COMMISSIONI RIUNITE
III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI) E IV (DIFESA)

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 25 luglio 2007

TESTO AGGIORNATO AL 4 OTTOBRE 2007


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA III COMMISSIONE UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 14,20.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.
(Così rimane stabilito).

Comunicazioni del Ministro degli affari esteri sulla partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le comunicazioni del Ministro degli affari esteri sulla partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali.
Avverto che le comunicazioni odierne sono rese ai sensi dell'articolo 3, comma 17-bis, del decreto legge n. 4 del 2007, come convertito dalla legge n. 38 del 2007.
Avverto altresì che il Ministro della difesa svolgerà le comunicazioni di sua competenza giovedì 2 agosto, alle ore 14, presso le medesime Commissioni riunite III e IV.
Ringrazio per la sua presenza il Ministro D'Alema, già reduce da una giornata intensa di lavoro al Senato su questi temi, e gli cedo la parola.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Come ha detto il presidente Ranieri, sono intervenuto ieri in Senato per illustrare la partecipazione italiana alle missioni internazionali. Tuttavia, in quella sede, sulla base di un invito rivoltomi dal Presidente Marini e di una decisione assunta dalla Conferenza dei capigruppo del Senato, ho notevolmente allargato la mia introduzione ai principali temi di politica estera di particolare attualità. In particolare, ricordo le conclusioni del Consiglio europeo, l'avvio della Conferenza intergovernativa, l'iniziativa per l'abolizione della pena capitale, il vertice del G8, i problemi africani. Non parlerò qui di questi temi - riservandomi, ovviamente, di rispondere ai colleghi che intendano sollevare tali questioni - perché non costituiscono oggetto dell'ordine del giorno, oltre che per non tediarvi (salvo che su richiesta, lo ripeto). Vi tedierò solo su richiesta.
Credo che sarà già abbastanza impegnativo lo svolgimento della parte restante della mia relazione, quella più propriamente relativa al punto sulle missioni internazionali. Infatti, è questo il senso della norma in attuazione della quale ci troviamo in questa sede. Non si tratta di votare a favore o contro, cosa che avverrà a gennaio dell'anno prossimo, quando scadrà il mandato deciso dal Parlamento, ma di fare il punto sullo stato delle principali missioni internazionali in cui il nostro Paese è impegnato.
Come è noto, l'Italia è impegnata su molti fronti. Il nostro impegno militare e di sicurezza si colloca nel quadro di operazioni della NATO, su mandato delle Nazioni Unite, come nel caso della missione in Afghanistan o della nostra ormai decennale presenza nella KFOR, in Kosovo. Più frequentemente, siamo impegnati nell'ambito di missioni propriamente ONU, come nel caso di UNIFIL, ma anche di numerose missioni minori,


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a cui non sempre si dà la dovuta attenzione e che tuttavia non sono meno impegnative, oltre che politicamente importanti. È il caso della missione delle Nazioni Unite che vigila sulla pace fra Egitto e Israele, che peraltro si svolge in una posizione molto delicata del confine tra i due Paesi, in una zona interessata da altri problemi e da altri conflitti. Ricordo, ancora, la missione di peacekeeping a Cipro e quella di monitoraggio alla frontiera fra India e Pakistan, solo per citare alcune delle principali missioni delle Nazioni Unite in cui sono presenti anche militari italiani.
Ci sono, poi, sempre più spesso, missioni europee: è il caso della Bosnia, del Sudan, del Congo, o della missione a Rafah, con funzioni di vigilanza al valico di confine tra Gaza e Israele. Si tratta di missioni europee, nelle quali l'Italia ha un ruolo spesso rilevante: a Rafah, per esempio, abbiamo il comando della missione, con il generale Pistolese.
Come vedete, il quadro dell'impegno internazionale delle nostre Forze armate è estremamente ampio - non a caso siamo uno dei Paesi più impegnati in missioni di pace in ogni parte del mondo - e caratterizzato da una presenza notevolmente qualificata. In Libano e a Rafah l'Italia ha una posizione di comando, e in Kosovo, come sapete, ha il comando di una delle aree in cui è stato suddiviso il Paese. In Afghanistan e nel Kosovo, a rotazione, l'Italia ha esercitato il comando delle forze NATO. Lo dico perché non sempre viene valutato sufficientemente, dall'opinione pubblica e dalle forze politiche, il rilievo che ha questa componente della nostra politica estera.
Noi siamo un Paese che ha una presenza militare di peacekeeping nel mondo e una funzione di rilievo in questo quadro, con una più accentuata sproporzione tra le potenzialità del nostro Paese - esistono Paesi che hanno forze armate più potenti delle nostre ma con un'esposizione assai minore - e la nostra esposizione. Abbiamo un personale militare - quasi 10.000 persone - dislocato in varie parti del mondo, con responsabilità di primo piano e, in diverse situazioni delicate, responsabilità di comando.
È giusto che tutto questo sia all'attenzione del Parlamento, perché rappresenta - lo ripeto - un asset importante della nostra politica estera e anche un'attività nella quale l'Italia è particolarmente apprezzata. Non mi riferisco alla vocazione da «dama di san Vincenzo» su cui si ironizza in modo spiritoso (il Presidente Cossiga qualche volta lo ha fatto); o meglio, forse è anche così, nel senso che le nostre Forze armate hanno predisposizione a svolgere un servizio di assistenza e di aiuto alle popolazioni. Tale predisposizione, peraltro, secondo me è pienamente funzionale a un'attività di peacekeeping. Tuttavia, mi riferisco a una particolare qualità politica della presenza italiana. L'Italia è una presenza molto spesso gradita, perché è un Paese che non ha una tradizione aggressiva e che spesso ha rapporti amichevoli con i diversi contendenti. E chi, meglio di chi abbia un rapporto amichevole con i diversi contendenti, può esercitare un ruolo di peacekeeping, nel senso di essere un honest broker in mezzo a un conflitto? Inoltre, il nostro Paese ha una posizione internazionale rilevante e rispettata.
Ho detto questo come premessa perché mi sembra utile, ogni tanto, richiamare questi aspetti. Infatti, siamo soliti valorizzare molto poco il modo in cui queste missioni vengono svolte, i risultati che esse ottengono e gli apprezzamenti internazionali di cui molto spesso sono oggetto. Fatta questa premessa, vorrei affrontare le questioni più delicate e più impegnative: l'Afghanistan, il Libano, ma anche il Medio Oriente e, da ultimo, il Kosovo, dove lo scenario politico si presenta particolarmente complesso e dove si apre una fase molto delicata.
L'inquadramento della nostra presenza in Afghanistan è un impegno che ovviamente non si esaurisce con la missione militare, che tuttavia ne costituisce una componente fondamentale, ma coinvolge la dimensione dell'assistenza umanitaria, della cooperazione economica allo sviluppo


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e l'iniziativa di carattere propriamente politico-istituzionale. Per fare il punto, a mio parere, bisogna partire dal principale evento promosso dall'Italia nelle ultime settimane, cioè la Conferenza sulle rule of law che si è svolta a Roma il 2 e 3 luglio.
La conferenza ha segnato un importante successo; ha visto la partecipazione di ventisei delegazioni di Paesi e organizzazioni internazionali, gli interventi del Presidente afghano Karzai, del Segretario generale delle Nazioni Unite, del Segretario generale della NATO, della Presidenza di turno dell'Unione europea. Direi che, nel suo complesso, il successo della conferenza è stato marcato, in particolare, dal fatto che questo programma di sostegno al sistema della giustizia in Afghanistan, nel quale abbiamo una funzione di guida, ha trovato - nel corso della conferenza stessa - sostegni finanziari per 360 milioni di dollari, con un risultato a cui il nostro Paese ha contribuito con un impegno di 13,5 milioni, dunque abbastanza limitato. Tale risultato è andato molto al di là di ogni aspettativa e ci consentirà di portare avanti obiettivi ambiziosi: innanzitutto, un'opera di organizzazione del sistema giudiziario, che rappresenta non soltanto una base fondamentale per la costruzione di uno Stato democratico, ma anche la condizione per l'affermazione di quei diritti umani che certamente in Afghanistan non possono ancora essere considerati pienamente rispettati.
La conferenza si è proposta obiettivi di carattere quantitativo, ma anche e soprattutto di carattere qualitativo, dal punto di vista della tutela delle persone, del trattamento dei prigionieri, della tutela delle regole dello Stato di diritto nei procedimenti. Questi obiettivi qualitativi saranno sottoposti a un monitoraggio internazionale.
La conferenza è stata anche l'occasione per tornare ad avere una discussione politica sulle prospettive dell'Afghanistan, essendo chiaro che la vera battaglia da vincere per il Governo afghano e per la comunità internazionale è quella del consenso e della fiducia della popolazione. Non a caso si è sviluppato, nel corso degli ultimi mesi, un confronto piuttosto spigoloso nelle sedi internazionali, in sede ONU e NATO - un confronto del quale il Governo italiano è stato tra i protagonisti, e ricordo, in particolare, l'intervento del Ministro della difesa -, per affrontare il delicato e drammatico tema delle vittime civili, che in modo crescente hanno caratterizzato le operazioni militari condotte contro i talebani e contro le infiltrazioni terroristiche.
È evidente che questa situazione non è accettabile sul piano morale ed è disastrosa sul piano politico; inoltre, essa ha creato crescenti tensioni tra le forze internazionali e il Governo afghano. È fondamentale che le attività militari si coordinino in modo da evitare, o da ridurre al massimo, eventi di questo tipo. Nella situazione afghana - penso che di questo potrete discutere in modo più approfondito con il Ministro della difesa - è evidente che il sovrapporsi della missione ISAF e della missione Enduring Freedom (che più opportunamente dovrebbe concludersi, secondo la nostra opinione) finisce per creare, molto spesso, condizioni di un'azione militare non efficacemente coordinata e rischiosa per le popolazioni civili.
Dal punto di vista della missione militare, questo è il problema più delicato perché gli effetti di queste operazioni sono gravemente controproducenti e, per di più, accrescono anche il rischio per le Forze armate, aumentando la possibilità di un contesto non favorevole, direi ostile alla presenza militare straniera, se questa è vista anche come una minaccia per le popolazioni civili.
Più complessivamente, credo che si registrino anche dei progressi: sul piano della sicurezza, dove è evidente che la temuta offensiva generale dei talebani non vi è stata; sul piano della cooperazione regionale, dove in particolare gli sforzi compiuti per favorire il dialogo tra Afghanistan e Pakistan hanno prodotto alcuni risultati positivi; e anche sul piano della ripresa civile del Paese, sebbene permangano


