COMMISSIONE III
AFFARI ESTERI E COMUNITARI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di giovedý 12 ottobre 2006


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 15.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, anche mediante la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Comunicazioni del Governo sui recenti sviluppi in Corea del Nord.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le comunicazioni del Governo sui recenti sviluppi in Corea del Nord.
Comunico che, secondo quanto convenuto nella riunione dell'ufficio di presidenza appena svoltasi, dopo l'intervento del Governo, potrà prendere la parola un deputato per gruppo per non più di tre minuti e, ove lo ritenga, il rappresentante del Governo per una breve replica.
Do ora la parola al sottosegretario Vernetti.

GIANNI VERNETTI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Immagino sia ampiamente noto il fatto di cronaca, dunque ne richiamo soltanto i dati fondamentali. Il 9 ottobre scorso, alle 10,36 locali - ore 3,36 italiane - è avvenuto l'esperimento nucleare preannunciato fin dal 3 ottobre dal ministero degli esteri di Pyongyang. La notizia ha avuto immediata conferma nella registrazione di un sisma della magnitudo 3,58 Richter da parte dei servizi sismologici sudcoreani. Si stima l'epicentro a 385 chilometri dalla capitale Pyongyang e soltanto a 400 chilometri dalla capitale della Corea del Sud, Seoul.
In attesa di disporre di maggiori dettagli tecnici, sussistono ancora delle incertezze circa la potenza dell'ordigno fatto detonare. L'intelligence sudcoreana lo stima tra 0,5 e 1 kilotone (1 kilotone equivale a mille tonnellate di tritolo). Il ministero della difesa russo ha ipotizzato una dimensione maggiore, tra i 10 e i 15 kilotoni. Giusto per avere un termine di riferimento, ricordo che la bomba di Hiroshima è stata di 15 kilotoni e quella di Nagasaki di 25. Quindi, abbiamo a che fare con un ipotetico ordigno nucleare di piccole dimensioni, rispetto alle dimensioni degli attuali ordigni nucleari.
L'ordigno è stato fatto esplodere all'interno di una galleria orizzontale, ad una profondità di 700 metri e ad una quota di 360 metri sul livello del mare. Non si hanno, al momento, evidenze di danni di natura ambientale o di inquinamento radioattivo. La limitata potenza dell'ordigno ha persino fatto sorgere il sospetto che si potesse trattare di una sorta di dirty bomb, quindi non di un ordigno nucleare tradizionale, ma di una cosiddetta «bomba sporca». Tuttavia, i vari tecnici, e soprattutto gli esperti delle Nazioni Unite, tendono ad avvalorare l'ipotesi di conferma dell'esperimento di una bomba nucleare di quelle caratteristiche.
Il test nucleare è il primo effettuato dalla Corea del Nord; costituisce il punto di arrivo di una lunga sfida, da parte nordcoreana, al regime di non proliferazione nucleare, che dal 2003 ha subito una notevole accelerazione, con la denuncia del trattato di non proliferazione e l'espulsione


