COMMISSIONI RIUNITE
III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 3a (AFFARI ESTERI, EMIGRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 2 agosto 2006


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA III COMMISSIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 14,35.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto chela pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, anche mediante la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Seguito dell'audizione del ministro degli affari esteri, Massimo D'Alema, sugli sviluppi della situazione in Medio Oriente.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, il seguito dell'audizione del ministro degli affari esteri, Massimo D'Alema, sugli sviluppi della situazione in Medio Oriente, rinviata nella seduta del 27 luglio 2006 presso il Senato della Repubblica.
Ringrazio il ministro D'Alema per essere ancora una volta presente alla riunione congiunta delle Commissioni esteri di Camera e Senato. Il ministro arriva qui all'indomani di un tour de force, che lo ha portato in Israele e, ieri, alla riunione straordinaria dei ministri degli esteri dell'Unione europea.
Prima di proseguire con la discussione che avevamo avviato il 27 luglio scorso, do la parola al ministro D'Alema per un aggiornamento, alla luce degli sviluppi della crisi mediorientale e dei contatti che egli ha avuto in questi ultimi giorni.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Lungi dal voler svolgere una relazione - d'altro canto, abbiamo già avuto modo, in diversi momenti, alla Camera e al Senato, o in sedute congiunte, di presentare le linee di azione del Governo di fronte all'aggravarsi e alla nuova qualità della crisi esplosa in Medio Oriente - mi limiterò a fare un resoconto delle più recenti iniziative e degli incontri che, dopo la Conferenza di Roma, hanno visto impegnato il Governo italiano e me stesso negli ultimi giorni.
Ricordo che la Conferenza di Roma si era conclusa con l'impegno a lavorare su tre punti essenziali. Il primo punto prevede gli aiuti umanitari al Libano: questo ha costituito un impegno immediato dell'Italia, attraverso un'azione diretta del nostro paese, sia in Libano, dove due navi italiane hanno portato 80 tonnellate di aiuti umanitari, in particolare nel campo sanitario, sia a Gaza, con un'iniziativa italiana nello stesso campo sanitario, per cercare di sopperire ad una situazione umanitaria drammatica. L'azione umanitaria coordinata ha l'obiettivo più ambizioso di aprire corridoi e di coordinare, naturalmente sotto l'egida delle Nazioni Unite e della Commissione europea, un più vasto concorso di sostegni alla popolazione libanese. Questa attività è in corso, non senza qualche difficoltà, perché la sicurezza dei corridoi umanitari non è sempre pienamente garantita. Possiamo dire, tuttavia, che a partire dalla Conferenza di Roma c'è stato un notevole salto di qualità, nell'impegno coordinato della comunità internazionale.


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La Conferenza si riprometteva, altresì, di esprimere un sostegno al Governo libanese, nella prospettiva di una ricostruzione del paese. Impegno, questo, più di prospettiva, ma certamente non meno essenziale ai fini di garantire la stabilità e la ripresa del Libano, in considerazione dell'enormità dei danni subiti dal paese, dalle infrastrutture civili, dalle abitazioni, in tante parti del Libano.
Infine - ed era forse il tema più importante - la Conferenza ha affrontato la questione cruciale di un'azione internazionale volta a fermare le ostilità e, nello stesso tempo, avente come obiettivo quello di non ritornare allo status quo ante, ossia, nella cessazione delle ostilità, di porre rimedio alle cause del conflitto, determinando una nuova situazione al confine tra Israele e Libano, attraverso il dispiegamento di una consistente forza internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite. Ciò allo scopo di impedire violazioni della Blue line e, quindi, il persistere o il ripetersi di attacchi terroristici verso il territorio israeliano, ma anche allo scopo di sostenere l'azione del Governo libanese e delle forze armate libanesi, nella piena attuazione della risoluzione n. 1559 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dell'accordo di Taif, nel senso di un disarmo delle milizie e di una piena estensione della sovranità del Governo libanese sull'intero territorio del Libano.
Dunque, noi abbiamo puntato, fin dall'inizio, ad una soluzione che consentisse la cessazione delle ostilità e, attraverso l'impegno della comunità internazionale, la possibilità di porre rimedio alle ragioni che avevano originato il conflitto e di avviare una fase nuova di stabilizzazione della regione.
Ricordo che nella Conferenza di Roma affermammo, nello statement finale, che «i partecipanti alla Conferenza di Roma esprimono la loro determinazione a lavorare immediatamente per raggiungere, con la massima urgenza, il cessate il fuoco, per porre fine alla corrente violenza e alle ostilità».
Noi abbiamo lavorato con questo obiettivo: intervenire immediatamente per arrivare al più presto al cessate il fuoco. A partire da quel momento, abbiamo avuto prima un incontro molto importante con il Presidente Abu Mazen, in visita a Roma. Su questo tornerò brevemente alla fine, perché penso che l'attenzione che in questo momento si rivolge comprensibilmente alla crisi israelo-libanese non debba, tuttavia, fare uscire di scena quella che continua a rimanere la questione chiave dell'assetto del Medio Oriente, cioè la questione palestinese.
Successivamente, abbiamo avviato una complessa missione in Israele, nel corso della quale ho avuto modo di incontrare il ministro degli esteri, il ministro della difesa, il primo ministro, numerose personalità dell'opposizione, anche dell'opposizione parlamentare, il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat, ed anche - cosa che non aveva una diretta attinenza alle trattative, ma tuttavia ha avuto un grandissimo interesse - il nunzio apostolico, il custode di Terrasanta, il patriarca, unitamente al cardinale Martini, che ha voluto essere presente in questo incontro.
Al centro della missione in Israele c'è stata la spiegazione della nostra proposta di una forza internazionale e del nostro impegno, che considero anche un rilevante impegno dell'Europa e dell'Italia verso Israele, nel senso che l'impegno europeo a ricostruire il Libano, che gli israeliani hanno largamente distrutto, quindi concorrere con i denari dei nostri contribuenti rappresenta anche un'azione volta ad evitare la disgregazione del Libano, il precipitare del paese in un clima di guerra civile, con gravi rischi anche per la sicurezza di Israele. Così come l'impegno dell'Italia e di altri paesi europei a mandare i nostri soldati ai confini con Israele rappresenta un impegno per proteggere la sicurezza di Israele.
Ho molto insistito - d'altro canto, questa è la posizione europea, su cui tornerò illustrando le linee del Consiglio europeo - sul fatto che alla preoccupazione israeliana, legittima, cioè che il cessate il fuoco non riporti allo status quo ante, ma al riprodursi


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di una situazione di minaccia, di pericolo al confine con Israele, noi intendiamo rispondere con un impegno della comunità internazionale e con il dispiegamento di una forza internazionale consistente - una forza militare, non un gruppo di osservatori - ai confini con Israele.
Naturalmente questa soluzione richiede che vi sia al più presto un cessate il fuoco. Infatti è del tutto impensabile che una missione internazionale di questa portata possa essere decisa o dispiegata nel corso di combattimenti. Non vi è alcuna disponibilità, da parte di nessuno, ad un'ipotesi di questo tipo. La missione internazionale richiede una cessazione delle ostilità, un accordo di cessate il fuoco fra le parti e una piena disponibilità, da parte del Governo libanese, ad accogliere sul territorio del Libano una forza militare consistente come quella che si dovrebbe inviare.
È evidente che tutto questo richiede una cessazione del conflitto quanto più rapida possibile. Devo dire che ho trovato, da parte israeliana, un sincero interesse ad un impegno internazionale per la sicurezza di Israele. È una novità. È la prima volta che il Governo israeliano manifesta la propria disponibilità ad accettare una consistente forza militare e si allontana da una filosofia che è sempre stata quella di garantire la sicurezza di Israele attraverso l'azione militare israeliana. Tuttavia, il punto di vista degli israeliani è che la missione internazionale debba dispiegarsi dopo che si svolga una dura ed efficace offensiva militare - questo punto di vista non è soltanto teorico, dal momento che tale offensiva militare si sta dispiegando - e che l'azione militare cesserà soltanto quando la missione internazionale metterà piede sul territorio libanese.
È del tutto evidente che questa impostazione non è, a mio giudizio, sostenibile, non è condivisa dalla comunità internazionale e rischia di far venire meno la possibilità di una forza internazionale per la sicurezza e la stabilità della regione. Credo che sarebbe un grave errore, da parte del Governo israeliano, far venire meno questa opportunità. Penso che sia il momento di una riflessione più di fondo da parte della classe dirigente di Israele sul modo in cui quel paese voglia garantire, non solo ora, in questa crisi, ma nel futuro la propria sicurezza, nel quadro di un conflitto che rischia di allargarsi, di internazionalizzarsi e che certamente non si presenta più nella forma del tradizionale conflitto israelo-palestinese.
Tuttavia, questa discussione, che si è aperta in modo molto interessante, non ha sin qui portato ad esiti. Debbo dire che ho avuto l'impressione che ci sia anche una certa difficoltà da parte della mediazione americana. A conclusione di una giornata molto dura di discussioni, domenica ho incontrato il segretario di Stato Condoleezza Rice, anch'essa presente a Gerusalemme, dove ha tenuto parallelamente incontri di certo assai più rilevanti. È stato nel corso della serata che gli americani hanno esercitato il massimo di pressione, ottenendo il risultato - decisione annunciata alla mezzanotte di domenica - di una sospensione degli attacchi aerei nel sud del Libano, per quarantotto ore, per consentire l'evacuazione della popolazione civile, tanto più necessaria dopo il tragico attacco di Cana e l'uccisione di tanti civili, fra cui numerosi bambini. Ma questo è un dato più generale: l'UNICEF oggi ci comunica che circa un terzo delle vittime sono bambini e che il numero dei militanti caduti costituisce una minoranza estrema delle vittime di questo conflitto.
Tuttavia, questa cessazione, peraltro parziale, degli attacchi aerei è già finita, e riprende un'azione militare di terra e con attacchi aerei piuttosto massiccia.
In questa situazione si è tenuto il Consiglio europeo dei ministri degli esteri. Il Consiglio ha approvato un documento, disponibile per il Parlamento, che riprende pienamente l'impostazione che qui riferivo, che è l'impostazione comune dell'Europa. Ho trovato oggi interpretazioni abbastanza singolari su alcuni organi di stampa, secondo cui il Consiglio europeo avrebbe visto un conflitto fra un asse anglo-tedesco e un asse francese. In verità, su proposta tedesca, il Consiglio europeo ha adottato esattamente lo stesso dispositivo del progetto di risoluzione che la


