Resoconto stenografico
AUDIZIONE
La seduta comincia alle 14,40.
PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, onorevole Pecoraro Scanio, sulle politiche del Ministero rivolte a promuovere lo sviluppo delle bioenergie.
Ringrazio anzitutto il Ministro per aver accolto l'invito della Commissione.
L'audizione odierna è stata richiesta in relazione all'esame che la Commissione sta svolgendo in sede referente sulle proposte di legge recanti disposizioni in materia di agroenergie, al fine della predisposizione di un intervento normativo di carattere organico sulla materia. La presente audizione è volta in particolare a individuare i possibili elementi di raccordo con le linee politiche che il Ministero dell'ambiente sta perseguendo nell'ambito delle bioenergie.
Ringrazio nuovamente il Ministro Pecoraro Scanio, al quale cedo la parola.
ALFONSO PECORARO SCANIO, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Ringrazio il presidente e i colleghi deputati.
È molto importante l'attenzione che il Parlamento sta manifestando per le fonti rinnovabili e in particolare per le agroenergie, i biocarburanti, le biomasse.
Ho partecipato ad un'audizione nell'ambito dell'indagine conoscitiva in corso presso la Commissione agricoltura del Senato e ritengo che tale lavoro, soprattutto se, come auspico, sfocerà in provvedimenti della Commissione agricoltura e della Camera dei deputati, potrà essere molto importante, perché il settore delle biomasse e dei biocombustibili sta vivendo un momento di particolare innovazione e attenzione. A maggior ragione, quindi, sono indispensabili regole e normative chiare, nonché approfondimenti e aggiornamenti costanti dal punto di vista scientifico e tecnologico.
Le biomasse e i biocombustibili assumono un ruolo centrale rispetto alla nuova politica energetica italiana ed europea, in considerazione degli obiettivi fissati sia dal nostro programma di Governo, che prevede il raggiungimento del 25 per cento di energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2011, sia dalla legge finanziaria, che ha aumentato la percentuale obbligatoria di miscelazione dei biocarburanti secondo una percentuale progressiva che va dall'1 per cento nel 2005 al 2,5 per cento nel 2008, fino al 5,75 per cento nel 2010. Il Consiglio europeo di primavera dell'8-9 marzo scorso ha individuato alcuni obiettivi: il raggiungimento del 20 per cento di riduzioni di emissioni di CO2, obbligatorio per l'Unione europea, e un impegno ad arrivare al 30 per cento entro il 2020 in sede internazionale, il 20 per cento di energie rinnovabili entro il 2020 - 20 per
cento del consumo di energia in Europa -, il 10 per cento di utilizzo di biocarburanti sempre entro il 2020. Un modesto suggerimento che vorrei dare alla Commissione è di considerare che anche la legge finanziaria precedente all' ultima varata aveva indicato scadenze e che il Consiglio europeo ha individuato il 2020 come data di riferimento per raggiungere l'obiettivo.
Ritengo, quindi, che una buona legislazione debba riuscire a recepire i target da raggiungere, in modo da rendere il nostro Paese efficace anche sul fronte della programmazione, perché spesso la nostra legislazione ha molte «norme bandiera», con poche norme transitorie che indichino come raggiungere gli obiettivi. Anche nella mia precedente esperienza di presidente della Commissione agricoltura, oltre che in quella di ministro con l'omonima competenza, ho rilevato molto spesso nella normativa la mancanza della fase transitoria di accompagnamento. Si rilevano quindi proposte importanti, che però molto spesso nel nostro Paese incontrano difficoltà nel raggiungimento di obiettivi praticabili.
Per un'analisi approfondita, dobbiamo distinguere fra biomasse, biocombustibili e biocarburanti. Per biomasse intendiamo ogni forma o sostanza organica derivante, direttamente o indirettamente, dalla fotosintesi clorofilliana, mentre per biocombustibili intendiamo i combustibili derivati direttamente dalle biomasse, quali la legna da ardere, o ottenuti a seguito di un processo di trasformazione strutturale del materiale organico: il cippato, o chips di legno, legname in scaglie ottenuto da apposite macchine per usi energetici, che permette un'alimentazione automatica delle caldaie, il pellet, combustibile derivato dagli scarti dell'industria del legno, come la segatura e le polveri, i biogas a digestione anaerobica, processo biologico attraverso il quale, in assenza di ossigeno, la sostanza organica viene trasformata in biogas o gas biologico, costituito principalmente da metano e anidride carbonica. In genere, le materie prime utilizzabili sono residui zootecnici dell'industria agroalimentare, acque e fanghi reflui.
Su questo tema, la Commissione agricoltura dovrebbe dimostrare grande attenzione, così come il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, perché la scarsa capacità di utilizzo di biogas determina una dispersione in atmosfera di metano, gas serra molto più pericoloso e surriscaldante della stessa CO2. Le quantità sono minori, ma la singola emissione di metano è molto climalterante che non la stessa CO2. Il riutilizzo come forma di biogas dovrebbe suscitare una particolare attenzione.
I biocarburanti sono invece il biodiesel - fonte di energia rinnovabile ottenuta da oli vegetali, tra cui la colza, il mais e il girasole -, il bioetanolo, prodotto per via fermentativa a partire da biomasse, canna da zucchero, grano, mais, residui di coltivazione agricolo-forestali, eccedenze agricole temporanee occasionali, residui di lavorazione dell'industria agraria, agroalimentare e in genere di tutto ciò che è zuccherino. Abbiamo, quindi, queste tre categorie standard.
Un'innovazione sui biocombustibili di nuova generazione non prevede più l'utilizzo della colza, del mais o del girasole, prodotti sostanzialmente disponibili per uso alimentare, ma utilizzabili anche per uso no food, che necessitano di molta acqua e non hanno un potere calorico principale. L'attuale lavoro della ricerca è invece imperniato su nuovi prodotti vegetali con un alto potere calorico, quindi prevalentemente destinati all'utilizzo energetico. Questo è un elemento di grande importanza.
Per quanto riguarda le biomasse legnose, i vantaggi dello sfruttamento a fini energetici delle biomasse possono assumere un ruolo strategico contribuendo allo sviluppo sostenibile del pianeta. L'impiego diffuso delle biomasse può comportare notevoli ricadute a livello economico, ambientale e occupazionale perché possono garantire valorizzazioni dei residui agroindustriali, nuove opportunità di sviluppo per zone marginali o riduzione di surplus agricoli con sostituzione di colture tradizionali.
L'Unione europea, diversamente da altri posti del mondo, per anni ha finanziato la messa a riposo, detta anche set-aside, con la politica agricola comune, di ingenti parti di terreno che potrebbero essere invece utilizzate non per produzioni agricole, ma per produzioni energetiche.
La possibilità di nuove iniziative industriali è un contributo nullo all'incremento del tasso di CO2 in atmosfera. L'autonomia energetica locale di aziende agricole o di lavorazione di legno è il vantaggio delle biomasse legnose. La criticità è costituita dal fatto che il rischio di una visione falsata del problema delle biomasse, basato su un approccio poco scientifico, può creare false aspettative di utilizzo delle biomasse per risolvere i problemi energetici del Paese. Bisogna misurare le reali potenzialità in base alle dimensioni e alle caratteristiche del territorio e delle attività agricole già esistenti.
Attualmente, si utilizzano biomasse e biocombustibili provenienti dall'estero, annullando qualunque beneficio di tipo ambientale perché il trasporto, usando combustibili fossili, e le varie difficoltà determinano un effetto nullo. Le biomasse, le agroenergie e i biocarburanti sono utili se prodotti in loco, quindi in un ambito territoriale limitato e senza un'incidenza rilevante del sistema dei trasporti, altrimenti non recano vantaggi alla filiera agroalimentare del Paese, ma soprattutto non comportano vantaggi ambientali.