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dei tecnici dell'AIEA, la ripresa del ritrattamento delle barre di combustibile esaurito, la dichiarazione circa l'asserito possesso dell'arma nucleare effettuata fin dal febbraio di quest'anno e il test di un lancio del missile a lungo raggio Taepodong 2 nel luglio 2006. Anche sul test del lancio del missile balistico ci sono opinioni discordanti tra le intelligence e le diplomazie: c'è chi sostiene che sia stato un test fallimentare e chi, invece, che sia stato fatto fallire volutamente. Il fatto rilevante è il possesso di missili balistici a lungo raggio da parte della Corea del Nord, che potrebbero anche supportare ordigni nucleari.
Il test nucleare realizzato il 9 ottobre è giunto dopo mesi di impasse dei negoziati multilaterali a sei - i cosiddetti six-party talks, il dialogo tra sei interlocutori -, che hanno impegnato a Pechino, tra l'agosto del 2003 e il novembre del 2005, in cinque successive occasioni, la Corea del Nord, gli Stati Uniti d'America, la Cina, la Russia, il Giappone e la Corea del Sud.
La ripresa del negoziato a sei, che rappresenta lo strumento più idoneo per perseguire la denuclearizzazione della penisola coreana, è ora fortemente a rischio, anche per le recentissime dichiarazioni dei leader del Governo della Repubblica democratica della Corea del Nord, che propongono un dialogo diretto con gli Stati Uniti d'America. Di qui l'intenzione di abbandono.
Ricorderete che l'abbandono dei six-party talks avvenne tecnicamente dopo un congelamento, da parte degli Stati Uniti d'America, presso il Banco Delta di Macao, di alcuni beni finanziari della Repubblica della Corea del Nord.
Tra l'altro, l'esperimento di Pyongyang interrompe un lungo periodo in cui non sono stati condotti test nucleari. Gli ultimi furono effettuati nel 1998 dall'India e, poche settimane dopo, dal Pakistan.
È evidente che l'iniziativa nordcoreana è un'iniziativa densa di rischi, non soltanto per un aggravamento della situazione nell'area del nord-est asiatico, ma anche per le fortissime implicazioni che essa può produrre, dal punto di vista sia del processo di riarmo nucleare sia dello scarso controllo del processo stesso di proliferazione.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sulla base di un vasto consenso tra i suoi membri, ha deciso di agire rapidamente e sta esaminando un progetto di risoluzione di cui ho esaminato questa mattina le varie bozze. Non c'è ancora un testo definitivo, ma sostanzialmente c'è una convergenza su un impianto di questo tipo: condanna della Corea del Nord per l'esperimento nucleare, richiesta a Pyongyang di tornare al più presto nella procedura del TNP, del trattato di non proliferazione, richiesta a Pyongyang di smantellare il proprio programma nucleare e previsione dell'applicazione di sanzioni.
Come potete immaginare, il tema delle sanzioni è ancora oggetto di confronto, tuttavia vi riferisco gli elementi a nostra disposizione. Tali sanzioni riguarderebbero, in particolare, l'interdizione completa di ogni trasferimento di beni e tecnologie collegati allo sviluppo di armi di distruzione di massa e dei relativi vettori; il congelamento delle transazioni finanziarie inerenti ai citati programmi di proliferazione. Vi sono poi altre fattispecie di sanzioni riguardanti i beni di lusso ed ipotesi ancora oggetto di discussione, come la proposta degli Stati Uniti d'America di restrizione della circolazione dei dirigenti del Governo nordcoreano; ma su questo non c'è ancora una convergenza in Consiglio di sicurezza. Quello che ho richiamato è quindi l'impianto di sanzioni, sul quale vi è oggi la convergenza, oltre che di Europa ed America, anche di Cina e Russia.
Il Governo italiano, come sapete, in questi anni ha mantenuto un quadro di relazioni. Siamo stati, nel 2000, il primo tra i paesi del G7 - era allora primo ministro Dini - ad instaurare relazioni diplomatiche con Pyongyang. Ospitiamo un'importante ambasciata nordcoreana e abbiamo anche sempre svolto una funzione di dialogo. Ovviamente, come potete immaginare, dopo l'effettuazione del test nucleare del 9 ottobre, il Vicepresidente del Consiglio e ministro degli affari esteri,