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Francia ha depositato al Consiglio di sicurezza. Ed è il dispositivo francese che prevede, esattamente, come primo step, la cessazione delle ostilità e, come secondo step, un cessate il fuoco negoziato tra le parti.
Proprio per testimoniare della unitarietà della posizione europea abbiamo deciso di adottare, nel draft del Consiglio europeo, esattamente la terminologia che è contenuta nella proposta di risoluzione che la Francia ha depositato di fronte al Consiglio di sicurezza e che, dopo le considerazioni, apre il dispositivo con le parole: «calls for an immediate cessation of hostilities». È esattamente quello che abbiamo scritto nel documento, con le stesse parole, per rimarcare che la posizione europea è una. Successivamente, il documento francese dice che si deve raggiungere un permanent cease-fire. E nello statement dei ministri degli esteri europei si è adottata la stessa terminologia.
Credo sia importante che, in un momento così delicato, la posizione europea sia univoca. Anche la Gran Bretagna, in verità, che era stata accreditata di una posizione contraria alla richiesta di un'immediata cessazione delle ostilità, per bocca del ministro Margaret Beckett ha smentito questa contrarietà e sottoscritto il documento unanime del Consiglio europeo. Questa è la cronaca di una riunione, che solo in Italia ha assunto una veste particolare. La stampa internazionale non fornisce questa singolare interpretazione, ma noi siamo un paese creativo e applichiamo i criteri della cronaca politica interna anche alla politica estera, con effetti simili.
Le prossime scadenze della crisi spostano l'attenzione a quello che potrà accadere sul campo, e cioè al rischio di una escalation militare e di una internazionalizzazione del conflitto. È del tutto evidente che il perdurare di un'offensiva israeliana nel Libano può attivare un meccanismo di solidarietà, in tante parti del mondo islamico, con il rischio di afflusso di volontari, di armi. Siamo in uno scenario nuovo, in uno scenario post-iracheno, nel quale il rischio di un contagio è fortissimo in tutta la regione.
Tra le testimonianze più preoccupanti che abbiamo raccolto in queste ore c'è la lettera che il ministro degli esteri egiziano ha inviato a tutti i suoi colleghi europei: una lettera con accenti molto gravi circa gli effetti che il trascinarsi della crisi sta provocando nell'opinione pubblica egiziana. Parliamo di un paese che ha fatto la pace con Israele, ma nel quale è in atto un forte movimento, ovviamente alimentato dalle organizzazioni islamiche, a favore di una partecipazione dell'Egitto alla guerra in difesa del Libano.
Abbiamo una situazione molto preoccupante in tutto il mondo arabo. D'altro canto, basta vedere le posizioni dei governi, compresi quelli più filooccidentali, come il Governo iracheno, per registrare l'estrema preoccupazione e la richiesta di una immediata cessazione delle ostilità. Stamani ho incontrato il vice primo ministro dell'Iraq, in visita nel nostro paese, ed ho registrato queste stesse posizioni, preoccupazioni e sentimenti.
Noi non sappiamo che prospettive, che durata abbia l'azione militare israeliana. Credo che tutto dimostri che non si tratta di un'azione militare di scarso rilievo, anche perché si trova di fronte un movimento che ha caratteristiche di un movimento di guerriglia, che ha mobilità, conoscenza del terreno e un forte retroterra, tra l'altro, di consenso: tra gli effetti negativi degli sviluppi del conflitto c'è un ricompattarsi del Libano.
Il premier democratico del Libano, uomo molto vicino all'Occidente, ha ringraziato Hezbollah per il suo sacrificio nella difesa del paese. Il rischio è che, in realtà, anziché isolare questo movimento estremista, che ha anche componenti terroristiche, si determini un fenomeno di solidarietà, nel nome della difesa del paese, della popolazione civile, e via dicendo. Del resto, la guerra moderna si fa anche attraverso la televisione, e le immagini di Cana hanno avuto un effetto devastante in tutto il mondo, ma in particolare nel mondo islamico.
Da un lato, quindi, ci sono gli sviluppi sul terreno, dall'altro c'è la vicenda politico-diplomatica, che si sposta a New


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York, nella preparazione della riunione del Consiglio di sicurezza. Qui noi siamo spinti inspiegabilmente in secondo piano, pur essendo l'Italia tra i paesi che hanno manifestato e che confermano la più larga disponibilità a concorrere ad una forza internazionale, il che senza dubbio ci dà più voce in capitolo.
A New York si è aperto un negoziato per cercare una posizione convergente. È del tutto evidente che anche gli americani premono per una rapida conclusione. Anche la dichiarazione di Condoleezza Rice, secondo cui il cessate il fuoco è questione di giorni, non di settimane, la considero un auspicio, più che un annuncio. Certamente, comunque, è un auspicio significativo, che dimostra che anche gli Stati Uniti premono per una rapida conclusione dell'azione militare.
Credo che questo debba essere l'auspicio di tutti, innanzitutto per Israele. Il rischio che l'opportunità di una presenza internazionale nella regione si consumi esiste. È evidente, infatti, che l'aggravarsi del conflitto, l'aumento del numero delle vittime, la radicalizzazione del mondo arabo creerebbero una situazione nella quale potrebbe diventare impossibile trovare un accordo per inviare una forza internazionale nella regione: intanto perché questo accordo ha bisogno del consenso del Governo libanese e poi perché questa missione deve svolgersi in un clima di accettazione da parte delle forze in campo, altrimenti rischia di diventare un'altra cosa, ossia una missione di guerra, accanto ad una delle due forze combattenti. Questo certamente non è né nella volontà delle Nazioni Unite, né nella disponibilità del nostro paese.
Questo è il quadro assai problematico della situazione, e in questo quadro vorrei sottolineare una nota positiva. Credo che l'azione italiana si sia mossa in un rapporto positivo con i nostri alleati, in un rapporto di positiva collaborazione fra i paesi europei (direi che c'è, pur muovendo da impostazioni diverse, un certo compattarsi dell'Europa nella crisi) e in un rapporto positivo con gli americani, i quali hanno tradizionalmente una posizione più legata alle ragioni di Israele, ma cercano, in questo momento, di esercitare un ruolo di moderazione, seppur non con grandi risultati, e tuttavia con qualche segno abbastanza evidente di buona volontà.
Nello stesso tempo, credo che sia stato importante aver riallacciato, in un momento così drammatico, un rapporto positivo con tanta parte del mondo arabo cosiddetto moderato, che vorrebbe difendere una posizione moderata e chiede di essere aiutato in questo. Credo che l'essere venuti a Roma, a fare una conferenza con gli americani, nel momento della guerra nel Libano, sia stata una scelta coraggiosa da parte dei governi dell'Egitto, dell'Arabia Saudita e, per certi aspetti, anche della Turchia e della Giordania. Una scelta coraggiosa, se si considera qual è il tasso di ostilità antioccidentale che cresce in quelle società. Naturalmente questi paesi, queste classi dirigenti che vogliono fare argine al terrorismo hanno bisogno di trovare, nell'Europa e nell'Occidente, una sponda ragionevole, in grado di farsi carico delle loro ragioni.
Un'ultima annotazione vorrei fare sulla situazione di Gaza. È in atto un tentativo importante, da parte del presidente Mahmoud Abbas, per cercare di uscire da questa crisi israelo-palestinese. Il piano di Abu Mazen si articola in tre fasi. La prima fase risponde al tentativo di raggiungere un'intesa tra le diverse componenti palestinesi, per arrestare la violenza e restituire ad Israele il caporale Shalit. Il dramma delle persone rapite è uno degli aspetti più terribili di questa crisi; ho avuto modo di incontrare la moglie di uno dei soldati rapiti nel Libano, che era a conoscenza della richiesta di una mediazione italiana. A questo potremmo certamente essere disponibili, ma in un contesto diverso: la premessa di una qualsiasi mediazione è che ci sia una cessazione delle ostilità.
La prima fase del piano prevede, altresì, la cessazione del lancio di razzi Qassam contro Israele e la richiesta ad Israele della cessione dei raid su Gaza, che hanno causato 155 morti nelle ultime settimane. La seconda fase prevede: formazione


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di un Governo di unità nazionale, sulla base dell'accettazione del cosiddetto programma del documento dei prigionieri, e cioè sulla base di un programma che prevede il riconoscimento di Israele. La terza fase, infine, prevede la ripresa di un periodo negoziale con Israele, della road map, e via dicendo.
Si tratta di un programma positivo e credo che sia interesse di tutti - ho registrato, sia in Europa che negli Stati Uniti, la volontà di aiutare questo programma, che è attivamente sostenuto dagli egiziani - proteggere l'Autorità nazionale palestinese da interferenze che da altri paesi possano venire per ostacolare questo programma. Naturalmente, perché possa realizzarsi, è essenziale che nel frattempo non si determini un tragico collasso umanitario a Gaza.
Il meccanismo temporaneo europeo è partito, nel senso che abbiamo ricominciato a dare aiuti, come Commissione europea, e c'è anche un impegno diretto dell'Italia, ovviamente in una misura più modesta. Purtroppo, il resoconto del viaggio della Commissione europea a Gaza è impressionante, in quanto rivela il rischio di totale tracollo del sistema sanitario, la mancanza di servizi essenziali. È evidente, quindi, che se non vogliamo che la tragedia umanitaria alimenti una spirale di disperazione e di violenza, bisogna che l'impegno su questo fronte sia tale da sostenere l'azione politica che, nel frattempo, si spera possa delineare, lungo la via che ho indicato, un'uscita dalla fase più drammatica della crisi.

PRESIDENTE. Comunico che daremo la parola al ministro, per la replica, intorno alle ore 16,15, dovendo egli lasciare i nostri lavori alle ore 16,30. Considerando il numero dei colleghi iscritti, che avevano già chiesto la parola nella scorsa audizione, ed di altri colleghi che si sono iscritti successivamente, gli interventi dovrebbero durare circa sei minuti, che mi pare sia un tempo sufficiente per esprimere compiutamente il proprio pensiero.
Do la parola ai colleghi che intendono porre quesiti o formulare osservazioni.

ALESSANDRO FORLANI. Signor ministro, prendo atto con soddisfazione di quanto ci è stato riferito sulla posizione unitaria dell'Unione europea. Eravamo tutti molto preoccupati che, anche in questa occasione, potessero emergere posizioni diverse che paralizzassero, ancora una volta, di fronte a una grande crisi mediorientale, la capacità dell'Europa di svolgere un'azione di politica estera e di esternare tutto il suo potenziale in termini di mediazione; una mediazione che viene invocata sempre più da quell'area e, più in generale, dalle parti che si trovano in conflitto.
Anch'io, leggendo la stampa italiana, come sottolineava il ministro, ero preoccupato che anche in Europa potesse assumere rilevanza quella che mi sembra, oggi, la linea di demarcazione sulle diverse interpretazioni e sulle diverse soluzioni di questa crisi. Vi è una posizione americana, emersa anche durante la Conferenza di Roma, pronunciata per bocca della Rice e dello stesso Bush - che poi è la stessa di Israele -, la quale tende a prefigurare la possibilità della comunità internazionale di intervenire soltanto successivamente alla conclusione delle ostilità. L'impostazione è sempre quella, che ormai si è rivelata fallimentare in molte circostanze, in questi anni, secondo cui attraverso l'azione armata si può arrivare a determinare scenari nuovi di stabilità permanente.
Questo è quello che sostanzialmente emerge anche dall'articolo di Magdi Allam pubblicato oggi sul Corriere della Sera: l'azione armata, comunque, pur con tutte le sue devastazioni, può portare ad un successivo scenario di maggiore sicurezza. La mia valutazione vuol tener conto di torti e ragioni, che non sono del tutto equidistanti. Senza infatti andare troppo lontano nella storia del conflitto israelo-palestinese - altrimenti sono chiare le ragioni di tutte le parti -, soffermandoci sulle vicende degli ultimi anni, per primo riconosco come il Governo Sharon (dopo le prime contraddizioni, gli omicidi mirati, la passeggiata sulla spianata delle moschee) abbia successivamente intrapreso una strada volta al dialogo e alla conclusione della road map. C'era anche stato,


