COMMISSIONI RIUNITE
V (BILANCIO, TESORO E PROGRAMMAZIONE) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 5a (PROGRAMMAZIONE ECONOMICA, BILANCIO) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta pomeridiana di lunedý 9 ottobre 2006


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA V COMMISSIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI LINO DUILIO

La seduta comincia alle 15,35.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, anche mediante la trasmissione televisiva sul canale satellitare della camera dei deputati.

Audizione di rappresentanti di Forum terzo settore.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio per il 2007-2009, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera, e dell'articolo 126, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione di rappresentanti di Forum terzo settore. Do la parola alla dottoressa Maria Guidotti, portavoce di Forum terzo settore.

MARIA GUIDOTTI, Portavoce di Forum terzo settore. Grazie per questa audizione. Abbiamo portato una breve nota che lasceremo ai presenti, per ragioni di maggiore efficacia. Svolgerò qualche brevissima osservazione di carattere generale e poi passerò ad analizzare alcuni aspetti.
Ci sembra che il disegno di legge finanziaria abbia intrapreso la strada giusta, e che contenga delle misure condivisibili. Tuttavia, nutriamo qualche preoccupazione sugli aspetti fiscali e, in particolare, su come si potrà attuare, concretamente, la riduzione delle spese per i comuni, e su come tale azione potrà combinarsi con l'affidamento e la gestione di servizi in una situazione di continua scarsità di risorse. Detto questo, vorrei entrare più nello specifico.
Siamo rimasti stupiti di fronte all'l'abolizione del 5 per mille, decisione sulla quale non siamo stati minimamente coinvolti. Da tempo, ripetiamo che tale misura deve essere modificata per quanto riguarda sia la definizione sia la modalità di adozione; inoltre, occorre discutere sulla trasparenza con cui queste risorse vengono utilizzate delle associazioni. Nonostante ciò, riteniamo che il 5 per mille sia uno strumento utile per il terzo settore. La strada dell'abolizione pertanto non ci sembra condivisibile.
Per quanto ci riguarda, apprezziamo la presenza di una posta in bilancio sul fondo per la non autosufficienza. Tuttavia, non possiamo non rilevare quanto questa abbia un valore simbolico. Infatti, soprattutto per il 2007, il fabbisogno a seconda dei soggetti e delle varie situazioni, era stato stimato in svariati miliardi di euro. Riteniamo, perciò, che debbano essere definiti - mi rendo conto che stiamo parlando in una situazione di grave difficoltà finanziaria - i livelli essenziali di assistenza previsti dalla legge 8 novembre 2000, n. 328. Inoltre, si dovrebbe arrivare, gradualmente, ad un adeguato budget finanziario (non si può fare diversamente), in un numero congruo di anni.
Dovrebbero essere mantenute (almeno) le risorse del 2006 per quanto riguarda il


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servizio civile, risorse che hanno permesso di avviare a questa esperienza oltre 45 mila ragazzi e ragazze.
Per quanto riguarda la cooperazione internazionale, nell'ambito della quale l'Italia è fanalino di coda, occorre aumentare lo stanziamento. Nel programma del Governo era previsto l'adeguamento di questi fondi, ma nel disegno di legge finanziaria, non troviamo traccia di questo impegno.
Infine, vorrei chiedere un chiarimento per quanto riguarda il provvedimento che porta l'IVA al 4 per cento per le prestazioni socio-sanitarie rese dalle cooperative sociali e dai loro consorzi. Sarebbe una misura senza costi aggiuntivi sul bilancio. È necessario, però, fare maggiore chiarezza. Per parte nostra, abbiamo elaborato, un promemoria con i riferimenti agli articoli delle leggi sul tema.

PRESIDENTE. Grazie, per il vostro intervento a questa audizione e per il promemoria che avete messo a nostra disposizione e che metteremo a disposizione di tutti i colleghi che lo vorranno consultare.
Terremo in debito conto le vostre considerazioni. Anche noi condividiamo il fatto che il fondo per la non-autosufficienza non è, per così dire, sufficiente. La situazione economica non è delle migliori, ma cercheremo di fare qualcosa.
Dichiaro conclusa l'audizione.

Audizione di rappresentanti dell'Associazione Lunaria «Campagna sbilanciamoci!»

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio per il 2007-2009, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera, e dell'articolo 126, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione dei rappresentanti dell'Associazione Lunaria «Campagna Sbilanciamoci!». Sono presenti il presidente, dottor Giulio Marcon, il dottor Tommaso Rondinella, il dottor Mario Pianta, il dottor Stefano Lenzi e il dottor Claudicelli. Poiché è la prima volta che vengono in audizione alla Camera, do loro il benvenuto.

GIULIO MARCON, Presidente dell'Associazione Lunaria e promotore della «Campagna Sbilanciamoci!». La «Campagna Sbilanciamoci!» è un coordinamento di 46 organizzazioni della società civile. Dal 2000, lavoriamo sui temi delle politiche economiche e finanziarie. Ogni anno, presentiamo un rapporto di analisi e di critica sul disegno di legge finanziaria con proposte di modifica. Quest'anno, tali proposte saranno presentate il 12 ottobre nella Sala del Cenacolo della Camera dei Deputati.
L'obiettivo della Campagna è di evidenziare le proposte delle organizzazioni della società civile sui temi delle politiche fiscali, del welfare, della qualità e della sostenibilità dello sviluppo, della pace e del disarmo. Ovviamente, cerchiamo di avanzare proposte molto specifiche. Ogni anno, nel nostro rapporto, proponiamo una manovra significativa sul fronte sia delle entrate, sia delle uscite. Cerchiamo di svolgere questo lavoro nell'ottica della costruzione di un nuovo modello di sviluppo che abbia come riferimenti ed indicatori, non solo quelli macroeconomici, ma anche quelli di sostenibilità ambientale e sociale.
Il giudizio che diamo su questo disegno di legge finanziaria mette in evidenza luci ed ombre.
Si tratta di un provvedimento che presenta segni di discontinuità e di cambiamento rispetto alle leggi finanziarie degli anni precedenti (e queste sono le luci) ma riteniamo che quanto fatto non sia sufficiente (e queste sono le ombre). Bisognava, forse, avere più coraggio nel promuovere una politica economica meno restrittiva, puntando sullo sviluppo e sull'uso della spesa pubblica a questa finalità.
Giudichiamo positivamente i provvedimenti di politica fiscale ed altri di natura sociale e ambientale. Allo stesso modo, valutiamo alcuni provvedimenti specifici (ma non ancora sufficientemente sviluppati ed approfonditi) sulla questione ambientale,


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sull'assistenza e sul welfare. Giudichiamo meno positivamente i tagli alla sanità e agli enti locali e, per quanto ci riguarda, siamo anche preoccupati degli investimenti previsti per le spese militari.
Questo, in sintesi, è il nostro giudizio. Pur rilevando tutti gli aspetti positivi e innovativi di questo disegno di legge finanziaria, riteniamo che manchi ancora il coraggio per un disegno più ampio di politica economica che punti ad un'impostazione meno restrittiva e più incentrata sulla qualità e la sostenibilità dello sviluppo.
Lascerei ora la parola al professor Mario Pianta, del comitato scientifico della «Campagna», che illustrerà, nello specifico, le proposte che vogliamo avanzare.

MARIO PIANTA, Rappresentante del comitato scientifico della «Campagna Sbilanciamoci!». Innanzitutto, affronterei la questione riguardante le dimensioni della manovra. È chiaro che riconosciamo che il risanamento dei conti pubblici è necessario, ma ci sembra che ci sia un'eccessiva solerzia nel rispettare in modo estremamente rigoroso i vincoli del patto di stabilità.
Il rischio, con una manovra restrittiva di queste dimensioni, è che si soffochi la ripresa e l'opportunità di sviluppo di cui il paese ha bisogno. Quindi, come contesto macroeconomico, si potrebbe concretamente limitare la manovra di riduzione del deficit con l'intento di raggiungere - e non di superare - per il 2007, l'obiettivo del 3 per cento del rapporto deficit-PIL.
Dal punto di vista fiscale, il giudizio espresso è molto positivo sulla svolta di serietà in politica fiscale: fine dei condoni, tassazione armonizzata delle rendite finanziarie, piccola ripresa della progressività dell'imposizione sul reddito e prelievo sulle successioni (sia pure in forma indiretta).
Su questi aspetti, la «Campagna Sbilanciamoci!», da molti anni, ha avanzato proposte articolate. Si potrebbero correggere alcuni interventi già realizzati dal Governo; ad esempio, l'aliquota sui redditi oltre i 75 mila euro potrebbe salire al 45 per cento. Inoltre, troviamo privo di senso che non ci sia un'ulteriore differenziazione, ad esempio, per i redditi oltre i 150-200 mila euro, sui quali si potrebbe promuovere un'aliquota del 49 per cento. Da anni, poi, chiediamo che la tassazione delle rendite salga al 23 per cento. Non è comprensibile, infatti, che le rendite finanziarie siano tassate meno del lavoro.
La tassa di successione deve essere reintrodotta esplicitamente, e non, come è nell'attuale disegno di legge, in modo surrettizio. Esistono, inoltre, altre tasse di scopo (dettagliatamente descritte nel documento che abbiamo presentato), che possono fornire utili, nuove entrate.
L'opinione pubblica, ormai, ha superato la fase in cui la riduzione delle tasse era un «vangelo»: nel sondaggio che noi abbiamo commissionato nell'anno in corso, il 58 per cento degli italiani dichiara di essere disposto a pagare più tasse pur di avere più servizi. Credo che viviamo una fase in cui è importante il rilancio del ruolo dei servizi pubblici.
La principale voce di spesa del disegno di legge finanziaria sono i 5,5 miliardi di euro che il Governo «regala» alle imprese per il cuneo fiscale. Si tratta, purtroppo, di un aiuto assistenziale alle imprese che beneficiano già di un costo del lavoro del 30 per cento inferiore a quello tedesco. Dopo la politica di precarizzazione e riduzione del costo del lavoro, con la mobilità e le nuove forme di rapporti di lavoro, non ha molto senso, dal punto di vista della politica economica, puntare ancora una volta ad una competitività basata sui bassi costi del lavoro. Forse, le stesse risorse potrebbero essere utilmente destinate alle imprese che sono capaci di esportare e fare ricerca e innovazione, sostenendo, così, la parte più dinamica della struttura produttiva del paese. Allo stesso tempo, non ha senso promettere e poi non concedere ai lavoratori la quota di cuneo fiscale che spettava loro.
Da questo punto di vista, quindi, chiediamo meno logica assistenziale (che le imprese, questa volta, accolgono volentieri) e più interventi selettivi e di qualificazione.


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Sono presenti, in finanziaria, diverse misure positive per lo sviluppo nel campo della ricerca e dell'innovazione (come le nuove esenzioni per i ricercatori). Tuttavia, la situazione di difficoltà del paese richiede maggiori risorse destinate a questo ambito, anche con interventi originali, più innovativi. Ad esempio, si potrebbero incentivare le pubbliche amministrazioni ad adottare il software open source, che potrebbe rappresentare una risorsa che stimola lo sviluppo - dal lato dell'offerta - di capacità produttive ed innovative nel campo dei servizi.
Allo stesso tempo, proponiamo di riconoscere il ruolo importante che l'altra economia, i distretti solidali, il commercio equo, la finanza etica e lo sviluppo locale, hanno avuto, insieme al terzo settore per lo sviluppo del paese.
Sulla questione previdenza TFR, esiste il problema di ridurre il vantaggio che le imprese hanno nell'assunzione di lavoratori precari, con contratti temporanei e senza copertura di garanzie. Bisogna costruire un percorso di avvicinamento delle posizioni dei lavoratori dipendenti e di quelli precari, ma, allo stesso tempo, l'aumento attuale ci sembra improprio. Si tratta di riconoscere che va realizzato un percorso più complicato. Sul campo della previdenza, riconosciamo, comunque, quanto sia importante che nel disegno di legge finanziaria sia stata esclusa, per esempio, tutta la partita delle pensioni, che merita una discussione a parte.
Il passaggio di una parte del TFR dalle imprese all'INPS è un artificio di breve periodo, che però può fornire al Governo risorse necessarie ed importanti e permettere un miglioramento dei margini di manovra della politica economica. Non capiamo, però, perché non possa essere il 100 per cento del TFR inoptato, in quanto la logica di allocazione di queste risorse alle priorità del paese rimane importante.
Sulla politica degli enti locali e della sanità emergono i punti dolenti più gravi. Si tratta dei tagli indiscriminati, che rischiano di peggiorare i servizi e non aiutano a soddisfare la necessità di razionalizzazione e riduzione della spesa pubblica, che in questo campo è molto grande ed in forte espansione.
Noi riteniamo che si debbano evitare i tagli ai trasferimenti agli enti locali e che la crescita della spesa sanitaria, specialmente per quanto riguarda le convenzioni con strutture private, vada fortemente controllata e riorganizzata. Grazie ai grandi risparmi che sono possibili su questo fronte, si potrebbero evitare quelle misure impopolari e non particolarmente efficienti, come i ticket sul pronto soccorso e sulle ricette.
L'altro grave punto che «Campagna Sbilanciamoci!» (che da anni ha messo al centro anche la questione della pace e del disarmo) evidenzia, concerne la spesa militare. Di fatto, l'unico settore dell'economia in cui, da anni, c'è una forte politica della domanda è il settore militare. Infatti, non solo aumentano le Forze armate, ormai professionalizzate, ma aumenta anche l'acquisizione di armamenti, finanziati, come le missioni all'estero, dal bilancio del Ministero della difesa e dalla proliferazione di fondi presso altri ministeri. È particolarmente grave che si prevadono, per l'anno in corso, 1,700 miliardi di euro per un nuovo fondo per l'acquisto di armamenti. Ciò ha un effetto distorsivo sugli incentivi alle grandi imprese, che sono spinte a sostenere di più la ricerca e l'innovazione per la produzione di nuove armi, che non lo sviluppo sano di produzioni civili, capaci di risolvere i problemi del paese.
Da questo punto di vista, basti guardare cosa succede in Europa. La Germania ha ridotto la spesa militare di 10 punti percentuali, negli ultimi anni, diversamente da quanto ha fatto l'Italia, che adesso ha una spesa militare pro capite superiore a quella della Germania. Non crediamo che la concentrazione di risorse nel campo militare, che ha l'effetto di distorcere lo sviluppo industriale verso direzioni discutibili, sia una priorità della politica del paese.
La proposta è di evitare lo scorporo del fondo per le missioni all'estero, di non destinare 1,700 miliardi per le nuove armi


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e di ridurre del 20 per cento le spese ordinarie del bilancio della Difesa (con la riduzione anche degli effettivi). Allo stesso modo, chiediamo un aumento di risorse, ovviamente molto più modesto, per il servizio civile e per le strategie di riconversione dell'industria militare a scopi civili.
Ambiente e spesa sociale, per come sono trattati nel disegno di legge finanziaria, sono due temi sui quali, invece, esprimiamo un giudizio positivo. Si tratta di aumentare la quantità degli impegni e di focalizzarne la qualità. Sono stati compiuti apprezzabili passi avanti sulla riqualificazione energetica, sugli acquisti verdi, ed in piccola misura anche sul Protocollo di Kyoto. Purtroppo, non c'è la carbon tax che proponiamo da anni. È importante che vi siano segnali di rallentamento del percorso delle grandi opere, ma riteniamo molto pericoloso e contraddittorio che alle grandi opere siano destinate le risorse raccolte dallo Stato con il TFR. Speriamo che la discussione in Parlamento sia in grado di chiarire questo aspetto.
Sul piano sociale, apprezziamo l'aumento di risorse per il fondo delle politiche sociali. A nostro avviso, si tratta di focalizzare gli impegni per una mobilità sostenibile a livello degli enti locali e concentrare più risorse per l'energia rinnovabile e la lotta all'abusivismo edilizio e alle eco-mafie. È necessario aumentare l'impegno sui temi dell'assistenza all'infanzia e dell'accoglienza agli immigrati (le risorse, in tal senso, sono molto modeste). Sull'immigrazione, esiste una nostra vecchia proposta per la chiusura dei centri di permanenza temporanea. Infine, è necessario un piano importante e straordinario per la casa, una delle emergenze sociali del paese.
In sintesi, giudichiamo importante l'impianto generale della manovra che prospetta: una maggiore equità dell'imposizione fiscale; la mobilitazione delle risorse del TFR; alcuni passi in avanti nel campo della spesa sociale, della ricerca, dell'ambiente; il rallentamento delle grandi opere; l'aumento della spesa per la cooperazione.
Tuttavia, servono nuove azioni per stimolare le imprese a muoversi nella direzione dell'innovazione e non dell'assistenza, per aumentare le risorse verso gli enti locali e la sanità, per ridurre la spesa militare e, soprattutto, unire le politiche di domanda e di offerta per uno sviluppo che sia più indirizzato dal punto di vista sociale e più sostenibile dal punto di vista ambientale.
Ci auguriamo che la discussione alla Camera possa raccogliere alcuni di questi suggerimenti. Siamo disponibili per ulteriori confronti e collaborazioni a partire dalla presentazione, il 12 ottobre prossimo proprio qui alla Camera, del rapporto completo della «Campagna Sbilanciamoci!» con proposte puntuali, quantificate e che, come sempre, bilanciano le maggiori uscite e le minori entrate con maggiori entrate e minori uscite in altri capitoli di spesa. Grazie per la vostra attenzione.

PRESIDENTE. L'onorevole Peretti in una precedente audizione, ha parlato di «contromanovra». Personalmente, sono piuttosto curioso di vedere la declinazione, in particolare, per quanto attiene al rapporto tra ciò che si propone e ciò che si utilizza per coprire ciò che si propone. Il problema nostro e della politica in generale, infatti, è il rapporto tra i mezzi e i fini, che è questione complessa.
Faccio solo riferimento a quanto avete evidenziato in termini positivi sulla cooperazione allo sviluppo, tema al quale, sono particolarmente sensibile sul piano personale. Anche se abbiamo compiuto lo sforzo di quasi raddoppiare le risorse previste, siamo ben consapevoli di essere lontani dall'obiettivo, come si ribadisce da anni nelle attività convegnistiche. È chiaro, però, che anche rispetto ai sofisticati temi del bilancio dello Stato, non si può «andare a nozze con i fichi secchi».

MARIO PIANTA, Rappresentante del comitato scientifico della «Campagna Sbilanciamoci!». Su questo punto, nel documento che abbiamo distribuito, v'è una segnalazione importante che riguarda la possibilità per l'Italia di partecipare al gruppo dei 43 paesi che hanno iniziato a riflettere sulla raccolta di tasse globali,


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all'interno di un quadro di fiscalità globale, per risolvere i problemi che richiedono un impegno transnazionale, come il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio. C'è la proposta, già realizzata dalla Francia, di applicare una piccola tassa (un euro) su ogni biglietto aereo in entrata nel paese. L'Italia potrebbe, con grande facilità, adottare questa misura, che, in Francia, è finalizzata all'aumento delle risorse per l'accesso ai medicinali nei paesi in via di sviluppo.

ETTORE PERETTI. Immaginate una tobing tax anche sulle transazioni finanziarie?

MARIO PIANTA, Rappresentante del comitato scientifico della «Campagna Sbilanciamoci!». Sì. La tobing tax è una delle nostre proposte da molti anni. Ha problemi di realizzazione per cui, nell'anno in corso, ci siamo dedicati con particolare attenzione all'iniziativa che ho citato e che ha visto 43 paesi (guidati da Francia, Germania, Brasile, Argentina e da altri paesi in via di sviluppo) non solo proporre, ma anche realizzare concretamente una sovrattassa sui viaggi aerei, finalizzata al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio.
Si tratta di 400 milioni di euro soltanto per la Francia, grazie ai voli su Parigi. La Germania stanzierà circa la stessa cifra e nei paesi in via di sviluppo c'è un impegno a sostenere anche i produttori indipendenti di farmaci, che permettono di rifornire di medicinali a basso costo il sud del mondo. Esiste, quindi, una politica economica internazionale di tipo nuovo, che sta scoprendo delle nuove fonti di finanziamento per la costruzione delle attività legate, ovviamente, agli obiettivi della cooperazione.
A volte, può essere positivo adottare idee nuove che vengono anche da altri paesi, con i quali l'Italia sta collaborando in modo importante.

