COMMISSIONE III
AFFARI ESTERI E COMUNITARI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 26 settembre 2007


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 9.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche mediante l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del Viceministro degli affari esteri, Ugo Intini, sulla situazione in Iran.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2 del regolamento, l'audizione del Viceministro degli affari esteri, Ugo Intini, sulla situazione in Iran, questione cruciale come è ben noto.
Do la parola al Viceministro Intini, affinché svolga il suo intervento introduttivo.

UGO INTINI, Viceministro degli affari esteri. Il tema dell'Iran si può definire, innanzitutto, come una spada di Damocle. Ci sforziamo, infatti, di trovare soluzioni che riequilibrino le crisi del Medi Oriente, dal Libano alla Palestina, consapevoli della presenza di questa spada di Damocle. Del resto, se per caso si andasse verso una guerra in Iran, tutte le crisi esploderebbero in modo devastante e l'intero Medio Oriente andrebbe in fiamme.
Peraltro, siamo anche di fronte a quello che spesso la stampa americana definisce come un conundrum, perché siamo in presenza di una contraddizione insuperabile, per risolvere la quale nessuno ha saputo portare idee decisive. Infatti, se da una parte non si può accettare l'idea di un Iran che si doti di capacità nucleare militare; dall'altra, dopo una guerra in Iraq, non si può aprire un ulteriore conflitto in Iran. Come si possa superare questa contraddizione, francamente, nessuno lo ha spiegato in modo chiaro e definitivo. In questa sede, dunque, svolgerò qualche riflessione e fornirò, tramite flash, alcuni elementi di valutazione a proposito della questione in esame.
La tensione sul nucleare dell'Iran è salita di nuovo con la pubblicazione a settembre, come è noto, del rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), criticato da alcuni Governi, soprattutto per l'accordo AIEA-Iran, allegato al rapporto stesso e mirato a superare definitivamente le cosiddette «questioni irrisolte» - relative alle tappe pregresse del programma atomico iraniano - considerato capestro e soprattutto ispirato a una strategia dilatoria, secondo i suoi detrattori.
Nelle valutazioni critiche, in particolare, l'AIEA e il direttore generale El Baradei non avrebbero dato sufficiente importanza alla mancata sospensione dell'arricchimento al centro delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza n. 1.737 e n. 1.747.
A nostro parere, in verità, El Baradei - come ricorderete, il Capo dello Stato lo ha incontrato recentemente - ha ottenuto un risultato non trascurabile: quello di riavviare in qualche modo il dialogo, di assicurare il ritorno degli ispettori sul terreno e di ottenere da Teheran concreti, anche se per il momento insufficienti, impegni. Obiettivi che integrano il lavoro dei cosiddetti «EU3», i tre Paesi europei (Regno Unito, Francia e Germania), dell'Unione europea e del Consiglio di sicurezza, che, malgrado mesi di pressione e di sforzi negoziali, non ha avuto l'effetto di distogliere l'Iran dal suo proposito.
Se osserviamo l'evoluzione della situazione da quando si è iniziato ad affrontare il problema iraniano in un contesto negoziale, ossia dall'agosto del 2003, le condizioni


