COMMISSIONI RIUNITE
III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI) E IV (DIFESA)

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di marted́ 13 febbraio 2007


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA IV COMMISSIONE ROBERTA PINOTTI

La seduta comincia alle 14.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione del capo di Stato maggiore della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, sulla partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali, in relazione all'esame in sede referente del disegno di legge C. 2193.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del capo di Stato maggiore della difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, sulla partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali, in relazione all'esame in sede referente del disegno di legge C. 2193.
Le audizioni sono cominciate, in sede informale, questa mattina con alcune associazioni. Diamo ora il benvenuto all'ammiraglio Di Paola - che ringraziamo di essere qui. Abbiamo ritenuto importante ripetere direttamente in questa sede l'audizione già precedentemente svolta al COI.
Do quindi la parola all'ammiraglio Di Paola, capo di Stato maggiore della difesa.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della difesa. Ringrazio i presidenti delle Commissioni difesa ed esteri della Camera e tutti gli onorevoli deputati membri delle Commissioni per questa audizione, che mi consentirà - almeno spero - di fornire un quadro aggiornato degli impegni attuali delle Forze armate nell'ambito delle missioni umanitarie internazionali a supporto della pace, che si stanno svolgendo su mandato del Governo e su approvazione del Parlamento.
Nel corso della mia esposizione, farò talvolta riferimento ad alcune slides esplicative, di cui lascerò copia alle Commissioni.
Come premessa, vorrei dire che le Forze armate stanno conducendo ormai da tempo il loro complesso incarico. Dalla metà degli anni Novanta, c'è stata certamente un'intensificazione dei loro impegni, non perché le Forze armate si siano proposte per questo, ma perché la comunità internazionale ha richiesto, sempre di più, anche - e sottolineo anche - l'utilizzo di strumenti militari per le operazioni di gestione delle crisi e di supporto a quelle politiche di pace che sono certamente ispiratrici della comunità internazionale e del nostro paese.
Queste missioni si svolgono fondamentalmente nel quadro degli sforzi che la comunità internazionale sta compiendo per assicurare la stabilità e, in particolare, nel contesto dei tre grandi riferimenti internazionali dell'Italia: in primis, le Nazioni Unite, oltre all'Unione europea ed all'Alleanza atlantica, da sempre i pilastri della nostra politica internazionale (non sono io a dirlo, ma i fatti).
Alle missioni internazionali ormai considerate classiche, si affianca un altrettanto importante impegno - a livello anche bilaterale e multilaterale - delle nostre Forze armate, nell'ambito degli accordi


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di cooperazione assunti dal Governo e ratificati dal Parlamento, nell'ambito cioè di quella che normalmente si definisce la diplomazia militare: l'utilizzo dello strumento militare per stabilire cooperazione, prevenzione e, quindi, rapporti con gli altri, diversi da noi.
Oggi, in questo momento, i militari italiani schierati nei vari teatri operativi sono circa 8.500. Mi riferisco ai numeri riportati nel decreto-legge in discussione nel Parlamento italiano, che offre una visione - credo ormai ben nota a tutti voi - delle varie missioni e delle aree di impegno delle Forze armate italiane, alle quali bisogna aggiungere, perlomeno in alcuni contesti, la Guardia di finanza (che è un corpo armato, ma non una forza armata) e le Forze di polizia, che contribuiscono a questo sforzo.
Ho ritenuto opportuno evidenziare questo impegno dell'Italia nel contesto internazionale perlomeno per quanto riguarda la componente militare o comunque quelle organizzazioni di riferimento ad essa associabili, precisando che tutte le missioni che stiamo svolgendo hanno avuto una sanzione formale da parte del Parlamento e si svolgono sotto l'ombrello delle Nazioni Unite. Alcune di esse sono a specifica, diretta guida delle Nazioni Unite, che gestiscono la catena di comando e il controllo politico della missione, mentre altre sono state inviate in base ad una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e, nell'ambito di tale mandato, affidate ad altre organizzazioni per la gestione delle missioni stesse: è il caso dell'Unione europea in Bosnia o dell'Alleanza atlantica, ad esempio in Afghanistan, con l'ISAF.
Per quanto riguarda le missioni delle Nazioni Unite, l'Italia ha svolto il ruolo più evidente, più rilevante ed anche più attuale (in termini sia temporali, sia di presenza) con il suo concorso - politicamente importante - all'UNIFIL in Libano: l'Italia è oggi presente sul terreno del Libano con circa 2.450 elementi. Il nostro contributo alla missione UNIFIL - la cui area complessiva di responsabilità è compresa tra il fiume Litani e la cosiddetta blue line, la linea blu che separa il Libano da Israele - è rilevante non dal solo punto di vista della nostra presenza sul terreno, ma anche per il ruolo politico particolarmente importante assunto dall'Italia quanto a responsabilità: dal 2 febbraio si trova lì il generale italiano Claudio Graziano, generale ONU a tutti gli effetti, che ha assunto la responsabilità di force commander - comandante della missione -, succedendo al generale francese Alain Pellegrini.
Nell'ambito della missione UNIFIL, oggi l'Italia non solo ha questo ruolo di preminenza, ma è anche responsabile a livello di settore di brigata - per usare un termine operativo -, sotto la guida del generale Graziano. Se guardate la mappa, vedrete che la regione dell'UNIFIL è essenzialmente divisa in due parti: la regione sud-occidentale, sotto il controllo areale del generale italiano Gerometta, e la regione nord-orientale, sotto la responsabilità areale di un generale spagnolo. Nell'ambito dell'areale di responsabilità italiana operano non solo gli italiani, ma anche il contingente francese e quello ghanese; vi sono fisicamente presenti anche il contingente cinese - ancorché esso faccia riferimento direttamente al generale Graziano, è però fisicamente collocato in essa - ed altri contingenti minori, come quello qatariano.
Sono noti a tutti - credo più a voi che a me - gli sviluppi attuali della situazione in Libano: a sud la situazione è relativamente stabile. È d'obbligo utilizzare la parola «relativamente» perché in situazioni difficili, come quella libanese, nulla è stabile e permanente: non sarebbero altrimenti presenti anche forze militari. Sono noti, tuttavia, i fatti avvenuti pochi giorni fa, nella notte tra il 7 e l'8 febbraio, quando c'è stato un primo incidente di un certo rilievo. Avrete letto che ci sono stati scontri a fuoco nella località di Marun Aras, nel sud, proprio sulla linea blu, tanto per intenderci, nel settore occidentale di competenza del generale Gerometta, e in particolare nel sub-settore francese. Lì c'è stato uno scontro tra le forze armate libanesi - con le quali, a monte della