È inutile ipotizzare la realizzazione di centrali di biomasse nei porti italiani per importare i truciolati o i residui dal Brasile o dai Paesi balcanici. Tagliare foreste per alimentare operazioni affaristiche e inutili per l'ambiente causa un danno ambientale.
Allo stato attuale, le biomasse legnose, attraverso una corretta manutenzione boschiva e il recupero di aree marginali, possono coniugare il governo del territorio alla produzione energetica preservando la tradizione agricola di qualità. Il nostro Paese ha infatti una grande tradizione e una grande qualità agroalimentare, e non è ipotizzabile sostituire le aree coltivate con produzioni agroalimentari di qualità con aree destinate alle produzioni bioenergetiche, che devono invece essere marginali o non utilizzate dall'agricoltura. In Italia, circa un milione di ettari è costituito da aree marginali non utilizzate in agricoltura, ma disponibili per l'eventuale uso bioenergetico.
In Italia, la disponibilità di biomasse residuali - legno, residui agricoli, industrie agroalimentari, frazione organica dei rifiuti urbani (quando si tratta di frazione organica dei rifiuti urbani derivante da raccolta differenziata svolta seriamente) dell'industria zootecnica -, e quindi anche di biogas, corrisponde a un ammontare di circa 66 milioni di tonnellate di sostanza secca l'anno, equivalente a 27 milioni di tonnellate di petrolio, cioè circa il 13 per cento della produzione di energia totale italiana. Questi dati ufficiali sono forniti dagli uffici e dimostrano un rilievo importante del settore, che rende comprensibile la decisione europea di giungere al 10 per cento dei biocombustibili entro il 2020.
Attualmente, questo potenziale è poco sfruttato: il peso delle biomasse all'interno delle fonti rinnovabili è catalogato attorno al 3,5 per cento e l'obiettivo al 2011 sarebbe realisticamente attorno al 10 per cento.
A livello nazionale, si rileva l'esigenza di creare una via italiana incentivando la creazione di filiere agroenergetiche chiuse, cioè operanti in ambiti territoriali ristretti. In Italia, perché l'utilizzo delle biomasse produca effetti positivi da un punto di vista ambientale, è assolutamente prioritario che si vada nella direzione di una distrettualizzazione energetica attraverso l'affermarsi di una filiera «corta», peraltro prevista anche nella legge di orientamento alla riforma dell'agricoltura del 2001, orientativamente nell'ambito dei 30 chilometri per le biomasse. Si tratta quindi di distretti agroenergetici capaci di dimensionare l'eventuale impiantistica alla capacità reale di quel territorio, tenendo conto delle produzioni agricole e agroalimentari di qualità da tutelare.
Anche una produzione locale dovrà prevedere comunque una valutazione del ciclo di vita finalizzata ad individuare la tipologia di produzione, l'intensità energetica,
i prodotti chimici, gli usi dell'acqua, l'impatto sul suolo, la distanza tra luogo di produzione e quello di utilizzo dimensionando le caratteristiche tecniche degli impianti.
In conclusione, le politiche energetiche devono essere dimensionate per evitare speculazioni economiche, perché, grazie alla possibilità di usufruire dei certificati verdi, spesso alcune iniziative non coniugano adeguatamente la finalità ambientale con il sostegno garantito dai certificati verdi, con il rischio di riprodurre situazioni paradossali come quella del CIP 6. Per anni, nel nostro Paese, nonostante i cittadini pagassero nella bolletta un contributo per le fonti rinnovabili, con la scusa delle fonti assimilate, i soldi destinati alle fonti rinnovabili sono stati spesso investiti in raffinerie, che hanno bruciato i residui della loro lavorazione, oppure agli inceneritori, sottraendo fondi alla prevista destinazione per l'energia solare, per le vere fonti rinnovabili e per le vere agroenergie.
L'altro aspetto importante riguarda la realizzazione di impianti di piccole e medie dimensioni, che garantiscano maggiore efficienza, e quindi una ancora maggiore riduzione e controllo delle emissioni.
Anche il mondo agricolo italiano, nelle proposte che ha presentato in più occasioni, anche pubbliche, ha sempre posto il problema dei piccoli impianti, e non dei mega impianti. Le produzioni agroenergetiche devono, infatti, afferire alla filiera agroalimentare e non diventare un ulteriore modo in cui alcune grosse realtà industriali cercano sostanzialmente di danneggiare il comparto agricolo, che ha già subito spesso questo tipo di forzature.
Per quanto riguarda i biocarburanti, a livello internazionale, alcuni Paesi, come il Brasile, hanno una storia politica e sociale e una dimensione territoriale che fin dagli anni Settanta hanno permesso di superare le diverse crisi energetiche attraverso il ricorso alla produzione industriale di bioetanolo. Il Brasile ha, come noto, elevate estensioni di superficie agricola utilizzata.
In Italia, è necessario individuare il punto di equilibrio che garantisca il mantenimento di una produzione agricola alimentare di qualità e lo sviluppo di queste produzioni no food.
Inoltre, per garantire uno sviluppo rapido e sostenibile delle agroenergie in generale e dei biocarburanti in particolare, è necessario coniugare gli obiettivi di natura ambientale con gli aspetti di convenienza e sostenibilità economica.
Attualmente, in Italia la superficie utilizzabile per la produzione di coltivazioni finalizzata alla produzione di biocarburanti oscilla dagli 800.000 ad un milione di ettari. Nel 2006, sono state prodotte 396.000 tonnellate di biodiesel e 8.000 tonnellate di bioetanolo. Gli obiettivi al 2011 sono quantificati in 800.000 tonnellate di biodiesel e 500.000 tonnellate di bioetanolo.
Per quanto riguarda gli interventi in favore delle agroenergie, nella legge finanziaria sono previste diverse disposizioni, quali l'aumento delle percentuali obbligatorie di biocarburanti, che inducono a giungere al 5,75 al 2010, l'incremento dell'esenzione dell'accisa fino a 250.000 tonnellate di biodiesel.
Si tratta di un provvedimento estremamente limitato, poiché già nella XIII legislatura, proprio grazie al lavoro svolto dalla Commissione agricoltura, che continuai successivamente come ministro, portammo l'esenzione a 300.000 tonnellate, con la contrarietà dei funzionari del Ministero dello sviluppo economico, perché l'esenzione delle accise per il biodiesel è sempre stata sempre valutata con difficoltà.
Abbiamo l'esigenza di aumentare questa quota, che fu nuovamente ridotta a 200.000 tonnellate nella XIV legislatura. Oggi siamo riusciti a riportarla a 250.000, ma occorrerebbe un'azione più forte, anche perché è veramente paradossale l'ostracismo rispetto al settore del biodiesel, quando si tratta di una quota minima rispetto ai consumi di carburante di questo Paese, che quindi non ha un'incidenza particolare.
Altre formule sono la riduzione delle accise applicabili sui prodotti impiegati come carburanti, da soli o in miscela con oli minerali, e l'esenzione dall'accisa dell'olio
vegetale puro utilizzato a fini energetici nel settore agricolo. A quest'ultimo riguardo, si rischiava di realizzare un paradosso, perché in una prima fase si è rischiato che l'olio vegetale pagasse le accise, mentre i prodotti fossili godevano di agevolazioni. È necessario, inoltre, ricordare il supporto fornito dalla politica agricola comune, che riconosce 45 euro a ettaro coltivato a colture energetiche, con un tetto massimo di 1,5 milioni di ettari a livello europeo.
Gli interventi devono essere ancora molti, perché si possa assistere ad una crescente quota di produzione di energia rinnovabile proveniente dal settore agricolo.
Il Ministero dell'ambiente ha concluso quindi un accordo di programma con la regione Abruzzo, finalizzato ad attivare filiere per la valorizzazione della biomassa a scopi energetici, secondo un programma triennale che porterà allo sviluppo di filiere complete per lo sfruttamento delle biomasse forestali e agroresiduali.