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negoziali sono diventate progressivamente più sfavorevoli. L'Iran ha sempre più innalzato il suo ruolo regionale e ha, soprattutto, incrementato il livello delle sue conoscenze e capacità nel campo nucleare. A tal proposito, è chiaro a tutti che la guerra in Iraq ha eliminato il contrappeso all'Iran e moltiplicato a dismisura il peso dell'Iran nella regione. Tale peso nasce in gran parte dalla guerra in Iraq.
I conservatori sembrano mantenere il controllo della situazione a Teheran, la maggioranza della popolazione appoggia il programma nucleare e sicuramente appoggia lo stesso presidente Ahmadinejad, su questo dossier. Naturalmente, la presidenza iraniana non parla mai all'opinione pubblica del proprio Paese - e ovviamente neanche a quella internazionale - di programma nucleare militare, ma si riferisce sempre a un programma nucleare civile e dunque afferma di dare all'Iran quello che hanno tutti gli altri Paesi. Le manifestazioni di dissenso in Iran, che pure sono affiorate, e le diverse opinioni in seno alla leadership sulla strategia da seguire vanno inquadrate in una dialettica fisiologica tra i vari centri del sistema di potere iraniano che, come sappiamo, è molto più complesso di quello che sembra.
L'AIEA, inoltre, considera la sospensione dell'arricchimento «un» problema e non «il» problema e insiste sulla maggiore importanza, per garantire il carattere esclusivamente civile del programma nucleare, di una rete di controllori in loco, per cui è indispensabile, secondo l'AIEA ed El Baradei, mantenere aperti i canali con Teheran. L'Italia non disconosce quindi l'importanza della politica seguita da El Baradei. Riteniamo che il piano di lavoro messo a punto dall'AIEA debba avere piena e rapida attuazione. Il suo completamento rappresenterebbe, comunque, un progresso sostanziale.
Il nostro Paese ha finora applicato le sanzioni in modo puntuale, diligente e addirittura meticoloso. Siamo stati i primi ad adottare i provvedimenti restrittivi nei confronti della Banca Sepah, addirittura il giorno stesso dell'approvazione della risoluzione n. 1.747 e non cambieremo il nostro atteggiamento se fosse approvata una terza risoluzione, anche se il costo per l'Italia sarebbe tra i più alti, essendo tradizionalmente tra i Paesi più impegnati in Iran dal punto di vista economico. Devo aggiungere che tutte le informazioni di cui disponiamo sull'Iran ci spingono a pensare che nuove sanzioni, come storicamente in tutti gli altri Paesi in cui sono state applicate, non sortirebbero effetti decisivi.
Ancora una volta l'Italia pensa che sia necessario tener vivo e rilanciare il canale negoziale, pur nell'eventualità che nuove misure restrittive vengano adottate. Se mai ulteriori sanzioni dovessero essere approvate, dovrebbero comunque limitarsi a colpire i responsabili del programma nucleare e non, indiscriminatamente, l'intero apparato produttivo iraniano: danneggiare la popolazione nella sua interezza sortirebbe, molto probabilmente, il risultato opposto a quello sperato, galvanizzando gli animi e garantendo la dirigenza e il sostegno dell'opinione pubblica nel confronto ostile con l'Occidente. Al tempo stesso, siamo convinti che nel dibattito sulle sanzioni, il Consiglio di sicurezza dell'ONU costituisca un'istanza di riferimento naturale, se non obbligata. Siamo perciò scettici sull'efficacia reale di misure adottate fuori dal quadro del Consiglio di sicurezza. La coesione all'interno del Consiglio di sicurezza rimane per noi un elemento chiave.
Naturalmente consideriamo l'ipotesi di un conflitto armato catastrofica per la stabilità della regione, del Medio Oriente in senso lato e dell'intero mondo arabo musulmano. Nessuno è stato in grado di spiegare che cosa mirerebbe ad ottenere tale conflitto, per quanto tempo, con quali prospettive di gestione politica del «dopo». Peraltro, in seguito all'esperienza irachena, sappiamo quanto sia importante il «dopo».
Quello che appare certo, per contro, è che i rischi di destabilizzazione di operazioni di questo genere sarebbero enormi e si estenderebbero a numerosi teatri vicini e lontani: l'Afghanistan, dove il contingente internazionale opera in un ambiente particolarmente difficile, come vediamo e