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risoluzione 1701, le forze di UNIFIL lavorano in stretta cooperazione - ed elementi israeliani che operavano all'interno di quello spazio, che è terra di Israele (è giusto riconoscerlo), tra la blue line e la technical fence. Quest'ultima è una rete di sorveglianza che gli israeliani hanno realizzato a sud della blue line, in territorio israeliano, come forma di protezione e salvaguardia da eventuali sconfinamenti da nord verso sud. Lo spazio che intercorre tra la technical fence e la blue line è, ripeto, territorio di Israele. In quello spazio, nella notte tra il 7 e l'8 febbraio, sono inizialmente intervenuti dei bulldozer israeliani - quindi non mezzi militari - per far saltare dei congegni esplosivi localizzati dalle forze armate israeliane. Da parte libanese, quindi da nord, c'è stato un primo intervento di tipo militare, con degli spari in aria, cui è seguito il lancio di un razzo contro carro nei confronti dei mezzi israeliani che stavano operando nell'area tra la technical fence e la blue line. A quel punto, gli israeliani hanno risposto con l'intervento di un carro armato Merkava che ha sparato un singolo colpo, senza causare grossi danni, se non il ferimento lieve di due persone di parte libanese.
L'episodio in sé, per fortuna, non ha lasciato strascichi pesanti; esso è però significativo dei rischi connessi ad una situazione sulla quale il quadro politico libanese ha un impatto evidente. È di oggi la notizia - l'avrete sentita - dell'attentato compiuto a Beirut. Non ho altre informazioni se non quelle lette sulla stampa: l'attentato è avvenuto in un quartiere a prevalenza cristiana e il conteggio delle vittime mi risulta fermo ad otto (spero sia il numero definitivo). È chiaro che il quadro politico libanese è ancora in via di ricomposizione e che esso potrebbe riflettersi in maniera non marginale sulla situazione della zona a sud del Litani, che pure è attualmente la situazione forse più tranquilla di tutto il paese.
Devo dire che nel famoso episodio del 7 ed 8 febbraio - ed è la valutazione fatta anche dal comandante delle forze ONU, il generale Graziano - il comportamento è stato responsabile sia da parte libanese, sia da parte israeliana: non c'è stata cioè la volontà, né da una parte né dall'altra, di causare un'escalation, ma solamente di sostenere le rispettive posizioni ed affermare i rispettivi punti di vista, con grande responsabilità.
Il comandante di UNIFIL ritiene che in questo episodio, pur nella sua gravità, le violazioni della risoluzione da entrambe le parti si siano avute in un contesto generale che non evidenzia la volontà di causare un'escalation del conflitto.
Ci sono ancora molte altre missioni condotte direttamente da UNIFIL. Spesso, si tratta di contributi di piccole o piccolissime unità - i numeri, come vedete, sono decisamente inferiori - che però, complessivamente parlando, hanno il loro significato. Sono tra l'altro missioni che si conducono da 30 o 40 anni: vorrei ricordare il caso di UNMOGIP o di UNTSO. La prima è la missione ONU di sorveglianza della linea di separazione tra la parte indiana e la parte pakistana del Kashmir; la seconda è invece la missione di sorveglianza del cessate il fuoco, varata dall'ONU all'epoca della prima guerra israelo-palestinese - quella del 1948 - e i cui osservatori sono presenti in Libano, Israele, Palestina e Siria, quindi lungo tutta la linea di confine tra Israele e gli altri paesi dell'area.
C'è poi l'UNFICYP, la missione ONU di osservazione della green line - la linea di separazione fra turco-ciprioti e greco-ciprioti - a Cipro.
Abbiamo poi un'altra missione di osservazione di lunga durata, MINURSO, che, per il famoso problema dell'autodeterminazione del Sahara occidentale, prosegue da almeno vent'anni.
Le Nazioni Unite sono presenti da tempo incalcolabile con queste missioni, cui noi forniamo dei contributi numericamente marginali, ma con una loro rilevanza.
Infine, c'è UNMIK, la missione delle Nazioni Unite in Kosovo, a cui l'Italia contribuisce con 33 persone, la maggior parte delle quali sono carabinieri, cui si aggiungono alcuni elementi della Guardia di finanza e della Polizia di Stato.


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Appartiene invece al gruppo delle missioni a conduzione dell'Unione Europea la missione in Bosnia. Come voi sapete, essa è subentrata alla missione SFOR (Stabilisation Force), nata in seguito agli accordi di Dayton e condotta dall'Alleanza atlantica, che è stata presente in quell'area per lunghi anni. Negli ultimi due anni, l'Unione europea è subentrata alla missione NATO con la missione ALTHEA, affiancata dalla EUPM (European Union Police Mission). Ad entrambe queste missioni l'Italia fornisce il contributo più rilevante - attualmente sono circa 900 persone -, ed in particolare per quanto riguarda EUPM oggi noi abbiamo un ruolo di assoluto rilievo, in quanto il comandante di tale missione è il generale dei carabinieri Coppola, che sta svolgendo un grandissimo lavoro. L'Unione europea - quindi i paesi dell'Unione europea -, tenuto conto dell'evoluzione positiva della situazione in Bosnia, hanno ormai già deciso una riduzione per fasi di questa missione, che prevede sostanzialmente un dimezzamento del suo contingente nel corso del 2007, e quindi, grosso modo, anche un dimezzamento del contingente italiano, il quale dovrebbe ridursi a 400-450 unità. Teniamo conto che nell'ambito dell'Unione europea si discute, di fatto, del completamento della missione propriamente militare - la missione ALTHEA - e invece di un rinforzo, quindi di un potenziamento, della missione di polizia EUPM, alla cui direzione c'è attualmente, come ho detto, un generale italiano ed a cui contribuisce in maniera significativa una componente dei carabinieri.
Altra missione di grandissima valenza politica è la missione dell'Unione europea EUBAM, impegnata sulla linea del valico di Rafah che separa la striscia di Gaza dall'Egitto. L'Unione europea ha avuto un ruolo molto importante nel raggiungimento dell'accordo che riguarda il valico di Rafah che, ne va tenuto conto, è oggi l'unico valico formalmente aperto che consenta un collegamento fra la striscia di Gaza - per il resto tecnicamente sigillata - ed il mondo esterno, in questo caso l'Egitto. È un accordo raggiunto a tre dall'Autorità palestinese, dall'Egitto e da Israele, e nel quale l'Italia, ovviamente, ha avuto un ruolo di assoluto rilievo in quanto il comandante designato dall'Unione europea è il generale dei carabinieri Pistolesi.
La missione, nei termini attuali, dovrebbe scadere a maggio ma, secondo le informazioni che abbiamo, le parti interessate (Autorità palestinese, Egitto ed Israele) intendono ovviamente chiedere alla comunità internazionale - in questo caso all'Unione europea - di continuarla anche dopo quella data. Si parla anzi addirittura di un'estensione, di un ampliamento del mandato ad altri punti di controllo, oltre a Rafah. È verosimile pensare che nel futuro questa missione dell'Unione europea, in questo momento a guida italiana, potrà continuare e dovrà consolidarsi.
Presenze altrettanto marginali dal punto di vista numerico, ma significative dal punto di vista del contributo che l'Italia dà agli sforzi dell'Unione europea, si hanno nel continente africano: penso alla presenza della missione di polizia European Police Mission in Congo, dove siamo presenti con quattro carabinieri. Vorrei ricordare che a dicembre, quindi un mese e mezzo fa, nell'ambito di questa stessa missione, è terminato il contributo dato dall'Unione europea alle Nazioni Unite per il processo elettorale, quando ci sono state le elezioni del Presidente della Repubblica democratica del Congo. L'Italia ha contributo con una componente qualitativamente molto rilevante, sebbene non quantitativamente, fornendo un velivolo C130, fondamentale per sostenere la missione.
Infine, sempre nell'ambito delle missioni europee, c'è il supporto dell'Unione europea ad AMIS (African Union Mission in Sudan), missione in cui noi, come altri paesi, diamo un piccolo contributo in termini di sostegno allo staff dell'Unione africana. La tematica inerente il Sudan - e in particolare il problema del Darfur - è molto ampia e il dibattito è in corso, quindi posso solo osservare che questo scenario, che è oggetto di attenzione per


