COMMISSIONE III
AFFARI ESTERI E COMUNITARI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di luned́ 17 dicembre 2007


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 14,30.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del Ministro degli affari esteri, Massimo D'Alema, sul governo della globalizzazione nell'ottica della politica estera europea.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2 del Regolamento, l'audizione del Ministro degli affari esteri, Massimo D'Alema, sul governo della globalizzazione nell'ottica della politica estera europea.
Ringrazio il Ministro degli esteri per aver accolto l'invito a partecipare a questa seduta presso la Commissione esteri, che prelude alla deliberazione sui documenti conclusivi delle indagini conoscitive sui temi della globalizzazione e della politica estera dell'Unione europea, che hanno impegnato la Commissione nel corso di quest'anno. Il Ministro è in partenza per New York dove presiederà la riunione del Consiglio di sicurezza nella quale si affronteranno problemi complessi. Su uno di essi abbiamo avuto modo di discutere in questa sede anche col Ministro, ovvero quello relativo all'impegno dell'Italia per la moratoria sulla pena di morte, fatto che mi pare molto importante e significativo.
Allo stesso modo è molto importante discutere del nostro lavoro parlamentare pochi giorni dopo la sigla, a Lisbona, della Carta dei diritti fondamentali, del Trattato di riforma dell'Unione e all'indomani della conclusione del Consiglio europeo del 14 dicembre, che ha adottato importanti decisioni in materia di relazioni esterne, oltre a una dichiarazione dell'Unione sulla globalizzazione. Ricorderete che la Commissione, nel luglio del 2006 all'avvio della legislatura, deliberò lo svolgimento di due indagini conoscitive: una sulla globalizzazione e l'altra sulla politica estera dell'Unione europea. Quella sulla globalizzazione si proponeva di fare il punto sulle tendenze prevalenti nel sistema globale e, in particolare, sullo stato delle istituzioni cui la comunità internazionale affida il compito di assicurare la governance dei processi globali. L'analisi della Commissione ha messo in evidenza come l'economia mondiale sia divenuta ormai un contesto multipolare, le cui sorti dipendono sempre di più da aree e Paesi che non fanno parte delle gruppo tradizionale delle economie sviluppate. Nel loro complesso il prodotto dei Paesi appartenenti alle economie emergenti dovrebbe crescere quest'anno intorno a un tasso di incremento tre volte superiore a quello che caratterizzerà, nello stesso periodo, l'area dei Paesi più sviluppati. Numerose analisi di scenario globale, di cui abbiamo anche discusso, prevedono per l'insieme di Paesi emergenti una crescita relativamente più elevata di quella media dei Paesi più avanzati, che spingerà tali Paesi a divenire nuovi e rilevanti protagonisti dell'economia mondiale. Secondo questa analisi nel 2015 Stati Uniti e Giappone rimarranno le


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prime due economie mondiali, per prodotto interno lordo; la Cina supererà la Germania, e tra i primi dieci entreranno India, Corea del Sud e Russia; questo per dare un quadro degli sviluppi verso cui ci muoviamo. Certamente permangono rischi e incognite che potrebbero derivare non solo dallo stratosferico deficit della bilancia dei pagamenti correnti americani, ma anche dal perdurante aumento del prezzo del petrolio; in ogni caso, i fenomeni analizzati indicano che si sta ridisegnando la mappa dell'economia globale e delle grandi correnti di scambio a livello mondiale.
Il punto cruciale della nostra ricerca ha riguardato il tema del governo della globalizzazione e di questo complesso sistema; in particolare, abbiamo dedicato una parte significativa dell'analisi alle istituzioni multilaterali, rilevando che già oggi esse fanno crescente fatica a garantire il governo di questi processi globali. La difficoltà è visibile nel funzionamento dell'Organizzazione mondiale del commercio e nell'inadeguatezza delle Nazioni Unite. Anche lo stallo del negoziato sul futuro regime del commercio internazionale è la spia più eloquente di queste difficoltà. Tuttavia, il governo multilaterale, pur nella sua inadeguatezza, rimane il sistema di governo della realtà globale con il più alto livello di legittimità. Occorre, quindi, affrontare un problema di ridisegno del modello di governo mondiale. Sono questi i temi su cui abbiamo lavorato.
Per quanto riguarda la politica estera dell'Unione europea, il lavoro della Commissione ha teso ad individuare le vie per accrescere la capacità dell'Unione di assurgere al ruolo di vero attore politico globale. Da questo punto di vista le novità del Trattato di riforma, siglato a Lisbona rappresentano lo strumento per rispondere almeno in parte in modo positivo a questa domanda. Nel nostro lavoro sono emersi tanti temi, compreso quello della cooperazione con Paesi terzi sui temi dell'immigrazione, delle politiche di integrazione e di sviluppo. È stata, inoltre, sottolineata l'importanza delle relazioni dell'Unione con i grandi soggetti del nostro tempo ricordati prima: Brasile, Russia, Cina, India.
Prima di dare la parola al Ministro, vorrei esprimere l'auspicio che le Camere possano rapidamente giungere alla ratifica del disegno di legge relativo al Trattato di Lisbona. Ci auguriamo anche che sia possibile raggiungere questo obiettivo nell'ambito di intese e coordinamenti con altri Parlamenti dell'Unione europea. In particolare, mi riferisco ai Parlamenti dei Paesi che più hanno a cuore le sorti dello sviluppo dell'integrazione politica dell'Unione europea. Abbiamo discusso di questo, in particolare, con i nostri colleghi del Bundestag, ma anche con i deputati del Congreso spagnolo. Se almeno alcuni Parlamenti europei riuscissero a giungere ad una ratifica comune, coordinata nei tempi, sarebbe un fatto rilevante anche dal punto di vista simbolico.
Do la parola al Ministro D'Alema, che ringrazio ancora per la sua presenza.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Credo che questa sia, da parte mia, soprattutto l'occasione per esprimere l'apprezzamento del Governo - e mio personale - per il lavoro svolto dalla Commissione esteri della Camera in un anno molto intenso di studi, di ricerche e di audizioni di grandissimo rilievo, sia sul tema della globalizzazione, sia sulle questioni relative alla politica europea estera e di sicurezza comuni.
Mi pare che i documenti, che la seduta di oggi è chiamata a consacrare con l'approvazione, riflettano in modo estremamente vivo e interessante i risultati di un lavoro tanto più apprezzabile in un Paese come il nostro, dove la riflessione di medio periodo spesso non è considerata come uno degli obiettivi della politica. Infatti, la politica resta prigioniera delle convulse fasi congiunturali del suo sviluppo. Considero, inoltre, importante l'apertura ad interlocutori di grande rilievo, che hanno partecipato con il loro contributo a questo lavoro.
Svolgerò qualche considerazione di carattere generale, più che altro partendo


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dalle linee di fondo che ispirano l'azione del Governo e dal suo collegamento con i temi che avete affrontato e con le analisi che avete sviluppato; questo anche allo scopo di condividere questa riflessione e, naturalmente, di mettere in evidenza come lo sforzo in cui il Governo è impegnato si muova sulla base di un'analisi ampiamente condivisa, di uno sforzo per individuare il ruolo specifico che il nostro Paese può svolgere sia direttamente, sia in quanto membro dell'Unione europea, essendo la dimensione europea imprescindibile per l'efficacia della stessa azione esterna dell'Italia.
Vorrei anche dire, per inciso, che il Ministero degli esteri ha avviato un esercizio nuovo; ha dato vita ad un gruppo di riflessione strategica costituito con la partecipazione di rappresentanze molto significative della società italiana e del mondo della cultura. Stiamo lavorando all'elaborazione di un documento strategico sull'interesse italiano. Lo sforzo è quello di definire l'interesse nazionale italiano nel contesto delle nuove sfide globali, cui non ci si era mai esercitati, ma che, invece, in altri Paesi costituisce un metodo normale di lavoro. In proposito, ricordo il documento sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, il documento europeo sui temi della sicurezza che, come sapete - poi ne parlerò nella parte più dedicata all'Europa - nel corso del 2008, sotto la presidenza francese, dovrebbe essere aggiornato, nonché analoghi concept di politica estera discussi e approvati dai maggiori Paesi europei e dalla Russia.
Noi intendiamo lavorare in questa direzione perché naturalmente, quando questo lavoro raggiungerà un certo grado di elaborazione, vogliamo coinvolgere il Parlamento - le Commissioni esteri di Camera e Senato - per poter sviluppare insieme questa riflessione, con l'obiettivo, se mai fosse possibile, di arrivare a definire un quadro condiviso degli indirizzi di fondo della politica estera italiana. Infatti, questi indirizzi di fondo necessariamente comportano sfide di medio-lungo periodo e non possono essere esclusivamente affidati all'azione di un Governo, ma dovrebbero essere condivise.
Ciò detto, quando parliamo di globalizzazione ci riferiamo ad un complesso di fenomeni, come risulta anche dal documento conclusivo che vi apprestate ad approvare, di grandissimo rilievo, di carattere innanzitutto economico, ma anche sociale e culturale. Direi che la caratteristica di fondo di questi processi è quella di delineare un radicale e tumultuoso mutamento dei rapporti di forza internazionali: mutamento dell'assetto internazionale e dei rapporti di forza, così come si sono consolidati in questo dopoguerra.
Intendiamoci, se guardiamo al lungo periodo, in certa misura si tratta del riemergere di dati di fondo della realtà internazionale. È difficile parlare della Cina e dell'India come di potenze emergenti. Secondo gli studi inglesi di storia economica, che sono i più attendibili, nel 1820 la Cina rappresentava un terzo del PIL mondiale, mentre i maggiori Paesi europei, tutti assieme, rappresentavano il 17 per cento. Da questo punto di vista, dunque, parliamo di una potenza che è stata emersa per quattromila anni. Si tratta, quindi, del ritorno sulla scena mondiale di una delle più grandi potenze mondiali. Questo discorso vale in una certa misura anche per l'India.
È evidente che, se noi assumiamo come quadro di riferimento quello definitosi all'indomani della seconda guerra mondiale, oggi siamo di fronte al suo accelerato cambiamento. Se prendiamo in considerazione il PIL come criterio di riferimento e lo analizziamo sulla base della parità dei poteri d'acquisto, tra il 2015 e il 2025, a seconda dei diversi studi, la Cina si affermerà come prima potenza economica mondiale, seguita dall'India. Siamo, quindi, alla vigilia di una fase che segnerà un radicale mutamento dei grandi rapporti internazionali. In modo particolare - credo che questo valga come spunto introduttivo anche del dibattito sulla politica estera europea - nessun Paese europeo, nell'arco dei prossimi venticinque anni,


