COMMISSIONE XI
LAVORO PUBBLICO E PRIVATO

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 20 settembre 2006


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE GIANNI PAGLIARINI

La seduta comincia alle 8,40.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, anche tramite la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione del ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero, sulle linee programmatiche del suo dicastero.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del ministro della solidarietà sociale, Paolo Ferrero, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Nel dare la parola al ministro, faccio presente che, dopo la sua relazione, i deputati potranno formulare considerazioni e rivolgergli domande.

PAOLO FERRERO, Ministro della solidarietà sociale. Desidero anzitutto salutare e ringraziare il presidente ed i componenti la Commissione per l'occasione offertami di rendervi note le mie comunicazioni programmatiche.
Cercherò di «districarmi» tra le competenze del Ministero per selezionare le materie di diretta competenza della vostra sede istituzionale. Difatti, il dicastero che guido trova la sua consistenza non tanto nell'assegnazione di precise competenze o nel conferimento di necessarie risorse quanto nella quantità di relazioni e interrelazioni che intrattiene con altri ministeri o con soggetti terzi.
Da tale punto di vista, uno dei nostri primi impegni è stato la ricostruzione delle consulte, degli osservatori, con il coinvolgimento di larga parte dei soggetti o delle formazioni sociali interessati dall'area di intervento del Ministero: mi riferisco al volontariato, all'associazionismo, alle alcool-dipendenze, alle tossicodipendenze in generale, alle disabilità e a quant'altro. L'indirizzo che stiamo cercando di seguire è volto a ricostruire politiche di welfare che sul terreno sociale assicurino esigibilità e garanzie dei diritti in forma universale e che, nel contempo, riescano a valorizzare le formazioni sociali nel terzo settore - e non solo -, nonché le forme di auto-organizzazione sociale.
Alla considerazione delle pratiche del terzo settore in funzione sostitutiva dell'intervento dello Stato, si è sovente accompagnata la perdita di una linea di demarcazione tra lavoro e volontariato nel settore dei servizi e la costituzione di una zona grigia nella quale i volontari erano un po' pagati e il lavoro molto mal pagato. L'indirizzo che seguiremo mirerà invece a rendere molto chiaro che il «pubblico» deve costruire la rete dei servizi ponendo una linea di demarcazione tra lavoro e volontariato. Il volontariato è una componente che deve aggiungersi a garanzie assicurate dallo Stato, direttamente o in forme esterne ma sempre attraverso il lavoro: si deve dunque eliminare la zona grigia che sovente coincide con il lavoro precarizzato.
Anche se ciò è solo parzialmente di competenza della Commissione, ritengo che sia un passaggio importante in tal


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senso la presentazione, avvenuta ieri, della Fondazione per il sud. Come sapete, le fondazioni bancarie, concentrate soprattutto nel nord, hanno dato vita ai centri per i servizi a livello locale, ma in questi anni una quantità significativa delle risorse di detti centri non è stata spesa. Un accordo tra organizzazioni del terzo settore e fondazioni bancarie ha consentito, con un decreto congiunto dei Ministeri dell'economia e delle finanze e della solidarietà sociale, di dare vita alla costruzione di una fondazione per il sud. Sarà operativa nei prossimi giorni, con un capitale di 300 milioni di euro e una dotazione annuale, per adesso, di 50 milioni di euro di spesa per specifici progetti di eccellenza nel settore del volontariato nel Mezzogiorno. Mi sembra un buon esempio di collaborazione tra il livello dell'impegno sociale e la politica di governo; un caso in cui l'intervento non si sostituisce ma si aggiunge a quello privato nella «infrastrutturazione» sociale del Mezzogiorno.
Nell'ambito dei settori che hanno più attinenza con le competenze della Commissione, mi soffermerei particolarmente sulla questione dell'immigrazione.
Su questo terreno, abbiamo ereditato una situazione, di fatto e legislativa, assai difficile. La situazione di fatto è difficile perché nel 2001 è intervenuta una sanatoria che ha regolarizzato circa 700 mila immigrati; i meccanismi introdotti da leggi successive a questa sanatoria hanno fatto sì che oggi, in Italia, si calcoli vi siano nuovamente 700 mila immigrati clandestini. Ritengo che un numero così elevato non sia, per così dire, un incidente di percorso ma rappresenti l'esito della legge sull'immigrazione attualmente in vigore, che ha un difetto fondamentale: impedisce l'incontro tra domanda e offerta di lavoro nei termini normali in cui solitamente esso si costituisce. La legge prevede che un immigrato possa entrare regolarmente in Italia se un datore di lavoro italiano ne faccia domanda e ottenga l'autorizzazione del Governo, attraverso lo sportello unico, ad assumerlo effettivamente. In altri termini, per riuscire a far entrare regolarmente un immigrato è necessario che un datore di lavoro o una famiglia presenti la domanda ai sensi del decreto annuale sui flussi, aspetti di sapere se sia entrato nelle quote fissate dal decreto e, dopo aver ottenuto il nullaosta per l'assunzione, mandi a chiamare nel paese di origine il lavoratore straniero, il quale ne uscirà con un visto per entrare quindi regolarmente in Italia. Tutto ciò non accade mai. Sarà forse capitato in qualche caso ma solitamente l'immigrato entra irregolarmente in Italia, pagando una tangente a qualche organizzazione criminale, cerca un lavoro in nero e aspetta che il proprio datore di lavoro faccia una richiesta ai sensi del decreto flussi. Se poi il datore di lavoro ottiene il nullaosta, l'immigrato esce dal paese nuovamente in forma illegale per farvi rientro finalmente legalmente.
Tale meccanismo produce l'ingresso clandestino; per di più, il foglio di via, non permettendo il rientro nel paese per un certo numero di anni, determina una vera e propria trappola dell'illegalità, nel senso che è molto facile che chi è entrato per la prima volta in Italia clandestinamente finisca in un circuito di irregolarità sanzionato penalmente: la prima volta, infatti, si finisce in un CPT per 60 giorni; al secondo rientro illegale si finisce prima in galera e poi di nuovo nel CPT. Si determina così un circuito dal quale è complicato uscire.
La situazione è dunque caratterizzata da una forte irregolarità; a mio avviso, la legge in vigore produce clandestinità anziché permettere una gestione dei flussi migratori.
Essendoci trovati ad operare in tale condizione, abbiamo lavorato e stiamo lavorando su alcuni fronti.
Anzitutto, stiamo tentando di far corrispondere i decreti-flussi alle esigenze reali. Nel 2006, nonostante le procedure un po' farraginose, sono state presentate 520 mila domande di assunzione di immigrati da parte di imprenditori o di famiglie. Il primo decreto-flussi adottato dal Governo precedente aveva fissato in 170 mila le quote di extracomunitari assumibili; ci trovavamo con un'eccedenza di 350 mila domande di assunzione e molti dei lavoratori richiesti erano già in Italia,


