COMMISSIONE III
AFFARI ESTERI E COMUNITARI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 20 dicembre 2006


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 14,15.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche mediante l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del viceministro degli affari esteri, Patrizia Sentinelli, sulla situazione in Africa.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del viceministro degli affari esteri, Patrizia Sentinelli, sulla situazione in Africa.
Ringrazio il vice ministro che, dopo essere stata con noi a discutere questioni relative alla cooperazione e allo sviluppo, tema su cui avremo occasione di tornare con lei in futuro, oggi ci riferirà delle scelte, degli orientamenti e dell'azione del Governo per quanto concerne l'Africa, tematica di particolare e stringente attualità.

PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Grazie, presidente, per avermi invitato a questa audizione. Ritengo utile anche per il mio lavoro di vice ministra con delega all'Africa sub-sahariana - non solo per aspetti formali quali gli indirizzi del Parlamento rispetto all'attività esecutiva del Governo - capire l'orientamento che vorremmo esprimere per garantire maggiore efficacia al nostro impegno.
Desidero svolgere qualche considerazione di carattere generale sui temi dell'Africa sub-sahariana soffermandomi su alcuni punti di crisi e, in particolare, su alcune aree che sono già state oggetto di una mia visita personale. Sarebbe utile, in tempi da programmare, confrontarci in modo più sistematico per affrontare temi particolari: mi riferisco alle questioni legate ai problemi della Somalia, dell'Eritrea, del Corno d'Africa complessivamente inteso, della regione dei grandi laghi, e via dicendo. Ciò sarebbe di maggiore utilità, in quanto in una sola seduta è impossibile approfondire tutti gli argomenti.
Ritengo, tuttavia, che per dibattere e per intervenire politicamente sui grandi temi dell'Africa sub-sahariana sia necessario cambiare il carattere dell'approccio che per troppo tempo abbiamo avuto nei confronti dell'Africa. Si tratta infatti di un grande continente in fermento che richiede un approccio nuovo, capace di superare quello meramente assistenzialista, dovuto alle grandi malattie e ai grandi problemi che l'Africa vive proprio in virtù dell'esperienza coloniale, di cui anche il nostro paese ha le sue responsabilità.
L'Africa oggi ha una grande valenza politica, che non può essere celata esclusivamente dietro le immagini dei bimbi che muoiono di fame, magari rappresentati con le loro pance gonfie, sebbene una grande realtà dell'Africa sia indubbiamente rappresentata dalla fame, dalla sete, dalle lotte per la sopravvivenza, e dunque dalle malattie e dalle pandemie, come già evidenziato nell'audizione tenutasi per la cooperazione.


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Ritengo però che escludere - come spesso avviene - questo continente dalla dimensione politica, quando si affrontano temi economici e di geopolitica, e considerarlo solo quando desideriamo sentirci più buoni o inclini a dar conto delle nostre antiche responsabilità con un intervento assistenzialistico, sia un grave errore, per almeno tre motivi.
La prima ragione consiste nel fatto che l'Africa non è più un continente da considerare alla deriva, bensì un insieme di territori e regioni in grande fermento. Il secondo motivo riguarda l'esistenza di un'interessante e particolarmente rilevante partita geopolitica - se così possiamo definirla - fra Cina e Stati Uniti in Africa. Il terzo motivo è costituito dal protagonismo - che mi sembra importante sottolineare - di una nuova società civile. Forse non si può neanche parlare di società civile tout court, perché si rivelano nuclei di resistenza e di innovazione. Si tratta comunque di grandi fermenti della società organizzata, o anche dei singoli e delle singole, delle comunità locali, di diversi attori politici, che indicano un cambio di fase nel continente.
È importante segnalare anche le nuove capacità delle amministrazioni locali. Nel mese di giugno, a Nairobi, si è svolta una grande assemblea degli amministratori locali, che testimoniano la volontà di esprimere la loro esperienza politica.
L'Africa sub-sahariana, in particolare, non si può certamente considerare un tutt'uno. Essa è un gigantesco mosaico composto da 48 Stati, dove la geopolitica ha sempre esercitato ed esercita oggi - anche se in forme assolutamente diverse dal passato - una forte influenza. È necessario considerare tutto ciò quando si affrontano i grandi nodi che stringono questo continente, pur nella consapevolezza che a tale dato di fatto corrispondono politiche nazionali, e dunque precise e ineludibili responsabilità anche della dirigenza africana.
Ho usato l'espressione «mosaico di Stati», perché, se è indubbio che questo continente, e anche l'Africa sub-sahariana, ha tratti che si ripetono in ciascuna delle sue tessere, tuttavia esso rispecchia una pluralità di realtà non trascurabili sul piano economico, ma anche sul piano politico.
Esistono inoltre molteplici ragioni - politiche, culturali e di schemi di partnership - per le quali si distingue l'Africa mediterranea da quella sub-sahariana, ma ciò non deve indurre a sottovalutare l'esistenza di una sorta di «unitarietà africana», che trova pregnante espressione nell'Unione africana e anche nella domanda africana di partecipazione alle istanze onusiane rivendicata a nome dell'intero continente.
Un quarto e ultimo elemento è costituito dalla constatazione di come, dopo un periodo piuttosto lungo di trascuratezza, il continente africano sia tornato alla ribalta dell'attenzione mondiale. Si tratta di un riscontro sul quale convergono anche i maggiori centri internazionali di analisi di politica internazionale, ma anche - dato da sottolineare con particolare attenzione - le pratiche e le elaborazioni dei più recenti movimenti. Desidero anticipare qui che si svolgerà dal 22 al 25 gennaio, a Nairobi, il Forum sociale mondiale, a testimonianza anche dell'importanza - riconosciuta all'interno della consapevolezza maturata nei movimenti - acquisita dall'Africa e, al suo interno, dai citati nuclei di soggettività organizzata.
Si parla dell'Africa anche nell'agenda multilaterale, che individua nel continente un interlocutore e un punto di riferimento obbligato sui temi trasversali, di cruciale rilevanza; ricordo il tema dell'approvvigionamento energetico, ma anche quello della riforma dell'ONU.
È interessante rilevare come all'Africa sia destinato il 60 per cento del tempo dei lavori del Consiglio di sicurezza e come una percentuale simile si registri anche nell'ambito dell'Unione europea. Il dato decisivo è però costituito dal fatto che i principali paesi della terra stanno rivolgendo un crescente e per diversi aspetti competitivo interesse strategico verso questo continente.
In questo contesto, la Cina figura come maggiore protagonista di una presenza e


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di un'espansione legata a motivi economici e commerciali. Il recente Forum cino-africano, che ha visto convergere a Pechino ben 41 Capi di Stato africani, ha dato un segnale vistoso della forza e dell'ampiezza dei rapporti che si stanno costruendo tra la Cina e l'Africa sub-sahariana.
Anche a seguito di questa strategia cinese, si sta assistendo ad una rinnovata attenzione e ad un crescente impegno politico e di risorse umane e finanziarie dei nostri principali partner occidentali e degli Stati Uniti. Perciò è importante ricordare quanto è stato discusso nell'agenda del G8.
Le ragioni di tale crescente interesse risiedono senza dubbio nella grande problematicità della situazione africana. In questa terra, infatti, la povertà e la malattia raggiungono livelli intollerabili alla coscienza comune, si riscontrano il maggior numero di conflitti e di zone di tensione del mondo, e si può anche individuare una forma di possibile espansione del terrorismo.
Vi sono anche ragioni che rinviano a chiavi di lettura assai diverse. L'Africa possiede molte risorse naturali, non solo petrolio e gas, ma anche materie prime preziose di rilevanza strategica, e vi si stanno aprendo - a macchia di leopardo, con una progressione lenta ma di portata crescente - giganteschi cantieri di investimenti in campo infrastrutturale, produttivo e commerciale. Sovente, tuttavia, questi investimenti non si traducono di per sé in benessere per le popolazioni, bensì creano ulteriori contrasti e fenomeni di nuova marginalizzazione.
Nel continente africano, inoltre, si sta giocando una grande e non sempre trasparente partita di egemonia cultural-religiosa, nella quale l'Islam sembra guadagnare spazio. L'Africa appare teatro di un rinnovato esercizio di posizionamento competitivo anche nella dinamica dei nuovi equilibri di rappresentanza nell'assetto complessivo delle Nazioni Unite e, in particolare, nel Consiglio di sicurezza.
Al duplice complesso di motivazioni enunciate finora si deve aggiungere la constatazione di come l'Africa abbia imboccato - con qualche contraddizione, ma con risultati apprezzabili - la strada della ricerca dell'autonomia economica, e di come stia con determinazione affermando la volontà di riappropriarsi delle redini del proprio destino, sia individualmente che attraverso i processi di integrazione promossi dall'Unione africana e dalle organizzazioni subregionali, che trovano nella NEPAD la sua espressione più suggestiva. Tutto ciò si realizza in una logica di apertura di spazi di collaborazione con l'Unione europea, ma anche con le maggiori potenze e organizzazioni a vocazione universale e regionale, per perseguire insieme solidalmente gli obiettivi del Millennio sanciti dall'ONU.
In questo complesso di ragioni - cui aggiungo il forte dinamismo della società civile locale, soprattutto delle organizzazioni delle donne -, deve collocarsi la nostra politica verso l'Africa sub-sahariana. Cambio di passo - penso - necessario, che ci pone di fronte obiettivi ambiziosi, non solo necessari ma anche realizzabili.
La delega affidatami, che comprende sia l'Africa sub-sahariana che la cooperazione allo sviluppo, rappresenta una nuova determinazione del nostro Governo a indirizzarsi verso una strategia che collochi questo continente ad un livello di priorità politica decisamente alta e che richieda un profondo investimento nelle nostre capacità di azione sul piano bilaterale, in seno all'Unione europea e sul piano internazionale.
Tale strategia per raggiungere il fine della lotta alla povertà richiede un riposizionamento anche rispetto al nostro modello di sviluppo. Spesso infatti - come già rilevato a proposito della cooperazione nella recente audizione - si compie l'errore di ipotizzare l'esportazione del nostro modello di consumo e di produzione nel continente africano.
Tale ipotesi si rivela insostenibile; basta fare riferimento a quanto ci ricordano i recenti rapporti sulla sorte del pianeta, che giudicano impossibile continuare su questa strada. È, invece, necessario sostenere