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neppure la Germania, è destinato, in termini di ricchezza, ad avere i numeri per avere titolo a far parte del G8.
Questo dà il senso della radicalità del mutamento dei rapporti internazionali e della necessità di affrontare queste sfide con la capacità e il coraggio di misurarsi con grandi fenomeni nuovi rispetto ai quali certamente non possiamo reagire con l'illusione della politica dello struzzo, nel tentativo di nasconderci la realtà o di arginarne le conseguenze tramite politiche di limitazione della globalizzazione economica e dell'internazionalizzazione dei mercati; si tratta di politiche difensive comunque di breve periodo, che possono al massimo rallentare o posticipare gli effetti dei quali stiamo discutendo.
È evidente che ci troviamo di fronte a grandi fenomeni economici, ma anche politici. La Cina, ad esempio, sta emergendo come una potenza politica globale. In proposito, basta pensare al fatto che in realtà il tema centrale del vertice euro-africano di qualche giorno fa è stato quello di come contenere l'espansione della potenza cinese in Africa. Almeno questa era la preoccupazione europea, visto che questa potenza in termini economici, ma anche politici, culturali, di affermazione di un modello - ad esempio di un certo modello di capitalismo autoritario a guida comunista, che nessuno poteva pensare si affermasse come tale - costituisce un riferimento e anche un esempio per molte delle leadership emergenti nei Paesi africani ed asiatici.
Siamo, dunque, di fronte a un cambiamento radicale dei rapporti di forza, nella direzione di una forte redistribuzione del potere e della ricchezza. La globalizzazione è una sfida che prevede vincitori e vinti, producendo una nuova mappa delle disuguaglianze. Non c'è dubbio che per grandi masse di persone che vivono in Asia la globalizzazione ha rappresentato uno straordinario fenomeno di avanzamento, naturalmente attraverso sofferenze e forme di sfruttamento. D'altra parte, questo fenomeno è stato conosciuto anche dall'Europa dell'Ottocento, la cui industrializzazione ha comportato anche sofferenza e «super sfruttamento». Per altri Paesi - pensiamo ad una parte dell'Africa - invece, essa ha accentuato l'emarginazione e la diseguaglianza.
Insomma, è un processo che ha avuto un esito contrario a quanto si era ritenuto nel corso degli anni che hanno fatto seguito alla caduta dei regimi comunisti, anni nei quali ha dominato - è una considerazione recentemente svolta anche dal Presidente Clinton che fu grande protagonista di quella stagione - una visione ottimistica della globalizzazione, accompagnata all'idea che la fine del comunismo avrebbe aperto la strada ad una crescente armonia. In definitiva, si pensava che il declino della politica avrebbe creato le condizioni perché il mercato, potendo dispiegare i suoi effetti benefici, provvedesse ad allocare le risorse nel modo più ragionevole, a produrre sviluppo, ricchezza, direi anche omologazione culturale, riduzione delle differenze, capacità di intendersi tra diversi popoli del mondo. È fiorita una ricca letteratura sul fatto che la fine della politica, la fine della storia, la fine delle utopie, la fine delle ideologie avrebbe determinato, per usare un'espressione che fu al centro del dibattito nel Settecento, «il migliore dei mondi possibili».
In realtà non è stato così. Direi che, tutto sommato, in realtà la globalizzazione è un processo complesso, carico di contraddizioni drammatiche che, se sicuramente fa emergere nuovi grandi protagonisti economici e immette nel mercato mondiale enormi masse umane che ne erano escluse, produce tuttavia nuove disuguaglianze, in una forma estrema non soltanto tra Paesi, ma anche all'interno dei singoli Paesi. Non c'è dubbio, infatti, che le potenzialità di arricchimento, anche personale, legate alla finanziarizzazione dell'economia, accentuano le differenze all'interno dei singoli Paesi. La distanza retributiva tra il grande manager di una compagnia multinazionale e il lavoratore manuale, all'interno delle nostre società, è cresciuta forse di due o trecento volte negli


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ultimi anni. Anche questo è un effetto della globalizzazione economica e della finanziarizzazione dell'economia.
Ma non è soltanto sul piano economico che si producono contraddizioni drammatiche; si producono anche sul piano politico e culturale. La spinta all'omologazione culturale ha prodotto infatti, come effetto, una mobilitazione delle identità che si sentono minacciate. L'Islam radicale non è un fenomeno antico, bensì moderno, nel senso che si è venuto formando anche come reazione a una globalizzazione economica e a una omologazione culturale, vista come minaccia a un sistema di valori e di identità storicamente consolidato.
Tuttavia, direi che fenomeni di questo tipo sono avvenuti anche nel mondo occidentale, dove il ritorno prepotente di sentimenti religiosi, di forti ideali di appartenenza, della cultura delle piccole patrie è un effetto indiscutibile della globalizzazione vissuta come minaccia di identità culturali, religiose, ideali, così come si è dispiegata nel corso di questi anni. Tutto questo ha portato anche alla crescita di un nuovo tipo di minacce globali. In fondo, la globalizzazione, con l'attenuarsi del potere degli Stati, ha determinato anche il nuovo fenomeno della fine del monopolio statale dell'uso della forza e l'affermarsi sulla scena mondiale della «minaccia asimmetrica», rappresentata dal terrorismo. Si tratta di una minaccia nuova, perché non ha Stato, non ha divisa, non ha bandiera.
Contro il terrorismo certamente non valgono gli strumenti tradizionali della deterrenza, che hanno garantito la sicurezza internazionale in tutto il lungo periodo della guerra fredda, in un equilibrio che fu chiamato «del terrore», ma che tuttavia era un equilibrio. Venuto meno l'equilibrio, è rimasto soltanto il terrore che si è dispiegato nelle sue forme meno controllabili di una minaccia di tipo nuovo, rispetto alla quale è certamente assai difficile definire una strategia condivisa ed efficace.
Ad esempio, non c'è dubbio, al di là di ogni considerazione, che la strategia americana della guerra preventiva ha avuto l'enorme torto di contrapporre a una minaccia asimmetrica una risposta di tipo tradizionale. La guerra - che piaccia o meno, che la si accetti in linea di principio o meno - si fa pur sempre contro uno Stato. Lo si occupa, si ha l'illusione di avere vinto - e in termini tradizionali si è vinto - senza capire che la guerra comincia invece in quel momento, perché si tratta di una guerra di tipo nuovo, ovvero lo scontro contro una minaccia che non si configura in termini tradizionali, come quella portata da uno Stato.
Il terrorismo, poi, si avvale della possibilità di mettere radici in una catena di soggetti deboli; pensiamo al fenomeno degli Stati falliti, degli Stati fragili, che, anche per effetto della competizione economica internazionale, è crescente. Secondo il rapporto della Banca mondiale, il numero degli Stati falliti o fragili è passato dai 17 del 2003 ai 26 del 2006. Si tratta, cioè, di Stati che non sono in grado di esercitare la loro sovranità e che diventano rifugio di organizzazioni terroristiche e criminalità internazionale. Pensiamo a quanti territori, paradossalmente in aumento, sono sottratti all'esercizio di qualsivoglia sovranità e diventano base in cui le nuove minacce mettono le loro radici.
Ebbene, queste nuove minacce sono, appunto, nuove; sono un fenomeno collaterale della globalizzazione, non sono residui antichi. Non a caso, anche questa volta, all'indomani dell'attacco alle Twin Towers, fu ancora Clinton a definire tale fenomeno come dark side of globalization: il volto oscuro della globalizzazione e non il residuo di un mondo antico.
Se, dunque, la globalizzazione è questo fenomeno così complesso e così carico di contraddizioni, ma anche di potenzialità, di progresso, di liberazione umana, credo che ogni riflessione su di essa debba portare a mettere l'accento sul tema cruciale, ovvero quello del suo governo. Mi riferisco alla necessità di una governance di questi processi, in grado di arginare i rischi e di valorizzare le opportunità. Quindi, torna al centro la politica, illusoriamente rimossa nel corso degli anni Novanta come non necessaria, come residuo di una stagione ideologica. Fu scritto


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da uno dei teorici della fine della storia che «la politica non ha più altri compiti se non eseguire i compiti che l'economia le affida». Questa è una delle fasi più mostruose che secondo me siano state pronunciate, perché personalmente tenderei piuttosto, per formazione, a pensare il contrario. È la politica che dovrebbe avere una funzione di guida e non l'economia.
Tuttavia, questa teoria ha dimostrato la sua inconsistenza. In fondo, persino la politica unilaterale degli Stati Uniti è stata un modo di rinnegare questa teoria; la necessità di agire da parte della più grande potenza mondiale - addirittura attraverso l'uso della forza, che è la forma suprema dell'esercizio della volontà e della soggettività - è, secondo me, quanto di meno liberista e quanto di meno laissez-faire si possa immaginare.
Credo, quindi, che mettere l'attenzione sulla governance, come emerge anche dal vostro documento, assuma oggi un diverso significato. Tramontata abbastanza rapidamente l'illusione unilaterale americana - ma tramontata anche l'illusione di contrapporre un unilateralismo europeo a quello americano - credo che il tema con il quale ci confrontiamo oggi è esattamente quello di come creare le condizioni di un armonioso governo multilaterale di questi processi, sapendo che si tratta di sfide di lungo periodo, di contraddizioni non facilmente risolvibili, nella logica di una crescente interdipendenza e di un approccio positivo alle grandi sfide della globalizzazione.
Dominique Moisi, intelligente sociologo francese, ha scritto che il mondo globale è diviso in tre grandi aree. C'è una area della speranza, che lui individua soprattutto nei grandi Paesi asiatici, ma che, secondo me, a questo punto si estende anche a una parte dell'America Latina, penso al Brasile e via dicendo. Si è pensato a lungo all'America Latina come a un continente emarginato dalla globalizzazione, ma non è vero; in realtà è un continente che oggi si sta inserendo positivamente, anche per effetto del traino asiatico e della crescita dei prezzi delle materie prime. C'è, dunque, un'area della speranza, rappresentata dai grandi Paesi che si affermano come protagonisti.
C'è poi un'area del rancore, che lui individua largamente nel mondo islamico. Infine, c'è un'area della paura, che sarebbe il mondo occidentale, cioè quella parte del mondo che guarda alla globalizzazione prevalentemente con un sentimento di paura. In effetti, la differenza principale fra i ragazzi indiani e i nostri figli è che i nostri figli stanno infinitamente meglio dei ragazzi indiani; tuttavia, i ragazzi indiani sono mossi dalla convinzione che domani staranno meglio e i nostri figli dalla paura che domani staranno peggio. Questo diverso sistema delle aspettative ha un impatto psicologico enorme. In effetti, penso che questa sia una delle ragioni della fatica del mondo occidentale a misurarsi con queste sfide.
Io credo invece che, in realtà, un Paese come il nostro avrebbe tutte le condizioni per guardare a questi processi tumultuosi di cambiamento non dico con un irresponsabile ottimismo, ma con la capacità di guardare alle potenzialità che essi determinano, non fosse altro, oltretutto, per la propensione al cosmopolitismo, che rappresenta uno dei tratti di fondo peculiari della vicenda italiana. Infatti, noi siamo uno dei popoli più naturalmente propensi a mescolarsi con gli altri e, in effetti, siamo mescolati alla storia di moltissimi Paesi del mondo, molto più di altri Stati europei. Oltretutto, il nostro cosmopolitismo si è espresso molto poco nella forma del dominio coloniale e quindi questo rende gli italiani naturalmente più simpatici e più facilmente accettati rispetto ai popoli di altri grandi Paesi europei.
In effetti, il paradosso italiano è che il grado di internazionalizzazione della nostra economia è veramente impressionante e crescente. Una parte dell'Italia effettivamente cavalca la globalizzazione come una straordinaria opportunità e un'altra parte la considera una minaccia terribile. Ciò costituisce un paradosso francamente difficile da sostenere. Tra i dati più significativi di un Paese che sembra pervaso dal