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come è stato illustrato in modo drammatico dagli avvenimenti di questi ultimi giorni; l'Iraq, un Paese a maggioranza sciita; il Libano, dove l'UNIFIL è dispiegato in zone a maggioranza sciita; i Territori palestinesi, dove Hamas gode dell'appoggio di Teheran. Per non parlare del Golfo, dove vivono consistenti minoranze sciite, ad esempio in Arabia saudita, e persino maggioranze, come in Bahrein.
Va dunque scongiurato lo scenario di un conflitto. Inoltre, pur senza deflettere dalla fermezza, che è doverosa nel trattare con un regime come quello di Teheran, vanno mantenuti aperti canali di dialogo utili a propiziare sviluppi positivi sul fronte del negoziato. In questo spirito, il Governo italiano ha continuato a parlare con la dirigenza iraniana. Ricordo la recente visita a Roma del viceministro degli esteri Jalili che è stato ricevuto dal Presidente del Consiglio e da chi vi parla, e quella della consigliere diplomatico del Presidente Prodi a Teheran conclusasi nei giorni scorsi. Nei nostri colloqui abbiamo sottolineato sempre la necessità del pieno adempimento delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e delle richieste del Consiglio dei governatori e dell'AIEA.
In tutti questi colloqui abbiamo ricordato agli iraniani non solo la loro responsabilità, in quanto potenza regionale per la sicurezza nell'area, ma anche la necessità di offrire un segnale di buona volontà sul dossier nucleare, dando prova, in particolare, di flessibilità sul punto dolente dell'arricchimento dell'uranio, ostinatamente considerato dagli iraniani un diritto inalienabile da difendere a ogni costo. Per parte nostra ci impegneremmo a illustrare e sostenere con i nostri alleati occidentali, eventuali proposte concrete, realistiche, ragionevoli da parte di Teheran per uscire da questa impasse.
Il modello negoziale rimane per gli occidentali quello - peraltro caldeggiato dallo stesso El Baradei - di una contemporanea, anche se forse temporanea, doppia sospensione (double time out) sia delle sanzioni, sia dell'arricchimento dell'uranio, durante la quale cercare, se non di iniziare una trattativa vera e propria, almeno di identificarne i temi e i contorni, pur nella consapevolezza che si tratta di un'impresa non facile.
Il Governo italiano - per bocca sia del Ministro degli esteri, che dello stesso Presidente del Consiglio - ha più volte illustrato ai partner, in sede di Unione europea, G8 e bilateralmente, l'importanza di perseguire una soluzione negoziata e una strategia concreta per uscire dal vicolo cieco nel quale la trattativa si è persa, approfittando del clima relativamente favorevole creato dal rapporto AIEA di cui ho parlato all'inizio.

PRESIDENTE. Ringrazio il Viceministro Intini. Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

DARIO RIVOLTA. Signor viceministro, la ringrazio per la puntualità delle sue analisi e per la sua disponibilità a incontrare la Commissione esteri.
Dal punto di vista dell'analisi, direi che il quadro da lei tracciato è sostanzialmente condivisibile, anche se non ha avuto occasione di toccare altri aspetti che hanno comunque a che fare con la politica internazionale svolta in questo momento dall'Iran e che hanno ricadute anche su di noi. Gli aspetti cui mi riferisco e che non sono stati trattati fino ad ora sono le azioni che l'Iran, al di là del dossier nucleare, sta portando avanti sulla scena internazionale e, in modo particolare, nella regione. Sappiamo che alcuni gruppi, che la comunità internazionale definisce terroristici, come quello di Hamas ad esempio, sono fortemente debitori all'Iran dei propri armamenti e dei fondi su cui possono contare per la propria organizzazione. In questo quadro, penso anche a gruppi dalla dubbia identità politica, come Hezbollah. Parlo di dubbia identità politica, perché in Libano tale organizzazione è una forza armata estranea allo Stato; contemporaneamente, tuttavia, essa è anche parte dello Stato, dal momento che i suoi rappresentanti sono membri del Parlamento e, fino a un certo punto, del Governo. Ricordo a lei e ai colleghi che