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del resto, uno sgombero dei coloni dalla Striscia di Gaza, c'era stata analoga disponibilità per la Cisgiordania, c'era stata l'uscita dello stesso Sharon dal Likud: insomma, i passaggi più recenti del Governo israeliano erano stati nel senso della pace e di una soluzione che prevedesse due Stati entro confini certi.
Ma proprio nel momento in cui si profilava - anche attraverso il «piano dei prigionieri» - la possibilità di accelerare il corso della pacificazione, si è fatta sentire con tutta la sua forza quella strategia di destabilizzazione che obiettivamente sussiste nel Medio Oriente e che non parte certo da Israele. Ho partecipato alla manifestazione di solidarietà alla sinagoga e in questo momento comprendo tutte le ragioni di Israele e tutte le necessità di difendere il proprio territorio.
Non ritengo, tuttavia, che l'azione portata avanti possa condurre a delle soluzioni. Lo ricordava anche il ministro, Hezbollah oggi è molto più popolare di prima sul territorio libanese, e il premier Siniora parla diversamente di quel movimento rispetto a quanto avesse fatto all'inizio della crisi.
Diventano degli eroi, dei patrioti, proprio come, in questa fase, sta succedendo nuovamente per i talebani in Afghanistan. Sono all'incirca 850 i civili massacrati, di cui 200 bambini, migliaia i feriti, sempre nell'illusione che con azioni di questo tipo si possa debellare un terrorismo che è in realtà un fenomeno di carattere carsico, come dimostrano i casi dell'Afghanistan e dell'Iraq. Si possono arrestare centinaia, migliaia di militanti, ucciderli, bombardarli, portarli nelle varie prigioni internazionali, ma il fenomeno si riprodurrà sempre, perché ha alla sua base nodi di carattere politico.
Tutto ciò, in questi anni, è stato storia dell'Iraq, dell'Afghanistan, della Palestina, e temo possa esserlo anche del Libano. Credo quindi che, in questa fase, insistere su una cessazione delle ostilità per riportare la vertenza sul piano del negoziato politico sia la posizione più responsabile e produttiva per quella parte della comunità internazionale che intende concorrere alla soluzione della crisi.
Sotto questo aspetto, la vicenda potrebbe essere un'occasione importante per riportare al tavolo del negoziato i nodi politici alla base di questa campagna militare e degli attentati che l'hanno determinata. Si dovrebbe riportare a un tavolo di trattativa il ritiro dai territori delle fattorie di Sheba, di cui tanto recentemente si è parlato, il ritiro dal Golan, dalla Cisgiordania, gli scambi dei prigionieri (addirittura mi pare che il presidente sciita dell'Assemblea parlamentare libanese avesse chiesto su questo punto la mediazione italiana), il disarmo delle milizie, il terrorismo, il ruolo della Siria e dell'Iran, e poi la ricostruzione del Libano, il problema dei profughi, e tutte le altre questioni sul tappeto.

ALÌ KHALIL detto ALÌ RASHID. Signor ministro, colleghi onorevoli, insieme alla mia parte politica abbiamo molto apprezzato lo sforzo compiuto negli ultimi giorni dal Governo italiano e dal ministro degli affari esteri per trovare una ricomposizione o una via di uscita da un conflitto che rischia di allargarsi e di colpire la stabilità di tutto il Medioriente.
Malgrado lo sforzo italiano, internazionale e delle Nazioni Unite, non possiamo dire siano stati registrati progressi. La situazione umanitaria diventa ogni giorno più drammatica: la popolazione civile, le infrastrutture, la vita quotidiana della gente in Libano, a Gaza e in Cisgiordania sempre più diventa quasi impossibile.
È devastante il messaggio che emerge in questi giorni. Malgrado la distruzione e la morte, assistiamo ad una paralisi completa delle Nazioni Unite, del diritto e della legalità internazionale; tutte le iniziative volte a trovare uno sbocco fino ad ora hanno fallito. Anche quella tregua o sospensione dell'attività bellica dell'aviazione israeliana è stata accompagnata da un'intensificazione dei cannoneggiamenti e di altre forme di intervento militare. Praticamente, è stato permesso solo ad una parte della popolazione civile di fuggire


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dal sud del Libano. Gli aiuti umanitari per il 90 per cento non sono giunti a destinazione: dei tre convogli, anche italiani, solo uno è arrivato. E la situazione preannuncia ancora maggiore devastazione.
Un altro segnale angosciante e preoccupante che affiora è l'incapacità di Israele, dopo sessanta anni di conflitto, di instaurare rapporti di normalità con l'area circostante. L'unico mezzo di comunicazione che utilizza con il resto dei paesi e dei popoli della regione è l'uso indiscriminato della forza; al punto da mettere in grave imbarazzo anche quei governi che il signor ministro ha definito «moderati», ma che - a dire il vero - in quell'area vengono indicati in altro modo. E questi paesi sono in grave crisi, in una situazione che sta rafforzando non solo le tendenze, ma anche la cultura più profonda; non è che non sia incline al dialogo, ma osserva che sino ad oggi questo metodo non ha prodotto alcun risultato.
Il conflitto non nasce ieri, con il rapimento di un soldato israeliano a Gaza e due in Libano; nasce sessanta anni fa, ormai, e trova origine e causa nella questione palestinese. Anche oggi, i tentativi di una soluzione politica al conflitto sono limitati ad alcuni aspetti marginali e parziali, ma non si avvicinano al nucleo vero della problema: la questione palestinese, una ferita aperta davanti agli occhi di tutto il mondo, di tutta la comunità internazionale, da sessanta anni. Finché non viene sciolto questo nodo, è difficile immaginare una possibile stabilità del Medio Oriente. E le tendenze più radicali acquisiranno sempre maggior forza e credibilità.
Signor presidente, signor ministro, siamo di fronte al fallimento del diritto internazionale e delle istituzioni sovragovernative che furono concepite dalla cultura e dall'intelligenza europea dopo immani tragedie (la prima e la seconda guerra mondiale) per prevenire le guerre, per dare soluzione ai conflitti. Oggi, invece, assistiamo a qualcosa di molto strano: a queste istituzioni viene chiesta la legittimazione della guerra. In tutti questi giorni, non sono state in grado di chiedere il cessate il fuoco, la cosa più sensata in questi casi.
Sono sicuro che quando tutti i presenti in quest'aula guardano le immagini del conflitto - soprattutto chi come me e molta altra gente segue mezzi d'informazione molto più obiettivi, nel riportare i fatti, di quelli italiani - vivono una situazione di angoscia, di rabbia, di frustrazione e vedono che la comunità internazionale talvolta non è in grado di giungere ad una soluzione pacifica, malgrado la volontà e la sofferenza di tutti di fronte a scenari e prospettive che non solo coinvolgono libanesi e palestinesi, ma che domani interesseranno anche gli stessi israeliani.
Siamo pertanto di fronte ad una crisi della politica in sé, chiamata a dare risposte a problemi aperti, a nodi che devono esser sciolti, e che bisognava risolvere molti anni fa. Il tempo, signor ministro, in questo caso non è galantuomo: i problemi, anzi, diventano ancora più difficili e complessi, rabbia e frustrazione aumentano. Nessuno poteva prevedere che in una società democratica come quella del Libano potesse mai prevalere Hezbollah, appena dieci anni fa non era pensabile; come non era ipotizzabile che in Palestina potesse imporsi Hamas. C'è sicuramente una responsabilità dei principali attori in Medio Oriente, ma c'è anche una responsabilità che coinvolge tutti noi.
Siamo poco lontani da un conflitto che si sta trasformando ogni giorno di più in una guerra di religione. Quindi apprezziamo nuovamente lo sforzo del ministro, le iniziative italiane, e chiediamo che si faccia ancora di più.

VALDO SPINI. Signor presidente, onorevoli colleghi, signor ministro, vorrei esprimere a nome dell'Ulivo tutto l'apprezzamento per l'azione incessante che sta svolgendo il Governo Prodi e in particolare il ministro degli esteri Massimo D'Alema, per il ristabilimento della pace in Libano e in Medio Oriente; una volontà di pace che vorrei definire sincera da parte dell'Italia. Si è tante volte discusso su equidistanze, su equivicinanze o quant'altro; ma il fatto che


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l'Italia, in questo particolare momento drammatico, sia in prima fila per l'azione e il possibile ristabilimento della pace corrisponde effettivamente ai sentimenti più veri del popolo italiano.
Le immagini delle vittime civili, di una parte e dell'altra, dei combattimenti in atto, ma in particolare quelle dei bambini uccisi a Cana - come ha ricordato ancora oggi Papa Benedetto XVI - sono di fronte a noi in tutta la loro drammaticità e ci impongono di dare il massimo del nostro impegno.
Il Libano oggi è un paese martoriato, di fatto ostaggio nel conflitto arabo-palestinese. E questo naturalmente è un dato che induce ad una consapevole presa di coscienza a tutto tondo, giacché l'elemento umanitario è senz'altro in primo piano nelle nostre considerazioni. Tuttavia, non saremmo politici se dimenticassimo e non sottolineassimo come la vicenda nasce con l'iniziativa Hezbollah di cattura dei prigionieri e di attacco missilistico, proprio nel momento in cui si stava facendo avanti il cosiddetto «documento dei prigionieri» e cioè una possibilità di intesa all'interno del mondo palestinese fra Al Fatah e Hamas.
Sappiamo infatti - ne parleremo dopo - che la pace ha certamente alleati, ma c'è anche chi nutre dubbi, o addirittura chi vi si oppone. L'Italia è tenuta a muoversi in tale direzione non solo per motivi umanitari, ma perché è realmente un periodo di emergenza per la politica estera e per la pace nel mondo.
Non dimentichiamo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione sul problema del nucleare iraniano con scadenza al 31 agosto: anche questo elemento costituisce un punto del contesto in cui ci stiamo muovendo. Ma è un contesto - so bene che del passato sarebbe forse inutile parlare - da cui emerge ancora una volta quanto sia stato profondamente errato l'intervento in Iraq. È stato infatti messo in discussione un pur precario equilibrio dell'area fra sciiti e sunniti, fra fondamentalisti e laici del mondo musulmano; e gli effetti, oggi, si vedono chiaramente quando si parla dell'azione combinata di varie forze per quanto riguarda il Libano, l'Iran, l'Iraq.
Ebbene, bisogna muoversi su una serie di obiettivi immediati. Intanto - il ministro lo ha posto in evidenza - occorre dare sostanza all'impegno per i corridoi umanitari in Libano. Oggi le agenzie, in particolare la Caritas, lamentano forti difficoltà e una sicurezza non garantita. Questo è un punto che l'incontro di Roma aveva prodotto e che dobbiamo assolutamente difendere.
È necessario sottolineare con decisione quanto deliberato ieri dal Consiglio europeo: viene chiesta un'immediata cessazione delle ostilità, che porti - si dice - un cessate il fuoco sostenibile. Pare che qualcuno - almeno scrive così l'Herald Tribune - abbia notato come in genere il cessate il fuoco preceda, non segua la fine delle ostilità. Ma comunque, la cessazione delle ostilità è politicamente importante, e deve essere evidenziato con forza il significato di quanto espresso dal Consiglio di ieri, che non costituisce certo semaforo verde per l'offensiva israeliana.
Bisogna accelerare i preparativi politici e militari per la predisposizione di una forza militare di pace nel sud del Libano, da installare con l'accordo delle parti interessate; potrebbe infatti costituire un elemento di sicurezza per tutti. Anzi, in tal senso - se il ministro ne ha il tempo -, varrebbe forse la pena di discutere dell'incontro di giovedì, quando dovrebbero ritrovarsi in sede ONU i quaranta paesi interessati a partecipare alla forza di pace. A quanto viene scritto dai giornali, la Francia avrebbe tuttavia deciso di non partecipare a questa riunione, in assenza di sufficienti garanzie. Sarebbe interessante avere notizie in proposito. Questi obiettivi vanno perseguiti immediatamente e con efficacia, e siamo in lotta contro il tempo.
Vorrei ora esprimere un concetto molto delicato, che spero possa essere compreso. La situazione sul terreno è molto eloquente in proposito: oggi - ci dicono le notizie anche ufficiali - dal Libano sarebbero stati lanciati centotrenta fra razzi e missili (queste sono le cifre israeliane,