PRESIDENTE. Sulla questione di principio, che non è solo astratta, ma anche drammaticamente concreta, credo siamo tutti d'accordo. Bisogna adoperarsi per trovare soluzioni, affinché il nostro paese diventi un po' più «civile».
Grazie per il vostro contributo, grazie anche per il materiale che ci avete lasciato.
Dichiaro conclusa l'audizione.

Audizione di rappresentanti di CISAL e USAE.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio per il 2007-2009, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera, e dell'articolo 126, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione di rappresentanti di CISAL e USAE.
Do il benvenuto al segretario confederale della CISAL dottor Velardi e, per l'USAE, al dottor Bonazzi, segretario generale, alla dottoressa Spina, segretaria confederale che ha la delega per i rapporti parlamentari, e al dottor Fata, consulente.
Do la parola al dottor Davide Velardi, segretario confederale della CISAL.

DAVIDE VELARDI, Segretario confederale della CISAL. Premetto che la CISAL ha già avuto modo di richiedere al Governo un'ulteriore sessione di confronto per affrontare i temi connessi al disegno di legge finanziaria, esprimendo un cauto giudizio positivo sul suo impianto generale (anche se sussistono problemi ancora da verificare).
Esprimiamo, pertanto, apprezzamento per il tentativo di agevolare le fasce economiche più deboli. Esiste, però, la necessità di chiarire alcuni passaggi.
Innanzitutto, si apprende dalla stampa la presenza di una «finanziaria occulta», che sarà operata dalle autonomie locali e i cui effetti si riverbereranno sui cittadini italiani, con il rischio di vanificare quello che viene predisposto ed ipotizzato nel disegno di legge. Su questo è necessario fare molta chiarezza, altrimenti si corre il rischio di trovarsi con un nulla di fatto.


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PRESIDENTE. Chiedo scusa, non ho capito quale sarebbe la «finanziaria occulta» a cui lei fa riferimento.

DAVIDE VELARDI, Segretario confederale della CISAL. Quella che non è fatta dal Governo, della quale parlano tutti i giornali, e che è ormai un problema centrale. L'azione delle autonomie locali, che dovranno far fronte al mancato ristorno da parte delle strutture centrali di energie e di risorse, da più parti, è agitata come uno spettro, come qualcosa che addirittura potrebbe «virtualizzare» gli effetti positivi che si predispongono a favore delle fasce più deboli. Su questo, abbiamo bisogno di chiarezza, per poter esprimere un giudizio complessivo, definitivo su tutta la materia.
Altra questione è quella relativa al pubblico impiego, dove, di fatto, viene annullato il modello contrattuale che fino ad oggi, e senza alcuna intervenuta modifica (benché da noi, più volte, richiesta), è stato utilizzato. Viene adottato un contratto triennale con le competenze che dovevano essere, invece, utilizzate solo per il contratto biennale. È un problema quantomeno di metodo - poi vedremo nei contenuti economici -, perché, almeno su questo, avremmo gradito un confronto un po' più ampio, trattandosi di fatto, di un intervento pesante sul pubblico impiego.
Analogamente, per quanto riguarda il precariato, la sua definitiva sistemazione poteva essere attuata prima, come è stato fatto, ad esempio, con i contratti di formazione lavoro, che già sono a carico delle amministrazioni.
Apprezziamo che, per quanto riguarda il sistema pensionistico, non ci siano gli interventi che, in un primo momento, erano stati profilati. Ciononostante emerge qualche problema nel settore e, quindi, siamo ben lieti che si apra questa sessione di confronto a decorrere dal prossimo gennaio. Faccio riferimento all'incremento della contribuzione che, mentre per alcune categorie è opportuno, per quanto riguarda il lavoro dipendente (sebbene si parli di un incremento irrisorio dello 0,3 per cento e, comunque, nei limiti del 33 per cento), in presenza del sistema di calcolo contributivo, introdotto con la riforma Dini, non può portare ad eccessivi risultati, se non ad un puro effetto di cassa. Inoltre, siamo ancora in presenza di una previdenza complementare che non è assolutamente attuata.
In questo quadro, il trasferimento del 50 per cento del TFR che matura a partire dal primo gennaio 2007 all'INPS crea qualche problema per le aziende in fase di ristorno dell'intero TFR. Questo è, però, un problema che bisognerà affrontare (noto comunque che già si provvede a sostenere economicamente queste aziende).
Inoltre, ci chiediamo se sia stato valutato il seguente aspetto: esiste un'ampia fascia di lavoratori che, a metà della vita lavorativa, rientrano nell'intervento della «riforma Dini» e, quindi, sono sottoposti al sistema di calcolo contributivo. Si tratta di persone che, oggi, hanno oltre cinquant'anni e che, in larga parte, non si sentono minimamente attratti dall'accedere al sistema di previdenza complementare.
Si guardi, ad esempio, alla scuola dove, per raggiungere il quorum necessario, è stata compiuta una fatica improba. Il personale anziano, infatti, ha poco interesse ad accedere al nuovo sistema, perché un sistema di previdenza complementare a prestazione indefinita e a contribuzione definita dà poche garanzie. In questo caso, la stragrande maggioranza dei lavoratori rinuncerà ad accedere ad un sistema di previdenza complementare, perché penserà di poter almeno tenere da parte il TFR, che, comunque, rimane garantito.
Mi chiedevo se l'utilizzo da parte dello Stato di una quota del TFR non potesse essere remunerato diversamente rispetto a quanto, invece, è previsto dall'attuale normativa in materia. Anche questo aspetto, però, avremmo gradito che fosse discusso in forma preventiva con le rappresentanze sindacali e non, invece, nell'ambito del disegno di legge finanziaria.
Altri aspetti che ci hanno stupito sembrano dettati da un'eccessiva fretta. Credevamo che il raggiungimento del tetto del 15 per cento del personale della pubblica amministrazione addetto ai servizi generali potesse essere compito dei dirigenti


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delle pubbliche amministrazioni e, quindi, mi sembra strano un intervento per legge su ciò che poteva essere lasciato all'autonomia degli enti, delle singole amministrazioni e dei manager.
Annotiamo positivamente, invece, altri interventi come, ad esempio, quelli che riguardano l'apprendistato ed il fatto che la manovra, idealmente, nel suo complesso, tende a invertire la rotta e a favorire le classi sociali meno abbienti.
Prossimamente, al presidente della Commissione sarà trasmesso dalla segreteria generale un dettagliato resoconto della posizione della CISAL, sempre a cura della segreteria generale.

PRESIDENTE. Do la parola al segretario generale dell'USAE, dottor Adamo Bonazzi.

ADAMO BONAZZI, Segretario generale dell'USAE. Grazie, presidente. Abbiamo consegnato un documento che riassumerò in questa esposizione. Mi preme sottolineare, in apertura di intervento, che l'organizzazione chiede che, nell'ambito della conversione in legge del decreto-legge sia stralciato l'articolo 2, comma 2, laddove si prevede che venga soppressa la sede di Acireale della Scuola superiore della pubblica amministrazione. Non si capisce bene, infatti, il motivo per cui un tale comma venga inserito nel provvedimento, anche perché sappiamo che quella sede costa molto meno di una singola consulenza in capo alla Presidenza del Consiglio (e ci riferiamo alle consulenze di basso regime). Inoltre, sopprimere una sede con un decreto-legge ci sembra assolutamente non consono. Chiediamo lo stralcio di quel comma per poi, eventualmente, affrontare la questione in un provvedimento di natura più complessa.
Posso ora più propriamente alla manovra finanziaria, rispetto alla quale vorrei fare alcune considerazioni preliminari. Il Governo ha compiuto una scelta di esclusione, convocando per la concertazione soltanto alcune delle organizzazioni che rappresentano il variegato mondo del lavoro (lavoratori, e datori di lavoro). Riteniamo che tale scelta sia sbagliata sia nel merito, che nel metodo. Fare una graduatoria tra interlocutori è una scelta criticabile e non ascoltare anche chi rappresenta un solo settore del lavoro è sbagliato alla radice, in primo luogo, perché, in fase propositiva, è bene ascoltare tutte le proposte; in secondo luogo, perché una scelta di questo genere significa marginalizzare alcuni settori che, in un paese come l'Italia, sono di primaria importanza, facendo così venire meno la necessaria condivisione delle scelte.
Pur non avendo potuto partecipare a tutte le riunioni della concertazione al pari di molte altre organizzazioni datoriali e sindacali, abbiamo posto al Governo alcune questioni di non secondaria importanza. Ebbene, su quelle questioni, il disegno di legge finanziaria non sembra aver fornito risposte concrete. Abbiamo posto al Governo la questione della politica degli investimenti, delle infrastrutture e dell'innovazione tecnologica, chiedendo che fosse basata sui seguenti punti cardine: potenziamento delle infrastrutture, sviluppo dell'autonomia nazionale dei settori strategici, sviluppo delle energie alternative bio-compatibili, sviluppo delle tecnologie di recupero, sviluppo della ricerca e dell'eccellenza tecnologica e innovazione tecnologica. Tutto questo, naturalmente, accompagnato da interventi per le professioni intellettuali. Si ritiene scorretto che gli ordini siano demandati allo sviluppo delle professioni e l'accertamento della conformità dell'operato del professionista alle norme deontologiche della professione con l'introduzione, però, delle norme di liberalizzazione delle tariffe professionali e delle associazioni fra professionisti. Questo è, in parte, avvenuto, ma certamente nel disegno di legge finanziaria non c'è uno sviluppo delle disposizioni del «decreto Bersani».
Avevamo chiesto una nuova politica fiscale, perché occorre promuovere non solo la redistribuzione del reddito, ma anche l'uguaglianza e l'allargamento delle opportunità, nonché mobilitare le risorse del capitale umano per puntare sulla libera iniziativa, sulla responsabilità individuale


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e sulla concorrenza. Occorreva, quindi, secondo noi, ridurre la pressione fiscale, privilegiando gli interventi a favore dei redditi medi e medio-bassi, abolire il sostituto di imposta per il reddito da lavoro - un modo per uniformare tutti i trattamenti fiscali -, estendere al pubblico impiego il trattamento di sgravi fiscali per i lavoratori che intendono trattenersi in servizio in età pensionabile.
Avevamo chiesto un potenziamento degli ammortizzatori sociali, con facilitazioni per le coppie che lavorano, asili nido a carico delle imprese con facoltà di detraibilità, indennità mensile per ogni figlio minore (un po' come accade in Francia).
Avevamo chiesto una salvaguardia del potere d'acquisto del salario reale attivo e differito, da perseguirsi, anche ed eventualmente, mediante l'introduzione della detraibilità dal reddito dei lavoratori dipendenti e dei pensionati delle spese per affitti, acqua, luce, gas e telefono. Infine, avevamo chiesto un nuovo patto per il lavoro, tenendo conto che l'accordo del 1993 mostra i segni del tempo.
Abbiamo, invece, riscontrato che c'è una manovra da 33,4 miliardi che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbero essere così ricavati: 11,9 miliardi da riduzione del sistema Stato, 4,6 dagli enti locali, 3 miliardi dalla sanità e 4 da entrate tributarie. Circa 14-15 miliardi serviranno al risanamento dei conti pubblici, mentre 18-19 miliardi saranno destinati alla redistribuzione delle risorse e allo sviluppo.
In questa manovra, è contenuta una nuova IRPEF, in cui le aliquote passano da quattro a cinque, con una diversa tassazione da aliquota ad aliquota ed è, altresì, contenuta una nuova disciplina delle detrazioni per i figli. Anche in questo caso c'è una diversa redistribuzione, passando dalla detraibilità alla deducibilità.
Il presunto effetto redistributivo, secondo noi, è un po' una partita di giro tra poveri. Il meccanismo proposto, infatti, sembra redistributivo, ma, in realtà, non lo è affatto, perché, oggi, la maggior parte delle famiglie, per tirare avanti, deve poter contare su almeno due stipendi. Avremmo voluto un provvedimento che parificasse tutte le categorie; in questo senso, proponevamo l'abolizione del sostituto di imposta e la riduzione degli scaglioni a tre. Di contro, ci troviamo un aggravio di tassazione per le famiglie e non è esattamente la medesima cosa.
Insistiamo, perciò, sull'elemento di vera equità fiscale: con l'abolizione del sostituto di imposta tutti i cittadini sarebbero sullo stesso piano davanti al fisco. Capiamo bene che per lo Stato è molto difficile rinunciare al sostituto di imposta, perché questo significa rinunciare alle entrate dirette e immediate, dovendosi confrontare con tutti i lavoratori. Riteniamo che, in uno Stato come il nostro, sia assolutamente prioritario che tutti i cittadini vengano trattati allo stesso modo. Non possiamo dire che qualcuno evade di più e qualcuno evade di meno semplicemente perché mettiamo direttamente le mani nelle tasche di alcuni lavoratori, mentre nelle tasche di altri non riusciamo a metterle. Quindi, un provvedimento come quello che suggeriamo, sicuramente, porterebbe, almeno sul piano del trattamento, ad una vera equità.
È altrettanto vero che laddove si prevede uno sgravio per i redditi più bassi, vi è un aggravio per i redditi medi. Ribadiamo, quindi, che è una partita fra poveri, nel senso che, effettivamente, c'era una grande necessità di aumentare e di dare respiro ai redditi più bassi, ma questo non poteva e non doveva avvenire a scapito dei redditi medi. Doveva avvenire, invece, nell'ambito di una politica di sviluppo che prevedesse per tutti un aumento del reddito; occorre aumentare i redditi medi e molto di più quelli bassi. E per ottenere questo risultato bisognava pensare ad un sistema diverso da quello che si sta attuando con questo disegno di legge finanziaria.
Per quanto riguarda il cuneo fiscale, è evidente che si tratta di un meccanismo che non accontenta i lavoratori, perché favorisce una platea molto ridotta di redditi bassissimi e scontenta le imprese. Infatti, dal momento che l'IRPEF aumenta progressivamente fino ad arrivare al 43 per cento per i redditi che superano i 75


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mila euro annui lordi e che gli assegni familiari non vengono più erogati a partire da un certo reddito, la riduzione del cuneo fiscale è riservata ai lavoratori con redditi molto bassi.
Giudichiamo positivamente, almeno in linea di tendenza, il fatto che sia stata prevista nel disegno di legge la lotta al precariato. Anche in questo caso, si procede nella giusta direzione, però si tratta di un provvedimento isolato e che riteniamo insufficiente anche e soprattutto dal punto di vista della quantità di risorse rese disponibili. È un provvedimento di principio, ma che non può dare (per quella che è la sua portata) alcun beneficio reale.
Riteniamo, altresì, insufficiente e, in qualche modo generico, l'incentivo dato alle imprese per la ricerca. Anche in questo caso, le risorse sono limitate e non consentiranno alle imprese che non fanno ricerca, di farla. Per intenderci, il nostro è un paese in cui le imprese sono, per lo più, piccole e medie, mentre la ricerca, viene fatta, solo nella grande impresa. Non c'è una politica che consenta alla piccola e media impresa di accedere alla ricerca; non ci sono progetti specifici che, in qualche modo, lo Stato supporti per consentire alle imprese, che sono il tessuto connettivo del nostro paese, di accedere alle nuove tecnologie, all'innovazione tecnologica, all'eccellenza e alla qualità attraverso una ricerca finalizzata. Forse, ciò accade perché non disponiamo di un sistema delle università all'altezza, ma anche per mancanza di programmazione da parte dello Stato. Il privato si deve far carico di una parte di questa ricerca, ma la piccola e media impresa non sono in grado di finanziare determinati progetti.
Riteniamo assolutamente sbagliato finanziare con solo 800 milioni di euro, nel 2007, i rinnovi dei contratti della pubblica amministrazione. Questo è un vero e proprio blocco della contrattazione! Il biennio è scaduto il 31 dicembre 2005; il 2006 passa sotto silenzio; il 2007 vede destinati 800 milioni di euro. Praticamente, si vogliono posticipare di un biennio i rinnovi contrattuali della pubblica amministrazione!
I tre milioni e mezzo di lavoratori della pubblica amministrazione, centrale e locale, senza un rinnovo contrattuale, vengono, di fatto, gravati da ulteriori tasse per quasi un centinaio di euro. Questo perché la manovra finanziaria non prevede i fondi necessari a rispettare gli accordi generali sul costo del lavoro, accordi che, come dicevo prima, stanno mostrando tutta la loro vecchiaia, ed inadeguatezza.

ANTONIA SPINA, Segretario confederale rapporti parlamentari dell'USAE. È parere dell'USAE che saranno gli enti locali a soffrire uno dei tagli più consistenti della spesa pubblica, ed i comuni subiranno una stretta sul patto di stabilità interna e sugli stanziamenti a cui potranno far fronte solo con l'introduzione di nuove imposte che ricadranno inevitabilmente su tutti i cittadini, ivi compresi naturalmente gli appartenenti alle fasce più deboli.
Infatti, nel disegno di legge finanziaria è previsto che i comuni potranno aumentare fino all'8 per cento l'aliquota addizionale IRPEF e istituire l'imposta di scopo per finanziare alcune opere pubbliche ed aumentare l'ICI. L'aumento dell'ICI non potrà che ricadere sulle fasce più deboli, cioè su tutti quei cittadini che, con sacrificio, hanno acceso un mutuo per l'acquisto della prima casa; mentre su quelli che non posseggono una casa e che sono conduttori di immobili in locazione sarà trasferito l'onere, di cui, a sua volta, il proprietario dell'immobile si è fatto carico.
Non condividiamo i tagli previsti per la spesa del personale degli enti locali, perché, se attribuiamo ai comuni maggiori competenze, come quella riguardante il catasto, non possiamo pensare che gli stessi lascino inalterati gli organici, che già sono stati mortificati dalle leggi finanziarie degli anni precedenti.
Per quanto attiene alla sanità, oltre al taglio alla spesa, che prevede che la sanità dovrà funzionare con 97 miliardi di euro (tre in meno del previsto), non ci è piaciuta l'introduzione dei ticket, che non fa altro che mortificare le fasce deboli. Presumibilmente


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i cittadini ricorreranno ad ogni strategia utile per rientrare nella fascia di esenzione.
In conclusione, riteniamo che l'accordo Stato-regioni esista per quanto riguarda la parte finanziaria, ma non garantisca i livelli di assistenza. Ogni giorno, infatti, noi che siamo a diretto contatto con i cittadini ci rendiamo conto che passano in mano al privato consistenti sezioni di servizi e ai cittadini non resta che rassegnarsi a pagare l'intera prestazione, che riescono ad ottenere dal privato in tempi minori e di migliore qualità rispetto a quella pubblica.
Bisogna prendere atto che la riforma di tipo aziendalistico è fallita e che la stagione dei direttori generali manager non ha dato i frutti sperati. A questo proposito, se mi è consentito, darei un suggerimento: mi sarei aspettata che nella riforma fosse prevista la possibilità di eliminare dalle spese per i manager del pubblico impiego quelle per il direttore amministrativo e il direttore sanitario, figure già presenti nelle ASL. Se il disegno di legge finanziaria, ad esempio, avesse previsto l'abbattimento dei costi relativi alla nomina e all'istituzione dei direttori amministrativi e sanitari avremmo ottenuto un risparmio utile a migliorare i servizi ai cittadini.

PRESIDENTE. Ringrazio i rappresentanti della CISAL e dell'USAE e dichiaro conclusa l'audizione.
Sospendo brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle 16,30, è ripresa alle 16,50.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA 5a COMMISSIONE DEL SENATO DELLA REPUBBLICA ENRICO MORANDO

Audizione di rappresentanti di Confservizi.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio per il 2007-2009, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera, e dell'articolo 126, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione di rappresentanti di Confservizi. Do la parola al presidente Raffaele Morese.