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nella giornata di ieri proprio i parlamentari di Hezbollah si sono distinti in maniera negativa, uscendo dall'aula e non consentendo la presenza del numero legale per l'elezione del Presidente della Repubblica in Libano, assieme alle altre forze dell'opposizione cosiddette «filosiriane».
Per tornare all'Iran, ciò che lei ha taciuto - non per omissione, ma probabilmente perché non rientrava nel suo metro di esposizione, eppure si tratta di un concetto molto importante e mi preme che venga sottolineato - è che tale Paese ha ormai in maniera evidente una influenza negativa, ai fini della pace, nel conflitto iracheno, specialmente nel sud dell'Iraq. Stando a quanto riferito da alcune fonti - se lei, viceministro, può e vuole smentire lo faccia, ci farebbe anche piacere -, tale azione viene portata avanti con la fornitura di armi ad alcune bande armate che operano nel sud dell'Iraq e ahimè - fatto relativamente nuovo e insolito - anche in Afghanistan.
In seguito al sequestro dei nostri due militari di questi ultimi giorni, i giornali hanno riportato come in quella zona vi siano, ormai in maniera evidente - così dicevano le fonti giornalistiche - infiltrazioni di armi in arrivo dall'Iran. Si parla addirittura di armi di fabbricazione iraniana. L'azione in territorio palestinese e libanese e l'attività in Iraq e Afghanistan sono aspetti che non possiamo dimenticare nel momento in cui affrontiamo il problema relativo all'Iran.
Tuttavia, anche rimanendo sul tema da lei trattato, nell'analisi lei ha detto giustamente che la gran parte della popolazione iraniana, simpatizzante o meno per quelli che molti di loro chiamano «i barbuti» (in altre parole il regime), condivide la volontà di essere liberi di poter arricchire l'uranio e di procedere alla realizzazione di energia nucleare a scopi pacifici. Tutti sappiamo che è oggettivamente assurdo che l'Iran, qualora dovesse essere in grado di produrre energia nucleare, si limiti ad utilizzarla per scopi pacifici. Come è noto, infatti, dai tempi dello Scià ad oggi, con una forma di continuità, l'Iran ha sempre aspirato a rivestire un ruolo egemonico nella regione, in concorrenza con altri Paesi come Iraq o Arabia Saudita in modo particolare. Pertanto, il possesso di un'arma nucleare oggi darebbe all'Iran l'assoluta sicurezza di poter avere una posizione dominante nella regione.
Sappiamo tutti, altresì, che nel momento in cui l'Iran dovesse dotarsi di un'arma nucleare, verrebbe seguito anche da altri Paesi che, del resto, hanno già annunciato tale intenzione. Mi riferisco addirittura anche agli Emirati Arabi Uniti, nonostante il fatto che siamo abituati a pensarli come una realtà pacifica e tranquilla; all'Arabia Saudita che, senza ombra di dubbio, non intende concedere all'Iran quella supremazia regionale cui accennavo; alla Turchia, che non potrà permettersi di non farlo, per non diventare una forza minore; all'Egitto e, forse, si adeguerà persino la pacifica Giordania.
La necessità di convincere l'Iran a rinunciare all'arma nucleare non è motivata da un'ostilità aprioristica nei confronti di tale Paese, ma dalla volontà di mantenere un equilibrio che non sia basato sul terrore o sulla deterrenza conseguita con il terrore nell'area stessa. Come ottenere questo scopo? Ebbene, è su questo punto, quello delle soluzioni, che mi devo differenziare da lei, viceministro. Infatti, lei ha parlato di dialogo e personalmente credo che questa sia la strada migliore da tentare sempre fino in fondo. Tuttavia, non siamo forse giunti nel momento in cui anche l'ultimo tentativo di dialogo è finito nel nulla? Perché ora l'Iran, che fino ad oggi ha tenuto testa facendo un passo avanti e due indietro ogni volta e continuando comunque nel processo di conoscenza e di arricchimento dell'uranio, dovrebbe cambiare posizione? In base a che cosa? Se non vi sono pressioni forti, quasi violente, perché l'Iran, oggi, dovrebbe accettare ciò che non ha accolto due mesi o un anno fa? Del resto, ha quasi raggiunto il proprio risultato ed è vicino al suo obiettivo.
Le assicuro che sono un grande ammiratore della cultura iraniana e - sebbene non sia di moda attualmente - sono relativista, anche sulla politica internazionale.