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benché gli Hezbollah dicano il doppio) verso la Galilea e, in particolare, contro la città di Kiryat Shmona.
Se, da un lato, ciò conferma la dimensione della minaccia Hezbollah per Israele - oggettivamente, questo accumulo di potenziale bellico qualcosa vorrà pur dire -, dall'altro lato, questo lancio, verificatosi nel ventiduesimo giorno dell'iniziativa bellica israeliana, sta a significare che non è certo scontata l'idea di una sua conclusione veloce e rapida. Tanto più dobbiamo cercare, oggi, di sostituire alla politica delle armi le armi della politica.
Gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno dimostrato che gli atti unilaterali di per sé non sono sufficienti a raggiungere la pace, anche quelli - e qui forse potremmo avere qualche differenza di atteggiamento rispetto ad altri oratori - oggettivamente di pace, come a suo tempo il ritiro israeliano dal Libano, e recentemente da Gaza, che di per sé costituiscono elementi di pace, non certo di guerra. Ma se non si riesce a renderli elementi di un negoziato e di una vicenda bilaterale, possono essere messi in discussione anche in maniera drammatica, come del resto è avvenuto.
Si deve tornare al negoziato, in cui credo debbano essere coinvolti i nuovi protagonisti, come la stessa Siria; al riguardo, il ministro D'Alema ha avuto un incontro con il ministro siriano delle comunicazioni, e può essere interessante conoscerne i contenuti. Del resto, più volte il senatore Andreotti aveva avvertito su come sia difficile arrivare ad una conclusione tenendo fuori la Siria. Ho letto anche sul giornale israeliano Haaretz delle analisi molto importanti e molto significative in questo senso.
Non si può conseguire pace e sicurezza con un'iniziativa militare unilaterale. La pace e la sicurezza la si costruisce insieme. Certo si è perso tempo, certo si sono commessi errori, ma credo che proprio la dimensione della vicenda di oggi comporti una presa di coscienza e di responsabilità veramente approfondita e collegiale, una pace che assicuri nel contempo i diritti ai palestinesi e un'esistenza sicura ad Israele, secondo la formula «due popoli due Stati».
Come Parlamento sosteniamo l'offerta del Governo di partecipare in modo consistente e autorevole ad una forza multilaterale di pace, nelle condizioni che giustamente ha riferito il ministro: non per andare a sparare, ma per portare effettivamente pace.
Direi che ad essa è importante che possano partecipare anche paesi musulmani: faccio l'esempio dell'Egitto e di altri paesi musulmani, forse la stessa Turchia.
Come dicevo, siamo in una sorta di corsa contro il tempo, sia per quanto riguarda le sofferenze di tutte le popolazioni interessate, sia per quanto riguarda il possibile deterioramento della situazione politico-militare. Il ministro ha usato il termine «contagio», ma è indubbiamente una minaccia che pende sulla situazione internazionale.
L'Italia, mi sia consentito di dirlo, anche dopo la Conferenza di Roma - senza ovviamente pretendere di surrogare superpotenze - ha un prestigio internazionale forte e una possibilità di farsi sentire. Credo che, con un sostegno ampio e largo anche di questo Parlamento - sarebbe bene che vi fosse un sostegno ampio e largo -, il nostro paese sarà a completa disposizione per ogni azione di pace.

DARIO RIVOLTA. Scusi, presidente, considerato il tempo a disposizione - sei minuti - vorrei sapere quanti colleghi del mio gruppo sono iscritti a parlare.

PRESIDENTE. Sono iscritti a parlare l'onorevole Boniver e il senatore Pianetta.

DARIO RIVOLTA. Mi avvisi quando il mio intervento avrà raggiunto i due minuti.

PRESIDENTE. Lei svolga pure il suo intervento...

DARIO RIVOLTA. Signor ministro, lei ha fatto un cenno molto veloce alle vere cause della crisi in Libano. Mi ha stupito, però, il fatto di non sentir menzionare, in alcun punto del suo discorso, i nomi di Iran e Siria, in particolare Iran. Se la crisi in


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Libano fosse legata strettamente all'area, dovremmo chiederci per quali motivi una forza libanese - tra l'altro presente in Parlamento e nel Governo - come Hezbollah dovrebbe aver deciso di lanciare i razzi che hanno dato inizio a questa guerra.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Chiedo scusa, la interrompo perché la discussione non prenda una piega sbagliata. Le ricordo che ho fatto una relazione al Parlamento e ho dato per scontato che non dovessi ripeterla in questa sede. Ho spiegato l'origine di questa crisi nell'attacco contro Israele; per la verità, all'origine della crisi non ci fu un attacco missilistico, ma l'attacco di un commando ad un posto di blocco.
Tutto questo è già stato riferito al Parlamento. Del riconoscimento del diritto di Israele a difendersi abbiamo già discusso. Oggi non ho fatto un'analisi della crisi, ma ho dato un'informazione sulle più recenti iniziative del Governo. Per il resto, do per scontato il testo della mia relazione alla Camera dei deputati.

DARIO RIVOLTA. La ringrazio molto, signor ministro, di questa precisazione, che trovo utile e apprezzo. Salterò, quindi, alcuni punti del mio intervento.
Hezbollah è un gruppo che sembra - non mi è chiaro, per questo le chiedo di darmi spiegazioni - abbia ricevuto e forse ancora riceve aiuti dall'Unione europea. Se questo le risulta, avrei piacere di poter conoscere, eventualmente, a quale titolo.
Per quanto riguarda, invece, l'immediata cessazione delle ostilità, credo che tutti qui dentro e anche al di fuori di quest'aula siamo desiderosi che il mondo possa vivere in pace e che le ostilità cessino, dunque, il più presto possibile.
Tuttavia, come politici siamo obbligati a fare quelle analisi cui lei accennava poco fa e a cercare di prevedere le conseguenze di qualunque atto da noi auspicato. Non possiamo lasciarci andare solo al desiderio, comprensibile e condiviso, della pace.
L'espressione «cessazione immediata delle ostilità» cosa significa? Che si auspica uno status quo ante della situazione? Oppure, essendo l'obiettivo - dichiarato oggi e in altre circostanze, anche da lei, signor ministro - dare una vera sovranità al Libano, la cessazione immediata delle ostilità può avere un significato solo nel momento in cui si è trovato il modo di disarmare totalmente o in gran parte Hezbollah? È evidente che chi chiede la cessazione immediata delle ostilità, se non fa solo un ragionamento emotivo, deve prevedere che questa cessazione, come lei stesso ha detto, sia duratura. Tutti sappiamo che se Hezbollah non sarà disarmato, non sarà possibile avere una cessazione duratura delle ostilità. Di conseguenza, la cessazione immediata diventerebbe di per sé inutile.
Proprio in questi giorni, ieri ed oggi, si tiene a Kuala Lumpur una riunione della Conferenza islamica mondiale. L'argomento che verrà discusso è la crisi mediorientale, con particolare riferimento alla situazione del Libano. Quali informazioni possiamo avere sullo svolgimento di quegli incontri? Fra l'altro, mi pare che la Libia sia uno dei paesi arabi non invitati, mentre Egitto, Giordania e Turchia, oltre naturalmente a Indonesia, Malesia, Iran, Iraq, e via dicendo, sono presenti. Quali aspettative possiamo avere? Quell'incontro potrebbe essere utile alla soluzione della crisi o potrebbe, invece, favorire la nascita di una contrapposizione ulteriore tra un presunto sistema del mondo islamico ed un presunto sistema occidentale?

TANA DE ZULUETA. Anch'io ringrazio il ministro per l'analisi che ha svolto, che ho trovato non solo lucida, ma anche molto utile. Sono rimasta molto colpita dalle parole del collega Khalil Alì Rashid, che non posso che condividere. Credo, tuttavia, che nella relazione del ministro vi fosse un filo conduttore, che potrei richiamare all'ottimismo della volontà ed è una volontà di azione diplomatica estremamente importante ed interessante.
Il fatto che la Conferenza si sia svolta a Roma nasce dallo scenario post-Iraq, dalla circostanza che l'Egitto e altri paesi arabi non hanno ritenuto opportuno tenerla sul proprio territorio. Pertanto,


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quella Conferenza fu un rischio per noi e fu definita un fallimento da qualcuno. Credo che sia stato importante che l'Italia si sia assunta il rischio, abbia mantenuto un atteggiamento fermo e, soprattutto, abbia lavorato per tenere unita l'Europa. Credo che vi sia una differenza tra il Consiglio europeo di martedì - lo ritengo anch'io positivo - e la discussione che si è svolta a Roma, per quanto riguarda la posizione degli altri paesi europei.
La diplomazia ha gli strumenti per superare gli ostacoli. Ad esempio, l'ostilità suscitata dal termine «cessate il fuoco» è caduta quando vi abbiamo semplicemente anteposto il termine «cessate le ostilità». Di solito si fa il contrario, ma l'importante è il risultato.
Credo anch'io, e l'ho creduto fin dall'inizio, che questa sia una guerra devastante, inutile e pericolosa. Lo è talmente che il mio ex giornale, The Economist, aveva azzardato l'ipotesi che essa fosse stata lanciata per sbaglio. Di sicuro gli obiettivi militari sono forse irraggiungibili, nel senso che è molto difficile definire una vittoria. Israele ha già occupato il Libano e questa volta, anche se con più difficoltà, potrebbe rioccuparlo e non aver sortito l'effetto desiderato, cioè non aver eliminato un grave pericolo per la propria esistenza.
Poiché la soluzione dovrà essere diplomatica, credo che sia stato impostato in modo molto utile un percorso che parte da un lavoro solo umanitario, sia a Gaza che in Libano, per tentare di accelerare i tempi. Credo che sia molto importante la precisazione del ministro D'Alema riguardo al tempo. È stato chiarito, durante la visita in Israele, che l'offerta di impegno dell'Europa - e del nostro paese in particolare - è un'offerta di aiuto ad Israele, ma è inconcepibile chiedere a chi sarà disponibile a sostenere una forza internazionale di interposizione di finire il lavoro, ossia combattere noi Hezbollah per conto di Israele.
Credo che questo chiarimento, acquisito in Europa, dovrà anche attraversare l'Atlantico, per raggiungere l'obiettivo che noi tutti desideriamo, la cessazione delle ostilità di cui si parla.
Per quanto riguarda l'azione diplomatica, il ministro non ci ha dato nuove notizie, ad esempio, sul suo incontro con il ministro siriano. È del tutto evidente che una soluzione diplomatica dovrà coinvolgere la Siria, se non per altri motivi, per via della rivendicazione territoriale della Siria sulle fattorie di Sheba, che dovranno far parte di un eventuale accordo.
Credo che, anche in quel caso - e in tal senso avanzo un piccolo suggerimento -, si potrà usare l'argomento umanitario come apripista ad un'azione diplomatica nei confronti della Siria. La Siria ospita un numero incalcolabile (saranno ormai centinaia di migliaia) di rifugiati libanesi, in quanto è una frontiera aperta, senza visti. La Siria ospita, altresì, 400 mila rifugiati palestinesi e, si calcola, circa un milione di iracheni. Ora, per un paese dall'economia non particolarmente solida, questo è un impegno enorme. Un riconoscimento di questo impegno potrebbe essere un'azione diplomatica positiva. Penso ad un percorso che coinvolga la Siria, riconoscendone le iniziative positive, ma anche mettendola di fronte alle proprie responsabilità.
L'ultima considerazione riguarda Gaza. Credo che sia molto importante mettere in atto uno sforzo per ovviare al collasso umanitario. Considero importante essere usciti da un linguaggio di pregiudiziali nei confronti delle autorità politiche e di quel poco che ne rimane. Nella distruzione che hanno patito i territori occupati, tutti gli edifici dell'amministrazione palestinese sono stati rasi al suolo; metà del Governo arrestato e l'altra metà latitante, e poi c'è l'altissimo e crescente numero di vittime civili.
Credo che l'azione su questo fronte sia un'azione che noi sosterremo con convinzione. Un'azione umanitaria per aprire la strada ad un'azione diplomatica, che possa portare, infine, alla soluzione della questione di fondo, come ci ricordava Alì Rashid: la soluzione della questione palestinese come soluzione politica, territoriale, che dovrà impegnare tutta l'Europa in modo molto più convinto di quanto sia avvenuto finora.