Abbiamo pubblicato un bando per le piccole e medie imprese che prevede la corresponsione di contributi in conto capitale per progetti che comportino una riduzione dei consumi di energia da fonti non rinnovabili attraverso l'installazione di impianti da fonte rinnovabile per la produzione di energia e calore. Abbiamo investito 25 milioni di euro di cofinanziamento e il bando, appena pubblicato, ha già riscontrato un enorme numero di domande da parte delle piccole imprese. Tra gli impianti considerati vi sono anche impianti termici a cippato, pellet da biomasse per la produzione di calore di potenza nominale conversata da 150 e 1000 chilowatt, quindi già dimensionato su cifre piccole o medie.
Si sta predisponendo il decreto per l'utilizzo del fondo per il Protocollo di Kyoto, che ammonta a 200 milioni all'anno per tre anni, previsto dalla legge finanziaria, che consentirà di accedere a finanziamenti a tassi agevolati anche per l'abilitazione di impianti a biomasse. Questo fondo si appoggia alla Cassa depositi e prestiti, è un fondo rotativo, che quindi permette di attivare iniziative economiche molto più rilevanti dei 200 milioni di euro previsti. Gli obiettivi attuali sono: aumentare il peso delle biomasse all'interno delle fonti rinnovabili italiane, portandolo dall'attuale 3,5 per cento ad almeno il 10 per cento entro il 2011, portare il biodiesel da 396.000 a 800.000 tonnellate e di lavorare, anche nella prossima legge finanziaria, per aumentare, anche con il concorso del Parlamento, la quota esente, aumentare il bioetanolo da 8.000 a 500.000 tonnellate, aumentare la disponibilità di biogas con una maggiore capacità di produzione, aumentare le superfici di colture energetiche in ettari.
Attualmente, si usano per colture energetiche circa 10.000 ettari e si potrebbe arrivare fino a un milione di ettari disponibili, attualmente non occupati dall'agricoltura, residuali, abbandonati, da utilizzare per le agroenergie. Secondo alcune stime, si potrebbe passare dai circa 1.000 lavoratori occupati nel 2006 a circa 30.000 nuovi occupati nel 2011, se questo indice di aumento fosse mantenuto. Si rileva, dunque, grande attenzione verso questo settore; aggiungo (poiché ieri era la giornata mondiale dell'ambiente e oggi si è avviato il G8 in Germania) che questo settore ha una grande valenza nella strategia globale di lotta ai cambiamenti climatici, perché ha una grossa capacità di riduzione della CO2.
Oggi ci occupiamo di agroenergia, ma sarebbe molto utile che il Parlamento, e ovviamente anche il Governo, intervenissero più in generale. È molto importante utilizzare al meglio la riforma del 2001 dell'agricoltura, delle foreste e della pesca in Italia, che prevede la filiera «corta», la multifunzionalità, la capacità del mondo agricolo di candidarsi ad essere produttore di ambiente, oltre che di agroenergia, una riforma ancora poco attuata in tutte le sue implicazioni. Se occorrono ulteriori interventi, invito il Parlamento a segnalarci le sue valutazioni e le sue richieste. È fondamentale non sottovalutare il grande ruolo che il comparto agroforestale può avere anche nell'assorbimento della CO2, attraverso una migliore manutenzione del
patrimonio forestale, perché questo è l'unico settore capace di assorbire la CO2.
Da questo punto di vista, occorre, da una parte, guardare con molta attenzione ai rischi di truffe che si possono realizzare nel settore delle biomasse e delle bioenergie: devono essere bioenergie sostenibili. Nel Consiglio dei ministri europeo informale di Essen, tenutosi venerdì e sabato scorsi, uno degli aspetti chiari nella dichiarazione finale della Presidenza tedesca è che oggi ci si occupa di biocombustibili sostenibili, perché non è sufficiente parlare di agroenergie o semplicemente di biocombustibili. Le agroenergie o i biocombustibili realizzati abbattendo le foreste, o creando nuove forme di speculazione nei Paesi africani, asiatici o in Sudamerica, rappresentano un danno ambientale e non un vantaggio, mentre le produzioni territoriali che possiamo realizzare con biocarburante e agroenergie sul nostro territorio, con filiera «corta», possono essere invece un valido modo sia per aiutare il mondo agricolo in termini di possibilità di fare reddito, sia per sostenere il nostro impegno a livello internazionale al fine di ridurre le emissioni di CO2 e realizzare in tal modo gli obiettivi di Kyoto.
È molto importante che il mondo dell'agricoltura sia direttamente protagonista della produzione di energia, e non produttore di materia prima perché altri producono energia. Ciò è coerente con l'impostazione, ad esempio, del decreto attuativo del fondo istituito per Kyoto, per cui la maggior parte di quei 200 milioni viene investita nella produzione diffusa di energia. Questa è la strategia di autonomia e di indipendenza energetica del futuro, perché consente di evitare lo spreco e la dispersione nel trasporto di energia, di ridurre il numero di elettrodotti, quindi anche i problemi legati all'elettrosmog e all'elettromagnetismo, ma soprattutto di garantire ai nostri distretti agroenergetici la possibilità di essere produttori e di diventare anche energeticamente autonomi.
È necessario rivolgere grande attenzione alla ricerca e all'innovazione in questo settore, perché, ad esempio, i nuovi tipi di prodotti vegetali selezionati per produrre le agroenergie hanno una capacità di produzione - come spesso ha ribadito il professor Rubbia, mio consulente per le fonti rinnovabili - venti volte superiore a quella della colza. Se quindi abbiamo un milione di ettari disponibili per i biocarburanti e sappiamo che ogni ettaro coltivato a colza produce una certa quantità di colza necessaria per la circolazione di un'automobile, un milione di ettari potrebbe garantire la circolazione di un milione di automobili, mentre le nuove produzioni vegetali producono venti volte più energia. Riferisco esattamente la relazione ufficiale svolta dal professor Rubbia anche in sede europea, perché è l'unico italiano nella Commissione di consulenza del Presidente Barroso.
Con sostanze vegetali e fibre vegetali a basso impiego di acqua, senza uso di pesticidi e con una buona capacità, con un moltiplicatore 20, diventa possibile sostituire credibilmente almeno una parte dei carburanti fossili. Con la colza e con il girasole si rischia, invece, di avere un costo nella produzione inadeguato all'obiettivo. La produzione di oli vegetali è sempre positiva, ma è necessario guardare avanti e considerare i biocarburanti e le agroenergie di nuova generazione, per lavorare con quanto vi è di nuovo e non solo con i processi avviati nei decenni scorsi.
PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro per la sua relazione. Prima di dare la parola ai colleghi, vorrei sottolineare il lavoro svolto dalla Commissione in sede di esame della legge finanziaria, poiché il Ministro si è più volte riferito alla questione della percentuale dei biocarburanti o delle accise. Questa Commissione ha compiuto unitariamente un grosso lavoro per aumentare queste percentuali, che nella prima versione della legge finanziaria erano particolarmente basse.
Do ora la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.
BRUNO MELLANO. Signor Ministro, la sua conclusione è particolarmente significativa
rispetto ad una preoccupazione che condivido: il mondo agricolo è per molti aspetti un mondo conservatore, per cui intervenire attraverso l'adozione di colture meno «idroesigenti» rappresenta una delle sfide di questo Governo rispetto alla gestione del territorio e delle emergenze idriche, non solo attuali. Vorrei chiederle, pertanto, come lei e il suo Ministero riteniate opportuno intervenire sul nodo da lei giustamente enucleato, spingendo all'utilizzo di colture meno idroesigenti, nel momento in cui si apre un mercato che rischia di essere difficilmente controllabile.