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cupo pessimismo c'è la straordinaria crescita delle nostre esportazioni. Tra i Paesi europei siamo quello che ha una dinamica più accentuata in questo senso, il che dimostra che i grandi Paesi asiatici sempre di più stanno diventando un mercato per le nostre merci, anche se si tratta allo stesso tempo di Paesi competitori.
Direi che l'economia italiana ha saputo cogliere entrambe queste opportunità. Infatti, questi Paesi sono nostri competitori nella misura in cui sono gli italiani che vanno lì a produrre o a insegnare loro come si produce e a trarre una parte della ricchezza prodotta da questi Paesi; allo stesso tempo sono anche un mercato per prodotti non ripetibili di cui noi continuiamo a essere leader mondiali. Pertanto, è vero che i cinesi ci fanno concorrenza, ma è vero anche che sono il primo mercato al mondo per l'acquisto delle Ferrari. Tra l'altro, ci fanno concorrenza con l'assistenza attiva degli imprenditori italiani che vanno in questi Paesi, organizzano le filiere produttive, vendono le macchine tessili, trattenendo una parte del guadagno. Allo stesso tempo noi siamo esportatori in questi Paesi.
Insomma, ho l'impressione che il grado di internazionalizzazione della nostra economia e la capacità di adattamento dell'Italia - intesa come sistema e non soltanto dal punto di vista economico - sia molto superiore alla capacità di riflettere questi aspetti nel dibattito pubblico; forse anche allo scopo di imparare da una società civile che spesso è un passo più avanti rispetto al dibattito pubblico, inteso complessivamente come riflessione politica, ma anche come orientamento dei grandi mezzi di informazione.
Credo che discutere della globalizzazione dovrebbe servire anche a liberarci dalla paura che essa ci incute e che, secondo me, non ha fondamento. Comunque non è un atteggiamento che aiuta a vincere queste sfide, ma spinge, semmai, soltanto a trincerarsi illusoriamente dietro a difese la cui fragilità è fin troppo evidente in un mondo in cui la libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali deve essere governata, ma certamente nessuno può pensare di fermarla; nessuno ha la forza per fermare questi processi inarrestabili che portano con loro un fondamentale segno di progresso.
È giusto porre l'attenzione sugli strumenti della governance, anche perché le istituzioni della governance globale portano evidente il segno del tempo. Sono nate in gran parte circa sessant'anni fa, dalle Nazioni Unite alle istituzioni di Bretton Woods, e hanno bisogno di un adattamento radicale. Questo processo di adattamento in qualche modo si è avviato, ma, certamente, ha bisogno di maggiore coraggio e di maggiore determinazione.
C'è un problema che, oltretutto, riguarda la legittimità di queste strutture. Pensiamo all'invecchiamento di un assetto come quello delle Nazioni Unite, con il duplice paradosso del potere di veto esercitato dalle grandi potenze vincitrici della guerra, che riflette un equilibrio mondiale che non c'è più; ma anche di un'assemblea delle Nazioni Unite dove il voto delle isole Palau conta come quello degli Stati Uniti. È abbastanza evidente, quindi, comprendere quanto sia difficile che il potere deliberativo di una assemblea, fondata secondo criteri ottocenteschi sul principio della sovranità degli Stati, possa essere adeguato alle sfide del mondo di oggi.
Ma pensiamo anche a organismi come il G8 la cui utilità, come organismo informale e come strumento operativo, è nulla se non se ne mette in discussione radicalmente la composizione. Nessuna delle questioni che ragionevolmente possono stare al tavolo del G8 - da quella climatica, alla lotta alla povertà e alle malattie e via dicendo - può essere affrontata decentemente senza la presenza di almeno altrettanti Paesi, dalla Cina, all'India, al Brasile, al Sudafrica, che non fanno parte di questo consesso. A mio giudizio, ci converrebbe coinvolgere questi Paesi sin da ora, se non vogliamo correre il rischio che essi tra qualche anno ci cacceranno semplicemente via e ci sostituiranno.

MARCO ZACCHERA. Una lettura ottimistica!


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MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. È ragionevole che sia così. D'altro canto non vedo come si possa discutere del climate change senza avere al tavolo la Cina, o l'India o pensare che loro stiano fuori dalla porta e vengano invitati quando c'è l'outreach. Credo che sia una formula chiaramente superata: Non ho dubbi che questo è uno dei temi di cui discutere se toccherà noi la presidenza italiana del G8. Di questo dovremmo discutere, invece di come fare le elezioni nel 2009! Nel 2009 ci troveremo ad esercitare ...

GIANCARLO GIORGETTI. Come? Nel 2008.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Nel 2008. Anzi, era il 2007. Io penso che vadano fatte nel 2011.
Tuttavia, indipendentemente dalle elezioni, credo che la presidenza italiana del G8 nel 2009 sarà una grande occasione per il Paese. Oltretutto sarà il primo G8 della nuova presidenza americana. Quindi, comunque sia e chiunque vinca le elezioni americane, non c'è dubbio che sarà un'occasione di grandissimo rilievo per la comunità internazionale. Si presenterà una nuova leadership sulla scena mondiale e questo avverrà nel nostro Paese; quindi l'opportunità per l'Italia non è piccola. La mia convinzione è che uno dei temi che dovremmo mettere al centro di questa importante occasione, in cui ci troveremo a svolgere questo ruolo, debba essere proprio quello dell'allargamento del G8.
Per venire a qualche rapida considerazione che ci collega al secondo tema, credo che un contributo fondamentale al consolidamento di questa global governance possa venire proprio dall'Europa e dalla sua capacità di pensare ed agire in modo unitario sulla scena mondiale. Tempo fa ho partecipato ad una conferenza a Fiesole, presso l'Istituto europeo, e mi è capitato di sostenere che per quasi cinquant'anni il principale motore dell'integrazione europea è stato rappresentato dalle sfide interne all'Europa. In fondo, infatti, il motore dell'integrazione europea è stato soprattutto quello di sanare le ferite che avevano lacerato il corpo dell'Europa, nata lungo i confini da dove erano scoppiate due guerre mondiali; ha eliminato questi confini, il che è un fatto straordinario senza eguali al mondo. Successivamente, si è misurato il processo di integrazione con i confini della guerra fredda e quindi con l'allargamento - e in realtà la riunificazione - dell'Europa verso est. Come dicevo, in tutto questo processo, il principale motore è stato quello delle sfide interne all'Unione.
Oggi, e nel tempo che verrà, il vero motore dell'integrazione europea dovrebbe essere, invece, la capacità di affrontare le grandi sfide esterne: dalla sicurezza, al governo dei grandi flussi migratori, dal cambiamento climatico al rapporto tra natura e sviluppo. I grandi temi mondiali dovrebbero essere il motore dell'integrazione europea e le sfide che rendono evidente la necessità di un'azione comune europea.
Mi unisco caldamente all'auspicio del presidente Ranieri che il Parlamento voglia al più presto ratificare il trattato appena firmato, anche come stimolo ai Parlamenti di tutti i Paesi dell'Unione che saranno chiamati a fare altrettanto, per rispettare i tempi che ne prevedono l'entrata in vigore dal 1o gennaio 2009, in modo che esso sia in pieno esercizio quando si arriverà alle elezioni europee dello stesso anno.
Il trattato contiene certamente elementi di novità. In particolare, non c'è dubbio che il rafforzamento del ruolo dell'alto rappresentante - non lo si è voluto chiamare ministro degli esteri, ma questo ha un valore relativo - è una delle questioni più importanti. Accanto alla creazione di un servizio europeo per l'azione esterna, un alto rappresentante - che al tempo stesso è segretario del Consiglio, vicepresidente della Commissione e che unifica in sé compiti politici, ma anche la gestione di rilevanti risorse (pensiamo a tutte le politiche di vicinato) - significa dare a questa dimensione dell'Unione una forza che sino ad oggi non ha mai avuto. Inoltre, dimostra come vi sia consapevolezza che


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la sfida per l'Europa sarà, appunto, quella di fare dell'Europa stessa, sempre di più, un soggetto in grado di agire sulla scena globale e di misurarsi con le grandi sfide.
Questo avviene avendo presente - passo a qualche considerazione sul tema - che nessun Paese, per quanto potente, può pensare di affrontare le sfide globali da solo. Non lo possono fare neppure gli Stati Uniti, come è apparso evidente nel corso di questi anni. Questo anche nella consapevolezza che l'Europa non si può consolare della sua forza economica, in un mondo in cui la competizione globale sempre di più ha bisogno di una combinazione tra fattori politici, militari, economici e strategici. Anche la capacità di proiezione globale è un aspetto essenziale della capacità di affrontare le sfide e noi ce ne accorgiamo. Un Paese come il nostro, per esempio, conterebbe molto di meno se non fossimo in grado di partecipare ad alcune delle fondamentali missioni di peacekeeping che si svolgono nel mondo. Da questo punto di vista, siamo certamente un Paese che, sia pure con risorse limitate, è in grado di utilizzare queste risorse in modo eccellente.
Se guardiamo allo scenario internazionale, ai punti di crisi, noi siamo alla guida in Libano, abbiamo una funzione molto importante in Afghanistan con il comando della regione di Kabul, siamo uno dei Paesi del gruppo di contatto e con maggiore responsabilità nei Balcani. Se guardiamo, cioè, alle principali crisi internazionali, in ciascuna di esse l'Italia c'è e ha un peso anche grazie alla sua proiezione militare. Altrimenti il nostro peso sarebbe infinitamente ridotto, così come la nostra possibilità di partecipare a un impegno per la pace.
Questo vale per l'Italia e vale, in grande, anche per l'Europa. Lo dico perché solitamente si tende a tralasciare questo aspetto, perché è più politically correct o più piacevole parlare delle politiche; tuttavia, tale aspetto è connesso in modo sostanziale a tutte le politiche perseguibili su scala internazionale.
Abbiamo, quindi, bisogno di un'Europa in grado di sviluppare le sue politiche comuni, in grado di contribuire a quel multilateralismo efficace che costituisce la filosofia della strategia europea della sicurezza e in grado di affrontare le ragioni che determinano insicurezza. Questo è l'approccio europeo, ossia quello di combattere le minacce, ma anche di affrontare le ragioni che sono alla base di queste minacce.
Al di là della filosofia, ho già accennato al fatto che il documento sulla strategia di sicurezza europea, adottato nel 2003, sarà discusso e, nel corso del primo semestre 2008, aggiornato; fra l'altro sarà anche l'occasione per discutere, nei diversi Parlamenti nazionali, delle linee di questo documento e delle idee guida per il suo aggiornamento. Al di là degli strumenti istituzionali ai quali ho fatto riferimento, credo che, in materia di politica estera dell'Unione europea, valga la pena di lanciare uno sguardo ad alcune delle sfide con cui siamo più direttamente confrontati.
Una riguarda, innanzitutto dal nostro punto di vista, ovviamente il tema della sicurezza nel Mediterraneo - ognuno di questi temi meriterebbe una trattazione a parte - ma con particolare riguardo al processo avviatosi, molto faticosamente e in modo contraddittorio, dopo Annapolis. Personalmente credo che Annapolis abbia rappresentato un punto importante di svolta nell'approccio; infatti, siamo finalmente usciti dalla logica del processo di pace, che è stata sostanzialmente fallimentare. In definitiva, il rinvio di tutte le questioni più controverse alla conclusione di questo processo di pace ha portato all'incapacità di governare in modo positivo questi processi. Siamo finalmente approdati alla necessità di scrivere un trattato di pace, cioè di realizzare un accordo che configuri in modo concreto la possibilità di uno Stato palestinese che viva a fianco di Israele in condizioni sicurezza. Questa è stata da tempo l'impostazione italiana.
Naturalmente, si configura una sfida molto complessa, cioè la capacità nel corso di un anno di creare questo accordo di pace. Certamente, questo è qualcosa che