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Peraltro, essere relativista è indispensabile per chiunque voglia il dialogo. Tuttavia, pur partendo da questo presupposto e non volendo negare a nessun soggetto sulla scena internazionale il diritto di perseguire i propri interessi, credo che anche noi dobbiamo tener conto dei nostri e valutare come questi si possono conciliare con quelli degli altri. Al momento, l'interesse dell'Iran, volto a raggiungere l'egemonia regionale attraverso il possesso dell'arma atomica, è assolutamente destabilizzante. Contemporaneamente, inoltre, favorendo alcuni gruppi terroristici e alcune bande guerrigliere, l'Iran sta giocando, sempre con il medesimo obiettivo, una partita molto pericolosa per tutti coloro che vogliono guardare a quell'area proponendo una soluzione pacifica. In base a tutto questo, dunque, mi domando che cosa si possa ottenere oggi con il dialogo e quale tipo di dialogo si possa portare avanti. Che cosa possiamo offrire in cambio?
Mi dispiace dirlo, ma credo che abbiamo esaurito ogni possibilità in questa direzione. A questo punto, quindi, non rimane che applicare le sanzioni o ricorrere ad altri strumenti più pesanti e violenti. Mi rendo conto che tali strumenti - da qualcuno evocati e poi ritirati con una marcia indietro parziale - sono terribili e prefigurano scenari apocalittici. Infatti, non auspico il ricorso al loro uso. Credo che rappresenterebbero dei passi molto più gravi di quelli - comunque gravi - che furono compiuti quando iniziò la guerra in Iraq. Le conseguenze si estenderebbero molto al di là di quell'area. Ne abbiamo conoscenza anche per i motivi di cui abbiamo parlato prima. Eppure, se vogliamo evitare tutto questo, l'unica alternativa reale è costituita dalle sanzioni. Non parlo di sanzioni limitate, in quanto queste sono già previste per ciò che riguarda il settore nucleare. Se vogliamo convincere l'Iran a non dotarsi dell'arma nucleare, se mai sarà possibile, dobbiamo predisporre sanzioni gravi e importanti. Ma chi può farlo? È possibile comminare sanzioni? Ho dei dubbi - ahimè - anche su questo, in quanto la Russia e la Cina, in questo momento, non hanno alcuna volontà di consentire che il mondo, attraverso l'ONU o le proprie organizzazioni, commini le sanzioni.
Quella delle sanzioni applicate da parte di tutto il mondo, dunque, è una strada difficile da percorrere. D'altra parte, trovo improbabile - ma lei, viceministro ci dica se invece è possibile - che gli iraniani, che su questo tema hanno addirittura il consenso di tutta la popolazione, si ravvedano e agiscano in favore di una rinuncia al nucleare senza contropartite. Infine, dal momento che l'ipotesi di una guerra apre uno scenario apocalittico, terribile e scongiurabile, non vedo come poter risolvere il problema. In ogni caso, la soluzione che mi sembra essere di più difficile attuazione è proprio quella di cui parlava lei, viceministro, e che si attua tramite il dialogo ed eventuali sanzioni limitate.
Le ricordo - e le chiedo anche conferma di questo - che gli iraniani stanno bombardando al di fuori della loro frontiera gruppi curdi nella zona di confine tra la Turchia, l'Iraq e l'Iran. Recentemente in Iran hanno chiuso la frontiera con conseguenze che possono essere gravi per le popolazioni curde della zona, perché andiamo verso l'inverno e in quell'area le uniche forniture garantite di gasolio per il riscaldamento negli scorsi anni arrivavano dall'Iran. In Iraq, in questo momento, non c'è la possibilità o manca la garanzia di raffinazione. Quindi, se rimarranno chiuse le frontiere tra l'Iran e l'Iraq, non sappiamo da dove arriverà il gasolio per il riscaldamento delle popolazioni delle zone curde, tenendo anche conto che parliamo di territori montagnosi.
Mi scuso se mi sono dilungato, ma, come si è dimostrato, stiamo affrontando un tema complesso.

SERGIO MATTARELLA. Signor presidente, vorrei ringraziare molto il Viceministro Intini per la sua esposizione completa, non elusiva e di grande senso di responsabilità.
Non c'è dubbio che la situazione sia complessa, delicata e difficile come il collega Rivolta ha detto poc'anzi, anche evocando


