COMMISSIONE III
AFFARI ESTERI E COMUNITARI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 19 dicembre 2007


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 9.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del Viceministro degli affari esteri, Patrizia Sentinelli, sulla situazione nel Corno d'Africa e la crisi del Darfur.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del Viceministro degli affari esteri, Patrizia Sentinelli, sulla situazione nel Corno d'Africa e la crisi del Darfur. Do la parola al Viceministro Patrizia Sentinelli.

PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Inizio dandovi una notizia di speranza delle ultime ore, una notizia positiva per quanto riguarda la difficile situazione somala e la possibilità di una ripresa del processo di riconciliazione, che può considerarsi iniziato con la conferenza di riconciliazione tenutasi l'estate scorsa a Mogadiscio.
La notizia interessante, che abbiamo apprezzato, riguarda il fatto che il Premier, che ha avuto l'incarico di succedere al Premier Gedi, il Primo ministro Nur «Adde» Hussein Hassan, ha annunciato formalmente al Parlamento - in queste ore se ne dovrebbe avere la conferma - di voler dare vita a un Governo somalo molto più snello di quello presentato all'indomani della sua nomina. Tale Governo è formato da diciotto membri, per la metà presi da ambiti esterni al Parlamento stesso.
Questa notizia fa ben sperare sull'evoluzione positiva del processo, in linea con quanto già deciso dalla stessa conferenza di riconciliazione e ratificato nelle scorse settimane dal Parlamento somalo.
La comunità internazionale, che si è espressa a questo proposito, attribuisce un valore molto alto a questa decisione, che può consentire l'allargamento del dialogo e l'inclusione delle componenti della società civile somala escluse dal processo nella fase precedente, e che dunque dobbiamo seguire con grande attenzione.
Non deve mancare il riconoscimento di un'altra necessità, ovvero quella che le opposizioni si confrontino. Alcune di esse si sono incontrate e hanno costituito un gruppo permanente ad Asmara, ma al loro interno si rilevano forze interessate a partecipare al Governo in ogni modo, anche al di fuori del processo di riconciliazione, forze che quindi devono svolgere un ruolo.
Non stiamo definendo la situazione in maniera statica, ma ci stiamo confrontando con una situazione dinamica e dobbiamo poter cogliere - questa è l'impostazione del nostro Governo - gli elementi di ulteriore positività da introdurre nel processo.
Come abbiamo affermato anche in altre audizioni, abbiamo puntato sulla Carta del Governo di transizione somalo, con


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tutte le contraddizioni che può presentare una novità, che è opportuno tener presente nella nostra discussione.
Quando ho avuto modo di riferire in quest'aula e in tutte le occasioni pubbliche, ho sottolineato come nell'affrontare i temi del Corno d'Africa non sia possibile estrapolare il grave conflitto esistente in Somalia dalle questioni dell'intera regione. Voi stessi nell'invitarmi all'odierna discussione avete voluto sottoporre alla nostra attenzione la situazione del Darfur e del Sudan complessivamente inteso, con un particolare invito all'azione rivolto al Governo.
Ci stiamo infatti occupando del Corno d'Africa, un'area molto instabile e di grandissimo allarme, articolata in Etiopia, Eritrea, Somalia e Sudan.
La situazione di quell'area appare molto particolare, gravida di elementi di preoccupazione, proprio perché dinamiche rischiose sono innescate a livello regionale. Si tratta non solo della crisi somala, ma anche dell'innalzamento di tensione, che registriamo purtroppo in maniera sempre più preoccupante, tra Etiopia ed Eritrea per effetto della disputa territoriale, ma che si propaga anche ad altri aspetti e tocca altri elementi.
La mancata normalizzazione del rapporto tra Eritrea ed Etiopia è fonte di destabilizzazione della regione. Il confronto sulla Somalia merita dunque un inquadramento di carattere generale. La dirigenza etiopica accusa in questo momento l'Eritrea di sostenere i gruppi ribelli che conducono azioni di guerriglia in Etiopia, soprattutto nell'area al confine con il territorio somalo nella regione dell'Ogaden.
Nel riferire al Consiglio di sicurezza dell'ONU sulla sua recente missione nell'area, teatro di una recente offensiva del governo etiopico contro il gruppo ribelle dell'Ogaden, l'Ogaden National liberation front (ONLF), il Sottosegretario per gli affari umanitari, Holmes, ha ammonito sul rischio di una catastrofica carestia possibile, che si svilupperebbe nei prossimi mesi. La situazione appare dunque davvero allarmante.
Senza entrare nel merito della verificabilità delle accuse che Addis Abeba rivolge all'Eritrea sul sostegno materiale che quest'ultima darebbe ai gruppi ribelli che intendono destabilizzare l'Etiopia, come l'ONLF, resta l'ostilità radicata tra i due Paesi, che affonda le radici nella vecchia situazione ancora irrisolta della disputa sui confini, che si trascina dal 1998.
Gli sviluppi delle ultime settimane su questo punto non inducono all'ottimismo. La situazione a ridosso dell'area di frontiera vede anche reparti armati dei due Paesi a distanza ravvicinata, soprattutto da quando l'Eritrea ha praticamente rioccupato per intero la fascia smilitarizzata di venticinque chilometri conosciuta con il nome di Temporary Security Zone (TSZ), creata dagli accordi del 2000 all'interno del territorio eritreo. L'ingresso delle forze eritree in questa zona ha provocato la reazione di Addis Abeba, che ha ammassato forze consistenti a ridosso dell'area di confine.
Sul terreno quindi la situazione è molto tesa e sul piano politico-diplomatico purtroppo non si registrano progressi, giacché ormai da cinque anni ci si trova in una situazione di stallo. Dopo aver a lungo adottato un atteggiamento di ambiguità rispetto al verdetto del 2002 che ha delimitato il confine tra i due Paesi, solo recentemente l'Etiopia ha dichiarato di accettarlo senza precondizioni.
Ciò non si è però ancora tradotto in un consenso ad avviare la demarcazione sul terreno, che Addis Abeba subordina al verificarsi di tre condizioni: un dialogo tecnico sulle implicazioni pratiche che essa comporta, il completo ritiro delle forze eritree dalla zona di sicurezza e la cessazione di ogni azione di sostegno politico alle opposizioni armate in Etiopia.
Addis Abeba chiede inoltre l'avvio di un dialogo politico sull'insieme delle questioni bilaterali ancora irrisolte nei rapporti con Asmara, nella convinzione che, solo una volta realizzata questa condizione di dialogo concreto, si possa aprire il processo di demarcazione.