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appare abbastanza problematico, anche per le difficoltà che tutte e due le leadership in campo si trovano ad affrontare. Credo, tuttavia, che per l'Europa dare il contributo possibile a fare in modo che questa speranza non cada sia un banco di prova essenziale, anche facendo leva, innanzitutto, sull'impegno forte e diretto degli Stati Uniti d'America. Indubbiamente gli americani hanno svolto un ruolo essenziale nella promozione di questa conferenza, nella definizione di questi obiettivi e si propongono anche come garanti del successo di questa sfida. L'Europa farà la sua parte; proprio oggi è in corso a Parigi la conferenza dei donatori per cercare di coordinare una politica di aiuti internazionali, che vedrà nell'Europa il principale soggetto. Tale politica dovrebbe accompagnare questo negoziato, anche consentendo un miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi.
Il Libano è un altro banco di prova delle politiche europee. La missione si svolge positivamente e direi che, pur in un quadro molto frammentato, il consenso intorno alla missione internazionale rappresenta un punto di tenuta del Paese. Certamente lo sforzo per arrivare all'elezione di un Presidente della Repubblica sulla base di un largo consenso, in grado di rappresentare una via d'uscita dalla crisi politica istituzionale del Paese, ad oggi non ha sortito ancora risultati. Siamo di fronte al paradosso che il candidato è condiviso da tutti, ma lo scontro adesso si focalizza sulle procedure di riforma della Costituzione. Vi risparmio i complessi significati di questo scontro, ma sta di fatto che, come spesso avviene in quel Paese, lo scontro spesso non è soltanto verbale, ma si accompagna a tensioni e a minacce che, come ha dimostrato l'assassinio del generale Al Haji, vanno molto al di là della dialettica a parole.
Non parlo qui di altri aspetti, pure importanti, della cooperazione con i Paesi del Maghreb, in termini economici, culturali, ma anche di sicurezza. Di tutto l'arco dei conflitti che interessano la sponda sud del Mediterraneo, voglio mettere l'accento sul fatto che, innanzitutto, esiste un'azione comune dell'Europa, molto più che alcuni anni fa. C'è una condivisione di obiettivi, un'azione comune dei Paesi europei. A mio giudizio, questa presenza europea è anche più rilevante, a partire dalla missione in Libano. In secondo luogo, direi che l'Italia ha dato e sta dando un contributo al maggiore impegno europeo nel Mediterraneo.
Il secondo punto su cui vorrei soffermarmi un attimo e concludere - poi ce ne sarebbero molti altri in materia di politiche europee - è il tema della politica dell'Europa nei Balcani. Lo dico perché questo è di grandissima attualità e di forte impegno anche per il nostro Paese. Non c'è dubbio che la politica dell'Europa nei Balcani, innanzitutto, a nostro giudizio, deve consistere nel mantenere aperta la prospettiva dell'integrazione dei Balcani occidentali nell'Unione europea. Questa prospettiva è una condizione essenziale per costruire stabilità in questa zona. È un'aspettativa largamente condivisa dai Governi e dalle opinioni pubbliche di questi Paesi e non c'è dubbio che la lunga e tragica guerra civile balcanica potrà trovare alla fine una sua definitiva dimensione di stabilità e di pace soltanto nell'Europa. Pensiamo a quanto è ancora drammatico il problema dei confini, a partire dalla vicenda del Kosovo, e come, in una prospettiva europea, questo problema è destinato a perdere largamente la sua drammaticità. Tra i pochi vantaggi dell'Europa c'è questo: l'Europa che ricomprende i Balcani, in definitiva, significa Balcani senza confini, libera circolazione, accrescimento della cooperazione tra i Paesi dell'area. Senza dubbio ciò avrebbe un valore gigantesco.
Bisogna, dunque, lavorare per accelerare questo processo e, nello stesso tempo, per governare anche, a mio giudizio, l'allargamento della NATO nella regione, altro elemento di stabilità, oltretutto perché favorisce la cooperazione militare di questi Paesi tra di loro, in una logica di visione comune della sicurezza.
Tuttavia, non voglio naturalmente nascondere che questo processo oggi si misura con la necessità di evitare che la


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decisione sullo status finale del Kosovo, anziché essere l'ultima pagina di un processo di riassetto dei Balcani, finisca per costituire l'occasione per destabilizzare e per riaprire i conflitti. Di qui, la necessità di un processo che sia governato. Purtroppo, è venuta meno la possibilità di governare questo processo attraverso l'autorità delle Nazioni Unite. Personalmente temo che la riunione di mercoledì del Consiglio di sicurezza sancirà l'impossibilità delle Nazioni Unite di governare questo processo.
Inoltre, lo sforzo compiuto, anche qui su iniziativa europea, per prolungare il negoziato diretto tra il Kosovo e la Serbia, attraverso la troika incaricata di portare avanti questi negoziati, non ha dato risultati. Tuttavia il lavoro della troika è stato positivo e certamente ha portato con sé alcuni elementi nuovi, come l'impegno solenne, degli uni e degli altri, ad agire contro ogni violenza e ad astenersi dall'uso della forza nel corso dello sviluppo degli avvenimenti, ma anche proposte che, sicuramente, potranno tornare utili. In particolare, la troika ha suggerito un insieme di patti e di vincoli tra Serbia e Kosovo, compresa la creazione di organismi comuni, che configurano un vero e proprio patto federativo. A mio giudizio, è saggio. Naturalmente non si è potuto superare l'impedimento di principio: per i serbi questo patto federativo deve avvenire nell'ambito di un'unica nazione, nella forma di una autonomia; per i kosovari, invece, come patto fra due Stati indipendenti. Insomma, lo scoglio di principio dell'opposizione fra indipendenza e autonomia non ha consentito un accordo.
Ora noi stiamo cercando di contribuire ad un processo governato, sotto la responsabilità dell'Unione europea. La decisione del Consiglio europeo di deliberare la missione europea nel Kosovo rappresenta certamente un passo molto importante; questa decisione è stata assunta nell'ultima riunione del Consiglio europeo.
Noi parteciperemo a questa missione europea. Questo significa praticamente che nel Kosovo, oltre ad esserci circa 16 mila militari della NATO, ci saranno anche circa 2 mila funzionari di diversi Paesi europei, con il compito di assistere il Kosovo in tutta l'amministrazione civile. Lo dico perché, naturalmente, quando si parla di indipendenza del Kosovo, si parla comunque di un'indipendenza molto sui generis. Infatti, l'indipendenza di una regione, occupata da 16 mila soldati e amministrata da 2 mila funzionari stranieri, difficilmente può essere chiamata «indipendenza» in senso pieno.
Non so a cosa ci troveremo di fronte. Innanzitutto abbiamo posto l'esigenza di coordinare con le autorità kosovare modalità e tempi di eventuali iniziative che essi intendano intraprendere, sforzandoci in questo senso. Comunque sia, ritengo che lo status quo non sia un'opzione possibile; non è pensabile che il Kosovo rimanga in modo indefinito un protettorato delle Nazioni Unite nel cuore dell'Europa. È evidente che la situazione della regione deve incamminarsi verso un assetto che preveda una dimensione statuale ed una responsabilità; non può rimanere a vita un protettorato internazionale.
Francamente a me sembra poco realistico, al di là del sentimento di amicizia e di collaborazione con le autorità serbe, pensare che nel Kosovo possa tornare l'autorità dello Stato serbo, intendendosi per «autorità» ciò che normalmente è l'autorità dello Stato, cioè le forze armate. Ciò a causa di una vicenda storica di cui è difficile dare la responsabilità primaria ad altri che non siano le autorità serbe; non quelle di oggi, certamente, che non hanno questa responsabilità, ma quelle di qualche anno fa. Fu la Serbia, infatti, a rompere quel patto di autonomia speciale, saggiamente scritto da Tito, per poi arrivare alle estreme conseguenze dell'invasione militare e della pulizia etnica. Questa è la storia e non la possiamo cambiare. Tuttavia, essendo stata questa la storia, sembra molto difficile pensare che il futuro del Kosovo possa essere quello di ritornare sotto la sovranità della Serbia.
Dunque ci sarà una transizione; a mio giudizio, come proponeva Ahtisaari, inevitabilmente porterà ad una piena indipendenza e sovranità, sia pure nel quadro, per


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un periodo non breve, di limitazioni, di condizionalità e di una supervisione internazionale, anche allo scopo di garantire ai serbi il rispetto delle proprie minoranze e la tutela dei luoghi sacri. Si tratta di standard che certamente la comunità internazionale deve garantire, anche meglio di come avvenuto nel corso degli ultimi anni. Bisogna dire che l'Italia si è sempre sforzata di far garantire questi standard e questo viene riconosciuto anche dalle minoranze serbe che vivono nel Kosovo. Il nostro Paese è stato, da questo punto di vista, uno di quelli che ha adempiuto ai compiti di tutela nel modo più rigoroso.
Tuttavia, credo che questo configuri non l'improvvisa indipendenza del Kosovo, ma l'avvio di un processo. Così noi cerchiamo di governare le cose. Questo processo, inoltre, dovrà avvenire sulla base di una primaria responsabilità dell'Unione europea di supervisione, di controllo e di garanzia, anche allo scopo di evitare che la questione divenga un fattore di destabilizzazione e di riapertura dei conflitti.
Questo è davvero un test primario per la politica estera europea, perché, con tutto il rispetto per la Russia, che con il suo veto impedisce al Consiglio di sicurezza di decidere, e per gli Stati Uniti, che hanno fortemente incoraggiato la linea di un'indipendenza unilaterale del Kosovo, per l'Europa si tratta di una questione fondamentale. Anche perché, alla fine, il prezzo lo pagheremo noi, sia in termini di assistenza civile, sia in termini di presenza militare. L'Europa deve riprendere nelle sue mani questo dossier e cercare di governarlo nel rispetto di altri grandi player internazionali; però, se l'Europa non riesce neanche a governare le questioni che avvengono a casa sua e a spese sue, sarà poi difficile che possa affrontare le grandi questioni globali. Per questo, davvero, il Kosovo sarà un test molto importante.

PRESIDENTE. Ministro, la ringrazio molto - e credo di farlo interpretando il pensiero dei colleghi della Commissione affari esteri - per l'ampiezza del suo intervento e la ricchezza delle argomentazioni. Riteniamo che questo sia il modo migliore di valorizzare il lavoro compiuto dalla nostra Commissione nel condurre le due indagini.
Do la parola ai colleghi che intendono porre quesiti o formulare osservazioni.

MARCO ZACCHERA. Signor Ministro, ad un certo momento della sua relazione, se non fosse stato per i baffi o per il suo tono di voce, avrei potuto pensare che stesse parlando il suo predecessore, che infatti avrebbe detto esattamente le stesse cose. È vero, perché mi ritrovo pienamente nella sua lunga introduzione. Ci sono, poi, alcuni aspetti che mi inducono a porre delle domande, ma veramente sincero è l'apprezzamento per quello che ha detto, che è largamente condivisibile.
Arrivo subito al dunque. Dividiamo per forza la discussione in due parti. La prima parte è sulla globalizzazione e la seconda sull'Europa.
Per quanto riguarda la prima, non c'è dubbio, secondo me, che l'Italia, non per colpa del Governo, è marginalizzata. Lei dice che non bisogna avere paura, ma potenzialmente noi usciremo distrutti, o comunque fortemente marginalizzati nel nuovo e futuro mondo, se le cose andranno avanti così. Non potremo non esserlo, secondo me, salvo che l'Europa diventi molto «stretta» e possa essere uno degli attori. La domanda è la seguente: cosa stiamo facendo per invertire questa tendenza? È questo il punto fondamentale.
Mi è piaciuto quando lei ha suggerito di lavorare per definire quale sia l'interesse nazionale. Sono convinto che lavorare seriamente per definire quale sia l'interesse nazionale significherebbe che opposizione più maggioranza dovrebbero essere assieme per cercare di definire queste regole. Infatti, perdiamo il 95 per cento del nostro tempo in cretinate senza renderci conto di queste emergenze. Ciò premesso, lasciamo perdere anche la sottolineatura politica che forse, per lo meno da parte sua o di buona parte del Governo, è più facile condividere l'interesse nazionale con una parte dell'opposizione piuttosto che