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alcuni aspetti inquietanti dell'azione iraniana nell'area cruciale e vasta in cui quel Paese è inserito. Naturalmente le considerazioni, e di conseguenza le iniziative da assumere, vanno valutate, definite e meditate in riferimento alla condizione reale in cui ci si trova e a ciò che gli avvenimenti precedenti hanno creato e provocato. Inoltre, non va dimenticato che nella storia gli errori commessi nelle relazioni internazionali, in particolar modo quelli gravi, si pagano, purtroppo. La guerra in Iraq ha provocato uno stravolgimento degli equilibri in quella zona.
L'Iran aveva di fronte a sé un equilibrio sgradevole - perché si parla di regimi senza libertà - con un Paese che ne conteneva ambizioni e iniziative. Adesso, dopo la guerra in Iraq, non soltanto non ha più quell'elemento che lo conteneva, ma dispone anche di una grande influenza in Iraq, la più importante di tutti, al momento e in prospettiva futura. Di conseguenza, vede aumentata la sua importanza in altre zone di quell'area, dal Libano alla Palestina. A questo non sono estranei, anzi sono stati decisivi, i gravi errori commessi con l'iniziativa della guerra irachena.
In queste condizioni, si deve considerare con rispetto e apprezzamento l'azione che i negoziatori dell'ONU stanno conducendo con grande sagacia, anche per quanto riguarda un personaggio sperimentato e accorto quale El Baradei. Il Viceministro Intini ha riferito che, secondo i negoziatori dell'ONU, vi sono stati alcuni progressi, insufficienti, ma comunque concreti, riguardanti il dialogo tra gli ispettori e l'Iran. Ebbene, credo che sia giusto continuare a seguire questa strada.
Del resto, quali sono le possibili alternative? Le sanzioni sono già previste e si sono rivelate insufficienti e inefficaci. L'inasprimento delle sanzioni colpisce genericamente la popolazione. Forse si ignora che tale strumento, che può avere un effetto di pressione, può comportare anche la conseguenza di consolidare l'opinione pubblica di quel Paese intorno agli estremisti del regime. Gli attacchi e le minacce di guerra e di sanzioni pesanti sono considerati da tutte le persone più ragionevoli, anche perseguitate dal regime, come un incoraggiamento e un aiuto alle parti più radicali, estremiste e dure del regime, ovvero al Governo presieduto da Ahmadinejad.
L'effetto immediato che la singolare sortita del ministro degli esteri francese Kouchner ha provocato - per fortuna, nei giorni scorsi è stato corretto dal presidente Sarkozy - è certamente quello di aver rafforzato in Iran la posizione dell'ala più estremista del regime. Tutto questo, inserito in un contesto caratterizzato dal forte contrasto e dal tentativo di ripresa delle parti più moderate del regime - naturalmente, parlo sempre di regime al singolare riferendomi a quello iraniano - ha indebolito le chance di quest'ultima di prevalere sulle parti più estremiste e radicali.
Non so quali altre ipotesi si possano prospettare. Peraltro, dopo il fallimento della vicenda irachena, mi chiedo quale credibilità possa avere l'ipotesi di una guerra - che certamente nessuno di noi vede con apprezzamento -, anche sul piano della cinica utilità delle iniziative di politica internazionale, che personalmente non intendo assumere.
Non vedo altre strade, se non quelle che il Viceministro Intini ha indicato in questa sede nel suo intervento e che il Governo italiano sta perseguendo. Il dialogo deve essere ostinatamente sviluppato e, naturalmente, deve essere accompagnato dalla possibilità di prevedere sanzioni e di attuare con accortezza iniziative che siano selezionate in maniera intelligente, per non rafforzare le ali estremiste del regime. Ad ogni modo - lo ripeto - è il dialogo che deve essere favorito, così come un personaggio sperimentato e sagace come El Baradei sta ampiamente suggerendo.

CARMELO BRIGUGLIO. Anche noi apprezziamo la solerzia del Viceministro Intini a riferire alla Commissione esteri, anche al di là di una mera cortesia. Tuttavia, l'esposizione che il Governo ha svolto in questa sede ci sembra assolutamente insoddisfacente e insufficiente.