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come si è potuto evincere dalle file alle poste costituite in gran parte da immigrati e non da datori di lavoro.
Lo schema del decreto-flussi-bis, uno dei primi atti del Governo (la procedura è stata avviata dal Ministero il 5 giugno ma, essendo un po' lunga, sta giungendo in questi giorni a conclusione), sarà sottoposto al parere delle competenti Commissioni parlamentari oggi pomeriggio; quindi, nel giro di pochi giorni si perfezionerà l'iter. I tempi per il rilascio dei nullaosta saranno tra i 3 e i 6 mesi, poiché le pratiche relative sono piuttosto lunghe.
Chiedo venia se vi tedio con questi particolari, però è bene che una Commissione parlamentare sia messa nelle condizioni di conoscere con precisione quanto si sta operando. La procedura è la seguente: le domande vengono presentate tramite gli uffici postali; le Poste italiane, in base ad una convenzione con il Governo, hanno centralizzato la lettura ottica dei moduli a Roma; la lettura ottica è stata poi inviata in formato informatico e cartaceo presso tutte le sedi periferiche ma non sempre è perfetta: non è detto che gli uffici provinciali del lavoro e gli sportelli unici siano in grado di leggere esattamente cosa era scritto nella domanda. Successivamente, gli uffici degli sportelli unici devono verificare con i datori di lavoro che hanno fatto domanda se effettivamente questi vogliano assumere l'immigrato - il disbrigo di ogni pratica richiede quindi un contatto con il datore di lavoro -; infine, si devono condurre le opportune verifiche sull'immigrato. Tutto ciò determina tempi piuttosto lunghi a fronte di una quantità di personale disponibile presso le prefetture e gli sportelli unici piuttosto scarsa.
Per cercare di ovviare a tempi così lunghi, in collaborazione con il ministro Amato, da una parte abbiamo chiesto alla Guardia di finanza di mettere a disposizione degli sportelli unici alcuni loro uomini per svolgere lavoro d'ufficio, il che sta avvenendo in questi giorni; dall'altra, stiamo adottando un protocollo d'intesa con i patronati delle organizzazioni sindacali e imprenditoriali affinché il compimento delle procedure che non richiedono, secondo la legge, un diretto intervento della prefettura, possa essere decentrato ad altri soggetti che svolgeranno gratuitamente una parte del lavoro. Si cerca così di fare in modo che le domande presentate nel marzo 2006 per assumere un tornitore o una badante ricevano una risposta entro marzo 2007.
I tempi del ritardo saranno quelli ora indicati: una prima parte delle pratiche verrà completata entro la fine dell'anno; un'altra, l'anno prossimo. Quanto alla prima, essa comprende i lavoratori stagionali sui quali ci si è concentrati da subito, sia pure con tali lunghissime procedure, in quanto sui versanti del turismo e dell'agricoltura rischiavamo di non avere i flussi richiesti, che invece si avranno in tempo. Tuttavia, le procedure relative alle assunzioni a tempo indeterminato, che costituiscono la parte più cospicua, sono in corso con le lentezze di cui vi ho accennato.
Peraltro, va aggiunto che nel paese vi sono realtà diversificate; in alcune prefetture la realtà era un po' più avanzata di quella prevista dalla legge e, grazie a Dio, ciò ha permesso tempi più rapidi. Per esempio, nella realtà di Brescia non vi è un solo sportello unico per tutta la provincia ma, a fronte di 100 mila occupati immigrati solo nella zona di Brescia, esistono 30 sportelli unici decentrati nei comuni sicché il rapporto con gli immigranti e l'integrazione dei patronati sindacali e delle organizzazioni datoriali hanno permesso di velocizzare di molto il lavoro. Sussistono altre realtà di eccellenza di questo tipo ma, laddove ciò non è avvenuto, si assiste, per così dire, ad un ingolfamento pazzesco.
Ritengo che, a queste condizioni, non saremo in grado di adottare un decreto-flussi per il 2007. Poiché, infatti, le pratiche relative ai flussi del 2006 verranno definite nella primavera del 2007, è molto difficile pensare di poter gestire un nuovo decreto-flussi, sapendo che appena finita la «partita» del 2006 bisognerà ricominciare con gli «stagionali» del 2007: l'accavallamento sarebbe inevitabile. Anche per questo, a mio parere, bisogna modificare la legge in tempi rapidi; altrimenti


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si determinerà una situazione alquanto problematica, non solo per la discussione politico-culturale ma per la realtà stessa del paese. Evidentemente, infatti, se rispondiamo dopo un anno alla richiesta di un datore di lavoro o di una famiglia, ciò significa che il mercato del lavoro non funziona come dovrebbe; si sosteneva la necessità di togliere «lacci e lacciuoli» ma in tal caso siamo di fronte a un meccanismo clamorosamente non funzionante.
Con il Ministero dell'interno, in particolare, stiamo lavorando sulle modifiche alla normativa sull'immigrazione; per quanto riguarda le competenze di questa Commissione, rilevano soprattutto alcuni punti. Ad esempio, come fare incontrare domanda e offerta di lavoro in forme più lineari di quelle attuali; al riguardo, ritengo che si debbano utilizzare una pluralità di forme. Non le ho ancora definite esattamente, ma, grossomodo, dovrebbero essere le seguenti, a scalare nell'ordine di priorità. Anzitutto, la formazione dei lavoratori emigranti nel paese d'origine in base alla quale essi dovrebbero acquisire un diritto di prelazione in ordine all'ingresso in Italia. In tal senso, proseguendo un lavoro già avviato dal Governo precedente, stiamo cercando di utilizzare i fondi europei e stiamo concludendo una serie di accordi, l'ultimo con l'Egitto, per la costituzione di corsi di formazione in loco. Collaboreremo con Italia lavoro quale ente strumentale e con il Ministero degli affari esteri per potenziare gli elementi di formazione - attinenti sia alla conoscenza della lingua italiana sia ai primi rudimenti di formazione professionale - presenti in loco. Ciò potrà rappresentare un potente fattore nella costruzione di un quadro di cooperazione internazionale e di maggiore collaborazione in una realtà che, come sapete, è fatta sia dal dialogo multilaterale tra Europa e paesi terzi, in particolare del nord Africa e dell'Africa sub-sahariana sia da collaborazioni bilaterali. Cito il nord Africa perché se ne parla di più; tuttavia, è del tutto evidente che la maggior parte dei flussi migratori non arriva dal nord Africa né dall'Africa sub-sahariana ma dall'Europa dell'est (del resto, da quei paesi si entra in Italia non con il barcone ma con il pullman, con un transito di passaggi più consistente).
Quindi, il primo punto è la formazione, che riguarda alcuni paesi dell'Africa e dell'Europa dell'est.
Il secondo punto è la possibilità di entrare con uno sponsor, cioè attraverso una relazione con un'associazione, imprenditoriale o di altra natura. Attualmente sono allo studio le forme attraverso le quali l'organizzazione dovrà essere responsabile della relazione con l'immigrante, in modo da avere una serie di garanzie nel funzionamento di questo tipo di rapporto.
Il terzo punto è la possibilità di ingresso con un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro a condizione che il lavoratore emigrante abbia una quota di denaro che gli permetta di mantenersi durante i mesi di ricerca del lavoro. Tenete presente che, attualmente, i lavoratori che entrano in Italia possiedono una somma di denaro per pagare il trasporto alla malavita organizzata; quindi, ci troviamo dinanzi ad una migrazione non della parte più povera della popolazione ma di chi ha una qualche disponibilità di denaro. Non a caso, la percentuale di diplomati e laureati sulla quota di emigranti che entrano in Italia è significativa; non mi riferisco ovviamente alle migrazioni dovute alla guerra o alla fuga da regimi in cui si muore, che rientrano nella discussione sul diritto di asilo e non in quella sull'emigrazione di tipo economico (in tal senso, cito i casi del Corno d'Africa e della Somalia).
Dunque, i punti sui quali stiamo lavorando sono tre. Si sta cercando di costruire, su questi diversi livelli, un insieme coerente di modalità di ingressi nell'ambito di una programmazione pluriennale dei flussi. Si vuole, cioè, mantenere l'elemento della programmazione sui flussi senza però impedire il rapporto diretto tra datore di lavoro e lavoratore e, anzi, favorendo tale dinamica. Attualmente l'80 per cento degli immigrati che si trovano regolarmente in Italia sono passati attraverso la condizione della clandestinità;