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L'Eritrea chiede invece l'applicazione integrale e immediata del verdetto e denuncia come la sua mancata traduzione nella demarcazione sul terreno sottragga ormai da cinque anni alla propria sovranità territori che la Commissione sui confini le ha assegnato. In questo momento, quindi, rifiuta quel dialogo politico cui faceva riferimento invece l'Etiopia. Dato il protrarsi di questa situazione, la Commissione internazionale creata dalle parti degli accordi pace, cui era stato conferito il mandato di delimitare e demarcare il confine, ha deciso di porre fine alla sua attività. Aveva infatti fissato a novembre scorso il termine ultimo concesso alle parti per trovare un accordo su come procedere sul terreno dell'arbitrato del 2002.
Passata la scadenza senza essere pervenuti a un accordo, la Commissione ha dichiarato di ritenere concluso il suo mandato. Non possiamo quindi più avvalerci del lavoro della Commissione. Dopo sette anni di attività, la Commissione non ha potuto fare altro che lasciare l'iniziativa alle parti.
Il nostro Governo - lo segnalo con grande equilibrio - segue la situazione, sperando che ci siano sviluppi positivi sulla disputa e che non si precipiti in una lotta armata nella regione, che potrebbe avere anche effetti ulteriormente pesanti sugli altri conflitti ancora in campo, come quello somalo.
Nei contatti bilaterali con i due Governi e agendo all'interno comunità internazionale, l'Italia non perde occasione per richiamare le due parti al massimo senso di responsabilità, sostenendo la necessità di arrivare ad un accordo, come recentemente ha fatto in sede di Consiglio di sicurezza, ma anche in ambito europeo.
La posizione italiana su questo punto è molto chiara a entrambe le parti. Abbiamo a più riprese ribadito come irrinunciabile il rispetto degli obblighi internazionali - quindi in questo caso il ritorno all'arbitrato del 2002 - nonché invitato le parti a riprendere il dialogo bilaterale, in vista del superamento delle questioni aperte, che impediscono la normalizzazione delle relazioni bilaterali.
In sede di Consiglio di sicurezza, abbiamo sostenuto l'esigenza di mantenere nella regione la missione di monitoraggio delle Nazioni unite (UNMEE), quale fattore di deterrenza politica al rischio che anche piccoli incidenti provocati dal caso possano determinare condizioni di ulteriore degenerazione.
Manteniamo nei confronti dell'Eritrea una posizione di interesse, ma molto ferma anche per il rispetto dei diritti umani, sui quali siamo impegnati. Anche con il conforto di una risoluzione che si sta preparando al Senato, abbiamo mantenuto una posizione di intervento sul lato umanitario, riservandoci di valutare iniziative di cooperazione più strutturate in un momento in cui sia possibile sostenere un rapporto bilaterale più convincente con l'Eritrea.
Anche i temi dell'Etiopia sono segnati da una buona relazione bilaterale. Come Governo, ci siamo recati frequentemente ad Addis Abeba in occasione anche dei vertici dell'Unione africana. Lo rifaremo con grande attenzione e disponibilità durante il prossimo vertice, che si terrà ad Addis Abeba alla fine di gennaio, per incontrare non solo i rappresentanti del Governo etiopico, come già abbiamo avuto modo di fare in tante occasioni, ma anche altri rappresentanti dell'Unione africana e degli altri Paesi coinvolti.
Con l'Etiopia abbiamo iniziative di cooperazione, oltre che rapporti politici di rilievo e stiamo rinegoziando il Programma Paese per i prossimi anni.
Per quanto riguarda la questione spinosa del Sudan Darfur, che mi avete segnalato con grande cura nell'ordine del giorno, abbiamo volto l'attenzione a quest'area tentando sempre di leggere la grave situazione che ancora permane in Darfur in una logica non solo regionale, ma anche riferita al Sudan. La disputa ancora irrisolta per quanto riguarda il sud Sudan non può essere dimenticata focalizzando l'attenzione solo sul Darfur, perché le situazioni devono essere lette insieme; così stiamo procedendo anche a livello della comunità internazionale.