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CARMELO BRIGUGLIO. Intanto, esprimo l'apprezzamento - l'unico - nei confronti del ministro degli esteri per l'attenzione rivolta al Parlamento, in momenti estremamente difficili. Permettetemi ora di apportare una nota di franchezza. Pur nella drammaticità degli eventi, un pizzico della sua caratterialità il ministro D'Alema lo mantiene, e ci sono due o tre punti sui quali credo che qualche approfondimento in sede di replica sarebbe necessario.
Personalmente trovo strano questo accento polemico - non ho avuto il tempo di guardare la stampa internazionale - nei confronti dei più accreditati organi di stampa italiani. Penso a corrispondenti esteri che non possono essere tacciati di parzialità, che scrivono sul Corriere della Sera, su La Stampa e su altri grandi giornali, che hanno riferito che, comunque, in sede di vertice europeo delle divisioni ci sono state.
L'impressione è che, anche in questa sede, dove dovremmo essere lontani da preoccupazioni di politica interna, sotto questo profilo il ministro non ci ha dato alcuna rassicurazione. Sarebbe opportuno, invece, riferire in modo abbastanza sereno che la cosiddetta politica europea comune, anche in questa occasione, ha avuto delle difficoltà, che si sono prefigurati degli assi inediti, che la formula finale politico-diplomatica non ha convinto nessuno, tant'è vero che essa ha bisogno di interpretazione e che - lo dico nel senso comune, ma anche come addetto ai lavori - non si comprende cosa voglia dire che prima si chiede la cessazione delle ostilità e poi il cessate il fuoco.
Credo che, sotto questo aspetto, ancorché superato con grande difficoltà nella formula finale, un approfondimento il ministro D'Alema - senza preoccuparsi della discontinuità fra la politica estera di oggi e quella di ieri - ce lo debba, per completare il senso della sua relazione e di questa integrazione.
Vengo a un'altra questione importante, che ha suscitato una certa reazione da parte del ministro D'Alema. C'è stata una fase in cui si è detto che il Governo italiano, e in particolare il Presidente del Consiglio, avrebbe dovuto porsi come un elemento di mediazione addirittura con l'Iran. Sono passate alcune settimane, e l'assenza - almeno in questa integrazione del ministro D'Alema - di qualunque riferimento alla Siria e all'Iran balza agli occhi di tutti. Credo che, in sede di replica, sarà utile che il ministro, se lo ritiene, ci fornisca qualche dettaglio anche rispetto a questo punto.
Un altro elemento di riflessione, cui vorrei appena accennare, deriva dalla convinzione espressa da parte di alcuni soggetti - in particolare intellettuali e scrittori - della società italiana israeliana, diversamente rispetto al passato. La convinzione che questa azione di Israele risponda a un diritto di difesa espressa da parte di soggetti che, in altre occasioni, non sono stati teneri nei confronti del Governo Sharon ci deve far riflettere sull'esistenza di una discussione - anch'essa in evoluzione - nella società israeliana. Tale convinzione da parte di intellettuali che non stanno facilmente dietro a ordini di scuderia o, comunque, al sentimento stretto di appartenenza nazionale, credo debba farci riflettere su come sia stato percepito dalla società israeliana quanto è accaduto e sulla vera natura della reazione da parte di Israele.

IACOPO VENIER. Vorrei esprimere a nome del gruppo dei Comunisti italiani il pieno appoggio a ciò che il nostro Governo, in particolare il ministro D'Alema, sta facendo in queste giornate difficili, nell'ambito di questa complicatissima partita internazionale. In particolare, abbiamo apprezzato l'impegno a costruire una posizione comune europea, un fatto anch'esso nuovo nel panorama della regione. La possibilità che l'Europa si affacci alla questione della crisi mediorientale con un'unica posizione e un'unica linea è un fatto di novità positiva - se si concretizzerà, come tutti noi vorremmo, anche in azioni concrete sul campo - nel quadro di una regione nella quale l'Europa è mancata, nonostante le sue responsabilità storiche (dal colonialismo in poi), mentre venivano poste le premesse degli scontri di oggi, che sono antiche.


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Apprezziamo anche le parole che ha utilizzato oggi il ministro per definire le caratteristiche che dovrà avere l'eventuale missione internazionale di pace in Libano. Non potrà trattarsi, come ha già detto la collega De Zulueta, di una missione che finisce il lavoro sporco che stanno facendo i militari israeliani invadendo il Libano. Alcuni segnali anche simbolici - penso alla distruzione della sede dell'ONU di Beirut qualche giorno fa - ci dicono, da un lato, dell'attesa di quelle popolazioni di un intervento internazionale a ripristino della legalità e della sicurezza del Libano, e dall'altro dell'impossibilità - non solo per nostra indisponibilità, ma per la condizione del campo - per chiunque di andare a sostituire o eventualmente a legittimare un'azione che legittimata non può essere.
Il terzo punto riguarda l'impegno a intervenire sulla catastrofe umanitaria provocata da queste azioni militari israeliane, che riguarda ormai milioni di persone. Certo, noi abbiamo negli occhi le immagini di Cana, ma non credo che si possa fare una graduatoria tra le distruzioni e le morti: bambini o anziani, giovani o donne morti in queste drammatiche giornate, sotto i bombardamenti o in un ospedale dove manca la corrente elettrica, o magari a un check point in Palestina che non si può attraversare per andare in ospedale.
Ricordo una considerazione espressa nella scorsa audizione con il ministro D'Alema sul contesto regionale in cui questa crisi va inquadrata e sull'atteggiamento nei confronti dello Stato israeliano, che noi condividiamo. Credo che le parole del ministro D'Alema individuino un pericolo ed anche una condizione di Israele in questo momento: una condizione in cui l'assoluta sproporzione tra l'offesa subita e la reazione, l'assoluta mancanza di umanità nella valutazione e nelle scuse che si sarebbero potute esprimere per le conseguenze più efferate delle azioni militari, indicano una debolezza politica di Israele in questa fase. Una debolezza politica importante, oltre che una debolezza militare, di cui anche altri colleghi hanno parlato. Israele ha invaso il Libano nel 1982 per sconfiggere l'OLP, oggi si ritrova Hezbollah, chissà cosa si ritroverà nel futuro. Insomma, soluzioni di questo genere non fanno altro che moltiplicare i nemici e amplificare i pericoli. C'è una debolezza demografica di Israele alla base della sua sensazione di non essere stabile. È giusto dire, dunque, che vogliamo agire perché Israele si senta sicuro e in pace, ma Israele deve ritornare nella legalità internazionale. Questa è la premessa.
C'è la risoluzione n. 1559 sul Libano, ma ci sono anche le risoluzioni internazionali su Gaza, sulla Palestina, sulla Cisgiordania, sul Golan; ci sono le convenzioni internazionali di Ginevra sui prigionieri; abbiamo votato in quest'aula una condanna della pena di morte, quindi ci sarà una condanna internazionale dei cosiddetti omicidi mirati da parte di Israele.
Insomma, Israele deve tornare nella legalità internazionale. Abbiamo alle spalle quindici anni di discussione intorno a quello che è successo in Iraq, con l'invasione da parte di Saddam Hussein del Kuwait: allora si disse che agivamo per il ripristino della legalità internazionale. Ebbene, Israele occupa illegalmente i territori palestinesi dal 1967, ma non abbiamo mai agito per risolvere quella situazione.
Se questo doppio standard si affermerà come criterio, è ovvio che crisi come quelle nucleari che abbiamo davanti a noi, rispetto alle azioni del Governo iraniano, non potranno che acuirsi. Se solo il fatto che Israele è anche potenza nucleare fa sì che quello Stato possa costantemente violare ogni norma internazionale, questo porterà altri, se non l'Iran, a cercare quel tipo di soluzione.
Infine, una battuta. Per il cessate il fuoco potremmo agire anche concretamente, magari verificando ed eventualmente impedendo che le armi che vengono utilizzate per gli attacchi militari in Libano attraversino il nostro paese, e facendo in modo che nessuna arma impropria possa essere utilizzata in quell'azione militare senza conseguenze, anche in termini di incriminazione per crimini di guerra per chi la utilizza.


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FURIO COLOMBO. Intervengo sull'ordine dei lavori, presidente, per domandarle quanti sono gli iscritti a parlare non ancora intervenuti.

PRESIDENTE. Sono quattro.

FURIO COLOMBO. Ci sarà il tempo per una replica del ministro?

PRESIDENTE. Alle 16,15 circa risponderà il ministro.