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con una parte della maggioranza. Si tratta solo di una battuta polemica. Tuttavia, quando, giustamente, lei sottolinea l'importanza delle nostre posizioni internazionali, della nostra presenza in Afghanistan e via dicendo, devo ricordare che da parte nostra ha sempre avuto voto favorevole, mentre una parte della sua maggioranza, non più tardi della settimana scorsa, esortava a riportare tutti a casa. Qual è la maggioranza? Quella che sfilava ieri a Vicenza contro il Dal Molin o è quella che si apre anche agli americani? Su questo, dunque, occorre mettersi d'accordo.
Il punto fondamentale, però, è quello di definire queste regole e di contribuire all'individuazione dell'interesse nazionale italiano. Infatti, di fondo, in questi giorni abbiamo votato una finanziaria che ha destinato agli esteri lo 0,47 per cento del bilancio secondo un trend in diminuzione. Allora, come possiamo pensare di essere credibili? Mi riferisco a tutti, non solo al Governo. Nell'interesse dei nostri figli dovremmo destinare il famoso «tesoretto» anche a questi temi, impegnandoci ad approfondire queste tematiche ed avere una linea condivisa.
Arrivo allora, alla prima, fondamentale domanda con la quale salto anche subito all'Europa. Se l'Europa è una sorta di «pasta» che l'Italia deve «tirare» da qualche parte, dove sono le priorità, secondo lei, verso cui l'Italia dovrebbe «tirare»? Ha accennato alla politica del Mediterraneo che effettivamente può costituire una buona direzione verso cui «tirare» la pasta. Mi scuso per la banalità dell'esempio con cui mi esprimo, ma vorrei che fosse chiaro il concetto. Posto che noi siamo a bordo di un treno - il mondo - che va in una certa direzione, cosa vogliamo fare? Vogliamo in qualche maniera - forse dovremo parlare di un aereo, più che di un treno - cambiare la rotta? Quali sono i punti fondamentali verso cui indirizzarla? In caso contrario rischiamo un immobilismo generale e alla fine penso che non riusciremo a venirne fuori. Mi accontenterei già di questa risposta, perché sarebbe interessante conoscere la sua opinione.
Passando brevemente all'Europa, se è impossibile per l'Italia governare l'«aereo-mondo», perché contiamo poco al timone dei comandi, con l'Europa possiamo farlo un po' meglio. Nei prossimi due anni, secondo lei, quali sono i punti fondamentali sui quali l'Italia dovrebbe impegnarsi? Come vorrebbe cambiare le cose questo Governo?
Su questo possiamo impegnarci, anche con questi nostri modesti lavori, per identificare l'interesse nazionale italiano che, ripeto, vale per tutti. Altrimenti realizziamo l'«OSR» (opzione Svizzera rafforzata); nell'Appenzello tirano su il ponte levatoio, chiudono la valle e si sta benissimo. Le valli ci sono anche dalle nostre parti.

GIANCARLO GIORGETTI. Si sta benissimo comunque.

MARCO ZACCHERA. Si sta benissimo comunque, ma c'è un piccolo particolare: quando chi sta fuori avrà fame, butterà giù il ponte, entrerà nella valle e se la mangerà.

RAFFAELLO DE BRASI. Volevo ringraziare, a nome del nostro gruppo, il Ministro per la disponibilità e l'attenzione che sempre mette nel suo rapporto con il Parlamento e soprattutto, in questo incontro, per la visione politica che ha proposto e che condivido.
Volevo anche portare le scuse dell'onorevole Sergio Mattarella che non può essere presente per motivi di salute. Niente di grave, ma comunque non sta bene.
Ho molto apprezzato l'idea di dotare l'Italia di un pensiero strategico che definisca l'interesse italiano nel mondo, nella consapevolezza - lo dico non in contrapposizione, ma per dialogare con l'amico Zacchera - del fatto che per l'Italia, più che per altri grandi Paesi europei, questo interesse tende assolutamente a corrispondere a quello europeo. Penso che il ruolo dell'Italia in Europa costituisca uno snodo ineludibile, e anche fecondo, di quello che l'Italia può avere nel mondo. Una delle differenze rispetto ai cinque anni precedenti


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di Governo di centrodestra molto probabilmente è proprio su questo tema, ovvero sul tema del rapporto fra l'Italia e l'Europa.
Naturalmente, quando parliamo di pensiero, intendiamo il suo nesso inscindibile, per quanto riguarda la politica, con l'azione e anche con i contenuti del suo cambiamento. Significa, nella sostanza, che mi aspetto non solo un'analisi aggiornata della situazione mondiale, in cui inserire l'interesse italiano e il suo ruolo, ma anche la capacità di proposta riformatrice da fare condividere in Europa. Come giustamente diceva il Ministro, infatti, abbiamo due opportunità: quella data dai nuovi trattati, per quanto riguarda lo stimolo che può derivarne alla definizione di una nuova politica estera europea, e quella della presidenza italiana del G8 nel 2009. D'altra parte, se la capacità riformatrice dell'Europa incontrerà una nuova leadership americana che possa e voglia promuovere un nuovo riformismo globale, multilaterale e democratico, si potrà aprire una nuova fase dopo la fine dell'unilateralismo ed anche di un multilateralismo poco efficace e poco efficiente. Nei nostri documenti questa sottolineatura è stata ripetutamente proposta. Il presidente Ranieri non ha avuto occasione di dirlo all'inizio, ma ha promosso - e la Commissione ha accettato volentieri - che la Commissione affari esteri si impegni prossimamente in un'indagine conoscitiva sui problemi e sulle prospettive del multilateralismo, proprio per dare il proprio modesto contributo. Tornando a quanto dicevo prima, se questo incontro avverrà, allora si potranno produrre novità nella governance della globalizzazione, che sono urgenti.
Per esempio, il vertice di Bali sull'ambiente sicuramente può dimostrare che quello era il risultato possibile; tuttavia, sappiamo bene che anche l'Italia ha svolto un ruolo che era ben più incalzante, sia per quanto riguardava i contenuti, sia per quanto riguardava i tempi. C'è effettivamente una difficoltà ad avere una capacità di governance efficace ed efficiente rispetto alle sfide globali.
Non so se sarà possibile arrivare ad un documento strategico discusso in Parlamento con la condivisione di tutti. L'onorevole Zacchera dice - e io ho molto apprezzato - che Fini avrebbe fatto lo stesso discorso di D'Alema; tuttavia, in verità, nei cinque anni precedenti sappiamo che non c'è assolutamente stata tutta questa concordia su molti aspetti di politica estera, a partire dall'Iraq, ma anche, ripeto, su cosa intendiamo per interesse italiano in rapporto all'Europa, oltre che rispetto a come fronteggiare i problemi della globalizzazione. Pensiamo solo - lo abbiamo scritto nel documento - al netto rifiuto del protezionismo come risposta alle contraddizioni della globalizzazione.
Uno degli effetti della globalizzazione - e concludo - è stato lo spiazzamento dell'aiuto pubblico allo sviluppo e nei nostri documenti affrontiamo in maniera abbastanza estesa anche questo tema. Lo spiazzamento non è dovuto, come ripetuto da qualcuno anche recentemente, al fatto che la globalizzazione sarà il processo in grado di sconfiggere la povertà o di farci raggiungere gli obiettivi del millennio, risultato che né l'ONU, né i contributi dei vari Paesi saranno mai in grado di ottenere, come tutte le analisi recenti dimostrano. Tale spiazzamento è invece dovuto alla questione della lotta al terrorismo, alla centralità del tema della sicurezza e anche al conseguente aumento della spesa militare, avvenuto in molti Paesi, alla presenza, come diciamo nel documento, di nuovi donatori - pensiamo solo alle fondazioni istituite dagli uomini più ricchi del mondo - ma anche al nuovo peso, come diceva giustamente il Ministro, della Cina, come si può vedere in Africa. A proposito, non sappiamo dove inserire questo continente; tra passività e speranza, tra rancore e un po' di paura, difficile da collocare in questa classificazione.
Da questo punto di vista, ho apprezzato fortemente l'inversione di tendenza operata da questo Governo, per quanto riguarda la quantità dei finanziamenti. A tal proposito, vorrei sottolineare che sono aumentati gli aiuti alla cooperazione e


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anche - l'abbiamo visto quando abbiamo discusso della finanziaria - sebbene non di moltissimo, i finanziamenti a disposizione del Ministero degli affari esteri.
È giusto sottolineare - l'abbiamo fatto anche noi - che queste risorse non sono assolutamente sufficienti. Se noi guardiamo il peso dei finanziamenti del Ministero degli affari esteri sul prodotto interno lordo, rispetto a quello dei grandi Paesi, noi siamo molto indietro, così come lo siamo per quanto riguarda anche l'aiuto allo sviluppo. C'è una inversione di tendenza, quindi, ma non quella svolta che potrà esserci solo quando saremo in grado di rispettare effettivamente gli impegni assunti a livello internazionale e quando avremo una nuova legge - questa è responsabilità del Parlamento, ovviamente - per spendere in maniera efficace e in modo efficiente questi finanziamenti.
Prima di porre la domanda al Ministro vorrei fare un'ulteriore sottolineatura: cerchiamo di non farci dire da Bono Vox, come è successo nel precedente vertice G8, che dobbiamo ancora pagare i soldi per il fondo sull'AIDS. Noi abbiamo presentato un emendamento in Commissione, che era stato approvato, affinché vi fosse un impegno pluriennale, impegno che purtroppo non è stato mantenuto per ovvie ragioni di risorse. C'è anche una proposta di legge dell'onorevole Siniscalchi, oltre che di altri colleghi, che tende a stabilizzare questo finanziamento. Ricordiamoci che la presidenza italiana del G8 è prevista nel 2009 e che per quella data non sono in bilancio i soldi per il fondo sull'AIDS; tuttavia, si è sempre in tempo per farlo nel 2008, ovviamente.
Pongo brevemente le mie due domande. Vorrei sapere se lei, Ministro, può esprimere un suo giudizio, in sede di audizione, anche personale, se lo ritiene - penso che possa farlo - sull'attuale dibattito in corso negli Stati Uniti d'America, alla Casa bianca, in particolar modo in campagna elettorale. Se, cioè, in sostanza lei vede possibili novità, al di là di quelle che già in parte si leggono, ma anche più forti, più sostanziose, nella direzione di una nuova governance democratica e multilaterale.
In secondo luogo, le chiedo se la ratifica del Trattato di Lisbona, e cioè l'istituzione dell'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, se la diplomazia europea - sappiamo che l'alto rappresentante sarà anche il vicepresidente della Commissione -, se tutto questo effettivamente sarà un stimolo, servirà e sarà in grado di dar vita ad una nuova politica estera e a quel nuovo ruolo dell'Europa, assolutamente necessari in materia di difesa e di sicurezza.