Al riguardo, vorrei porle una seconda domanda, collegata ad un'esperienza locale. Nei mesi scorsi, la mia regione, il Piemonte, governata da una giunta di centrosinistra senza Verdi né radicali, ha presentato un ampio e interessante programma per l'utilizzo del legno come bioenergia, poi però opportunamente corretto perché delineava un intervento pesantissimo, che spingeva all'utilizzo di tutto il patrimonio boschivo piemontese ricorrendo addirittura alla legge fascista sui consorzi obbligatori di bonifica, e quindi, per omogeneità, ai consorzi obbligatori di gestione del patrimonio privato. Si tratta della degenerazione di un'ottima iniziativa, che rischia di rivelarsi controproducente e di incidere sulla tutela delle montagne e delle colline, che non può prescindere da una valutazione complessiva.
Vorrei chiederle, dunque, come si possano contemperare le esigenze di tutela del paesaggio nel momento in cui si inaugura una interessante e necessaria nuova pagina. Contrariamente a quanto ha fatto prima lei, che, nel citare i chips di legno, ha evitato di definirli come un esempio di fondi «rubati» alla gestione ambientale di questo Paese, vorrei evitare che anche le bioenergie diventassero un boomerang per il nostro ambiente.
LUCA BELLOTTI. Il Ministro ha richiamato le affermazioni del professor Rubbia, ma, seppur con un minimo bagaglio tecnico, stento a comprendere come si possa sostituire la colza con una coltura che ha la capacità di produrre energia in misura venti volte superiore rispetto alla colza.
Questa riflessione si rivela tuttavia marginale rispetto al tema di oggi. Desidero evidenziare alcune questioni di carattere generale, la prima delle quali è l'esigenza di affrontare il tema non incontrando tre ministri in tre differenti audizioni, bensì in un unico incontro con i ministri che hanno competenza sulle questioni relative alle bioenergie, ovvero il Ministro Bersani, il Ministro De Castro e il Ministro Pecoraro Scanio.
Inoltre, vorrei ricordare che, nella scorsa legislatura, con il Governo Berlusconi, il Ministro Alemanno ha posto le basi per l'avvio della filiera delle agroenergie nel nostro Paese. Purtroppo, però, a un anno dalla nascita di questo nuovo Governo, i decreti attuativi non sono stati applicati. Ci si trova di fronte ad una scommessa per il Paese, perché esiste una serie di iniziative assolutamente non coordinate del mondo agricolo italiano, che chiede informazioni, regole, certezze, e non trova un quadro di riferimento chiaro. Le bioenergie si possono sviluppare solo con una sostenibilità che parta dalla politica. Oggi, questa sostenibilità non c'è perché manca un piano nazionale, mancano regole precise.
Si parla ancora di defiscalizzazione, sebbene sia noto che la filiera agricola italiana non ha beneficiato delle 300.000 tonnellate di prodotto defiscalizzato del passato, perché si trattava di olio di palma trasformato in Italia, così come le 8.000 tonnellate di bioetanolo, che corrispondono a circa trenta cisterne di prodotto trasformato nel nostro Paese, che non reca alcun beneficio alla nostra agricoltura e al nostro ambiente.
Partendo anche da una difficoltà, ovvero dal problema saccarifero che il nostro Paese ha dovuto affrontare, e quindi dalla possibilità di trasferire la filiera della produzione dello zucchero, per poterla trasformare nella filiera della produzione del bioetanolo, oggi, a distanza di molti mesi, si constata un'assenza legislativa, che non offre garanzie alle imprese.
La questione delle agroenergie, inoltre, nasce per un doppio vantaggio, perché la
qualità dei prodotti agroalimentari italiani, per essere tale, ha bisogno di avere anche una quota di minor qualità, che può essere utilizzata nella filiera dell'energia. Le due filiere, quindi, oltre ad essere competitive tra di loro e a far aumentare il prezzo delle produzioni agricole, con conseguenze positive per il reddito dei lavoratori, avrebbero anche la doppia funzione di garantire una migliore qualità per la filiera dell'agroalimentare italiano, da indirizzare poi nel settore dell'energia. Negli anni scorsi, ad esempio, c'era il mais contaminato con il mais con le aflatossine e, se avessimo avuto la filiera dell'energia, avremmo potuto trasformare tale mais contaminato in energia.
Concordo, signor Ministro, sul fatto che il futuro sia legato ai piccoli impianti e a una grande diffusione di energia nel territorio, ma se vogliamo raggiungere gli obiettivi prefissati dalla Comunità europea, dal Governo italiano, dal Protocollo di Kyoto, che indica numeri assolutamente importanti per quanto riguarda l'impiego delle biomasse e dei biocombustibili, dobbiamo tenere conto degli impianti industriali presenti nel Paese. Se citiamo il legno per la trasformazione in energia, le centrali a carbone potrebbero dare un notevole contributo nell'impiego delle bioenergie, per la possibilità di assorbire queste produzioni. Altrimenti, correremmo il rischio di generare confusione anche nel settore degli impianti industriali, poiché manca ancora un censimento di quelli presenti nel territorio italiano che potrebbero essere utilizzati in questa direzione.
GINO SPERANDIO. Intervengo per esprimere la nostra ampia condivisione dell'impostazione che lei, signor Ministro, ha dato alla sua comunicazione. Il problema, nel contesto da lei descritto, è che gli obiettivi delle direttive europee e del Protocollo di Kyoto possono essere raggiunti solamente attraverso un'effettiva riduzione del consumo di energia nel nostro Paese. Questo è il presupposto per giungere a una tendenza, evitando un inseguimento simile a quello citato nel paradosso di Zenone, per cui la freccia non arriverà mai all'obiettivo.
Ritengo che una prima risposta debba giungere da questo Governo. Il nostro ritardo rispetto al piano energetico nazionale sembrerebbe, infatti, derivare da ciò e dal modello di sviluppo sotteso alla riduzione di consumo. Rispetto alla questione delle bioenergie, dovremmo considerare la limitatezza del territorio italiano e degli ettari disponibili per questa destinazione, per ottimizzare i consumi privilegiando la scelta di piccoli impianti di produzione di bioenergie, che possono essere compatibili con la ricostruzione di un ciclo virtuoso.
Mi riferisco soprattutto al problema del coordinamento della nostra agricoltura con il rispetto della cosiddetta direttiva nitrati e, in particolare, alla produzione di biogas nel nostro Paese. La zootecnia è un settore che ha una forte produzione di calore in realtà, e oggi questa risorsa non solo è sottoutilizzata, ma è una grande fonte di inquinamento, soprattutto nella Pianura padana. Individuare interventi che consentano alle nostre fattorie di ottimizzare e di recuperare la produzione di biogas, attraverso lo sfruttamento delle deiezioni animali, si rivela quindi una partita decisiva per lo stato del territorio nel nord dell'Italia.
In questa partita devono essere realizzate pratiche virtuose e uno stretto collegamento con le associazioni agricole, che dimostrano, in quest'ultima fase, grande attenzione a tale aspetto. Su questo punto, concordo pienamente con le linee programmatiche da lei delineate.
La seconda grande questione è una marginalizzazione del no food nella produzione agricola italiana: non possiamo sostenere con il territorio disponibile una produzione del no food, anche perché ciò non garantisce, neppure con le tendenze di mercato in atto, un'utile redditività del terreno. Il no food non è infatti assolutamente concorrenziale con la produzione alimentare. La produzione per ettaro vale da otto a dieci volte di meno, per cui non si vede per quale ragione un agricoltore italiano dovrebbe produrre materiale utile
per la produzione di bioenergie, quando questa è assolutamente non conveniente.
Ritengo che una partita su cui puntare possa essere, invece, quella di un'eccellenza del nostro Paese, ovvero la produzione di sementi a favore di Paesi terzi che possono produrre bioenergie. Sarebbe quindi auspicabile produrre sementi utili a Paesi come la Germania e la Polonia, che hanno terreni adatti alla produzione di bioenergia. In questi anni, abbiamo infatti acquisito un'eccellenza nella produzione delle sementi, e questo potrebbe essere un elemento di rilevante utilità.