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solo il 20 per cento degli immigrati fa ingresso nel nostro paese in modo legale mentre l'80 per cento entra clandestinamente. Dobbiamo dunque lavorare per rovesciare tale rapporto. Invero, non è possibile risolvere il problema - siamo di fronte a un fenomeno storico enorme - ma si può tentare di governarlo. Per fare ciò, bisogna costruire elementi di vischiosità che permettano, appunto, di governare un flusso con tali caratteristiche. Un flusso che non si governa con i muri: con essi si tengono fuori i diritti e dentro gli immigrati clandestini. Si tratta, quindi, di costruire un meccanismo di incontro tra domanda e offerta di lavoro governabile attraverso una rete di relazioni con i paesi di origine degli emigranti, gli emigranti stessi e le organizzazioni. In altri termini, lo straniero che decide di emigrare non deve avere come interfaccia un'organizzazione criminale ma, potenzialmente e possibilmente, lo Stato italiano oppure organizzazioni imprenditoriali o sociali italiane. Cito le organizzazioni sociali perché, ad esempio, sul versante delle badanti, la Caritas ha già fatto un lavoro egregio in alcuni paesi favorendo le relazioni tra le famiglie richiedenti e i lavoratori emigranti.
Un altro filone riguarda gli stranieri già in Italia i quali siano fatti oggetto di sfruttamenti difficili da definire, così come abbiamo potuto apprendere dalle inchieste giornalistiche pubblicate da L'Espresso.
Come sapete, l'articolo 18 del decreto legislativo n. 286 del 1998 già interviene in ordine allo sfruttamento della prostituzione. Ritengo che in parte tale norma si possa già applicare alle altre situazioni di sfruttamento nelle quali, nei fatti, si realizzi una condizione di schiavitù, anche se finora non è mai stata applicata al di fuori dell'ambito della prostituzione. È, invero, necessario estendere la portata di questa norma; in tal senso, stiamo lavorando con il ministro del lavoro, Damiano, e con il ministro dell'interno, Amato, al fine di predisporre una normativa che, laddove un'indagine dell'ispettorato del lavoro o di altri organi dello Stato verifichi l'esistenza di una situazione di irregolarità, preveda la possibilità di concedere all'immigrato il permesso di soggiorno per la ricerca o la prosecuzione del lavoro. I controlli, quindi, effettuati al fine di garantire, a partire dagli appalti pubblici, che non vi sia lavoro nero non dovrebbero più vedere l'immigrato «pagare» per tutti; al contrario, essi dovrebbero dare all'immigrato l'opportunità di regolarizzare il suo rapporto di lavoro.
Nella proposta che stiamo discutendo e che avanzeremo, ciò dovrebbe essere possibile anche per l'immigrante che denunci la propria condizione di lavoro nero previa verifica condotta dalle autorità - ispettorato del lavoro o autorità giudiziaria, se vi è contenzioso - al fine di chiarire se effettivamente si tratti di una condizione di lavoro nero che possa dar luogo alla concessione di questo permesso di soggiorno.
Il tutto dovrà essere accompagnato da un abbattimento secchissimo - stiamo discutendone la misura, io sono per un abbattimento pressoché totale - delle sanzioni applicabili al datore di lavoro. La logica che si segue è quella di non perdere di vista l'obiettivo dell'operazione intrapresa; ritengo che in questo caso l'obiettivo sia l'emersione del lavoro nero e la non riproduzione di tale condizione di clandestinità per centinaia di migliaia di persone in Italia. L'obiettivo è eliminare in forma strutturale le situazioni funzionali al mantenimento di una quota di lavoro nero nel paese. L'immigrazione clandestina serve ad alimentare il circuito del lavoro nero, non ad altro. Combattere il lavoro nero deve permettere di svolgere un'operazione secca, e credo che essa vada fatta evitando di colpire nel mucchio quanti utilizzano il lavoro nero, da alcune centinaia di migliaia di famiglie che hanno alle loro dipendenze le badanti fino alle imprese criminali che sfruttano gli immigrati in forma schiavistica.
Bisogna evitare, a mio avviso, di fare, per così dire, di tutta l'erba un fascio; dobbiamo invece puntare a raggiungere l'obiettivo di smantellare, con una emersione generalizzata, questo tessuto del lavoro


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nero che, in alcuni casi con superfici di contatto con l'economia criminale, alimenta l'immigrazione clandestina.
Tali sono i due versanti principali su cui stiamo lavorando; spero che nelle prossime settimane saremo in grado di definire la nostra proposta, in modo che cominci in merito la discussione parlamentare.
Mi sto dilungando molto e ve ne chiedo scusa; sugli altri temi sarò molto più breve ma su questo mi sembrava opportuno dare un'informazione più precisa.
Per quanto riguarda il fondo sociale, si tratta della più gran parte dei trasferimenti alle regioni operati da questo Ministero; esso, come sapete, si era attestato storicamente attorno a un ammontare di un miliardo di euro. Nel 1995 la consistenza del fondo era stata dimezzata ed era pertanto stata portata a 500 milioni di euro, cifra confermata anche per il 2006. Nella cosiddetta «manovrina» di aggiustamento di luglio siamo riusciti ad ottenere altri 300 milioni di euro, portando così la quota ad 800 milioni. Il mio obiettivo è di riportare il fondo sociale a un miliardo, ammontare non sufficiente - molto al di sotto della media dei paesi europei - ma che permetterebbe di garantire il livello della rete dei servizi che si è definita sul territorio ed eviterebbe di «scaricare» sulle cooperative pagamenti a otto mesi, come succede normalmente in quanto le amministrazioni locali non hanno le risorse.
Inoltre, stiamo approntando un servizio informatico che permetta una valutazione e un monitoraggio dei servizi effettivamente offerti dalle amministrazioni locali. In altri termini, in ossequio alle normative vigenti, noi trasferiamo il denaro dallo Stato centrale alle regioni senza vincolo di spesa; ciò si è tradotto, però, in una sostanziale assenza di programmazione reale dal punto di vista centrale, per cui abbiamo differenze enormi sul livello dei servizi a seconda dei territori. Senza alcuna invadenza nelle competenze delle regioni, ritengo necessario che al trasferimento delle risorse si accompagni un'azione di monitoraggio, visibilità e accessibilità del livello dei servizi. Ciò, al fine di poter operare per la costruzione di livelli tendenzialmente omogenei su tutto il territorio nazionale.
Anche a tal fine, stiamo costituendo una commissione - oggi partiranno le lettere - sulla questione della costruzione dei «livelli essenziali di assistenza»; il primo punto che abbiamo scelto di mettere al centro riguarda le non autosufficienze. Come è noto, attualmente la normativa sul piano socio-assistenziale prevede la possibilità per gli enti locali di effettuare moltissimi interventi ma non fissa alcun diritto esigibile per le persone. Di conseguenza, i servizi sono attivabili a seconda delle disponibilità economiche delle amministrazioni; ciò fa sì che in alcune zone vi siano servizi di livello molto elevato mentre in altre non vi sia neppure la presa in carico del soggetto svantaggiato da parte dell'amministrazione. Per tale motivo credo che sul piano sociale, così come sul piano sanitario, sia necessario realizzare i livelli essenziali di assistenza. Si tratta cioè di trasformare in diritti esigibili quelle che oggi sono solo possibilità.
Non mi sfugge il costo di questa operazione, che ha una dimensione piuttosto rilevante, e non sfugge neppure al Ministero dell'economia e delle finanze che, infatti, storicamente, si è opposto alla definizione dei livelli essenziali di assistenza. È in corso una discussione, che a volte assume toni di vivacità; stiamo comunque provando a definire un primo nodo di livelli essenziali di assistenza con riferimento alle non autosufficienze. Oggi ricorre peraltro la giornata dell'Alzheimer, per cui il discorso cade a proposito.
In Italia vi è una quota di persone non autosufficienti piuttosto consistente, nell'ordine di un paio di milioni di persone coinvolte, soprattutto anziani, ma non solo. In molte parti del paese ciò ricade pressoché unicamente sulle spalle delle famiglie, con situazioni a volte disastrose. Stiamo lavorando su tale versante e spero che riusciremo a inserire nella legge finanziaria questi primi interventi di definizione,