SABINA SINISCALCHI. Grazie, signor Ministro, per la sua relazione e per il tempo che ci ha dedicato; esso dimostra quanto lei condivida un principio contenuto nel nostro documento, ossia che qualsiasi strategia di governo della globalizzazione non può prescindere dal coinvolgimento e dal ruolo dei Parlamenti.
Detto questo, non so se è vero fino in fondo - riporto la sua citazione - il fatto che la politica, dentro la globalizzazione, ha eseguito solo i compiti che l'economia le ha affidato. Tuttavia, è sicuramente vero che la classe politica, anche nel nostro Paese, con la globalizzazione ha assecondato gli interessi dei grandi gruppi economici, ovvero quelli dei global player. Ha seguito e assunto passivamente la visione che stava dietro a questo modo di concepire la globalizzazione, ovvero l'idea che bastasse la supremazia del mercato, senza alcun intervento pubblico di regolamentazione, l'idea che il privato fosse più virtuoso del pubblico, l'idea che bastasse creare ricchezza senza preoccuparsi di distribuirla. Gli effetti sociali, che lei stesso ha citato, ma che sono ben descritti nel nostro documento, sono fortemente negativi. C'è la crescita delle disuguaglianze che poi produce anche insicurezza.
Inoltre, un aspetto su cui non ci siamo soffermati molto è il fatto che, dopo il dramma dell'11 settembre, la lotta al terrorismo e il confronto militare hanno occupato l'agenda politica e soppiantato altre forme di relazioni internazionali più basate sulla cooperazione. Non mi riferisco solo all'aiuto pubblico allo sviluppo, giustamente citato dall'onorevole De Brasi,


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ma anche alla cooperazione per affrontare insieme i problemi globali: dalla corruzione ai mercati finanziari senza regole che provocano crisi (come ricordava il direttore della Banca d'Italia Saccomani in un interessante e recente articolo), dai traffici illeciti alle migrazioni e all'emergenza climatica.
Quindi, a mio parere in questa situazione, quello su cui deve lavorare un Paese come il nostro è favorire sempre il negoziato multilaterale, evitando di seguire fughe unilaterali - come, devo dire, ha fatto il Governo precedente, ma non voglio aprire una parentesi di politica interna, perché è importante guardare all'esterno - come oggi potrebbe fare la Russia, per essere bipartisan. Occorre allora un negoziato multilaterale e, come lei diceva, l'ammodernamento delle istituzioni internazionali, per arrivare davvero a un diritto internazionale e a un insieme di norme condiviso, riconosciuto e, in qualche modo, vincolante.
Esiste già un sistema di convenzioni, di accordi e di trattati ultimamente messi da parte. Penso ai trattati sul disarmo, ma penso anche alle convenzioni sull'ambiente e alla convenzione sui diritti dei lavoratori migranti. Bisogna, dunque, ripartire da questi e, in sostanza, credo che un Paese che voglia davvero contribuire al governo della globalizzazione dovrebbe far derivare tutte le sue scelte da quella linea di condotta.
Concludo con una piccola provocazione: credo che non si debbano realizzare accordi di investimento con Paesi ad alto livello di corruzione, come il Guatemala di un tempo - adesso ci auguriamo che ci sia un nuovo corso -, oppure accordi di difesa con Paesi che non hanno sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare e così via. Queste dovrebbero essere le nostre linee guida.

GIANNI FARINA. Rispetto alla ripartizione suggerita nella relazione del Ministro D'Alema, dove il mondo è diviso nelle aree della speranza, del rancore e della paura, a mio avviso ne esiste una quarta, ovvero quella della disperazione, che ha perso veramente ogni speranza di progresso e di avanzamento e su cui l'Europa deve riflettere.
C'è poi l'area del rancore. Sono anche io fortemente convinto che l'unilateralismo ha fatto solo danni. Si è tentato di «affogare il pesce nell'acqua», invece di prosciugare il bacino dove il pesce del terrorismo si è generato e sviluppato e dove ha prodotto i guasti che conosciamo. Qui sta il ruolo dell'Europa e il ruolo dell'Italia nell'Europa.
Sono convinto che l'approvazione del Trattato sia un passo in avanti, anche con tutte le critiche che possiamo muovere, poiché è un passo indietro rispetto alle speranze nutrite da milioni di uomini e di donne dell'Europa. Sono convinto di questo e anche del fatto che la Carta dei diritti fondamentali sia un consistente passo in avanti, anche se ha alcuni limiti. Se vogliamo attuare una politica forte verso il «continente della disperazione», come lo sto chiamando, occorre che la Carta sia arricchita di diritti fondamentali per tutte le masse di immigrati che non fanno parte dell'Unione europea. Noi dobbiamo affrontare questo problema, perché è da lì che parte un nuovo processo di sviluppo e di speranza per il nostro continente, ma anche per milioni di uomini e di donne di quel «continente della disperazione».
Essendo esaurito il tempo a mia disposizione, con questa riflessione termino il mio intervento.

TANA DE ZULUETA. Signor Ministro, sono assolutamente d'accordo col suo suggerimento di procedere a ratifiche sincroniche. Si tratta di un percorso che è stato discusso, su iniziativa italiana, nell'ultima riunione a Bruxelles dai parlamentari europei - rappresentavo la Commissione nelle sue veci - e penso che avrà una ricaduta politica importante.
Per quanto riguarda la Carta dei diritti proclamata nuovamente la settimana scorsa, penso che essa - nel nostro documento parliamo dei diritti e del ruolo di questo capitolo nel governo della globalizzazione - contenga il percorso di globalizzazione


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dei diritti e che ciò abbia valore costituente. Il Trattato non può più essere chiamato tale, ma la Carta di fatto ha potenzialmente questo valore. Penso che Gordon Brown non fosse presente alla firma proprio per questo motivo. Tuttavia, ha firmato e questo è un enorme passo avanti per l'Europa.
Sulla globalizzazione concordo con l'analisi del Ministro D'Alema le cui riflessioni erano davvero importanti, interessanti e per noi estremamente utili. Di questo lo ringrazio. Concordo sulla conclusione che porta al necessario ritorno della politica, da contrapporre nell'ottica della governance globale a un passato di egemonia del mercato come principio chiave. Il mercato, come ha detto il mese scorso Nicholas Stern, economista tutt'altro che di estrema sinistra, ha subìto la peggiore sconfitta della storia del mondo nel non essere stato in grado di governare la questione del clima; tuttora i meccanismi del mercato non sono in grado di dare risposte in questo senso. Bali è il primo, timoroso passo in un altro senso e cioè verso un governo politico di questo fenomeno.
Sono d'accordo che di fronte a un fenomeno tanto complesso e gravido di rischi, come quello della globalizzazione, occorra un rafforzamento della multilateralità. Ho qualche dubbio quando si dice che, di fronte a nuove minacce, ci vogliono nuove risposte. L'ho sentito dire per giustificare, giustappunto, l'abbandono della legalità internazionale nella lotta al terrorismo e il ricorso alla guerra e alla violenza senza il controllo del diritto. Penso, per esempio, alle prigioni segrete, a questo capitolo oscuro della lotta al terrorismo che ha interessato anche il nostro continente, criticato dai Parlamenti, ma non ancora dai Governi. Credo nel ritorno alla centralità dei diritti e del diritto.
Concordo sull'analisi in base alla quale le istituzioni di Bretton Woods, per non diventare - come dicono gli anglosassoni - irrelevant, vanno drasticamente ripensate. Mi chiedevo, alla luce delle considerazioni sul G8, nel quale non ci sarà in futuro un solo Paese europeo, se quello del 2009, che noi presiederemo, sarà il nostro «ultimo valzer», da giocare pertanto nel migliore dei modi.
Infine, il Ministro dice che l'Unione europea non deve consolarsi con la sua forza economica, ma deve ritrovare il suo protagonismo politico. Concordo, ma purtroppo il vertice di Annapolis - ne abbiamo discusso oggi - lascia il ruolo politico agli Stati Uniti e quello di finanziatore all'Europa, per ora. Forse questa situazione potrebbe cambiare. Lo stesso vale per il Libano. L'Italia ha guidato - ed è stato un forte successo diplomatico - l'impegno europeo nella forza di interposizione ONU, ma non so se abbiamo saputo - e ritengo questo un po' pericoloso - dare un seguito diplomatico altrettanto forte nel percorso di un negoziato di pace per l'area.
Ho un dubbio simile per quanto riguarda i Balcani. Nel Kosovo, gli Stati Uniti hanno promesso da alcuni anni l'indipendenza. L'Unione europea si trova ora a gestire un percorso rischioso, perché non sarà apparentemente governato dall'ONU. Allora, senza mandato ONU, l'Unione europea si lancia nella più ambiziosa delle sue operazioni di politica di sicurezza e di difesa. Si tratta di un primo passo che ritengo potenzialmente rischioso; mi dispiace, perché a mio avviso siamo in una situazione di riduzione del danno.
Infine, vorrei porre una domanda: signor Ministro, qual è la risposta italiana alla proposta dell'Unione Mediterranea di Sarkozy? A me sembra che la soluzione più utile sia quella di ricondurre l'iniziativa politica francese nell'ambito del modello precedente, ovvero quello di Barcellona, ringraziando il Presidente per la spinta politica che ha dato alla discussione.

GIANCARLO GIORGETTI. Signor presidente, prima di tutto volevo veramente ringraziare il Ministro D'Alema per il suo intervento e il suo contributo, sottolineando ancora una volta il rispetto che dimostra nei confronti del Parlamento.
Per quanto riguarda il merito, ho apprezzato alcuni temi trattati ed il riferimento


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esplicito all'omologazione culturale e alla minaccia di identità, che hanno magari portato alla rinascita dei sentimenti delle piccole patrie, vista in termini probabilmente non troppo positivi, in quanto accumunata alla nascita dell'Islam radicale, come reazione appunto al fenomeno dell'omologazione culturale.
Condivido, inoltre, la ricetta di tornare alla politica. Ma quale politica? La politica, almeno come io la intendo, è la volontà del popolo. E come si esprime la volontà del popolo? Mi sembra che i maggiori players internazionali, che stanno così rimontando le classifiche mondiali grazie alla globalizzazione, hanno un concetto della politica e della democrazia piuttosto diverso da quello che hanno i Paesi «paurosi» che invece retrocedono. Non vorrei che il fattore competitivo di successo nella globalizzazione abbia conseguenze un po' sbrigative sulla governance e che quindi la gestione autoritaria del potere politico sia un fattore di successo in termini economici.
Le organizzazioni di cui parliamo - dal G8, alle Nazioni Unite, senza arrivare al Fondo monetario internazionale, perché mi sembra evidente ormai il suo fallimento su tutta la linea - mi sembrano strumenti molto poco democratici del multilateralismo per gestire questi fenomeni, rispetto alla potenza che dimostra comunque la politica, specie quando essa viene percepita in termini autoritari. Faccio riferimento, per arrivare a un tema forse un po' sottovalutato, anche alla Russia di Putin.
Non condivido, dunque, l'ottimismo di fondo sulla globalizzazione né il giudizio negativo sul protezionismo, tanto per intenderci, o sui paletti che si tentano di mettere. Si tratta del tentativo disperato di qualche democrazia occidentale di gestire il fenomeno con la politica e con i suoi strumenti.
Ministro D'Alema, un tema a mio avviso trascurato nel suo intervento è quello dell'energia, che è presente nel nostro contributo. Per l'energia avvengono grandi movimenti geopolitici e magari anche qualche «guerra umanitaria» o qualcosa del genere. Sull'energia si costruiscono imperi, si cerca in qualche modo di condizionare l'assetto geopolitico del mondo. Facevo ferimento prima alla Russia di Putin, ma credo che il problema riguardi anche la Cina e le sue possibilità di rimanere nel campo della competizione globale. Sull'energia, quindi, e in particolare sull'energia in Europa, sul fatto se ci sia o ci debba essere un approvvigionamento europeo, credo che qualche parola debba essere spesa.
Ultimo argomento - non posso evitarlo - è quello del Kosovo e dei Balcani. Non condivido la base di partenza, cioè che il Kosovo sia un protettorato ONU. Il Kosovo, in base alla risoluzione dell'ONU, è territorio sovrano della Serbia, certamente gestito dall'ONU.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Sotto l'amministrazione delle Nazioni Unite.