Un altro elemento utile deriva anche dagli attuali accordi tra enti locali e associazioni dell'industria del legno, ultimo fra i quali quello tra l'Unione delle comunità montane e l'industria del legno (proprio oggi, a Palazzo Chigi), rispetto alla riqualificazione della questione forestale nel nostro Paese. La montagna, che occupa circa il 50 per cento del territorio italiano, soprattutto nel nord sta subendo un incontrollato processo di forestazione, che deve essere qualificato e controllato, perché altrimenti rischia di costituire un appesantimento e non una cultura del territorio.
Ritengo utile uno sfruttamento biocompatibile delle biomasse derivanti dal legno, tenendo conto dei modelli già noti in Europa, che fanno riferimento al principio del ciclo corto. Nel nostro Paese, non esiste la produzione complessiva di una fattoria che, come in Austria, comprenda ad esempio l'utilizzo integrato del legno. Spesso, in Austria, una fattoria è anche falegnameria e ha una sua produzione complessiva; a ciò si collegano anche i progetti di teleriscaldamento che, nei piccoli paesi dell'Austria e della Germania, vengono promossi per l'utilizzo di materiali residui del legno. Rispetto all'ottimizzazione e alla riduzione del consumo dell'energia, dovremmo occuparci anche di razionalizzazione e di operazioni di teleriscaldamento, molto utili in un territorio come il nostro.
La partita deve essere considerata con estrema attenzione, con la consapevolezza che i rischi di strumentalizzazione e di enfatizzazione del ruolo delle bioenergie possono aprire una fase di speculazione estremamente pericolosa, che potrebbe indurre ad accantonare l'obiettivo primario indicato sia dalle direttive europee sia dal Protocollo di Kyoto.
È quindi fondamentale perseguire la riduzione e l'ottimizzazione dei consumi di energia nel nostro Paese ed evitare tentazioni neocolonialiste, estranee ad un principio di economicità delle emissioni. Bisogna richiamarsi al principio di riduzione di distretto energetico, che deve essere però estremamente rigoroso; pertanto, l'indicazione del limite di 30 chilometri ritengo sia utile per la definizione del distretto, sebbene tale limite si possa ampliare, senza però giungere, come proposto, a 70 chilometri di raggio, perché ciò implicherebbe la definizione di distretti energetici regionali, con un ulteriore consumo di territorio.
È quindi necessario ribadire tre principi: il ciclo corto, il tentativo di legare la produzione di bioenergie alla tipicità del territorio e alla sua memoria (anche con i principi che abbiamo ricordato in sede di approvazione della legge finanziaria rispetto alla salvaguardia del paesaggio e delle sue produzioni), e la necessità di effettuare un bilancio del consumo energetico per la produzione di bioenergie.
All'interno di tale quadro, con la diffusione di altre modalità di produzione energetica da fonti rinnovabili, ritengo che la questione delle bioenergie possa essere utile, ma non decisiva per la risoluzione dei problemi energetici del nostro Paese.
PRESIDENTE. Invito i colleghi che ancora devono intervenire ad essere sintetici, in quanto alle 16 il Ministro deve allontanarsi.
GIUSEPPINA SERVODIO. Signor presidente, ringrazio il Ministro perché ritengo che abbia colto il senso profondo dell'iniziativa della nostra Commissione rispetto a questo tema. Siamo alla conclusione di un percorso molto lungo, che ha visto la Commissione interloquire con diversi soggetti, non ultimi i rappresentanti
delle regioni; fra qualche giorno, inoltre, svolgeremo un'audizione con il Ministro Bersani.
A nessun componente della Commissione sfugge l'idea che questo tema deve essere affrontato in maniera non settoriale. Il tema politico sulle agroenergie, infatti, riguarda l'intera politica energetica.
Da questo punto di vista, credo che la Commissione dovrà intraprendere un iter legislativo (al riguardo, è molto interessante l'approccio che lei ci suggerisce) che tenti di condurre (voglio ricordare le sue parole) la fase transitoria di accompagnamento, per la realizzazione degli obiettivi finali. Ci troviamo di fronte ad una questione che, a causa dell'evoluzione della ricerca, delle tecnologie e dell'innovazione (di cui si dovrà tenere conto all'interno di questo assetto normativo), richiederà, l'approvazione di una legge che non fissi obiettivi rigidi, ma che sia in grado (tenuto conto delle finalità da realizzare e dell'approccio che si vuole dare) di offrire uno strumento valido, non solo per oggi o per il prossimo anno, accompagnando davvero la realizzazione delle politiche che il Consiglio europeo recentemente ha dettato ai Paesi membri.
Colgo nella sua relazione, che riprende i testi da noi presentati in Commissione, come gruppi politici, un consenso. La sua relazione ci conforta, poiché afferma che non possiamo affrontare questa materia soltanto con lo strumento della legge finanziaria, ma che occorre individuare delle regole. In tal senso, hanno ragione gli onorevoli Sperandio e Bellotti quando affermano che non possiamo affidarci, oggi, agli accordi stipulati da una determinata regione. Su questo tema, dobbiamo avere una visione nazionale e generale.
Il primo input che mi sento di condividere - e la ringrazio per questo - è rappresentato dall'incitamento ad andare avanti. Il Governo si è mostrato sensibile, durante l'esame della legge finanziaria, nel sostenere alcune iniziative. Tuttavia, queste, se non sono legate a regole in grado di accompagnare questo processo, possono divenire pericolose, a fronte della diversificazione del nostro Paese. Quanto appena detto si collega al fatto che dobbiamo trattare questo tema tenendo conto della tipicità del nostro territorio, dal momento che il nostro obiettivo è quello di far sì che il mondo agricolo, nel suo complesso, diventi protagonista.
Per raggiungere tale obiettivo, il modello da realizzare e le sue regole devono, realmente, collegarsi al territorio. Non ci dobbiamo affezionare alle parole «filiere corte» o «filiere chiuse». I soggetti che abbiamo audito ci hanno chiaramente riferito l'esistenza di alcuni filoni industriali che enfatizzano tali concetti, nel momento in cui ritengono di poter attuare tale politica attraverso l'importazione. Dalle proposte di legge e dagli obiettivi che i gruppi si sono posti derivano numerose preoccupazioni, dal momento che non siamo orientati a fare politica energetica attraverso l'importazione, ma secondo un metodo funzionale appartenente al mondo agricolo.
Con il collega Zucchi discutevamo del vero problema, che è quello di capire come il mondo agricolo possa essere coinvolto e possa divenire protagonista, non teoricamente, ma concretamente, incentivandolo dal punto di vista economico e in termini di prospettive. Non sarà semplice. Penso che la precisazione fatta dall'onorevole Bellotti - non con intento polemico, ma con senso di responsabilità - sia volta ad individuare il modo per trovare uno spazio ed un ritorno economico per il mondo agricolo, il quale non deve scegliere le bioenergie per non fare l'agricoltura. Un punto forte, emerso nel corso delle audizioni e che ritengo sia tale anche per la Commissione, è rappresentato dal fatto che noi vogliamo occuparci delle aree marginali. Non intendiamo mettere in competizione le bioenergie con l'agricoltura, poiché un atteggiamento simile recherebbe un danno, non alle attuali generazioni, ma a quelle future.