MARGHERITA BONIVER. Innanzitutto desidero ringraziare il ministro, che ha dato un'utilissima informativa, che ci trova largamente d'accordo.
Mi sembra assolutamente evidente che, al di là della calibrata e intelligente aggettivazione utilizzata sia nella soluzione presentata dalla Francia nel Consiglio di sicurezza, sia nel comunicato finale ieri a Bruxelles, ci troviamo di fronte ad una situazione di assoluta e totale impotenza di azione, e questo deriva dal fatto che nessuno si prende il carico - al di là di quello che sta già facendo Israele, anche con la terribile strage di Cana, che è diventato un vero e proprio turning point nella guerra in Libano - di disarmare Hezbollah. Se non torniamo al punto principale della minaccia che questo vero e proprio esercito - che sappiamo finanziato, potenziato, addestrato e continuamente ricostituito da parte dell'Iran e della Siria - mette in atto, se non c'è un disarmo di Hezbollah, le ragioni stanno tutte dalla parte di Israele.
Credo, pertanto, che l'isolamento politico di Israele sarebbe un errore all'interno di questa tragedia. Se c'è una situazione in cui la comunità internazionale non dovrebbe essere equidistante, è proprio questa. Tutto quello che sta succedendo adesso non ha assolutamente nulla a che fare con la sacrosanta causa palestinese. È una guerra di sterminio dichiarata nei confronti dell'integrità dello Stato ebraico, prima da Hamas, finanziato dalla Siria, ossia proprio da quella parte dei territori palestinesi che erano stati unilateralmente sgomberati l'anno scorso e, questa volta, proprio in quella parte del Libano che era stata unilateralmente sgomberata da Israele nel 2000. C'è, in quello che è successo, un messaggio politico devastante nei confronti dei cosiddetti moderati arabi, ma anche nei confronti di Abu Mazen, in quanto tutto questo avviene non casualmente su pezzi di territorio in cui Israele si era esercitato - credo con molta intelligenza - per sgomberare quelle zone e dare un segnale forte al quale, purtroppo, è seguita la tragedia, e non alcunché di positivo.
C'è un vuoto politico assai pericoloso, al di là del dispiegamento della rappresaglia e della giusta risposta di Israele. Senza voler entrare nel merito di quanto sia giusto colpire obiettivi di un certo tipo, sappiamo che i 650 morti civili in Libano sono 650 morti di troppo e su questo non devono esserci dubbi, ma sappiamo anche perfettamente che è invalso, da circa quarant'anni a questa parte - prima da parte dell'OLP, proprio in Libano, e oggi da parte di Hezbollah -, il meccanismo di utilizzare i civili come scudi umani. L'ha fatto Saddam Hussein e l'hanno fatto, purtroppo, anche queste organizzazioni. Quando ci si difende, evidentemente, può capitare per errore - un errore che andrebbe sempre evitato - di causare parecchie morti di civili, soprattutto bambini. Abbiamo visto immagini assolutamente intollerabili.
In conclusione, penso che dovremmo essere molto più espliciti nell'esprimere solidarietà politica ad Israele, in questo momento in cui viene aggredito, e contemporaneamente dare il massimo appoggio al famoso piano di Abu Mazen, per resuscitare il Quartetto - molto debole e molto poco presente negli ultimi mesi -, ma soprattutto per riportare il ragionamento sulla questione principale del Medio Oriente, che è la creazione dello Stato palestinese, la garanzia di confini sicuri per Israele e via discorrendo.
Annuncio, in conclusione, che chiederemo formalmente alla Presidenza della Camera di essere convocati in modo permanente


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nelle prossime settimane, nel caso ci fosse qualche sviluppo - mi auguro positivo - di questa tragedia.

PRESIDENTE. Ci siamo già adoperati in questa direzione.

FURIO COLOMBO. Anch'io voglio unirmi al ringraziamento dei colleghi dell'Ulivo per il lavoro svolto dal ministro D'Alema, per la puntigliosità con cui egli ha cercato di percorrere ogni possibile aspetto ed ogni possibile dato di un quadro estremamente complesso.
Mi aiuta la modestia del tempo che abbiamo a disposizione ad evitare che quello che probabilmente sarebbe un mio tipico errore, quello di raccogliere immediatamente, in questa situazione, ciò che ho sentito dire dal collega Rashid o dal collega Venier, per osservare che, nel momento in cui si nega totalmente qualunque legittimità ad Israele - si è parlato di sessant'anni di illegittimità, comprendendo gli anni della fondazione dello Stato di Israele ad opera delle Nazioni Unite -, si prospetta una situazione irrisolvibile. Al contrario, la ricerca di un processo di pace dovrebbe portare a cercare il punto più vicino e relativamente più concentrato in cui si può convenire e gradatamente allargarlo.
Semmai vorrei ricordare ai due colleghi un fatto che potrebbe darci coraggio e rasserenarci su entrambi i versanti del più vicino e del più lontano, del più ostile e del più amichevole nei confronti di Israele: i libri di storia italiani non coincidono in un solo punto con i libri di storia austriaci. Se, ad esempio, andiamo a vedere cosa ha contrapposto l'Austria all'Italia nella prima guerra mondiale, troveremo narrazioni drammaticamente incompatibili, eppure siamo parte della stessa Comunità europea e da decenni viviamo senza il minimo problema tra i due paesi. Quindi, non è fuori luogo immaginare che anche narrazioni così incompatibili l'una con l'altra possano portare - persino quando continueranno ad esserci nelle biblioteche i libri gli uni accanto agli altri - ad una accettabile, rispettabile e rispettata soluzione di pace.
Credo sia nostro dovere di parlamentari italiani concentrarci su questo punto e chiederci qual è il percorso lungo il quale possiamo trovare un primo nocciolo di accordo di pace. Perché dovremmo dimenticare che così tante volte si è andati vicini a trovare una soluzione di pace? Penso a Camp David 1, Camp David 2, Oslo, Madrid, Ginevra, che dimentichiamo continuamente, poiché né al Governo israeliano né alle autorità palestinesi piaceva particolarmente. Eppure, in quell'occasione decine e decine di intellettuali, di ex ministri, di ex responsabili di intelligence, di una parte e dell'altra, hanno lavorato insieme per tracciare persino i piccoli punti e i dettagli del confine.
A me sembra che la disposizione volonterosa e aperta che ci ha descritto il ministro D'Alema rappresenti il percorso nel quale possiamo depositare un'attesa e una speranza. Se, invece, ci facciamo produttori di sempre nuovi manifesti di maledizione, ho paura che non andremo lontano e non aiuteremo nessuno, rendendo ancora più crudeli, più terribili, più insanabili le denunce.
Al ministro vorrei chiedere due elementi di chiarimento. Forse è questa l'occasione per farlo, forse sarà un'altra, forse l'occasione verrà in altri lavori successivi, ma vorrei capire meglio il senso del cessate il fuoco e di come lo si può ottenere. Se, da una parte, uno sforzo potente viene realizzato in questo momento dall'Europa, dagli Stati Uniti, attraverso le iniziative di cui il ministro D'Alema ci ha parlato, sul versante di Israele, mi chiedo chi stia trattando o lavorando con Hezbollah.
C'è questa curiosa doppia personalità del Libano, il quale appare, da un lato, il paese innocente e invaso, dall'altro il paese di Hezbollah. Ieri sera abbiamo ascoltato il presidente del Libano, in un'intervista al Tg3, che parlava come il presidente di Hezbollah, mentre nello stesso tempo egli è il presidente del paese innocente oggetto di questa tremenda e crudele invasione. Posto che una parte in causa è Israele, con chi altri si può trattare? Chi arriva al tavolo delle trattative nel momento in cui si deve parlare del cessate il fuoco?
Il secondo chiarimento è apparentemente più irrilevante, ma in realtà ha un


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significato immenso. È possibile un passo in più, un'iniziativa in più, un'idea in più per la liberazione degli ostaggi, che avrebbe un significato simbolico immenso, sproporzionatamente grande, sull'opinione pubblica israeliana in questo momento? Chi ha letto Meir Shalev, un uomo non meno a sinistra dei colleghi che prima hanno condannato così aspramente soltanto Israele, capisce quale significato potrebbe avere la liberazione degli ostaggi.
Questi sono i due punti su cui vorrei sapere qualcosa di più: il cessate il fuoco, con chi e come trattarlo; la liberazione degli ostaggi, se esiste un punto di speranza e una possibilità pratica che vi si arrivi, data l'enormità sproporzionata - questa sì, davvero sproporzionata - degli effetti.

FRANCESCO MARTONE. Anch'io vorrei associarmi ai miei colleghi nel ringraziare il ministro per la puntuale rendicontazione rispetto allo sviluppo della trattativa e delle iniziative diplomatiche, che certo cercano di sciogliere un nodo estremamente complesso. Le Monde, in un suo articolo, ha giustamente specificato che questa è una guerra particolare, perché si svolge su tre livelli, come su tre livelli si sta svolgendo la difficile iniziativa diplomatica. Uno dei livelli è quello interno al Libano, in quanto Hezbollah è comunque un problema interno al Libano, e questo va tenuto in considerazione anche quando si pensa di inviare una forza internazionale di pace. Disarmare Hezbollah con la forza, sostenendo l'esercito libanese, rischia di far precipitare il Libano in una guerra civile.
Vi è, poi, il livello del conflitto regionale, che ha a che vedere, come ha detto giustamente il signor ministro, con la crisi di Gaza e in Cisgiordania, infine il livello internazionale, perché di fatto il conflitto rappresenta, per indiretta persona, un confronto tra Washington e Teheran.
Le varie iniziative si tengono insieme, ma questo certamente non fa altro che aggravare le difficoltà alle quali va incontro chi oggi si sta adoperando per una soluzione negoziale.
Altre due questioni, secondo me, devono essere affrontate, e mi auguro che avremo occasione di parlarne comunque in futuro. La prima è quella dell'aspetto regionale del conflitto. Leggendo le dichiarazioni di Olmert, ma anche quelle di Condoleezza Rice, mi sembra quasi evidente che dietro questo conflitto c'è un piano per un riaggiustamento manu militari - comunque con l'uso anche della forza - di tutto l'assetto politico regionale. La Rice ha parlato di nuovo Medio Oriente, ricordando il vecchio piano del grande Medio Oriente, che poi fu accantonato al vertice del G8 di Sea Island. Lo stesso Olmert ha parlato di una ristrutturazione generale di tutta l'area.
Questo significa che la scelta di sviluppare un'iniziativa a livello macroregionale è una scelta giusta. Vorrei ricordare al collega Rivolta che la Siria è coinvolta direttamente nel negoziato. Oggi il ministro degli esteri spagnolo Moratinos è a Damasco, proprio per trattare e discutere anche con la Siria di un possibile coinvolgimento. Penso, però, che sia opportuno continuare a coinvolgere anche l'Iran, e non cadere in un'ipotesi nella quale la Siria viene sganciata dall'Iran, per poi concentrare invece l'offensiva diplomatica e, chissà mai, anche militare nei confronti di Teheran. Dico questo proprio perché tutti i punti oggi si tengono uno dietro l'altro, quindi questo approccio olistico alla crisi libanese mi sembra quello giusto, da perseguire nonostante le difficoltà.
Il ministro D'Alema ha fatto un riferimento secondo me fondamentale - di questo lo ringrazio -, quello per cui Israele deve necessariamente rivedere il suo approccio alla sicurezza. Basta leggere Haaretz oggi, ma anche molti osservatori indipendenti pensano che questa sia l'ultima volta che Israele utilizzerà la forza militare soverchiante e che, in effetti, dentro le forze armate israeliane, anche tra forze armate israeliane e Governo israeliano, si stia consumando una discussione interna, un confronto tra varie concezioni di sicurezza che, di fatto, oggi sta portando ad una escalation militare israeliana. Anche l'idea prospettata da Israele di delegare


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a una forza internazionale di pace il controllo e il disarmo di Hezbollah in una fascia di sicurezza sembra rappresentare una visione errata della sicurezza, che continua ad essere ispirata a una gestione e ad un contenimento alla frontiera, attraverso l'uso dell'arma militare, piuttosto che a disinnescare le ragioni dei conflitti, attraverso l'arma negoziale.
Questo elemento mi sembra molto importante, proprio perché chiarisce che una grande potenza militare come Israele, andando avanti nell'uso sproporzionato - avete fatto bene a definirlo tale - della forza, sta dimostrando un'enorme vulnerabilità dal punto di vista politico.
Questo conflitto ha indubbiamente caratteristiche particolari, delle quali mi sembra che, in buona parte, sia il nostro Governo, sia l'Unione europea stanno tenendo conto, sebbene il risultato del Consiglio dei ministri di ieri non autorizzi a un eccessivo ottimismo.