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per ora con riferimento alla non autosufficienza, dei livelli essenziali di assistenza.
Inoltre - per quanto mi riguarda, è l'impegno di legislatura -, intendiamo realizzare una progressiva estensione della definizione dei livelli essenziali di assistenza a partire dall'obbligo della presa in carico dei soggetti svantaggiati. Non è possibile, infatti, che in Italia un disabile o un anziano possano abitare in un comune in cui manca un'istituzione preposta ad interfacciarsi e a dialogare con il soggetto svantaggiato. Bisogna che ogni comune in Italia abbia un'interfaccia su questa vicenda: è competenza comunale e vanno perciò predisposti tali uffici. A tal fine servono risorse, ma anche volontà politica.
Esamino rapidamente gli ultimi punti che mi sembrano importanti per questa Commissione.
Per quanto concerne la questione della casa, abbiamo ormai un'emergenza in quanto la continua «svendita» del patrimonio pubblico ha determinato una condizione un po' particolare per cui, mentre la media europea di alloggi pubblici si attesta attorno al 16 per cento, quella italiana è attorno al 4 per cento. Questi dati hanno un riverbero anche sul costo degli affitti; infatti, non funzionando il servizio pubblico come calmieratore, siamo in una condizione in cui il costo degli affitti è dettato unicamente dall'allargamento della bolla speculativa fondiaria. I prezzi delle case sono cresciuti esponenzialmente dal punto di vista della rendita; infatti, fra gli economisti, è in corso un grande dibattito a livello mondiale su quando esploderà la bolla speculativa. Il costo della casa ormai non ha più alcun rapporto con il costo della sua realizzazione: la crescita dei prezzi è enorme. Non sto qui a disquisire se ciò sia un bene o un male ma il problema è che oggi, mancando un intervento pubblico che freni il mercato, il valore degli affitti in Italia segue semplicemente il crescere della valorizzazione immobiliare.
Questo fa sì che non vi sia praticamente più rapporto fra le disponibilità finanziarie delle famiglie che vivono del loro lavoro e il costo dell'affitto; vi è una forbice perché le scale di grandezza sono diverse: è evidente che, se mediamente gli affitti ammontano a 7-800 euro ed i redditi delle famiglie a 1.200 euro, la condizione è tale per cui manca proprio l'incontro fra domanda e offerta. Storicamente, dopo la scomparsa dell'equo canone, il numero degli sfratti per fine locazione era stato prevalente mentre oggi il numero maggiore di sfratti è per morosità: la gente non ce la fa a pagare l'affitto. Inoltre, si sta delineando in modo piuttosto consistente un fenomeno per cui famiglie che hanno acceso un mutuo per l'acquisto della casa non riescono più a pagarlo sicché le banche rimettono sul mercato le stesse abitazioni perdute dai proprietari inadempienti.
Tali vicende relative alla casa rappresentano un fenomeno che coinvolge gli strati poveri della popolazione, che in Italia sono una quota più consistente che in altri paesi europei. Come elemento interessante, aggiungo che l'unica fascia di popolazione in cui il dato della povertà in Italia non è superiore alla media europea è quella degli ultrasessantacinquenni: il tanto deprecato sistema pensionistico serve dunque a qualcosa. Con riferimento alle famiglie con figli, invece, il grado di povertà è molto consistente.
In concerto con i ministeri interessati, stiamo predisponendo una doppia iniziativa: un decreto - che spero venerdì sia approvato dal Consiglio dei ministri - sul blocco degli sfratti per ultrasessantacinquenni e famiglie con disabili o minori a carico a reddito basso. Si tratta di una misura che il Governo precedente aveva già assunto in forme più ridotte; la novità di quest'anno è che tale decreto favorisce la predisposizione di piani comunali per gli alloggi in modo da verificare le necessità abitative sul territorio comunale per realizzare un piano di intervento coordinato con comuni e regioni.
Parallelamente stiamo lavorando per valutare come si possa determinare questo piano di intervento, che deve avere al centro non solo il rifinanziamento del


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fondo per il sostegno agli affitti ma anche l'immissione diretta sul mercato di alloggi pubblici. Il problema difatti non è solo dare un sostegno alle famiglie che pagano affitti altissimi ma anche intervenire sulla formazione della rendita: altrimenti, si finisce per finanziare la rendita a mezzo dell'affittuario.
A tale riguardo, vi è la possibilità di trasferire ai comuni una serie di risorse immobiliari pubbliche attualmente inutilizzate. Penso a larga parte del patrimonio dell'esercito o di altre istituzioni centrali, che, oggi non è utilizzato e che se ceduto alle amministrazioni locali permetterebbe di realizzare dei piani di valorizzazione territoriale. Si tratta non necessariamente di trasformare quegli edifici in abitazioni ma di consentire ai comuni di avere un margine di mobilità per poter fare delle politiche sulla casa.
Un'ipotesi attualmente in discussione, che per quanto mi riguarda potrebbe essere molto utile e tra l'altro è presente nel programma dell'Unione, è di prevedere l'utilizzo del TFR non solo nelle forme che oggi la legge prevede, ma anche mediante conferimento diretto all'INPS, il che avrebbe alcuni vantaggi. Anzitutto, il lavoratore potrebbe scegliere di fare un secondo pilastro previdenziale con l'INPS invece che con un'assicurazione privata o con un fondo; in secondo luogo, l'INPS avrebbe una quantità di risorse in aumento per almeno vent'anni, se calcoliamo in 40 anni la vita media lavorativa delle persone. Si avrebbe un fondo in aumento per circa vent'anni, che poi inizierebbe ad andare in pari. Vi sarebbe, dunque, una quantità di risorse aggiuntive in entrata, utilizzabili per un numero di anni assai significativo e che potrebbe essere usata per abbattere il debito pubblico. Se, infatti, il meccanismo non è a capitalizzazione ma a ripartizione, esso, per i sistemi europei di conteggio, funzionerebbe come abbattimento del debito (e del deficit per l'anno in corso). Inoltre, vi sarebbe la possibilità di avere una quantità di risorse significativa da destinare, ad esempio, a programmi relativi all'edilizia pubblica.
Si tratta di una previsione del programma dell'Unione; stiamo discutendo su tale argomento, perché vi sono vari punti di vista. Questa è la posizione che ho sostenuto come ministro e che mi pare possa risolvere contemporaneamente alcuni problemi, ovviamente sempre rispettando il principio della libera decisione del lavoratore sulla destinazione del TFR.
Concludo soffermandomi sulla questione fiscale. Ebbene, avete sentito gli annunci sul superamento del secondo modulo della riforma Tremonti. Lo schema su cui si sta lavorando è il seguente: eliminare il secondo modulo della riforma Tremonti intervenendo quindi soprattutto sulla tassazione dei redditi medio-alti e «spalmare» - se mi si permettete l'utilizzo di questo termine - le risorse così ottenute (piuttosto significative, circa 5-6 miliardi di euro) per rimodulare le aliquote sui redditi a partire dai 40-50 mila euro in giù. Si determinerebbe così una riduzione del carico fiscale sui redditi medi e bassi, con una previsione di fiscalità negativa, se vi si riesce, per i redditi al di sotto dei 7 mila euro. La quota di detrazioni non utilizzate per i redditi troppo bassi verrebbe restituita, in modo da iniziare una qualche forma generalizzata di sostegno al reddito anche di tipo monetario. Stiamo parlando di cifre molto basse, non di un reddito di cittadinanza; comunque, si prevederebbe un abbattimento significativo del prelievo fiscale per i redditi bassi, con una particolare attenzione alle famiglie numerose. Al di là di ogni ideologia - conoscete la parte politica di cui faccio parte -, è del tutto evidente che in questo paese per le famiglie numerose vi è una vera e propria trappola della povertà. La povertà infatti grava maggiormente sulle famiglie numerose; il numero dei componenti il nucleo familiare determina condizioni di povertà più che la differenza di sesso o altri elementi. Quindi, penso che sia corretto rispondere a questo problema nel varare un pezzo di riforma fiscale. Un tempo si sarebbe parlato di restituzione del fiscal drag e di assegni


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familiari; stavolta non avverrà con le stesse formule, ma sostanzialmente il meccanismo è il medesimo.
Vi chiedo scusa per la lunghezza dell'esposizione ma spero di aver dato un quadro chiaro della problematica, perlomeno sui punti di diretta competenza di questa Commissione.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro per la relazione testé svolta e do senz'altro la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