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problemi molto gravi, legati per un verso alla corruzione, che continua a caratterizzare molti degli apparati, soprattutto periferici, e, per altro verso, all'influenza dell'economia della droga, che rimane estremamente forte in tanta parte dell'Afghanistan.
È un quadro problematico quello nel quale la nostra missione si svolge, direi, in modo positivo. Noi abbiamo anche provveduto - è un tema di cui si era discusso anche in Parlamento - a rafforzare la dotazione delle nostre Forze armate in termini di mezzi di difesa e di tutela della sicurezza del personale militare italiano, ma rimane del tutto valida la considerazione politica che il nostro Governo ha proposto in tante sedi internazionali e che continua ad essere l'obiettivo per il quale noi ci muoviamo.
È evidente che la situazione dell'Afghanistan, che si presenta come una missione di medio periodo - non a breve termine - ha bisogno soprattutto di una rinnovata iniziativa politica. Per questo sosteniamo l'idea di una Conferenza per la pace, di cui la Conferenza sulla giustizia ha rappresentato, nella nostra visione, anche un momento preparatorio, come altri ve ne saranno. È infatti in previsione, per l'autunno, una Conferenza sulla cooperazione economica nella regione, che coinvolgerà i Paesi della zona: si tratta di un fatto positivo, perché è del tutto evidente che la sicurezza dell'Afghanistan è legata anche ad un patto regionale di stabilità, che coinvolga non solo il Pakistan, ma anche i Paesi ex sovietici che gravano a nord dell'Afghanistan e l'Iran, che è fortemente coinvolto nella crisi afghana.
È chiaro che tutto questo dovrebbe portare, nella nostra visione, ad una conferenza internazionale per la pace, sul modello del dialogo che si è aperto in Iraq. In fondo, in un contesto ancor più problematico come quello iracheno, alla fine gli americani hanno promosso una Conferenza regionale, che ha rappresentato il primo passo verso un impegno coordinato per la pacificazione di quel Paese. Sulla base della Conferenza regionale, si è avviato un intenso dialogo tra Stati Uniti ed Iran, che ancora in queste ore conosce nuove tappe e che è - potrebbe apparire paradossale, tuttavia è nell'interesse di tutte e due le parti - l'unica via attraverso la quale contribuire a una pacificazione dell'Iraq.
Noi restiamo persuasi, quindi, che l'orizzonte nel quale collocare il nostro impegno in Afghanistan sia quello di un rilancio di un impegno politico dell'intera comunità internazionale, per cercare di concentrare gli sforzi verso un'opera di stabilizzazione e di riconciliazione. Devo dire che il tema della riconciliazione suscita sempre delle discussioni fuorvianti. Il progetto di riconciliazione nazionale, che d'altro canto è proprio del Governo Karzai, si rivolge a tutte quelle forze che sono state protagoniste di un lungo conflitto interno e che decidono di abbandonare le armi e di convergere in un processo democratico.
Questa è la prospettiva di una riconciliazione che appare come l'unica in grado di porre fine a un lungo conflitto interno, rispetto al quale la presenza militare può funzionare al massimo come contenimento, ma difficilmente può concludersi con una vittoria militare. Se, infatti, questo conflitto prende la piega di uno scontro etnico tra etnia pashtun e le altre etnie dell'Afghanistan, nessun esercito potrà risolvere questo problema. Potrà farlo, appunto, soltanto un processo di riconciliazione nazionale.
Noi lavoriamo in questa direzione e credo sia importante che il Senato, ieri, lo abbia ribadito, pressoché all'unanimità, salvo poi fare successivamente qualche giochino di parole. Del resto, siamo l'unico Parlamento al mondo dove si vota cinque, sei, sette volte sullo stesso tema, nella stessa seduta, fino a che non si sbaglia: è una nuova procedura che è stata adottata. Tuttavia, ieri il Senato ha votato una risoluzione con la quale si conferma l'impegno italiano per la pace e la stabilità in Afghanistan, nonostante tale impegno - come dice la risoluzione stessa - sia difficile e durevole. La risoluzione -


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lo ripeto - è stata votata in modo pressoché unanime dal Senato della Repubblica.
Affronto ora il tema della missione in Libano, diventata uno dei banchi di prova della possibile efficacia dell'azione multilaterale, in un'area decisiva per la sicurezza, come quella del Medio Oriente. Siamo alla vigilia del rinnovo del mandato UNIFIL, che sarà discusso dal Consiglio di sicurezza entro la fine del mese di agosto, dato che esso fu conferito il 28 agosto, come ricorderete. La presenza internazionale - oltre 13.000 militari - ha permesso alle autorità libanesi, per la prima volta in trent'anni, di riprendere il controllo a sud del fiume Litani ed è stato anche un elemento molto importante di sicurezza e di contenimento di possibili azioni militari e di provocazione.
Lungo il confine israelo-libanese si erano registrati, dal ritiro delle forze armate israeliane dal Libano - come ricorderete, fu deciso dal Governo Barak cinque anni fa -, circa 18.000 incidenti di frontiera. Il lancio di razzi e le incursioni israeliane erano la regola. UNIFIL ha sostanzialmente posto fine a tutto questo - lo dico perché non viene sufficientemente valutato -, salvo alcuni limitatissimi episodi. Uno di questi è l'episodio tragico dell'attacco terroristico che ha portato all'uccisione di militari spagnoli e colombiani impegnati nella missione ONU. Complessivamente, però, UNIFIL ha rappresentato, sotto questo profilo, un fattore effettivamente di mantenimento della pace su una delle frontiere più tormentate del Medio Oriente, quella dove nacque il conflitto israelo-libanese dell'estate scorsa.
Detto questo, è inutile nascondersi, naturalmente, che la situazione rimane complessa e rischiosa. È evidente, anche nel Libano, che la missione internazionale non potrà da sola risolvere i problemi di quel Paese, in assenza di un processo politico interno al Libano e di un processo politico di pacificazione regionale. È chiaro che le tensioni libanesi sono strettamente connesse anche alla situazione sul fronte israelo-palestinese e al problema dei rapporti fra Israele e Siria.
Sul piano della sicurezza, vorrei sottoporre alcune valutazioni. Innanzitutto, continuano a preoccupare le informazioni sul contrabbando di armi. Certamente, anche le informazioni in nostro possesso dicono che il flusso di armi, in particolare nei primi mesi dopo la fine del conflitto, è stato piuttosto intenso dalla Siria verso il Libano. Come sapete, la risoluzione 1701 stabilisce l'embargo delle armi, ma non affida all'UNIFIL il compito di far rispettare questa decisione, demandata invece alle Forze armate libanesi. Tuttavia, il rapporto redatto dalla missione Lebanon Independent Border Assessment Team (LIBAT), inviata dal Segretario generale delle Nazioni Unite, fa stato di un livello di controllo insufficiente del confine siro-libanese. A questo si aggiunge l'attività terroristica, che è sfociata nel conflitto, non ancora terminato, tra le forze armate libanesi e il gruppo di Fatah al-Islam. Si tratta di un gruppo di matrice al-qaedista, fondamentalista, che ha messo radici in particolare nel campo profughi palestinese di Nar el-Bared, ma anche in altri campi profughi palestinesi, pur non essendo un gruppo palestinese tradizionale. In realtà, secondo i rapporti delle stesse forze armate libanesi, una parte notevole di questi combattenti, i quali hanno dato prova di un livello assai efficace di preparazione militare e di armamento, non sono palestinesi ma, come spesso capita nei gruppi jihadisti, militanti che provengono da numerosi Paesi del mondo arabo, sauditi, persino maghrebini. Ormai siamo di fronte ad una efficace internazionale jihadista, che è anche una delle conseguenze della guerra in Iraq. Una buona parte di questi combattenti vengono dall'Iraq, attraverso la Siria, e l'Iraq è il più grande campo di addestramento di combattenti fondamentalisti del mondo, una fucina di terrorismo. Questo è il risultato della guerra che doveva spegnere il terrorismo.