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uno sviluppo locale autocentrato che favorisca in modo molto netto la capacità autonoma di quel paese e anche la sovranità alimentare in campo agricolo. È perciò determinante il concorso non solo del nostro Governo e di quelli dei paesi africani, ma anche delle rispettive comunità locali, in un dialogo che - come ho personalmente constatato - renderà più strutturati, rappresentativi e trasparenti i concreti passaggi nei quali tale strategia si sta sviluppando e si svilupperà progressivamente.
Ho già avuto modo di riferire in materia di cooperazione, ricordando l'obiettivo cui si sta lavorando in queste giornate per riformare la legge sulla cooperazione e mettere a punto una programmazione triennale, che consenta un'appropriata riqualificazione e un riorientamento delle nostre iniziative, a partire dalla valorizzazione delle comunità dei migranti, utile anche ad un approccio politicamente nuovo con lo stesso continente africano. Non riprenderò, dunque, questo aspetto, ma è indubbio che la «nuova cooperazione» - la chiamo così per farmi intendere - trova proprio in Africa un terreno particolarmente fecondo di prospettive.
Sul piano, invece, squisitamente politico, intendiamo rafforzare decisamente quello che considero il nostro compito principale, ovvero quello di facilitatori di pace, operando su diversi livelli e nelle diverse istanze della comunità internazionale, ma nello stesso tempo arricchendo i nostri rapporti con i più rilevanti paesi africani, attraverso schemi di dialogo politico mirati a sviluppare su un piano di parità consultazioni e concertazioni sui temi di interesse comune, su scala sub-regionale, regionale e internazionale.
Recentemente, abbiamo firmato intese in questo senso con il Sudan, l'Etiopia ed il Mozambico, a corredo delle visite che abbiamo effettuato. Lo abbiamo fatto anche con l'Unione africana, nella prospettiva di una crescente dinamica di partenariato con tale istanza, cui la stessa Unione europea sta contribuendo con consistenti risorse (55 milioni di euro).
Non sfuggirà come nel prossimo biennio, che ci vedrà membri del Consiglio di sicurezza, dovremo portare avanti questa linea di azione.
Si converrà sul fatto che, in tale ampio contesto, sarebbe sconsigliabile rischiare di risultare sostanzialmente spettatori - e non attori - delle grandi strategie politiche. Penso dunque che dobbiamo esaltare il nostro ruolo di costruttori e facilitatori di pace e di stabilità, di partner di cooperazione allo sviluppo e di solidarietà, ma anche di promotori di affari, di scambi, di formazione di reti di trasferimento tecnologico.
Per questo, abbiamo l'ambizione di realizzare una mappa delle opportunità che potranno essere condivise con i paesi sub-sahariani, in una logica di profondo rispetto delle loro esigenze, anche rispetto al nostro sistema economico e produttivo. Desidero ricordarlo qui, perché siamo già ad un punto avanzato di coordinamento con altre branche dell'amministrazione - i Ministeri dello sviluppo economico, dell'ambiente e del commercio - per l'attuazione del Protocollo di Kyoto e del dopo Kyoto.
Dobbiamo in questo senso sviluppare per il continente africano, e per l'Africa sub-sahariana in particolare, una strategia omnicomprensiva di grande respiro, non settoriale.
Queste linee di orientamento hanno costituito la base delle mie prime visite, che mi hanno portato in alcuni dei paesi più significativi del continente.
Nella scelta di questi paesi, abbiamo riservato un'evidente priorità alle aree di nostro tradizionale e prioritario interesse, anche in considerazione dei pesanti fattori di crisi da cui sono gravate, ma abbiamo anche voluto dare segnali di recupero di priorità politica che intendiamo attribuire a paesi come il Mozambico, ma anche di apertura di nuove priorità. È stato quest'ultimo il caso del Congo, paese che per le sue stesse gigantesche dimensioni ha un peso determinante per la stabilità dell'intero continente, e nel quale abbiamo un


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grande interesse a vedere il superamento delle crisi pluriennali, che sono già costate centinaia di migliaia di morti.
Per questa ragione, tra luglio e settembre mi sono recata in Congo due volte, una prima volta per accompagnare un significativo gruppo di osservatori di pace, e quindi a settembre nella fase preparatoria del secondo turno delle elezioni presidenziali. Abbiamo inteso in questo modo marcare la nostra forte aspettativa ad uno svolgimento ordinato e pacifico dell'intero processo elettorale, e concorrere agli sforzi della comunità internazionale, affinché entrambi i candidati alla presidenza, Kabila e Bemba, si impegnassero a rispettare il verdetto delle urne.
Mi sono recata in Sudan, per poter constatare di persona la complessa e inquietante realtà di quel paese, avendo incontri politici sia a Khartoum che nel Sud Sudan, a Juba in particolare, ma anche a Jenina, nella parte orientale del Darfur.
Ho tenuto una fitta serie di incontri con il Governo centrale e le autorità del Sud Sudan, con gli esponenti delle principali organizzazioni umanitarie internazionali, comprese quelle italiane, con espressioni della società civile e delle donne, con i rappresentanti delle Nazioni Unite e della Commissione di monitoraggio degli Accordi Nord-Sud, che penso abbiano concorso agli sforzi della comunità internazionale nel rispondere alle più acute e drammatiche esigenze di quel paese.
Mi riferisco in particolare al dramma umanitario del Darfur, su cui ribadisco la disponibilità a tornare in questa Commissione per svolgere un ragionamento più puntuale tra noi. Ricordo, però, che abbiamo già predisposto un nuovo e immediato apporto di 7,5 milioni di euro proprio per il Darfur, ripartiti tra le agenzie delle Nazioni Unite - UNICEF, PAM, OCHA, UNHCR - colà operanti, e al tema correlato della sicurezza, per la quale le intese del 16 novembre - tra le Nazioni Unite, l'Unione africana, il Governo di Khartoum - ad Addis Abeba, e quindi del 30 novembre ad Abuja (prosecuzione di AMIS per ulteriori 6 mesi e incremento progressivo del support package in tre fasi, da parte delle Nazioni Unite), hanno suscitato speranze per cui si sta davvero concretamente operando, anche se con qualche frustrazione per le difficoltà incontrate in quella che abbiamo chiamato «Khartoum tre».
In questa ottica, non ho mancato di dare un chiaro messaggio di sollecitazione al Governo centrale perché si imbocchi la strada di una collaborazione aperta con la comunità internazionale. Mi riferisco al nodo di fondo politico dell'Accordo di Abuja e del forte impegno che stiamo dispiegando per farlo accogliere dai leader non firmatari sulla base di «emendamenti» (si legga compensazioni o risarcimenti). Insomma, bisogna trovare il modo, se non di rinegoziare quell'accordo, almeno di ridefinire i punti perché risultino accettabili a chi non lo ha firmato, per i quali si sta parimenti insistendo sul Governo di Khartoum.
Mi riferisco, infine, alle difficoltà crescenti, in parte oscurate dalla crisi del Darfur, contro le quali si scontra l'attuazione dell'accordo storico tra il Nord e il Sud Sudan, che rischiano di determinare una perniciosa deriva di divisioni e riflessi molto seri per l'intero assetto politico del paese.
Ho effettuato una visita ad Addis Abeba, nel corso della quale ho presieduto una riunione d'area con gli ambasciatori accreditati nei 7 paesi dell'area IGAD - Sudan, Eritrea, Etiopia, Somalia, Kenia, Uganda e Gibuti -, in cui è stato sviluppato un approfondimento a tutto campo delle crisi che vi pesano, ma anche del visibile ruolo che ci viene riconosciuto, e sono state tracciate linee di orientamento della nostra azione futura. Ne è emersa una sollecitazione ad un'analisi costante, improntata a valorizzare le interrelazioni e le implicazioni su scala regionale delle crisi e delle tensioni che vi si registrano.
Con l'occasione, ho effettuato anche una visita bilaterale nel corso della quale mi sono intrattenuta a colloquio, tra gli altri, con il ministro degli esteri e con il presidente Meles, ma ho avuto anche


