizia a singhiozzo di cui noi risultiamo dotati.
Spero che presto saremo in grado di presentare un disegno di legge su questo argomento, teso a rafforzare la certezza della pena, ossia la cosa più importante da conseguire. Essa conta certamente per il cittadino, ma facendo il ministro dell'interno, mi accorgo di quanto conti per le forze dell'ordine. È un elemento demotivante, che incide sulla produttività dei lavoratori - queste le parole che useremmo se si trattasse di un'azienda - vedere il tanto lavoro fatto finire nel nulla.

PRESIDENTE. La questione è anche quella della certezza del processo.

GIULIANO AMATO, Ministro dell'interno. Certamente, il punto è questo. Spesso i cittadini si domandano a cosa serva fare una denuncia, se non ai fini dell'assicurazione.
Devo ammettere che non sono preparatissimo a rispondere alla domanda relativa al tema dell'immigrazione clandestina. Stando ai dati che ho letto, posso dire che essa ha un'incidenza molto bassa sulla criminalità; l'incidenza, invece, è più alta nell'hinterland, in relazione ad attività non urbane. Teniamo conto che si tratta di una criminalità che, spesso, è quella del caporalato, teso a sfruttare la manodopera immigrata. Su questa situazione, dovremmo essere in condizioni, finalmente, di intervenire con un apposito provvedimento legislativo.
Ho avuto sott'occhio due città, Napoli e Milano, quasi contemporaneamente: a Napoli, la criminalità è un prodotto nazionale, è veramente un fatto indigeno; nel nord, invece, dove c'è molta ricchezza e molto mercato nero, c'è una criminalità che viene in particolare dall'est europeo, che rappresenta una fonte di seria preoccupazione.
Come ho detto al Presidente del Consiglio - e ritengo giusto ripeterlo anche in questa sede -, sono tendenzialmente contrario alle fasi transitorie rispetto alla libertà di movimento dei nuovi cittadini europei. Tuttavia, sto lavorando con il Governo rumeno per avere serie garanzie di lotta comune alla criminalità, prima di dare il mio assenso all'apertura totale. Nel caso queste garanzie non fossero soddisfacenti, non avrebbe senso la chiusura - si può pensare ad ingressi selettivi, per categorie -, ma non c'è dubbio che qualche cautela la si deve al nostro paese. I fenomeni che si verificano al nord sono davvero preoccupanti.
Per quanto riguarda la manovra finanziaria - vi ringrazio per l'attenzione comune


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alle esigenze della sicurezza - io sono stato il primo, quando abbiamo cominciato ad articolarla, a dire che ciascuno di noi, responsabile di un dicastero, dovesse e debba fare il possibile per ricavare il massimo dalle risorse di cui dispone, riorganizzando al meglio processi ed apparati. Di questo, sono sempre stato convinto. Nella mia vita, del resto, sono stato più ministro del tesoro che ministro della spesa, quindi, ho incorporata dentro di me, per esperienza, la sensibilità a tale tasto. È in questa chiave che ci siamo messi a lavorare: abbiamo costretto noi stessi il Ministero dell'economia ad allargare i capitoli di bilancio, a porre fine a queste strettoie nelle quali si finisce per esaurire i fondi in un piccolo comparto e averne in eccesso in un altro: dare più flessibilità ai capitoli di bilancio significa spendere meglio e con maggiore responsabilità.
Abbiamo forzato al massimo il potere di compensare, e quindi di spostare, risorse da un capitolo all'altro, ma c'è un limite al di là del quale non si può andare. Ci si adatta ai fichi secchi anche in occasione di matrimonio - così mi è stato detto - ma, una volta mangiato l'ultimo frutto, non ci sono più fichi, né secchi né turgidi. A quel punto, sorge un problema, e noi lo abbiamo dovuto segnalare, perché era giustissimo dare all'azione di Governo del centrosinistra priorità che andassero nella direzione dello sviluppo, dell'innovazione, della ricerca.
La sicurezza, purtroppo, a volte la si dà per presupposta, invece la si ottiene solo se ci sono mezzi adeguati per garantirla: questa idea ha cominciato ad essere percepita ed io attendo fiducioso il lavoro ulteriore della Camera al riguardo.