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In realtà, come avviene anche in altri Paesi arabi e come anni fa avveniva quando i combattenti jihadisti venivano chiamati gli «afghani», perché erano quelli che avevano combattuto in Afghanistan contro le forze armate sovietiche, oggi i combattenti jihadisti sono molto spesso «iracheni»: giovani che partono da tutti i Paesi del mondo arabo, vanno a combattere in Iraq e poi tornano nei loro Paesi per reimpiantarvi cellule di tipo terroristico.
Questo è un problema enorme, che investe tutto il mondo arabo, anche se non è oggetto di questa discussione. Dal Maghreb all'Arabia Saudita, ad altri Paesi, questi fenomeni si vanno estendendo. Un interessante rapporto della CIA spiega come e perché, in questi anni, si è rafforzata la rete del terrorismo fondamentalista.
In Libano, questo gruppo è stato protagonista di attacchi terroristici e di una feroce guerriglia con le forze armate libanesi. Questo, tuttavia, è stato un elemento di fronte al quale si è registrata una certa coesione tra le forze politiche libanesi e si è manifestato un certo grado di capacità delle forze armate libanesi di garantire la sicurezza. Accanto a questo, aggiungo anche l'efficace collaborazione tra i principali gruppi palestinesi e le autorità libanesi. L'isolamento di questa cellula terroristica è avvenuta anche grazie alla collaborazione dei principali gruppi palestinesi con le autorità libanesi.
Questi fenomeni - traffico di armi e radicamento di cellule terroristiche - testimoniano una fragilità della situazione libanese, che ha in parte la sua origine in attività di destabilizzazione che vengono dall'esterno del Paese, ma anche nella difficoltà interna del Libano. Il Libano vive una condizione di paralisi istituzionale: il Parlamento non è convocato, il Presidente della Repubblica non comunica con il Governo, e quest'ultimo funziona in una situazione di emergenza interinale dopo le dimissioni dei ministri della componente sciita. Tutto questo alla vigilia delle elezioni del nuovo Capo dello Stato. Si comincerà a votare il 25 settembre, senza che vi siano le condizioni per quella 'intesa tra le diverse componenti etnico-religiose che è la condizione per raggiungere il quorum per l'elezione del Capo dello Stato.
È evidente che, in questo momento, è essenziale operare per sostenere l'impegno della Lega Araba per rilanciare il dialogo tra le diverse componenti interne alla società libanese. Per quanto ci riguarda, abbiamo fatto la nostra parte, incontrando diverse personalità e diverse forze politiche. In modo particolare nel corso della mia missione, abbiamo incoraggiato il patriarca cristiano-maronita a svolgere un'essenziale funzione di mediazione. Infatti, secondo la Costituzione del 1943, di norma, il Presidente della Repubblica è un cristiano-maronita e la comunità cristiana potrebbe e dovrebbe dare un contributo essenziale alla riconciliazione nazionale libanese, proponendo una personalità che possa essere un punto di riferimento per l'insieme del Paese. Non è facile, perché la comunità cristiana è radicalmente divisa, forse quella più divisa: una parte collabora con il Governo Siniora e una parte, invece, collabora con il fronte dell'opposizione, in particolare con Hezbollah. Quest'ultimo, appunto, ha il suo principale alleato nella maggiore forza politica di matrice cristiana che opera nella vita politica libanese.
Abbiamo apprezzato l'iniziativa francese. Il Governo francese ha promosso nei giorni scorsi, tra il 14 e il 16 luglio, una Conferenza a La Celle Saint Cloud a cui hanno partecipato i rappresentanti di tutti gli schieramenti politici libanesi. Era presente anche quel parlamentare di Hezbollah che era a braccetto con me, permettetemi la battuta. Sarkozy è indicato come un grande statista, io come un para-terrorista, però abbiamo incontrato la stessa persona. Poi ognuno giudicherà come vuole...

GIANCARLO GIORGETTI. Gode di buona stampa!

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Sono contento che almeno lui


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goda di buona stampa. (Commenti). Io meno: non vado alla ricerca della popolarità, mi accontento di quei pochi che apprezzano.
Lo dico, ovviamente, per sottolineare che, se si vuole lavorare a un processo di riconciliazione, essenziale per dare forza al Libano, bisogna discutere con le forze in campo. E tra queste forze senza dubbio Hezbollah, piaccia o non piaccia - a me non piacciono i partiti fondamentalisti, i «partiti di Dio»; sono sempre stato un fanatico sostenitore della laicità della politica -, è un partito che, per quanto di Dio, prende i voti della comunità sciita e quelli del 35 per cento dei libanesi. È difficile prescindere da una forza di questo tipo se si vuole promuovere un processo di riconciliazione nazionale.
Penso che la comunità internazionale debba lanciare un messaggio chiaro a quei Paesi che esercitano una forte influenza sulla situazione libanese, tra cui la Siria. In Siria abbiamo compiuto una missione, abbiamo parlato con molta chiarezza del problema dei confini, del traffico delle armi e della necessità che questo Paese rispetti pienamente l'indipendenza nazionale del Libano. So che forse non basta parlare con chiarezza, ma noi lo abbiamo fatto.
Inoltre, l'Iran esercita una forte influenza su Hezbollah e questo è certamente un elemento importante nella ricerca di una soluzione, per ragioni innanzitutto religiose. Anche l'Arabia Saudita, come è noto, ha un legame molto forte con il mondo sunnita libanese, in particolare con la famiglia Hariri, che ha una funzione molto importante. Ricordo che il giovane figlio dell'assassinato Primo ministro libanese è il capo indiscusso del principale partito che sostiene il Governo Siniora.
Proprio in queste ore, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia hanno attirato l'attenzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sulla necessità di rafforzare il controllo della frontiera siro-libanese. Personalmente, sono del tutto d'accordo con questa esigenza. Come è noto, il Governo italiano ha cercato di intervenire in questo senso, di promuovere anche forme di collaborazione tra l'Unione europea, la Siria e il Libano in questa direzione. Il Governo libanese ha chiesto, con una nota al Segretario generale delle Nazioni Unite, che il mandato UNIFIL venga confermato per un anno negli stessi termini del mandato conferito nel 2006.
Credo che questa richiesta del Governo libanese debba essere accolta. Non mi pare che si possa attribuire a UNIFIL il compito di sorvegliare il confine con la Siria perché, fra l'altro, questo richiederebbe come minimo il raddoppio del contingente, dato che tale confine è piuttosto lungo. Tuttavia, certamente si possono e si debbono fare due cose a questo fine: innanzitutto, aiutare le forze armate libanesi, anche dal punto di vista tecnico, e in questo senso noi abbiamo incoraggiato una missione tedesca che ha lavorato e sta lavorando in questa direzione; in secondo luogo, tornare a insistere con Damasco circa la possibilità di una missione europea di collaborazione al controllo delle frontiere sul lato siriano. Non si intende una missione militare; noi avevamo parlato di una missione civile, dotata di mezzi tecnici. Credo che un accordo di questo tipo rappresenterebbe un segnale concreto, da parte della Siria, di buona volontà nel collaborare con la comunità internazionale.
La situazione libanese è connessa - come accennavo prima - agli sviluppi sul fronte israelo-palestinese, dove la situazione ha conosciuto la crisi della fragile esperienza del Governo di unità nazionale palestinese, dopo il colpo di mano militare di Hamas a Gaza, una drammatica separazione tra Gaza e la Cisgiordania e la nascita di un nuovo Governo palestinese di emergenza, guidato da Salam Fayad. È dunque una situazione che ha visto, da una parte, l'aggravarsi degli elementi di conflitto, di contraddizione infrapalestinese, con il rischio di una separazione tra Gaza e la Cisgiordania che, se diventasse stabile, colpirebbe al cuore la prospettiva di uno Stato palestinese, e, dall'altra parte, dopo la nascita