GIUSTINA MISTRELLO DESTRO. Desidero anzitutto salutare il ministro. Ho seguito l'illustrazione con molta attenzione e, su alcuni punti, con particolare interesse, anche considerato che lei, ministro, si è soffermato soprattutto sul tema dell'immigrazione. Provengo infatti da un'esperienza amministrativa che, su tale tema, è importante, in una città che lei ha recentemente visitato e che è stata al centro delle cronache non solo nazionali, ma - ahimè - anche internazionali.
Peraltro, lei ha usato un'espressione che ritengo molto interessante dichiarando che non si governa con i muri; forse, lei intendeva tale espressione in senso ampio, ma io vorrei soffermarmi proprio su questo concetto. Vivo in una regione in cui l'immigrazione, soprattutto a partire dagli anni '90, ha avuto un grosso incremento per la grande richiesta di manodopera da parte delle imprese, soprattutto in certi settori. Devo dire che c'è stata un'importante integrazione degli immigrati nel sistema sociale ed economico del territorio; ciò perché - e lo sottolineo - vi è sempre stata una grande, costruttiva e importante relazione e collaborazione tra le varie categorie, cioè tra amministratori, rappresentanti del mondo dell'impresa, sindacati e mondo del volontariato, che da noi ha un peso specifico e dà un contributo importante.
Mi piacerebbe, però, signor ministro - ma in altra sede, senza togliere spazio ai colleghi - se su questo argomento lei potesse dedicarmi un quarto d'ora del suo tempo, quando lo riterrà. Nella città di Padova, infatti, ho fatto un lavoro molto importante; non in maniera singolare o individuale, ma con il coordinamento del Ministero, della prefettura, della questura, della Caritas, della Croce rossa italiana e degli imprenditori. Avevamo costruito un percorso, documentato, sulla bonifica di quell'area, avviato non solo con il dialogo con queste importanti componenti ma anche con rilevanti risorse.
Si è voluto, però, bloccare questo percorso - e purtroppo ciò succede spesso in questo paese; ecco perché torniamo indietro invece di fare passi avanti - per ragioni ideologiche. Francamente, in questo campo credo di essere un esempio trasversale di dialogo. Avevamo raggiunto risultati davvero importanti avviando una concreta bonifica.
Signor ministro, non serve chiudere e fare gli sgomberi per poi tornare ad appesantire fortemente le stesse aree. Oggi la città è afflitta da situazioni che si stanno aggravando. Ma vorrei fermarmi qui.
Ho apprezzato che lei abbia affermato che non si governa con i muri; si governa, invece, coinvolgendo tutte le parti sociali della città: nessuno, infatti, può pensare di avere, da solo, la carta vincente. Le chiedo quindi formalmente un incontro - poi, mi comunicherà la sua disponibilità - perché è bene che lei conosca la situazione che era stata avviata concretamente e che ha dato dei risultati.
Vorrei porle un'altra questione, che ritengo molto importante. Condivido con lei che oggi talune fasce sociali, e soprattutto le famiglie numerose, hanno problemi seri. Le chiedo, ministro, come utilizzerà il fondo sociale, cui si attinge per trasferimenti alle regioni e del quale lei giustamente vuole mantenere alto il valore. Con progetti o per fasce specifici? Ritengo ciò molto importante. Prima di assegnare alle regioni risorse significative, soprattutto in questi momenti in cui le risorse sono preziose, bisogna avere dei progetti concreti.
Con riguardo al tema della casa, ritengo che si debba continuare con le dismissioni avviate in passato, però con progetti mirati ad aumentare il patrimonio


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dedicato alla casa, che in alcune zone è molto carente. Credo che il tema della casa sia molto importante proprio per il divario da lei ricordato tra il reddito delle famiglie ed i prezzi di mercato; ritengo ci debbano essere regole precise per gli alloggi pubblici: devono essere rispettate le graduatorie e devono essere privilegiati i lavoratori e le famiglie. Spesso, invece, in alcune emergenze, la famiglia italiana, che è in graduatoria ed è numerosa, viene accantonata per fare spazio all'immigrato, che magari non è in graduatoria e non ha ancora un lavoro ma che si preferisce non lasciare sulla strada per non creare situazioni di disagio.

AMALIA SCHIRRU. Anch'io condivido i punti essenziali delle comunicazioni programmatiche.
Per quanto riguarda il primo punto, avrei solo alcuni suggerimenti. Con riferimento all'impegno per la costituzione di organismi come consulte e associazioni attive a livello ministeriale - a cui, a mio parere, si fa bene a dare fiducia -, penso che occorra assegnare loro compiti e funzioni precise, che soprattutto portino a dei risultati. Vorrei cioè che si evitasse di costituire, come spesso accade, commissioni che lavorano per anni ma senza recare un contributo alle istituzioni, in questo caso al Ministero, in ordine alla produzione dei progetti e delle attività necessarie per migliorare l'intervento dello Stato in questo delicatissimo settore.
Per quanto attiene all'impegno per la ricostruzione di politiche sociali che valorizzino i soggetti sociali, condivido l'affermazione del ministro: spesso in questi anni essi sono stati lasciati soli e si sono sostituiti allo Stato. Lo verifichiamo nei comuni, dove la maggior parte dei servizi è nata grazie all'intervento della cooperazione sociale, che talvolta ha assicurato prestazioni di alta qualità con scarsa disponibilità di risorse. Basti pensare che ancora oggi, per servizi essenziali - come ad esempio l'assistenza domiciliare agli anziani -, alle cooperative che partecipano agli appalti si chiedono modelli vecchi, che poi portano i lavoratori a svolgere il servizio quasi sotto forma di volontariato, anziché di lavoro.
Credo che oggi sia necessario partire dai principi e dagli obiettivi fissati dalla legge n. 328 del 2000, che nelle regioni non è stata ancora del tutto applicata. Si tratta di una normativa fondamentale, che può contribuire a determinare uniformità in tutte le regioni nella riorganizzazione, ma soprattutto nella stabilizzazione, degli interventi sociali nei confronti delle persone in difficoltà.
In poche parole, come diceva il ministro, l'obiettivo è valorizzare i soggetti sociali che intervengono nel campo dei servizi; oggi, però, serve dare continuità alla rete di servizi e dire «basta» alla logica dei progetti-obiettivo.
Vorrei portare l'esperienza della mia realtà regionale, dove si sta facendo molto nell'applicazione della legge n. 328 con l'organizzazione e la programmazione territoriale dei servizi sociali. Tuttavia, vi è ancora una realtà in cui servizi essenziali, come nidi, centri sociali, assistenza agli anziani, interventi di prevenzione delle tossicodipendenze, delle alcool-dipendenze eccetera, vengono portati avanti con progetti-obiettivo che durano ormai da un decennio. Una volta verificato che si tratta di un'attività essenziale per intervenire nei confronti del disagio, occorre fare delle scelte, individuare delle priorità e, però, assegnare e quindi ricevere le risorse affinché quei servizi vengano mantenuti sul territorio.
Vorrei richiamare un altro elemento, previsto sia dalla legge n. 328 sia dal decreto legislativo n. 229 del 1999 sugli interventi sanitari. Si deve lavorare ancora molto per quanto riguarda l'integrazione dei servizi socio-sanitari. In molte realtà - penso alla mia esperienza - vi è ancora una difficoltà di comunicazione tra gli interventi di carattere sanitario e quelli di carattere sociale di competenza dei comuni, difficoltà che impediscono di portare avanti progetti personalizzati per le persone in difficoltà.
L'altro aspetto richiamato dal ministro Ferrero che condivido, riguarda lo strumento


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dei servizi essenziali, necessario per adottare un atto di indirizzo per tutte le amministrazioni comunali.
Penso che si faccia bene, inoltre, a individuare una priorità negli anziani e nella non autosufficienza: in questa realtà sociale non solo emergono difficoltà ed esigenze ma mi sembra che gli strumenti ed i servizi messi in atto per rispondere a tali problematiche non siano più attinenti alle esigenze di questa fascia sociale e, soprattutto, alla nuova cultura che si sta manifestando in questo ambito. Oggi, mantenere un anziano in istituto costa tanto: né le famiglie né i comuni riescono a sostenere la spesa e spesso l'assistenza non è quella desiderata dalla persona. Occorre dunque individuare altre formule, come quella, ad esempio, di favorire il mantenimento delle persone anziane all'interno della famiglia utilizzando strumenti già sperimentati anche in Italia: penso alla legge n. 162 del 1998 sul sostegno alle famiglie con persone non autosufficienti.
Queste sono le tematiche che intendevo richiamare.
Non ho ben capito il ruolo dell'ente che viene costituito tramite l'accordo tra fondazioni e terzo settore per quanto riguarda gli interventi nel Mezzogiorno.
Inoltre, formulerei una raccomandazione anche per quanto riguarda l'immigrazione, questione per la quale ho notato che ci si è impegnati a tutto tondo; al riguardo, signor ministro, bisogna accelerare e snellire l'iter burocratico. Penso soprattutto al settore delle badanti, che rappresenta l'elemento più critico dell'intera situazione. Con gli strumenti che apprestiamo, dobbiamo evitare che, venendo a mancare la regolarizzazione in tempi brevi e certi, le famiglie restino in uno stato di abbandono.