MARCO MINNITI, Viceministro dell'interno. Risponderò telegraficamente a tre questioni che sono state poste. La prima riguarda il ruolo di coordinamento del prefetto: non considero tale ruolo - almeno per come è previsto dal piano - ordinario. Il piano, infatti, assegna al prefetto il compito della realizzazione e della verifica del progetto, il quale, appunto perché ha le caratteristiche di mettere in campo più soggetti istituzionali, comporta un evidente riferimento a poteri che vanno oltre l'ordinarietà. Il mantenimento in vita della task force nazionale, da me presieduta, ha un compito di verifica nel lungo periodo: come potete vedere guardando il piano, essa si riunisce almeno una volta ogni sei mesi, ma il tempo è molto lungo. La costruzione, il coordinamento e la guida del piano sono nelle mani del prefetto.
Noi intendiamo procedere, quindi, con la centralità del ruolo dei prefetti, potendo prevedere un rafforzamento dei loro poteri: non abbiamo inteso e non intendiamo aprire la strada a figure come quelle dell'alto commissario, che pure in passato ci sono state. Non mi riferisco, comunque, a quello che diceva il collega D'Alia, delle cui parole ho inteso il senso. Debbo anche dire che, appunto perché il piano ha una sua flessibilità, presentando la possibilità di essere verificato, valuteremo in corso d'opera se rafforzare ulteriormente i poteri di coordinamento prefettizi.
La seconda questione riguarda il ruolo e la funzione della forza di intervento rapido: mi pare che il significato si sia, in generale, compreso; in altri termini, si intende una forza che abbia una flessibilità e una mobilità abbastanza accentuate e pronunciate, in grado di intervenire in quelle realtà in cui si manifesta una crisi dell'ordine e della sicurezza pubblica. Abbiamo cominciato a sperimentarla a Napoli e mi sembra che gli effetti siano positivi.
Nel momento in cui si verifica una situazione particolarmente grave e si determina uno squilibrio tra la situazione che si aggrava sul terreno dell'ordine e della sicurezza pubblica e la presenza delle forze di Polizia, questo strumento consente un riequilibrio, soprattutto sul controllo del territorio, riaffermando il principio - fondamentale per la sicurezza - della sovranità. Ciò significa che non c'è una parte del territorio nazionale - in questo caso la città di Napoli - che è area franca, dove si può fare quello che si vuole senza che lo Stato intervenga o sappia quello che sta succedendo. Si tratta, dunque, di cominciare ad intaccare direttamente i cosiddetti «santuari», laddove ci


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sono i cancelli, laddove c'è la videosorveglianza della camorra, laddove si sa che ci sono queste situazioni: spesso, infatti, con un atteggiamento non del tutto continuativo, si è lasciato crescere questo tipo di sfida alla sovranità.
La terza ed ultima questione riguarda il problema dell'esercito, vexata quaestio, posta anche dal collega D'Alia, di cui si discute da lungo tempo. In linea di principio, nessuno può e nessuno vuole escludere l'uso dell'esercito in situazioni di pericolo di ordine e di sicurezza pubblica. Tuttavia, mi permetto di muovere la seguente osservazione al ragionamento dell'onorevole D'Alia: se l'uso dell'esercito è limitato alla sorveglianza e alla vigilanza dei cosiddetti obiettivi fissi, per liberare, da tale compito, le forze di Polizia, questa soluzione su Napoli non funziona. Gli obiettivi fissi che sono entrati nelle operazioni Domino 1 e Domino 2 - il collega D'Alia sa perfettamente a cosa mi riferisco - sono sostanzialmente cinque: comprenderete che non è possibile mobilitare l'esercito per tutelare cinque obiettivi fissi. Aggiungo anche che, poiché le cose stanno come ha detto il collega D'Alia, noi abbiamo, oggi, di fronte un esercito totalmente professionale e, nel momento in cui lo impieghiamo, ciò comporta dei costi: oltre ai costi «normali», se ne aggiungono ulteriori, con il risultato che, quando si impiega l'esercito con compiti di sicurezza pubblica, ogni militare costa allo Stato 16 mila euro in più l'anno, perché si aggiungono particolari indennità, sia di missione sia di impiego.

GIANPIERO D'ALIA. Condivido questa valutazione perché ancorata ai dati concreti rispetto alla situazione territoriale. Tuttavia, dire di no, in astratto, non mi sembra una scelta positiva.

MARCO MINNITI, Viceministro dell'interno. Come ho detto, in astratto non escludiamo l'uso dell'esercito. Di fatto, però, abbiamo eseguito la valutazione che ho riferito: in questi casi, è meglio sganciarsi da discussioni dilemmatiche e scendere nel concreto.
Mi preme, infine, richiamare un ulteriore aspetto: in condizioni date, non serve e non conviene utilizzare l'esercito; altra cosa è pensare, come qualcuno ha proposto, di utilizzare l'esercito con funzioni di polizia giudiziaria. Penso che quella costituisca veramente l'ultima spiaggia alla quale ricorrere in situazioni veramente straordinarie. Sinceramente, il piano per la sicurezza degli itinerari turistici e la presenza, a Napoli, dell'esercito che fa i posti di blocco o le perquisizioni nelle auto mi sembrano due cose incompatibili, perché darebbero il segno di un degrado della situazione assolutamente ingovernabile. Dico questo non solo per un problema di immagine, ma anche perché, a mio avviso, questo quadro non risponde al vero.

PRESIDENTE. Nel ringraziare il ministro dell'interno Amato ed il viceministro Minniti per la disponibilità manifestata e per l'esauriente relazione svolta, dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 10,20.