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l'Italia, potrebbe comportare in futuro delle esigenze maggiori. Al momento attuale non ho alcun elemento specifico per dirlo, osservo solo che il Darfur è un problema all'attenzione della comunità internazionale: dell'Unione africana prima di tutto, dell'Unione europea e dell'ONU. In futuro potrebbero quindi esserci delle richieste in proposito.
Passiamo ora alle missioni più prettamente a guida NATO, ricordando anche qui che si tratta di missioni su mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (analogamente, ALTHEA è missione europea, ma autorizzata da una risoluzione ONU). Sono tutte missioni il cui mandato è autorizzato da una risoluzione del Consiglio di sicurezza, quindi da una risoluzione delle Nazioni Unite. È il caso dell'ISAF, nel cui ambito l'Italia partecipa con una presenza nell'ordine di 2 mila uomini, concentrata soprattutto in due aree.
Anzitutto, siamo presenti a Kabul con un comando - detto anche Regional command capital, comando regionale capitale - che comprende anche i dintorni della capitale; lì assicuriamo la nostra presenza, insieme ai turchi ed ai francesi, ed abbiamo la responsabilità della sicurezza della regione.
L'altra grossa area con una presenza italiana è la regione occidentale: l'Italia è non solo ad Herat, dove abbiamo i PRT, e, assieme agli spagnoli, la Forward logistic base (base logistica di supporto), ma in tutta la regione ovest, della quale siamo responsabili, avendo la leadership della missione: il comandante NATO responsabile dell'area è un italiano, il generale Satta.
L'Afghanistan è una regione molto vasta - so che molti di voi sono stati in Afghanistan ed hanno ricevuto dei briefing molto più informativi del mio sulla situazione - in cui ci sono grossi problemi di mobilità e di accessibilità. La regione ovest, a responsabilità italiana - anzi a leadership italiana, per essere più precisi, perché la responsabilità è sempre NATO -, è grande quanto il nord-ovest italiano: non è San Marino, è una regione molto ampia, con grossi problemi di viabilità.
Per quanto riguarda l'Afghanistan, non voglio ovviamente entrare - né mi compete - nelle visioni politiche: mi limito ad osservare i fatti. Come certamente saprete, c'è stata recentemente la riunione di Siviglia, durante la quale è stato confermato l'impegno multidisciplinare e multilaterale della comunità internazionale, di cui soprattutto la NATO - ma non solo - rappresenta, per quanto riguarda la sicurezza, uno dei tasselli della strategia multilaterale di rilancio, che vede comunque nelle Nazioni Unite il punto di riferimento.
Nel gennaio 2006, la comunità internazionale - è qui presente l'onorevole Boniver, uno dei protagonisti di quell'evento - ha stabilito una sorta di contratto, denominato «Afghan Compact», che ha definito un percorso. Vorrei ricordare che l'«Afghan Compact» è stato un contratto, se così possiamo dire, dalla presidenza bicefala: i due attori principali di questa conferenza sono stati il Governo afghano e le Nazioni Unite, cui poi gli altri organismi della comunità internazionale si sono associati, impegnandosi a fornire sostegno, ognuno nell'ambito delle proprie competenze, al contratto in questione. Esso è stato voluto dalla comunità internazionale a favore dell'Afghanistan per aiutarlo a diventare uno Stato responsabile nell'ambito della regione strategica dell'Asia sud-occidentale. Vorrei ricordare - ma questo lo sapete meglio di me - che a sud-est c'è il Pakistan, a est c'è la Cina, a ovest c'è l'Iran, a nord ci sono i famosi paesi caucasici dello «stan» (ex Unione Sovietica), vale a dire il Turkmenistan, il Tajikistan e l'Uzbekistan. Si tratta quindi di un'area di grande rilevanza, sotto ogni punto di vista, anche agli effetti della stabilità. C'è poi l'India, che è presente nei backbenchers. È quindi un'area di grandissima importanza per la stabilità complessiva sia di tutto il sud-ovest asiatico, sia delle zone adiacenti, vale a dire il Medio Oriente.
L'azione dell'Alleanza atlantica e del contingente italiano - che opera nell'ambito dell'Alleanza atlantica - ha lo scopo, in primis, di fornire il quadro di sicurezza, che è fondamentale per lo sviluppo. Non