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Il Sudan attraversa infatti una fase molto delicata in cui le difficoltà con il Comprehensive Peace Agreement (CPA), l'accordo di pace tra nord e sud, e con il Darfur non possono essere considerate separabili. I molteplici fattori che caratterizzano entrambe, anche se nascono da motivazioni del tutto diverse, finiscono oggi con l'influenzarsi reciprocamente, anche per via della fase di confronto che si è aperta nei rapporti tra i due poli principali del Governo di unità nazionale, il National Congress del Presidente Bashir e il Sudan People's Liberation Movement (SPLM), partito del Sud guidato dal vicepresidente Salva Kiir.
Alla metà ottobre, i già difficili rapporti tra le due parti sono precipitati in una crisi aperta quando l'SPLM ha sospeso la propria partecipazione al Governo nazionale in segno di protesta contro i ritardi dell'attuazione di alcuni capitoli dell'accordo di pace, che la dirigenza del partito del Sud imputa alla scarsa collaborazione del National Congress.
Il processo di pace è entrato in una fase di difficoltà, che attualmente appare in via di superamento grazie al dialogo che ha prodotto in questi giorni i primi segnali positivi nella direzione di un punto di incontro su come affrontare gli aspetti più delicati.
Desidero segnalare con particolare attenzione come, occupandoci del Corno, così come vi ho riferito, anche se parzialmente, sulla Somalia, in una situazione così complicata anche per il Sudan, qualunque finestra debba essere immaginata come possibilità di ulteriori sbocchi positivi. Quando chiediamo di seguire con attenzione e sostenere il negoziato nella comunità internazionale, indichiamo dunque passaggi assolutamente necessari per affrontare, attraverso il dialogo e il confronto, gli aspetti delicati all'interno di una situazione di grande drammaticità.
La soluzione della crisi in Sudan dipende dalla corretta attuazione del processo di pace, che condiziona la stabilità dell'intero Paese e che influenza anche la crisi del Darfur. Il confronto tra il National Congress e l'SPLM suscita perciò il particolare interesse e la preoccupazione di tutta la comunità internazionale. La tensione tra i due principali poli del Governo si inquadra nella complessa situazione interna sudanese, caratterizzata dalla debolezza intrinseca dell'SPLM e del Governo autonomo del sud Sudan, nonché dalla presenza di una serie di movimenti politici di opposizione, concordi nel criticare l'accordo di pace, il CPA. Questi movimenti ritengono infatti che, in quanto siglato tra soli due partiti, il National Congress e l'SPLM, e non da un vasto schieramento, esso possa corrispondere solo in parte alle esigenze del Paese.
Nell'intento di contribuire agli sforzi in atto per garantire concrete prospettive al processo di riconciliazione nord e sud, l'Italia ha avanzato la proposta - apparsa sui giornali e successiva alle audizioni svolte in quest'aula - di ospitare a Roma una conferenza internazionale, al fine di rilanciare l'attuazione dell'accordo di pace e valutare le possibili forme di sostegno alle due parti firmatarie. Vorremmo essere facilitatori di dialogo tra le parti sudanesi, evitando di esercitare indebite pressioni, che potrebbero rischiare di allontanare, anziché di favorire una soluzione della crisi.

MIRKO TREMAGLIA. Riguarda solo il Sudan o anche l'Etiopia?

PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Questa conferenza riguarda solo il Sudan, perché dentro il quadro regionale descritto, questo aspetto deve essere affrontato in modo particolare, poiché la situazione deriva dall'accordo che non viene sostenuto nella concretizzazione. Si tratta di un tema che è oggetto della discussione, ovvero gli introiti delle risorse petrolifere, di cui ancora non si è trovato il modo di discutere in maniera tranquilla.
Stiamo lavorando con i partner del gruppo internazionale di contatto sul Sudan, che si è riunito a Roma il 17 dicembre scorso, per monitorare l'evoluzione della situazione e verificare se sia possibile compiere quei passi, anche in considerazione


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di un'eventuale prossima riunione regionale a Nairobi dell'IGAD, l'organismo di sviluppo dell'area del Corno, che, all'inizio di gennaio, potrebbe essere dedicata all'esame del processo di riconciliazione nord-sud.
La nostra iniziativa intende anche favorire il raggiungimento di una soluzione duratura della crisi del Darfur, poiché la completa pacificazione tra nord e sud e la corretta attuazione di quell'accordo di pace sono condizioni necessarie per ristabilire un clima propizio alla ricerca di una soluzione condivisa.
Per quanto riguarda più specificatamente l'area del Darfur, certamente partecipiamo agli appelli internazionali affinché venga portata la pace in quest'area. Pochi giorni fa, a Roma, durante lo svolgimento in Campidoglio dell'ottavo summit dei premi Nobel per la pace, una sessione è stata dedicata alle vicende del Darfur.
Per favorire una soluzione sostenibile della crisi e arginare i suoi effetti destabilizzanti sul piano regionale, la comunità internazionale articola il suo intervento lungo due direttrici, la ricerca di una soluzione sostenibile del conflitto e lo stabilimento di condizioni di sicurezza sul terreno.
Il 27 ottobre scorso, a Sirte, si è avviato un processo negoziale tra Governo e ribelli non firmatari degli accordi di pace di Abuja del 2006, avvio reso possibile grazie agli sforzi del team congiunto delle Nazioni unite e dell'Unione africana. A nostro parere questo appuntamento, pur non risolutivo, oggetto di lunghe discussioni pubbliche sulla stampa, ha rappresentato una tappa importante nella ricerca della soluzione politica.
La disponibilità negoziale mostrata dal Governo di Khartoum con l'annuncio a Sirte di un cessate il fuoco unilaterale, conformemente agli impegni assunti dal Presidente Bashir e dal Ministro degli affari esteri in occasione dei colloqui di Roma, dove a settembre scorso si era incontrato con Prodi e con D'Alema, e la contemporanea assenza alla cerimonia di Sirte dei principali leader ribelli che ancora si rifiutano di partecipare al processo negoziale, hanno fatto maturare un riorientamento della comunità internazionale verso una più bilanciata ripartizione delle responsabilità, nel perdurare del conflitto tra il Governo di Khartoum e i ribelli.
Insieme all'impegno sul versante politico, è tuttavia essenziale proseguire gli sforzi per assicurare sul terreno adeguate condizioni di sicurezza per le popolazioni locali e per i più di due milioni di sfollati che vivono nei campi profughi.
Appare quindi fondamentale il tempestivo dispiegamento sul terreno della cosiddetta «forza ibrida» delle Nazioni unite e dell'Unione africana, il cui compito sarà quello di creare le condizioni di sicurezza indispensabili per proteggere le popolazioni, ma anche per sostenere, dal lato della sicurezza, l'applicazione delle intese che potranno essere raggiunte.
Il Segretario generale delle Nazioni unite ha più volte manifestato la sua preoccupazione per il ritardo nel dispiegamento di queste forze, causato dalle difficoltà insorte per alcuni «atteggiamenti ostruzionistici» adottati dal Governo di Khartoum, ma anche dal difficile reperimento di assetti logistici utili alla composizione della missione, in particolare per quanto riguarda la messa a disposizione di unità di trasporto dei contingenti.
Stiamo lavorando sia sul versante politico che su quello della sicurezza. In qualità di osservatori, abbiamo partecipato al lancio di quel processo a Sirte e assicurato il nostro contributo finanziario per sostenere le spese connesse alla prosecuzione del processo e agli sforzi congiunti di Nazioni unite e Unione africana.
Per quanto riguarda il dispiegamento della forza Unamid, oltre al contributo sul piano finanziario - siamo il sesto Paese contributore del bilancio della missione - l'Italia ha confermato anche recentemente la propria disponibilità a fornire ufficiali per il rafforzamento delle strutture di comando, mezzi aerei per il trasporto delle truppe e attività di formazione della componente della polizia militare e civile dei contingenti africani schierati in Unamid.