GIANCARLO GIORGETTI. Siccome le Nazioni Unite e la NATO sono state artefici della situazione creatasi in Kosovo, non credo che l'esito finale della vicenda possa essere liquidato semplicemente come una responsabilità della Serbia di Milosevic per quello che ha fatto. Tuttavia, senza stare a discutere delle responsabilità - non mi interessa fare questo - vorrei tornare alla soluzione proposta in questo momento, transitoria verso l'indipendenza della regione nell'ambito dell'integrazione nell'Unione europea.
Quanto è concreta e fattibile, in tempi ragionevoli, effettivamente, l'integrazione nell'Unione europea? Mi sembra abbastanza evidente che, dopo le ultime adesioni, la tensione favorevole ad un ulteriore allargamento non è universalmente condivisa, anzi mi sembra molto poco condivisa. Allora con quale diritto questi Paesi potrebbero avere una procedura accelerata e in quali tempi? Come ne avete discusso? Realisticamente e sinceramente, se abbiamo le idee chiare in proposito, poi potremmo anche valutare se la soluzione di un protettorato europeo transitorio per il Kosovo possa essere un'iniziativa giudicata favorevolmente.


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PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. Sarò veramente brevissima, perché hanno già detto molto i miei colleghi. Volevo intanto ringraziare il Ministro per la sua disponibilità. Mi pare molto importante il contatto che la Commissione ha con lui.
Per riprendere quello che diceva l'onorevole Giorgetti relativamente all'Europa, per governare la globalizzazione, come lei bene ha detto, i due momenti sono abbastanza interrelati: tanto meglio si governa quanto più ci si può ritrovare in questa compagine e quanto più essa è coesa. Tuttavia - e questa è una delle domande - mi pare che i recenti allargamenti allontanino, anziché avvicinarlo, il momento in cui tale compagine possa operare scelte. Ritiene quindi corretta o meno questa posizione?
L'altra domanda che volevo fare è relativa a ciò che lei ha detto in merito al G8, ma più in generale sulle grandi iniziative multilaterali del G8 e dell'ONU. Condivido l'idea che, di fronte a una sorta di ineludibilità dell'economia che considera la globalizzazione come una situazione di fatto, bisogna forse contrapporre l'ambito della politica, terreno squisitamente fatto di scelte, anziché di momenti ineludibili da dover subire.
Credo che il governo della globalizzazione, ovvero il momento delle scelte, richieda la condivisione di alcuni spazi necessariamente normativi: scelta sui diritti umani, scelta per ripristinare situazioni che ormai non sembrano più avere ragione d'essere. Per esempio, in certi casi, si è persa la nozione di diritto internazionale, perché pare che in questo momento non abbia ragione d'essere. Credo, quindi, che tutti questi temi debbano essere riportati in campo, altrimenti non si riesce a governare e, soprattutto, il terreno della politica non ha ragione d'essere né alcuno spazio. Cosa scegliamo, visto che ineludibilmente siamo oppressi dall'economia che, come bene ha spiegato, ha propri percorsi?
Queste sono le grandi domande. Mi permetta ora due piccole domande, forse minori tanto da sembrare quasi precisazioni. Signor Ministro, ha detto che l'export italiano vive un momento felice. Non ho notizie specifiche in merito, ma sicuramente lei ha informazioni che io non ho. Mi farebbe molto piacere avere dati in questo senso, che conforterebbero tutti.
Vorrei chiederle una seconda precisazione: lei ha asserito che il campo della politica deve avere una preminenza in questo momento di incertezza. Siamo tutti felici di sentirglielo dire e bisogna essere coerenti: non espropri il Parlamento di questi ambiti. Evitiamo, quindi, leggi delega, in alcuni ambiti che riguardano la politica estera, perché lo spazio per la politica è anche quello della discussione.

SANDRA CIOFFI. Cercherò di essere brevissima. Signor Ministro, la vogliamo davvero ringraziare perché, con la sua relazione, ci fa capire quanto il nostro Paese, in questi ultimi tempi, abbia dato veramente il senso di voler attuare scelte riguardo alla globalizzazione.
Mi ha colpito una sua frase, sulla quale sono pienamente d'accordo: la società civile è certamente un passo più avanti. È stata, io direi, un passo più avanti grazie anche al lavoro del Governo, in questo ultimo anno, anche nei rapporti con Paesi come la Cina e l'India. Per quel che riguarda l'export, in precedenza ci si affidava alla buona volontà dei singoli per creare rapporti economici con questi Paesi; oggi è stato fatto un ulteriore passo avanti che, però, sono convinta, deve essere potenziato attraverso maggiori strutture, anche del nostro Ministero degli affari esteri, in tutti i Paesi dove esiste la possibilità di questi scambi, attraverso l'organizzazione degli sportelli Italia e attraverso la giusta valorizzazione del nuovo ruolo del Ministro degli affari esteri in tal senso.
Infatti, la globalizzazione, per il nostro Paese, ovvero quello del made in Italy - sto parlando dell'aspetto economico - può essere certamente una grande occasione. Il nostro Paese non rientra assolutamente, in tal senso, nell'area della paura.
Le volevo porre anche un'altra domanda a proposito dell'area del rancore.


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Personalmente sono convinta che l'Italia sta svolgendo un importantissimo ruolo per cercare di diminuire l'area del rancore. Il nostro ruolo può essere determinante. Se facciamo riferimento a Stati come l'Iran, la Palestina, la Siria, in cui ci sono veramente possibilità di creare un dialogo, non pensa che l'Italia possa continuare a svolgere un ruolo fortemente significativo, anche in ambito europeo, per creare rapporti con questi Paesi?

PRESIDENTE. Do la parola al Ministro D'Alema per la replica.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Rispondo molto brevemente, perché mi sono prolungato in precedenza; partirò da una prima risposta, che però ha un valore più generale.
Credo che noi dobbiamo avere, e comunicare all'esterno, una nozione giusta sul ruolo del nostro Paese. L'Italia è un Paese importante; non è affatto un Paese marginale. L'Italia è una delle maggiori economie del mondo. Ad oggi, 50 milioni di abitanti, con un tasso di occupazione anche abbastanza basso, producono più ricchezza di quanta ne produca un Paese come l'India, che ha un miliardo di abitanti. È membro del G8; attualmente è membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; è membro del Consiglio direttivo dell'UNESCO e del Consiglio dei diritti umani. Un italiano è stato eletto presidente del Comitato ministeriale del Fondo monetario internazionale. Un ammiraglio italiano è presidente del Comitato militare della NATO. Mi fermo qui, ma potrei continuare.
Se noi diciamo che l'Italia è un Paese marginale, che devono dire, ad esempio, nei Paesi Bassi o nel Gabon? Noi siamo uno dei Paesi più importanti del mondo. A me è capitato di dire queste cose in una scuola e i ragazzi hanno manifestato grande stupore, come se questa fosse una notizia, perché, innanzitutto, noi non diamo questa percezione. Naturalmente, a volte ci sfugge il fatto che da questo derivino delle responsabilità, dei compiti e delle opportunità anche per un Paese come il nostro. Io partirei da questo, cioè dal fatto che siamo un Paese importante e che - senza volere esagerare - nell'ultimo periodo l'importanza dell'Italia si è notevolmente accresciuta. Infatti, non poche di queste acquisizioni sono recenti e meriti conquistati sul campo. Ciò che mi ha colpito è il fatto che nel Comitato ministeriale del Fondo monetario o nella NATO si è votato con voto segreto e che l'Italia non era l'unica ad aver espresso un candidato. Si tratta di riconoscimenti conquistati sul campo a scapito di altri Paesi, anzi dopo votazioni contrastate e difficili. In entrambi i casi il candidato contrapposto era sostenuto dagli Stati Uniti d'America.

GIANCARLO GIORGETTI. È per quello che il candidato italiano ha vinto.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Non lo so; comunque sia, si tratta di posizioni che dimostrano come il nostro Paese non sia irrilevante sulla scena internazionale. Ha delle responsabilità da svolgere, è riconosciuto come un interlocutore importante, ha responsabilità primarie in alcune delle aree di crisi più significative del mondo: l'Afghanistan, il Libano o i Balcani.
È anche vero che stiamo recuperando posizioni anche dal punto di vista della nostra capacità di competizione internazionale. C'è una fortissima crescita delle esportazioni italiane. Insieme alla Germania, siamo uno dei Paesi europei che ha ottenuto i risultati migliori. Malgrado l'aumento del prezzo del petrolio, che, come noto, danneggia drammaticamente la nostra bilancia dei pagamenti, il deficit relativo è passato da 19 a 7 miliardi di euro, se confrontato con la stessa data dell'anno precedente. Ciò vuol dire che c'è una fortissima espansione delle nostre esportazioni, anche grazie alla grande capacità dell'industria italiana di adeguarsi alle nuove sfide competitive.
La globalizzazione non è una sfida a somma zero. È evidente che nella graduatoria perderemo delle posizioni, anche perché è ragionevole che Paesi con un


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miliardo di abitanti prima o poi si mettano nelle condizioni di produrre di più di quelli che ne hanno 50 milioni; non possiamo lamentarcene perché in questi processi esiste una certa ragionevolezza. Tuttavia, anche noi possiamo trarne dei vantaggi in termini assoluti, anche se non in una graduatoria relativa. La globalizzazione deve essere un processo win-win, come dicono gli americani, non a somma zero che alla fine redistribuisce la ricchezza in modo che, se qualcuno ha di più, qualcun altro deve avere per forza di meno. La sfida di governare la globalizzazione consiste esattamente in questo.
E noi siamo certamente un Paese che può trarre dei vantaggi, anche per la sua straordinaria capacità di accompagnare i processi di sviluppo, persino nel nostro modello produttivo. Per esempio, noi siamo il principale esportatore al mondo di beni strumentali e di macchine utensili. Pertanto, in un mondo nel quale sono in corso grandi processi di industrializzazione, questo è uno dei volani principali delle nostre esportazioni; infatti, i Paesi che industrializzano e acquistano le macchine in misura notevole nel nostro Paese, leader, dal punto di vista economico, proprio in questo settore. Insisto, quindi, non dico su un facile ottimismo, ma sul fatto che bisognerebbe orientarci a verificare le potenzialità di questo processo per il nostro Paese e, naturalmente, anche per l'Europa, dato che considero questi aspetti collegati.
È stato chiesto quali dovrebbero essere le priorità della politica estera europea. Il discorso sarebbe lungo. A mio giudizio, la nostra principale preoccupazione è quella di spostare l'attenzione dell'Europa verso sud. L'interesse dell'Europa è stata accentrato per quindici anni sulla grande sfida del rapporto verso est e questo era anche comprensibile perché ha significato la fine della guerra fredda. Questa sfida, che ha avuto nell'allargamento dell'Unione il suo momento culminante, ha avuto un leader, cioè la Germania. La Germania ha guidato l'Europa verso est e l'unificazione tedesca è stata la premessa dell'allargamento dell'Unione europea. Io credo che i grandi Paesi dell'Europa mediterranea dovrebbero oggi cercare di spingere l'Europa a guardare a sud. Sud vuol dire Medio Oriente, vuol dire mondo islamico, vuol dire anche Africa; non c'è il minimo dubbio che le grandi sfide oggi sono nel rapporto Nord-Sud. Mi riferisco alle grandi sfide per l'economia e per l'energia e a quelle la sicurezza. Da essa scaturiscono la questione della convivenza con il mondo islamico e la sfida del fondamentalismo. Credo, quindi, che il nostro principale obiettivo dovrebbe essere questo.
Condivido l'osservazione fatta dall'onorevole Tana De Zulueta sull'Unione mediterranea, domanda che conteneva anche la risposta. È così. L'Unione mediterranea non può diventare il ghetto dei Paesi del Mediterraneo; il nostro obiettivo è quello di spostare la politica dell'Unione europea verso il Mediterraneo. Se noi ci inventiamo qualcosa che diventa alternativo rispetto al processo di Barcellona, a mio giudizio commettiamo un errore. Il problema è riempire il Processo di Barcellona di contenuti concreti in termini di cooperazione economica, cooperazione allo sviluppo, politiche di sicurezza, politica delle migrazioni. Da questo punto di vista, quindi, bisogna raccogliere l'iniziativa francese, ma anche darle un contenuto più europeo e non esclusivamente francese. È esattamente questo lo sforzo che cerchiamo di fare.
Ritengo che sia importante la ratifica del Trattato di Lisbona. Tale Trattato ha i limiti che sappiamo e non è come avremmo voluto; tuttavia, rappresenta il passo in avanti che è stato possibile fare e che non può e non deve essere sottovalutato.
Credo che una grande sfida della politica europea sarà quella di Balcani. Io insisto: credo che dobbiamo cercare di governare questo processo con gradualità e buonsenso, facendo in modo che nessuno ne esca umiliato. Ho un grande rispetto per gli argomenti che la Serbia ha proposto: quelli basati sulla difesa; quelli basati sul diritto internazionale, quelli basati sull'inviolabilità delle frontiere in Europa; quelli fondati sulla storia e sui