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sono io a dirlo e non ho quindi nessun timore a ripetere ciò che altri, ben più autorevoli di me, hanno sempre detto, ossia che non c'è sicurezza senza sviluppo e non c'è sviluppo senza sicurezza: sono le due facce di una stessa medaglia.
Nell'ambito di questa politica generale, l'Italia è impegnata in uno sforzo, in un impegno, in un'attività che mira non solo a contribuire per quanto riguardo l'aspetto della sicurezza, che come tutti dicono è necessaria per lo sviluppo, ma anche a favorire lo sviluppo stesso; la nostra presenza non è dunque limitata al solo aspetto militare.
Vorrei far presente, ad ogni modo, che, anche per quanto riguarda l'impegno del nostro PRT ad Herat, lo sforzo che stiamo compiendo - nei limiti delle nostre possibilità, che pure non sono trascurabili - è notevole. In quella provincia il nostro PRT svolge attività di assistenza alle costruzioni: stiamo lavorando nel settore scolastico (nella relativa slide potete vedere tutti gli interventi che sono stati fatti nella provincia di Herat: sono esempi del prima e del dopo, ma chi è stato ad Herat li conosce) e nel settore di sostegno alle forze di polizia, sia afghana e locale, sia della border police (la polizia di frontiera), grazie al contributo importante che stanno dando sia i Carabinieri, sia la Guardia di finanza. Ricordo che la regione ad ovest, a leadership italiana, confina interamente con l'Iran: non credo sia una cosa marginale, dal punto di vista strategico. Stiamo poi dando supporto ai progetti per l'acqua, risorsa fondamentale per le colture e per la vita.
Questi sono dunque gli interventi che sono stati fatti nell'ambito della nostra zona di responsabilità, cui si aggiungono quelli nel settore sanitario.
Venendo alla riconversione del settore agricolo, uno dei grossi problemi che non può essere trascurato in questo contesto è il problema della droga: tutti sappiamo che l'Afghanistan è il più grande produttore mondiale di papavero da oppio. Sono molte le strategie di riconversione delle colture: quelli che vedete nella slide sono gli interventi che sono stati fatti per riconvertire certe aree adibite a produzione di oppio a produzioni agricole alternative.
Sono infine stati compiuti sforzi di vario tipo per la ricostruzione, sia nel settore del controllo del territorio, sia nel settore dell'assistenza alle municipalità, in virtù anche degli interventi approntati grazie ad alcune regioni e ad alcuni comuni italiani che hanno fornito generosamente assistenza per progetti specifici.
Sempre per rimanere nel campo delle missioni delle Nazione Unite affidate alla NATO, ci sono naturalmente i Balcani. Ho appena parlato della missione in Bosnia, che è sotto la guida dell'Unione europea, mentre la missione principale a guida NATO è quella in Kosovo, il KFOR.
Il 2 febbraio si è svolta la presentazione alle parti - sia ai kosovari, sia a Belgrado - del cosiddetto pacchetto Ahtisaari, relativo a quella che dovrebbe essere la sistemazione finale del Kosovo. Conoscete tutti i fatti, sapete ovviamente che il pacchetto è stato accolto con relativa positività da parte dei kosovari albanesi, mentre ci sono state grande resistenza e freddezza da parte dei kosovari serbi e, ovviamente, anche di Belgrado.
È un problema fondamentale, un problema di squisita rilevanza politica, su cui io non ho competenza per riflettere. Osservo solo che il grosso stato di incertezza circa quello che sarà lo stato finale del Kosovo si riflette sulla sicurezza. La missione NATO in Kosovo (KFOR), di cui l'Italia, avendone lasciato il comando non molti mesi fa, ha in questo momento il vicecomando, ha un ruolo fondamentale per il controllo del territorio kosovaro. Per non smentire le previsioni preoccupanti su possibili incidenti, voi sapete che pochi giorni fa, nella giornata di sabato, si è svolta una manifestazione da parte di un gruppo di kosovari-albanesi che si esprimevano in contrapposizione all'atteggiamento del cosiddetto Unity team, il team kosovaro-albanese che è stato controparte nella discussione del «pacchetto Ahtisaari» sullo stato finale del paese, essendo ad esso favorevole; le manifestazioni


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che ci sono state a Pristina sono sfociate, ahimè, nell'uso della violenza da parte dei dimostranti.
La polizia dell'ONU (UNMIK) aveva predisposto un piano di cordonamento delle istituzioni kosovare (governo e parlamento) allestendo delle barriere, che sono state però divelte. Ci sono stati degli episodi di violenza, la polizia dell'UNMIK ha reagito e durante gli scontri ci sono state due vittime. Anche in questo caso è intervenuta - come riserva - la MSU (che è a guida italiana in Kosovo, come dappertutto), riportando la situazione sotto controllo, senza l'utilizzo di rubber bullets (proiettili di gomma), ma soltanto attraverso l'uso legittimo di gas lacrimogeni. Con grande soddisfazione per noi italiani, il comandante di KFOR, nel commentare gli eventi, ha espresso un apprezzamento altissimo soprattutto per l'intervento della nostra MSU che, nel momento in cui UNMIK, cioè la forza di polizia ONU, si è trovata in difficoltà, è intervenuta con estrema professionalità, risolvendo la crisi senza dover ricorrere all'uso di proiettili. Credo che anche in questo caso la professionalità dei militari italiani - nello specifico la componente dei carabinieri - sia risultata esaltata.
Sempre nell'ambito delle missioni a guida NATO c'è infine anche la Active Endeavour, che è sostanzialmente una missione di controllo degli spazi marittimi del Mediterraneo, mirata soprattutto a contrastare eventuali traffici illeciti nell'ottica della lotta al terrorismo. È tuttavia chiaro che una costante presenza navale, non soltanto italiana ma di tutte le forze dei paesi alleati dell'area, contribuisce a costruire quella situazione di conoscenza di ciò che passa nel Mediterraneo di cui non solo l'Italia - posta nel cuore dell'area -, ma anche gli altri paesi che vi si affacciano, a nord sulla costa europea e a sud sulla costa africana, non possono che beneficiare. Altri paesi come la Russia e l'Ucraina hanno peraltro costantemente chiesto di associarsi a questo tipo di attività, riconoscendone il significato. Anche alcuni paesi della sponda africana hanno mostrato interesse a partecipare a questa attività di controllo della situazione nel Mediterraneo.
Per quanto riguarda l'Iraq, l'Italia - come ben sapete - ha ritirato il contingente presente a Nassiriya ed è ora presente nell'area di Baghdad, più specificamente nella località di Ar Rustamiyah, con la missione NATO Training Mission Iraq: una missione di assistenza e di training, educazione e formazione dei quadri del neo-costituito esercito iracheno.
Vengo infine alle cosiddette missioni multinazionali in formati ad hoc, nate in un certo quadro storico. Mi riferisco in particolare alla missione MFO (Multinational Force and Observer), che opera nel Sinai, nata dopo gli accordi di Camp David. Un certo numero di nazioni hanno contribuito a fornire le forze per il controllo sia della parte sud del golfo di Aqaba, dove garantiscono la libertà di navigazione nello stretto di Tiran, sia a nord, nel Sinai, con il compito di verificare che la smilitarizzazione nel confine tra Israele e Egitto fosse rispettata.
Un'altra missione che non rientra strettamente nel quadro di un'organizzazione istituzionale, ma che fa parte di un consesso di paesi, è la missione Temporary International Presence in the City of Hebron. Fa sorridere che si chiami temporary, dal momento che dura ormai da 15 anni. Come sapete, ad Hebron, una grande maggioranza di popolazione palestinese convive e coesiste con siti e colonie ebraiche: lì c'è quindi, storicamente, un problema di rapporti tra queste due comunità. La missione in Hebron serve ad assicurare una situazione di relativa tranquillità nelle relazioni fra queste due realtà. Nell'ambito della presenza temporanea in Hebron, l'Italia è presente con tredici carabinieri ed ha la responsabilità del vice-comando (il comandante è un norvegese).
Infine - credo che questo sia proprio il last, l'ultima cosa -, ci sono delle missioni di assistenza. Quella in Albania nasce dai tempi del grande flusso migratorio dall'Albania verso l'Italia: è un accordo - ratificato, ovviamente, dal nostro Parlamento