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del Governo guidato da Salam Fayad, il riaprirsi di un dialogo tra il premier israeliano Olmert e il Presidente Abbas e qualche passo in avanti concreto, quale l'accelerazione del rilascio dei 250 prigionieri palestinesi di cui erano stati concordati i nomi, la ripresa parziale di trasferimenti finanziari, la sospensione di mandati di cattura verso gli esponenti di Fatah; insomma, alcuni segnali di distensione e di buona volontà.
Innanzitutto, è giusto sottolineare il valore di questi segnali positivi, ma anche, come ha fatto il Presidente Prodi, auspicare che in modo concreto vengano altre concessioni, in particolare volte ad alleviare le condizioni di vita della popolazione palestinese, che restano drammatiche, anche in Cisgiordania. Per altro verso, credo che il fatto che a Gaza comandi Hamas non possa significare in alcun modo che la comunità internazionale non abbia il dovere di intervenire sul piano umanitario per evitare un collasso disastroso - già vicino - in quella zona. D'altro canto, l'Unione europea ha deciso di continuare negli aiuti umanitari, in particolare attraverso le Agenzie delle Nazioni Unite che continuano ad operare all'interno di Gaza.
Tuttavia, ciò su cui voglio attirare l'attenzione sono i possibili sviluppi politici nella situazione israelo-palestinese, in particolare dopo l'annuncio, da parte americana, della convocazione - saranno precisati contenuti e date - di una conferenza internazionale per l'autunno prossimo e dopo la nomina dell'ex Primo ministro britannico, Tony Blair, a rappresentante inviato del Quartetto nella regione, in particolare con il compito di sostenere i palestinesi nella riforma e nell'organizzazione della struttura statale dell'Autorità palestinese.
Noi consideriamo questi segnali positivi. È positivo che si sia deciso di impegnare una personalità politica del rilievo di Tony Blair, il che lascia pensare che egli non abbia il compito di gestire la crisi, ma di cercare di avviarla verso una soluzione. D'altro canto, questa è la sua intenzione. Ne abbiamo parlato lungamente durante la sua visita a Roma, alla vigilia della sua presa di possesso della carica. È positivo, inoltre, che la proposta, che costituisce da sempre un tema della politica italiana ed europea, di una conferenza internazionale sia stata rilanciata dal Presidente degli Stati Uniti d'America.
Naturalmente, il problema ora è quello di lavorare sui contenuti concreti di queste iniziative. Una conferenza internazionale, proprio per le aspettative che suscita, deve poter condurre a risultati visibili, sia sul piano del processo israelo-palestinese, sia sul piano più generale del rapporto fra Israele e Paesi arabi. Noi lavoreremo per il successo della conferenza, sia per incoraggiare gli arabi - compresi quelli che non riconoscono Israele, a cominciare dall'Arabia Saudita - a parteciparvi, sia per fare in modo che essa segni un effettivo passo verso un accordo per la costituzione di uno Stato palestinese a fianco dello Stato israeliano, in un quadro di sicurezza e di certezze. Se questo passo in avanti non vi sarà, temo l'effetto di delusione di una conferenza internazionale che non produca esiti comprensibili e visibili per i palestinesi e per la più generale opinione pubblica araba e israeliana.
Noi siamo persuasi che lungo il cammino di una pacificazione della regione - che è e rimane, a mio giudizio, una questione cruciale per la sicurezza nel Mediterraneo, per la lotta al terrorismo e, più in generale, per i rapporti tra il mondo occidentale e il mondo islamico - noi dobbiamo muovere sulla base di alcuni punti di riferimento essenziali. Il primo è il sostegno ai palestinesi che si muovono per la pace con Israele e per la costituzione di uno Stato palestinese accettabile nella comunità internazionale. Siamo stati accusati - paradossalmente - di non sostenere queste forze, sebbene chi vi parla ne sia, al contrario, da sempre sostenitore. Sono infatti convinto che Fatah abbia rappresentato e continui a rappresentare non solo nel mondo palestinese, ma nel mondo arabo, una forza importante, progressista, di ispirazione democratica. Ciò malgrado la crisi di questo partito e i fenomeni di corruzione,


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che ne hanno purtroppo segnato l'esperienza e che sono in parte anche all'origine dei risultati elettorali che hanno visto il successo di Hamas nei Territori. Non è in dubbio, pertanto, il nostro sostegno a queste forze. Il problema è come esse si possono sostenere: innanzitutto, offrendo oggi ad Abu Mazen la possibilità di migliorare le condizioni di vita dei palestinesi; in secondo luogo, offrendo loro la prospettiva concreta di un accordo di pace, che è la condizione perché le forze di pace prevalgano sulle forze estremiste (dove c'è disperazione e non c'è speranza di una prospettiva politica, vince inevitabilmente l'estremismo); infine, incoraggiando i palestinesi nella direzione di un processo di riconciliazione nazionale.
Ho visto che questo tema ha suscitato un vasto dibattito in Italia. A me sembra una totale banalità, poiché è del tutto evidente che, se si vuole uno Stato palestinese, bisogna promuovere un processo di riconciliazione nazionale. È ovvio che, oggi, questo non appaia nell'immediato realistico, ma qual è la direzione verso la quale spingere i palestinesi? Quella di una guerra civile oppure quella di un processo di riconciliazione? A me pare, lo ripeto, una banalità. Mi stupisce che questa banalità fosse contenuta in modo più chiaro nella lettera che i Ministri degli esteri dei Paesi dell'Europa mediterranea - tutti, di destra e di sinistra - hanno inviato a Tony Blair. Nella lettera si sosteneva: «Non bisogna spingere Hamas verso una escalation estremistica. Ciò implica riaprire la frontiera tra Gaza e l'Egitto, facilitare il transito tra Gaza e Israele e incoraggiare l'Arabia Saudita e l'Egitto, come proposto dal Presidente Mubarak, a ristabilire il dialogo tra Fatah e Hamas». Questa è la lettera dei Ministri degli esteri dell'Europa mediterranea. Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione, su proposta di tutti i gruppi parlamentari (della destra, del Partito popolare), in cui si esprime apprezzamento per una posizione incoraggiante come quella assunta dai Ministri degli esteri. Solo in Italia, per aver avuto io l'ardire di ripetere questo concetto, si è aperta una polemica che, secondo me, non è ragionevole. Continuo infatti a pensare che sia questa la direzione di marcia verso la quale si deve cercare di spingere la situazione, che è naturalmente molto complessa: quindi, sostegno alle forze moderate palestinesi; riconciliazione nazionale palestinese; assunzione di una ferma responsabilità per quanto attiene alla difesa della sicurezza di Israele.
D'altro canto, credo che per la sicurezza di questo Paese il Governo italiano, che ha assunto l'iniziativa perché ci fosse il contingente UNIFIL nel sud del Libano, abbia fatto molto di più di tanti discorsi su Israele. Tanto è vero che di questo ci è grato il Governo israeliano. Da quando, per iniziativa dell'Italia, in quella zona c'è UNIFIL, non si spara più contro Israele. Credo che questo, dal punto di vista della sicurezza di Israele, conti molto più di tanti infuocati discorsi che vengono talvolta pronunciati.
Voglio ribadire che la linea diplomatica del Governo italiano è coerente con quella dell'Unione europea e del Quartetto; che siamo fortemente impegnati, con i nostri partner europei ed internazionali, per mettere fine al conflitto israelo-palestinese; che sosteniamo il dialogo avviato; che manteniamo il nostro impegno umanitario, non soltanto in Cisgiordania, ma anche a Gaza; che riteniamo si debba gradualmente superare la logica dello scontro infrapalestinese, nel senso di un processo di riconciliazione nazionale.
Passo infine a parlare della questione del Kosovo che, sia pure meno drammatica, si presenta tuttavia come un nodo politico e di sicurezza di grande rilievo, che ci vede impegnati in una posizione di grande responsabilità. Il piano proposto dall'inviato del Segretario generale, l'ex presidente finlandese Martti Athisaari, che noi sosteniamo, prevede una forma di indipendenza del Kosovo sotto tutela internazionale, dell'Unione europea in modo particolare, e con determinate garanzie per le minoranze serbe, per le altre minoranze e per i luoghi sacri ortodossi che


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sono in Kosovo. Quel piano non ha consentito di raggiungere un accordo in sede di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, per l'opposizione e la minaccia di veto da parte della Federazione Russa.
Si è quindi determinata una situazione di blocco molto rischiosa. Noi abbiamo lavorato per evitare un'escalation, che avrebbe aperto uno scenario difficilmente governabile: voto, veto e, a quel punto, inevitabilmente, dichiarazione unilaterale di indipendenza, riconoscimento da parte di alcuni Paesi e non di altri, frattura dell'Europa (i Paesi dell'Unione europea, in questo scenario, si dividerebbero), paralisi delle istituzioni europee (se i Paesi europei sono divisi non si può avere una missione europea nel Kosovo). Insomma, uno scenario estremamente rischioso.
Tra veto russo e spinte all'accelerazione al confronto, noi - intendo innanzitutto i Paesi europei che fanno parte del gruppo di contatto, in un rapporto di stretta collaborazione tra di loro, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia - abbiamo lavorato per aprire un nuovo spazio negoziale.
Speriamo che nei prossimi giorni questo negoziato si apra sotto gli auspici del gruppo di contatto e, probabilmente, sulla base di una diretta responsabilità di una troika: un rappresentante russo, uno americano e uno europeo. Ne abbiamo discusso nel Consiglio affari generali; io ho proposto che il rappresentante europeo sia scelto dall'Unione europea, non dai Paesi europei membri del gruppo di contatto. Credo importante che sia l'Unione europea, in quanto tale, in questo momento, ad assumere una diretta responsabilità nella gestione della crisi. Questa posizione è stata accolta con la seguente mediazione: Solana sceglierà consultando i Paesi membri del gruppo di contatto. Tra i Paesi membri del gruppo di contatto, altri erano più gelosi delle loro prerogative di quanto, a mio avviso, sia giusto essere. Tuttavia, è importante che il processo sia stato avviato. È chiaro che ora si apre una fase estremamente delicata, in questi mesi - di mesi si tratterà - di ulteriore negoziato; è evidente che questo richiederà un grande controllo sul terreno di possibili tensioni. Ricordo che noi abbiamo su quel territorio 2.000 soldati, una responsabilità primaria, una presenza ormai decennale, radicata, e un buon rapporto con le popolazioni (albanese, serba, e via dicendo) e con le autorità religiose ortodosse. Insomma, una posizione apprezzata da tutti.
Si apre, come dicevo, una fase delicata sia sul terreno, sia sul piano politico, essendo evidente che solo l'Unione europea ha la forza, se è unita, di spingere verso una soluzione, tanto più che qualsiasi soluzione coinvolge la responsabilità europea. Il futuro della Serbia è legato alla prospettiva di integrazione della Serbia nell'Unione europea e l'indipendenza del Kosovo è possibile solo se l'Unione europea delibera di finanziarlo per 3 miliardi di euro l'anno, per un certo numero di anni, e di mantenervi una presenza militare e civile, che rimane essenziale perché quel Paese possa funzionare. Considerato che siamo noi a dover pagare, credo che aiutare anche a decidere sarebbe giusto da parte dell'Europa. Altrimenti, l'immagine di un'Europa che paga e basta sarebbe generosa, ma qualche volta la generosità da sola non basta a risolvere i problemi. Spetta, quindi, all'Europa spingere le parti verso un vero negoziato, perché si individuino soluzioni adeguate per superare il blocco che si è determinato.
Come vedete, il quadro dei principali impegni portati avanti dalle missioni italiane nel mondo è certamente problematico. Salvo il caso della Bosnia, dove siamo nelle condizioni di cominciare a ridurre il nostro contingente, è il quadro di un impegno che continuerà ad essere rilevante in un futuro non breve. Credo che questo faccia parte della politica estera di un grande Paese, in particolare di un grande Paese che sceglie il multilateralismo, che oggi comporta una condivisione di responsabilità e di obblighi, per il mantenimento o il ristabilimento della pace.
L'importante è che queste missioni si svolgano in coerenza con i dettami della Costituzione italiana in materia di difesa