RAFFAELE MORESE, Presidente di Confservizi. Grazie, presidente, per averci consentito di esprimere la nostra opinione sul disegno di legge finanziaria, rispetto al quale intendo esporre alcune proposte emendative.
Siamo di fronte ad un provvedimento difficile, i cui fini del risanamento e dell'equità sono decisivi per realizzare il terzo obiettivo, che è quello dello sviluppo. È fuori di dubbio che, se non si tenessero presenti questi elementi, sarebbe difficile far quadrare il cerchio. Per questo motivo, riteniamo che la rotta debba essere mantenuta costantemente su questi obiettivi.
Non solleviamo alcuna obiezione per quanto riguarda le misure relative al risanamento e all'equità. Più deludente - lo affermo con decisione - ci appare il quadro relativo allo sviluppo. Intendo riferirmi ad alcuni punti precisi, il primo dei quali riguarda l'esclusione dei servizi pubblici locali dai benefici del cuneo fiscale. Non immaginavamo di far parte di un'élite, del «salotto buono», di essere collocati, quindi, sullo stesso piano di banche, assicurazioni, telecomunicazioni. Siamo sempre più esposti alla competitività, pertanto, mantenere un livello costante del costo del lavoro, dal momento che le aziende di servizi pubblici locali sono fortemente «labor intensive», costituisce un elemento decisivo nella realizzazione di investimenti e obiettivi qualitativamente sempre più rilevanti.
Avevamo anche detto che questa poteva divenire l'occasione per stipulare un patto in base al quale non tutta la riduzione di tre punti prevista fosse destinata alle aziende. Eravamo pronti a destinarne una parte (il 50 per cento) alle tariffe, realizzando, in questo modo, anche un piccolo


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«spaccato» di politica dei redditi e recuperando una logica che, in altri tempi, era stata vincente.
Riteniamo opportuno un ripensamento su tale esclusione, anche perché sul territorio rappresentiamo un elemento di sviluppo cui le altre categorie imprenditoriali, oltre che i cittadini, dedicano attenzione. Questa esclusione non solo ci impedisce di abbassare il costo del lavoro, anzi, ci espone ad un suo aumento, in quanto è stata aumentata del 10 per cento l'aliquota per i contratti di apprendistato. Mentre un insieme di aziende si trova, dunque, in una situazione di effettivo alleggerimento della pressione complessiva del costo del lavoro, noi ci ritroviamo penalizzati. Vi chiediamo pertanto che, qualora la nostra richiesta di essere inclusi nella riduzione del cuneo fiscale rimanesse inascoltata, fossimo almeno esentati dal pagamento del 10 per cento di cui ho parlato, che è giusto sia pagato da coloro che godono del vantaggio fiscale.
Allo stesso modo, consideriamo assolutamente da ripensare il trasferimento all'INPS del 50 per cento del TFR non optato per la previdenza integrativa. Questo non costituisce il problema di un solo anno (valutata su un anno, la situazione non sarebbe drammatica); è, infatti, la quotazione sul medio periodo che porta a giudicare inadeguata questa operazione sul TFR. Ritengo ancor meno ragionevole l'ipotesi che questo possa rappresentare un canale di finanziamento di politiche di investimenti. Le logiche di investimento vanno perseguite con modalità di finanziamento di diverso tipo.
Come potete immaginare, su di noi pesa anche l'eccessivo taglio dei trasferimenti agli enti locali. È chiaro che, quando sarà conclusa la riduzione dei trasferimenti agli enti locali, poiché abbiamo una rappresentanza anche di settori no-profit dei servizi pubblici locali (casa, sanità, cultura), gli effetti dei tagli si trasferiranno con notevole incidenza sulla vita delle aziende che operano soprattutto in questi settori.
Riteniamo sarebbe utile prevedere una misura - che abbiamo presentato come proposta emendativa - che consentisse di favorire quegli enti locali che accorpano aziende di servizi pubblici locali. Attorno ai problemi riguardanti la liberalizzazione e la capacità delle aziende di servizi pubblici locali di essere efficienti e di ridurre le tariffe, esiste una letteratura straordinaria, oltre che una discussione parlamentare, in base alla quale sono stati presentati più provvedimenti. Tuttavia, uno dei motivi per i quali i cittadini non ne recepiscono gli effetti benefici, soprattutto sotto il profilo tariffario, è legato alla limitatezza della dimensione di impresa.
Se dobbiamo individuare un modo attraverso il quale attenuare il peso caricato sugli enti locali dalla manovra finanziaria, riteniamo potrebbe essere quello di premiare quelli che realizzano politiche di aggregazione d'impresa, così da creare dimensioni che assicurano di avere a disposizione aziende che, effettivamente, reggano la competizione sul mercato.
Abbiamo tradotto questo in un premio che va a diminuire il saldo del patto di stabilità, in relazione all'operazione di accorpamento che viene compiuta. Abbiamo preparato un'ipotesi tecnica in base alla quale è ritenuta estremamente incentivante un'operazione di sostegno agli enti locali che offrano in cambio una migliore efficienza del sistema di fornitura dei servizi.
Un'altra questione connessa alla vicenda del cuneo fiscale riguarda il trasporto pubblico locale. Sottolineo questo fra i vari settori che rappresentiamo, perché, in questa fase, costituisce quello più esposto alla conflittualità sociale. Si rischia un finale di anno molto complicato, se non troviamo la soluzione al rinnovo del contratto del trasporto pubblico locale.
Nella lettura del disegno di legge finanziaria, inoltre, non abbiamo ravvisato interventi strutturali per la casa, fronte estremamente esposto per quanto riguarda soprattutto le grandi aree metropolitane. Riteniamo che tutto questo debba essere valutato in un'ottica per cui le aziende dei servizi pubblici locali non siano considerate di serie B o C. Non è affatto vero che


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in questi anni non sia successo niente in questo settore, perché, sia pure con diversità che non vanno nascoste, giacché esistono zone d'ombra, abbiamo assistito alla crescita di aziende degne di rilievo.
I dati di Mediobanca - quindi, non nostri -, in una indagine estesissima che riguarda duemila fra le maggiori aziende del sistema produttivo italiano, da quattro anni ribadiscono che, considerando un cento per cento di disponibilità delle imprese, le aziende private, industriali e del terziario hanno la seguente distribuzione - cito numeri indicativi -: il 30 per cento per investimenti tecnologici, il 27 per cento per investimenti finanziari, ed il resto per la gestione.
Le imprese di servizi pubblici locali, invece, destinano il 60 per cento per investimenti tecnologici, l'11 per cento per investimenti finanziari e il resto per la gestione. La cifra di gestione più bassa rispetto alle aziende private non indica virtù maggiori, perché abbiamo problemi di cash inferiori, mentre la vera differenza è costituita dalla distribuzione fra investimenti tecnologici e investimenti finanziari.
Le aziende di servizi pubblici locali hanno le carte in regola per essere considerate aziende che non cessano di investire nel miglior funzionamento dei servizi. Forse non abbassano le tariffe per ragioni sulle quali si potrebbe discutere in un'altra occasione, ma, sicuramente, la destinazione delle risorse è virtuosa. Desidero sottolineare questo aspetto perché le leggende metropolitane sono tante, e, purtroppo, alcune sono state anche considerate nella predisposizione del disegno di legge Finanziaria.

PRESIDENTE. Acquisiamo il documento che ci è stato fornito, a cui sono allegate le proposte emendative al disegno di legge finanziaria, che credo traducano i punti trattati dal presidente Morese.
Ringrazio i rappresentanti della Confservizi e dichiaro conclusa l'audizione.
Sospendo brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle 17,05, è ripresa alle 17,10.

Audizione di rappresentanti dell'ANIA.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio per il 2007-2009, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera e dell'articolo 126, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione di rappresentanti dell'ANIA.
Mi scuso nuovamente per queste pause, dovute al fatto che lo sforamento dell'audizione del ministro di stamani ha determinato una sfasatura negli orari, per cui anche le persone che abbiamo convocato si trovano in difficoltà a capire a che ora potrà effettivamente avere inizio la loro audizione.
Do ora la parola al direttore generale dell'ANIA, dottor Giampaolo Galli.

GIAMPAOLO GALLI, Direttore generale dell'ANIA. Signor presidente, innanzitutto, ringrazio la Commissione per aver invitato l'ANIA in rappresentanza del settore assicurativo.
Poiché abbiamo già consegnato un testo scritto, mi limiterò ad illustrarne gli aspetti fondamentali.
Per fare il quadro della situazione, preciso che noi rappresentiamo un settore per il quale è molto facile effettuare un'analisi costi-benefici del disegno di legge finanziaria per il 2007, i cui collegati ci apportano qualche danno potenzialmente rilevante e nessun beneficio. Il conto è facile ed anche utile: il Parlamento potrà avere un'idea di quale clima si viva nel nostro settore economico.
Il settore assicurativo è escluso, assieme a quello bancario e ad altri, dal beneficio della riduzione del cuneo fiscale. Chi vi opera viene colpito due volte - come datore di lavoro e come operatore della previdenza - dalla devoluzione del TFR all'INPS, misura sulla quale non possiamo assolutamente concordare.
Inoltre, come l'esperienza ha ampiamente dimostrato, quello assicurativo è uno dei settori che rischiano di più quando alle regioni ed agli enti locali viene data la possibilità di finanziarsi tramite


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maggiorazioni dell'IRAP. Si consideri che già oggi l'IRAP si attesta al 5,25 per cento - non al 4,25 per cento - in tutte le regioni in cui sono ubicate le compagnie di assicurazione. Vi è, inoltre, un rischio specifico che può derivare da nuove imposte locali: per effetto della delega in materia di rendite finanziarie, è previsto l'aumento della tassazione su gran parte dei prodotti dell'industria assicurativa.
Ciò avviene in un contesto nel quale le imprese di assicurazione italiane sono svantaggiate rispetto a quelle della generalità dei paesi europei. Infatti, tutte le imprese italiane sono assoggettate ad una tassazione più elevata (certamente, quelle in regola con il fisco e con le assicurazioni), anche perché, negli ultimi anni, sono state approvate alcune misure (prelievi, anticipi sulla riserve, applicazioni delle maggiorazioni IRAP) che hanno ulteriormente elevato il carico tributario delle imprese di assicurazione. Ciò favorisce i nostri concorrenti sia sul mercato del prodotto sia su quello degli assetti proprietari, cioè della geopolitica della finanza europea e mondiale.
Vorrei ricordare che, specie per un operatore professionale e per un'impresa, ma anche per un professionista, è molto facile acquistare una polizza da una compagnia estera: come risulta dall'apposito elenco dell'autorità di vigilanza, sono ben 853 le società estere abilitate ad operare in Italia in libera prestazione di servizi.
Il carico fiscale e la struttura della regolazione sono decisivi nel determinare se saranno le imprese italiane ad acquisire quelle estere, o viceversa. Non vi è alcun bisogno di ricordare con quanta attenzione e preoccupazione la politica e l'opinione pubblica guardino ai processi di fusione e acquisizione che interessano le grandi imprese, in particolare quelle del settore finanziario e assicurativo, in Europa e nel mondo. A questo proposito, abbiamo l'impressione che ci si preoccupi anche troppo, forse, quando la stampa dà notizie di operazioni, reali o paventate, che comportano il trasferimento all'estero di grandi aziende italiane, mentre avviene il contrario quando si tratta di dettare le norme.
Allo stesso modo - ma questo è un tema diverso -, abbiamo l'impressione che, dal punto di vista del consumatore, molti prodotti del settore finanziario e assicurativo non siano meno necessari o meritori di quelli di altri settori economici: ad esempio, si considera meritorio, e non solo da noi, che lo Stato renda obbligatorio l'acquisto di molte polizze di responsabilità civile.
Credo sia interesse di tutti che le assicurazioni vengano considerate non solo come riserva di cassa, più o meno facile, per i conti pubblici, ma per quello che possono e debbono dare per aiutare a risolvere i problemi del paese, in particolare quelli del welfare (l'assicurazione è, infatti, parte del sistema di welfare).
Queste considerazioni relative al nostro settore non ci impediscono di vedere un aspetto positivo che ispira la politica di bilancio del Governo, cioè la determinazione a mettere in sicurezza i conti pubblici, assumendo misure volte a portare il disavanzo al di sotto del 3 per cento. Invece, il fatto che non si sia riusciti a tenere fede agli impegni assunti con il DPEF riguardo alla spesa pubblica suscita perplessità e, soprattutto, timori per il futuro.
Vorrei soffermarmi su tre punti fondamentali. Per quanto riguarda il cuneo fiscale, riteniamo del tutto incomprensibile il trattamento discriminatorio riservato ad alcuni settori. Ricordiamo che la già citata discriminazione ha un'alta probabilità di essere vietata dall'Unione europea, in quanto aiuto di Stato. Né può consolare il fatto che la conclusione del procedimento davanti ai competenti organi giurisdizionali comunitari richiede alcuni anni: un'eventuale sentenza della Corte di giustizia sfavorevole allo Stato italiano, pronunciata magari dopo tre o cinque anni dall'entrata in vigore del provvedimento (com'è avvenuto nel caso della sentenza sull'IVA), tanto più se essa dovesse intervenire dopo molto tempo, avrebbe conseguenze gravissime su tutte le altre imprese


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che, nel frattempo, avrebbero beneficiato della riduzione del cuneo. Forse, questo può essere un elemento di riflessione per tutti in merito alla sensatezza di siffatta discriminazione. Un giudizio sfavorevole degli organi giurisdizionali europei sarebbe tanto più probabile se, a difesa del provvedimento, fosse ribadita un'argomentazione che abbiamo sentito addurre anche in questi giorni: banche e assicurazioni non sarebbero esposte alla competizione internazionale. Ricordiamo che la normativa sugli aiuti di Stato trae origine proprio dalla preoccupazione che gli Stati possano favorire i propri settori esposti, distorcendo in tal modo la competizione intraeuropea.
Aggiungo che, com'è descritto nel documento che abbiamo consegnato, i dati non confortano l'opinione, peraltro molto diffusa, secondo cui i profitti delle assicurazioni italiane sarebbero particolarmente elevati: essi sono in linea con quelli degli altri settori economici - si guardino i dati di borsa - e sono più bassi di quelli delle assicurazioni francesi, tedesche e inglesi, con le quali abbiamo fatto un confronto.
Un altro aspetto complicato è quello della previdenza integrativa. Anche in questa sede ribadiamo che, a differenza di ciò che si è detto, sentito e letto sui giornali, l'industria assicurativa non ha mai chiesto, in passato, il differimento dell'entrata in vigore della riforma previdenziale; di conseguenza oggi non esprime contrarietà alla sua anticipazione.
Esistono, però, alcuni problemi ed incongruenze nella scansione temporale delineata nel disegno di legge finanziaria, da cui, francamente, non capiamo come si possa uscire.
Un primo problema, forse non il più serio, è posto dalla disposizione che prevede l'emanazione, entro un mese dalla data di approvazione della legge finanziaria, quindi entro la fine di gennaio, di un decreto interministeriale relativo al finanziamento del sistema, cioè alle procedure di espressione della volontà del lavoratore circa la destinazione del TFR (nonché delle forme complementari ad adesioni individuali). Questo avverrebbe, ripeto, dopo trenta giorni dall'inizio del semestre (1o gennaio-30 giugno) in cui opererebbe la regola del silenzio-assenso. Si noti che l'adeguamento degli statuti e dei regolamenti, le successive autorizzazioni della COVIP e la diffusione dei milioni di moduli che i lavoratori dovranno utilizzare per esprimere la loro scelta potranno essere avviati soltanto quando tutta la normativa sarà stata definita. Francamente, non capiamo perché debba essere emanato un decreto interministeriale (del Ministero del lavoro, di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze). Ci sembra che il decreto legislativo n. 252 del 2005 abbia già dettato le linee-guida; il resto è lasciato all'autorità di settore, cioè alla COVIP, che sta lavorando e che ha già prodotto qualcosa.
Il secondo problema è più rilevante. L'articolo 84 del disegno di legge mantiene giustamente inalterati i termini per l'adeguamento alla nuova normativa di tutte le forme pensionistiche, sulla base delle direttive impartite dalla COVIP. Quindi, agli adempimenti concernenti i nuovi regolamenti, gli statuti, i comitati di sorveglianza, e via dicendo, si dovrà provvedere - in tal senso sembra disporre la lettera dell'articolo citato - entro il 31 dicembre 2007. Se è comprensibile la scelta, non è assolutamente ragionevole immaginare che fondi negoziali, fondi aperti e contratti di assicurazione di tipo previdenziale possano adeguarsi ed ottenere tutte le autorizzazioni della COVIP nei prossimi 80 giorni, cioè entro il 31 dicembre.
Cosa può succedere, allora? Abbiamo cercato di districarci tra due possibili interpretazioni. Secondo la prima, il legislatore ritiene che i lavoratori possano decidere di conferire il TFR maturando a forme previdenziali non ancora adeguate alla nuova disciplina. Se questa interpretazione fosse esatta, sarebbe opportuno esplicitarla (essa contrasta non poco, però, con le ragioni di fondo del nuovo assetto regolatorio, che è volto a rendere le scelte confrontabili, trasparenti e consapevoli).
Secondo un'altra interpretazione, che, tuttavia, ci sembra assolutamente irragionevole,


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i lavoratori potranno aderire alle diverse forme di previdenza complementare via via che queste saranno autorizzate dalla COVIP. Il personale della COVIP è insufficiente per fare tutto in tempo utile (alla fine di giugno), cioè un po' prima della chiusura del gioco concorrenziale. In più, la COVIP si troverebbe nell'assurda situazione di dover discriminare fra diverse tipologie di fondi. Ad esempio, due fondi di due diversi intermediari, che facciano entrambi la domanda a gennaio, si ritroverebbero l'uno con l'autorizzazione a marzo, quindi in tempo, anche se un po' tardi, l'altro il 29 giugno o addirittura a luglio. Questo secondo intermediario subirebbe un danno grave e, eventualmente, potrebbe anche chiedere un risarcimento danni.
Inoltre, è noto che i tempi per l'adeguamento e, quindi, per ottenere le autorizzazioni, saranno necessariamente più lunghi per i fondi aperti (dovranno essere espletati maggiori adempimenti) e per i contratti assicurativi. Ricordo, poi, che la legge prevede tempi molto lunghi per il rilascio delle autorizzazioni da parte della COVIP (tre mesi, prorogabili di altri sei) e che, in passato, il rilascio di un'autorizzazione ha richiesto fino a tre anni.
Se dovesse prevalere questa seconda interpretazione, potrebbe nascere il legittimo sospetto - ma non voglio neppure pensarlo - che si voglia creare una corsia preferenziale per qualcuno, allo scopo di mettere fuori dal gioco tutti gli altri. Ciò sarebbe intollerabile.
Altri problemi attengono alla scansione dei tempi, anche in relazione alla devoluzione del TFR all'INPS. Il disegno di legge prevede che un decreto interministeriale, da emanare entro il 31 gennaio 2007, disciplini le modalità per la devoluzione del TFR maturando all'INPS (posto che, alla fine, ciò avvenga). Il lavoratore deve poter conoscere tutte le condizioni: può devolvere il TFR in qualunque momento alla previdenza complementare? Può utilizzarlo con la stessa flessibilità - mi pare evidente di no - con cui lo utilizza oggi in azienda, magari per esigenze diverse da quella previste dal codice civile? È evidente che il lavoratore deve disporre di queste informazioni prima di fare una scelta.
Venendo al tema delle calamità naturali, l'articolo 52 del disegno di legge finanziaria prevede l'estensione obbligatoria della copertura del rischio derivante da calamità naturali a tutte le polizze assicurative di beni immobili privati. La norma interviene - debbo dirlo - senza che vi sia stata alcuna preventiva consultazione con il mondo assicurativo, tra l'altro su una materia estremamente tecnica e delicata e dal fortissimo impatto sociale.
A nostro avviso, non si colgono le complessità del problema. Condividiamo l'obiettivo di ridisegnare un sistema che, attraverso il ricorso allo strumento dell'assicurazione, riduca gli oneri per lo Stato, incentivi la protezione del territorio, garantisca ai danneggiati certezza ed uguaglianza di trattamento, assicuri maggiore speditezza nell'accertamento dei danni e nei risarcimenti. Tuttavia, vanno garantite alcune condizioni affinché l'assicurazione sia possibile e gestibile. In particolare, è essenziale definire con precisione il ruolo dello Stato come riassicuratore di ultima istanza. Lo Stato deve essere disposto a intervenire al di sopra di una soglia di danno che deve essere definita a priori, tenendo conto della valutazione della capacità finanziaria del sistema assicurativo e riassicurativo mondiale. Una norma del genere non può essere affidata a un regolamento attuativo, ma deve essere contenuta nella legge finanziaria.
Se la norma fosse approvata così com'è oggi, senza avere definito il ruolo dello Stato, vi sarebbero altri problemi (anche se quello già indicato è di gran lunga il principale). Pur rimanendo l'assicurazione volontaria, le imprese di assicurazione, obbligate ad inserire nei contratti di assicurazione dei fabbricati la clausola di copertura del rischio di calamità naturali, si troverebbero nelle condizioni di dover richiedere prezzi adeguati al rischio, quindi anche molto elevati - usiamo pure la parola proibitivi -, specialmente per i


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fabbricati ubicati nelle aree più rischiose del paese, con il risultato che proprio in queste non vi sarebbe alcuna copertura assicurativa (neanche quella ordinaria). Poiché la scomparsa delle polizze sui fabbricati sembra una prospettiva grave e pericolosa, le previsioni dell'articolo 52 andrebbero completamente riviste.
Concludo con un'osservazione in merito alla delega sulla tassazione delle rendite finanziarie. Anche se non è scritto nei criteri di delega, ci sembra che si preveda l'applicazione dell'imposta direttamente a carico dell'investitore anziché del fondo: può andare bene, purché si preveda (è una delle ipotesi) l'applicazione del criterio anche alla persona fisica, a tutti gli operatori.
Siamo favorevoli al criterio del realizzato per motivi di efficienza e di semplicità del sistema. Mi permetto di far notare che l'applicazione del criterio del maturato alle persone fisiche avrebbe un effetto molto negativo sulla generalità dei risparmiatori. Supponiamo, ad esempio, che io abbia una plusvalenza potenziale - cioè che non ho ancora realizzato - sul mio investimento, sul mio fondo, sulle azioni o sui BTP e che, magari, per pagare le imposte allo Stato, sia obbligato a vendere una parte dei miei titoli (peraltro, se ho una perdita, lo Stato non mi risarcisce, ma ho un credito di imposta che devo trascinare nel tempo e che, eventualmente, potrò utilizzare in compensazione): credo che ciò sia percepito come ingiusto e vessatorio.