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Dico questo, intanto perché in questi giorni è accaduto qualcosa che ha una connessione diretta con l'oggetto della nostra discussione. Mi riferisco al fatto che due dei nostri militari presenti in Afghanistan sono stati liberati e che uno di essi è in gravissime condizioni. Non ci dobbiamo nascondere che - almeno secondo una prima parziale ricostruzione - si trattava di due militari a caccia di materiale bellico proveniente proprio dall'Iran e diretto ai talebani. Certamente è apprezzabile il tono assolutamente pacato e il livello quasi diplomatico dell'esposizione del Viceministro. Tuttavia, in una sede che è propriamente politica e non diplomatica, nascondere questa prima connessione è per noi un errore. In questo modo, infatti, si mette la testa sotto la sabbia e si nascondono problemi gravissimi.
Ciò che non cogliamo nelle dichiarazioni del Governo è quale sia la possibile via d'uscita. Presentare questo tipo di esposizione, infatti, significa rimanere stretti tra due ipotesi. Ho molto apprezzato l'intervento dell'onorevole Mattarella che ci ha ricondotto a toni e valutazioni molto equilibrati; tuttavia, se non prevediamo una possibile via d'uscita, alla fine, si può scivolare - come nessuno si augura - su una china pericolosa e si possono innescare meccanismi per cui le alternative possibili oscillano tra la bomba costruita dall'Iran e il bombardamento di quel Paese.
È stato costituito un comitato di rappresentanti di Paesi e di Governi europei che stanno approfondendo il problema delle sanzioni. La stampa, anche quella specializzata, in questi giorni ha riportato con meraviglia il fatto che l'Italia non vi partecipi, ponendosi così al di fuori del perimetro dei Paesi che stanno studiando tale questione. Ieri è stato svolto un intervento dal presidente francese all'Assemblea dell'ONU. Credo che se il dialogo, che non dobbiamo assolutamente abbandonare, non sarà accompagnato dall'ipotesi di un inasprimento delle sanzioni da parte dell'Unione europea - spesso parliamo di multilateralismo, di solidarietà europea, ma in questo momento l'Italia sembra essersi congedata anche da questo quadro ed infilata in una posizione abbastanza isolata - non sia sufficiente. Il Presidente iraniano è stato dipinto come il diavolo, ma dinanzi alla povera esposizione che ha fatto negli Stati Uniti e alla pervicace e ridicola esposizione di tesi che non possono certamente avere alcun accoglimento in Occidente, portare avanti solo la strada del dialogo significa mettersi in una posizione di assoluta debolezza.
Concordo con quanto diceva l'onorevole Mattarella a proposito del fatto che posizioni molto dure possono incoraggiare gli ambienti estremisti del regime iraniano, tuttavia è anche vero che lo stesso effetto potrebbe essere raggiunto da una politica rinunciataria affidata solamente al dialogo. Il dialogo, in realtà, ha fatto avanzare il processo di proliferazione, di realizzazione e di avanzamento dei processi nucleari in Iran, tanto che ormai siamo arrivati alla vigilia del termine. Si parla di otto, dodici o ventiquattro mesi, ma comunque ci riferiamo a termini riavvicinati che gli specialisti ritengono congrui, perché l'Iran si possa effettivamente dotare della bomba nucleare.
A nostro avviso, dunque, nel quadro dell'Unione europea e nell'osservanza delle nostre tradizionali alleanze, il Governo deve avere un atteggiamento molto più fermo. Comprendiamo che ci sono interessi italiani in gioco e ne capiamo anche lo spessore - non soltanto degli interessi del nostro Paese, ma di quelli di tutti i Paesi europei -, ma pensiamo che il modo per comprometterli sia non soltanto quello di mostrare un atteggiamento estremamente duro, ma anche una condotta rinunciataria. Riteniamo, quindi, che il Governo italiano farebbe bene a raccordarsi con i Paesi dell'Unione europea che puntano all'inasprimento delle sanzioni che deve essere accompagnato al dialogo.

IACOPO VENIER. Viceministro Intini, partirei dal centro del suo ragionamento, che mi convince, ossia dal fatto che esiste un diritto dell'Iran a sviluppare il proprio nucleare civile e che si pone un problema rispetto allo sviluppo del nucleare militare.