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sentimenti religiosi dei serbi. Quella che appare debole è la prospettiva che propongono; in definitiva loro stessi sono consapevoli che non è possibile tornare ad una sovranità serba sul Kosovo e la propongono soltanto come simulacro.
Credo che, in definitiva, una regione d'Europa senza sovranità, senza responsabilità sarebbe molto più rischiosa che se fosse indipendente in un quadro di condizionalità e di supervisione internazionale. In altre parole, la debolezza della posizione serba non è negli argomenti che portano contro l'indipendenza, che sono fondati, ma in ciò che essi propongono, ovvero qualcosa che non ha né consistenza né realismo. Neppure loro, infatti, sono in grado di immaginare che le truppe serbe tornino a presidiare i confini del sud del Kosovo. Quindi il rischio è che si crei un vuoto nel cuore dei Balcani.
Personalmente sono del parere che l'altra prospettiva ha il merito di responsabilizzare le classi dirigenti del Kosovo, perché la prospettiva dell'indipendenza, che passa attraverso una prova e una transizione, è di responsabilità. L'idea che esista un pezzo d'Europa priva di un governo responsabile di fronte alla comunità internazionale, a mio giudizio, è più rischiosa della strada, pure piena di pericoli, lungo la quale finiremo a mio giudizio per incamminarci. In quel campo, davvero «si parrà la nobilitate» dell'Europa, cioè la sua capacità di governare un processo che, in modo così delicato, coinvolge il cuore stesso dell'Europa.
Non è qui il caso di formulare giudizi sulle opinioni che oggi circolano nella campagna elettorale americana. Non so quanta influenza avrà il dibattito di politica estera, alla fine, sul voto americano. Tuttavia, esso ha un grande peso nella campagna elettorale, più che in altri momenti nel passato. Si tratta di un confronto estremamente aperto e anche, direi, abbastanza drammatico. Al centro di questo confronto, infatti, c'è la presa d'atto di una crisi della leadership americana e una discussione su come riproporre tale leadership. Da parte democratica si insiste molto sulla crisi morale della leadership americana e sull'idea di alcuni candidati - direi in modo forse più pronunciato nelle posizioni di Edwards - del re-engaging with the world che, tradotto, è il principio del multilateralismo. È l'idea di un'America che punta a esercitare il suo ruolo di guida in un quadro multilaterale, ricostruendo un rapporto con i suoi alleati e cercando di conquistare le ragioni di una leadership morale che appare appannata.
Trovo che il dibattito di politica estera che prepara le elezioni americane sia di grande interesse. Comunque, tutto il mondo politico americano, compresa l'amministrazione, è di fronte alla necessità di un cambiamento di rotta. C'è la ricerca, per esempio, di un rinnovato rapporto con l'Europa, rispetto all'esperienza unilaterale di qualche anno fa. Sottolineo questo aspetto ed è sempre meglio partire dalla verità che dalla propaganda, poi la propaganda si può anche fare. È vero che abbiamo in parte cambiato la posizione della politica estera italiana, ma è anche vero che ci siamo trovati in una situazione nuova, perché abbiamo avuto la fortuna, per certi aspetti, di andare al Governo nel momento della crisi dell'unilateralismo americano, in cui gli stessi americani in qualche modo ne prendevano atto. Certo, questo è avvenuto nelle forme in cui una grande potenza cambia politica, vale a dire senza dirlo e senza fare autocritica. Di fatto, però, viviamo un'epoca segnata dalla crisi dell'unilateralismo americano. Adesso si tratta di vedere in positivo, dopo le elezioni, se questo aprirà - come spero - una nuova stagione e su quali basi. Questa è la sfida che abbiamo di fronte, ma che rende i prossimi due anni davvero importanti dal punto di vista dell'evoluzione della situazione internazionale.
Starei attento a dare un'immagine della globalizzazione come di una competizione che fondamentalmente vede la democrazia sulla difensiva e, invece, espandersi un modello autoritario. Non è così e la realtà è molto più complicata. A parte il fatto che ci sono molte grandi potenze democratiche emergenti, dall'India, al Brasile, al Sudafrica, non è affatto vero che domina un modello autoritario. È un processo


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molto complesso e la democrazia ha delle carte da giocare, se lo fa con intelligenza e non sulla base dell'idea di potere esportare un determinato modello democratico, tanto più con l'uso della forza. Penso che anche la Cina sia un Paese nel quale lo sviluppo economico impetuoso, che comunque si accompagna ad una apertura - bene o male, con il satellite vedono le televisioni di tutto il mondo -, porta con sé inevitabilmente anche una spinta alla modernizzazione politica attraverso molti contrasti.
Io sono più ottimista sul fatto che lo sviluppo delle «forze produttive», per usare un'espressione antica - i suoi epigoni hanno fatto molti errori, ma Marx aveva detto un sacco di cose giuste - spinge anche a un cambiamento dei rapporti politici e dei rapporti di produzione. Sarei meno pessimista sul fatto che la democrazia si debba difendere con le barriere doganali, perché altrimenti saremmo schiacciati dall'autoritarismo. Naturalmente, in questo caso, essere ottimisti o pessimisti è un fatto anche di inclinazione psicologica. Vorrei dire, però, che il mestiere che faccio adesso, con vivissimo piacere, è un mestiere nel quale, anche se si è portati confrontarsi con grandi tragedie, non prevale l'angoscia, quanto piuttosto un dinamismo aperto anche a speranze positive. Direi che, se si gira per il mondo, si osserva che è piuttosto da noi che si riscontra maggiore pessimismo. In giro per il mondo non prevale un senso d'angoscia per il domani, non fosse altro perché si tratta di gente che ieri stava peggio - parliamoci chiaro - e che quindi, in definitiva, sia pure attraverso vicende drammatiche, conserva la memoria di un passato peggiore. In qualche modo, questo proietta verso una speranza nei confronti dell'avvenire.
Anche l'Africa è una realtà più complicata, in cui cominciano ad esserci, a macchia di leopardo, processi di sviluppo che naturalmente hanno bisogno di un forte sostegno internazionale. Finalmente l'Europa è tornata ad occuparsi dell'Africa dopo un silenzio di sette anni; l'ultimo vertice euro-africano si è tenuto nel 2000, assenza, a mio giudizio, aberrante. Finalmente l'Europa torna ad occuparsene e credo che questa debba essere una grande priorità.
Da ultimo, sono d'accordo sul fatto che il ritorno della politica comporti, a monte, una condivisione di princìpi e di valori; anche per questo, penso che sia importante la Carta dei diritti che il Parlamento ha fatto propria e che, quindi, è diventata parte di questo nuovo Trattato europeo, sia pure con qualche ipocrisia e con qualche incomprensibile resistenza da parte britannica. Quella Carta, infatti, non è soltanto un'elencazione di diritti ma, in qualche modo, indica valori condivisi, princìpi che sono il fondamento autentico e più importante dell'unità europea. Penso che dobbiamo attuare una politica fortemente imperniata sui diritti, sui princìpi, sui grandi diritti umani. Lo dico nelle more: una delle ragioni della mia fretta è che domani sarò a New York per partecipare ad un evento che segna indubbiamente un momento molto significativo. A proposito del fatto che l'Italia è marginale, siamo un Paese strano: se qualcuno vuole andare sui giornali italiani, deve fare una dichiarazione su Mastella o su Pecoraro Scanio. Invece, il Washington Post mi ha chiesto un articolo sulla pena di morte. Capisco che questo non conti quasi nulla nel dibattito pubblico italiano, dove ci si occupa quasi soltanto della piccola polemica. Tuttavia, l'Italia è vista nel mondo anche come il portabandiera di una battaglia che domani approda nell'Assemblea delle Nazioni Unite. Non vi dico di mettere fuori la bandiera, però teniamone conto; quando riflettiamo sul nostro Paese, teniamo conto del fatto che esiste anche questa faccia della medaglia e che siamo percepiti anche sotto questo profilo.
Infine, vengo al rapporto con il Parlamento. Non ho capito il riferimento alla delega, ma voglio essere esplicito. Ho ritirato l'emendamento alla finanziaria che aveva lo scopo di accelerare la costituzione dell'Agenzia per la cooperazione internazionale. Tuttavia, torno a dire che noi abbiamo assolutamente bisogno di questa riforma, di cui si discute da ventidue anni,


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per dare maggiore trasparenza ad efficacia alla nostra cooperazione internazionale e per cercare di coordinare l'insieme dell'impegno italiano nel mondo, che è assai maggiore di quello che conosciamo; infatti, abbiamo l'aiuto pubblico allo sviluppo, le regioni, gli enti locali, i privati, il volontariato. Dobbiamo cercare di dare a tutto questo maggiore efficacia e maggiore ordine.
So che nel dire che ci vogliono le riforme siamo tutti d'accordo e che, quando si fanno, normalmente si resta soli. Si tratta di un'esperienza che ho vissuto e vedo quante resistenze di ogni genere stanno venendo fuori contro questa riforma, perché siamo un Paese strano. Siamo rivoluzionari e conservatori: rivoluzionari a parole e conservatori nei fatti. Spero che il Parlamento aiuti questa riforma. Avevo pregato la Commissione esteri del Senato di accelerare l'esame in modo da permetterci al più presto di portare questo provvedimento alla Camera. Questa riforma non potrà che contenere una delega, perché se si deve costituire un'agenzia, una volta definiti i princìpi e le regole nel modo più circostanziato possibile, alla fine gli atti amministrativi, vòlti a costituire questa struttura, non potranno che essere delegati al Governo. Sarà una delega ristretta, limitata, però spero davvero che il Parlamento accompagni questo processo, in quanto la riforma è assai necessaria.
Ho ritirato l'emendamento che accelerava il tutto, ricevendo il plauso di tutte le forze politiche, ma anche una lettera di protesta di tutte le ONG. Di tutto posso essere accusato, ma non sono di quelli che cavalcano la società civile contro i partiti. Quella lettera l'ho tenuta in un cassetto, tuttavia, è bene che lo sappiate. Il Paese - parlo di quell'Italia che va in giro per il mondo a portare solidarietà - vuole questa riforma. Spero che tutti noi - la politica - siamo in grado di dargliela. Altrimenti, dopo ci scambieremo le colpe, come da procedura normale. Anziché realizzare le riforme, si passa il tempo a darsi la colpa gli uni con gli altri sul perché non si sono fatte. Questa facciamola!

PRESIDENTE. Ministro, la ringraziamo per la sua presenza questo pomeriggio in Commissione affari esteri e per il suo intervento. Buon viaggio e buon lavoro a New York.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16,55.