PRESIDENTE. Se non ci sono domande da parte dei colleghi, ne pongo una io.
Con riferimento all'articolo 52, concernente l'assicurazione per le calamità naturali, essendo una delle non moltissime «vittime» dal punto di vista delle iniziative parlamentari volte a consentire che tra gli elementi di modernizzazione dell'Italia ci sia, finalmente, anche questo (le assicurazioni contro le calamità naturali si fanno in tutto il mondo, meno che in Italia), ricordo che il più importante tentativo di agire in tal senso fu effettuato in occasione, ormai non molto recente, dell'esame di un disegno di legge finanziaria di un Governo di centrosinistra. Ero relatore e presentai un apposito emendamento, dopo averlo concordato con il Governo. Ebbene, i giornalisti delle televisioni di Stato si recarono immediatamente davanti alle baracche costruite a seguito del sisma che aveva colpito l'Umbria e le Marche e chiesero ai terremotati cosa pensassero della proposta avanzata da un senatore di istituire un'assicurazione per le calamità naturali. La mia iniziativa terminò lì, a causa del terrore generalizzato delle forze politiche di trovarsi impelagate in un'operazione di questo tipo.
Il punto su cui ha richiamato l'attenzione il direttore generale dell'ANIA è proprio quello che, in passato, ha finito per far arenare ogni iniziativa. Faccio notare che se lo Stato non svolge un ruolo sul versante della riassicurazione e, quindi, della garanzia di ultima istanza - e ciò si fa determinando la soglia a cui è stato fatto riferimento -, il meccanismo non può essere attuato. Quindi, già prevedo la fine che farà questo articolo: per la centoventisettesima volta, verrà cancellato, dopo aver constatato l'impossibilità di procedere!
La domanda che desidero porre al direttore generale è la seguente: dopo aver collaborato, con sue elaborazioni particolarmente significative, ai tentativi di cui ho già detto, l'ANIA ha lavorato ancora? È in grado di fornire un contributo?
Non ho esaminato la nota scritta che ci ha consegnato, dottor Galli, ma immagino che in essa siano ulteriormente sviluppati, sul piano tecnico, gli argomenti che ha già illustrato in generale. Credo che sarebbe utile alla decisione parlamentare, risultando, secondo me, abbastanza evidente che la norma presenta i limiti che lei ha indicato, se l'ANIA fornisse un supporto tecnico per un eventuale emendamento, al fine di rendere attuabile la norma medesima, con particolare riferimento all'esigenza che l'assicurazione si possa davvero stipulare, naturalmente senza costi proibitivi, anche dove qualche rischio di calamità naturale esiste. È evidente, infatti,


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che, in assenza di interventi emendativi, le uniche assicurazioni finirebbero per riguardare soltanto le realtà in cui, negli ultimi 200 anni, non si è verificata alcuna calamità naturale, e non anche tutte le altre. È evidente che si tratta di una soluzione insensata.
La mia è, quindi, una domanda-sollecitazione: ammesso che, su questo punto, ci siano novità sul piano tecnico, dell'elaborazione legislativa, forse, l'ANIA potrebbe aiutare il Parlamento.

GIAMPAOLO GALLI, Direttore generale dell'ANIA. Signor presidente, la risposta è senz'altro affermativa.
Rispetto all'elaborazione che avevamo fatto a più riprese, da ultimo anche in occasione della legge finanziaria dell'anno scorso (ma senza esiti sul piano dell'attuazione), abbiamo operato un cambiamento per tenere conto delle osservazioni dell'Antitrust, che aveva manifestato dubbi in ordine alla costituzione di un consorzio di assicurazioni e riassicurazioni misto, pubblico-privato (si era ipotizzato che ci si potesse mettere d'accordo con lo Stato per far pagare poco quelli che abitano nei pressi del Vesuvio). A noi sembrava una buona iniziativa, ma all'Antitrust non è piaciuta: l'Antitrust vuole prezzi di mercato, libera concorrenza. Pertanto, abbiamo disegnato le linee di un sistema molto simile a quello esistente in Francia, senza un consorzio e con una minore solidarietà - non dico mutualità, perché questa è un aspetto essenziale dell'assicurazione - fra zone più a rischio e zone meno a rischio (ci sembrava una finalità importante, ma non si può fare).
Nel testo che ho consegnato non abbiamo inserito una proposta al riguardo, ma la faremo avere alla Commissione al più presto.

PRESIDENTE. Ringrazio i rappresentanti dell'ANIA e dichiaro conclusa l'audizione.
Sospendo brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle 17,40, è ripresa alle 17,50.

Audizione di rappresentanti di Confcooperative, Lega delle cooperative e UNCI.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio per il 2007-2009, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera e dell'articolo 126, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione di rappresentanti di Confcooperative, Lega delle cooperative e UNCI.
Do la parola a Carlo Mitra, vicepresidente nazionale di Confcooperative.

CARLO MITRA, Vicepresidente nazionale di Confcooperative. Vorremmo evidenziare la nostra posizione partendo da una premessa. Confcooperative ha condiviso e condivide lo sforzo di conciliare nel disegno di legge finanziaria per il 2007 equità, risanamento e sviluppo. È una posizione che sosteniamo da anni nelle occasioni di concertazione e di contatto con la politica. Ci pare, però, di dover constatare che l'obiettivo, per così dire, della quadratura del cerchio, impresa sicuramente difficile con riferimento ad un disegno di legge finanziaria, non sia stato raggiunto pienamente e con efficacia.
Anche per dimostrare che il nostro atteggiamento è costruttivo ed equilibrato, cominciamo dalle cose che apprezziamo.. Anzitutto, apprezziamo l'impegno a contrastare l'evasione fiscale e contributiva, questione che poniamo da anni. Riteniamo che si tratti di una questione di civiltà e di equità, forse quella più importante nella politica del nostro paese, anche sotto il profilo del risanamento, soprattutto perché le imprese cooperative, non meno delle altre, soffrono pesantemente la distorsione che si realizza sul mercato attraverso l'evasione. In particolare, l'evasione contributiva è un elemento che inquina fortemente la concorrenza nel nostro sistema economico e, quindi, ci riguarda direttamente come forza imprenditoriale sul mercato.
Apprezziamo la correzione strutturale del forte peso del costo del lavoro, rivelatosi


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un elemento di limitazione delle capacità competitive delle imprese italiane in generale (e, quindi, anche delle imprese cooperative). Auspichiamo che l'obiettivo dei dieci punti, individuati quale momento di conclusione del percorso, sia perseguito con incisività, in quanto fattore concreto in grado di alleviare i problemi di competitività delle nostre imprese.
Ciò premesso, passo ad illustrare alcune perplessità e contrarietà. Le perplessità riguardano la politica degli incentivi, in particolare due aspetti che, secondo noi, devono essere rivisitati. Anzitutto, la politica degli incentivi dovrebbe essere maggiormente orientata verso l'aggregazione di un sistema di imprese che è a tal punto caratterizzato dalla frammentazione da non essere in grado di affrontare con efficacia le sfide della competitività internazionale. Senza una politica di incentivi dedicata, è difficile fare passi in avanti, soprattutto nei tempi necessari.
La seconda perplessità è relativa al fondo unico. Sappiamo che le varie componenti del nostro sistema economico hanno capacità di «tiraggio» diverse. Da questo punto di vista, la cooperazione ha una sua peculiarità, alla quale crediamo debba corrispondere, se si persegue la politica del fondo unico, una peculiare destinazione.
Esprimiamo contrarietà, invece, sull'operazione del TFR, così come proposta (le notizie e dichiarazioni delle ultime ore ci confortano). Auspichiamo che si voglia rimettere mano all'operazione delineata ripristinando una condizione che permetta alle imprese, soprattutto a quelle piccole, tra cui gran parte delle imprese cooperative, di gestire la questione del TFR - che non neghiamo vada affrontata - in modo diverso. Sollecitiamo da tempo un provvedimento al riguardo, anche se sottolineiamo la necessità di non penalizzare la capacità di autofinanziamento delle imprese. Se il provvedimento fosse approvato sic et simpliciter, vi sarebbe una coincidenza con l'entrata a regime dell' accordo Basilea II, il che aggraverebbe ulteriormente la crisi, già strutturale, della piccola e media impresa.
Riteniamo che il processo debba essere avviato, ma prevedendo elementi compensativi dal punto di vista della capacità finanziaria delle imprese e, contestualmente, uno sviluppo adeguato della previdenza integrativa (ci sembrano questi i due obiettivi da perseguire). Non crediamo che lo strumento possa risolvere gli equilibri della legge finanziaria. In ogni caso, si tratta di risorse dei lavoratori; di conseguenza, qualora lo Stato intendesse sottrarle alle imprese con operazioni simili, si accollerebbe un debito e non incamererebbe un'attività. Può darsi che, dal punto di vista finanziario, si possa risolvere qualche problema di cassa per la spesa pubblica; tuttavia, non so quale beneficio apporti l'operazione se, nel contempo, si tratta di aggravare pesantemente la capacità finanziaria delle imprese. Riteniamo, quindi, necessario temperare il provvedimento ed avviare un tavolo con le parti sociali per impostare un discorso di prospettiva, nel senso indicato in precedenza.
Faccio notare che, se il provvedimento in parola si assommasse alla tassazione dei proventi finanziari - cosa giusta e saggia in una prospettiva di riordino e di riequilibrio -, per le cooperative vi sarebbe un aggravio di oneri di non poco conto: verrebbe scoraggiato pesantemente il prestito dai soci, strumento di finanziamento essenziale per le cooperative, che, per loro natura, non essendo imprese capitalistiche, hanno sempre una dotazione patrimoniale piuttosto bassa. Assommando gli effetti dei due provvedimenti, si rischia di peggiorare l'autofinanziamento, di scoraggiare il prestito da parte dei soci lavoratori e, in definitiva, di indebolire in modo pesantissimo le capacità di intervento e di sviluppo delle cooperative.
Pertanto, chiediamo una valutazione che tenga conto del sommarsi di questi due effetti e delle conseguenti implicazioni per la cooperazione.
Altri problemi attengono ad omissioni o ad aspetti da sistemare che creano difficoltà di non poco conto sull'insieme delle attività delle cooperative. A tale riguardo, ci riserviamo di far pervenire in tempi


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rapidissimi una nota dettagliata riferita agli elementi sui quali ritengo di non dovermi dilungare in questa sede.

PRESIDENTE. Grazie. Do ora la parola al vicepresidente della Lega delle cooperative, Giorgio Bertinelli.

GIORGIO BERTINELLI, Vicepresidente della Lega delle cooperative. Anche noi abbiamo espresso, e lo confermo in questa sede, un apprezzamento per l'impostazione generale della manovra finanziaria, in particolare per l'idea, ivi anche esplicitata, che il deficit annuo sia riportato entro il 3 per cento già nel 2007, che si blocchi la preoccupante ripresa della crescita del debito pubblico avvenuta negli ultimi anni e che si ripristini, in tal modo, un livello di avanzo primario soddisfacente.
Ci appare sostanzialmente equa la scelta di recuperare la base imponibile intervenendo sulle aree di evasione e di elusione e di ripartire il peso della manovra in modo differenziato - almeno così pare - sui diversi livelli di reddito. Riteniamo particolarmente significativa la riduzione del cuneo fiscale attraverso l'intervento sull'IRAP, tema già affrontato dal collega di Confcooperative. Ci sembrano interessanti le misure per il Mezzogiorno e l'avvicinamento delle aliquote previdenziali gravanti sulle diverse tipologie di lavoro. Da parte nostra, c'è interesse anche per i percorsi che sono stati individuati in merito all'emersione e alla regolarizzazione del lavoro.
Queste ci sembrano le cose da apprezzare nell'impianto del disegno di legge finanziaria. Di contro, vi sono alcuni aspetti per noi preoccupanti. Il primo, quello principale, in ragione della dinamica che impone, riguarda i tagli agli enti locali. Non si tratta di un calcolo difficile; d'altro canto, gli enti locali hanno già abbondantemente manifestato le loro perplessità per il fatto che l'aumento generalizzato delle tariffe locali finirà per non compensare nemmeno gli sgravi fiscali ottenuti dalle fasce medio-basse. In particolare, la manovra non dice espressamente che bisogna intervenire non tanto e non solo con l'aumento delle tariffe, ma con la ricerca dell'efficienza: non si fa alcun cenno alla ristrutturazione della macchina pubblica a livello nazionale e locale.
Il secondo punto critico concerne la scelta di destinare parte del TFR, in modo forzoso, al fondo amministrato dall'INPS. A noi pare che non solo si sottragga liquidità alle imprese, penalizzando particolarmente quelle ad alto tasso di occupazione - che, generalmente, risentono pure dei pesantissimi ritardi dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni - ma che si compia anche una scelta discutibile dal punto di vista della corretta impostazione degli strumenti finanziari. Il prestito forzoso all'INPS per finanziare opere pubbliche ci sembra più che discutibile. Speriamo che questa misura venga corretta nel corso dell'iter parlamentare e che si trovino canali adeguati per il giusto finanziamento delle infrastrutture, senza ricorrere a tale mezzo.
Indichiamo, inoltre, la necessità di inserire nella manovra la «sistemazione» del regime IVA per le cooperative sociali. Lei lo sa, signor presidente: si tratta di una questione annosa che compromette la stabilità di un settore che risente in maniera pesantissima del ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione. Potremmo dire che piove sul bagnato e che siamo in una situazione nella quale non è difficile ammettere che il problema deve essere affrontato. Sebbene mi renda conto che la questione è difficilmente risolvibile dentro la legge finanziaria, debbo rimarcare che quello dei ritardi nei pagamenti delle pubbliche amministrazioni è un problema grave. Non so se la mia percezione sia esatta, ma ho l'impressione che, in mancanza di interventi significativi, alcuni settori cooperativi - in particolare, le cooperative sociali, che hanno una più forte pregnanza dal punto di vista dell'organizzazione dei servizi - rischiano di non potere più svolgere la loro attività.
Sarebbe necessario, poi, rivedere le norme relative alle cooperative editoriali. La richiesta è quella di ripristinare la


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certezza dell'accesso ai contributi, perché il meccanismo previsto non ne dà alcuna. Il problema non è costituito tanto dalla dimensione della dotazione finanziaria, quanto dal fatto che essa è, per un verso, ridotta e, per l'altro, incerta dal punto di vista della possibilità di utilizzazione.
Chiediamo, inoltre, che si renda praticabile il taglio del cuneo fiscale per il mondo agricolo, afflitto da un problema particolare: la prevalenza dei lavoratori stagionali. Se questi sono esclusi, si determina uno squilibrio tra il mondo agricolo e le altre componenti economiche.
Nella manovra non sembrano affrontate a sufficienza alcune questioni di indirizzo politico generale, quali quelle dell'efficienza del sistema pubblico, della riforma del sistema di protezione sociale e delle liberalizzazioni.
Vorrei sottolineare con forza quest'ultimo punto perché, al di là delle meritorie decisioni proposte dal ministro Bersani, a me pare che il problema delle liberalizzazioni stia diventando insostenibile, non foss'altro per il fatto che, ormai, molti enti locali procedono a ritmo incalzante alla costituzione di società per azioni per la gestione dei servizi pubblici. La nostra percezione è che non vi sia stato aumento di produttività, ma solo di costi; l'unico esito certo della costituzione di società per azioni per servizi tradizionalmente gestiti dai comuni è l'aumento delle tariffe: giustamente, gli amministratori devono far quadrare i bilanci. Credo che non si possa, da un lato, affermare la necessità di procedere speditamente sulla strada della liberalizzazione e, dall'altro, consentire che continuino a proliferare, in particolare a livello locale, società costituite per la gestione di servizi che, invece, andrebbero liberalizzati.
Infine, vorrei sottolineare una questione in merito alla quale ci riserviamo, se necessario, di fornire elementi più dettagliati in una nota scritta, pur sapendo che essa non attiene alla competenza specifica delle Commissioni parlamentari. Si tratta della concertazione. Se mi si consente il bisticcio di parole, siamo un po' sconcertati dal modo in cui la questione viene affrontata. Siamo stati consultati in maniera episodica, anche quando sono state affrontate questioni parziali o settoriali. Ho partecipato, ad esempio, ai lavori della Commissione per l'emersione del lavoro sommerso. Abbiamo chiesto al ministro se, dopo aver ascoltato singolarmente i sindacati e la Confindustria, una volta assunte le decisioni, ci avrebbero consultati tutti insieme. Ebbene, ci è stato risposto che il Governo avrebbe valutato il da farsi. A me non pare che questo sia il sistema di consultazione che il Governo aveva promesso di ristabilire. Mi sembra vi sia un deficit che, oltretutto, crea non pochi problemi di comprensione alle organizzazioni, sicuramente a quella che rappresento.

PRESIDENTE. È previsto ora l'intervento di un rappresentante dell'UNCI. Do la parola alla dottoressa Sara Agostini.