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contatti con i rappresentanti dell'opposizione e della società civile, nonché con esponenti della nostra collettività e delle ONG italiane.
I colloqui con il Governo si sono svolti all'insegna della tradizionale amicizia e del riconoscimento della nostra cooperazione, ma hanno anche, contemporaneamente, spaziato sulla crisi in Somalia, rispetto alla quale abbiamo espresso le preoccupazioni per una possibile e funesta precipitazione della situazione, e quindi la nostra viva aspettativa per un contributo fattivo di Addis Abeba a favore di una soluzione politica della crisi attraverso il dialogo tra le Autorità transitorie e l'Unione delle Corti islamiche.
Abbiamo colto inquietudini etiopiche per la loro sicurezza e ci siamo impegnati a tenerne conto anche in sede di concertazione internazionale. Abbiamo, peraltro, anche concordato un fitto contatto da tenere con l'ambasciata etiope a Roma, ma anche ad Addis Abeba e a New York.
Nella stessa occasione, sono stata in visita all'Unione africana, nella cui sede di Addis Abeba ho firmato con il presidente Konarè il memorandum di intesa, a cui prima facevo cenno, e questo per evidenti motivi anche di prospettiva.
La visita più recente è stata quella in Mozambico, all'insegna del recupero e del rilancio di uno storico rapporto di amicizia, ma anche di proiezione verso il futuro. Ho incontrato diversi membri di Governo e rappresentanti della società civile.
In questi ultimi otto mesi, abbiamo anche ricevuto in Italia numerose visite di esponenti africani di alto livello. Ricordo in particolare la visita di Stato del Presidente Kufuor del Ghana, proprio perché in quell'occasione è stata richiesta - ed è stata data in tal senso la nostra disponibilità - la preparazione di una visita del nostro Presidente in Ghana nel secondo semestre del 2007.
Proprio perché parliamo del Presidente della Repubblica, ricordo che egli ha voluto inaugurare il suo settennato presenziando alla Giornata per l'Africa del 25 maggio scorso. Per il prossimo anno è stato già tracciato un fitto calendario di visite, a partire dall'8 gennaio con Senegal, Sierra Leone e Guinea. Seguirà una visita in Kenia sia per il Forum sociale mondiale, sia per definire - sottolineo questo punto con grande cura - le modalità di utilizzo a fini sociali delle somme rese disponibili dalla riconversione del debito, perché abbiamo voluto inserire nella parte dell'accordo il recupero urbano degli slums delle città di Korogocho e Soweto.
Parteciperò, alla fine di gennaio, alla riunione ministeriale dell'Unione africana e al relativo vertice di Capi di Stato e di Governo, previsto appunto per il 30 e 31 gennaio.
Il riferimento al Presidente della Repubblica mi offre l'occasione di riferirvi della decisione dell'Unione africana di dichiarare - al prossimo vertice di gennaio - il 2007 «Anno della scienza e della tecnologia in Africa». Non mi dilungherò su questo, su cui eventualmente vi fornirò un appunto più preciso, ma vorremmo svolgere nel 2007, proprio in occasione della Giornata per l'Africa, un forum di lavoro, non solo di discussione, attorno ai temi legati alla scienza e alla tecnologia in Africa.
Ho già accennato al Sudan, dove è in corso un complesso intrecciarsi di crisi, di scontri e di confronti. Siamo impegnati nel rafforzamento della missione di pace AMIS e di una sua evoluzione suscettibile di assicurare accettabili condizioni di sicurezza nella regione. Allo stesso modo, l'Italia accompagna con massima attenzione gli sforzi in corso per riportare ad un tavolo i non firmatari del DPA e riprendere quel possibile dialogo e negoziato conosciuto come «Darfur-Darfur Dialogue», che punta a far rinascere le intese sul terreno.
L'altra area sulla quale nutriamo ancor più forti preoccupazioni è la Somalia, dove è praticamente quotidiano lo sviluppo delle nostre azioni ai più diversi livelli per evitare una deriva conflittuale, che si rivelerebbe perniciosa non solo per il futuro di questo Stato e per la sua popolazione colpita così duramente dall'inclemenza climatica, ma anche per la stabilità della regione.


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In Somalia, constatiamo oggi un'inquietante prevalenza di fattori di criticità intrecciati in una spirale di contrapposizioni, che sembra difficile contribuire a dipanare in favore di uno sbocco di natura politica. Stiamo lavorando per scongiurare tali rischi e rimettere sui binari del negoziato il rapporto tra Autorità transitorie e Unione delle Corti islamiche. Come vedete, si ribadisce il nostro ruolo nel favorire gli accordi attraverso il confronto e il negoziato, che vale per il Darfur, per il Sud Sudan e per la Somalia.
Abbiamo da ultimo cercato di operare, di concerto con i partner europei, a favore di una risoluzione del Consiglio di sicurezza - la 1725 - che potesse offrire utili punti di riferimento per il conseguimento dell'obiettivo di far tornare al tavolo negoziale le due parti somale. Ci siamo riusciti in buona misura. Nello stesso tempo, stiamo contribuendo al successo dell'iniziativa assunta dall'Unione europea, che vede proprio in questi giorni il commissario Michel impegnato tra Baidoa e Mogadiscio.
Abbiamo contatti pressoché quotidiani con i principali interlocutori internazionali e regionali in grado di influire sulla dinamica della crisi. E ciò sia da parte di Roma, sia a Nairobi, dove possiamo contare sul prezioso contributo dell'onorevole Raffaelli e sull'azione della delegazione speciale, che ad Addis Abeba e nelle capitali dei paesi (USA, Regno Unito, Norvegia, Svezia, Tanzania) partecipano al Gruppo internazionale di contatto, nonché con i rappresentanti degli organismi che vi assistono in qualità di osservatori (Nazioni Unite, Lega araba e IGAD). Ricompattare le Autorità transitorie, ritrovare in tale contesto l'intesa tra il Presidente Yusuf e lo speaker, sollecitare l'Unione delle Corti islamiche a fermarsi, appoggiare le iniziative di mediazione e di sensibilizzazione che altri attori possono o ritengono di svolgere: sono questi i punti di riferimento di un'azione mirata alla ripresa del negoziato.
Il pessimismo a volte sembra dover prevalere, ma ritengo doveroso continuare su questa linea per farla affermare.
Un cenno va fatto, anche per le possibili connessioni con la crisi somala, alla disputa etiopico-eritrea, che continua a versare in uno stato di pericoloso stallo di «no pace, no guerra». La consapevolezza della necessità di uscire da tale situazione ha indotto la commissione arbitrale per i confini ad una duplice decisione, su cui dovremo misurarci nei prossimi mesi. La prima, di tracciare sulla carta finalmente il confine, quasi a voler sancire in modo definitivo un tracciato che era stato individuato seguendo rigidamente le istruzioni di lavoro concordate fra le parti. L'altra, di dare un anno di tempo alle due parti per trovare una via di uscita concordata.
In tale quadro, si colloca la scadenza del mandato delle forze di pace delle Nazioni Unite fissata alla fine di gennaio. In previsione di tale scadenza, ci attiveremo perché venga salvaguardata la finalità e quindi il ruolo di fondo per cui è stata istituita, ben sapendo come sia consistente la prospettiva di ridimensionamento della medesima da parte americana, che rischierebbe di dare un segnale negativo di disinteresse internazionale per l'intera e drammatica crisi.
Gli attentati infine di lunedì scorso, e soprattutto il caso dei tre connazionali rapiti nel delta del Niger, tuttora detenuti in ostaggio, ricorda con forza quanto fragile sia il quadro di riferimento sociale e politico, con il quale occorre quotidianamente confrontarsi in Africa. Tuttavia, ciò rappresenta una ragione aggiuntiva per dar corso ad una strategia di rilancio strutturale e strutturato dei nostri rapporti complessivi con quel continente e con i paesi che hanno maggiore rilevanza per i nostri interessi nazionali.
Questa annotazione mi porta a concludere con la nota positiva rappresentata dall'avvio al ritorno delle elezioni, dunque ad una vita democratica del Congo, paese la cui stabilità può risultare determinante per l'intera regione, e dal fatto che nel corso del 2006 si sono svolti ben 14 processi elettorali, come nell'anno precedente.
Si tratta di indicazioni che non attenuano le ombre delle crisi persistenti, ma