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della pace, di stabilità internazionale e di vincoli derivanti dalla nostra appartenenza a organismi e ad alleanze internazionali. È il mirabile equilibrio dell'articolo 11.
È altrettanto importante che queste missioni possano contare sul largo sostegno del Paese e delle forze politiche parlamentari. Quando si rischia la vita - i nostri militari rischiano la vita nel mondo -, il sostegno largo del Paese e delle forze parlamentari è fondamentale anche per dare forza e senso a queste missioni. Grazie.

PRESIDENTE. Il Ministro ha svolto un'ampia e ricca relazione. Del resto, abbiamo chiesto di essere informati compiutamente.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Vi ho informato compiutamente.

PRESIDENTE. Di questo le siamo molto grati. Nel rivolgere le domande al Ministro, chiederei di provare a limitarci a pochi minuti, considerati i tempi e i lavori che ci attendono.
Do la parola ai colleghi che intendono porre quesiti o formulare osservazioni.

SERGIO D'ELIA. Nei limiti del mio intervento davvero breve, pur avendo ascoltato la relazione del signor Ministro degli esteri, non interverrò sulla sua relazione ma su quanto egli ha affermato al Senato su un punto specifico che sta a cuore non soltanto a me e alla mia parte politica, ma anche al Governo e al Parlamento in modo unanime. Mi riferisco allo stato dell'arte dell'iniziativa sulla moratoria della pena di morte. Alcuni elementi del suo intervento di ieri al Senato devono essere chiariti, signor Ministro degli esteri, perché ci preoccupano molto.
In sede di Parlamento italiano, in sede di Parlamento europeo ma anche del Consiglio affari generali del 18 giugno, che ha preso una decisione salutata come un successo, in cui l'Italia ha avuto un ruolo assolutamente fondamentale, due aspetti erano acquisiti nei testi parlamentari e nella decisione del CAGRE del 18 giugno: la necessità di presentare una risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali e che la stessa fosse introdotta non dall'Unione europea e poi aperta alla co-sponsorizzazione di altri Paesi, ma da un gruppo di primi presentatori (una sorta di coalizione mondiale), con Paesi rappresentativi di tutti i continenti.
Da quello che lei ha affermato in Senato e dalle informazioni in nostro possesso, mi pare che il testo della risoluzione citi in prima battuta l'abolizione della pena di morte e, nel frattempo, la moratoria delle esecuzioni capitali. Tale formula ci alienerebbe la simpatia e il voto favorevole di molti Paesi disposti, invece, a votare nell'Assemblea generale la moratoria delle esecuzioni capitali - certamente nella prospettiva dell'abolizione della pena di morte -, ma non con il punto prioritario dell'abolizione.
L'altra questione riguarda i presentatori. Il modulo mi pare essere quello dell'Unione europea, con allargamento a co-sponsor di Paesi rappresentativi di tutti i continenti. Quindi, avrebbe un connotato «eurocentrico», che ci risulta abbia provocato le reazioni negative di Paesi importanti. Si era detto più volte che il Sudafrica e la Russia sarebbero stati tra i primi presentatori, e invece si proporrà a questi Paesi di essere co-sponsor. Ritengo che questo rischi di costituire un ostacolo per il successo di quelle iniziative. Spero che lei possa chiarire questi punti.

VALDO SPINI. Intervengo per esprimere il sentimento di sostegno alla piattaforma politica che ha espresso il Ministro D'Alema a nome del Governo. In questo momento, siamo impegnati in vari scacchieri, ciascuno dei quali può avere anche una logica autonoma; tuttavia, più si ricostruisce e più ci si rende conto dell'esistenza di una logica complessiva.
In particolare, dopo quello che, secondo noi, è stato il grave errore dell'intervento in Iraq, si sono verificati un peggioramento della situazione in Afghanistan,


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la vicenda del Libano e, ora, anche una sorta di guerra civile e di spaccatura frontale in Palestina.
Da questo punto di vista, vorrei chiederle da quale punto si potrebbe cominciare per un miglioramento della situazione che riguardi un caso specifico ma che, allo stesso tempo, possa influenzare questo sistema di equazioni a varie incognite, che attualmente ci preoccupa moltissimo. La situazione ci induce infatti a dire che l'intervento in Iraq abbia non alleggerito, bensì al contrario aggravato la lotta al terrorismo.
Vorrei quindi porre due quesiti al Ministro. Ogni tanto, si riaffaccia l'esigenza che Israele ristabilisca un rapporto con la Siria, perché la ripresa del dialogo potrebbe rappresentare un elemento determinante per affrontare alcune di queste rilevanti questioni. Sono stati effettuati tentativi in questa direzione, ma vorremmo conoscere il giudizio del Ministro.
Il secondo punto riguarda l'altro grande attore della vicenda, ovvero l'Iran. Questo Paese ha in corso colloqui con gli Stati Uniti, ma i giornali internazionali di oggi non segnalavano grandi risultati. Vorrei conoscere il suo parere in proposito e avere la sua opinione su come ritenga che questi scacchieri possano influenzare la grande e determinante scadenza rappresentata dalla conferenza internazionale voluta dagli Stati Uniti.
È noto come praticamente ogni famiglia palestinese abbia un prigioniero politico, il cui numero è altissimo. L'attuale programma di rilascio dei prigionieri promosso dal Governo Olmert può risultare effettivamente cruciale nel ristabilire la fiducia. Vorrei sapere però se, in base alla informazioni a disposizione del Governo, il suddetto programma possa includere perfino la liberazione di Barghouti.
Le curiosità sarebbero ancora tante, ma desidero solo sottolineare come l'appello del Ministro a dimostrare ampia solidarietà alle missioni militari sia assolutamente fondamentale. Posso testimoniare l'emozione per la missione Alba, in Albania, prima missione a guida italiana di soccorso umanitario. Da allora, si è percorsa molta strada per quanto riguarda il riconoscimento della possibilità che l'Italia persegua una politica estera incisiva a favore della pace, della cooperazione e del dialogo. Condivido quindi l'esigenza che queste missioni militari di pace riscuotano un largo consenso e un forte apprezzamento affinché abbiano possibilità di riuscita.

CLAUDIO AZZOLINI. Sarò molto breve. Volevo chiedere al signor Ministro se sia a conoscenza di quanto è accaduto ieri nel corso dell'audizione di Malalai Joya, parlamentare dell'Afghanistan espulsa dal Parlamento, come lei stessa ha riferito. In conclusione, Malalai Joya ha dichiarato che, se gli americani e gli alleati occidentali non cesseranno di sostenere i «signori della guerra», ovvero l'alleanza del nord, si verificherà un altro 11 settembre.
Mi sono premurato di verificare che l'interpretazione fosse corretta e mi è stato confermato che questo è proprio il messaggio che ha inteso lasciare. Mi domando quindi quale valutazione possa esprimere il Governo su questa sorta di minaccia. Di fatto, si tratta di una minaccia.

PIETRO MARCENARO. Mi pare che esista una linea chiara del Governo italiano che, peraltro, costituisce un forte e dovuto elemento di continuità in questi mesi. Nel mio intervento mi limiterò, quindi, solo al punto che riguarda l'Afghanistan. A proposito della questione che riguarda i soggetti con cui si discute, ricordo quanto disse il generale De Gaulle a proposito del FNL algerino: Il faut traiter avec ceux que se battent. Si tratta poi di valutare in quale direzione e per quali obiettivi si conduca la trattativa, ma è indubbio che questo sia il campo di iniziativa.
Per quanto riguarda l'Afghanistan, lei ha rilevato la necessità di una rinnovata iniziativa politica, che rappresenta oggi il punto di maggiore difficoltà, perché è unanimemente riconosciuto come in Afghanistan i problemi non siano individuabili


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tanto sul piano militare, quanto nella cosiddetta «battaglia dei cuori, delle menti e» - per usare un'efficace, anche se un po' greve, espressione dell'ambasciatore italiano in Afghanistan - «degli stomaci». Ancora oggi, oltre il 90 per cento delle risorse in Afghanistan sono impegnate sul piano militare ed è fortissima la difficoltà di spostarle su un altro piano, soprattutto su quello in cui lei giustamente rileva un pericolo di sovrapposizione tra le missioni ISAF e Enduring Freedom. Esiste, però, anche la difficoltà della coalizione di affrontare una discussione politica e di costruire un elemento comune di piattaforma politica.
Anche il successo dell'iniziativa della Conferenza sul Rule of Law, sicuramente molto importante, lascia aperto questo interrogativo. Questo è un punto sostanziale su cui rilevo la necessità di costruire, nei rapporti con la coalizione internazionale, un'unità che oggi non emerge, non solo fra Europa e Stati Uniti, ma neppure all'interno della stessa dimensione europea.