SARA AGOSTINI, Segretario generale dell'UNCI. Signor presidente, la ringrazio per l'invito e la informo che abbiamo consegnato un documento scritto.
In particolare, vorrei ricollegarmi all'audizione sul DPEF, che ha avuto luogo nel luglio scorso. In quell'occasione, sottolineammo che, per garantire un percorso di diminuzione del debito, pur in presenza del livello attuale di avanzo, si doveva procedere specificatamente con una manovra finanziaria pari al 4 per cento del PIL, puntando alla realizzazione di nuovi investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, ricerca applicata, innovazione, tecnologie, informazione, formazione, e via dicendo. Non intendo dire che nel disegno di legge finanziaria per il 2007 ciò non sia presente, ma abbiamo notato che non vi sono precisi richiami alla cooperazione.
Mi preme sottolineare che la genesi e lo sviluppo di un tessuto imprenditoriale di tipo cooperativo ha assicurato, in questi anni di immobilismo progettuale e di reali politiche lavorative di sviluppo, il quantum necessario affinché il motore dell'economia continuasse a muoversi. Questo ci è stato riconosciuto dai dati di Unioncamere,


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Censis e CNEL. Benché si trovi in una fase di stagnazione, l'economia cooperativa riesce comunque a produrre. L'ordine del giorno D'Ulizia n. 9/1475/59, accettato dal Governo nella seduta del 2 agosto 2006, ha riconosciuto l'importante ruolo e la funzione delle imprese cooperative nello sviluppo economico e sociale del paese ed ha impegnato il Governo a potenziare strumenti quali la legge n. 49 del 1985 e la n. 127 del 1971. Si tratta di un documento recente, il cui contenuto abbiamo voluto richiamare perché lo stesso Parlamento ha voluto impegnare il Governo in tale direzione. È per questo motivo che, all'interno del disegno di legge finanziaria, avremmo voluto vedere riconosciuto almeno il finanziamento delle indicate leggi, che per la cooperazione sono fondamentali.
Ci teniamo a ribadire che un quadro normativo favorevole alle cooperative rappresenta un beneficio per tutto il paese, perché l'economia cooperativa tiene. Perciò, chiediamo l'inserimento nell'attuale disegno di legge finanziaria dell'aumento della dotazione del Foncooper, riferito alla legge n. 49 del 1985, con uno stanziamento pari a 80 milioni di euro per il triennio 2007, 2008 e 2009. Nel contempo, chiediamo il rifinanziamento della legge n. 127 del 1971, così come previsto dal menzionato ordine del giorno con il quale il Parlamento ha impegnato il Governo. La legge è finalizzata alle azioni connesse alla formazione di quadri cooperativi destinati alla ricerca, all'innovazione e alla competitività.
Inoltre, chiediamo la riduzione graduale dell'IRAP, a partire dalle cooperative a mutualità prevalente, e la sua abolizione per le cooperative sociali, al fine di consentire una migliore patrimonializzazione di questa tipologia di imprese e affinché esse possano svolgere la loro funzione sociale sia nella compagine di riferimento sia nella collettività in generale.
Relativamente alla legge n. 488, che, per come è stata strutturata, non ha una specificità per le imprese cooperative (che, quindi, non riescono ad accedere ai benefici), si ritiene che almeno il 20 per cento del fondo rotativo debba essere dedicato alle imprese cooperative. Ciò non comporta maggiori oneri per lo Stato, ma permette alle cooperative di accedere al fondo.
Con riguardo alle rendite finanziarie, sottolineiamo quanto già rilevato dal collega di Confcooperative: elevando l'aliquota al 20 per cento, si colpirebbe il prestito sociale, che rappresenta una fonte di capitalizzazione essenziale per questa tipologia di imprese. Di conseguenza, chiediamo che venga mantenuta l'aliquota attuale del 12,5 per cento.
In via succedanea, vorremmo che fossero realizzate ulteriori misure. Innanzitutto, la detassabilità dell'utile mutualistico dall'IRES e, quindi, l'applicazione a tutte le imprese cooperative aventi i requisiti della mutualità prevalente degli stessi benefici fiscali di cui godono le cooperative sociali - fonte altrettanto importante -; chiediamo inoltre l'aumento dell'apporto delle imprese cooperative ai fondi mutualistici, attraverso i quali possono essere finanziate azioni positive per le cooperative in materia di formazione, ricerca e innovazione. Si richiede, dunque, che il 10 per cento del fondo per il salvataggio e la ristrutturazione delle imprese in difficoltà, previsto dal disegno di legge finanziaria all'articolo 114, venga destinato ai fondi mutualistici, per permettere alle imprese cooperative in difficoltà di accedervi. Anche in questo caso, non vi sarebbe alcun onere aggiuntivo per lo Stato.
Per quanto concerne gli studi di settore, chiediamo che essi non siano applicati alle società cooperative a mutualità prevalente: al momento attuale, infatti, tale requisito non è condizione sufficiente per la loro escludibilità.
Sul disegno di legge finanziaria, in generale, ribadiamo quanto è stato già detto in tema di TFR. Vorremmo che la previdenza complementare decollasse, ma ciò non sarà facile se il 50 per cento del TFR sarà destinato ad un fondo presso l'INPS. Inoltre, ci lascia perplessi che questo 50 per cento debba rappresentare una


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quota che lo Stato investirà in opere, poiché si tratta di somme che dovranno essere restituite ai lavoratori.
Oltre a ciò, notiamo il mancato inserimento, rispetto alla precedente legge finanziaria, del 5 per mille a sostegno del volontariato, della ricerca scientifica e sanitaria, dell'università e dell'attività sociale. Ciò comporta una perdita non solo per il settore no profit in generale ma, in particolare, per le cooperative sociali e non permette il proseguimento di programmi già in stato di avanzata esecuzione.
Chiediamo, infine, che il 10 per cento di tutti gli importanti fondi previsti nel disegno di legge finanziaria - mi riferisco, ad esempio, al fondo per la competitività e lo sviluppo, a quello per le aree sottoutilizzate e a quello per l'agricoltura - venga destinato al settore cooperativo. Ripeto che ciò non comporterebbe maggiori oneri per lo Stato: semplicemente, una quota verrebbe destinata all'unico settore di impresa che ha prodotto ricchezza e coesione sociale in questi ultimi anni. Grazie.

PRESIDENTE. Se nessun collega intende porre domande, vorrei svolgere una rapida osservazione in merito a quanto affermato dal dottor Bertinelli.
Se ho capito bene, a un certo punto del suo intervento, il dottor Bertinelli ha rilevato che nel disegno di legge finanziaria c'è poco, o addirittura niente, sul versante della ristrutturazione della macchina pubblica a livello nazionale e locale. Non crede, dottor Bertinelli, che, trasformando il patto di stabilità interno da patto fondato sui tetti di spesa - al di là delle quantità, ma qualitativamente - a patto fondato su obiettivi di saldo, venga lasciata al sistema delle autonomie la scelta se operare dal lato della spesa o dell'entrata?
In questo senso, la riforma affronta il tema della possibile ristrutturazione della macchina pubblica locale: se poi non lo si fa, è un altro discorso; tuttavia, a mio avviso, non è vero che non c'è scritto nel disegno di legge finanziaria. Non crede che questo ragionamento stia in piedi?

GIORGIO BERTINELLI, Vicepresidente della Lega delle cooperative. Pur comprendendo le difficoltà di organizzare una manovra finanziaria come questa e condividendo la sua osservazione - non è che manchino le possibilità di ristrutturazione da parte degli enti locali -, la nostra preoccupazione è relativa al fatto che ciò avviene nel momento in cui si decide un forte, ennesimo taglio agli enti locali. Temiamo che, di fronte al taglio delle risorse loro destinate, gli enti locali reagiranno riducendo la spesa sociale. Insomma, abbiamo paura della politica dei due tempi, signor presidente. Ciò precisato, è chiaro che la manovra finanziaria, impostata in modo tale da consentire autonomia di scelta agli enti locali, ha il significato da lei indicato.
La nostra preoccupazione è che, in questi due o tre anni, abbiamo visto crescere le aziende pubbliche locali, che non hanno prodotto risultati dal punto di vista...

PRESIDENTE. Non vorrei interromperla, ma le faccio notare che proprio l'esistenza di un patto di stabilità interno fondato sui tetti spingeva all'esternalizzazione, al fine di rispettare il patto medesimo. Se l'obiettivo del patto è espresso in termini di saldo, anziché di tetto, la pratica negativa di cui lei sta parlando dovrebbe essere disincentivata, o mi sbaglio?

GIORGIO BERTINELLI, Vicepresidente della Lega delle cooperative. Non c'è dubbio, signor presidente, lei ha ragione sul piano teorico. Mettiamola così: i tempi di realizzazione di scelte diverse, sfortunatamente, saranno lunghi! Non si smonteranno le 600 o 700 società pubbliche locali che, nel frattempo, saranno state costituite e, di conseguenza, non ci sarà la possibilità di ridurre, in tempi brevi, i costi dei servizi. Al tempo stesso, in relazione al fatto che il disegno di legge finanziaria prevede un taglio di risorse per gli enti locali, abbiamo paura che il risultato finale sarà una riduzione della spesa sociale.
Temiamo che si verifichi una situazione simile a quella che si crea quando si


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decide di ridurre la spesa sanitaria. Sappiamo cosa succede in questi casi: nessuno mette in discussione gli stipendi dei dipendenti degli ospedali e delle ASL e il taglio si traduce, quasi essenzialmente, in minori trasferimenti o in ulteriori riduzioni delle prestazioni da terzi, in particolare da parte delle cooperative sociali.
La nostra preoccupazione non è, dunque, in relazione al modello che si è costruito, che anzi dà conto della possibilità per gli enti locali di aumentare la capacità di intervenire e ristrutturarsi: abbiamo paura che i tempi saranno molto differenti e che, quindi, il risultato finale sarà negativo.

PRESIDENTE. Mi scuso per la mia insistenza e vi ringrazio.
Dichiaro conclusa l'audizione.

Audizione di rappresentanti di Confagricoltura, Coldiretti e CIA.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio 2007-2009, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera, e dell'articolo 26, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione di rappresentanti di Confagricoltura, Coldiretti e CIA.
Do la parola al direttore generale di Confagricoltura, Vito Bianco.

VITO BIANCO, Direttore generale di Confagricoltura. Grazie, signor presidente, per l'occasione di confronto che ci viene offerta. Poiché consegneremo un testo scritto, la mia esposizione sarà molto sintetica. Essa sarà suddivisa in due capitoli: il primo sarà strettamente riservato all'agricoltura, il secondo avrà carattere generale.
La prima considerazione riguarda il contributo che l'agricoltura sta fornendo dall'inizio della legislatura. Sotto questo profilo, viene in rilievo, ad esempio, l'accatastamento come immobili urbani dei fabbricati in possesso degli agricoltori non iscritti al registro delle imprese. Stimiamo che, da sola, questa misura possa portare uno gettito di circa 600 milioni di euro. Ricordo anche l'altra disposizione introdotta in luglio dal cosiddetto decreto Bersani: in tema di compravendite immobiliari di terreni agricoli, si fa riferimento al valore reale, di mercato, dell'immobile e non più al valore convenzionale. Anche questa misura è sicuramente fonte di gettito aggiuntivo.
Per quanto riguarda lo specifico capitolo agricolo, abbiamo intravisto segnali positivi e meritevoli di attenzione, anche se, a nostro avviso, c'è comunque bisogno di qualche correttivo. Di positivo c'è senz'altro la proroga dell'agevolazione in materia di IRAP (bloccata all'1,9 per cento), che il mondo agricolo chiedeva. Manca, però, l'auspicata stabilizzazione per l'avvenire: ancora una volta, si tratta di una misura congiunturale riferita all'anno 2007, ma non stabilizzata. Aggiungo che la recente sentenza della Corte di giustizia forse potrebbe indurre, finalmente, a risolvere questo problema. Non parlo dell'imposta di registro per l'acquisto di terreni, problema che è sul tappeto da circa mezzo secolo, ma che non ha trovato ancora un'apprezzabile soluzione.
Un altro elemento positivo, che vorrei sottolineare, è il nuovo impulso dato ai biocarburanti attraverso l'aumento a 250 mila tonnellate del contingente di biodiesel defiscalizzato. Assieme ad altre misure, che non sto qui a ricordare, l'aumento costituisce un ulteriore incentivo.
Positivo è il sostegno dato alle assicurazioni, anche se occorrerebbe qualche intervento aggiuntivo. Sono da segnalare come positivi gli interventi per l'imprenditorialità giovanile, la creazione del fondo per le crisi di mercato - anche se, al riguardo, occorre segnalare una posizione pregiudizialmente negativa della Commissione europea -, il credito di imposta a fronte di investimenti in promozione pubblicitaria all'estero e lo sviluppo delle società, favorito dalla previsione ai sensi della quale le SRL e le SNC, riconosciute come imprenditori professionali, possono optare per la tassazione su base catastale.


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Se si esclude la necessità di stabilizzare l'IRAP, il disegno di legge è, con riferimento esclusivo al capitolo agricolo, conforme a quanto enunciato nel DPEF. Quindi, il riferimento alla neutralità fiscale, all'equilibrio fiscale, è rispettato in confronto a quanto dichiarato.
Sul piano generale, invece, va detto, anzitutto, che la nostra organizzazione di imprese non può non condividere, in qualche modo, le riflessioni che altre componenti (industria, commercio e artigianato) stanno proponendo in questi giorni.
Un primo rilievo riguarda l'attesa di un impegno maggiore verso il contenimento della spesa pubblica che giudichiamo improduttiva (mi riferisco agli aumenti in sede di rinnovo dei contratti del pubblico impiego, ai limitati tagli alla sanità e agli enti locali, al rinvio della riforma della previdenza).
Vi è, poi, un indubbio inasprimento della pressione fiscale, soprattutto per aver dato ai comuni la possibilità di aumentare ulteriormente le imposte.
Da ultimo, ma non per importanza, il trasferimento di parte del TFR all'INPS è una delle misure che ci preoccupano particolarmente e che contestiamo. Si tratta di un prestito forzoso che, secondo le nostre stime, trasferisce risorse dai datori di lavoro all'INPS per circa 150 milioni di euro l'anno.
Un altro rilievo riguarda il cosiddetto cuneo fiscale, intervento che era largamente atteso ma che, per il settore agricolo, ha un risultato parziale. Infatti, il riferimento dell'IRAP alla componente lavoro, nel nostro caso ridotta, ha come conseguenza una più modesta efficacia di questo tipo di intervento. Inoltre, come è noto, la gran parte della manodopera occupata in agricoltura stipula contratti di lavoro a tempo determinato, stagionali. Avevamo chiesto che quanto meno i contratti stabilizzati che avessero una durata superiore alle 101 o alle 151 giornate ricadessero, come accade in altri settori, nell'ambito della manovra sul cuneo fiscale, ma non abbiamo trovato traccia di una simile misura nel provvedimento. Ricordo che almeno l'8,5 per cento degli occupati in agricoltura sono impiegati a tempo determinato; questo rende pressoché inapprezzabile l'intervento sul cuneo fiscale.
Per dovere di cronaca, diciamo così, va menzionata l'esenzione dalla contabilità IVA per le aziende con fatturato inferiore a 7 mila euro, intervento apprezzabile che, però, suscita qualche preoccupazione: verosimilmente, impedire agli acquirenti di scaricare l'IVA può comportare una caduta dei prezzi di cessione per i produttori.
Tornando al cuneo fiscale, rileviamo che, per quanto riguarda il settore dei datori di lavoro in agricoltura, avrebbe effetti più consistenti il blocco dell'aumento dello 0,20 per cento dell'assicurazione contro gli infortuni, già previsto dalla riforma della previdenza agricola. Nel settore agricolo - ripeto - questa misura avrebbe un impatto maggiore dell'applicazione del cuneo fiscale (riservato ai soli operai a tempo indeterminato).

PRESIDENTE. Grazie. Procediamo con l'audizione del responsabile dell'area azione sindacale di Coldiretti, Gaetano Varano.

GAETANO VARANO, Responsabile dell'area azione sindacale di Coldiretti. Grazie, presidente. Appartenendo allo stesso settore del collega Bianco, che mi ha preceduto, rischio di ripetere le sue stesse argomentazioni. Farò quindi solo alcune accentuazioni.
Il decreto-legge che accompagna la manovra evidenzia che il settore agricolo ha messo le mani nelle tasche, nel senso che gli si chiede uno sforzo rilevante.
Il collega di Confagricoltura ricordava la questione dei fabbricati rurali: il requisito della ruralità viene superato per mezzo di un riferimento soggettivo, l'introduzione della qualificazione soggettiva di imprenditore agricolo iscritto nel registro delle imprese farà perdere la condizione di ruralità a molti fabbricati (si realizzerà, in tal modo, il gettito che è stato ricordato).
Inoltre, all'articolo 4, il decreto-legge prevede, in primo luogo, una diversa classificazione


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delle qualità catastali dei terreni, utilizzando le informazioni presso l'AGEA. Ciò vuol dire che le dichiarazioni dei contributi transitate tramite l'AGEA avranno anche un valore fiscale. Con tale misura il Governo ritiene di recuperare quasi 100 milioni di euro per il 2007. In secondo luogo, la norma prevede una verifica relativa a tutti i fabbricati non accatastati; e qui le cifre rischiano veramente di «rimbalzare»: a regime, si parla addirittura di 1 miliardo e 400 milioni di euro.
Ancora, a luglio, il decreto Bersani non aveva interessato il settore agricolo, i contribuenti minimi in franchigia. L'Agenzia delle entrate aveva espressamente specificato che erano esclusi tutti i regimi speciali: l'editoria, l'agricoltura e i settori i cui operatori determinano l'IVA secondo un regime speciale. Oggi, soltanto per l'agricoltura, la norma reintroduce questo apparente beneficio, che rischia di essere, però, una specie di boomerang: infatti, le imprese sono comunque chiamate a onerosi adempimenti. Non saprei dire, allora, quanto si sia semplificato: anche se non devono presentare la dichiarazione, le imprese devono comunque tenere la contabilità, devono comunicare telematicamente l'entità dei corrispettivi, devono dotarsi di scontrini fiscali e quant'altro. Poiché tutto ciò rischia di far diventare questo approccio alla semplificazione qualcosa di diverso, lavorare su questa norma sarebbe cosa buona e giusta.
Le disposizioni di carattere generale considerano l'agricoltura come un settore che ha sempre bisogno di qualcosa. Si parla da tanti anni di proroghe delle misure fiscali: se queste servono a sostenere il settore, devono avere, evidentemente, una collocazione strutturale. Invece, dobbiamo accontentarci della proroga, anno per anno, di una misura come l'aliquota IRAP pari all'1,9 per cento. Peraltro, mi sembra di cogliere una leggera contraddizione nella relazione al disegno di legge. In esso è detto che l'aliquota agevolata per il settore agricolo è stata stabilita sin dall'introduzione dell'imposta, cioè che l'aliquota dell'1,9 per cento è stata fissata nello stesso decreto legislativo che ha istituito l'imposta. Se è così, non ce ne siamo accorti, ma ci siamo accorti tutti per tempo che quell'aliquota assicurava, nel settore agricolo, lo stesso gettito delle imposte soppresse.
Se il settore agricolo ha compiuto uno sforzo sotto il profilo del gettito, credo che l'aliquota IRAP all'1,9 per cento e le altre agevolazioni fiscali debbano essere stabilizzate.
Qualcuno ricorderà che nel DPEF di luglio si dava molto spazio alle dimensioni fisiche delle imprese agricole, cioè si cercava di favorire l'accorpamento dei terreni. Il collega Bianco ricordava la misura concernente l'imposta di registro sulle compravendite dei terreni, che determinerà conseguenze negative. Le misure fiscali sono prorogate dal 1948: la prima legge che ha istituito l'agevolazione fiscale per l'acquisto dei terreni risale a quell'anno. Prima venivano prorogate ogni cinque anni, poi ogni due, oggi ogni anno!
Passo rapidamente in rassegna le misure di carattere generale. Non voglio ripetere quanto è stato detto a proposito del cuneo fiscale, ma vorrei ricordare che quando, con la legge finanziaria per il 2001, il Governo di centrosinistra istituì il credito di imposta per favorire l'incremento dell'occupazione, si pose il problema che tale misura potesse riguardare il settore dell'agricoltura in misura ridotta. Quindi, si ricorse al riferimento all'incremento di occupazione rispetto alle giornate lavorative annue. Anche in questo caso si poteva fare lo stesso.
Rischiano di non applicarsi al settore agricolo anche norme molto importanti, in una logica di continuità, come quelle relative al credito di imposta per investimenti: poiché determinano il reddito su base catastale, le imprese agricole non riescono a detrarre gli ammortamenti.
Mi creda, presidente, nonostante la legge finanziaria avesse istituito, anche per merito suo, il credito d'imposta, ci sono voluti due anni per ottenere una modifica che estendesse quella possibilità alle imprese agricole. Non fateci aspettare due anni anche adesso: cerchiamo di valutare