TITTI DI SALVO. Signor presidente, cercherò di essere breve. Innanzitutto voglio rivolgere un ringraziamento non rituale al ministro Ferrero. Mi è parso un segno apprezzabile quello di non delineare semplicemente la direzione di marcia delle scelte del suo dicastero, ma di entrare nel dettaglio. Apprezzo sia i contenuti delle sue considerazioni sia questa sua scelta.
Al ministro Ferrero è toccato un compito non semplice. L'immigrazione e le relative politiche costituiscono uno dei temi più sensibili delle società moderne. Si tratta di un tema - aggiungo - che oggi non vedo risolto in nessuno dei paesi europei. Se penso al modello inglese, mi pare di poter dire che esso non funziona; basti pensare alle «tragedie» determinate da questo modello di vite parallele che non si incontrano mai, vite rappresentate dai nati fuori dall'Inghilterra e dai nati in quel paese. Parimenti, se penso al modello francese, in cui si chiede ai non nativi, ai migranti, di accogliere totalmente una cultura diversa dalla loro; anche in questo caso, mi sento di poter dire che il modello francese non funziona.
Lo dicevo non semplicemente per fare citazioni generali e generiche, ma per sostenere che si tratta di un terreno di grande difficoltà. Il punto è individuare la formula vincente per rispondere a un tema che peraltro può anche offrire un'opportunità «strutturale» per le società moderne.
Quando il ministro Ferrero sostiene che non si possono alzare muri - affermazione che mi ha particolarmente colpita - ha perfettamente ragione: non vi sarebbero muri sufficienti a contenere un tema che è strutturale; non si tratta, infatti, di contenere un elemento solo contingente.
Avrei un'altra osservazione. Siccome tale è la realtà dei fatti, le politiche appropriate vanno concertate tra più ministeri. Ne cito una, quella che in genere è meno menzionata. Il tema, il fenomeno è strutturale ma, se fossero diminuiti gli squilibri nella distribuzione della ricchezza tra i paesi del mondo, se ne trarrebbe giovamento. Se, ad esempio, la politica agricola dell'Unione europea avesse qualche cambiamento significativo rispetto alla possibilità di ingresso sui mercati dei prodotti agricoli dei paesi africani, ma non solo, si avrebbe un certo effetto. Rispetto al flusso delle persone


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non native in Europa, contano moltissimo le politiche di cooperazione, estera e agricole.
Da questo punto di vista, la scelta di ricollocazione strategica nel Mediterraneo dell'Italia è un elemento significativo. Ma al riguardo non vado oltre; ho voluto solo indicare come tali politiche - il processo di Barcellona e quant'altro - non siano senza effetti sulla questione dell'immigrazione.
Analogamente, l'ipotesi di più interventi di più ministeri è condivisibile, come, ad esempio, le scelte convenute con il ministro del lavoro. Non c'è dubbio che affrontare il tema vuol dire cambiare la legge Bossi-Fini, ma anche incidere fortemente sul lavoro nero e sommerso. Su questo il ministro Ferrero ha detto molto, e sono d'accordo con lui.
È importante anche lavorare con il Ministero della pubblica istruzione: la scuola è un elemento che incide e attiene al cambiamento delle culture, alla costruzione di un modo di «stare insieme» - che non è quello del modello francese o inglese - di una società multiculturale e multietnica.
In Italia le persone non native non sono discriminate tutte allo stesso modo. Penso che le donne subiscano il doppio o il triplo delle discriminazioni. La collega Schirru faceva riferimento alle badanti, su cui si «scatena» una doppia discriminazione: per il lavoro che svolgono, un lavoro di cura che non gode di particolare sostegno e attenzione nella nostra cultura, e per il fatto di essere immigranti e, molto spesso, clandestine.
Lo stesso avviene in tema di povertà: le donne risultano essere le più povere perché sono le più precarie e hanno le pensioni più basse per particolari storie contributive.
Ritengo che, negli interventi congiunti dei vari ministeri e nell'azione politica del Governo, vada tenuto conto di questa realtà e che occorra pensare a misure e a politiche che tengano presente l'esistenza di un genere più discriminato e più povero anche tra le persone immigrate. A mio avviso, questo dev'essere un tratto, un profilo dell'azione del Governo Prodi nelle politiche sia del lavoro sia dell'immigrazione.
Tralascio di soffermarmi sulle altre tematiche, avendo già detto che ho apprezzato le affermazioni del ministro Ferrero.

ANTONINO LO PRESTI. Vorrei ringraziare il ministro Ferrero per essere intervenuto in Commissione questa mattina e per averci dato un quadro sufficientemente chiaro del percorso che questo Governo intende seguire nel campo delle politiche sociali.
Siamo tutti solidali e sensibili nei confronti dei problemi del «sociale», soprattutto dei più deboli, degli emarginati, dei diversamente abili, insomma di tutti coloro i quali soffrono e hanno problemi di vario tipo in questo paese. Però, affrontando tematiche di così vasta portata senza chiarire quali sono in concreto le risorse in virtù delle quali tali problemi si possono affrontare e risolvere - aspetto che non mi pare sia emerso dall'audizione del ministro Ferrero -, si rischia di cadere nella demagogia. Lo affermo senza voler usare toni offensivi, ma conformi e confacenti al tipo di discussione che stiamo facendo.
A mio avviso, dunque, nella sua relazione, signor ministro, al di là degli intendimenti che tutti possiamo condividere, anche se per alcuni aspetti vi possono essere delle critiche di sistema, lei non ha indicato quali sono gli strumenti in virtù e grazie ai quali si possono dare le risposte che lei ha proposto. Si tratta dunque di un problema di risorse con cui dovremmo misurarci.
Entrando nel merito del suo intervento e di alcuni aspetti che lei ha toccato - non mi soffermerò su tutti perché non ve n'è il tempo -, ho ritenuto di cogliere ed estrapolare dalla sua relazione alcune indicazioni sulle quali svilupperò brevemente taluni commenti.
Per quanto concerne la legge sull'immigrazione, mi soffermo sulle modifiche e sulla riorganizzazione, proposte dal punto di vista del Governo, di un sistema che, a nostro avviso, fino ad oggi ha funzionato.


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Sul problema dei flussi, non condivido - e credo che su questo punto possiamo essere d'accordo anche con i colleghi dell'opposizione - la proposta di legare l'ingresso degli immigrati nel nostro paese alla mediazione di sponsor. Si tratterebbe di sponsor costituiti da associazioni che dovrebbero gestire questa nuova figura di intermediazione nella collocazione della manodopera; la proposta non mi trova in accordo per una semplice ragione: con questo sistema, rischiamo di aprire le porte all'infiltrazione della criminalità. Nessuna associazione, nessun tipo di società o di consorzio umano può essere immune dal pericolo di infiltrazioni da parte della criminalità e, comunque, rischiamo di affidare a queste associazioni compiti che poi, nelle finalità, potrebbero essere distorti e disattesi. Rischiamo, cioè, di creare una forma di sub-potere finanziato dallo Stato che dilapiderebbe risorse altrimenti disponibili e indirizzabili verso altri settori. In particolare, una forma di associazionismo di questo tipo potrebbe creare addirittura forme di distorsione del mercato per quanto riguarda la collocazione di questi immigrati.
Se di sponsor vogliamo parlare, sarebbe più opportuno creare un collegamento diretto con coloro i quali vogliono avvantaggiarsi di questa manodopera e attribuire agli uffici esistenti, che sono formati da persone altamente qualificate, il compito di fungere da filtro.
Se un cittadino italiano ha interesse ad avere un collaboratore domestico, un dipendente, una badante o una qualsiasi forma di collaborazione da parte di un cittadino extracomunitario, è bene che lo richieda e che la sua richiesta si formalizzi e che venga filtrata, istruita, valutata e gestita dai competenti uffici. Non vedo ragione di creare nuove forme di associazioni che andrebbero ad arricchire il già vasto panorama associazionistico del nostro paese e a moltiplicare i soggetti che attingono risorse importanti.
Questa è la prima obiezione che muovo, non dimenticando quella principale, rappresentata dal rischio, attraverso questa formula, di aprire nuovamente le porte alle infiltrazioni della criminalità.
Se oggi nel nostro paese vi è un critico ed impressionante incremento di flussi migratori di clandestini, registrato proprio in queste ultime settimane, purtroppo lo si deve non alla politica del precedente Governo, che anzi è riuscita a contenere e ad arginare in modo virtuoso questo problema, ma, ahimè, all'effetto dei vostri annunci di sanatorie che hanno illuso dei poveri disgraziati e hanno fatto immaginare loro che arrivare adesso in Italia avrebbe potuto rappresentare una garanzia di ottenere la regolarizzazione da voi promessa.
Anche sotto questo profilo, sarebbe opportuno che qualcuno facesse un'autocritica per rendere giustizia, ahimè, alle decine e decine di morti di queste settimane provocate da falsi viaggi della speranza. Questa è la prima critica che mi permetto di fare alla relazione del ministro.
Passo quindi velocemente a un'altra questione, quella della casa, che lei ha affrontato in modo molto approfondito. Siamo tutti d'accordo che ci sono problemi significativi nell'ambito dell'edilizia e degli sfratti; però non bisogna dimenticare - e a fronte di questi dati negativi vanno citati anche dei dati estremamente positivi - che il nostro paese ha la più alta percentuale di soggetti proprietari della casa in cui abitano. Certo, ci sono ancora fasce che non hanno raggiunto questo tipo di obiettivo, questo benessere. Concordo perfettamente con lei sull'esigenza di arricchire ulteriormente la quota percentuale dei proprietari della casa di abitazione. Però, non dobbiamo dimenticare le politiche seguite dal precedente Governo in materia di dismissioni.
Vorrei al riguardo distinguere i dati sulle dismissioni del patrimonio pubblico - vale a dire, gli alloggi, le case che appartenevano ad enti sotto il controllo dello Stato - dal problema dell'edilizia economica e popolare. I dati relativi a quest'ultimo aspetto sono quelli che lei ha citato; il nostro paese, rispetto agli altri europei, ha la più bassa percentuale di