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che ci incoraggiano ad affinare il prisma ottico con il quale guardiamo l'Africa sub-sahariana, e dunque a rilevarne tutte le possibili differenziazioni in negativo, ma anche in positivo.
Prima di concludere, desidero solamente aggiungere una notazione, nella parte analitica, delle difficoltà che abbiamo sul tema delle risorse disponibili. Abbiamo compiuto un passo in avanti, per quanto riguarda l'ultimo impegno per la cooperazione, ma è bene ricordare come l'insieme delle nostre strutture diplomatiche non è così fortemente potenziato in Africa. Mi sembra doveroso segnalare questo problema.
Ritengo comunque che da qui dobbiamo continuare a lavorare per ridare forza e ruolo politico a questo continente, e in particolare all'Africa sub-sahariana.

PRESIDENTE. La ringrazio molto, viceministro Sentinelli, per la sua relazione ricca di informazioni e spunti che possono essere oggetto della nostra discussione.
Do la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. Ringrazio anch'io il viceministro Sentinelli per la sua relazione ampia e completa, che rappresenta un'ottima premessa per un lavoro comune.
In ogni caso, il mio gruppo è assolutamente disponibile ad una piena collaborazione sul piano su cui ha impostato la sua relazione, e sul quale non vi sono possibilità di equivoci. Sono state esposte le debolezze e le forze, così come da lei personalmente valutate.
In primo luogo, ritengo assolutamente corretto considerare l'unitarietà dell'Africa, cui siamo distolti, ad esempio, da una ripartizione dell'ONU, che individua l'Africa sub-sahariana, distinguendola da quella mediterranea, per comodità e convenzione. Tuttavia, i nessi e le relazioni fra questi due comparti dell'Africa sono sempre più forti, e dunque bisogna tenerne conto sia negli aspetti positivi che in quelli negativi.
Ritengo possibile, oggi, individuare l'Africa della paura, che costituisce una novità per chi ha frequentato il continente per molto tempo. In passato, infatti, questa Africa della paura era confinata solo in alcune realtà, laddove oggi, ad esempio, si è diffuso il discorso della Nigeria, un tempo unica zona caratterizzata dal timore dei rapimenti e del banditismo organizzato. Adesso, invece, esiste questo tipo di Africa, che è necessario considerare, analizzando attentamente le ragioni alla base di situazioni così complesse e difficili.
In secondo luogo, bisogna tener conto dell'Africa dei conflitti. Certo, la grande scommessa delle elezioni democratiche di Kabila, la cui legittimità è stata riconosciuta a livello internazionale, induce alla speranza, ma non bisogna dimenticare che nel continente africano esistono ferite aperte e numerose minacce celate al suo interno.
Proprio la grande scommessa di Kabila non ci esime dal considerare la difficoltà ancora esistente nella regione dei grandi laghi, di cui tener conto nel momento dell'intervento. Sebbene vinca Kabila - e non di grande misura -, bisogna tuttavia tener conto di come Bemba sia un banyamulenge, quindi un tutsi, e di come questa dinamica sia da considerare quando si interviene, non trascurando le varie esigenze.
Nel creare una strategia per l'Africa, bisogna considerare la grande disparità esistente tra i vari paesi. Esistono paesi privi di uno sbocco sul mare e quindi completamente tagliati fuori da qualsiasi possibilità di sviluppo, che bisogna sostenere. Accanto a paesi con enormi risorse, vi sono paesi di estrema povertà, perché anche qui - come rilevato dal vice ministro in apertura - ci si ricollega ad una colonizzazione che ha segnato su una cartina geografica i confini in base agli interessi di questo o quel paese, trascurando la ricerca di un equilibrio, laddove, invece, poiché i confini erano artificialmente tracciati, si sarebbe potuta utilizzare una sensibilità maggiore. Adesso quindi constatiamo la vicinanza di paesi molto poveri e molto ricchi, di paesi con una demografia densa e particolare, come


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il Burundi, e di un paese completamente spopolato come la vicina Repubblica centrafricana. Quindi, bisogna considerare le disparità esistenti.
Lei ha accennato alla geopolitica degli Stati Uniti e della Cina, dunque a partite che si giocano non solo tra questi soggetti, e con rischi notevoli. Una partita di estrema gravità che tragicamente assomiglia ad un déjà vu si sta giocando in Rwanda da parte della Francia. Questo paese sta giocando in una polveriera una sua partita spostata su una delle due etnie in lotta: scelta questa assolutamente da evitare, da controbilanciare, e forse anche da considerare rispetto al ruolo attuale dell'Italia nel Consiglio di sicurezza.
Concordo con la percezione che la società civile si stia muovendo e ritengo vada dato seguito a questo. Bisogna attribuire importanza a quanto stanno facendo le donne, ma anche rendersi conto che questa società civile va sostenuta. Non mi stancherò di ribadire la necessità di riconoscere senza alcun imbarazzo che la cooperazione e il suo stesso meccanismo costituiscono di per sé una fondamentale risorsa, che deve essere messa a frutto dai paesi locali. Adesso, infatti, il grande problema dell'Africa non è più la necessità di un'assistenza tecnica, bensì la disoccupazione intellettuale dei giovani che, sacrificandosi, si recano a studiare all'estero, per poi rimanere da noi a fare i lavavetri, o tornare nei loro paesi dove i posti sono occupati dai volontari occidentali che svolgono il lavoro che dovrebbero fare loro.
Questo è inaccettabile e diffuso, e si scontra - passaggio molto delicato - con la buona volontà di questi giovani che avrebbero intenzione di fare qualcosa, ma alla fine non hanno sbocchi.
Ritengo pertanto che, nel formare i giovani europei, bisognerebbe chiarire che andranno lì a fare pianificazioni e valutazioni, mentre di tutto il resto si occuperanno i locali, giacché non c'è spazio per altre professionalità.
Questa è una battaglia che non riguarda il mio gruppo, ma che personalmente cercherò di portare avanti.
Lei ha espresso l'ottima intenzione di svolgere una programmazione - mi sembra di aver capito - che sia triennale, e desidererei dirle, ministro, che dovrebbe essere almeno triennale, perché in realtà i piani di sviluppo legati all'ONU e all'Unione europea sono quinquennali. Sono consapevole che si tratta di un enorme sforzo, che apprezzo molto, perché sarebbe già ottimo se fossero triennali, però sarebbe auspicabile tecnicamente che i piani di sviluppo fossero almeno quinquennali.
Al di là dei conflitti, esiste una grande possibilità di considerare l'Africa un paese di speranza, però dipende da noi.
Esiste una parte dell'Africa di cui ora si parla meno perché, ovviamente, sono in primo piano i conflitti e le urgenze, ma l'Africa della speranza può garantire lo sviluppo. Se infatti pensiamo ai problemi della desertificazione, a tutta l'Africa occidentale che non ha rilevanti conflitti, ma dove bisogna sostenere la speranza, ci rendiamo conto che, quando il viceministro Sentinelli rileva l'impossibilità di esportare il nostro modello di sviluppo, bisogna ammettere che per gran parte degli abitanti dell'Africa, compresi quelli delle città, esiste una economia molto legata alla sussistenza. Ricordo con grande rispetto alcune donne che coltivavano manioca nelle aiuole pubbliche, unica possibilità di garantire la sussistenza alla propria famiglia.
Nel tracciare le grandi linee della strategia dello sviluppo, non dobbiamo dunque trascurare questo elemento. Non sono qui a dare suggerimenti, ovviamente, perché sicuramente si tratta di cose che conoscete, ma, con lo stesso spirito con cui il viceministro ha parlato a trecentosessanta gradi, ritengo di essere autorizzata anch'io ad affermare questa nostra posizione: in una situazione in cui la globalizzazione lambisce solo una parte dell'Africa ed esclude gran parte della popolazione africana, in primo luogo, non dobbiamo forzare questo processo, considerando invece una risorsa il fatto che molti ne siano esclusi; quindi, dobbiamo anche valutare quanto di autonomia di sussistenza si deve