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se sia possibile estendere il credito di imposta alle imprese agricole fin da ora. Tra l'altro, ciò è molto importante perché stiamo parlando di aree svantaggiate dal punto di vista dei tessuti produttivi.
Ci sarebbero tante altre cose da aggiungere, signor presidente, ma concludo con alcune osservazioni.
Per quanto riguarda l'agroenergia, nel disegno di legge finanziaria ci sono due norme: il testo Bersani e gli articoli 26 e 156, che si occupano della stessa materia. Questo ci fa grande piacere, perché vuol dire che il Governo ha riservato al problema l'attenzione che esso merita. Tuttavia, le due disposizioni si contraddicono. Il testo dell'articolo 26 riduce alcune agevolazioni fiscali, ma - mi preme dirlo - risulta abbastanza sfumato il riferimento alla produzione agricola, che fornisce la materia prima, per così dire, per la vita. Inoltre, la norma fa, più o meno, il seguente ragionamento: in agricoltura, bisogna anche attrarre i capitali; e l'unico modo per farlo è sviluppare forme societarie. La riforma del diritto societario sta già dando una mano: le SRL riformate si avvicinano molto alle attese, che volevano imprese gestite a livello personale (tutti consideriamo le SRL società di persone a responsabilità patrimoniale). Avere esteso la possibilità di determinare il reddito su base catastale è stato molto importante. Tuttavia, dovranno essere emanati ben due decreti: da un lato, si prevede che saranno emanate con decreto le modalità applicative; dall'altro, con tenore più forte, si sancisce che l'attuazione della norma resta condizionata all'emanazione di un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, e fissa in un milione di euro all'anno il limite dell'agevolazione. Ciò mortifica il mondo dell'agricoltura: bisognerebbe sapere in anticipo quante SRL nascenti decideranno di determinare il reddito su base catastale. Credo, pertanto, che anche questa norma necessiti di una correzione.
Ricordo, infine, un problema riguardante i consorzi agrari che è stato determinato dal cosiddetto decreto Bersani. I consorzi agrari sono strutture di servizio molto importanti per il settore agricolo. Nel nostro paese, ne sono rimaste in bonis una trentina, che riescono ancora a sostenere i processi economici in agricoltura. Ebbene, il menzionato provvedimento le ha considerate cooperative a tutti gli effetti, e come tali esse sono rientrate a pieno titolo nell'ambito di applicazione della riforma del diritto societario. Tuttavia, poiché manca un sia pur minimo riferimento a requisiti specifici - e, invece, ve ne sarebbe bisogno - per definire la mutualità prevalente, i consorzi rischiano di non avere un minimo di copertura fiscale.

PRESIDENTE. Do ora la parola al responsabile dell'ufficio segreteria del presidente della CIA, dottor Enzo Mastrobuoni.

ENZO MASTROBUONI, Responsabile dell'ufficio segreteria del presidente della CIA. Grazie, signor presidente.
Il mio intervento sarà breve, anche perché, nei prossimi giorni, in occasione della riunione degli organismi della Confederazione, licenzieremo un documento organico che forniremo alle Commissioni parlamentari. Esprimerò, dunque, cercando di non incorrere in ripetizioni, un giudizio di carattere generale e qualche specificazione rispetto alle considerazioni svolte dai colleghi.
Anche noi riteniamo che la manovra presenti elementi positivi, ma anche alcune ombre. Speriamo che il lavoro di miglioramento in sede parlamentare sia fruttuoso.
In questo quadro si colloca la necessità, indicata nel DPEF e nella relazione al disegno di legge, di tenere insieme rigore, equità e sviluppo. È essenziale che questi tre elementi siano coniugati adeguatamente.
Come lei sa, signor presidente, il settore agricolo viene da anni di difficoltà, tanto che si è parlato di crisi strutturale del settore e di perdita di reddito delle imprese: nell'ultimo anno, si parla del 10 per cento circa rispetto all'anno precedente (il calcolo non è nostro). Quindi, la coerenza


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rispetto all'impegno relativo alla centralità del rilancio e dello sviluppo del settore - ricordato pure nel DPEF - è essenziale. Su questo punto, sarebbe opportuno, a nostro giudizio, un ulteriore sforzo.
Un primo argomento di carattere generale sul quale desidero soffermarmi riguarda le politiche sociali. Da questo punto di vista, cogliamo alcuni elementi, positivi, di discontinuità rispetto al passato: l'adeguamento della no tax area e il fondo di non autosufficienza sono elementi positivi che vanno ulteriormente incoraggiati.
Al tempo stesso, però, segnaliamo una preoccupazione - che è stata manifestata non soltanto da noi - con riferimento alla riduzione dei trasferimenti agli enti locali: vi è una disparità di comportamenti, in particolare per quanto riguarda le aree rurali; temiamo che la predetta riduzione possa penalizzare ulteriormente le aree rurali, già deficitarie dal punto di vista dei servizi sociali.
Per quanto riguarda gli argomenti più strettamente agricoli, anche noi sosteniamo l'importanza della scelta della stabilità fiscale e la necessità di non proseguire con proroghe per quanto riguarda IRAP, proprietà contadina, accise, e via dicendo.
In merito all'importante e condivisa scelta dell'aggiornamento del catasto, settore che darà un contributo significativo al risanamento e, soprattutto, al ripristino, per così dire, di condizioni di normalità, credo che sarà necessario seguire attentamente gli aspetti tecnici della manovra, così come verrà definita, e che occorrerà verificare, soprattutto, quali strumenti saranno messi a disposizione degli enti locali per realizzare l'operazione.
Concordiamo con le argomentazioni già esposte in merito al cuneo fiscale. Ricordo che vi è un'esigenza specifica del mondo agricolo relativa al tempo determinato. Poiché la norma, così com'è scritta, non consente l'utilizzo dello strumento nel settore agricolo, o la si modifica oppure si destinano le risorse al finanziamento di altri strumenti di contenimento del costo del lavoro (come suggeriva il collega di Confagricoltura).
Passo brevemente ad alcune ulteriori osservazioni. Nell'ambito delle dotazioni delle risorse previste per il settore, consideriamo inadeguato ed insufficiente il fondo di solidarietà, al quale oggi sono destinati 200 milioni di euro (per la verità, in gran parte già impegnati in attività ricadenti negli anni finanziari precedenti). La dotazione minima indispensabile, dovrebbe ammontare, a nostro parere, a circa 240 milioni di euro.
Il problema dell'individuazione delle risorse - aspetto che teniamo ben presente - potrebbe essere risolto con una ricollocazione di altri fondi (che riteniamo non sufficientemente chiari o inadeguati), soprattutto se vogliamo pensare al fondo di solidarietà come ad un'indicazione molto netta in direzione dell'utilizzo delle diverse tipologie di assicurazione. Oggi, abbiamo un'assicurazione monorischio; invece, dobbiamo lavorare per le assicurazioni multirischi. Dunque, dobbiamo concentrare risorse su questo obbiettivo. A nostro parere, piuttosto che in un fondo indefinito (che, peraltro, va incontro alle obiezioni formulate dall'Unione europea a proposito delle crisi di mercato), potrebbe essere più utile concentrare le risorse nell'ambito del fondo di solidarietà, indirizzandole sull' aspetto considerato.
Per quanto riguarda le agroenergie, condividiamo i rilievi del collega della Coldiretti: si tratta di un capitolo da migliorare. Vorrei aggiungere soltanto due considerazioni specifiche: una riguarda l'individuazione della specializzazione dell'imprenditore agricolo che si dedica a questa attività; l'altra riguarda l'assenza dei cosiddetti «certificati verdi», elemento essenziale a proposito dell'indirizzo delle risorse di sviluppo delle agroenergie verso l'impresa agricola.
Per quanto riguarda le misure in favore dello sviluppo, pur comprendendo e considerando positivo il tentativo di riorganizzare l'intero sistema degli interventi in tale ambito, segnaliamo due aspetti. Il primo riguarda il credito di imposta, che


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per essere utilizzato anche dalle imprese agricole va modificato. Un altro aspetto riguarda l'individuazione più precisa degli strumenti che, nell'ambito delle misure generali per lo sviluppo industriale, possono essere dedicati all'agroindustria e all'agroalimentare, ad oggi non chiaramente definiti con un'adeguata concertazione tra i ministeri interessati.
L'ultima mia notazione riguarda la necessità di considerare in modo organico gli interventi e, per quanto ci riguarda, la possibilità di pensare ad un vero e proprio piano di riassetto idrogeologico del paese, non soltanto a qualche limitato intervento sui piani irrigui, così come prevede il testo della manovra.

PRESIDENTE. Ringrazio tutti gli intervenuti e dichiaro conclusa l'audizione.

Audizione di rappresentanti della CRUI.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio per il 2007-2009, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera, e dell'articolo 126, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione di rappresentanti della CRUI.
Do la parola al rettore dell'Università di Napoli «Federico II» e presidente della CRUI, Guido Trombetti.

GUIDO TROMBETTI, Presidente della CRUI. Signor presidente, abbiamo consegnato un documento, che riassumerò brevemente.
Innanzitutto, vorrei fornire alcuni dati. Nell'anno accademico 2004-2005, gli immatricolati sfioravano le 348 mila unità, mentre prima dell'avvio della riforma del cosiddetto 3+2 erano 295 mila. I laureati di allora erano 149 mila, a fronte dei circa 300 mila odierni. Il numero degli iscritti è passato da un milione 680 mila del 1999 a un milione 800 mila del 2004. Il sistema, dunque, è molto cresciuto e, nei quattro anni di applicazione della riforma, l'incremento delle immatricolazioni rispetto alla platea dei diciannovenni è stato del 15 per cento. Riteniamo che questo sia un dato molto importante. Il costo per studente è di gran lunga inferiore rispetto a quello degli altri paesi europei: circa 4 mila euro rispetto ai 7.500 euro della Gran Bretagna e ai 10 mila euro della Germania.
Esprimiamo un giudizio positivo sul disegno di legge finanziaria per quanto attiene all'introduzione, nel provvedimento collegato, dell'agenzia di valutazione, prezioso strumento di governance. È un'agenzia terza rispetto alle università ed al ministero, cui dovrebbe competere il ruolo di valutare ex post l'attività di ricerca delle università italiane, che - non dimentichiamolo - svolgono oltre il 50 per cento dell'attività di ricerca di tutto il paese.
Esprimiamo altresì un giudizio positivo sul piano di reclutamento straordinario dei giovani ricercatori, anche se le modalità non sono ancora chiare. Tuttavia, è per noi un dato positivo che si accendano i riflettori e si dedichi una certa quantità di risorse - anche se non particolarmente significativa - all'assunzione di giovani. Allo stesso modo, guardiamo positivamente all'incremento degli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica, sebbene anche qui non sia del tutto chiaro quanto sarà effettivamente destinato alla ricerca universitaria.
Purtroppo, ci sono altre parti del disegno di legge finanziaria che giudichiamo assolutamente insufficienti e direi anche straordinariamente deludenti.
In sintesi, per ritornare al dato del 1o gennaio 2005, il sistema universitario avrebbe bisogno di un incremento di risorse sul fondo di finanziamento ordinario di 530 milioni di euro, a fronte dei 94 milioni di euro previsti nel disegno di legge finanziaria. Questo disavanzo è dovuto a spese obbligatorie che - tengo a chiarire - non sono decise dagli atenei, ma che gravano su di essi. Si tratta, ad esempio, del costo del contratto del personale amministrativo e tecnico, degli incrementi stipendiali dei docenti e di altre voci che abbiamo elencato in maniera analitica.
Un altro punto che ci preoccupa enormemente riguarda una materia non direttamente


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contenuta nel disegno di legge finanziaria, ma ad esso collegata. Mi riferisco alle conseguenze del cosiddetto decreto Bersani sul taglio delle spese intermedie. Siamo estremamente critici anche sul blocco degli incrementi degli scatti biennali e degli incrementi automatici, che penalizza l'intera categoria, in particolare i giovani, e che, in qualche maniera, interviene a modificare lo stato giuridico attraverso la legge finanziaria. Questo ci sembra un argomento veramente molto singolare.
Un altro punto sul quale vorrei richiamare l'attenzione di questo consesso riguarda i meccanismi di assunzione. Fino a ieri eravamo legati ad una norma che fissava un tetto di spesa, in base al quale, per le assunzioni di personale amministrativo, tecnico e docente, le università non potevano eccedere il 90 per cento del fondo di funzionamento ordinario. Il disegno di legge finanziaria, invece, prevede un doppio vincolo: un vincolo dell'80 per cento sul complesso delle spese correnti, e un vincolo numerico che ingessa numericamente il turn-over. Ad esempio, se vanno in pensione 37 persone, è possibile assumere 37 persone; se va in pensione un autista, si può assumere un professore ordinario, e viceversa. Insomma, al di là dell'irragionevolezza che ravvisiamo in questa manovra, va sottolineato come essa penalizzi per molti aspetti le università più giovani, che non hanno turn-over. Inoltre, questa norma incide sui meccanismi dell'autonomia.
Vorrei richiamare un altro punto, che concerne il fabbisogno. L'articolo 69 prevede per le università un incremento del fabbisogno del 3 per cento, mentre fino allo scorso anno tale incremento era del 4 per cento. È utile precisare che, da quando è in vigore la norma di contenimento dei fabbisogni di cassa, il sistema delle università non ha mai superato i limiti programmati, contrariamente a quanto avvenuto per altri servizi pubblici. Siamo, dunque, molto sorpresi nel veder diminuire l'aumento dei limiti di fabbisogno dal 4 al 3 per cento.
In estrema sintesi, il primo problema in ordine di esposizione è la consistenza del fondo di funzionamento ordinario. Sottolineo che non si tratta di garantire lo sviluppo, ma di conservare l'esistente. Di fronte ad un incremento così ridotto, che corrisponde alla quinta parte di quello che occorrerebbe per tornare al 1o gennaio 2005, saremo quindi inevitabilmente costretti, per far quadrare i bilanci - esiste una situazione drammatica da questo punto di vista -, a tagliare i servizi agli studenti e ai ricercatori.
Non ho ancora citato il fondo per l'edilizia, ridotto ormai a cifre irrisorie, che non solo non consentono lo sviluppo, ma addirittura vanificano progetti e parole d'ordine come l'internazionalizzazione: non si possono fare residenze, laboratori e aule, perché il fondo è praticamente cancellato.
La terza richiesta riguarda la possibilità di liberarsi dai meccanismi che vincolano le assunzioni al solo turn-over e di escludere le università, al pari di altri organismi, dalla riduzione delle spese di funzionamento, ossia dal cosiddetto decreto tagliaspese. Vorrei sottolineare che, come dimostrano i dati, il sistema delle università è sottofinanziato rispetto alla media europea, aspetto su cui ormai tutti concordiamo. Se si considera la spesa per studente, l'investimento della spesa per il sistema degli atenei, l'investimento sulla ricerca, nessuna statistica o calcolo sfugge a questa considerazione.
Dunque, la situazione del sistema delle università italiane è diventata insostenibile. Riconosco con grande senso di responsabilità che noi ci rendiamo conto - ci mancherebbe altro - della situazione di difficoltà generale e della necessità di rientrare nei parametri e di contenere la spesa pubblica. Abbiamo, però, il dovere di rappresentare una situazione di difficoltà assoluta che potrebbe mettere moltissime università, dalla Valle d'Aosta alla Sicilia, in seria difficoltà, oppure nell'impossibilità di predisporre un bilancio di previsione in pareggio.
Le aspettative del sistema erano molto più ampie, in base ai ragionamenti sviluppati


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nella fase precedente alla predisposizione del disegno di legge finanziaria, nonché ai programmi elettorali dell'Unione. Il sistema delle università manifesta, quindi, la sua grande delusione e un rilevante imbarazzo, legato al fatto che la difficoltà nella quale viene a trovarsi sia assolutamente imprevista e faccia seguito ad un lungo periodo di decrescita del suo potenziale finanziario e, di conseguenza, della sua capacità di incidere nella società.
Si chiede molto all'università: di collaborare alla ripresa, di formare quadri, di fare ricerca senza la quale non c'è sviluppo, di collaborare con il territorio. Ebbene, tutto questo non è realizzabile riducendo del 20 per cento i consumi energetici, l'orario di apertura, le spese di carattere ineludibile. Come abbiamo analiticamente espresso nel nostro documento, in questa sede desidero sottoporre alla vostra attenzione una situazione di assoluta e grande difficoltà.

PRESIDENTE. Do ora la parola ai colleghi che intendano porre questioni o formulare osservazioni.

GIUSEPPE OSSORIO. Mi rivolgo al rettore Trombetti, perché ho un documento della CRUI del 4 ottobre 2006.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA V COMMISSIONE DELLA CAMERA LINO DUILIO

GIUSEPPE OSSORIO. Al primo capoverso si legge: le università pubbliche dovranno far fronte l'anno prossimo ad una spesa aggiuntiva dovuta e non comprimibile, ma priva di copertura, non inferiore a 350 milioni di euro. Il capoverso continua: la non esclusione dal decreto tagliaspese comporterebbe un ulteriore onere stimabile tra 200 e 250 milioni di euro.
Vorrei dunque chiedere - ma immagino già la risposta - se si tratti di oneri derivanti da spese fisse e non comprimibili.

GUIDO TROMBETTI, Presidente della CRUI. Innanzitutto, saluto l'onorevole Ossorio. Per quanto riguarda il funzionamento dei meccanismi dell'autonomia, poiché il comparto delle università non è contrattualizzato, alcuni sia pur piccoli incrementi stipendiali sono automatici. Dobbiamo, dunque, pagarli obbligatoriamente, anche andando in disavanzo, e lo stesso vale per il contratto del personale amministrativo e tecnico. Quindi, non si tratta di spese che possiamo comprimere. Poiché dal 2000 o dal 2001 - chiedo aiuto ai colleghi - queste spese non ci vengono rimborsate in finanziaria, è evidente che, mantenendo fisso uno stanziamento e aumentando le spese, il disavanzo diviene inevitabile, a meno che non si diventi asceti. Ed è difficile fare ricerca per gli asceti!
Desidero evidenziare un altro punto che ci mette in grande imbarazzo. Non devo insegnare a voi cosa siano le spese intermedie, ma il taglio del 20 per cento delle stesse funziona così: si prende una cifra in bilancio, come per esempio l'affitto di un palazzo, su cui è necessario tagliare il 20 per cento, ma, poiché sarebbe impossibile convincere il proprietario del palazzo ad accettare la riduzione, il taglio viene applicato su un'altra voce. Quindi, saranno interamente azzerate alcune spese.
Il paradosso scatta nel momento in cui si invitano gli atenei a cercare sul territorio le risorse - ammesso che esistano territori in grado di fornirne - e poi, anche su queste, si abbatte il cosiddetto decreto tagliaspese. Anche sulle tasse degli studenti si abbatte il decreto tagliaspese, tanto che abbiamo valutato che non saremo in grado di chiudere i bilanci.