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alloggi economici e popolari. Lei, però, deve citare un altro dato importante, quello conseguente alle dismissioni effettuate nel corso della passata legislatura, quando si è data la possibilità a migliaia e migliaia di cittadini italiani di acquistare, attraverso la dismissione del patrimonio degli immobili dello Stato, la casa in cui abitavano come affittuari. Si tratta di un dato positivo e lo si è raggiunto proprio perché si è appurato e accertato che nel nostro paese vi era una percentuale enorme di beni immobili che appartenevano allo Stato o agli enti strumentali. In altri paesi, se è vero che il debito pubblico è inferiore, è pur vero, però, che la quota di proprietà pubblica del patrimonio immobiliare è infinitamente inferiore a quella dello Stato italiano.
Si è fatta, quindi, un'operazione per tentare di ridurre il debito pubblico attraverso le dismissioni, anche con l'obiettivo di favorire i cittadini che vi abitavano nell'acquisto della prima casa.
Anche in questo senso, signor ministro, bisogna analizzare il problema da tutte le angolazioni. Non sono d'accordo quindi con il quadro a tinte fosche che lei ha tratteggiato, anche se è vero che vi è un'emergenza che riguarda gli sfratti: molta gente non riesce ad arrivare alla fine del mese. Lo dicevate voi nella scorsa legislatura e continuiamo a ripeterlo noi. Anche noi avevamo preso atto che questo è un problema serio: non c'è dubbio che il valore di cambio lira/euro proposto al momento dell'introduzione dell'euro ha portato a un «impoverimento» delle fasce medio-basse del nostro paese. Lo ripeto, la gente non riesce più ad arrivare alla fine del mese e c'è una sproporzione tra reddito guadagnato e affitto della casa in cui i cittadini abitano, evenienza che ha portato ad un incremento delle procedure di sfratto per morosità.
Condivido totalmente l'esigenza di intervenire in questa direzione per raffreddare il contenzioso, ma vi invito a guardare anche ad un altro aspetto. Intervenite non soltanto a raffreddare il contenzioso tra padroni di casa, che attendono un reddito dalle case affittate, e inquilini, che non possono pagare l'affitto: sarebbe come intervenire in una guerra tra poveri. Intervenite anche sui problemi che riguardano - e lei li ha citati - le migliaia e migliaia di procedure esecutive che gli istituti bancari intentano annualmente nei confronti di coloro i quali non riescono a pagare il mutuo. Considerato che la maggior parte delle banche italiane sono sotto il vostro controllo, intervenite anche in questo settore e bloccate, raffreddate i procedimenti esecutivi immobiliari nei confronti di coloro i quali subiscono l'espropriazione del proprio immobile perché non possono pagare il mutuo.
È del tutto evidente che questa politica non colpirebbe esclusivamente i poveri, ma porrebbe le condizioni per dare risposte ad un sistema bancario molto spesso spietato nei confronti di coloro i quali non sono più in grado di pagare il mutuo e soffrono di questi problemi.
L'invito che le rivolgo è di valutare anche questa opportunità. Le ricordo che vi sono migliaia di procedure esecutive che vanno a compimento: viene emesso il decreto di espropriazione e la casa viene venduta all'asta. Il decreto, quindi, di assegnazione, di vendita o di trasferimento è titolo esecutivo per buttare fuori chiunque abiti in quell'immobile senza incorrere nei rigori della legge sugli sfratti; si tratta infatti di ipotesi non assimilabili a quelle di sfratto per morosità.
Anche a questo riguardo sarebbe utile una dichiarazione del Governo che chiarisse che considerate in modo complessivo, a trecentosessanta gradi, questo tipo di problema.
Prendo spunto dall'intervento della collega che mi ha preceduto, la quale ha fatto una corretta correlazione tra gli interventi di questo Ministero e quelli del Ministero della pubblica istruzione. Colgo l'occasione per sottolineare l'esigenza di non togliere risorse per la formazione primaria alle regioni che stanno operando bene su questo versante. Alcune regioni, infatti - si vocifera -, rischiano di vedersi sottratti i fondi destinati alla formazione primaria dal Ministero della pubblica istruzione; si tratta peraltro proprio dei casi (cito quello


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della Sicilia) che hanno prodotto risultati eccellenti nell'ambito del contenimento della dispersione scolastica. Si tratta di un problema di cui parleremo sicuramente a breve, perché pare che questa sia l'intenzione del Ministero della pubblica istruzione.
Anche in tal caso, valutiamo attentamente interventi che possano far naufragare anni di tentativi per affrontare e arginare un problema che nel sud è drammatico, quello della dispersione scolastica. Gli istituti scolastici non riescono a risolverlo senza l'intervento della regione, come è accaduto in Sicilia, che si è preoccupata di investire questi fondi in modo saggio, recuperando migliaia e migliaia di giovani dalla strada, i cui nomi, cognomi ed elenchi sono stati inviati ai ministeri competenti.