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e dal Governo albanese - che prevede una missione di assistenza sia a mare, sia, più in generale, di assistenza alle Forze armate albanesi. Lo stesso dicasi per Malta, dove c'è un accordo di cooperazione e di assistenza alle Forze armate maltesi.
Questo è il quadro complessivo degli importanti impegni che oggi l'Italia e le Forze armate - e comunque le forze che si possono ricondurre alla militarità - svolgono nel mondo. Credo siano impegni che l'Italia onora non solo con grande responsabilità, essendo parte della comunità internazionale, ma anche con la grande professionalità e la particolare capacità di gestire certe situazioni che ci vengono riconosciute dai paesi in cui operiamo, dalle popolazioni di tali paesi ed anche dai paesi amici ed alleati insieme ai quali lavoriamo: un riconoscimento - io credo - unanime. Con questo non voglio dire che siamo perfetti - grazie a Dio nessuno è perfetto, e ciò vuol dire che si può sempre migliorare -, però credo che i dati che vi ho fornito siano incontestabili. Credo, tra l'altro, che la partecipazione a queste missioni sia per le Forze armate un modo molto importante per crescere e per aiutare il processo di trasformazione che stanno a loro volta compiendo nel sostenere tali operazioni. Ritengo quindi che trasformazioni ed operazioni siano un circolo virtuoso che credo costituisca un elemento essenziale del nostro essere militari oggi, al servizio degli italiani, dell'Italia e della comunità internazionale.

PRESIDENTE. La ringrazio, ammiraglio Di Paola, per l'analisi completa di tutte le missioni. Noi approfittiamo della sua presenza perché, per suo tramite, a tutti gli uomini e le donne impegnati in tali missioni - che, come lei ci ha detto, dalle più antiche alle più nuove, possono sempre essere pericolose - possa arrivare la vicinanza di tutto il Parlamento che queste missioni discute e decide. Ci sentiamo vicini a chi concretamente mette in atto queste decisioni e opera tutti i giorni perché siano portate avanti. Siamo molto soddisfatti di quanto lei ci ha detto circa la considerazione di cui gode, a livello internazionale, l'operato delle nostre Forze armate. Debbo dire che nelle missioni che abbiamo avuto modo di svolgere come Commissione difesa - a volte anche insieme alla Commissione esteri - abbiamo percepito e sentito direttamente e concretamente molti elogi per il modo in cui le Forze armate italiane operano nei diversi territori.
Do ora la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

DARIO RIVOLTA. Ringrazio anch'io l'ammiraglio per la sua esposizione. Così come ha fatto la presidente Pinotti, voglio ribadirle che la sensazione diffusa tra i parlamentari - presumo di poterlo dire - di tutti i partiti è l'orgoglio per il senso del dovere che i nostri militari italiani dimostrano nel momento in cui sono impegnati in attività operative, in modo particolare negli scenari esteri.
Al di là di una considerazione del tutto positiva sul senso del dovere e dell'impegno, noi riscontriamo però, a volte, delle critiche su alcuni giornali stranieri nei confronti di quella che viene giudicata l'inattività dei nostri militari su alcuni teatri. Recentemente - mi stupirei sinceramente se lei non ne avesse sentito parlare -, un quotidiano italiano ha pubblicato una piccola recensione di un libro scritto da un cittadino inglese che si è trovato nel sud dell'Iraq, per conto del Governo britannico, durante la permanenza della nostra missione a Nassiriya. Questo cittadino inglese rivolge ai militari italiani l'accusa di essere rimasti - ubbidendo agli ordini - del tutto, o quasi, chiusi all'interno della loro base, quando si è verificata l'esigenza di fare diversamente, lasciando il controllo del territorio ai guerriglieri locali - si citano, se non ricordo male, i guerriglieri che facevano capo alla filiera di Al Sadr - e di non aver fatto nulla che potesse mettere a rischio la loro incolumità. Le chiedo di darci una risposta in merito a queste critiche.
La seconda domanda è molto più pressante e riguarda Afghanistan, Libano e Kosovo, tre scenari sui quali si teme, da


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parte di tutti (anche le sue parole lo hanno in parte confermato), che le situazioni possano peggiorare.
In Afghanistan è prevista, in primavera, una recrudescenza della guerriglia, soprattutto in altre aree, ma senza escludere che possano esservi anche nella provincia di Herat, la zona dove c'è la presenza principale delle truppe italiane. In Libano si teme una crisi politica che potrebbe portare a rischi effettivi per i nostri militari che lì permanessero. In Kosovo si teme ugualmente una crisi politica in merito alla non accettazione del piano Ahtisaari da parte delle autorità internazionali o anche solamente della parte serba, che potrebbe essere originata sia dall'interno della regione kosovara, sia dall'esterno.
Signor ammiraglio, lei giudica che i nostri militari siano sufficientemente equipaggiati per poter far fronte, senza correre rischi inutili, a quelli che potrebbero essere i pericoli che deriverebbero dalla recrudescenza della situazione su questi tre teatri?

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Rivolta. Ricordo che alle 15 riprenderà la seduta dell'Assemblea e che alle 15,20 avranno luogo votazioni. Essendovi molti iscritti a parlare, chiedo ai colleghi che devono intervenire di condensare le domande in modo che l'ammiraglio possa fornire le risposte.