Da questo punto di vista, signor Ministro, ritengo necessario un aiuto concreto da parte sua. L'abbiamo già chiesto al Ministro De Castro e lo chiederemo anche al Ministro Bersani, affinché vi sia una sintesi dei vari approcci - che, ovviamente,
i ministri forniscono nel momento in cui ne hanno competenza -, con la conseguente possibilità di fornirla anche al testo legislativo, il cui esame in sede referente ci auguriamo possa avere inizio da subito in Commissione, dal momento che siamo alla vigilia della predisposizione dello stesso. Occorre fare in modo che questa materia non sia considerata marginale rispetto alla politica energetica, e tanto meno un terreno sul quale possa prevalere l'approccio più industriale e meno agricolo.
Sotto questo profilo, le opportunità, le classificazioni, le distinzioni, le categorie, le criticità e le esigenze di un Paese che punti all'innovazione e alla ricerca sono le stesse che sono state indicate da molti altri soggetti. Si tratta di riconoscere - ne prendo atto e la ringrazio - l'esistenza della volontà politica, da parte sua (e, ne sono convinta, da parte dell'intero Governo), di affrontare questa materia con molta cautela, saggezza e determinazione.
LUCIANO D'ULIZIA. Ringrazio il Ministro, poiché ritengo che le sue comunicazioni siano effettivamente in linea con una prospettiva positiva e concreta del quadro riguardante le biomasse e le bioenergie. Dobbiamo sicuramente garantire l'appartenenza di questo comparto al settore agricolo.
Per il momento, voglio sorvolare su tante questioni, che condivido, già prese in considerazione da altri colleghi, i quali hanno svolto un'analisi abbastanza approfondita e dettagliata.
Ho presentato una proposta di legge (probabilmente all'esame degli uffici) - che invita a creare i distretti agroenergetici e ad organizzare i produttori, in modo che possano superare l'impatto. Del resto, non è facile cambiare mentalità, passando dal produrre food al produrre no food. In ogni caso, è necessario tenere conto dell'agricoltura italiana, che appare «spezzettata».
A mio parere, dobbiamo lavorare molto su questo versante - come hanno dichiarato anche il Ministro Pecoraro Scanio ed altri colleghi - per far sì che non ci venga espropriato questo comparto, che rappresenta un grande futuro, mantenendolo all'interno del settore agricolo con forme organizzative.
MASSIMO SAVERIO ENNIO FUNDARÒ. Sono convinto che vi siano più fattori positivi che negativi, riguardo alla possibilità che l'Italia diventi leader nel settore delle bioenergie.
Vi sono tantissimi terreni marginalizzati, seminativi che non vengono più coltivati nelle nostre campagne e che possono essere riadattati a questo nuovo tipo di coltivazione. Esistono nuove produzioni vegetali - a cui ha fatto riferimento il Ministro -, come ad esempio sta accadendo in Sicilia con i canneti, che favoriscono una consistente produzione altamente energetica. Credo che esse possano rappresentare un'ulteriore compensazione allo scarso reddito delle aziende agricole.
Voglio porre una domanda al Ministro. Dal momento che il vero timore legato alle nuove produzioni e agli impianti è rappresentato dalla possibilità che venga importato dall'estero l'olio di palma, con conseguenti speculazioni, quali sono gli atti concreti che il Governo intende promuovere? Esistono accordi e protocolli d'intesa stipulati con le associazioni agricole (CIA, Coldiretti, Unione agricoltori), volti a stabilire che si deve trattare di produzioni di filiera. Vorrei sapere, naturalmente nel rispetto della normativa comunitaria sulla concorrenza e sul libero commercio, quali sono gli atti concreti in grado di impedire che tutto questo si realizzi, in quanto questa è l'unica controindicazione per un settore che, nel nostro Paese, potrebbe avere una grande prospettiva.
Un altro tema che è stato trascurato riguarda il bioetanolo. Dal momento che la Comunità europea e l'Italia spendono milioni di euro per la filiera del vino, i sottoprodotti e la distillazione, vorrei che si prendesse in considerazione la possibilità di riutilizzare una parte di questa produzione, con un risparmio anche in termini economici. Credo che questo tema
sia stato trascurato e che rientri nella questione dei sottoprodotti inutilizzati in agricoltura.
SANDRO BRANDOLINI. Anch'io condivido l'impostazione fornita dal Ministro con la sua relazione, che, peraltro, mi sembra in gran parte contenuta nei progetti di legge presentati. Mi riferisco, in particolare, a quello da me sottoscritto, di cui è prima firmataria l'onorevole Servodio.
Voglio affrontare, rapidamente, due questioni che restano sempre ai margini della discussione e che, invece, mi rendono molto cauto rispetto allo sviluppo di questo settore. Innanzitutto, vi è il problema di come remunerare il prodotto (lo dico brutalmente). Ad oggi, non abbiamo certezze al riguardo. Gli strumenti che lei - come noi - ha indicato, indubbiamente, rappresentano la strada maestra da percorrere per fare in modo che il produttore non venga considerato soltanto una persona che svolge il proprio lavoro per conto di terzi, trasferendo ad altri il valore aggiunto. Questo è senza dubbio un aspetto fondamentale da affrontare nel momento in cui si pone mano allo sviluppo di una politica in tema di agroenergie. È altresì fondamentale la definizione dei distretti agroenergetici, all'interno dei quali sviluppare politiche che consentano di garantire continuità.
Da quanto è emerso nel corso delle varie audizioni, si è compreso che spesso non è possibile remunerare la produzione a causa dei costi. In alcuni settori - penso, ad esempio, a quello del biocarburante -, abbiamo calcolato che, anche abbattendo completamente le accise (già ridotte), non si riuscirebbe a garantire al produttore delle materie prime necessarie per produrre l'olio un rendimento utile a coprire i costi. È un problema che andrebbe affrontato, in termini complessivi, all'interno del piano di sviluppo. Penso che dovremmo studiare questo aspetto: la ricerca è fondamentale non solo nell'ambito delle produzioni da sviluppare, migliorandone l'efficienza, la produttività, la resa, ma anche in termini di processi di lavorazione.
Non mi risulta che oggi, in Italia, ci siano produttori di biocarburanti che utilizzano solo materia prima italiana. Al contrario, la maggior parte della materia prima proviene dall'estero. In ogni caso, bisogna fare i conti con un problema, nell'ambito dell'organizzazione. Le produzioni agricole caratterizzate, ad esempio, da un loro processo di maturazione rappresentano una difficoltà per noi, che abbiamo il limite di 12 mesi. La mia provincia sta valutando la proposta riguardante il distretto agroalimentare ed ha riscontrato problemi di stoccaggio della materia prima ed altri (ad esempio, problemi legati ai costi e al reperimento di spazi adeguati).
Diversi settori (non mi riferisco soltanto a quello della barbabietola da zucchero), in futuro, subiranno sicuramente una riduzione. In alcune aree, vi è l'esigenza - nel caso l'obiettivo resti quello di conciliare l'agricoltura di qualità, salvaguardandola per il futuro - di mettere in atto dei processi di rotazione. In altre parole, se si trattasse di 100 ettari, a seguito di una rotazione biennale, nella migliore delle ipotesi, ciò potrebbe voler dire averne a disposizione 200. A volte, le rotazioni sono anche più ampie.
Dobbiamo dedicarci al problema degli scarti di lavorazione. La mia realtà è fortemente legata alla produzione ortofrutticola e alla zootecnia e presenta molti scarti di potatura, ma non solo.
L'ultimo tema su cui dobbiamo lavorare è il seguente. Provengo da una realtà - che lei, signor Ministro, probabilmente conosce, avendo visitato le province di Forlì e di Cesena - in cui è difficile installare gli impianti. Non credo sia una difficoltà circoscritta all'Emilia-Romagna o alle province di Forlì e di Cesena.
Le politiche hanno svolto un buon lavoro, ma sul piano delle tecnologie dovrebbero essere ancora più rispettose, salvaguardando l'ambiente e evitando la diffusione di sostanze inquinanti. Bisogna favorire una cultura per cui gli «inceneritori»
o «termovalorizzatori», ossia impianti che devono bruciare per raggiungere l'obiettivo, non siano visti in modo negativo, come dannosi per l'ambiente, ma come una risorsa per salvaguardarlo, utile per risolvere i nostri problemi.