ALESSANDRO FORLANI. Ritengo che, rispetto alle valutazioni offerte dal Ministro sulle diverse aree di crisi e sulla situazione delle missioni, si debba concordare sul fatto che la comunità internazionale si adopera per svolgere un'azione di contenimento, senza poter sperare - purtroppo - che le missioni siano risolutive, in particolare quella in Libano, che con grande convinzione abbiamo appoggiato la scorsa estate. Si tratta quindi di azioni di contenimento di emergenze, la cui stabile soluzione deve trovare risposta nell'azione politica.
Per quanto riguarda i quadranti interessati dalla sua relazione, in particolare il Libano, la Siria, l'Iran, l'Iraq e la Palestina, ritengo che l'area in cui un intervento può essere risolutivo delle tensioni che vi gravitano attorno sia comunque il conflitto palestinese. Rispetto a tale conflitto, abbiamo constatato come negli ultimi mesi la Road map, gli intenti e le buone intenzioni manifestate siano stati pregiudicati e ulteriormente compromessi dal lancio di missili da Gaza sul territorio israeliano, dal riaffiorare di provocazioni e, a dispetto del tentativo di mediazione dell'Arabia Saudita, dalla rinnovata esplosione dei conflitti tra le due principali fazioni.
Ritengo che, sul piano politico, la pista principale sia l'azione in questo settore, per evitare in futuro missioni in quell'area; sicuramente condivido quanto affermato in questi giorni da Peres, da Olmert e dallo stesso Ministro, ovvero che il dialogo con Fatah e con Abu Mazen debba essere privilegiato. La liberazione dei prigionieri e la riapertura del credito finanziario sono passi sicuramente importanti. In alcuni momenti ho pensato e sperato che la stessa Hamas, o almeno parte di questo movimento, fosse interessata alla soluzione del conflitto, soprattutto dopo che le elezioni del 2005 avevano dimostrato come il movimento rappresentasse la maggioranza della popolazione palestinese.
Di certo, i recenti episodi depongono in direzione contraria, come constato senza alcuna soddisfazione soprattutto tenendo conto del fatto che tale movimento appare maggioritario. Hamas non è interessata alla pace e il suo recente comportamento dimostra la volontà di sabotare il processo di pace, benché al suo interno possa esistere anche una componente costruttiva moderata. Ho creduto, ad esempio, alla buona fede dell'ex Primo ministro Hanie e alla sua volontà di mediare e contenere le fazioni più esasperate del movimento. Oggi non si capisce bene quale orientamento si intenda assumere a Gaza rispetto a questo, ma si tratta sicuramente di un movimento che esprime la volontà di non collaborazione.
Rispetto all'appello dei dieci Paesi, alla decisione di riaprire le frontiere con l'Egitto, di non spingere Hamas a derive estremistiche, di evitare l'isolamento di Gaza, vorrei chiederle quali saranno gli interlocutori in questa presenza della comunità internazionale nella crisi di Gaza. Saranno le organizzazioni non governative o in qualche modo radicate nella società civile? Ci saranno referenti nei movimenti e nelle istituzioni? Hanie resta un interlocutore?


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Vorremmo sapere, infatti, con quali soggetti si svilupperà il dialogo con Hamas.

ELETTRA DEIANA. Brevemente, vorrei innanzitutto esprimere il mio apprezzamento per la determinazione con cui il Ministro D'Alema ribadisce ad ogni occasione la necessità di confrontarsi con le forze in campo. Mi sembra un principio ispiratore, in questa fase storico-politica, assolutamente essenziale. La mia premessa non comporta la condivisione di tutte le considerazioni del Ministro, tuttavia lo ritengo un fatto importante.
Per quanto riguarda Malalai Joya, visto che usciamo da una Conferenza internazionale sulla giustizia e che siamo stati (e siamo) il Paese leader per la costruzione del sistema giustizia, vorrei sapere se il Ministro sia informato dei dispositivi ordinamentali e giuridici che dovrebbero proteggere una deputata sospesa - nei fatti espulsa - dal Parlamento.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Senza privilegi!

ELETTRA DEIANA. Quindi senza protezione.
Vorrei chiedere, inoltre, al Ministro D'Alema se non ritenga opportuno un approfondimento sui processi di violenta destabilizzazione messi in atto in Asia e in Medio Oriente a seguito dell'unilateralismo della politica degli Stati Uniti e della politica internazionale, per quanto riguarda le dinamiche relative al Pakistan, che a me sembrano di estrema importanza.
Un'altra domanda riguarda l'Afghanistan e la NATO, su cui il Ministro ha sorvolato. La NATO nella sua esposizione non esiste. Ritengo invece che essa sia di intralcio alla ricerca di stabilizzazione in Afghanistan, non soltanto in quanto soggetto che sviluppa e si muove secondo una logica militare, ma perché il suo destino in questo momento è legato agli esiti della vicenda afghana, dichiarazione più volte ribadita dal Segretario e in ambienti NATO. Sostanzialmente, la vittoria militare sul terreno in Afghanistan costituisce una conditio sine qua non per affrontare il dibattito sul destino dell'organizzazione, partendo proprio da tale vittoria e non da una nebulosa situazione di incertezza per quanto riguarda la sua funzione strategica.
Chiedo dunque al Ministro se non ritenga opportuno riconsiderare, nel prossimo Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a metà ottobre, in cui verrà discussa la missione ISAF, la presenza della NATO in Afghanistan. Infine, chiedo quali possibilità concrete esistano di rendere la conferenza di pace per l'Afghanistan una scadenza politica reale e non soltanto una prospettiva remota.

TANA DE ZULUETA. Ringrazio il Ministro D'Alema per l'analisi lucida e realistica. Il quadro d'insieme in effetti appare problematico. Condivido assolutamente l'impostazione d'insieme, e in particolare le conclusioni, sebbene dia una lettura diversa del mirabile equilibrio dell'articolo 11 della Costituzione, essendo tale norma, secondo la mia interpretazione, più restrittiva nell'interpretazione delle organizzazioni internazionali cui sia legittimo cedere il potere di scelte militari. Tuttavia, il punto non è questo e il tempo è poco.
Per quanto riguarda l'Afghanistan, spero sia possibile perseguire l'obiettivo della conferenza che, convenzionalmente, definiamo di pace, ma che costituirebbe già un enorme progresso se fosse impostata come un dialogo per la sicurezza dell'area.
Ritengo un abbaglio attribuire le vittime civili alla sovrapposizione delle due missioni ISAF e Enduring Freedom, perché esse hanno il vantaggio di essere coordinate da un comandante americano, che dovrebbe evitare confusioni. Credo che il problema di fondo risieda nel metodo dell'ISAF per quanto riguarda la robusta azione nel sud, che probabilmente alimenta la deriva verso l'«irachizzazione» del conflitto. Manteniamo tuttavia le regole


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di ingaggio e un approccio per ora ragionevole, ma forse non sufficiente a evitare un ulteriore degrado.
Per quanto concerne il Libano, signor Ministro, mi chiedo se non sarebbe il caso di «curare» quelle che Nasrallah definisce le quattro ferite aperte del suo Paese, rafforzando la sicurezza della frontiera e la stabilizzazione della crisi libanese. Sarebbe necessario, in particolare, chiedere a Israele di consegnare le mappe delle mine della zona allora occupata, il ritorno dei prigionieri e la cessazione dei sorvoli, ribadita anche da UNIFIL. Infine, occorrerebbe risolvere la questione delle fattorie di Sheba'a, fazzoletto di terra delicato che, secondo un recente articolo pubblicato su Haretz, le Nazioni Unite sarebbero pronte a dichiarare territorio libanese. Questo rappresenterebbe un grosso passo in avanti.

PRESIDENTE. L'onorevole Mantovani si è allontanato, quindi la sua richiesta di intervenire decade. Mi pare, tuttavia, che le domande siano numerose e impegnative.
Do la parola al Ministro D'Alema per la replica.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Innanzitutto, grazie. Essendo reduce dal clima del Senato, constato come qui si abbia una sensazione diversa, che definirei «ultrasenatoriale». Nel corso di questa legislatura, il Senato ha infatti assunto un piglio giovanile e dimostra una vitalità straordinaria...

ROBERTA PINOTTI, Presidente della IV Commissione. Un giovanilismo un po' scomposto!

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Qui la discussione è più serena. L'unica preoccupazione deriva da coloro che ci ascoltano: hanno già titolato che gli USA se ne devono andare dall'Afghanistan. Fortunatamente, voi siete qui e avete sentito che non è vero. Ci vuole molta pazienza!

SALVATORE CANNAVÒ. Sono testimone per il resoconto!