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dare. Pertanto, i grandi piani di sviluppo devono considerare che la scelta di dove far passare una strada, di dove costruire un ospedale o un pozzo, reca con sé questo problema, che spesso ricade sulle donne.
Vorrei concludere evidenziando la grande attenzione da parte di questa società civile - che lei ha avuto la sensibilità di fare emergere nelle amministrazioni locali e nei Governi - nei confronti delle donne. Il paese che ha il maggior numero di donne parlamentari è infatti un piccolo paese africano, il Rwanda, dove tale rappresentanza raggiunge il 50 per cento.

PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Volevo solo segnalare che il 1o, il 2 e il 3 marzo, a Bamako, in Mali, il Governo italiano ha promosso una Conferenza delle donne. Ovviamente, vi invieremo l'invito (se possibile, come delegazione parlamentare).
Ad Akari, in Senegal, il 9 di gennaio, avrò un incontro formale con la rete dei contadini, proprio sul tema relativo allo sviluppo rurale.

IACOPO VENIER. Vorrei ringraziare la viceministro Sentinelli per l'ampia relazione sull'attività svolta da questo Governo, che dimostra come, al di là delle parole, vi siano i fatti, che già in questi pochi mesi hanno segnato uno scarto di iniziativa, di cui si sentiva un assoluto bisogno.
Desidero ringraziarla ancora di più per la parte di analisi e di impostazione strategica dell'azione che il Governo intende effettuare rispetto alla realtà africana, che condivido nei dettagli.
Potrei anche fermarmi qui. Vorrei però sviluppare alcuni temi importanti posti dal viceministro Sentinelli, il primo dei quali riguarda il suo accenno alla responsabilità del colonialismo italiano, che si riflette nelle attuali condizioni di una rilevante parte dell'Africa.
Un mese fa, l'ex vice premier, onorevole Fini, rivendicava un ruolo positivo del colonialismo italiano in Africa, a significare una percezione completamente distorta, non solo un errore politico, ma un senso comune diffuso nel nostro paese sul ruolo del colonialismo italiano in Africa e, in generale, sulle responsabilità storiche in relazione ad alcuni popoli e ad alcuni paesi non certo legate ad una proiezione positiva del nostro colonialismo, che ha prodotto oltre 500 mila morti in Africa, rappresentando uno dei colonialismi più aggressivi.
Si tratta infatti di un colonialismo che ha utilizzato sistematicamente le armi di distruzione di massa, ha sperimentato i gas tossici, le stragi e le vendette più efferate nei confronti delle popolazioni africane, improntato anche ad un razzismo di grande aggressività.
Esiste dunque un problema culturale nella percezione della nostra proiezione rispetto all'Africa, che costituisce un impedimento a compiere il salto politico da lei indicato, ovvero il passaggio da un'idea di assistenza e di emergenza ad una di sviluppo strutturato, abbandonando l'approccio caritatevole ed emergenziale nei confronti dell'Africa e l'idea di un continente perso, verso cui compiere solo operazioni atte a lenire la propria coscienza o a mascherare le proprie responsabilità.
Infatti, se abbiamo innegabilmente una responsabilità storica, abbiamo anche una responsabilità pienamente attuale, che si esprime nel modo in cui il nostro paese - nel contesto europeo - si relaziona a questa nuova geopolitica, che ha a che fare con quanto affermato da Rhi-Sausi, audito ieri, sulla questione della globalizzazione, ovvero con il fatto che nell'Africa si concentra la gran parte della povertà mondiale, così come le grandi ricchezze del pianeta. Non si mira quindi all'egemonia politica sull'Africa, quanto piuttosto a garantire le condizioni affinché essa possa rimanere un fornitore di materie prime a basso costo per l'intero sistema economico mondiale. Il Presidente Mbeki, commentando il vertice sino-africano, rilevava come un certo tipo di relazione, anche con la Cina, potesse riprodurre elementi di nuovo colonialismo. Se questo si riscontra per la Cina, paese enorme che però solo oggi si affaccia nella relazione con l'Africa,


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tanto più avverrà per l'Unione europea rispetto all'Africa e alle responsabilità europee nelle guerre attuali e del passato.
Lei, signor vice ministro, ha affermato come per la sostenibilità ambientale dell'intero pianeta non si possa pensare all'esportazione del nostro modello di consumo e di sviluppo in Africa, aspetto che comporta una rivisitazione di entrambi i modelli, e induce a ritenere, come diceva l'onorevole Tangheroni precedentemente, non che si debba assicurare una economia di sussistenza, ma che quelle tragedie siano prodotto di questa disparità, e non eventi slegati dalle dinamiche dell'economia globale.
Quindi, bisogna rivedere l'intero modello, senza esportare il nostro o negare lo sviluppo ai popoli africani solo per salvaguardare una compatibilità ambientale e generale, perché questo presupporrebbe un atteggiamento latentemente razzista, che implicherebbe una compatibilità che consenta il raggiungimento di tale standard solo a questa parte del mondo. Bisogna perseguire uno standard diverso, un'altra idea di benessere.
Per quanto concerne i conflitti, non fa parte della sua delega specifica ma ritengo che nel ragionamento complessivo dell'Africa non possa mancare un riferimento al Sahara occidentale, luogo in cui si sta ancora discutendo ancora oggi il concetto della decolonizzazione.
Il Sahara occidentale ha infatti uno status di nazione derivante dal processo di decolonizzazione. Quindi andrebbe data attuazione alle risoluzioni delle Nazioni Unite, sino al referendum sulla autodeterminazione e all'affermazione dell'accordo del cessate il fuoco, che ormai ha oltre un decennio alle sue spalle, ma implica l'affermazione del diritto anche sul piano africano.
Condivido particolarmente l'accento sul sostegno all'Unione africana come strumento di riflessione ma anche di progettazione e costruzione di una soggettualità dell'Africa sul piano internazionale.
L'Unione africana e il NEPAD, pur nelle sue contraddizioni, sono il segno di come tutte le macroaree si stiano organizzando. In tale ambito dobbiamo favorire i processi di partecipazione e di nuova consapevolezza dei popoli africani, affinché essi si approprino del ruolo di protagonisti in positivo delle dinamiche della geopolitica mondiale. Con l'impianto che lei ha dato all'azione per l'Africa, possiamo dunque essere partner affidabili in questo cammino che ci rappresenta un'Africa che non è solo disperazione, morte, paura, bensì anche un continente in pieno fermento. Si tratta forse di Afriche diverse, ma comunque di un soggetto che può essere percepito da se stesso e dal resto del mondo non solo in una prospettiva di appropriazione o di scarico dei rifiuti. L'Africa è infatti spesso individuata come luogo della espropriazione delle risorse, dove poi scaricare le scorie di questo nostro modello di sviluppo.
Desidero ringraziarla ancora una volta e ribadire l'impegno di tutta la maggioranza a difendere quel minimo di incremento dei fondi per la cooperazione allo sviluppo, e nello specifico dei fondi per questa emergenza globale, che questa finanziaria ci consegna in maniera insufficiente. Su questo dovremo lavorare, per difenderli e in seguito ampliarli nella prossima legge finanziaria.