ENRICO PIANETTA. Signor ministro, lei ha detto giustamente no all'ipotesi di ripristinare lo status quo ante. D'altra parte, però, c'è il rischio di una internazionalizzazione del conflitto. In mezzo ci sono le ostilità, che la comunità internazionale deve cercare di disinnescare.
A me sembra che qui si dovranno assumere delle posizioni molto più determinate nei confronti di quelle forze che devono essere isolate, quelle forze destabilizzatrici che rispondono al nome di Hezbollah e, dall'altra parte, di Hamas. Se si vuole evitare il conflitto, si deve intervenire con l'azione diplomatica, sull'Iran e su qualche altro soggetto.
Signor ministro, ieri lei ha usato - lo leggo in un editoriale del Corriere della Sera - parole abbastanza critiche nei confronti di Israele, allorché ha affermato «si ha l'impressione che gli stessi vertici politici israeliani non abbiano chiari quali siano gli obiettivi di queste azioni militari». A mio parere, bisogna fare qualcos'altro, avere parole e azioni più chiare nei confronti dei soggetti che rispondono al nome di Hezbollah. Non si può ridurre la soluzione del problema alla forza, ma bisogna agire con molta più determinazione, anche per vie diplomatiche, nei confronti di questi soggetti.

PRESIDENTE. Non essendovi altri interventi, do la parola al ministro D'Alema per la replica.

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Mi scuserete se riprenderò alcune espressioni o formulazioni che ho usato precedentemente, perché - come mi pare giusto in una fase così delicata - vi è stato in queste settimane un intenso dialogo con il Parlamento. Ormai abbiamo prodotto una letteratura di interventi, di testi, che evidentemente non posso ripetere tutte le volte, ma che tuttavia sono agli atti parlamentari.
Sono d'accordo con l'onorevole Boniver sulla opportunità di mantenerci in contatto, anche perché potrebbe essere necessario, se si aprirà uno spiraglio - lo auspico vivamente -, assumere la decisione di cominciare a preparare un contingente italiano da inviare nel Libano, sotto l'egida dell'ONU e nel quadro di una forza multinazionale. È chiaro che una decisione di questo tipo dovrebbe essere sottoposta almeno ad un primo esame del Parlamento. Questo potrebbe accadere anche in un periodo normalmente dedicato al riposo, ma la guerra non riposa, dunque non può neppure riposare l'azione da intraprendere per cercare di arginarla.
Credo di avere impostato con molta chiarezza, fin dall'inizio, la riflessione, fin da quando - nella seduta del 18 luglio - parlando alla Camera ho sottolineato che l'attuale crisi aveva un carattere nuovo, che traeva origini dal confronto nella regione tra le forze che intravedono nella pace e nella stabilità l'unica reale prospettiva per il futuro e forze radicali ed estremistiche.
Sono stato io - non da solo naturalmente - a dire, sempre all'aula di Montecitorio, nella sede più solenne, «non a caso la crisi è stata innescata da forze radicali, l'ala oltranzista di Hamas con base a Damasco e guidata da Mechal, e dal gruppo fondamentalista Hezbollah, proprio nel momento in cui si stava aprendo


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un importante spiraglio per la ripresa del dialogo israelo-palestinese grazie alla mediazione del presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen».
Mi pare, quindi, che chi ha inteso ripetere qui queste formulazioni, lo ha fatto con il mio previo consenso. Siamo partiti, dunque, dalla considerazione che siamo in una fase nuova e che si era registrato un attacco ad Israele, nonché dalla preoccupazione che la reazione israeliana, pur legittima, come molte volte abbiamo sottolineato, tuttavia non finisse per essere sproporzionata e controproducente.
Purtroppo, questa preoccupazione era fondata. Ora siamo al ventiduesimo giorno del conflitto. Ha scritto uno dei più accreditati osservatori israeliani - l'ho letto sull'Herald Tribune di oggi - che il Governo Olmert, che era entrato in questo conflitto con il più largo consenso internazionale che Israele avesse mai avuto negli ultimi anni, è riuscito a dilapidarlo nel corso di tre settimane. È un'osservazione che non faccio mia, ma ritengo di citare.
Purtroppo, la logica della escalation militare sta aggravando questa crisi e sta determinando nell'area una crescita di spinte radicali, che rischiano di creare una situazione molto, molto, molto difficile. Cosa volete che sia, per Israele, colpire duecento o trecento guerriglieri ai suoi confini? Israele è una delle più grandi potenze militari, non solo di quell'area. Questo, però, non significa pressoché nulla, se il prezzo da pagare è far divenire Nasrallah il nuovo eroe del mondo arabo. Quando ci si confronta con un mondo fatto di centinaia di milioni di persone, uccidere trecento combattenti, al prezzo di molte vite innocenti, non è soltanto controproducente dal punto di vista umanitario, ma è inutile dal punto di vista politico. Questo è il punto vero, questa è la preoccupazione che noi, con spirito di amicizia verso Israele, ci sentiamo di dover ripetere. Israele sta commettendo un errore, ancora una volta affidando la propria sicurezza alla durezza spietata dell'azione militare e rischiando di creare una situazione in cui, alla fine, i pericoli per Israele saranno accresciuti, e non diminuiti.
D'altro canto, se fosse possibile una soluzione militare, sarebbe già stata adottata. Israele ha occupato il Libano sette volte e, in sette invasioni, avrebbe potuto disarmare tutti i propri nemici. Il problema è che se non si risolvono i conflitti che sono all'origine i nemici si riformano e impiegano pochissimo tempo a riarmarsi. Questo è il problema, questa è la questione. Né è credibile, e neppure gli israeliani lo dicono, che il fine di questa azione militare possa essere disarmare gli Hezbollah: operazione estremamente complessa, che richiederebbe l'invasione del Libano e una campagna militare probabilmente della durata di alcuni anni, non settimane.
Stiamo parlando di un mondo complicato. Hezbollah non è un gruppetto di terroristi, che possa essere individuato e disarmato. Hezbollah è un movimento politico, che ha il voto di circa un terzo della società libanese, è rappresentato in Parlamento, ha propri esponenti nel Governo, ed ha anche una frazione armata. Questo è la tragedia del Medio Oriente, laddove molto spesso i movimenti politici si esprimono anche attraverso l'azione di gruppi armati.
Ma quando un gruppo armato, lo ripeto, non è un drappello terroristico, ma è il volto violento di un movimento politico di massa, la questione deve necessariamente essere affrontata anche sotto il profilo politico, e non può essere risolta soltanto con l'efficacia degli F16 o con la forza dei carri armati. Questo è il punto su cui abbiamo discusso con la leadership israeliana, e debbo dire che ho la sensazione di una classe dirigente che, per la prima volta, appare piuttosto incerta sul futuro e preoccupata.
Proprio in questo momento, penso che si debba avere una posizione equilibrata ed essere vicini ad Israele. Siccome anche i simboli hanno un significato, ho voluto, sia pure in una visita tutta politica, tornare - vi assicuro che non era la prima volta - a visitare Yad Vashem, incontrare la famiglia di uno dei soldati che sono stati catturati da Hezbollah, incontrare i rappresentanti della comunità italiana che vive in Israele, dai quali ho raccolto una testimonianza drammatica, perché Israele


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è per la prima volta, da molti anni, colpita. La società israeliana si sente minacciata. Anche in Israele ci sono centinaia di migliaia di sfollati, di persone che vivono nei rifugi. Mentre le popolazioni arabe circostanti erano più abituate a questo genere di vita, per Israele lo shock è enorme. La società israeliana è una società sotto shock, da questo punto di vista. In Israele si respira un clima di guerra come da molti anni non avveniva. Finora i conflitti c'erano, ma erano fuori dai confini di Israele. Oggi si respira qualcosa che va oltre persino la paura del terrorismo, che pure si è vissuta negli ultimi anni dell'intifada armata: è la paura della guerra. Per la prima volta, Israele sente una minaccia incombente, che mette in discussione l'esistenza stessa dello Stato di Israele. A maggior ragione, però, tutto questo dovrebbe incoraggiare una riflessione politica più di fondo e far intendere che l'impegno della comunità internazionale deve essere raccolto come un'occasione, non lasciato cadere.
Abbiamo cercato di lavorare per mettere in campo questo impegno della comunità internazionale per tornare ad un processo di pace negoziato. Se c'è una cosa che appare chiara in questi mesi è che la logica delle iniziative unilaterali - compresi i ritiri unilaterali - non è produttiva. Quando Israele ha fatto la pace con l'Egitto e la Giordania, ha negoziato e sottoscritto la pace. Si è ritirato dal Sinai, ma ha fatto la pace con l'Egitto. Gli unici successi, nel lungo doloroso cammino del dopoguerra, sono stati i momenti in cui si è fatta la pace, negoziandola con quelli con cui si era combattuto.
La logica delle iniziative unilaterali si lascia dietro il vuoto, il caos. Così è avvenuto a Gaza, dove il ritiro unilaterale di Israele, anziché rafforzare le componenti moderate palestinesi, ha rafforzato i gruppi estremisti, che hanno potuto dire «se ne sono andati perché abbiamo messo le bombe». Se invece Israele si fosse ritirato avendo negoziato con Abu Mazen, probabilmente questo avrebbe ostacolato il successo elettorale di Hamas. Certo, Hamas è un gruppo armato, ma è anche un gruppo politico che ha vinto le elezioni. E che ne è della democrazia che abbiamo sostenuto? Non dimentichiamo che quelle elezioni le ha imposte la comunità internazionale. Abu Mazen non le voleva; sono stati gli americani, nel nome della democrazia, a chiedergli di farle subito. Abu Mazen voleva guadagnare tempo, per arrivare alle elezioni con un'opinione pubblica più formata. Come vedete, a volte, questa nostra pretesa di decidere per tutti produce guai.
Questa è la situazione reale nella quale ci si trova ad operare. Il senatore Colombo ha posto due questioni cruciali. Innanzitutto vorrei chiarire, a proposito di speculazioni sull'utilizzo di un termine piuttosto che un altro - ad esempio, «ostilità» e «fuoco» -, che qui parliamo di un linguaggio diplomatico che può essere inteso diversamente dal cittadino comune. Tuttavia, volevo sottolineare che la formulazione usata nel documento del Consiglio affari generali - «Il Consiglio chiede un'immediata cessazione delle ostilità, che deve essere seguita da un sostenibile cessate il fuoco» - è esattamente la stessa formulazione contenuta nella proposta di risoluzione francese per il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Questo perché abbiamo ritenuto che si dovesse rimarcare, anche nell'uso delle parole, la piena coincidenza della posizione europea. Questo è quello che è avvenuto nel Consiglio e chi voglia farlo potrà constatare che dico il vero. La risoluzione francese reca le parole: «calls for an immediate cessation of hostilities», esattamente la frase che è stata copiata nel testo europeo, per avere la stessa letterale posizione.
Vorrei sottolineare che nella mia relazione, che ho tenuto davanti alle Commissioni congiunte il 27 luglio scorso nella sede del Senato della Repubblica, ho detto: «La posizione della gran parte dei partecipanti alla Conferenza di Roma, nella quale anch'io mi riconosco, è la seguente: la richiesta della cessazione immediata delle ostilità, a cui deve poi seguire un cessate il fuoco durevole». Questa è la frase che è stata scritta, in inglese, nel testo del Consiglio europeo. Siccome si è detto che quella frase è stato il frutto di