SERGIO D'ELIA. Rivolgerò all'ammiraglio una domanda breve e molto specifica, che fa riferimento anche ad una parte della sua relazione, riguardante la zona di Herat in Afghanistan, e precisamente quella inerente la riconversione delle colture agricole.
Faccio una piccolissima premessa: una mozione approvata dalla Camera dei deputati a luglio, in occasione del finanziamento delle missioni italiane all'estero, impegnava il Governo a promuovere nelle sedi internazionali competenti «l'elaborazione», cito testualmente, «di un piano efficace di riconversione delle colture di oppio in Afghanistan, anche ai fini di una loro parziale utilizzazione per le terapie del dolore». Questa era la mozione approvata dalla Camera.
Noi sappiamo che l'attuale produzione legale di oppio per fini medici e scientifici è assolutamente insufficiente per coprire la richiesta nel campo medico della terapia del dolore.
Le chiedo se nella riconversione delle colture agricole sia tecnicamente praticabile (le decisioni politiche le assumeranno le sedi competenti), tenuto conto della sicurezza e del controllo del territorio (si può dire però che un certo controllo nella regione di Herat ci sia), una parziale trasformazione delle colture illegali - ad oggi, evidentemente - di oppio in colture legali, ai fini di un loro diverso utilizzo. Penso innanzitutto al fabbisogno nazionale afghano - la morfina, che io sappia, non esiste negli ospedali afghani - ma anche alla prospettiva di metterne una parte a disposizione dell'Organizzazione mondiale della sanità.

ELETTRA DEIANA. La ringrazio, ammiraglio Di Paola, per le utili, minute osservazioni che ci ha fornito sul complesso delle missioni.
Le vorrei porre una domanda per rispondere alla quale credo lei abbia le competenze militari e politiche. Lei sa benissimo che in sede NATO si è aperto un dibattito assai stringente, che connette il futuro e la credibilità della NATO stessa e dell'Alleanza atlantica alla possibilità concreta di vincere la battaglia in Afghanistan. Questa sembra la posta in gioco: non lo dico io, ma il Segretario della NATO. Quest'ipotesi è stata inoltre il tema ricorrente nell'ultima assemblea dei parlamentari della NATO - a cui ho partecipato - e nel vertice di Siviglia, oltre ad essere al centro del documento di Riga.
Il pressing fortissimo che è stato esercitato sui governi dei paesi NATO, compreso quello italiano, che partecipano alla missione ISAF in forme proprie - e finora mantenendo sostanzialmente fermi i caveat sull'impiego e sulla disponibilità all'impiego delle Forze armate (e parlo della Germania, della Spagna e dell'Italia) -, e questa ipotesi della campagna di primavera


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(che non si sa se partirà dalla NATO, o se si teme che venga iniziata con un esponenziale raddoppio di forze da parte dei taleban, che comunque hanno conquistato quasi tutto il territorio pashtun), sono funzionali a mettere in allarme sul destino dell'Alleanza atlantica? Le chiedo la sua valutazione sul fatto che questa sia effettivamente la posta in gioco: una valutazione che ha anche un carattere militare, ma va al di là di questo solo aspetto.
Tale questione della NATO è secondo me di estrema importanza perché - è un mio giudizio politico - rappresenterebbe un elemento di sovradeterminazione per quanto riguarda la possibilità del nostro paese di contribuire in altro modo, in tutte le sedi - compresa la NATO, evidentemente -, a risolvere la situazione afghana. Se si prospetta che la NATO possa morire lì, è chiaro che anche noi siamo sovradeterminati: si tratta di una sovradeterminazione pesantissima. Ebbene, vorrei capire se lei ha degli elementi da darci su questo punto per me essenziale.
Sempre mantenendoci, evidentemente, dentro tale quadro, vorrei inoltre capire, proprio sul piano operativo, se la nostra disponibilità a mettere dei militari italiani a disposizione del comando ISAF, in caso di campagne, sia reale, visto che il ministro Parisi l'ha dichiarata. Vorrei dunque un chiarimento su questo punto.
In ultimo, vorrei sapere se il C130 e i due Predator rappresentino una logistica aggiuntiva o siano invece funzionali a partecipare, in prima persona, alla prospettata campagna di primavera.

MARCO ZACCHERA. Faccio mia la domanda del collega Rivolta circa la sufficienza delle attrezzature e, aggiungo, degli uomini impiegati. Ebbene, vorrei sapere se, secondo lei, con le forze disponibili si possono raggiungere questi obiettivi.
Pongo inoltre la seguente domanda. Nell'audizione delle ONG di questa mattina, esse hanno espresso - direi - il sollievo di non dover più essere appoggiate, o comunque protette, dalle Forze armate nello svolgimento delle loro attività. Vorrei sapere semplicemente come la pensa su questo argomento perché, considerato che ci ha presentato le «buone cose» fatte dai nostri soldati, continuo a non capire perché non ci debba essere una stretta collaborazione tra ONG e Forze armate. Vorrei conoscere un suo giudizio al riguardo.

SALVATORE CANNAVÒ. Desidero porre tre domande molto secche.
In primo luogo, vorrei sapere se le risulta che, nel corso del 2006, ci siano stati contatti o incidenti, o qualcosa che assomigliasse a dei combattimenti, che abbiano coinvolto i soldati italiani impegnati in qualche modo in aree di combattimento in Afghanistan, anche con misure di sostegno.
Le chiedo, inoltre, quanti militari siano stati impiegati in media nel 2006. Faccio riferimento alla media per poter fare dei riscontri, considerato che, per il 2007, il decreto stabilisce la media.
Forse è una mia deficienza, ma infine le chiedo se, considerato che nel precedente decreto era indicato più chiaramente l'impiego dei mezzi tecnici e militari, mentre in quello attuale non ne ho trovato traccia (questo non riguarda lei, ovviamente), e considerato che ho sentito e letto affermazioni del ministro Parisi che facevano riferimento all'impiego di mezzi aerei (a prescindere dai nomi dei mezzi, che non mi interessano), è vero che saranno impiegati nuovi mezzi aerei in Afghanistan e per fare che cosa.

RAMON MANTOVANI. Innnanzitutto, mi associo alle parole di ringraziamento del presidente. Personalmente, la ringrazio per la correttezza con la quale si è rivolto alle Commissioni. Penso che il ringraziamento da parte dei parlamentari dovrebbe servire anche a tenere al riparo le Forze armate da qualsiasi polemica politica e strumentalizzazione, sia essa apologetica o critica in senso pregiudiziale.
Vorrei rivolgerle una domanda molto velocemente. Lei ha parlato di 8.500 unità impegnate nel complesso delle missioni. Qual è il limite di unità di cui le Forze armate italiane dispongono per poter partecipare


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a missioni internazionali? Ed eventualmente, sulla base di quali criteri militari si può, o si potrebbe, procedere ad una riselezione della nostra partecipazione alle missioni militari per corrispondere ai mandati che queste missioni militari hanno ricevuto dalle Nazione Unite? Mi interessa, ovviamente, l'aspetto specificatamente militare, perché quello politico l'ho ben presente.