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L'Italia contribuisce alla missione dell'Unione africana in Darfur (AMIS), che dovrà passare le consegne alla forza ibrida, con due ufficiali schierati nell'ambito del contingente europeo e uno nell'ambito del pacchetto pesante dell'ONU a supporto della forza africana.
Per quanto concerne la situazione umanitaria, il conflitto in Darfur ha causato due milioni di sfollati, di cui una parte - 300.000 secondo le fonti internazionali - ha cercato rifugio nel vicino Ciad.
Gli aiuti internazionali sono indispensabili e dovranno affrontare la sfida non solo dell'immediato, ma anche della ricostruzione. Dovremo lavorare anche nel 2008-2009 per sostenere un piano di sviluppo soprattutto agricolo dell'intera regione.
In questo momento, gli aiuti della cooperazione italiana sono legati al Paese intero secondo una strategia unitaria, ma sul piano umanitario l'Italia è impegnata a sostenere le popolazioni colpite dalla crisi della regione, con un forte contributo in aiuti di emergenza, per il quale abbiamo erogato finanziamenti per circa 7,5 milioni di euro nel 2006, attraverso le agenzie delle Nazioni unite e successivamente ulteriori 2 milioni nel corso dell'anno.
Questo impegno umanitario si inserisce nell'ambito del nostro contributo complessivo per l'anno in corso di circa 20 milioni di euro per tutto il Sudan, conformemente agli impegni presi alla Conferenza dei donatori di Oslo del 2005, confermati nella riunione del Sudan consortium del marzo scorso.
Sul piano più strettamente politico, nel 2006 abbiamo concesso 250.000 euro all'Unione africana a favore del processo di consultazione, individuato come Darfur dialogue, per contribuire alle attività preparatorie.
Abbiamo versato inoltre una tranche di 350.000 euro in appoggio al Trust fund istituito dalle Nazioni unite per il sostegno delle iniziative congiunte con l'Unione africana, designate come attività del Joint Mediation Support Team (JMST).
Per quanto riguarda i temi più specifici e analitici dei progetti, essi sono volti al sostegno non solo del processo di pace, ma anche dell'attività agricola, in particolare di alcune sperimentazioni nei villaggi per quanto riguarda forni solari, per evitare l'uscita per la raccolta della legna e aiuto ai processi di inclusione delle donne.
Vi lascerò naturalmente gli appunti per un eventuale approfondimento. Mi permetterete, per quanto riguarda la Somalia, di fare solamente alcuni richiami sommari ai termini politici, perché già altre volte ne abbiamo discusso, lasciandovi la possibilità di formulare eventuali domande più direttamente.
Per la Somalia, si rilevano le opportunità cui mi riferivo all'inizio, che stiamo valutando con molta attenzione. È doveroso tenere presente che ci troviamo in presenza di una situazione umanitaria gravissima. Fonti ONU e dunque del Segretario generale parlano di una crisi umanitaria soprattutto nell'area di Mogadiscio e dintorni più grave di quella del Darfur. So di poter usare questo termine con grande franchezza - sebbene in queste situazioni il confronto appaia inopportuno - per darvi l'elemento della grandezza del problema e della dimensione umanitaria che richiede grandissima attenzione.
Stiamo lavorando per l'invio di beni di prima necessità, ma è necessario soprattutto affrontare la crisi umanitaria con grande generosità e determinazione, in stretta connessione con la risoluzione dei problemi politici che permangono nell'area, caratterizzata da un conflitto cronico che si trascina ormai da più di sedici anni.
Dopo il gruppo di contatto che si è tenuto a Roma nel novembre scorso, stiamo verificando la possibilità di lavorare sempre più direttamente in rapporto con il Governo transitorio, offrendo la disponibilità anche di un sostegno istituzionale, peraltro richiesto da gran parte della diaspora somala che abbiamo potuto incontrare. Anche in questo caso non posso parlarvi della diaspora come se fosse un unico elemento.