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chissà quali iniziative anglo-tedesche, basta rileggere gli atti del Senato: scoprirete che sono anglo-tedesco, perché nella mia relazione c'è esattamente la formula che poi è stata usata dal Consiglio europeo.
Sgombrato il campo da queste ricostruzioni - e non sulla base di una reazione caratteriale, sebbene non mi manchino, ma di una doviziosa evidenza documentale, che può essere verificata da tutti - vorrei sottolineare che il Consiglio europeo ha adottato una formula che avevamo convenuto, tra europei, ormai da diversi giorni. Specifico che la cessazione delle ostilità significa smettere di sparare e ognuno rimane dov'è, mentre il cessate il fuoco, nel linguaggio diplomatico, è qualcosa che interviene successivamente, sulla base di un accordo tra le parti.
Chi negozia? Il Governo libanese assicura che, nel caso in cui cessino le azioni militari da parte israeliana, ci sarebbe l'immediata cessazione del lancio di missili e di azioni militari da parte di Hezbollah.
Si fa presto a dire che dobbiamo sostenere Abu Mazen o l'Egitto. Se li vogliamo sostenere, è bene che sentiamo quello che ci dicono. Ebbene, ci chiedono l'immediata cessazione delle ostilità, e lo fanno con messaggi drammatici. Il Governo egiziano, che è un interlocutore autorevole, ci dice di avere la certezza, essendo intervenuto presso le parti libanesi, che se ci sarà una cessazione delle attività militari da parte di Israele, non ci saranno più lanci di missili. Il primo obiettivo, dunque, è che non si spari più, che non si lancino più missili contro Israele e che si fermino le azioni militari di Israele.
Si obietta che manca la garanzia da parte di Hezbollah. È chiaro che se qualcuno dovesse violare questa consegna, nessuno impedisce di reagire. La cessazione delle ostilità non può essere unilaterale. È evidente che o è bilaterale, oppure non è tale. Non ho il minimo dubbio che, al primo razzo, Israele reagirebbe. È in re ipsa che la questione trova una soluzione: se le armi tacciono, ognuno è in grado di verificare chi eventualmente violasse questa richiesta della comunità internazionale. Per ora è una richiesta dell'Unione europea, ma io spero possa presto diventare la richiesta del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Questo è il primo obiettivo dell'Europa, che il Consiglio di sicurezza faccia sua la posizione che noi sosteniamo. Ha ragione chi dice che è necessario che tornino in campo la politica e le istituzioni internazionali, altrimenti ci sarà solo la voce delle armi.
Sul tema della liberazione degli ostaggi, noi abbiamo ragionevole convinzione, sulla base di diversi contatti, che la cessazione delle ostilità potrebbe essere seguita abbastanza rapidamente dalla restituzione degli ostaggi. Mi pare di capire che, in parallelo, non in una logica di scambio dei prigionieri, tuttavia vi sia anche una disponibilità israeliana a compiere gesti. Questo vale sia nel rapporto con i palestinesi, sia nel rapporto con i libanesi. Come voi sapete, nelle carceri israeliane ci sono circa 10 mila prigionieri palestinesi, fra i quali almeno 300 bambini e donne, oltre a un numero considerevole di parlamentari eletti e di membri del Governo, dei quali il G8 - non un gruppetto estremista - ha chiesto l'immediata liberazione. Se si fermano le ostilità, credo che questa liberazione possa avvenire.
Per quanto riguarda l'Italia, a Nabih Berri, che aveva invitato il nostro paese ad esercitare una mediazione per lo scambio dei prigionieri, noi abbiamo risposto pubblicamente che se loro sono in grado di fare liberare gli ostaggi israeliani, procedano alla liberazione immediata, come segno di buona volontà, perché questo contribuirebbe ad aprire la strada ad una cessazione delle ostilità. Questa è stata la nostra risposta pubblica, nella convinzione che questo ci potrebbe dare la forza per chiedere ad Israele atti paralleli.
Per domani è convocata a New York una riunione preliminare per quanto attiene alla costituzione di una forza internazionale. La Francia ha annunciato che non parteciperà a questa riunione. È una posizione molto drastica, che sottolinea quello che ho spiegato e che temo, vale a dire che il perdurare del conflitto rende via via impraticabile la prospettiva della formazione di una forza internazionale.


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Ritengo che questo sarebbe un fatto molto negativo. A mio parere, dislocare una forza internazionale nel sud del Libano costituirebbe un fatto molto importante, anche per l'Europa. Personalmente penso anche che l'Europa conterebbe di più in Medio Oriente, rispetto al peso non sempre rilevante che ha avuto in questi anni.
Tuttavia, è chiaro che se non c'è una cessazione delle ostilità non si avvia il processo positivo. La posizione francese di non partecipare neppure ad una riunione preliminare sottolinea il rischio...

MARCO BOATO. Chi parteciperà per l'Italia?

MASSIMO D'ALEMA, Ministro degli affari esteri. Noi siamo orientati a partecipare, anche perché, in generale, siamo soliti accogliere gli inviti del Segretario generale delle Nazioni Unite. Parteciperemo attraverso la nostra rappresentanza e con un ufficiale che rappresenta il COI, il Comando operativo interforze, che è direttamente coinvolto nei compiti organizzativi. È chiaro, però, che saremo tutti auditori.
L'esame della situazione porta a dire con chiarezza che non si forma nessuna forza se non tacciono le armi e che quanto ancora recentemente Olmert ha ripetuto, cioè che gli israeliani continueranno a combattere fino a quando il contingente non sarà entrato nella regione, è una posizione irrealistica. È evidente che nessun contingente internazionale può andare in un teatro di guerra dove si combatte. Intestardirsi su questa posizione rischia di fare svanire quella che, a mio giudizio, è un'importante opportunità.
Come è stato detto, questa forza - che certamente dovrà essere una forza consistente, non un gruppo di osservatori, e dovrà avere un deterrente militare significativo - non è comunque una forza combattente. È una forza di interposizione, di stabilità, di sicurezza, non è una missione di guerra contro qualcuno. Sarebbe abbastanza strano che noi mandassimo una forza a fare la guerra contro qualcuno. Non mi pare realistico.
Credo che il disarmo di Hezbollah sia in parte notevole un processo politico. Oltretutto, Hezbollah ha sottoscritto un impegno al disarmo delle proprie milizie contenuto nell'accordo di Taif tra le forze politiche libanesi. La risoluzione n. 1559, quindi, è anche supportata da un accordo politico nazionale libanese. La presenza di una forza delle Nazioni Unite dovrebbe accompagnare la realizzazione di questo accordo politico nazionale libanese.
Il pretesto per il quale Hezbollah non ha disarmato è la rivendicazione dell'integrità territoriale del Libano e la volontà di liberare le Sheba Farms, una parte del Golan, occupate da Israele, che vengono rivendicate come parte integrante del territorio nazionale libanese. Tra l'altro, questa parte del Golan è anche oggetto di una rivendicazione siriana. Si tratta, insomma, di una questione molto complessa, ma credo che la sua soluzione debba far parte della ricerca di una soluzione politica. Da anni tale questione rappresenta un fattore di destabilizzazione della regione. Intanto, potrebbe essere la forza internazionale delle Nazioni Unite ad occupare le Sheba Farms, con il ritiro delle forze armate israeliane da questa posizione. Questo potrebbe, in parte, disinnescare una delle ragioni che hanno alimentato il nazionalismo libanese di matrice sciita nel corso di questi anni.
Si tratta di un'operazione complessa, che tuttavia può essere innescata a condizione che ci sia una cessazione delle ostilità. Questa è la condizione per innescare il processo politico positivo, e anche che ciò avvenga abbastanza rapidamente. È evidente che più procede il conflitto, più si accumulano le vittime e l'odio, più rischiamo che anche una forza internazionale vada ad installarsi in un'area profondamente degradata e carica di rischi.
Mi permetto di dire che il mio giudizio è l'opposto di quello di chi pensa di lasciar fare agli israeliani, in modo che si possa andare in quella regione in una situazione più tranquilla. A mio modo di vedere, questo è un giudizio molto superficiale. È evidente che se la guerra seminerà morti e odio si andrà in quella zona in una situazione molto più degradata, dove il rischio che siano le forze internazionali


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- viste come rappresentanti dell'Occidente - ad attirare la ritorsione fondamentalista e terroristica diventa molto più alto.
Penso, quindi, che si debba ragionare bene, al di fuori di schemi propagandistici, pure del tutto legittimi. Mi sembra che la mia riflessione, che d'altro canto è abbastanza comune nelle cancellerie europee, sia abbastanza serena ed oggettiva. Non ho nascosto, neanche parlando al Parlamento, le responsabilità della Siria e dell'Iran nell'aver incoraggiato posizioni estremistiche. Ho ricordato il rischio rappresentato dal fatto che il presidente iraniano neghi il diritto all'esistenza di Israele, o peggio parli della cancellazione di Israele dalle carte geografiche.
Tuttavia, è evidente che un processo di stabilizzazione deve coinvolgere la Siria e l'Iran. La politica dell'isolamento è una politica che non ha dato frutti nel corso di questi anni. Naturalmente si deve parlare ai governanti di questi paesi con spirito di verità, chiedendo loro comportamenti coerenti con le esigenze di una politica di pace. Questo abbiamo fatto nei contatti e negli incontri che abbiamo avuto. E questo farà Miguel Angel Moratinos a Damasco, in una missione che certamente non deriva da un mandato europeo, ma della quale non eravamo disinformati. Moratinos, oltre ad essere ministro degli esteri della Spagna, è stato a lungo inviato dell'Unione europea per la crisi in Medio Oriente, quindi ha una conoscenza profonda delle situazioni e dei protagonisti.
La preoccupazione siriana è che la questione siriana e del Golan finiscano per essere accantonate, nel quadro di una soluzione di altri aspetti del conflitto mediorientale, ossia che la rivendicazione nazionale siriana sia dimenticata dalla comunità internazionale. A volte, quando si teme di essere dimenticati, si possono anche adottare modi sbagliati per non farsi dimenticare.
A mio parere, in questo momento alla Siria si deve chiedere un contributo positivo, come abbiamo fatto in un incontro con il ministro dell'informazione siriano, Moshen Bilal, persona che ha studiato in Italia e conosce molto bene il nostro paese, vicino al presidente Bashir Assad. In quell'incontro abbiamo chiesto un comportamento positivo, dettagliando cosa intendiamo per apporto positivo, su diversi scenari. Inoltre, abbiamo chiarito che l'avvio di un processo di pace e di distensione per noi è anche la via che porta alla ripresa di una trattativa tra Israele e la Siria, perché si arrivi alla firma di un trattato di pace tra i due paesi.
Nessuno vuole isolare la Siria o negarne i diritti. In un processo di pace e di distensione, questi problemi potranno trovare anch'essi una loro soluzione. Vi ringrazio.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro D'Alema. In merito alla questione posta dall'onorevole Boniver, avverto, anche a nome del presidente della 3a Commissione del Senato, che i due presidenti, consultando i rappresentanti dei gruppi, si riservano di convocare le Commissioni riunite qualora si verificasse la necessità di urgenti aggiornamenti, anche nel corso della pausa estiva. Di questo informeremo anche la Presidenza della Camera.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16,50.