PRESIDENTE. Do la parola all'ammiraglio Di Paola per la replica.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della difesa. Risponderò brevemente, perché capisco che i parlamentari saranno a breve impegnati in Assemblea.
Per quanto riguarda le domande poste dall'onorevole Rivolta in merito al libro, che ho letto, devo dire che quello che si legge non corrisponde assolutamente al vero. Non è assolutamente vero, anzitutto, che gli italiani siano stati chiusi a Fort Laramie. Indipendentemente da ogni giudizio, penso che molti di voi siano stati in Iraq e a Fort Laramie non ci siamo mai stati.
In secondo luogo, e credo sia il punto più importante, quando il contingente italiano ha lasciato Dicar, il comandante americano George Casey ed il comandante britannico hanno dato atto agli italiani di aver fatto quello che loro non sono riusciti a fare da altre parti. Queste non sono frasi mie: sono frasi di altri, e non credo siano frasi di circostanza. È anche onesto dire che Dicar non è Baghdad, né Al Anbar. Se gli italiani fossero stati ad Al Anbar, avrebbero fatto diversamente? Non lo so, ma certamente, è onesto dire che nelle regioni meridionale e centrale, dove c'erano condizioni di riferimento similari, altri, compresi gli inglesi (quelli che giudicano serenamente, non chi deve fare polemiche sui giornali), hanno detto: «Grazie italiani, speriamo che noi riusciremo a fare da altre parti ciò che voi avete fatto a Dicar». Questi sono i fatti: le accuse possono dispiacermi, ma mi lasciano assolutamente indifferente.
Per quanto riguarda i tre teatri citati, noi certamente riteniamo di essere equipaggiati al meglio di quelli che sono i nostri mezzi, le nostre possibilità e le nostre dotazioni: relativamente parlando, credo non abbiamo nulla da invidiare ad altri. Per quel tipo di missioni abbiamo oggi degli equipaggiamenti ragionevoli. Che poi si tratti di tutto ciò di cui abbiamo bisogno o che, nell'ambito del dibattito politico, ci siano altre sensibilità, tutto questo appartiene ad un altro discorso. Certamente, si può sempre fare di meglio e si può sempre avere di più. Con tutta onestà, dico però che i mezzi che oggi abbiamo sono ragionevolmente adeguati alle missioni che stiamo svolgendo.
Per quanto riguarda la domanda dell'onorevole D'Elia, il problema delle coltivazioni di oppio è chiaramente di dimensioni enormi in quel paese. La sostituzione dell'oppio con colture alternative è in atto, ma ciò non vuol dire che tutti i campi di oppio debbano essere sostituiti. Certamente, è possibile, se c'è una determinazione o un orientamento in questo senso, avere delle zone di produzione controllata, ma nei limiti in cui si può controllare anche la gestione dell'oppio a valle del processo di coltivazione, cosa che va ben al di là delle capacità militari di controllo della produzione. I programmi che abbiamo in atto sono invece dei piccoli programmi, ma ognuno mette la sua goccia d'acqua nel bicchiere: si tratta di programma rivolti alle colture alternative, ma dobbiamo tenere presente che parliamo di quantità molto piccole, che pure sono realtà con una loro rilevanza. Certe cose possono essere fatte, ma non credo che l'uso dell'oppio a scopo terapeutico sia da solo la soluzione al problema della produzione oppiacea in Afghanistan: è una produzione di tali dimensioni che tale uso non può chiaramente essere la fonte di sostentamento del paese.
Per quanto riguarda la domanda dell'onorevole Deiana, l'Alleanza atlantica non ha bisogno dell'Afghanistan per sopravvivere. Personalmente, non condivido la visione del problema in questi termini, ancorché sia vero che il suo Segretario generale e tutti i governi dei paesi che ne fanno parte abbiano detto che l'Alleanza


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atlantica è impegnata in maniera importante nell'Afghanistan. Certamente, un fallimento in Afghanistan avrebbe riflessi sull'organizzazione impegnata, ma questo varrebbe anche per un fallimento dell'ONU in Libano o in altre missioni: qualsiasi organizzazione impegnata in importanti missioni risentirebbe di eventuali fallimenti delle stesse. Ritengo però che il fallimento della missione in Afghanistan sarebbe un problema soprattutto per quello stesso paese: è l'Afghanistan il problema. Non mi riferisco solo alla gente - i 25 milioni di afghani - ma anche a quello che l'Afghanistan rappresenta, come ho cercato brevemente di illustrare, in una visione geopolitica della realtà dell'Asia occidentale, del Golfo Persico e del Medio Oriente.
Il primo problema quindi è la situazione dell'Afghanistan, il secondo gli equilibri. Certamente, per una organizzazione che è impegnata in questo senso, un fallimento su quello scenario comporterebbe degli impatti, ma non credo che il problema vada letto in questi termini.
Quanto poi al discorso della sovradominanza, mi consenta, si tratta di un discorso veramente molto politico. Vorrei però ricordare che non esiste qualcosa che si chiama «mister NATO»: esistono i paesi, inclusa l'Italia, che fanno parte dell'Alleanza, e quindi le decisioni che l'Alleanza prende sono decisioni consensuali e condivise, così come lo sono nelle altre organizzazioni di cui siamo parte; anche quando l'Unione europea assume delle decisioni, esse sono consensuali. Credo quindi che sarebbe responsabile rendersi conto del fatto che tutti noi contribuiamo a queste decisioni assunte dalle organizzazioni internazionali.
A volte (ma questo vale in tutte le realtà del mondo), quando si è parte di una organizzazione, c'è un dibattito, e alla fine si costruisce un consenso. Premesso che questo è un giudizio politico, non capisco bene il concetto di sovradominanza: noi siamo la NATO, così come lo sono gli altri 25 paesi; noi siamo le Nazioni Unite, così come lo sono gli altri 185 paesi; noi siamo l'Unione europea, così come lo sono gli altri 27 paesi che insieme a noi ne fanno parte. Credo quindi che sia una questione di compartecipazione alle scelte, e non una questione di qualcun altro che ci impone qualcosa.
Per quanto riguarda la domanda dell'onorevole Zacchera sul fatto se ci siano abbastanza truppe, noi ci muoviamo nell'ambito di alcune direttive ed indicazioni che il Parlamento e il Governo ci danno e, in ragione delle forze che possiamo schierare, cerchiamo di calibrare il nostro raggio d'azione. Non c'è dubbio, ad esempio, che l'ovest dell'Afghanistan sia una zona ampia. Basti pensare alla densità di forze presenti in Libano, rispetto all'Afghanistan. È però anche vero che gli scenari sono diversi e che non si possono, né si debbono fare delle equazioni matematiche in questo ambito. Ritengo che noi cerchiamo di adeguarci alle situazioni, nell'ambito degli orientamenti espressi da Governo e Parlamento. Certo, l'Afghanistan è una zona ampia, ma soprattutto è una zona di difficoltà nei tempi della mobilità.
Per quanto riguarda il discorso delle ONG, non posso che rispettare il parere di chi esprime visioni di un certo tipo. Personalmente, le trovo un po' in contrasto con quello che non io, ma tutti quanti diciamo, cioè che per risolvere i problemi ci vuole una strategia comprensiva, una comprehensive strategy: occorre lavorare insieme e coordinarsi. Se queste ONG dicono di non volersi coordinare, siamo di fronte a qualcosa che mi sfugge. Può anche essere che in certe realtà locali e puntuali sia meglio avere una netta separazione - non lo so -, ma concettualmente parlando mi sembra che tutto il mondo, comprese le Nazioni Unite, in cui noi giustamente ci riconosciamo, parli di strategia complessiva e dell'utilizzo di tutti gli strumenti, incluso quello militare, in maniera coordinata. Se non ci fosse bisogno di noi, noi non saremmo lì, così come non saremmo da altre parti e l'ONU non ci chiederebbe ulteriori forze. Sinceramente, non ho piena comprensione della giustificazione di chi afferma che ognuno debba andare per i fatti propri; mi sembra che tale affermazione sia espressione dell'esatto