ALESSANDRO FORLANI. Anch'io desidero esprimere, vice ministro, apprezzamento per la sua relazione molto ampia, molto precisa, ricca di spunti. Non è facile affrontare in una sola seduta un'esposizione sull'Africa nel suo complesso, che costituisce una sommatoria, un insieme di diversità, in cui si evidenziano aspetti, emergenze, situazioni di crisi in cui occorre intervenire; quindi, il suo è stato uno sforzo veramente apprezzabile.
Come altri colleghi intervenuti, nutro una certa diffidenza verso le nuove egemonie che si vanno realizzando in termini economico-commerciali in Africa, ovvero verso la competizione tra Cina e Stati Uniti, verso l'egemonia cinese nel commercio e negli appalti che ha portato al Forum di Pechino. Tali fenomeni potrebbero infatti rappresentare forme neocoloniali, che avrebbero in comune col vecchio colonialismo


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non gli aspetti militari oppressivi, bensì la sostanziale inefficacia rispetto ai drammi e alle condizioni di penalizzazione che si riscontrano oggi nel continente.
Temo si tratti di fenomeni di competizione tra soggetti terzi che non si traducono in condizioni di sviluppo e di miglioramento della qualità della vita delle popolazioni, o di superamento dei maggiori problemi del continente.
Ritengo che, prima di considerare l'Africa come una grande opportunità di mercato, di reperimento di risorse, di investimenti, la comunità internazionale debba porsi il problema di superare una serie di emergenze, per realizzare poi una competizione in termini di mercato, in un'ottica di globalizzazione che riguarda il mondo intero.
Quindi, la fame, le pandemie sempre più diffuse, i conflitti ancora aperti, i campi profughi, le fasce di popolazione ormai abbandonate a se stesse, senza alcuna prospettiva di evoluzione, di realizzazione o di integrazione, rappresentano situazioni aperte, che devono essere affrontate dalla comunità internazionale accantonando il problema della competizione economica.
Sotto questo profilo, guardo con favore all'iniziativa del G8, del NEPAD, perché, sebbene ignori i livelli di efficacia e di incisività raggiunti, ritengo che ci si debba porre in questo solco di cooperazione, di aiuto, di promozione dello sviluppo, di attenzione prioritaria a quelle popolazioni.
Sollecito quindi il nostro Governo e il nostro Parlamento ad accelerare un aggiornamento della legislazione sulla cooperazione, a prendere in esame, anche nelle nostre Commissioni parlamentari, i disegni di legge giacenti, e ad assumere iniziative anche congiunte.
Sul piano internazionale, ritengo che gli obiettivi principali degli investimenti debbano riguardare il microcredito, l'assistenza rispetto alle nuove professionalità, alle nuove tecnologie, all'istruzione, alla formazione professionale, alla lotta alla desertificazione crescente, attraverso nuove infrastrutture idriche, opere strutturali, di desalinizzazione. Si tratta di interventi molto costosi, che richiedono un forte investimento anche in termini energetici. Tuttavia, ritengo che queste debbano essere al momento le grandi priorità. In seguito, superate le condizioni di penalizzazione grazie a questi interventi, si potrà pensare anche ad un'Africa come mercato e come terreno di competizione.
Vorrei porle qualche domanda rispetto ad alcune delle tante crisi politiche ancora aperte.
Desidererei conoscere gli esiti della pressione esercitata dall'Unione europea nei confronti del Governo sudanese per quanto riguarda il conflitto in Darfur, i negoziati con le parti ribelli e, nello stesso tempo, l'assistenza e la garanzia - sinora insufficiente - di sicurezza ai campi profughi e alle popolazioni sfollate, il processo di ricostituzione di un'autorità istituzionale in Somalia. Vorrei sapere se si intenda favorire una riunificazione del paese, o comunque intervenire per assicurare al Governo legittimo un'effettiva autorità sulla Somalia, fatta eccezione per le due aree del Somaliland e del Puntland, e come ci si ponga rispetto alla crescente supremazia delle Corti islamiche, con l'appoggio dell'Etiopia.
Non voglio rendere troppo gravoso il lavoro di oggi, che è stato già abbastanza intenso. Tuttavia, si riscontra qualche passo in avanti rispetto al tentativo di accordi di pace con la guerriglia ugandese, dell'esercito di resistenza del Signore, tanto che, nel momento in cui il conflitto sudanese tra il nord islamico e il sud cristiano è arrivato ad una fase di pacificazione, sembrava che si potessero neutralizzare le motivazioni di questa guerriglia, che infesta il nord Uganda partendo dal Sudan, con ingente danno delle popolazioni ugandesi, con il sequestro dei bambini e il fenomeno dei bambini soldato.
Vorrei chiedere dunque se esista qualche novità rispetto alle tre aree particolarmente critiche del Darfur, dell'Uganda e della Somalia.

SABINA SINISCALCHI. Mi associo ai ringraziamenti dei colleghi alla viceministro Sentinelli, in particolare per la sua


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disponibilità a tornare in questa Commissione a riferirci di aree dell'Africa, e in generale del continente.
Di fronte all'Africa e ai suoi drammi, abbiamo bisogno davvero di conoscere e di capire, per poter poi agire con interventi che si rivelino utili ai popoli di questo continente.
Come ricordavano anche i precedenti interventi dei colleghi, assistiamo ad un drammatico livello di violazione dei diritti umani, a causa certamente di responsabilità locali, in particolare delle citate leadership, che non li rispettano per un'involuzione totalitaria di molti Governi - Zimbabwe, Eritrea, Costa d'Avorio -, una deriva militare che aggiunge conflitti a quelli già esistenti.
Esiste, però, anche una responsabilità dell'Europa - e del nostro paese in particolare -, in quanto il continente africano è il primo importatore di armi leggere, mentre l'Italia è il settimo nella classifica mondiale per l'export di queste armi.
Nell'ambito delle Nazioni Unite, è passata un'interessante mozione che consente l'avvio di un processo di controllo del commercio mondiale di armi leggere, usate nei conflitti africani.
Si assiste, inoltre, a un peggioramento della condizione di vita dell'africano medio rispetto a venti-trenta anni fa. Non concordo con l'onorevole Tangheroni Paoletti, secondo cui la globalizzazione non sarebbe arrivata a toccare molti settori sociali nei paesi africani, perché, al contrario, ritengo che questo modello di globalizzazione sia arrivato ad escludere - direi quasi premeditatamente - molte popolazioni locali, sottraendo loro il controllo di risorse economiche vitali, non ultima la terra.
Assistiamo, perciò, ad un incremento di produzioni agricole alimentari destinate al mercato mondiale, che sottrae risorse come acqua e terra, fondamentali per soddisfare il fabbisogno alimentare locale, contribuendo quindi alla crescita della fame. Assistiamo a politiche economiche condizionate dai paesi creditori, che inducono a tagliare sempre più le spese sociali. Un dato fornitoci dalla UNDP indica come negli ultimi venti anni le spese per la sanità, in Africa sono state tagliate dell'80 per cento, mentre quelle per l'istruzione del 60 per cento, contribuendo pesantemente a peggiorare le condizioni di vita degli africani.
Un Governo - e qui la responsabilità non è soltanto sua, viceministro - di un paese che davvero desideri sostenere i processi di liberazione dalla paura e dal bisogno delle popolazioni africane deve innanzitutto agire sul tema dell'export di armi. Abbiamo una legge - la n. 185 del 1990 - che impedisce l'esportazione di armi verso paesi che violino i diritti umani o siano in guerra, però in Africa esistono situazioni non codificate e non stigmatizzate dalle Nazione Unite che sono altrettanto pesanti. Si tratta di rischi, di conflitti latenti, non ancora riconosciuti ma già scoppiati, di violazioni dei diritti umani che spesso, per diverse ragioni, non vengono stigmatizzati dall'ONU. Bisogna agire su questo fronte e il nostro paese ha pesanti responsabilità.
È poi necessario intervenire sulle partnership commerciali, sulle quali dobbiamo agire per il tramite dell'Unione europea, prediligendo gli interessi locali piuttosto che quelli delle nostre aziende o di quelle europee.
Come Governo italiano, possiamo intervenire nella piena applicazione della legge n. 209 del 2000, sulla cancellazione del debito bilaterale, non totalmente applicata. Lei ha citato il caso di riconversione con bonifica e riscatto di due quartieri come Korogocho e Soweto, che arrecherà sicuramente un beneficio diretto agli abitanti di quelle aree, però questa legge va applicata fino in fondo e, accanto all'iniziativa bilaterale, l'Italia dovrebbe agire anche sul piano multilaterale. Infine, è necessaria una cooperazione seria, consistente, che si muova nelle linee da lei descritte nel suo intervento odierno e in quello precedente.

TANA DE ZULUETA. Anch'io ringrazio la viceministra Sentinelli per l'approccio, l'impostazione politica e soprattutto l'impegno e l'analisi che ha espresso.