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D'Alema, ha espresso una formale e dura condanna nei confronti della Corea del Nord per il test effettuato. Due giorni dopo, l'11 ottobre, l'ambasciatore della Repubblica popolare democratica di Corea è stato convocato presso la Farnesina, dove gli è stata comunicata la ferma condanna da parte del nostro Governo. Peraltro, come sapete, noi ci accingiamo ad entrare nel Consiglio di sicurezza. Lunedì prossimo ci sarà la votazione per eleggere i membri non permanenti, e direi che tutto fa presupporre che l'Italia entrerà a far parte, per il biennio 2007-2009, del Consiglio di sicurezza. Comunque, abbiamo espresso la nostra piena adesione agli indirizzi che il Consiglio di sicurezza stava adottando, di condanna e di avvio verso un regime di sanzioni, ovviamente graduali e con le caratteristiche che vi ho detto.
Abbiamo anche annullato un seminario, che coinvolgeva quel paese. Non so se la Commissione ne era informata, ma noi stavamo lavorando da tempo ad un seminario di dialogo fra le due Coree, da tenersi a Roma il 26 e il 27 ottobre. Era la continuazione di un seminario di dialogo già realizzato nel 2005, in collaborazione con un centro studi non governativo, insieme al Governo italiano di allora. Noi avevamo implementato questa fase di dialogo critico nei confronti della Corea del Nord, d'accordo ovviamente con i partner del Consiglio di sicurezza, ed innanzitutto con i partner dell'Unione europea. Come sapete, né l'Italia né l'Unione europea hanno mai fatto parte del six-party talks; era quindi un'idea di dialogo critico. Il seminario avrebbe dovuto tenersi a Roma, a livello di viceministri degli esteri di Pyongyang e di Seul, con una rappresentanza dei Governi dei six-party talks e dell'Unione europea. Abbiamo ritenuto di annullarlo - ma non di cancellarlo dalle nostre prospettive di lavoro diplomatico -, perché non sussistevano più le condizioni per poterlo svolgere.
Devo dire che, in questi mesi, abbiamo lavorato molto con Ban Kimoon, attuale ministro degli esteri della Repubblica della Corea del Sud, il quale, come voi sapete, sarà molto probabilmente il nuovo Segretario generale delle Nazioni Unite. Da quando ci siamo insediati come nuovo Governo, con lui abbiamo realizzato quasi quattro incontri bilaterali, di cui tre li ho guidati io ed uno il ministro D'Alema. Ovviamente, i temi oggetto dei nostri confronti non si riferivano esclusivamente alla crescente crisi nordcoreana, precedente al 9 ottobre, ma all'insieme delle relazioni bilaterali e, soprattutto, ai molti punti di vista che ci accomunano con la Corea del Sud, come ad esempio i temi della riforma delle Nazioni Unite, sui quali abbiamo appunto una forte condivisione.
In questi mesi, dunque, noi abbiamo fortemente seguito e monitorato la vicenda e quindi non abbiamo del tutto rinunciato all'idea di incontro e di dialogo, critico ma costruttivo. Siamo profondamente convinti che ad un regime di dura, durissima condanna, e ad un regime di sanzioni si debba affiancare anche una possibilità di dialogo.
Peraltro, le condizioni della Corea del Nord credo siano note a questa Commissione. Parliamo di un paese, nel quale non vigono i minimi standard internazionali di legalità e di rispetto delle libertà fondamentali, con condizioni di vita e di sviluppo estremamente preoccupanti. È un paese che vive in gran parte di aiuti internazionali e di aiuti della Corea del Sud; le recenti carestie alimentari hanno causato in questi ultimi anni - si stima, perché non c'è una possibilità di tracciare dati compiutamente attendibili - la morte di quasi il 10 per cento della popolazione. È un paese quindi che pone fortissimi rischi, oltre che per la sicurezza internazionale, anche per una gravissima crisi umanitaria, a fronte della quale la comunità internazionale dovrebbe essere coinvolta con sforzi enormi.
Questa è la situazione ad oggi. Ovviamente, il Governo è impegnato a tenere informato il Parlamento sull'evolversi della situazione.

PRESIDENTE. La ringrazio, sottosegretario Vernetti.


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Do la parola ai colleghi che intendano intervenire nei tempi stabiliti per porre quesiti e formulare osservazioni.

IACOPO VENIER. Condividiamo la dura condanna espressa dal Governo italiano nei confronti di questa iniziativa nordcoreana. È abbastanza singolare, però, che non si abbia la certezza di quello che è successo, nel senso che ci affidiamo alle deduzioni e alle dichiarazioni di Pyongyang. Se non fosse stato un esperimento nucleare, saremmo di fronte ad un accentuarsi della crisi internazionale ancora più paradossale, con la possibilità di reintrodurre uno strumento, quello delle sanzioni, che secondo noi è assolutamente inefficace - si è dimostrato inefficace tutte le volte che è stato applicato - per un'azione che potrebbe addirittura, secondo alcuni, avere il carattere della beffa.
Credo sia importante che il Governo e tutti noi riflettiamo sul fatto che questa corsa al nucleare, che coinvolge non solo la Corea del Nord ma moltissimi paesi - anche se tanti non lo dichiarano e non lo rivendicano come la Corea del Nord, tuttavia c'è un movimento forte di richiesta di armamento nucleare -, ha a che fare con la considerazione banale che alcuni regimi sono stati attaccati ed alcune invasioni sono state fatte - in Afghanistan, come in Iraq - non perché in quei paesi c'erano le armi di distruzione di massa, ma perché, al contrario, quelle armi non c'erano.
La condanna del riarmo atomico dovrebbe corrispondere, nelle dichiarazioni dei più grandi detentori di armi nucleari del mondo, alla ripresa di un processo di smantellamento di quegli armamenti e di riduzione della possibilità di distruzione dell'intero pianeta, per cinque e più volte, come è oggi nelle possibilità di chi detiene le armi di distruzione di massa.
La ripresa del dialogo e del confronto su come rilanciare il processo di disarmo nucleare deve partire, appunto, da un'idea di sicurezza condivisa.
Per quanto riguarda, nello specifico, la Corea del Nord, ritengo che il processo che aveva instaurato il Governo italiano sia l'unico possibile: quello di non contribuire all'isolamento e all'autoisolamento di quel paese, ma di cercare di coinvolgerlo in un processo di confronto, pur aspramente critico, sulle condizioni dei diritti umani, comunque dentro un contesto diverso da quello dell'aggressione e della pressione, che non fa altro che aumentare la crisi, in un'area che non ha bisogno di essere coinvolta in nuove guerre.