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Siamo in contatto con le donne che hanno proposto al Governo la conferenza delle donne somale svoltasi il 13 giugno scorso, perché rappresentano i soggetti più emarginati dalla riconciliazione, e che si fanno protagoniste di una proposta in grado di superare l'appartenenza clanica in virtù di un processo inclusivo e profondamente aperto di dialogo sociale. Abbiamo preso contatti con professori universitari e con coloro che svolgono attività di affari nella comunità somala e valutiamo volta per volta ciò che è possibile fare.
Sul piano dell'incontro della società civile, mi è giunta una proposta che vi porto all'attenzione, perfezionata da alcune organizzazioni non governative italiane, per realizzare una conferenza della società civile. Con il loro contributo e in loro connessione stiamo valutando la possibilità di tenerla al più presto. Non faremo mancare il nostro contributo finanziario a progetti che possano per ora essere portati avanti nelle zone meno pericolose, anche dal punto di vista della sicurezza, garantendo però un beneficio complessivo all'area.
Purtroppo ci troviamo di fronte ad una situazione preoccupante sul piano della sicurezza, non solo per il conflitto che si protrae, ma anche perché, se non viene dispiegata la forza dell'Unione africana nella dimensione immaginata e promessa - laddove oggi ci sono solo le forze ugandesi -, è impossibile pensare a un ritiro delle forze etiopiche, che, alla vigilia di Natale dell'anno scorso, sono entrate nel territorio somalo.
Abbiamo espresso la criticità del nostro Paese verso quella operazione, ma certo oggi non possiamo affermare l'esigenza di tornare indietro senza lasciare sul campo forze di sicurezza in grado di sostituire le forze etiopiche, anche perché loro stessi hanno manifestato il desiderio di compiere un passo indietro e di affidare all'Unione africana la possibilità di una difesa e di un'interposizione.
Ci troviamo quindi in una situazione aperta, molto difficile, che non possiamo con leggerezza assumere, ma certamente confidiamo che queste nuove notizie provenienti dalla Somalia possano contribuire alla soluzione politica del conflitto somalo.
Stiamo lavorando con grande attenzione anche per quanto concerne i rapporti diretti. Dopo la nomina del Premier, ho avuto la possibilità di un colloquio telefonico riservato, fuori dalla comunità internazionale. Lo stesso Primo ministro ci ha cercato direttamente segnalando un desiderio, una volontà, una disponibilità di avere un'interlocuzione particolare con l'Italia, riconosciuta come membro autorevole della comunità internazionale, in grado di portare benefici al processo di riconciliazione.
Etiopia, Eritrea, Somalia e anche Darfur o Sudan rappresentano attualmente per noi priorità politiche, come zone di rilevante instabilità nell'area, che richiedono un'attenzione e un interesse particolari del nostro Paese. Vi ringrazio.

PRESIDENTE. Grazie, Viceministro. Do ora la parola ai deputati che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

MARCO ZACCHERA. Per quanto riguarda il Sudan, vorrei chiedere come si stia comportando attualmente la Cina.
Lei ha accennato ai ribelli sottolineando anche le loro responsabilità. Vorrei sapere a quale parte dei ribelli si riferisse. Grazie.

SABINA SINISCALCHI. La descrizione che la Viceministra ci ha fatto dell'area appare disperante, soprattutto perché è un esempio di crisi provocata da tensioni interne, in particolare nel Corno d'Africa, ma anche nel Sudan, sostenuta da ingerenze esterne.
Desidero infatti ricordare come la crisi Etiopia-Somalia sia stata aperta in quell'area anche in ragione di un contenimento dell'espansione dell'Islam. L'Etiopia è stata armata e indotta a invadere la Somalia, intervento non più sostenibile, neanche dal punto di vista militare, non solo politico o sociale.
È disperante constatare come l'Africa venga piegata e utilizzata a vantaggio di


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interessi geostrategici esterni, con un costo drammatico per le popolazioni, come nel caso della Somalia.
Sono certa che il nostro Governo si stia adoperando con ogni mezzo per favorire il dialogo tra le parti. La mia domanda riguarda l'uso dello strumento della cooperazione. La Viceministra accennava a una risoluzione del Senato che riguarda l'Eritrea. Vorrei capire, perché anche lì abbiamo un Governo che, di sua iniziativa in quel caso, ha assunto un atteggiamento totalitario e un Governo che il nostro Paese ha sempre sostenuto storicamente con consistenti aiuti. La Commissione europea ha sospeso i suoi aiuti ormai da due o tre anni, per cui vorrei capire se l'Italia abbia sospeso gli aiuti diretti al Governo, mantenendo quelli umanitari, su cui non discutiamo.
Vorrei chiedere un approfondimento sulle relazioni con tutti i Paesi del Corno d'Africa, in particolare sull'uso dello strumento della cooperazione e dell'aiuto, per favorire un eventuale processo di pacificazione, che purtroppo appare ancora molto lontano.