PRESIDENTE. Ringraziamo i rappresentanti della Conferenza dei rettori delle università italiane, il professor Trombetti, il professor Decleva, il professor Mancini e il professor Bianchi. Ci rendiamo conto della problematicità della situazione esposta e valuteremo come intervenire nel corso dei lavori della nostra Commissione, per operare aggiustamenti secondo quanto emerge dalla loro rappresentazione.
Dichiaro conclusa l'audizione.


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Audizione di rappresentanti di ANCI, UPI, UNCEM e Conferenza delle regioni e delle province autonome.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio per il 2007-2009, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera, e dell'articolo 126, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione di rappresentanti di ANCI, UPI, UNCEM e Conferenza delle regioni e delle province autonome.
Vi comunico che, ad integrazione del calendario delle audizioni già previste, a seguito di richieste pervenute, sentito anche il collega Morando del Senato, il calendario è integrato con due nuove audizioni auditi: l'Assogestioni e CIDA, Confedir, Cosmed e Confederazione unitaria quadri. Questi soggetti saranno auditi giovedì, alle 13,30 e alle 14. Ovviamente, il calendario che avete è da intendersi integrato da queste due ulteriori audizioni.
La Conferenza delle regioni e delle province autonome ci ha inviato una lettera nella quale i suoi rappresentanti si dichiarano non ancora pronti per l'audizione e segnalano che ci avrebbero fatto pervenire un testo con le loro considerazioni. Valuteremo se sarà, poi, possibile averli qui in un momento successivo.
Pregherei i rappresentanti dell'ANCI, dell'UPI e dell'UNCEM di accomodarsi. Abbiamo con noi, per l'ANCI, il presidente Leonardo Domenici e alcuni rappresentanti che nomineremo non appena saranno presenti; per l'UNCEM, il presidente nazionale, dottor Enrico Borghi, accompagnato dal vicepresidente vicario, dottor Prignachi, dal dottor Cavini, direttore generale, dal dottor Bella, capo ufficio studi, e dalla dottoressa Pellicori, capo ufficio stampa.
Per quanto riguarda l'UPI, i rappresentanti sono il dottor Cavalli, vicepresidente vicario, il dottor Ceccherini, presidente della provincia di Siena e responsabile finanze, il dottor Saitta, presidente della provincia di Torino, e componente dell'ufficio di presidenza, il dottor Di Palma, presidente della provincia di Napoli e componente dell'ufficio presidenza, il dottor Antonelli, direttore generale, e la dottoressa Perluigi, responsabile dell'ufficio stampa.
Per l'ANCI, ci sta raggiungendo il presidente Domenici, mentre sono presenti il sindaco di Napoli, onorevole Russo Jervolino, che mi permetto di salutare affettuosamente essendo stata nostra collega per tanti anni, il dottor Sturani e il dottor Pella.
Do lettura della breve lettera inviataci dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome: «Illustre presidente, in merito alla prevista audizione della Conferenza delle regioni e delle province autonome prevista in data odierna, sono spiacente di comunicarle, come già anticipato per le vie brevi, di non poter aderire al suo cortese invito in quanto il disegno di legge finanziaria per il 2007 è ancora all'esame delle regioni e, quindi, la Conferenza è impossibilitata a rappresentare orientamenti condivisi e ritenuti utili ai lavori delle Commissioni parlamentari. Comunque, le assicuro che, al fine di fornire compiutamente al Parlamento la posizione del sistema delle regioni, il documento relativo le verrà trasmesso non appena formalizzato. Si coglie l'occasione per inviarle i miei più cordiali saluti. Vasco Errani».
Dicevo prima che, se il documento sarà pronto entro la conclusione delle nostre audizioni, chiederemo ai rappresentanti della Conferenza delle regioni e delle province autonome se ritengano opportuno illustrarlo personalmente.

MARINO ZORZATO. L'unica considerazione che mi permetto di aggiungere è che, poiché il documento è frutto di un ragionamento fatto in sede di Conferenza delle regioni e delle province autonome, non vorrei che tra due giorni le regioni incontrassero il Governo per le modifiche al disegno di legge finanziaria, scavalcando il ruolo parlamentare delle Commissioni. Desidero, quindi, chiederle anticipatamente di avanzare un'eventuale protesta


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formale se ciò dovesse verificarsi, perché il rispetto del Parlamento sta anche in questo.

PRESIDENTE. Onorevole Zorzato, sta dicendo che a pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina.

MARINO ZORZATO. Il documento, tra le righe, dice che non c'è accordo, che stanno valutando, ma non hanno ancora trovato una sintesi; e ciò significa che potrebbero esserci posizioni diverse.

PRESIDENTE. Veramente non c'è scritto così. Lei ha proprio pensato male!

MARINO ZORZATO. Mi consenta di continuare a pensare male. In ogni caso, se il tempo mi darà torto, ammetterò di aver sbagliato.

PRESIDENTE. Prendiamo atto di quanto lei dice. Certamente, anche per rispetto del Parlamento, faremo presente che li invitiamo a intervenire qui personalmente, e vedremo cosa emergerà.

MARINO ZORZATO. Mi scuso ancora, ma in questo disegno di legge finanziaria la sanità è uno dei pilastri sui quali si discute pesantemente in ordine alla tenuta sociale dei tagli. Mi pare che il soggetto interlocutore siano le regioni e che mai come questa volta siano importanti. Dunque, deve verificarsi un confronto, e mi sembra poco serio non essere pronti.

PRESIDENTE. Abbiamo compreso, onorevole Zorzato. Siccome sono previste audizioni da oggi fino a giovedì, anche per le vie brevi, attraverso le quali ci era stato anticipato il contenuto della lettera che ho letto, faremo presente che, per rispetto nei riguardi del Parlamento, sarà opportuno che i rappresentanti della Conferenza vengano qui a sottoporci le loro riflessioni.
Mi pare che sia al completo la delegazione dell'ANCI, che vede la presenza del presidente Domenici, dell'onorevole Russo Jervolino, che ho già nominato e che saluto nuovamente, del dottor Sturani, sindaco di Ancona, del dottor Pella, vicesindaco di Valdengo, del dottor Bernocchi, consigliere comunale di Prato, dell'avvocato Lughetti, segretario generale, della dottoressa Scozzese, funzionario, della dottoressa Dota, funzionario, e del dottor Pellicanò, funzionario. L'onorevole Napoli è presente in Parlamento in quanto deputato.
Do la parola al presidente dell'ANCI, Leonardo Domenici.

LEONARDO DOMENICI, Presidente dell'ANCI. Credo che le questioni che riguardano i comuni rispetto alla manovra finanziaria per il 2007 siano abbastanza note. Non intendo rubare troppo tempo ai commissari esponendo di nuovo dettagliatamente la serie di problemi e di considerazioni che abbiamo svolto ampiamente nei giorni scorsi, attraverso le riunioni dei nostri organismi dirigenti - da ultimo, il consiglio nazionale tenutosi la scorsa settimana - e che hanno visto svilupparsi un ampio dibattito sui mezzi di comunicazione di massa e sui giornali.
Il punto fondamentale è molto semplice e naturalmente siamo a disposizione dei commissari anche per entrare nel merito, per rispondere alle loro domande e per capire quali siano le tematiche da affrontare. La prima riguarda sicuramente la non sostenibilità della manovra per i comuni italiani, almeno così come è contenuta nell'attuale versione del disegno di legge finanziaria. Come certamente saprete, domani, alle ore 13, è previsto un incontro a palazzo Chigi alla presenza del Presidente del Consiglio. In tale sede, ci aspettiamo di avere delle risposte importanti che, poi, il Parlamento potrà valutare in piena autonomia.
Il primo punto è, dunque, quello che ho citato e preferisco non aggiungerne molti altri. Mi preme sottolineare che la nostra posizione non è volta a rimettere in discussione il saldo complessivo della manovra, bensì a trovare all'interno del disegno di legge finanziaria una più proporzionata distribuzione dei carichi della manovra medesima. Per questo motivo, stiamo lavorando, anche in queste ore,


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come Associazione nazionale dei comuni italiani, per dare una risposta che, comunque, non veda venir meno il generale impegno che questo disegno di legge finanziaria si propone di rispettare, gli obiettivi che intende conseguire e che riguardano l'equità, il risanamento, lo sviluppo e il rilancio dell'economia del paese.
In particolare, vorrei sottolineare altri due punti, il primo dei quali riguarda il provvedimento che stabilisce nel 2,6 per cento il tetto massimo per l'indebitamento e, quindi, per gli investimenti dell'anno 2007, stante la situazione al 30 settembre 2006 di ogni ente. È del tutto evidente che consideriamo questa norma sbagliata, anche perché una misura di questo tipo penalizza maggiormente i comuni che, nel corso di questi anni, hanno svolto un'attività di contenimento del saldo complessivo, quindi sia della spesa corrente che degli investimenti stessi.
Per questo motivo, chiediamo che tale misura venga eliminata e che si possa discutere di un'altra norma relativa al problema dell'indebitamento dei comuni stessi, anche se riterrei valido il tetto attualmente in essere del 12,5 per cento. Consideriamo, comunque, la misura del 2,6 per cento assolutamente inappropriata, tale da determinare una sperequazione rispetto ai singoli comuni.
L'altra questione che desidero sottolineare riguarda tutto ciò che è relativo a norme ordinamentali introdotte nel disegno di legge finanziaria. La nostra posizione al riguardo è molto chiara: ne chiediamo lo stralcio, e non perché non vogliamo discutere di tutto questo, come dimostra la proposta, fatta al tavolo con il Governo sul codice delle autonomie, di un eventuale accordo per la riduzione dei costi della politica. Tuttavia, riteniamo che il modo precipitoso con cui queste norme sono state introdotte nel disegno di legge finanziaria abbia determinato non poca confusione, e che sia quindi opportuno stralciarle, per poi ridiscuterle in relazione alla definizione del testo unico degli enti locali, che vede il nostro impegno per un contenimento dei costi della politica e della vita istituzionale. Al tempo stesso, però, riteniamo che non sia opportuno inserire tali norme ordinamentali in questa forma nella legge finanziaria.
Per quanto riguarda le nostre proposte emendative, preferiamo non consegnarle questa sera, perché domani, alle 13, avremo un incontro con il Governo. Poiché ci attendiamo da questo confronto risposte significative ai problemi posti, ci riserviamo di trasmetterle l'indomani, o immediatamente dopo l'incontro con il Governo. Mi limiterei, dunque, a queste considerazioni, restando naturalmente a vostra disposizione per ogni eventuale approfondimento.

PRESIDENTE. Grazie, presidente Domenici.
Do la parola alla presidente della provincia di Siena e responsabile delle finanze dell'UPI, Fabio Ceccherini.

FABIO CECCHERINI, Responsabile delle finanze dell'UPI. Signor presidente, l'intervento che ha appena svolto il sindaco Domenici mi consente di essere ulteriormente sintetico. Abbiamo consegnato alla presidenza un documento unitario di UPI e ANCI, oltre ad una prima simulazione sull'incidenza della manovra sulle province italiane. Domani mattina l'ufficio di presidenza dell'UPI esaminerà, in modo particolare, le ipotesi di emendamento specifiche e sarà, poi, cura della presidenza farle pervenire alle vostre Commissioni che, se vorranno, potranno considerarle per i prossimi lavori.
Come dicevo, le considerazioni di Domenici rendono rapida la mia esposizione. Vi è una condivisione generale del giudizio sulla non sostenibilità delle indicazioni fornite alle province. Occorre ricordare come le province italiane abbiano rispettato pienamente il patto di stabilità fin qui determinato con le precedenti leggi finanziarie, evidenziando un comportamento virtuoso nella redazione dei propri bilanci. Quindi, un ulteriore intervento, che ammonta a circa 650 milioni di euro, è considerato non sostenibile sotto il profilo della manovra tra entrate e uscite. Vi è un giudizio, quindi, negativo sulla manovra


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relativa agli enti locali e alle province, nonché una preoccupazione circa le conseguenze di alcune di queste norme. In modo particolare, esiste una forte attenzione al limite posto agli investimenti, anche con possibili contraddizioni che si determinano nella gestione complessiva del nostro paese.
Potrei fare l'esempio di una norma che consideriamo positiva del disegno di legge finanziaria, quella che prevede, dopo alcuni anni, la possibilità di nuovi stanziamenti per l'edilizia scolastica per circa 250 milioni di euro in tre anni - somma non straordinaria, ma significativa - indicando però l'esigenza di concorrere con un 30 per cento di quota investimenti da parte degli enti locali. Probabilmente, anche qualora avvenga l'inserimento del biennio obbligatorio, da esso scaturirà una significativa esigenza di investire su tutto ciò che questo provvedimento determina. Sarebbe singolare che il limite del 2,6 per cento impedisse di adeguare il sistema scolastico, in modo particolare la scuola secondaria superiore, rispetto alla quale le province svolgono un ruolo importante.
Allo stesso modo, per esempio, con il trasferimento rilevante di numerose strade ex ANAS alle amministrazioni provinciali, qualora la rinegoziazione delle condizioni del decreto legislativo n. 112 del 1998 non fosse particolarmente favorevole alle province, che hanno gestito in questa fase buona parte della viabilità che un tempo era gestita dallo Stato, si potrebbe verificare la necessità di investimenti degli enti locali sulla sicurezza stradale e sul significativo ammodernamento del sistema viario.
Alla luce di tali elementi concreti, esprimiamo, dunque, grande preoccupazione per un limite che ci sembra particolarmente negativo.
Non vi è dubbio che siamo perfettamente d'accordo con il sindaco Domenici sulla necessità di stralciare la parte ordinamentale, con la disponibilità generale - così come sulla legge finanziaria - a confrontarci sulle storture che si sono indubbiamente determinate nel sistema complessivo. Tuttavia, sottolineiamo come una rinegoziazione debba partire da una diversa considerazione e da un atteggiamento di maggiore rispetto. La norma relativa all'impossibilità degli assessori di province e comuni di prendere l'aspettativa dal lavoro è semplicemente paralizzante per il funzionamento di buona parte degli enti locali. Se questo è un segnale dell'atteggiamento che si intende assumere, siamo molto preoccupati e gradiremmo un piano diverso, che ci consenta di misurarci concretamente su elementi che non funzionano e che sono da ricondurre ad un miglioramento degli enti locali e ad un contenimento della spesa, auspicando un clima di maggiore considerazione, non ancora emerso nel modo adeguato.
Concludo qui, ma sono presenti altri colleghi presidenti che meglio di me, neofita di questo livello, potranno integrare le mie considerazioni con i loro interventi.

PRESIDENTE. Grazie, dottor Ceccherini.
Do la parola al presidente nazionale dell'UNCEM, Enrico Borghi.

ENRICO BORGHI, Presidente nazionale dell'UNCEM. Signor presidente, molte delle considerazioni svolte dai colleghi del sistema delle autonomie sono condivisibili, quindi cercherò di procedere molto rapidamente, tentando di individuare quelli che ci sembrano essere i margini di intervento del Parlamento, che riteniamo particolarmente ampi e imperniati sull'esigenza di un'armonizzazione complessiva dell'impianto proposto.
Riteniamo che questo disegno di legge finanziaria contenga una serie di presupposti e di principi che confondono parti ordinamentali e parti di bilancio, rispetto alle quali occorre evidentemente capire quale sia l'obiettivo finale. Non vi è dubbio che questa sovrapposizione tra i vari livelli, da un lato, induce una certa contraddizione dal punto di vista degli obiettivi, e, dall'altro, crea nel paese una situazione di obiettiva tensione all'interno del sistema delle autonomie locali, che sarebbe auspicabile risolvere.


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È indubbio che il sistema delle autonomie locali debba concorrere allo sforzo di risanamento del paese e nessuno di noi intende sottrarsi a tale esigenza complessiva. Tuttavia, è chiaro che porre di fronte a questa argomentazione la necessità di toccare immediatamente una serie di partite relative allo status quo degli amministratori pone immediatamente sul piano differenziale quella che deve essere, invece, l'esigenza più obiettiva. In questa settimana ho sentito dibattere molto sul tema dei costi della politica. Ebbene, credo che questa sia la sede giusta per tentare di riconiugare tale definizione, che, almeno per quanto ci riguarda, come sistema di rappresentanza estremamente debole e fragile, quello delle comunità montane e dei piccoli comuni, si declina invece in termini di costi della democrazia.
Occorre essere chiari perché, se si ritiene che i piccoli comuni e gli enti fragili svolgano un ruolo di perdita di tempo, di arretramento del sistema e di scarsa modernizzazione, è bene allora porre questo tema in una discussione di carattere istituzionale, anziché introdurre surrettiziamente, attraverso operazioni pseudo-finanziarie, una partita molto più ampia rispetto al tipo di impostazione e di declinazione della sussidiarietà che il paese vuol darsi. Questo, evidentemente, porta con sé anche una rivisitazione più generale. Ma fatico a comprendere come si possa dichiarare la volontà di introdurre nel disegno di legge finanziaria alcune norme applicative del Titolo V della Carta costituzionale, mentre poi si attua una serie di misure che creano fortissime sperequazioni anche a livello comunale. Mi riferisco, evidentemente, al tema dello status degli amministratori e alla necessità che ciò porti con sé una obiettiva rivisitazione complessiva.
Faccio notare ai signori parlamentari che in questi giorni ho ricevuto molte telefonate di amministratori mortificati per essere quasi additati al pubblico ludibrio, come se fossero la causa dello sperpero del nostro paese. Siamo disponibili a ragionare nel merito delle questioni, ma crediamo che occorra una rivisitazione complessiva, perché, per il modo con cui questo disegno di legge finanziaria è stato proposto, esiste il rischio che esso rappresenti l'agitarsi di una lanterna per concedere una luce alquanto fioca, senza toccare situazioni nelle quali le luci potrebbero essere più consistenti, sotto il profilo sia della riorganizzazione che dei risparmi.
Questo è un primo elemento, che non è centrale, ma che tenevo a sottolineare in ragione della differenziazione dal punto di vista della presenza degli amministratori all'interno di questa delicata questione, anche perché in molti dei comuni da noi rappresentati spesso gli amministratori scelgono di collocarsi in aspettativa per sostituire fisicamente quadri dirigenziali che non esistono, sostituendosi materialmente - come il Parlamento ben sa, avendo modificato la legge Bassanini in tal senso - anche ai quadri responsabili del servizio, che consentono di garantire presidi fondamentali per il nostro territorio.
Condividiamo la necessità di uno stralcio della parte ordinamentale, anche perché questa ci riguarda direttamente, avendo introdotto una serie di misure che, per alcuni aspetti, sono condivisibili - pensiamo al tema della non sovrapponibilità tra le unioni dei comuni e le comunità montane - ma, introducendo il tema della riforma degli organi di governo delle medesime, inducono a riconsiderare ruoli, natura e funzioni. Qui si rischia, infatti, di costruire la casa partendo dal tetto, mentre vi è l'esigenza di definire prima i ruoli, la natura e le funzioni degli enti locali e, solo successivamente, di riformare - perché è necessario - il tema degli organi di governo e degli assetti. Altrimenti, per restare al tema delle comunità montane, rischieremmo di creare una forte sperequazione tra il presidente e il consiglio.
È necessario affrontare globalmente questo tema, cioè creare una governance e una modulazione corrette tra il presidente, il consiglio e i comuni. Questo deve evincersi da una definizione delle funzioni fondamentali di questi enti, e da un tema che è sganciato rispetto alla legge finanziaria. Pertanto, se non introduciamo un


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quadro armonico, rischiamo di porre un problema complessivo, non solo di tenuta del sistema, ma di raggiungimento dell'obiettivo, che è rappresentato da una sua maggiore efficienza, razionalità e capacità di corrispondere alle esigenze di un'amministrazione più snella.
Per questo motivo, abbiamo sostenuto e sosteniamo lo stralcio dell'articolo 76 del provvedimento, non perché vogliamo difendere lo status quo, ma proprio perché lo vorremmo riformare per conseguire quegli obiettivi di razionalità del sistema ai quali anche il Governo si è ispirato nel tentare di introdurre questa modifica.
Per quanto riguarda le questioni più pregnanti, quelle legate alle risorse, debbo dire che, ancora una volta, si è persa un'occasione. Proprio perché il Governo, nelle audizioni svolte alla nostra presenza, ha esplicitamente affermato l'intenzione, pur all'interno della delega per il codice delle autonomie locali, di procedere ad una riorganizzazione del livello sovracomunale, ponendo su un unico livello le organizzazioni comunali in montagna e le comunità montane, riteniamo che si sia persa un'occasione per introdurre elementi che sgancino le comunità montane dalla finanza totalmente derivata, che ancora oggi le tiene inchiodate.
Inoltre, l'introduzione di alcune modularità di natura fiscale nei confronti dei comuni rischia di creare una fortissima sperequazione all'interno del nostro territorio. La nostra base associativa non sarà assolutamente intaccata dalle previste misure di introduzione di tasse di scopo che, peraltro, così come modulate, con un esclusivo 30 per cento a valere sull'ICI, diventano di fatto inapplicabili; non sarà per nulla toccata dall'introduzione di addizionali IRPEF, che incidono su basi molto limitate. L'introduzione di un'imposta comunale di soggiorno rischia persino, se non scattano meccanismi perequativi, che chiediamo di introdurre, di creare situazioni di forte squilibrio all'interno delle realtà territoriali del nostro paese. Basti pensare ai comuni turistici che confinano con comuni che non hanno strutture ricettive, laddove nel comune a fianco esistono tutte le strutture necessarie.
Evidentemente, si pongono seri problemi di riorganizzazione e di perequazione, che potrebbero distogliere dall'obiettivo di costruire una finanza autonoma, anche in rapporto alle capacità di promozione del territorio. Riteniamo opportuno e chiediamo, dunque, un intervento di redistribuzione perequativa, perché crediamo che ciò sia in grado di rispondere alle esigenze di realtà con una base imponibile talmente fragile da essere compromesse da questa misura.
Anche per questo motivo, concordiamo sulla necessità dell'eliminazione del tetto del 2,6 per cento e intendiamo sottolineare la necessità di neutralizzare la norma che conferma la diminuzione dell'1 per cento delle spese di personale anche a tempo determinato per il triennio 2006-2008, introdotta con il comma 3 dell'articolo 59 del disegno di legge finanziaria. Ebbene, questa norma rende effettivamente impossibili le gestioni associate dei servizi sovracomunali, per motivi che sono facilmente intuibili. Se, infatti, occorre diminuire il personale ed è impossibile distaccare personale che non esiste, diventa difficile o persino impossibile garantire l'erogazione di questi servizi.