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Condivido molte affermazioni dei colleghi che mi hanno preceduto, in particolare degli ultimi due, e pertanto non intendo ribadirle.
Anch'io ritengo molto importante la possibilità prospettata dalla viceministra di continuare questo dialogo e questa analisi, perché i teatri di cui ci ha segnalato i problemi e le modalità di intervento dell'Italia esprimono un'immensa complessità.
Poiché perseguiamo l'analisi di una politica appropriata, e non solo delle difficoltà e delle necessità di aiuto, vorrei sottolineare l'importanza dell'approccio multilaterale cui accennava l'onorevole Siniscalchi. Per quanto riguarda la questione delle armi, l'Italia ha una delle legislazioni più avanzate del mondo sull'esportazione di armi, però la si può aggirare, tanto che un'indagine della RAI ha evidenziato l'esportazione in Eritrea, come pezzi di ricambio, di aerei da combattimento Aermacchi, avvenuta l'anno scorso.
Soprattutto la legislazione sulle armi leggere, paradossalmente, è fra le più generose del mondo, e dipende soltanto dall'autorizzazione del questore della zona di produzione. Pertanto, la piena attuazione a sostegno delle iniziative delle Nazioni Unite è fondamentale, ma forse occorrerebbe anche analizzare la legislazione nazionale vigente, per valutare l'opportunità di un regime, non dico più severo di quello dei nostri partner europei, ma meno discrezionale, e che soprattutto garantisca maggiori tracce, dal momento che gran parte delle destinazioni rimane un'incognita.
Per quanto riguarda i conflitti in Sudan, esiste una costosa campagna, sui giornali internazionali, di denuncia delle atrocità in atto nel paese, e mi colpisce molto il fatto che costi molti soldi, che potrebbero invece essere più utilmente spesi nell'aiuto alle popolazioni colpite. Ma vi è una questione internazionale per un intervento militare non condiviso, e forse questo fa parte di tale campagna.
Credo sia molto importante collocare quel conflitto all'interno di un contesto, in quanto la guerra del Sudan non riguarda più solo il Sudan e il Darfur, giacché sono in corso combattimenti anche in Ciad e in Africa centrale, con gli stessi attori e gli stessi sponsor internazionali. La Francia ha addirittura attivato una propria forza aerea, per difendere i Governi del Ciad e dell'Africa centrale dalle ribellioni in atto.
Sarebbe auspicabile un momento di attenzione multilaterale - non per sollecitare l'ennesima conferenza - non concentrata esclusivamente sulla questione del Sudan, bensì su quello che sta succedendo nei paesi confinanti, sul modello dell'approccio che ci è stato brevemente descritto per quanto riguarda il Corno d'Africa. Questo sarebbe molto importante, perché la tentazione in cui è caduta una parte della comunità internazionale sostenendo una parte contro l'altra probabilmente ha contribuito al degenerare del conflitto.
Del resto, non è una tentazione ancora del tutto risolta, e da questo punto di vista, purtroppo, ci sono testimonianze di un sostegno da parte del precedente Governo al Governo provvisorio, per poter combattere, nonostante l'embargo in atto, le Corti islamiche. È fondamentale non solo porre fine a questo approccio, ma soprattutto impostare strumenti multilaterali, soprattutto per quanto concerne il tema ambientale.
Il collega Venier ha fatto un accenno molto importante al tema dei rifiuti e dell'Africa. La vicenda è esplosa con la questione della Costa d'Avorio, ma solo perché si ebbe la sfrontatezza di portare i rifiuti dentro la capitale, mentre i rifiuti che finiscono in aree non coperte dai mass media recano un danno silenzioso, ed esistono anche buoni motivi per ipotizzare che così sia accaduto per molti anni in Somalia.
Ritengo quindi che sarebbe molto importante un protagonismo dell'Italia in sede europea e anche di Nazioni Unite, per migliorare la conoscenza di questi traffici e soprattutto per individuare gli strumenti per combatterli, auspicando il raggiungimento di risultati rilevanti.
Vorrei aggiungere un ultimo accenno al tema della salute pubblica, motivato anche


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dal fatto di aver trascorso una parte della mia infanzia in Africa, ove mio padre lavorava nel campo della salute pubblica e della lotta alla malaria.
L'Italia non ha solo un debito da sanare, come è stato detto prima dall'onorevole Venier, per quanto riguarda il fondo - che è importante realizzare senza penalizzare il resto dell'attività di cooperazione -, ma ha anche una competenza storica nel campo della malaria, che potrebbe essere valutata in progetti - spesso nelle mani dei governi locali - che si concentrino sulla ricerca, sulla lotta all'epidemia, sul rafforzamento delle strutture di salute pubblica, proprio per poter combattere una malattia che ancora uccide 5 milioni di bambini africani ogni anno, sebbene si possa prevenire e curare con un costo relativamente basso. Questo risulta inaccettabile a livello mondiale. Pertanto, anche su questo aspetto, la specificità dell'Italia potrebbe esprimersi nel valorizzare i punti di eccellenza già in atto, che, come altri nel campo della ricerca accademica e della cooperazione, hanno subìto dannosi tagli di risorse e l'allontanamento di molti esperti italiani, che adesso lavorano per istituzioni straniere, il che rappresenta un paradosso.
Penso che potremmo tornare su questo, anche nell'ottica condivisibile dell'onorevole Paoletti Tangheroni, secondo cui è fondamentale che la cooperazione europea non sottragga lavoro ai sempre più numerosi attori locali competenti.

PRESIDENTE. Ritengo che, in seguito alla seduta di oggi, la Commissione intenda creare le condizioni per aprire una sorta di dossier sull'Africa, al fine di approfondire le questioni attinenti allo sviluppo di questo grande continente che si dibatte in problemi enormi.
Mi pare molto importante quanto affermato dal viceministro Sentinelli sull'Africa come area in cui si concentrano risorse di rilevanza strategica, come il petrolio e il gas - motivo di conflitti e di contrasti -, e come regione del mondo in cui si è aperta una partita per l'egemonia culturale e religiosa, altro tema cruciale del nostro tempo. Mi sembra che questo induca sia l'Unione europea che l'Italia ad una consapevolezza della portata delle questioni e della necessità di politiche più efficaci e incisive. L'Italia, probabilmente, pur consapevole dei suoi limiti, può svolgere il proprio ruolo.
Do ora la parola al viceministro Sentinelli, che desidero ringraziare, nella certezza che proseguiremo in questo lavoro con il suo aiuto.

PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. Grazie a tutti voi, grazie, presidente. Potrebbe essere utile svolgere una seconda audizione sui temi dell'Africa, se il presidente e la Commissione sono d'accordo, al rientro in Italia dopo la partecipazione della delegazione italiana all'Unione africana, che si svolgerà ad Addis Abeba verso la fine di gennaio, dopo lo svolgimento del Forum sociale mondiale di Nairobi e dopo altri appuntamenti (che non richiamo per brevità) che in quel periodo si svolgono in Africa, in particolare in alcune aree dell'Africa sub-sahariana. Tale nuova audizione ci darebbe modo di approfondire i termini politici oggi espressi, ma soprattutto di fare il punto sulle novità che, nel frattempo, possono giungere a maturazione. In particolare, mi pare importante segnalarvi alcune cose, provando anche a rispondere alle vostre domande.
Per quanto riguarda il Forum di Nairobi, attribuisco a tale evento molta importanza, non solo per la pratica maturata in esperienze di movimento negli anni precedenti a questo Governo, ma anche per la partecipazione del Governo italiano in qualità - ho sempre sostenuto in questo periodo -, non di promotore di iniziative, ma di ascoltatore di quanto prodotto in quelle quattro giornate dai movimenti mondiali. Ciò anche per segnalare un interesse che abbiamo avuto, in quanto abbiamo contribuito affinché il Forum si potesse svolgere in modo tranquillo e ordinato, con un indirizzo politico nei confronti del nostro ambasciatore, e quindi collaborando con il Governo del Kenia e l'autorità a Nairobi, ma anche praticamente,