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Ecco, ne è testimone l'onorevole Cannavò!
Vorrei anche sottolinearvi come la missione Enduring Freedom non sia una missione USA, ma una missione cui partecipano anche altri Paesi, la cui sovrapposizione con la missione ISAF, a mio giudizio - ma non solo, perché il problema è stato posto anche in sede NATO -, crea grandi problemi. L'onorevole De Zulueta e altri hanno riproposto questo tema anche in chiave di analisi più problematica.
Seguo l'ordine delle questioni proposte. Innanzitutto, per quanto riguarda la moratoria, vorrei rassicurare l'onorevole D'Elia che puntiamo a ottenere un successo. So che lui è preoccupato che ci sia impossibile raggiungere questo obiettivo a causa dei gravi errori che compiamo, preoccupazione comunque legittima. Ciò è possibile, e in quel caso risponderemo di questa colpa e, comunque, manterremo il filo di una consultazione. Il draft definitivo della risoluzione non è ancora stato preparato, perché è in atto una discussione su come proporre nel documento l'equilibrio fra i due obiettivi, la moratoria e la prospettiva di abolizione della pena di morte. Per noi, l'oggetto specifico della risoluzione è la moratoria delle esecuzioni.
L'onorevole D'Elia sostiene che rischiamo di perdere consensi, ma esiste anche il problema dei consensi di Paesi «ultra abolizionisti». (Commenti del deputato D'Elia). Probabilmente, voterebbero anche per la moratoria, però vorrei cercare di tenere lo schieramento unito e di non andare alla discussione in sede di Nazioni Unite sotto il peso di una polemica con organismi come Amnesty International, che godono di grande rispetto, compreso il mio. Non sento quindi il bisogno di entrare in polemica con queste organizzazioni.
Il problema che stiamo affrontando consiste, quindi, nel trovare un equilibrio che vada proprio nel senso della formulazione cui lei ha accennato, ovvero la moratoria dell'esecuzione nella prospettiva dell'abolizione della pena di morte, che deve essere citata nella risoluzione. Vogliamo


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formare una coalizione di cui facciano parte tutti i ventisette Paesi membri dell'Unione europea; quindi, puntiamo a una risoluzione che in partenza sia firmata da un gruppo più ampio di Paesi, tra i quali però tutti i membri dell'Unione europea, secondo la logica del nostro procedere.
Anche nel recente viaggio in Africa abbiamo lavorato su questo; il Sudafrica conferma la sua disponibilità, ma anche altri Paesi africani, quali il Mozambico e il Congo. Certamente, tra i grandi Paesi figurano Brasile e Messico, ma ce ne sono anche altri. Penso a due constituency che saranno molto importanti per il numero dei Paesi votanti: America Latina e Caribe e Africa. La situazione dell'Asia è più contrastata, per molte ragioni. Credo che Sudafrica, Mozambico e altri Paesi africani ci aiuteranno a fare un lavoro di lobbying in Africa, perché non conta soltanto la loro adesione, ma anche la capacità di attirare e di consolidare i consensi. Quindi, il lavoro è in corso.
Abbiamo anche deciso che, quando si aprirà l'Assemblea generale, a New York, organizzeremo un grande incontro di tutti i sostenitori. L'anno scorso, abbiamo realizzato un grande ricevimento, United for Consensus, per la riforma del Consiglio di sicurezza, mentre quest'anno organizzeremo un grande incontro dei sostenitori, aperto non soltanto ai Paesi ma anche alle organizzazioni della società civile. Dobbiamo tenerci in contatto, ma siamo fiduciosi che questa iniziativa possa avere successo.
L'onorevole Spini ha posto interrogativi relativi al rapporto Israele-Siria. Questo rapporto esiste, ma ho la sensazione che il passo in avanti verso la pace non avverrà tanto attraverso accordi separati, ma nel quadro dell'iniziativa di pace araba e, quindi, di un accordo innanzitutto con i palestinesi. L'iniziativa di pace araba ha infatti l'aspetto positivo di considerare cruciale la questione dello Stato palestinese, al fine di stabilire il rapporto tra l'insieme del mondo arabo e Israele.
È importante, però, che proceda anche un dialogo separato. È noto che tra Israele e la Siria si era arrivati molto vicini a un accordo di pace, con un negoziato condotto al tempo di Rabin, che portò a un passo da una possibile conclusione. La divergenza riguardava solo alcune centinaia di metri, certo importanti perché riguardavano la sponda del lago di Tiberiade e non erano in mezzo al deserto. Chiunque studi questi problemi sa che un'ipotesi di accordo per quanto riguarda il Golan è stata studiata lungamente nel passato, e che quindi esiste un problema di volontà politica.
Sul dialogo tra Stati Uniti ed Iran, staremo a vedere. Certamente, la situazione dell'Iran, di cui non voglio parlare in questa sede, è molto complessa perché abbiamo un approccio a geometria variabile, con lo scontro sul nucleare e il dialogo sull'Iraq. Ritengo che sarebbe ragionevole andare a un negoziato globale con l'Iran. Se negoziato deve esserci, avrebbe senso mettersi intorno a un tavolo e discutere sia della questione nucleare, allo scopo di evitare che l'Iran si doti di un'arma nucleare, sia delle questioni relative alle crisi regionali e all'influenza che l'Iran esercita su di esse. Tuttavia, questo dialogo esiste e dalle notizie di oggi sembrerebbe possibile, nei prossimi giorni o nelle prossime settimane, anche un certo upgrading, passando dal livello di ambasciatori a quello di viceministri. Considero incoraggiante questo segnale e soprattutto il comune interesse per stabilizzare la situazione in Iraq.
Il paradosso delle relazioni tra Stati Uniti e Iran è che, come dicono gli iraniani, se non ci fossero state alcune incomprensioni, l'Iran dovrebbe dimostrare una tale gratitudine nei confronti di questa Amministrazione americana che non ha eguali nel passato: l'Iran aveva due nemici storici, Saddam Hussein e il regime dei talebani, e gli americani li hanno eliminati.
Una splendida vignetta del New York Times riportava come Bush avesse affermato che, dopo la guerra in Iraq, la democrazia si sarebbe espansa in tutta la regione, mentre avrebbe dovuto riferirsi non alla democrazia, bensì all'Iran. Questa


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è stata infatti l'effettiva conseguenza, perché l'influenza iraniana è enormemente cresciuta in tutto il mondo islamico anche dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, che con la ferocia della guerra aveva una funzione di contenimento nei confronti dell'Iran.
Il Primo ministro iracheno è sciita e ha trascorso buona parte della sua vita in Iran; quindi, è difficile per l'Iran avere un Primo ministro in Iraq migliore di quello attuale. Ho partecipato alla riunione di Sharm El Sheik in occasione del dialogo regionale allargato ai membri del G8, constatando come i Paesi arabi guardassero con diffidenza al Governo iracheno, in quanto sunniti, e come gli americani e gli iraniani lo sostenessero con entusiasmo, realizzando una curiosa convergenza.
Le cose sono sempre molto più complicate di come appaiono nelle riduzioni propagandistiche, e questo è un forte elemento di complicazione. Ritengo inoltre che questo comune interesse a stabilizzare l'Iraq potrebbe essere la chiave anche per un dialogo tra Stati Uniti e Iran che, a mio giudizio, è quanto mai auspicabile al fine di garantire una soluzione ai problemi della regione.
Non so se Israele libererà Marwan Barghouti, ma ritengo che sarebbe un atto utile anche a Israele. Lo abbiamo scritto nella lettera «incriminata», che insieme ad altri nove «scavezzacollo» abbiamo inviato a Tony Blair.
Ho incontrato la parlamentare afghana cui si è fatto riferimento, e non credo che abbia voluto formulare una minaccia durante la sua audizione. Non saprei come interpretare quell'espressione. Ho raccolto la sua denuncia della vicenda che l'ha interessata e di una situazione nella quale lei lamenta il forte potere dei cosiddetti «signori della guerra». La democrazia afghana si è costruita intorno a forze che hanno un peso reale, comprese quelle dell'Alleanza del Nord - contro la quale, in particolare, lei scaglia i suoi riferimenti polemici -, che furono tra le principali protagoniste, prima della lotta armata contro i sovietici e poi di quella contro i talebani, culminata nell'assassinio del comandante Massud. Si tratta di tutti fatti noti.
Indubbiamente, queste forze hanno un peso ed è evidente che il processo di abitudine alla democrazia di gruppi che hanno trascorso l'intera vita nella guerra non può che essere graduale. La formazione della democrazia in Afghanistan è un processo complesso e contraddittorio, che deve essere sostenuto. Nei rapporti con il Governo afghano, ci occuperemo tuttavia anche delle esigenze di sicurezza di questa parlamentare e della necessità di chiarire la vicenda che ha portato alla grave misura della sua esclusione dal Parlamento, episodio certamente preoccupante.
Concludendo sull'Afghanistan, condivido l'opinione di parlamentari come gli onorevoli Marcenaro e De Zulueta, i quali hanno sottolineato la necessità di un più forte impegno politico, di sviluppo e umanitario in Afghanistan. Da questo punto di vista, ritengo che la missione Enduring Freedom dovrebbe andare verso una conclusione e che la sua sovrapposizione con la missione ISAF costituisca un problema. Non credo, onorevole Deiana, che il problema sia rappresentato dalla NATO. In Afghanistan si svolge una missione NATO cui partecipa un numero altissimo di Paesi non membri, ed è una missione al servizio delle Nazioni Unite, come si evince anche dalla sua struttura. Non credo, quindi, che essa sia d'intralcio, né che sia ragionevole ipotizzare di sostituirla con una missione delle Nazioni Unite, che sarebbe di assai problematica costituzione. Ribadisco, piuttosto, l'opportunità di mirare a un superamento della missione Enduring Freedom, e ritengo che su questo si debba insistere.
Si è parlato della conferenza per la pace. Ad oggi non è in agenda, anche perché non possiamo promuoverla in modo unilaterale; tuttavia, devo dire anche che neppure è un'ora «x» e che alcune nostre proposte sono state avviate. Il dialogo e la cooperazione regionale, ad esempio, hanno compiuto importanti passi in avanti, aspetto essenziale per la stabilità di quel Paese. I dossier civili hanno ricevuto