EMILIO DELBONO. Vorrei avere qualche chiarimento in più rispetto alle sue parole, signor ministro.
Desidero fare una premessa politica molto rapida: sinceramente non credo che vi sia alcun Governo in grado di risolvere alla radice il problema della clandestinità. Lo riconosco per avere un atteggiamento di serietà che spinga tutti noi ad un corretto approccio al tema e ad una disponibilità a discutere del governo del fenomeno migratorio tolti i veli di natura ecologica o i pregiudizi che talvolta esistono su questa materia.
Giustamente lei faceva riferimento ai 700 mila clandestini «sanati», che ovviamente erano entrati negli anni precedenti; noi ci siamo trovati nelle stesse condizioni. È chiaro che ognuno ha la sua motivazione, ma comunque entrambe le coalizioni non sono riuscite a risolvere il problema. Né la legge Turco-Napolitano, né, tantomeno, la Bossi-Fini hanno risolto il problema di un'immigrazione clandestina la cui dimensione non si riduce e che, anzi, crea problemi sempre più diffusi di disagio sociale e di disumanità, per gli immigrati e per chi convive con loro.
Partiamo dunque da alcune premesse insostituibili, a cui ha fatto riferimento anche lei. Non abbiamo inventato nulla di diverso dallo strumento dei flussi. Non siamo nella condizione di governare il fenomeno migratorio se non attraverso un decreto-flussi, ovvero tramite un meccanismo di previsione del numero delle entrate o della tipologia, e quindi con una valutazione, il più possibile oggettiva, di quanti immigrati il nostro paese sia in grado di accogliere in termini di incontro domanda-offerta di lavoro e - aggiungo - di quanti ingressi sia in grado di sostenere dal punto di vista della capacità di integrazione sociale e culturale. Questo è un tema sempre più sentito anche nelle città che lei ha citato a modello: io, ad esempio, vengo da Brescia. Non c'è ombra di dubbio che dobbiamo affrontare questo tema con uno spirito il più possibile scevro dalla volontà di strumentalizzazione politica.
Gli ingressi devono avvenire il più possibile in maniera regolare, ma come si entra regolarmente? Gli strumenti possono essere vari. A differenza del collega, sono d'accordo sul ritorno dello sponsor. Tale strumento rappresenta esattamente il contrario di ciò che teme l'onorevole Lo Presti. Oggi l'intermediazione è fatta dalla criminalità; domani, dovrà essere trasparente: qualcuno si assumerà la responsabilità civile e penale di fare lo sponsor. È necessario rendere il più possibile normato e pulito il percorso dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ciò che serve a far incontrare domanda e offerta di lavoro in modo trasparente e a far entrare gli immigrati in modo regolare attraverso un sistema di flussi deve essere guardato in modo positivo da chiunque lo valuti, proprio perché dobbiamo ridurre la clandestinità. Faccio notare che la riduzione della clandestinità è un problema gigantesco, che sta diventando insopportabile per le comunità locali, le collettività e le amministrazioni.
Su una questione che lei ha citato ho però grandi perplessità, se non vengono chiariti i contenuti e i profili. Mi riferisco al permesso per ricerca di lavoro. Si tratta di uno strumento delicato: se è inserito all'interno del sistema dei flussi, deve avere qualche connessione con la capacità di accoglienza e con le tipologie di lavoro.


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Quanto non mi sembra facilmente reperibile è soprattutto la dotazione finanziaria a cui lei ha fatto riferimento. Lo dico per ricordarle che in questo paese si discute da molti anni su una riforma organica, sul modello anglosassone, di sistemi di indennità di disoccupazione, di redditi di inserimento, vale a dire di sistemi che abbiano a che fare con chi, italiano e non solo immigrato, cerca lavoro. Ebbene, finché non affrontiamo in modo organico l'introduzione di un meccanismo di questa natura, non possiamo neppure predisporre un tale strumento in quanto creeremmo un sistema binario. Ma può darsi che non abbia capito bene.

PAOLO FERRERO, Ministro della solidarietà sociale. Le chiedo scusa, ma vorrei chiarire, poiché La Padania ha già «titolato» qualche settimana fa. Si tratta della dotazione dell'immigrato, non dello Stato italiano. Una persona può entrare se possiede 2 mila euro per mantenersi; non siamo noi a dargli 2 mila euro. Invece di darli alla malavita, li tiene per sé.

EMILIO DELBONO. Questo punto è molto importante.

PAOLO FERRERO, Ministro della solidarietà sociale. Assolutamente sì.

EMILIO DELBONO. Intorno a questa discussione infatti si sta sviluppando un dibattito politico molto spigoloso. È bene chiarire una volta per tutte che nessuno ha in mente di costruire una dotazione affidata dallo Stato agli immigrati, il che non è previsto neanche per gli italiani in cerca di lavoro. Mi sembra dunque necessario sgombrare il campo da questa impossibile ipotesi; mi fa piacere che mi abbia interrotto, altrimenti sarebbe aleggiata ancora a lungo.
I tempi e le modalità di questi provvedimenti sono altrettanto importanti. Da quanto capisco - ma le chiederei al riguardo di darci qualche precisazione ulteriore -, alcuni di questi strumenti dovrebbero anticipare un'eventuale revisione della cosiddetta legge Bossi-Fini. Siamo cioè di fronte ad alcune norme anticipatorie, concordate con il Ministero dell'interno e con il Ministero del lavoro; penso al tema dell'emersione del lavoro nero, nel caso di denuncia del caporale e di quant'altro.
Vorrei capire se lei, di concerto con gli altri ministri, abbia intenzione di adottare un provvedimento ad hoc oppure predisporre alcune misure anticipatorie all'interno della legge finanziaria o in altri provvedimenti che giungeranno all'esame del Parlamento.

ALBERTO BURGIO. Mi associo anch'io ai ringraziamenti al ministro e agli apprezzamenti per la sua presentazione, nonché per la puntualità anche nel dettaglio e per l'importanza di quanto riferito e delle materie trattate.
Sarò molto schematico, ma mi preme fare una premessa sul taglio culturale della posizione che mi pare di aver rilevato dalle osservazioni del ministro circa la funzione del welfare.
Il ministro Ferrero ha detto una cosa importante quando, da un lato, ha fatto un pur fugace accenno a una copertura universalistica dei servizi - la qual cosa mi sembra meritevole di una sottolineatura - e, dall'altro, ha insistito sul ruolo strutturale del servizio pubblico. Si tratta di due aspetti che non darei per scontati di questi tempi e che ritengo possano andare d'accordo con una prospettiva oggi desueta, ma che io penso sarebbe importante recuperare. Mi riferisco all'idea che il welfare non è solo una spesa, ma è anche una grande risorsa, per due motivi. Esso difatti mette in moto lavoro e, nella misura in cui rende effettivi i diritti, libera risorse anche dalla parte della cittadinanza che accede a questi diritti. Bisognerebbe quindi effettivamente considerare questa materia in modo non unilaterale. Mi sembra, dunque, di poter ringraziare il ministro, se ho ben capito ciò che è implicito nelle sue considerazioni.
D'altra parte ciò vale non solo per il dicastero retto dal ministro Ferrero, ma per tutti i ministeri di spesa a cominciare dall'istruzione e dalla sanità. La vita di


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questi dicasteri oggi non è delle più semplici, soprattutto in un contesto in cui, come sappiamo, i problemi di bilancio e di finanza pubblica sono seri.
Conclusa la parte introduttiva e di complimento, vengo ad alcune domande puntuali che riguardano sia aspetti che non ho capito sia materie sulle quali, quando tornerà per la replica, sarà interessante ascoltare qualche sua integrazione.
Quanto non ho capito a proposito dell'immigrazione - al riguardo, non entro nella questione «sponsor e criminalità», altrimenti il dibattito si svilupperebbe tra noi commissari e, sebbene interessante, non sarebbe forse neppure governabile - è se le domande presentate nel marzo 2006, previa scrematura e controllo, saranno tutte accolte o se vi sarà un tetto. Sarebbe interessante conoscere tale dato perché esso prefigurerebbe anche le linee ispiratrici di un'evoluzione della legislazione, i cui tempi ci auguriamo tutti, almeno da questa parte del tavolo, siano rapidi.
Inoltre, nel quadro delle sue considerazioni sull'edilizia pubblica, lei ha fatto riferimento al meccanismo di conferimento del TFR all'INPS, ma non ha accennato al tema della divisione tra assistenza e previdenza. Vorrei sapere, come forse altri colleghi, come il suo Ministero intenda muoversi su questa materia così delicata ma anche così decisiva rispetto ad un'altra questione, sulla quale mi sarei aspettato qualche accenno; questione, questa sì, cruciale per il lavoro di questa Commissione. Mi riferisco all'ipotesi, che non so se definire «paventata» o «sciagurata», dell'ennesimo intervento sulle pensioni.
Concludo sollevando due questioni. La prima riguarda ancora una volta la casa: il ministro pensa che sia possibile ed eventualmente auspicabile il ritorno a un regime di equo canone?
La seconda questione riguarda l'asilo. Lei vi ha fatto cenno per dire che non avrebbe trattato il tema; non crede che anche questa sia materia del suo Ministero? Come sappiamo bene, questa è un'altra delle grandi questioni irrisolte che vede il nostro paese in una situazione di grave inadempienza, anche in contraddizione con la stessa normativa costituzionale italiana.

PRESIDENTE. Possiamo considerare conclusa la prima parte dell'audizione.
Comunicheremo successivamente, concordandola con il ministro, la data del prossimo incontro in cui avranno luogo gli ulteriori interventi dei colleghi e la replica del ministro.
Nel ringraziare ancora il ministro, rinvio pertanto il seguito dell'audizione ad altra seduta.

La seduta termina alle 10,30.