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con un'erogazione in beni e servizi - cosa che ho evidenziato nelle conferenze stampa - per la comunicazione e la traduzione nel Forum sociale di Nairobi. Si esprime quindi un interesse a valutare positivamente come questo Forum possa determinare anche ulteriori contributi di elaborazione per tutte le problematiche che in questo incontro avete potuto già svolgere.
Ritengo importante intrecciare fortemente - ancor più con il vostro contributo - il livello politico di intervento della cooperazione italiana con l'intervento politico in Africa sub-sahariana. All'inizio abbiamo visto come queste due deleghe non siano state affidate casualmente alla mia persona, ma il Governo in tal modo intendesse dare conto dell'impegno non solo nell'erogazione di fondi, ma anche nella trama da indicare per gli interventi di cooperazione. Tutte le questioni da voi sollevate e le altre emerse nelle audizioni precedenti indicano come l'Africa, proprio in quanto continente non alla deriva, abbia ingenti energie, forze, risorse, non solo naturali, ma anche umane, che devono non solo essere rispettate - e non lo sono - dagli interventi dei paesi del nord del mondo, e spesso anche del nostro, ma supportate.
Anche su questo dovremmo intervenire in modo molto più significativo, in particolare su alcuni temi qui sollevati, quali quelli ambientali, che ci chiamano in causa quando si tratta di individuare gli interventi della cooperazione, e dunque anche gli interventi di natura commerciale, che devono essere coerenti tra di loro. La mancanza dell'acqua, in Africa, uccide più che in altri paesi del mondo, quindi dovremo intervenire - e stiamo iniziando a farlo - in modo coordinato e coerente, anche a livello multilaterale, e dunque nella sede europea, affinché nelle negoziazioni con la Banca mondiale si tenga conto dell'impossibilità di esigere, da un paese che chiede la cancellazione del debito, liberalizzazioni e privatizzazioni. Questo perché, in alcuni casi particolari - vi sono esempi concreti -, queste hanno acuito le problematiche sociali e quindi causato un impoverimento.
Ieri, partecipando ad un'assemblea alla presenza di un rappresentante dell'associazione Mani Tese, sottolineavo come forse, piuttosto che di paesi in via di sviluppo, bisognerebbe parlare di paesi immiseriti, non da un fato avverso, ma da politiche che ne hanno condizionato il destino presente e futuro.
Quindi, è auspicabile un riposizionamento sul tema non solo delle risorse naturali, ma anche energetico, e dunque della compatibilità e coerenza delle politiche.
Voi avete segnalato il problema delle armi, ma anche il problema del commercio, tratti distintivi per coordinare le politiche del Governo italiano in sede internazionale. Quando - e ritengo ne abbiate fatto oggetto di discussione con l'onorevole Crucianelli nelle diverse audizioni - si dibatte in sede europea degli EPA, non si può evitare il riferimento alle denunce, alle elaborazioni e alle richieste dei diversi Governi africani in questa materia, perché altrimenti si rischia di illudersi che quegli accordi producano finalmente sviluppo e benessere, laddove invece, se determinati unicamente da una logica imperativa di mercato, producono sconquasso ed ulteriore povertà.
Pertanto, come già sostenuto in occasione di un CAGRE di qualche mese fa, dobbiamo realizzare un'iniziativa di flessibilità e di riconsiderazione dello strumento commerciale stesso, in accordo non solo con i governi, ma anche con le rappresentanze della società civile dei diversi paesi e delle diverse aree.
Per quanto riguarda più propriamente le crisi politiche, dovute certamente anche a complesse e articolate questioni economiche, commerciali e di storia (non nascono dal nulla), vorrei ricordare che, come già alcuni di voi hanno sapientemente affermato, la crisi del Darfur - è grave, anche se ci «si gioca» un po' troppo attorno - non nasce all'improvviso, solamente perché qualche campagna di stampa ha trovato alimento da impostazioni,


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a parere mio e del Governo, eccessivamente inclini alla lettura della crisi umanitaria o del genocidio in Darfur, come è stato fatto dagli Stati Uniti d'America in questa vicenda. Essa infatti trae origine soprattutto dal fatto che quella parte dell'Africa aveva subito uno sconquasso, per effetto del mutamento climatico, in termini di terra coltivabile, e quindi di desertificazione e di siccità, che ha determinato uno spostamento progressivo di nomadi pastori sempre più a sud, creando un «conflitto di interesse» - chiamiamolo così per brevità - sulla terra, e quindi un contenzioso che oggi ha assunto dimensioni di estrema gravità.
È dunque necessario intervenire - non solo in quella parte, ma in tutte le aree ancora critiche - sulla principale questione economica e ambientale, ma anche non favorendo l'intervento militare, che non porterebbe a una risoluzione, bensì acuirebbe la crisi anche nelle aree vicine. Già abbiamo alcuni esempi - veniva detto in modo molto acuto - in Ciad, ma non solo. Dunque, dobbiamo cercare - è quanto stiamo facendo - di rideterminare le condizioni favorevoli a un accordo, tentando per il Darfur la carta che leghi la vicenda anche con il sud Sudan. Abbiamo infatti due accordi, il CPA e il DPA, entrambi in crisi, e ritengo che la risoluzione dell'uno possa favorire anche l'altro.
Ad ogni modo, torneremo a discuterne a tempo debito, quando terremo opportunamente un'audizione sul Darfur in particolare o sul Sudan nel complesso, chiedendo ovviamente al Governo centrale del Sudan una maggiore responsabilizzazione.
Dunque, l'evento bellico può essere scongiurato se si avvia il negoziato a cui prima mi riferivo.
Mi è stata posta dall'onorevole Forlani una questione specifica, alla quale rispondo che premiamo non solo affinché si svolga il negoziato e si giunga all'accordo, ma perché la carta, che qualcuno voleva giocare, dell'ONU a tutti i costi possa essere usata in questo momento, non sotto l'egida ONU, ma sotto l'egida AMIS, potenziata ed integrata con le forze multilaterali. Infatti, ci sembra che questa possa essere la soluzione, perlomeno transitoria, accettabile sia dal Governo del Sudan che da altri paesi africani, per rideterminare le condizioni possibili di un intervento, ma anche di una negoziazione.
Per quanto riguarda la Somalia, stiamo lavorando perché non esploda il conflitto, che anche l'Etiopia invece, in qualche misura, può volere, e che sarebbe disastroso per tutti, compresa l'Etiopia. La sicurezza dell'Etiopia passa esattamente attraverso il confronto riguardante una nuova fase, per un nuovo governo di autorità transitorie che non sia solamente quello attuale, impossibilitato a rispondere a tutte le esigenze del popolo somalo, ma sia costituito anche dalle parti «moderate» delle Corti islamiche, che sono imprenditori e uomini d'affari, i quali vedono in un processo di conciliazione un futuro possibile per la realtà complicata ma interessante della Somalia.
Stiamo lavorando per questo, e il nostro ulteriore incontro cui facevo riferimento offrirebbe certamente la possibilità di ritornare utilmente su questo argomento.
Per quanto concerne la problematica concernente le armi, qualche giorno dopo la mia nomina, presentai a Palazzo Chigi, insieme alla campagna chiamata Control Arms, le firme al Presidente Prodi - e quindi al Presidente della Repubblica -, per ricordare quanto siamo in difetto rispetto alla legislazione e alla necessità di operare sul trattato internazionale. Non abbiamo svolto fino in fondo il nostro compito, ma siamo impegnati a farlo anche a livello internazionale, per la conquista dell'obiettivo del trattato internazionale sulle armi leggere, che non è stato possibile presentare a New York neppure qualche mese fa.
Proverei dunque a continuare su questa strada di sviluppo locale, sviluppo autocentrato, rapporti con la società civile, decentramento dello Stato (dove possibile, trattandosi, come in Congo, di una situazione assolutamente agli albori).
Per rispondere alla domanda dell'onorevole De Zulueta rispetto a salute, malaria e pandemie, siamo in difetto rispetto al


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Fondo globale, come denaro ma anche come impostazione, anche se abbiamo un esponente italiano, nel border del Fondo globale. L'approccio globale che stiamo cercando di fornire come contributo, in qualunque area dove vi sia la malaria - e di conseguenza l'AIDS, la tubercolosi, la morte per fame e per mancanza di acqua e di servizi igienici -, consiste nel rompere questo circuito, in quanto laddove si verifica tale interruzione tutti gli indicatori segnalano un immediato miglioramento.
Non sembrano infatti garantire risultati positivi gli interventi settoriali e troppo segmentati. Tuttavia, l'esperienza sulla malaria che abbiamo maturato in questi anni offrirà un contributo maggiore agli elementi di cooperazione nella parte del continente drammaticamente colpita da questa pandemia.
Sui Saharawi, siamo impegnati - ma non è la mia delega - per la cooperazione ad intervenire, assieme alle regioni che si stanno attivando su questo, quali Toscana ed Emilia, per favorire una nostra presenza in delegazioni che prossimamente si recheranno in visita presso quella popolazione.

PRESIDENTE. Ringraziamo il viceministro, con il quale ci incontreremo di nuovo in una fase successiva ai vertici che si svolgeranno prossimamente.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16.