ALESSANDRO FORLANI. Ringrazio il sottosegretario Vernetti per la sua esposizione, che mi è sembrata molto completa, precisa e - aggiungo - appassionata.
La condizione che si è venuta a creare in seguito a questo test nucleare sicuramente crea un allarme ulteriore. La circostanza non fa altro che aggravare notevolmente una situazione in cui forti sono le spinte di destabilizzazione e in cui si acuiscono i motivi di tensione e i pericoli per l'umanità intera. Pericoli dovuti alla crescita degli armamenti e all'aumento dei conflitti e delle speculazioni che sono dietro a questi fenomeni.
Pur nelle posizioni per certi aspetti diverse, anch'io tenderei ad esprimere un giudizio simile a quello dell'onorevole Venier. Penso che, alla fine, la guerra unilaterale irachena abbia concorso - involontariamente, avendo ben altri intenti - a questo inasprimento.
La difficoltà in cui si trovano oggi gli Stati Uniti (come superpotenza) «impantanati» in Iraq - nel senso che si trovano in una situazione, dalla quale non si possono ritirare e che non riescono a contenere, a governare, a riportare, come avrebbero voluto, alla normalità - rappresenta una sorta di incentivo, per altri paesi e altre strategie, a fomentare tensioni in altre aree. È stato il caso dell'Iran, che procede nell'arricchimento dell'uranio e nella sua sfida alla comunità internazionale, continuando - sia pure con apparenti rallentamenti, in alcuni momenti - a disattendere le direttive delle Nazioni Unite, perché è consapevole di una sostanziale condizione di impunità.
Sappiamo che oggi gli Stati Uniti difficilmente potranno accettare l'idea di al


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tre azioni di carattere militare, di altri interventi concreti in aree di rischio. Si è tornati completamente all'azione diplomatica, al multilateralismo - e questo è un aspetto positivo -, al dialogo e alla mediazione, e sotto questo profilo alcune realtà si sentono incentivate a portare avanti con maggiore decisione azioni destabilizzanti.
Bisogna considerare, poi, l'aspetto della politica interna. Questo, peraltro, è lo stesso discorso che vale per Ahmadinejad in Iran. È ancora peggio, anzi, nel caso della Corea del Nord. Si tratta di un regime ormai da tanti anni in difficoltà, con condizioni economiche, e soprattutto alimentari, gravissime, con una popolazione scontenta, di cui è difficile continuare a riscuotere il consenso attraverso la propaganda tradizionale. Soltanto mostrando un consolidamento nel campo degli armamenti ed un isolamento a fronte di una comunità mondiale ostile, si riesce a ricompattare - o almeno si ritiene di poterlo fare - l'opinione pubblica attorno a questo leader. Insomma, questi sono i problemi di ogni dittatura, soprattutto di quelle più violente, più oppressive e più autocratiche.
La situazione crea dunque notevole allarme ed apre un altro fronte di tensione, con la Cina e con il Giappone, due potenze fortemente allertate su questa vicenda. Peraltro, sarete certamente a conoscenza della minaccia di reagire ad eventuali sanzioni, rivolta questa mattina al Giappone da parte di Pyongyang.
Quello che posso dire è che questo è un nuovo forte focolaio, che si apre nell'Estremo Oriente, quando ancora sono rimasti irrisolti tutti i nodi nel Medio Oriente. È, quindi, un ulteriore compito per la comunità internazionale, molto difficile e gravido di rischi, che ci dovrà vedere impegnati.