PRESIDENTE. Do la parola al Ministro Pecoraro Scanio per la replica.
ALFONSO PECORARO SCANIO, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Le sollecitazioni pervenute sono numerose e le risposte spettano a voi: le fornirete mediante le leggi, in quanto legislatori. Altre competenze spettano al Governo che, giustamente, deve provvedervi.
Sulle colture meno «idroesigenti» - nel corso dello svolgimento del lavoro ho fornito indicazioni al Ministro De Castro - è necessario dedicare un impegno importante, utilizzando i poteri a nostra disposizione, che metta il mondo agricolo nella condizione di avere un sistema (risulta importante, al riguardo, anche il vostro impegno in termini legislativi) che valorizzi le scelte innovative in materia di utilizzo della risorsa idrica, nell'ambito della quale esiste uno spreco enorme.
Con il Ministro della politiche agricole, avviai un tentativo volto a incentivare la trasformazione del metodo d'irrigazione, da quello «a pioggia» a quello «a goccia»: si sono verificati pochissimi interventi negli anni scorsi, eppure, siamo il Paese leader della meccanizzazione agricola nel mondo, abbiamo strumenti meccanici, competenze e qualità.
Per troppi anni si sono inseguite le chimere del transgenico, che non appartengono alla cultura, né alla tradizione né alla tecnologia di questo Paese, il quale, invece, ha una grande competenza nell'ambito del miglioramento genetico. Si è perso tempo nel sostenere l'industria della meccanizzazione agricola, nel tentativo di innovare utilizzando le moderne tecnologie, per ottenere la riduzione dello spreco idrico, ancora notevole nel settore agricolo e industriale (ad esempio, degli acquedotti).
Innanzitutto, dobbiamo creare una cultura virtuosa in questo settore, anche recependo le istanze dei consorzi di bonifica, dei consorzi irrigui e di una tradizione, presente in questo Paese, che viene sottovalutata di fronte alla necessità di mantenere un ordine in questa materia. In altre parole, colture meno «idroesigenti», maggiore attenzione alla formazione e alla qualità di chi aiuta gli agricoltori a capire e a conoscere, e una forte azione che comporti, soprattutto nel settore no food, una grande attenzione.
Quando parlo della capacità di accompagnare l'intervento legislativo, mi riferisco al fatto che bisogna rientrare in un meccanismo di incentivi e disincentivi. Questo può realizzarsi anche utilizzando la politica agricola comune, che offre grandi possibilità di intervento attraverso i piani di sviluppo rurale e l'uso selettivo di interventi. A nostro giudizio, questo punto è essenziale.
Nella regione Piemonte potrebbe presentarsi il rischio della realizzazione di un piano volto ad utilizzare tutti i boschi. Il problema del nostro Paese è che molto spesso si preferisce l'improvvisazione, l'innamoramento delle novità, alla programmazione e a un'attenzione pragmatica nei confronti delle scelte.
Il sistema delle fonti rinnovabili deve prevedere un mix delle stesse, utilizzando le più utili, a seconda delle diverse applicazioni. Questo criterio vale per tutti. Non bisogna ripetere, in nessun settore, l'errore clamoroso compiuto sull'eolico: tale energia rinnovabile è stata gestita in modo pessimo, senza programmazione, e ciò ha determinato la contestazione di una fonte pulita, per un errore macroscopico di gestione. Sarebbe sbagliato riempire una vallata di grandi pali eolici: sarebbe invece utile che, nelle nostre aree agricole, ci fossero piccoli impianti eolici, per uso locale, procedendo con scelte organizzate.
Qualcuno potrebbe pensare ad un cambiamento della nostra agricoltura che comporti, per i nostri agricoltori, l'assunzione del ruolo di «petrolieri verdi» (come, ogni tanto, si legge sui giornali): non bisogna innamorarsi di queste invenzioni giornalistiche, che potrebbero indurre a immaginare i nostri agricoltori a
cavallo in qualche ranch, con milioni di dollari a loro disposizione. Sono immagini da cinematografia di scarso livello!
Al contrario, è possibile operare scelte importanti. Dobbiamo tener presente che il patrimonio boschivo è un bene prezioso anche per altri usi, tra cui il contrasto al dissesto idrogeologico. Non possiamo pensare di tagliare tutti boschi per produrre biocarburanti. Il problema riguarda il senso ecologico del limite della capacità di rinnovabilità della risorsa. Bisogna sempre tenere presente che i piani molto importanti devono essere sottoposti ad una valutazione ambientale strategica e i singoli impianti ad una valutazione di impatto ambientale. Questo è stabilito dalle norme europee.
Anche i piani regionali per le agroenergie devono essere sottoposti ad una valutazione ambientale strategica, ed è utile prevederlo nella normativa. La valutazione ambientale strategica è un meccanismo di tipo europeo, che in questo Paese tarda a partire. Nel momento in cui si organizza un piano, bisogna contestualmente valutare le conseguenze ambientali, affinché non vi siano contestazioni sui singoli casi. Ritengo sia una scelta intelligente. Credo che la legge in materia di agro-energie, di cui mi auguro il Parlamento si occupi al più presto, potrebbe diventare un esempio positivo di buona legislazione, con un'ampia convergenza, dal momento che riguarda un tema sul quale nessuno può ritenere inutile una iniziativa volta ad evitare preventivamente gli eccessi e le speculazioni.
Abbiamo bisogno di porre in essere interventi ragionevoli. Lo dico in riferimento alle parole scritte da Rubbia sul Corriere della Sera: stiamo parlando non solo del Premio Nobel per la fisica, ma anche del consulente del Presidente della Commissione europea, Barroso, sulle fonti rinnovabili.
Noi non utilizziamo prodotti transgenici in quanto, come sapete, tali prodotti hanno altri tipi di implicazioni e l'Italia ha dichiaratamente deciso di non utilizzarli. Ma esistono prodotti naturali che hanno un potere calorico maggiore. L'ENI, ad esempio, sta compiendo studi sulle alghe e sulla possibilità di utilizzarle per la produzione di biomasse. A mio parere, anche su questa proposta, così come sui sistemi di confinamento delle produzioni, occorre una grande cautela. Difatti, le alghe hanno enormi potenzialità, ma anche una grande invasività: di conseguenza, non sarebbe possibile procedere in campo aperto e andrebbe utilizzato un sistema fortemente confinato. Bisognerebbe procedere tenendo sempre presente una valutazione ambientale strategica delle scelte, evitando il «gigantismo» delle stesse. In settori come questi, è importante che ci sia una diffusione di scelte controllabili, soprattutto quando ci si trova nella fase sperimentale di alcuni processi.
Da questo punto di vista, il fatto che ci siano sul mercato, e siano state già studiate, specie vegetali diverse (colza, mais e via dicendo) rappresenta la storia, non più un problema.
Ovviamente, non escludo la possibilità di svolgere future audizioni su questo aspetto, se vi interessa. Tuttavia, è importante tenere presente che occorre operare con una grande attenzione nei riguardi delle novità tecnologiche e scientifiche, e altresì con grande cautela per stabilire il principio del distretto e un collegamento chiaro dell'agricoltore con la produzione.
La remunerazione è data dal fatto che il settore agroforestale diventi produttore di energia; altrimenti, non ci sarebbe il valore aggiunto, e questo significherebbe che l'idea non starebbe economicamente in piedi, per questo settore, se non con un intervento pubblico eccessivo.
Per altri versi, il Parlamento potrebbe stabilire che le autorizzazioni, per esempio per impianti di trasformazione di energia, da biomasse o da biocombustibili, si concedano soltanto se chi emette la CO2 (a seguito della combustione) sia lo stesso che la assorbe, quando produce in campo vegetale. Se non si è in grado di dimostrare l'assorbimento sul territorio italiano, non si può procedere all'emissione, anche perché è necessario un equilibrio energetico.