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un notevole rafforzamento, a cominciare dal tema della giustizia; investire 360 milioni di dollari significa spostare il rapporto tra risorse investite sul militare e risorse indirizzate alla dimensione civile ed economica, che è uno dei problemi che si pongono.
Sottolineo il valore della missione europea prevista per la formazione delle forze di polizia. Non si tratta propriamente di un aspetto civile, ma neppure di un aspetto militare, e soprattutto punta al rafforzamento dello Stato e delle istituzioni afghane, premessa indispensabile per giungere a un superamento della missione militare internazionale. Nello scenario afghano, quindi, alcuni passi in avanti si stanno compiendo; anche se non siamo giunti alla convocazione di una conferenza di pace, tuttavia, tale convocazione oggi mi sembra più realistica rispetto a un anno fa, quando cominciammo a parlarne, e comunque noi continueremo a lavorare in questa direzione.
L'onorevole Forlani ha approfondito, in un modo che condivido, con un approccio ragionevole e problematico, il tema infrapalestinese. Ricordo, tuttavia, che il presidente Abu Mazen ha dichiarato che intende arrivare a elezioni palestinesi. Già solo garantire lo svolgimento delle elezioni in Cisgiordania e a Gaza richiede lo sviluppo di un dialogo tra le fazioni. Non si capisce altrimenti come potrebbero essere garantite. Questa rimane una necessità.
Dal punto di vista umanitario, come Unione europea, ci muoviamo a Gaza in rapporto alle Agenzie delle Nazioni Unite, che continuano a operarvi, sia pure nella condizione creatasi dopo il colpo di mano di Hamas. Condivido l'opinione che Hamas sia un movimento abbastanza articolato, tra componenti militari, civili e assistenziali. Una delle ragioni della forza di Hamas è la rete di una sorta di welfare islamico da essa costruito nei Territori, come anche da Hezbollah. Si tratta di una rete di tipo assistenziale e solidaristico, molto simile a movimenti che conosciamo più da vicino, ovviamente depurati delle componenti militari e terroristiche. Si tratta, quindi, di movimenti complessi. È difficile pensare che un gruppo terroristico vinca le elezioni; evidentemente, se un raggruppamento politico arriva a vincere le elezioni, possiede non solo una dimensione terroristica, ma anche civile, assistenziale, di rapporti sociali.
Hamas, quindi, è un movimento che ha una sua complessità. Anche Mustafà Barghouti, personalità indipendente ma non priva di significato - è stato il candidato indipendente contrappostosi ad Abu Mazen nelle elezioni, dove ha raccolto il 16 per cento dei voti; è stato membro del Governo di unità nazionale palestinese, mentre adesso non lo è più -, è convinto della necessità di promuovere il dialogo. Da pacifista integrale ed esponente di una società civile palestinese che ha compiuto la scelta non violenta, critico di Fatah nel periodo ultimo della presidenza di Arafat, Mustafà Barghouti è convinto della necessità di ricercare un dialogo con le componenti di Hamas più legate al popolo palestinese.
In questo momento, non siamo noi a dover fare alcun dialogo - non è il nostro compito né la nostra priorità -, però dobbiamo incoraggiare chi è in grado di promuoverlo, ossia innanzitutto i palestinesi e quei Paesi arabi che possono dare un contributo in questa direzione e ricercare le vie perché il dialogo riprenda. L'importante è che esso riprenda su basi chiare, ossia nella ricerca di un accordo di pace con Israele, nel rispetto della sua sicurezza e delle regole di convivenza civile all'interno della comunità palestinese.
Per quanto riguarda infine il Libano, il tema dello scambio dei prigionieri è delicato e importante. I canali sembrano essersi interrotti anche da parte libanese, perché - come noto - si sono perdute le tracce dei due militari israeliani catturati da Hezbollah. Il tema delle fattorie di Sheba'a è più complesso. Ritengo che sarebbe saggio da parte di Israele lasciarle sotto il controllo delle Nazioni Unite. Capisco la posizione israeliana secondo cui una restituzione dei Territori possa avvenire nel quadro di un accordo di pace. Il Libano, come sapete, non ha mai firmato


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un accordo di pace con Israele ed è uno dei Paesi della regione che non sono in pace con Israele. Appare ragionevole, dunque, la posizione israeliana secondo cui la definizione dei problemi territoriali debba avvenire nel quadro di un accordo di pace. Non abbiamo chiesto a Israele di restituire al Libano le fattorie di Sheba'a, ma di porle sotto il controllo delle Nazioni Unite. Anche questa richiesta più ragionevole, però, non ha trovato accoglienza.
Io ritengo che, in questo momento, ci si debba concentrare sulla necessità di consolidare le prospettive democratiche libanesi. Ciò significa, innanzitutto, favorire un accordo intorno alla Presidenza della Repubblica, che appare la scadenza cruciale per dare forza alle istituzioni libanesi e per riattivare quella collaborazione tra diverse componenti etnico-religiose che è la chiave della stabilità del Libano, così come il conflitto tra le componenti etnico-religiose è stata la ragione delle guerre civili che hanno insanguinato quel Paese.
Noi faremo uno sforzo. È auspicabile che analogo sforzo sia compiuto anche dalle autorità religiose, che possono esercitare un'influenza molto importante in quella situazione. Anche in questo caso, il modo migliore per aiutare i nostri militari che difendono la sicurezza è dunque quello di fare politica, giacché è del tutto evidente che la presenza militare talvolta è inevitabile, ma anche che non sostituisce mai l'azione politica.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro per questa occasione di discutere sulla politica estera nel suo complesso.

GIUSEPPE COSSIGA. Signor presidente, vorrei intervenire sull'ordine dei lavori. Ringrazio il Ministro e spero che anche lui ci ringrazierà per aver evitato di porre una serie di domande.
Il mio intervento sull'ordine dei lavori mira a ricordare a me stesso e, se è necessario, anche alla presidenza, che non si tratta di un'audizione del Ministro, ma di una comunicazione che il Ministro rende al Parlamento, ai sensi di un articolo di legge. Non credo, dunque, che si possa procedere - di questo discuteremo in sede di ufficio di presidenza - come se questa fosse un'audizione, nella quale chiunque pone domande su qualunque tema.
Tra l'altro, oggi abbiamo audito il Ministro degli esteri e, in altra sede, ascolteremo il Ministro della difesa. Ritengo che il Ministro degli esteri potrà concordare con me che le tematiche militari attengono alla politica estera del Governo e che è complesso trattarle in maniera indipendente. Abbiamo infatti evitato di porre al Ministro talune domande, su cui probabilmente avrebbe dato risposte, per cogliere poi eventuali differenze con quelle che successivamente fornirà il Ministro della difesa. Non è nostra intenzione procedere in questo modo e in sede di ufficio di presidenza solleveremo i punti procedurali relativi a questo tipo di comunicazioni. Infatti, immagino che ne seguiranno altre. Credo di aver appreso che è prevista una missione in Cina contro la pena di morte, altrimenti non avrei compreso il senso di una domanda cui il Governo ha cortesemente risposto. Tra l'altro, ricordo che si tratta di un tema che interessa anche noi.
Mi atterrei però ad una procedura leggermente diversa per massimizzare il risultato del rapporto tra Governo e Parlamento.

ROBERTA PINOTTI, Presidente della IV Commissione. Ne parleremo in sede di ufficio di presidenza, perché le comunicazioni prevedono anche la possibilità di discussione. Desideriamo comunque utilizzare le modalità migliori per raggiungere gli obiettivi richiesti dalla legge. Nulla vieta, dunque, di svolgere diversamente le prossime comunicazioni, qualora ciò sia ritenuto più opportuno. Dal punto di vista della legittimità della conduzione rispetto al regolamento, l'intervento con domande e considerazioni è previsto. In sede di ufficio di presidenza individueremo comunque il modo migliore per perseguire l'obiettivo comune di monitorare complessivamente le missioni.


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PRESIDENTE. Abbiamo anche detto che il Ministro tornerà.

SERGIO MATTARELLA. In modo conforme al regolamento...

ROBERTA PINOTTI, Presidente della IV Commissione. Assolutamente in modo conforme al regolamento, che peraltro oggi è stato rispettato.

PRESIDENTE. Le Commissioni avranno modo di approfondire tutti gli aspetti legati allo specifico del Ministero della difesa. Si tratta di questioni su cui il Ministro degli esteri si è espresso compiutamente e pienamente; comunque, la prassi prevede domande e interventi anche da parte del Ministro.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16,10.