RAMON MANTOVANI. Proverò a svolgere alcune veloci considerazioni.
Prima considerazione. La Corea è il primo Stato «canaglia» nell'elenco degli Stati Uniti; peraltro non amo questa definizione, perché la considero un po' arrogante e prepotente da parte degli Stati Uniti. Stiamo parlando di un paese che ha lanciato un missile che è caduto nell'oceano, poche decine di chilometri dopo essere stato lanciato; un paese che dichiara di compiere un esperimento nucleare sul quale si nutrono perfino dei dubbi e che invoca una trattativa bilaterale con la principale superpotenza. Sembrerebbe una vicenda grottesca, e in parte sicuramente lo è, o forse è talmente seria da meritare ben altra attenzione di quella che perlomeno la stampa internazionale le dedica.
Seconda considerazione. La Corea del Nord è un regime semifeudale, fra i più barbari, illiberali e violatori dei diritti umani di tutto il pianeta. Su questo credo non ci sia ombra di dubbio. Allo stesso modo, è fuor di dubbio che regimi di questa natura tentino - come ha appena detto il collega Forlani - di suscitare l'unità nazionale presentando un mondo ostile ed accentuando gli elementi di scontro e di tensione con il resto del mondo. Tuttavia, questo avviene in un'area nella quale stiamo assistendo ad una recrudescenza dei sentimenti nazionalistici. Si tratta di un fenomeno che non investe solo questo regime e i suoi artificiosi tentativi di innalzare lo scontro per «tenere» sul piano interno, ammesso che ci possa riuscire. Parlo, ad esempio, della recente vicenda della crisi nelle relazioni diplomatiche fra Repubblica popolare cinese e Giappone. Parlo di quella che a mio avviso è un'incauta reazione giapponese, che ha unilateralmente minacciato - o forse ha già applicato - delle ritorsioni nei confronti della Corea del Nord. Insomma, parlo di una situazione nella quale, a fronte di un'estesa globalizzazione economica e via dicendo, si registra non un'apertura dei paesi, bensì un tentativo di riaccendere nazionalismi di diverso tipo.
Tuttavia la considerazione più importante che volevo fare riguarda la questione generale del riarmo atomico. Qui siamo di fronte a precise responsabilità. Se dobbiamo denunciare chi viola i trattati che ha firmato, magari avendoli denunciati, e chi mette a rischio la stabilità - se non la


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sicurezza internazionale -, procedendo ad esperimenti e comunque dichiaratamente all'approntamento di armi nucleari, dobbiamo farlo in un contesto nel quale non si applicano due pesi e due misure. Mi dispiace, devo dirlo. Ritengo che un paese belligerante come Israele, possessore di armi atomiche e non firmatario dei trattati di disarmo nucleare debba essere trattato in un certo modo, diversamente da come avviene. So benissimo che Israele non è la Corea del Nord; tuttavia, dal punto di vista del possesso e del potenziale uso delle bombe atomiche, penso che ci sarebbe una maggiore incidenza nelle sanzioni eventuali che si decidessero nei confronti della Corea del Nord se queste posizioni - anche se magari non esattamente - fossero adottate nei confronti di tutti i paesi che costituiscono un pericolo, e comunque nei confronti dei principali paesi possessori di armi atomiche. Penso, in questo caso, alla NATO che ancora rivendica, secondo me perfino anacronisticamente, il diritto al primo colpo nucleare (la NATO non ha mai rinunciato all'uso delle bombe nucleari come primo colpo).
Questa è una materia che non si può trattare in tre minuti e che richiederà ben altro tempo; prima o poi dovremo affrontare questo nodo.