Se parliamo di agroenergie orientate al Protocollo di Kyoto, bisogna affrontare il problema della stabilizzazione delle emissioni di energia. In altre parole, invece di bruciare un prodotto fossile, che emette una quantità di CO2 accumulata nel corso di milioni di anni, lo si sostituisce con un prodotto biologico, in cui la CO2 è stata assorbita nel corso di anni precedenti.
Qualcuno deve fornire tale autorizzazione alle combustioni. Gli impianti in oggetto non hanno come obiettivo quello di bruciare combustibili fossili e contribuire a distruggere l'equilibrio ambientale del pianeta. Stiamo parlando di impianti che, comunque, dovranno rispettare degli standard. Il problema non è rappresentato solamente dalla CO2, ma anche dalle polveri sottili. Dobbiamo mostrare grande cautela nella scelta del tipo di impiantistica da utilizzare.
Ho già chiesto alla mia segreteria tecnica, e ai tecnici del Ministero, di verificare i livelli di filtraggio. Difatti, quando parliamo di impianti di piccola pezzatura, dobbiamo fare attenzione alla tecnologia, affinché consenta di evitare, mettendo da parte la CO2 (che è compensata), la formazione di polveri sottili e di altri tipi di inquinanti.
Dobbiamo partire con il piede giusto, cercando di fare tutte le previsioni necessarie a fornire una risposta utile. Realizzando il distretto agroenergetico e coinvolgendo le comunità locali, riuscirei ad agevolare il riconoscimento dell'impianto come un sistema al servizio di una comunità, e non come un'operazione di moltiplicazione di luoghi volti a favorire l'apertura di ulteriori ciminiere. La preoccupazione di partire con previsioni giuste è assolutamente importante.
Gli allevamenti, a mio avviso, rappresentano un obiettivo strategico. In questo ambito, è importante tenere presente che noi eliminiamo il metano (gas serra fortemente clima-alterante), riducendo il livello di inquinamento. Si tratta di uno dei settori agricoli a maggiore impatto ambientale, soprattutto in zone particolari, per l'alta concentrazione presente in alcune province e in alcune regioni del nostro Paese (segnatamente in Pianura padana, ma anche nel ragusano). Vi sono aree del Paese con una concentrazione molto alta di allevamenti.
Condivido la necessità di utilizzare il ciclo corto. Il tema delle aree marginali dovrebbe avere la precedenza rispetto ad altri argomenti. Noi stiamo affrontando il discorso riguardante sia gli scarti vegetali e i residui delle produzioni dell'allevamento e dei prodotti dell'agricoltura alimentare, sia l'utilizzo di aree marginali. In realtà, le aree agricole abbandonate che non hanno una particolare valenza sono numerose. Basterebbe avere a disposizione la carta di fertilità dei suoli, che rappresenta la valutazione del vincolo che, storicamente, non siamo mai riusciti a imporre sulle aree agricole di pregio, che andrebbero difese non solo dal no food, ma anche dalla cementificazione e dal degrado, in un Paese in cui le aree restano agricole finché non si trova qualcosa da costruirvi.
Il nostro problema storico (forse non è questa la sede in cui si potrà risolvere; tentammo di farlo nella XIII legislatura, ma non ci riuscimmo) è quello di stabilire un principio di vincolo per le aree agricole di qualità, rispetto non solo al no food, ma a qualunque altro uso. Troppo spesso, il nostro Paese ha subito un depauperamento delle superfici agricole, anche di qualità, per interventi che si sono tradotti in aree abbandonate, in utilizzi alternativi di scarsa qualità.
È evidente, da questo punto di vista, l'importanza di individuare le aree da utilizzare.
Le importazioni - mi rivolgo all'onorevole Fundarò - si evitano stabilendo dei principi sani sul distretto agroenergetico. L'autorizzazione all'impiantistica è vincolata alla capacità di assorbire in loco la CO2: se questa condizione si verifica in un altro Paese, per esempio in Indonesia, l'autorizzazione non può essere concessa. Certamente, non si può bloccare il libero mercato, ma l'importazione non implica l'utilizzo. Il disincentivo non può essere operato nel sistema di libero mercato, almeno finché non riusciremo a modificare
alcune regole del WTO, stabilendolo come principio globale. Poiché non rappresenta una competenza diretta della vostra Commissione, né del Governo italiano, credo che dovremmo evitare (attraverso strumentazioni corrette da un punto di vista giuridico, studiate con l'ausilio dei competenti uffici della Camera dei deputati, sicuramente in grado di fornire un'adeguata consulenza) che la normativa contrasti con i vincoli europei o internazionali.
Studiando accuratamente i problemi, come fanno altri Paesi europei, eviteremo che una legislazione si trasformi in infrazione. Dobbiamo prendere come esempio le norme di altri Paesi europei, soprattutto quelli che hanno alle spalle una grande tradizione di tutela dell'agricoltura (e ve ne sono di prestigiosi). Occorre stabilire dei parametri volti ad evitare che tale importante questione imbocchi la via della grande battaglia che abbiamo affrontato per anni, a tutela dell'olio extravergine di oliva italiano rispetto al tentativo di ricomprendervi tutto l'olio possibile, creando il prodotto trasformato ma non prodotto in Italia. Ritengo che, da questo punto di vista, sia possibile svolgere un buon lavoro, anche nell'ambito del settore della distillazione.
Credo di avere risposto a tutte le domande. Naturalmente, da parte del Ministero dell'ambiente, vi è disponibilità e forte attenzione rispetto ad eventuali necessità, anche in termini di consulenza. Avendo competenza nel settore delle politiche agricole e forestali, dedicherò doppiamente attenzione affinché il «lancio» delle agroenergie diventi testimone della possibilità di costruire una filiera giusta, utile agli agricoltori e all'ambiente, e modello positivo di come si possano operare scelte, anche condivise, con i diversi settori e le comunità locali, utili alle collettività, per evitare che scelte sbagliate determinino delle contestazioni, perfino a fronte di risultati positivi. Infatti, si potrebbero proporre buone idee con il metodo sbagliato, rischiando di perdere una grande opportunità per il nostro Paese.
Aggiungo che sarebbe utile favorire, in questa normativa, l'impegno che il Ministero dell'ambiente sta mettendo in campo per diffondere il fotovoltaico e le altre fonti rinnovabili nel settore agricolo. Come sapete, c'è stato un vero e proprio boom di richieste del fotovoltaico nel nostro Paese. In Germania, il settore agricolo è stato quello che ha attenuto maggiori benefici dalla svolta sul fotovoltaico.
Per favorire una remunerazione, dobbiamo entrare nella logica di produrre agroenergie con prodotti agricoli ma, avendo una determinata superficie a disposizione, potrebbe essere utilizzato un impianto fotovoltaico. La presenza del vento permetterebbe l'utilizzo di microimpianti eolici, favorendo un uso locale.
In altre parole, vi sono molte fonti di produzione di energia che potrebbero essere convenienti, esattamente come accade nel resto dei Paesi europei. Invito, pertanto, a porre attenzione, a latere, alle energie sostenibili nell'ambito delle aree agricole, in quanto questo potrebbe rappresentare un aspetto che, pur non rientrando direttamente nell'ambito del biocarburante, potrebbe costituire una forma di integrazione al reddito dell'agricoltore, ancor più motivato nel voler diventare attore dell'energia rinnovabile in questa sfida fortemente significativa.
PRESIDENTE. Ringrazio il Ministro Pecoraro Scanio, anche per la sua disponibilità a seguire i lavori della Commissione per quanto riguarda l'agroenergia. Avremo occasione di confrontarci nuovamente.
Dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 16,10.