TANA DE ZULUETA. In seguito alla domanda dell'onorevole Siniscalchi, volevo chiedere ragguagli sull'Ogaden. Il capitolo Etiopia è estremamente complesso e delicato, ma si tratta di un Paese con il quale l'Italia ha da tempo consolidato numerosi progetti di cooperazione, che sono toccati dai problemi politici aperti accennati dall'onorevole Siniscalchi.
Mi interessa in particolare il problema dell'Ogaden, divenuto improvvisamente molto acuto. Ho appreso che nell'Ogaden, in seguito alla ribellione, è in atto una lotta armata che sembra essere anche sostenuta dai Paesi confinanti, in particolare dall'Eritrea. Secondo i rapporti, si rileva l'inizio di una crisi umanitaria, se non di carestia, esasperata dal fatto che il Governo sta richiamando alle armi la popolazione civile, il personale sanitario, il personale amministrativo, gli insegnanti e altre persone. Si sta pagando un prezzo molto alto in termini di vite umane, ma questo sta anche bloccando i trasporti, e quindi il cibo, laddove l'aiuto emergenziale non raggiunge le popolazioni e il commercio è fermo.
Vorrei sapere se questo corrisponda alle notizie pervenute al Governo e come si possa intervenire.
Mi chiedo se l'Africa centrale e il Ciad potrebbero essere destinatari di un aiuto militare europeo e se questo sia stato già programmato.
Sono preoccupata del fatto che l'Unione europea, che è rappresentata in questi due Paesi dalla forza militare francese, possa non apparire neutrale nei conflitti in atto, giacché la Francia è coinvolta abbastanza pesantemente nel sostegno ai Governi attuali dei due Paesi.

PIETRO MARCENARO. Ho ascoltato con fiducia le parole del Governo che rappresentano con qualche ottimismo gli sviluppi della situazione in Somalia. Mi limito semplicemente a esprimere un dubbio su questo. Anch'io spero che la valutazione espressa dal Governo in merito a un possibile sviluppo positivo e a una ripresa del negoziato sia fondata. Per quanto riguarda però le informazioni in mio possesso e il quadro della situazione che riesco a configurarmi grazie ad alcuni contatti, ho l'impressione che in Somalia, a Mogadiscio e fuori, stia crescendo e si stia organizzando un duro sentimento antietiope, che peraltro trova giustificazione non solo nella storia di questi Paesi, ma anche nel comportamento che le «truppe di occupazione» adottano nella gestione del terreno, a Mogadiscio e fuori.
Sottolineo questo perché, come l'onorevole Sentinelli sa meglio di me, troppe volte in Somalia abbiamo assistito a una ripresa di conferenze e di rapporti, che alla fine si sono dimostrati poco più che un escamotage per affrontare situazioni contingenti e che non hanno portato a nessun risultato, come nel caso della conferenza di Nairobi e dei suoi indirizzi.
Come accennato dall'onorevole Siniscalchi, la situazione in Somalia è precipitata quando si è deciso di spezzare quel filo di negoziato fra le istituzioni uscite dalla conferenza di Nairobi e le corti


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islamiche, cui era stata affidata la speranza di un'evoluzione positiva. Indubbiamente, questo è avvenuto per tante ragioni - in una notte è cambiato il gruppo dirigente - che non voglio ricostruire in questa sede.
Mi chiedo se la politica del Governo italiano su questo aspetto non richieda anche una posizione che faccia il punto su queste vicende, e se le nostre responsabilità in quel Paese, che per tante ragioni rimangono importanti, non esigano un intervento ulteriore rispetto a quello che consiste nell'assecondare con grande impegno le tendenze positive, che faticosamente si cerca di intravedere in questo quadro drammatico, ovvero una valutazione della necessità di un impegno diverso anche da parte dell'Italia, sottolineando come il livello di deterioramento della situazione renda determinante il fattore tempo. Grazie.

MIRKO TREMAGLIA. I rapporti non sono certamente di poco conto in termini negativi e non bisogna dimenticare che vi è stata una lunga guerra tra l'Etiopia e l'Eritrea e che l'indipendenza dell'Eritrea nella programmazione risale al 1992. In quella circostanza, ci siamo recati ad Asmara e da allora i colloqui con il Presidente sono stati intensificati.
Quando ci si colloca su un piano internazionale, come avvenuto allora, e viene decisa ad esempio la questione dei confini tra l'Eritrea e l'Etiopia - che è ancora un elemento di grande attrito e di scontri talvolta sconosciuti, ma che fanno parte di questa realtà, in cui l'Italia ha interessi per quanto riguarda l'Eritrea, l'Etiopia e il Corno d'Africa - sarebbe opportuno ricominciare ad avere rapporti in particolare con l'Eritrea, che ha ragione. Altrimenti, si alimenta costantemente questo scontro. Quando infatti è stata portata la questione all'assemblea africana, è stata riconosciuto il diritto degli eritrei, ma non vi è stata l'applicazione degli accordi presi sul piano internazionale.
Non conosco gli intendimenti del Governo, ma personalmente comincerei dall'Eritrea, perché ho dovuto constatare negli anni in cui ero al Ministero, recandomi tre o quattro volte in quel Paese, come effettivamente esista questa possibilità, che è necessario ricollocare sul piano internazionale, per far sì che l'Etiopia obbedisca alle risoluzioni sui confini.
Ci dobbiamo quindi muovere nei confronti sia dell'Eritrea, che della Somalia e dell'Etiopia, con il preciso intendimento di giungere a questo insieme all'Unione africana e al Consiglio africano. Si perdono altrimenti occasioni straordinarie, perché il Presidente dell'Eritrea più volte ha ribadito e dato dimostrazione di una grande apertura per quanto riguarda i rapporti con l'Italia.
Sono a disposizione per eventuali, ulteriori informazioni e altri rapporti, perché, anche sul piano personale, i miei rapporti con il Presidente dell'Eritrea sono nettamente positivi e possono essere utili. Ne parlerò ovviamente anche con il presidente di questa Commissione.

PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. Anch'io desidero ringraziare il Viceministro per la sua relazione. Condivido pienamente le considerazioni dell'onorevole De Zulueta in merito al ruolo della Francia, precisando però che in Ciad ci sono persino dei contingenti della Legione straniera. Ritengo quindi che sia opportuno valutare con attenzione il ruolo affidato alla Francia.
Formulerò domande brevissime, perché i miei colleghi hanno già affrontato numerosi argomenti.
Per quanto riguarda i rifugiati nel Ciad, deve essere posta una particolare attenzione al fatto che in quel Paese operano i cacciatori di bambini che li reclutano come soldati e si riuniscono tutti in Ciad, dove vendono questa «merce». Lei, Viceministro, conoscerà sicuramente molto meglio di me il rapporto UNICEF in merito.
Le chiedo dunque se vi sia attenzione su questo aspetto, laddove i rifugiati in Ciad corrono questi rischi.
Lei ha sottolineato l'esigenza di accompagnare le operazioni con iniziative di sviluppo agricolo. Sicuramente per brevità


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lei ha solo accennato a questo argomento, che tuttavia è molto interessante.
Se non ho frainteso, aiutiamo l'Unione africana sia attraverso il Trust fund, con finalità che ha citato, sia direttamente. Volevo sapere se sugli aiuti diretti esista un controllo.

MIRKO TREMAGLIA. Come sono i rapporti con il Governo somalo?

PRESIDENTE. Do la parola al Viceministro per la replica.

PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Ringrazio per tutte le domande che avete posto e spero di fornire un quadro più puntuale attraverso le risposte.
Inizio da un'osservazione dell'onorevole Marcenaro, che mi sembra possa aiutare anche a rispondere agli altri quesiti posti.
Esprimendo un dubbio, l'onorevole Marcenaro parlava di un certo ottimismo del Governo italiano nel valutare la situazione somala. Desidero precisare come non si possa ravvisare ottimismo né pessimismo nell'individuare nel nuovo Governo somalo, come a noi sembra attualmente necessario, una possibilità di soluzione positiva del conflitto. Non riteniamo di trovarci in una situazione più tranquilla del passato, per cui non esprimiamo ottimismo. Guardiamo con interesse a quanto sta avvenendo perché, a nostro parere, è la carta che abbiamo di fronte. Desidero solo richiamare, come anche l'onorevole Marcenaro ha fatto, che durante il periodo delle corti islamiche non avevamo preso posizione a favore di quell'esperienza, ma certamente avevamo valutato l'esistenza di una situazione dinamica rispetto alla precedente con i signori della guerra, per cui chiamavamo la società civile a un coinvolgimento rispetto all'individuazione di una possibile soluzione, in particolare i business men, che vedevano con favore una possibile evoluzione. Ricorderete infatti l'apertura dell'aeroporto e del porto.
Oggi, in una situazione mutata, abbiamo espresso con grande rigore anche direttamente al Governo etiopico, con il quale manteniamo rapporti positivi, le nostre critiche, chiedendo di non fare quel passaggio nei mesi precedenti.
Nel corso della nostra visita ad ottobre discutemmo proprio di questo, ma dobbiamo riconoscere come l'Etiopia avesse già deciso e la notizia giunta a Natale fosse ben maturata nelle loro disponibilità.
Abbiamo espresso la nostra critica. Ora ci sono le truppe etiopiche.
Abbiamo lavorato con grande cura nei confronti dell'Unione africana per permettere il dispiegamento delle sue forze, perché altrimenti il ritiro delle forze etiopiche appare improponibile. Dal canto nostro, spingiamo perché ciò si verifichi al più presto, ma dobbiamo fornire anche un quadro di sicurezza complessiva nell'area e poi nella regione. Lavoriamo pertanto in questa direzione con gli occhi aperti sulle dinamicità possibili. Per questo, ho evidenziato come la nuovissima operazione che il Governo somalo si accinge a fare, con la composizione più ridotta e la metà - comprese le donne - del Governo preso dall'esterno del Parlamento, fosse inimmaginabile solo poche settimane fa.
L'operazione di sostituzione del Primo ministro Gedi con il ministro Hassan ha dato questo esito. Ciò non significa che siamo più tranquilli, anzi, giacché rileviamo una crisi evidente per quanto riguarda non solo il crescente malumore della popolazione nei confronti delle truppe etiopiche, ma anche la generale situazione di insicurezza.
Ricordiamo anche le denunce per quanto riguarda l'invio di aiuti umanitari, portati con difficoltà alla popolazione a causa di razzie e altri impedimenti.
Abbiamo quindi riconfermato l'incaricato speciale Raffaelli, che riteniamo possa svolgere un'opera utile anche nei confronti delle altre forze. Per questo, mi sembra importante ritornare a dialogare con le forze delle opposizioni, laddove parlarne al plurale appare più rispondente al vero. Si tratta infatti di forze diverse, dinamiche, che non rappresentano un gruppo omogeneo. Alcune di queste desiderano tornare a essere protagoniste del processo di riconciliazione.