IVANO STRIZZOLO. Intervengo brevemente per esprimere l'apprezzamento per le posizioni assunte dal nostro Governo ed anche per i passi che ha mosso in tempi rapidissimi, immediatamente dopo l'evento di questo test nucleare. Sulle reali dimensioni e caratteristiche di questo test magari si può discutere, ma mi pare che tutti i paesi dell'area, compresi quelli che hanno avuto un atteggiamento, fino ad oggi, abbastanza «amichevole» nei confronti della Corea del Nord, hanno assunto questo tipo di posizione.
Questo è sicuramente un nuovo focolaio di tensione sul piano internazionale, che va seguito attentamente dal nostro Paese, ma anche dagli organismi internazionali, con il fine di perseguire politiche di distensione, che tentino però di coniugare l'obiettivo della pace con quello della sicurezza. Sicuramente quello di Pyongyang è un regime totalitario, la cui popolazione, come anche altri colleghi hanno richiamato, vive in condizioni di gravissima difficoltà. Personalmente ritengo che questo problema debba essere seguito con grandissima attenzione e con grande equilibrio, tenendo conto che, purtroppo, anche in altri paesi, quindi a livello mondiale, ci sono rischi di corse verso armamenti nucleari.
Credo che, da questo punto di vista, il nostro Governo faccia bene ad assumere tutte le iniziative utili per il raggiungimento dell'obiettivo strategico della pace, in un contesto di equilibrio e sicurezza.

SANDRA CIOFFI. Intervengo brevemente per ringraziare il sottosegretario per l'ampia e chiarissima relazione, da cui è emerso un atteggiamento del Governo italiano molto chiaro. Il fatto che il ministro abbia convocato alla Farnesina immediatamente l'ambasciatore ha dimostrato l'intento del Governo italiano di stigmatizzare e di prendere una posizione dura nei confronti di un fatto veramente gravissimo.
Certamente il nostro Governo ha mostrato grande equilibrio nel voler portare avanti questi incontri bilaterali, perché non dobbiamo solamente considerare il fatto che nella Corea del Nord vi è un governo totalitario, composto peraltro di pochissime persone, ma dobbiamo pensare anche alla popolazione che soffre per le scelte di questo governo totalitario. È necessario, dunque, un atteggiamento di apertura in tal senso, cioè verso i problemi della popolazione, mostrando comunque una contrarietà netta contro qualsiasi tipo di armamento.
L'episodio del test nucleare ci ha fatto capire che vicende di questo genere sono dietro l'angolo. Dunque è necessario assumere da subito - come è successo - atteggiamenti chiari contro questa corsa agli armamenti e contro qualsiasi paese - in tal senso sono d'accordo con quanto detto dai colleghi che mi hanno preceduto - che si rendesse protagonista di episodi


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del genere. Questo dunque deve essere il compito del nostro Governo, che cerca la pace e la mediazione, con grande equilibrio, ma che ha una posizione di netta contrarietà nei confronti di atteggiamenti che sono una grande sconfitta per l'umanità.

PRESIDENTE. Do la parola al sottosegretario Vernetti per una breve replica.

GIANNI VERNETTI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Ringrazio tutti i membri della Commissione per il contributo di riflessione che hanno offerto.
È inevitabile che la crisi nordcoreana si collochi in un processo di nuova proliferazione nucleare e di rischi di fortissima tensione. Quello che posso confermare, da parte del Governo, è che è nostra intenzione non soltanto monitorare l'evolversi della situazione, ma assumere anche, a partire da gennaio 2007, quando auspicabilmente faremo parte del Consiglio di sicurezza, un ruolo attivo sulla materia della non proliferazione nucleare.
Del resto, non possiamo non assumere un ruolo attivo, nel momento stesso in cui assumiamo nuovi ruoli e nuovi impegni in Medio Oriente. Il tema della non proliferazione nucleare e del ridare dignità e forza al relativo trattato è per noi una priorità. Questo, anche nel contesto delle riflessioni svolte, è un impegno che ci sentiamo di assumere.

PRESIDENTE. Credo, colleghi, che sia stato utile svolgere questa discussione. Considero infatti del tutto sbagliata e pericolosa una sottovalutazione di quello che è accaduto, che non solo riguarda la regione più direttamente investita dalla vicenda, ma chiama in causa responsabilità e problemi che attengono al futuro dell'intera comunità internazionale.
Ringrazio il sottosegretario e i colleghi che sono intervenuti.
Dichiaro conclusa la seduta delle comunicazioni del Governo.

La seduta termina alle 15,40.