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contrario di quell'approccio sinergico che tutti tanto richiamano e nel quale credo di riconoscermi appieno.
Ritengo quindi che la questione riguardi maggiormente il doversi un rispetto reciproco ed il lavorare insieme: così come noi abbiamo bisogno dell'azione fondamentale delle ONG, credo che anche le ONG abbiano bisogno dell'azione degli altri organismi, incluse quelle forze militari che, laddove ce ne sia bisogno, offrono un quadro di sicurezza. Credo che la frase «non c'è sviluppo senza sicurezza e non c'è sicurezza senza sviluppo», laddove per sviluppo si intende anche l'assistenza umanitaria, sia più che mai vera.
L'onorevole Cannavò mi ha chiesto se ci siano state situazioni di combattimento. Anche su questo vorrei essere preciso: cosa vuol dire «situazioni di combattimento»? Le forze italiane - in generale, nell'ambito della missione - non cercano lo scontro. Certo, se qualcuno mi sparasse, cercherei quanto meno di evitare i colpi! Ci possono essere state situazioni del genere, però non significative (e non lo dico per schivare la domanda). Non ci sono state situazioni di vera conflittualità. Credo però sia legittimo che le forze investite dell'uso legittimo della forza presenti in Afghanistan (così come negli altri territori, il Kosovo ed il Libano) possano farne uso, se necessario: cosa staremmo a fare lì, altrimenti? Siamo lì per garantire la sicurezza. Se qualcuno cerca di contrastare questo regime di sicurezza, l'uso della forza è legittimo, così come lo è nel territorio nazionale, da parte della Polizia nazionale, che usa legittimamente la forza quando viene provocata ad usarla. Per principio, noi non andiamo a cercare gli scontri. Comunque, ritornando alla sua domanda, non ci sono state situazioni specifiche e puntuali.
Per quanto riguarda la media delle presenze nel 2006, tenuto conto che nei primi cinque mesi del 2006 abbiamo avuto il comando della forza ISAF, abbiamo avuto una media - credo - di 2.100-2.150 persone, con picchi di 2.350 quando, nei primi mesi dell'anno, a Kabul c'era il generale Del Vecchio e contemporaneamente, sempre a Kabul, avevamo il comando della brigata multinazionale.
Per quanto riguarda i mezzi aerei, infine, parliamo di elicotteri, del C130 e degli UAV, che sono mezzi fondamentali per la mobilità e, in particolare gli UAV, per la sorveglianza del territorio. Essi rappresentano un modo di supplire alla difficoltà di essere fisicamente presenti con l'uomo su una regione così vasta, non solo perché se si volesse avere un controllo soltanto con l'elemento umano ci vorrebbero tantissimi uomini, ma anche perché la mobilità è oggettivamente difficile. Le strade non ci sono ed è quindi bene avere una componente aerea, anche per spostarsi rapidamente, nelle situazione di crisi. Questo è il lavoro della nostra componente aerea.
Per quanto riguarda la domanda dell'onorevole Mantovani, credo che i mezzi a disposizione delle nostre missioni siano ragionevolmente adeguati ai compiti che ci vengono assegnati o che riteniamo di poter svolgere. Non cerchiamo di fare cose che non possiamo fare e che richiederebbero mezzi che non abbiamo, ma questo non significa che non possiamo avere altri mezzi.
Le chiedo scusa, onorevole Mantovani, mi vuole gentilmente ricordare la sua ultima domanda?

RAMON MANTOVANI. Sì, certo. Chiedevo quali siano i limiti quantitativi della nostra partecipazione, ed eventualmente quale criterio si dovrebbe seguire per farne una riselezione.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della difesa. Come voi sapete, abbiamo avuto nel 2005 dei picchi di 12.500 uomini. Il numero limite oggi sostenibile nel tempo si aggira intorno ai 14.000 uomini: credo che questo sia lo sforzo che possiamo sostenere. Naturalmente, è differente sostenere 14 mila uomini in 100 teatri, e sostenere gli stessi 14 mila uomini in 10 teatri, perché la questione non riguarda solo il numero di uomini presenti: la logistica che sta dietro le diverse situazioni è molto diversificata.


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Al di là delle rotazioni, l'impegno che comporta lo stare, ad esempio, su 100 scenari è maggiore. Vi è un impegno per il trasporto, il sostegno e l'alimentazione, anche perché ci sono degli assetti fondamentali - i trasporti, il comando, il controllo e le comunicazioni - che, comunque vada, che ci sia un solo uomo o dieci, vanno comunque considerati.
Per quanto riguarda i criteri di selezione, penso che essi dipendano dagli orientamenti del Governo e del Parlamento. Credo che sia dovere delle Forze armate - su questo ho una convinzione forte - essere in grado di offrire alle scelte della politica un'ampia gamma di strumenti e di operazioni di diverso tipo. Questa è la responsabilità delle Forze armate: offrire una varietà di strumenti bilanciati che siano in grado di permettere alla politica di scegliere come, dove, quando e in che misura li voglia usare. Avere uno spettro di capacità differenti è l'orientamento che le Forze armate hanno da sempre. I criteri per stabilire quali capacità usare credo competano invece al Parlamento ed al Governo. Noi non faremmo il nostro mestiere se non offrissimo questa libertà di opzione alle autorità politiche.

PRESIDENTE. La ringraziamo molto, ammiraglio, per tutte le risposte che ci ha dato. Auguriamo buon lavoro a lei e a tutte le Forze armate.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 15,15.