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Sono disponibile a capire meglio con voi che cosa significhi una presenza più qualificata. A noi sembra di promuovere con grande cura questo rapporto sul piano bilaterale e su quello della comunità internazionale. Si tratta di un ruolo che ci viene riconosciuto.
Anche per quanto riguarda i rapporti con l'Eritrea o l'Etiopia citati dall'onorevole Tremaglia, abbiamo espresso - l'ha fatto anche il Ministro degli esteri D'Alema con il Ministro degli esteri eritreo - disponibilità verso un confronto bilaterale in loco, ad Asmara. Abbiamo dato l'avvio a un'istruttoria tecnica che prepari la visita.
Ho avuto modo di riferire anche recentemente al Senato che questa istruttoria tecnica sta richiedendo troppo tempo, ovvero che ci sembra di rilevare atteggiamenti dilatori, di temporeggioramento, per la realizzazione di questa missione.
In conseguenza di questa mia dichiarazione, ho ricevuto una lettera dell'ambasciatore eritreo a Roma, in cui afferma che non esiste alcuna operazione volta a dilatare il tempo, e che si ha piacere ad un incontro. Ora occorre stare ai fatti.
Vorremmo avere la possibilità di valutazione dell'aspetto tecnico, per poi procedere alla visita in loco, che ci sembra importante. Nonostante questo, per rispondere alle osservazioni dell'onorevole Siniscalchi e in parte dell'onorevole de Zulueta, abbiamo limitato la cooperazione con l'Eritrea agli interventi puramente umanitari.
Come abbiamo evidenziato nell'incontro con l'ambasciatore eritreo, non possiamo infatti restare insensibili al fatto che siano stati adottati taluni comportamenti nei confronti di alcuni esponenti di organizzazioni non governative e di religiosi, che sono stati recentemente allontanati dall'Eritrea. Si tratta di fatti che pesano sui rapporti bilaterali, ma che non ci inducono a considerare chiuso il canale di comunicazione.
Gli interventi di cooperazione sono quindi limitati a un intervento sostanzialmente umanitario. Recentemente, abbiamo finanziato in una parte dell'Eritrea la presenza di un ospedale per dare sollievo alla popolazione.
Per quanto riguarda l'Etiopia, abbiamo un rapporto bilaterale più consistente, tanto che prima accennavo al programma Paese. Onorevole Paoletti, il sostegno allo sviluppo agricolo vale sia per l'area del Sudan che per l'Etiopia stessa e anche per la Somalia. Si tratta di un'area estremamente delicata. Peraltro, il mutamento climatico è all'origine del conflitto nello stesso Darfur.
In un'area di desertificazione, di mancanza di risorsa idrica, sostenere lo sviluppo agricolo rappresenta il tema trasversale del nostro interessamento per tutta la regione del Corno, per cui stiamo lavorando.
Per quanto riguarda in particolare i problemi dell'Ogaden, ho fatto riferimento alla disputa territoriale dei confini tra Etiopia ed Eritrea nella prima parte della mia relazione e rimando a quello per rispondere più compiutamente, senza ritornare su quanto esposto. Siamo di fronte alla denuncia di una possibile carestia che potrebbe colpire l'area. Stiamo intervenendo sia dal punto di vista politico generale per la soluzione della disputa, sia in loco, per quanto riguarda l'invio di aiuti umanitari.

TANA DE ZULUETA. Il punto delicato è che chiamare alle armi il personale civile sta rendendo inattuabile anche la cooperazione. Le Nazioni unite denunciano questo. Mi chiedevo se fosse confermato.

PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Ci risultano indirettamente queste stesse denunce. Le stiamo vagliando, per cui l'approccio è complesso anche da parte nostra. La crisi esiste e interveniamo per il sollievo della popolazione. C'è il delicato problema di evitare le ingerenze, sottolineando però nei rapporti a livello multilaterale e bilaterale le scelte da evitare. Questo vale anche per quanto riguarda l'osservazione dell'onorevole Paoletti sulla caccia ai bambini soldato, il procacciamento di questa «manodopera»


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armata che ci inquieta profondamente, questione gestita nella comunità internazionale attraverso denunce e tentativi di contrasto. Si tratta di un tema delicato, su cui non si può intervenire con un colpo di maglio.
Leggo questo anche nell'intervento della Francia che, da questo punto di vista, è meno prudente in alcuni atteggiamenti, ma comunque è parte della comunità internazionale. Rispetto all'ambito multilaterale, abbiamo un rapporto intenso non solo di colloqui, ma anche di iniziative.
L'onorevole Zacchera faceva riferimento al ruolo della Cina, che meriterebbe un'attenzione particolare per quanto concerne tutta l'area subsahariana. Uno dei temi di rilievo del dibattito nel recente summit di Lisbona è stato il ruolo della Cina e dell'Europa. Sarebbe interessante tornare anche su questo punto.
In Darfur e in Sudan più propriamente, la Cina è presente con finanziamenti consistenti per il settore economico e produttivo.
Per quanto concerne l'interesse alla risoluzione politica, abbiamo avuto incontri nel corso dei recenti incontri dei vertici. In queste occasioni si ribadisce sempre l'assicurazione della risoluzione dei problemi politici. La Cina utilizza lo strumento economico finanziario per marcare una presenza. Non si è schierata, ma ha dimostrato interesse alla riconciliazione. Quindi, vi è una posizione di interesse.
Per quanto riguarda i ribelli e le divisioni, intendevo rilevare una corresponsabilità, giacché la comunità internazionale ha espresso una denuncia unilaterale. La responsabilità del Governo di Khartoum è non solo prevalente, ma quasi unica.
Ci sembra comunque doveroso individuare anche le responsabilità - e dopo Sirte questo è più chiaro - delle diverse forze ribelli, che non hanno voluto determinare una piattaforma unitaria di rivendicazioni, ribadendo un ruolo di competizione. Non si riconosce quell'accordo, perché è firmato solo da una delle forze ribelli, ma non sembra evidenziarsi la volontà di giungere a una soluzione.
In questo senso, si è evidenziata la responsabilità anche dei ribelli e non solo del Governo di Bashir.
Mi sembra di aver ripreso tutti gli argomenti. Se ci sono ancora dei chiarimenti da fornire, sono a disposizione.

PRESIDENTE. Nel ringraziare il Viceministro Sentinelli, dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 10.10.