PRESIDENTE. Credo volesse intervenire l'onorevole Jervolino, ad integrazione di quanto rappresentato. Desidero solo chiedere all'onorevole Ventura se il suo l'intervento è sull'ordine dei lavori o sul merito.

MICHELE VENTURA. Signor presidente, vorrei capire come procederemo, perché, giustamente, il presidente Domenici, parlando a nome dell'ANCI, si è, per così dire, «auto-censurato» in vista dell'incontro di domani con il Governo. Peraltro, l'ANCI ci ha esposto una questione ordinamentale e una questione relativa agli investimenti (con riferimento al tetto del 2,6 per cento previsto), posta già questa mattina al ministro Padoa-Schioppa in sede di audizione, cui ha


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risposto il sottosegretario Sartor, incaricato dal ministro.
Mi chiedo dunque se, tenendo presente che questo è il Parlamento, sia giusto proseguire tale audizione e fare un confronto interlocutorio, o se non sia invece più giusto svolgere l'audizione dopo l'incontro con il Governo, in modo tale che il Parlamento si riappropri delle proprie prerogative e le Commissioni riunite, quindi, siano in grado di svolgere pienamente la loro funzione. Dico questo perché, solitamente, il Parlamento è il luogo dove, anche rispetto a quanto concordato con il Governo, esprimere la propria opinione e talvolta trovare soluzioni ulteriori. Considerare esaustiva l'audizione delle autonomie in vista di questo incontro, che, da quanto capisco, sarà solo per un saluto, rischia di non consentirci di svolgere fino in fondo la nostra funzione.
Mi scuso con l'onorevole Jervolino, ma volevo porre tale questione, che non mi sembra puramente formale o di metodo.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Ventura. Sulla stessa questione mi pare vogliano intervenire l'onorevole Zorzato e l'onorevole Verro.

MARINO ZORZATO. Anch'io mi scuso con il sindaco Jervolino, che poi ascolteremo volentieri, ma, giacché il collega Ventura ha toccato l'argomento del metodo e io intendevo intervenire alla fine dell'audizione, mi limito ad anticipare alcune osservazioni.
Considero la memoria dell'UNCEM abbastanza completa e, quindi, sulla stessa si può anche discutere. Invece, ritengo la memoria dell'ANCI, francamente, insufficiente, spero per scelta e non per contenuto. Se dovesse essere insufficiente perché questo è lo strumento che l'ANCI ci propone, dopo anni nei quali ho partecipato ad audizioni come questa, sarei un po' in difficoltà.
Però, alcune considerazioni vanno pur svolte, al di là dell'incontro di domani - mi riferisco al collega Ventura nell'ambito di un rapporto tra maggioranza e minoranza - e pur non avendo una memoria storica perfetta, credo che, rispetto alle audizioni preliminari all'esame del disegno di legge finanziaria, il Governo sia un interlocutore importante. Infatti, ANCI, province e regioni pongono domande, ma poi sugli emendamenti si esprime il Governo. Si tratta di un'audizione - ma forse sbaglio a ricordarlo - e, quindi, accantono il problema per non aprire una polemica inutile. Mi sembrerebbe opportuno offrire, però, qualche spunto prima dell'incontro di domani tra il Governo e le autonomie locali.
Questa mattina il ministro, in sede di audizione, ha dichiarato che tutto il lavoro concernente il disegno di legge finanziaria, in particolare nel rapporto con le autonomie locali - ha poi dato la parola al sottosegretario Sartor per illustrarcelo -, era stato concertato e ampiamente condiviso: pertanto, si tratterebbe di sottigliezze che verranno sistemate, in quanto piccole incomprensioni.
Il documento dice: «inadeguato, insostenibile il prodotto agli atti»; e soprattutto, alla sesta riga, cita «decisioni assunte unilateralmente dal Governo ». Mi auguro che, tra le parti, dopodomani, emerga con chiarezza la verità, perché si tratta di due tesi diametralmente opposte.
Su questo il Parlamento ha il diritto di sapere: se è vero che c'è stata concertazione e dopo c'è stato un «bidone», oppure se non c'è stata concertazione. Desideriamo chiarezza.
Aggiungo altre due considerazioni. Il documento parla di «stato di mobilitazione». Quindi, siamo molto lontani da un prodotto concertato e condiviso. Mi permetto di tenere distinti, non solo oggi, ma anche nel prossimo incontro, l'aspetto normativo (ovvero ordinamentale) da quello economico. Sono due aspetti che vorrei tenere totalmente distinti per evitare che, concedendo l'uno, le autonomie poi fossero soddisfatte e ai cittadini toccasse l'altro. Infatti, per i cittadini, fino a ieri, noi parlamentari eravamo i «mostri», i costi della politica, e, secondo qualcuno, il costo della democrazia.
Oggi, con questo provvedimento, il Governo sostiene che anche voi rappresentate


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i costi della politica e della democrazia. Siamo, dunque, considerati insieme come costi; ma il cittadino guarda alla tariffa e - se posso permettermi un'osservazione critica al documento dell'ANCI - non trovo nessun passaggio, né di approvazione né di censura, sulle addizionali. Solitamente, infatti, le addizionali si sposano con il contenimento della spesa del trasferimento. Quindi, o si chiedono più trasferimenti e si accetta il principio delle non addizionali, in modo tale che il cittadino paghi quello che deve, oppure si rivendica l'aumento del trasferimento e non si discute delle addizionali, per cui la pensionata di periferia paga due volte.
Vedo poca attenzione rispetto all'utente finale che dovrebbe pagare. Prendo spunto, comunque, da quanto detto dal collega Ventura, e rimando le mie considerazioni ad un incontro successivo. Rilevo che per la prima volta - e questo è un fatto politico - l'ANCI, attraverso il suo presidente, si è dichiarata disponibile a ridistribuire all'interno del disegno di legge finanziaria le sue richieste. In passato, quando il ruolo era invertito, il tema era solo: «dateci i fondi che ci mancano, perché altrimenti protestiamo». Mi pare che anche questa osservazione sia politicamente rilevante, perché è la prima volta che accade.
Quindi, mi domando se si tratti solo di un intervento di enti locali che difendono i propri interessi, dal momento che adottano la politica di valutare, all'interno del disegno di legge finanziaria, a chi togliere e a chi dare. Con noi il problema era solo che mancavano i fondi, questa volta sapete anche dove trovarli. Questo è un passaggio politico.

PRESIDENTE. Scusate, vorrei si facesse ordine.
Esistono due questioni, una che attiene alla necessità e all'opportunità di rivedersi dopo l'incontro dell'ANCI con il Governo e una che attiene al merito.
Evidentemente, la seconda questione in qualche modo è legata alla prima, a meno che non si voglia svolgere una prima riflessione e poi un aggiornamento.
Siccome era stata posta la questione relativa all'ordine dei nostri lavori da parte dell'onorevole Ventura, chiederei di esaurire intanto tale questione. Onorevole Verro, intervenga su questo, senza addentrarsi nel merito, perché questo significherebbe avere già deciso cosa fare.

ANTONIO GIUSEPPE MARIA VERRO. Non entro nel merito, anche se sposo in pieno l'intervento che mi ha preceduto, però qui c'è qualcosa che non quadra, e non concerne soltanto il discorso sulla concertazione. Il documento dell'ANCI afferma che verrà dichiarato lo stato di mobilitazione, qualora non siano accolte le proposte di modifica presentate: quindi, esse ci sono già, per cui vorremmo conoscere, in questa fase, quali sono le proposte di modifica che l'ANCI intende presentare al Governo.

GASPARE GIUDICE. Presidente, intervengo con un flash velocissimo, non per contraddire i colleghi che hanno parlato sul contenuto - sono d'accordo con loro -, ma perché qui non si è colta la straordinaria correttezza istituzionale dell'onorevole Ventura, che è tranciante nel nostro dibattito. L'onorevole Ventura ha detto che la sovranità del Parlamento presuppone che l'incontro con le Commissioni da parte dell'ANCI debba avvenire dopo l'incontro con il Governo.
Il presidente dell'ANCI, che personalmente stimo, avrebbe potuto assumere la posizione che ha assunto la Conferenza delle regioni e delle province autonome, perché l'incontro con il Parlamento non può essere propedeutico all'incontro con il Governo.
È, dunque, opportuno che il presidente dell'ANCI incontri il Governo, poi torni in Commissione ed esprima al Parlamento, nella sua piena sovranità, eventuali perplessità, che accoglieremo con grande attenzione. Ritengo, dunque, che questa audizione debba essere interrotta e ripresa dopo che l'ANCI avrà incontrato il Governo e sarà pronto ad esporre in Parlamento le proprie ragioni.


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LEONARDO DOMENICI, Presidente dell'ANCI. Sono qui stasera per un principio ispiratore della mia condotta politico-istituzionale, per rispetto nei confronti del Parlamento. Però, vorrei capire se avrei dovuto assumere l'atteggiamento tenuto dalle regioni, che mi pare sia stato oggetto di dibattito.
Sono venuto in questa sede a rilevare quali siano le condizioni in cui ci troviamo attualmente e ribadisco di essere disponibile ad entrare nel merito di alcuni argomenti citati, ma è comprensibile - e questa penso sia la logica dell'intervento dell'onorevole Ventura -, anche per rispetto nei confronti del Parlamento, che non posso presentare questa sera posizioni che, presumibilmente, potranno essere modificate sulla base dell'incontro con il Governo.
Se posso fare un esempio molto concreto, prima si faceva riferimento al documento dell'ANCI sulle proposte avanzate. Queste proposte fanno riferimento ad un documento del comitato direttivo dell'ANCI approvato unitariamente lo scorso 25 settembre, in cui si avanzava una precisa proposta al Governo circa la nostra assunzione di responsabilità rispetto alla manovra finanziaria, che consisteva nella biennalizzazione e nell'azzeramento del deficit del 2005, nella sostanza 2,7 miliardi. Il riferimento è a quello, ma il punto è che non c'è mai stata una risposta compiuta. Domani incontreremo il Governo e vedremo cosa emergerà.

PRESIDENTE. C'è un'altra richiesta di intervento da parte dei rappresentanti delle province. Tuttavia vi chiedo di essere sintetici, perché mi pare sia stato colto il punto, che è metodologico; quindi, non è il caso di dilungarci ulteriormente.
Avanzo, pertanto, una proposta molto concreta di aggiornamento della seduta.

ALBERTO CAVALLI, Vicepresidente vicario dell'UPI. Molto sinteticamente rilevo come la posizione espressa dall'Unione delle province italiane, nel rispetto del Parlamento e dei commissari qui presenti, esprima l'attuale livello di condivisione all'interno dell'associazione.
Il disegno di legge finanziaria viene scoperto giorno dopo giorno, e l'ultimo livello di condivisione maturato nelle associazioni, in particolare nella nostra, è emerso nel documento al quale si faceva riferimento ora, approvato in Campidoglio giovedì scorso.
Quindi, se il presidente volesse rinviare, o meglio sospendere, la parte che ci riguarda di questa seduta per convocarci, non solo dopo l'incontro con il Governo, ma dopo che gli organismi associativi, che nel nostro caso si riuniscono domani, avranno maturato una posizione definitiva, ci dichiariamo disponibili sin da ora.
Il motivo per cui ho chiesto la parola è che c'è stata una sollecitazione esplicita da parte di un parlamentare presente in merito alle dichiarazioni del ministro Padoa-Schioppa, per come le abbiamo conosciute e sono state riportate dall'Ansa durante la giornata.

ENRICO MORANDO Presidente della 5a Commissione del Senato. È stata avanzata una proposta di tipo procedurale, sull'ordine dei lavori. Come mi sembra di capire, tutti conveniamo sull'opportunità di un aggiornamento di questo confronto, e allora disponiamo in questo senso, senza sviluppare un dibattito a metà, che non può portare ad altro che ad equivoci.
Quindi, decidiamo di sospendere i nostri lavori per aggiornarci alla fase nella quale il confronto si sarà sviluppato, sia all'interno delle associazioni, sia nel rapporto tra le associazioni e il Governo, secondo le procedure che oggi sono previste e quelle che ulteriormente deciderete. Non apriamo adesso un dibattito per decidere, attraverso valutazioni di merito che ognuno cita nel proprio intervento, sulla metodologia, perché ciò è fuorviante. Se si segue questa strada, è necessario proseguire tale audizione e concluderla, consentendo a tutti i parlamentari di porre le domande. Tuttavia, non è questa la soluzione che propongo.
Insisto con il presidente perché decida l'aggiornamento della seduta, se è quello che si vuole.


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PRESIDENTE. È quanto stavo cercando di fare. Ha chiesto la parola l'onorevole Crosetto. A questo punto, faccio una considerazione molto semplice: alla luce di quanto è emerso, propongo che la seduta sia aggiornata, se non ci sono obiezioni, a venerdì mattina, alle ore 9,30. Vedremo allora se, come mi auguro, avremo anche la presenza di una rappresentanza della Conferenza delle regioni e delle province autonome, in modo tale da confrontarci su un quadro definito, da un punto di vista sia temporale, sia dei contenuti.
A questo punto, onorevole Crosetto, la invito ad essere telegrafico, limitandosi a dire se è d'accordo: sul merito non è il caso di insistere, giacché mi pare che, unanimemente, si sia convenuto sull'opportunità di fermarci semplicemente al metodo e, quindi, all'aggiornamento della seduta.

GUIDO CROSETTO. Signor presidente, prendo atto delle sue decisioni. Vorrei soltanto ricordare che questa manovra finanziaria è composta da due pilastri - o due pietre tombali, a seconda di chi le giudichi -, la legge finanziaria e il decreto fiscale. Mi auguravo che i comuni, l'ANCI o le province avessero anche qualcosa da dire in merito al decreto fiscale, che contiene al proprio interno norme che incidono sugli enti locali. Come lei sa, il termine entro cui il Parlamento deve esercitare il proprio diritto ad emendare il decreto-legge del Governo scade, mi pare, dopodomani, per cui sarebbe stato utile sentire il parere dell'ANCI su un argomento che, non marginalmente, sfiora gli enti locali.
Prendo atto del fatto che gli enti locali e la maggioranza ritengano debba esservi prima un confronto col Governo, ma noi siamo il Parlamento e, qualunque sia il confronto con il Governo, esso non muta la nostra possibilità emendativa.
Ribadisco che questa manovra è composta da due pilastri, per cui avrei voluto conoscere il parere almeno su uno dei due.
Pertanto, per non essere polemico, ma costruttivo, visto che lei se lo merita, presidente, chiederei - se possibile - di prolungare il termine per la presentazione degli emendamenti al decreto fiscale, o di posticipare l'incontro con l'ANCI a dopo che si sarà confrontata con il Governo.
Ciò non per essere distruttivi, ma per cercare di lavorare seriamente in questa sede, perché ritengo che il Parlamento debba intervenire sui due provvedimenti, uno dei quali è più urgente. Per il disegno di legge finanziaria, infatti, paradossalmente vi è ancora tempo, mentre per il decreto fiscale no. Presumo, sindaco Domenici, che gli enti locali abbiano qualcosa da dire sul decreto fiscale.

PRESIDENTE. Onorevole Crosetto, il Parlamento deve seguire le sue procedure e deve assumere decisioni nella sua autonomia, tenendo conto dei problemi, ma anche della correttezza procedurale. Domani mattina si riunirà, come lei sa, l'ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, in merito al tema relativo al decreto fiscale, e in quella sede discuteremo anche dell'opportunità e della possibilità di svolgere audizioni che riguardino i comuni ed eventualmente altri soggetti. Dopodiché, valuteremo se sia possibile procedere con gli approfondimenti da lei citati. A questo punto,senza porre in votazione tale decisione - non credo sia necessario, perché mi sembra corrisponda ad una richiesta unanime -, rinvierei il seguito dell'audizione a venerdì mattina.

MARINO ZORZATO. Signor presidente, sono d'accordo sul rinvio del seguito dell'audizione senza procedere alla votazione di tale decisione. Tuttavia, ritengo opportuno fissare la data del seguito dell'audizione domani mattina. Infatti, venerdì mattina potrebbe essere un termine successivo a quello che decideremo domani. Ritengo opportuno stabilire con precisione le date delle audizioni da svolgere.

PRESIDENTE. Domani mattina, in sede di ufficio di presidenza, integrato dai rappresentanti dei gruppi, stabiliremo tutte le date.


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MARINO ZORZATO. Stabiliamo le date delle audizioni e poi, ovviamente, verificheremo le disponibilità.

MICHELE VENTURA. Possiamo stabilire che il seguito dell'audizione si terrà comunque prima dello scadere del termine per la presentazione degli emendamenti al decreto fiscale.

MARINO ZORZATO. Questa mi pare una posizione sulla quale convenire.

PRESIDENTE. Peraltro, onorevole Zorzato, il principio saggiamente evocato dall'onorevole Ventura rientra nella concreta praticabilità dello svolgimento delle audizioni, perché lei conosce, come me, il calendario dei nostri lavori, e non vogliamo certo fare discorsi degni dei migliori sofisti!

MARINO ZORZATO. Noi siamo minoranza e conosciamo la saggezza della maggioranza; eravamo saggi noi, siete saggi voi!

PRESIDENTE. È una saggezza che, come lei sa, onorevole Zorzato, abbiamo appreso nei lunghi cinque anni nei quali eravamo all'opposizione.
Apprezzate le circostanze, il seguito dell'audizione è rinviato ad altra seduta.

La seduta termina alle 19,55.