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Viceministro, lei ha parlato di inaccettabilità. Sono d'accordo ad usare questo termine, ma le spiego su che cosa, in particolare, concordo. Credo sia inaccettabile la proliferazione nucleare e il fatto che chi ha oggi un armamento nucleare possa costituire un club irreversibile. Infatti, è anche necessario prendere nota di chi ha il nucleare nella regione. Il Pakistan e Israele hanno tale arma. Quindi, nella regione mediorientale vi sono già attori nucleari e rispetto a questo problema si muove anche l'Iran. Dopodiché occorre valutare che stiamo assistendo ad una stanca ripetizione della questione delle armi di distruzione di massa che giustificò, senza prove e senza riscontri, la guerra in Iraq. Personalmente sono convinto che in Iraq la guerra ci fu perché Saddam Hussein non aveva le armi di distruzione di massa. Quel conflitto, purtroppo, ha insegnato a tutti coloro che sono nel mirino degli Stati Uniti d'America che si devono dotare di armi di distruzione di massa per non subire quel tipo di destino. Pertanto, dobbiamo evitare che l'Iran sviluppi l'armamento nucleare, dobbiamo dichiarare inaccettabile la proliferazione nucleare, ma nello stesso tempo dobbiamo dire che chi ha oggi l'armamento nucleare deve rinunciarvi, in un quadro di sicurezza garantito e di diritto internazionale stabilito per l'intera area mediorientale e non solo. Infatti, nello stesso momento in cui gli Stati Uniti e la comunità internazionale proclamano l'inaccettabilità del nucleare iraniano, sviluppano armamenti nucleari che potrebbero essere utilizzati proprio nelle azioni belliche nei confronti dell'Iran, come le mini-nukes e i nuovi programmi sugli armamenti nucleari. Quindi, siamo in una situazione che ancora una volta dimostra l'esistenza di un doppio standard. Alcuni Paesi, infatti, si autodeterminano come possibili attori addirittura dell'uso dell'arma nucleare - superando quello che dopo Hiroshima e Nagasaki dovrebbe essere un tabù, ossia le bombe usate dagli Stati Uniti nei confronti del Giappone - e dire che alcuni possono avere tali armi e altri no.
Questo è uno dei punti che potrebbe consentirci di parlare con l'opinione pubblica iraniana, spiegando che non abbiamo un atteggiamento pregiudiziale nei confronti della loro popolazione, ma che la comunità internazionale sta cercando una via di uscita dalla questione nucleare, armamento che andrebbe bandito dall'intero pianeta.
La seconda questione che vorrei affrontare - Viceministro, lei ha fatto bene ad insistere sul Consiglio di sicurezza, sulla comunità internazionale, sulla legittimità internazionale delle sanzioni e sulla loro applicazione, a prescindere dal giudizio sulle stesse che è stato molto duro, anche da parte sua - riguarda il fatto che potremmo trovarci ancora una volta di fronte a un'azione unilaterale (le cosiddette coalition of willings, che piacciono molto a Mister Bush) da parte degli Stati Uniti o dei loro alleati.
A questo punto, vorrei dirle che se fosse attuata un'azione unilaterale che rompe il contesto internazionale, a nostro avviso, l'Italia dovrebbe dichiarare da subito che nessuna installazione militare presente nel suo territorio verrebbe utilizzata per questo tipo di azioni, comprese le basi statunitensi, anche quelle di nuova installazione che gli Stati Uniti stanno realizzando nel nostro Paese proprio al fine di questa proiezione mediorientale.
Infine, svolgo ancora una considerazione. Siamo di fronte all'emergere nel quadro del Medio Oriente di una nuova contrapposizione tra sciiti e sunniti, alimentata dall'azione degli Stati Uniti in quell'area. Tra l'altro, come lei sa bene, l'alleanza tra gli Stati Uniti e la parte sciita in Iraq si sta invertendo. Gli Stati Uniti, infatti, stanno costruendo una relazione con i sunniti. Tutto questo fa immaginare l'avvicinarsi di questo tipo di conflitto che potrebbe avere ripercussioni catastrofiche sull'intera regione, come lei ha detto. Quindi, dobbiamo agire per ridurre il tasso di conflitto, anche all'interno del mondo islamico, che non è un mondo unito, invece di scegliere partner a seconda delle nostre convenienze di proiezione.


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Sono anche molto d'accordo sul giudizio che lei, Viceministro, ha dato sul ruolo della AIEA e su El Baradei. Tra l'altro, egli svolse il ruolo di negoziatore nella questione relativa agli ispettori in Iraq. La sue parole non furono ascoltate, tuttavia aveva ragione e oggi ne abbiamo la dimostrazione.
Concludo il mio intervento con una considerazione politica che spero mi permetterà anche in questa sede. Ascoltando la sua introduzione e l'intervento dell'onorevole Rivolta, si spiega plasticamente e politicamente lo sforzo che compiamo per sostenere questo quadro politico e questo Governo. Infatti, di fronte alla cecità di una destra che non vede altro che la guerra come soluzione, nonostante il disastro prodotto sul piano internazionale da quel tipo di impianto, ecco che una posizione come quella del nostro Governo, pur prudente e disponibile a tener conto dell'azione degli Stati Uniti, risulta infinitamente più avanzata dell'atteggiamento irresponsabile, che ancora oggi caratterizza un filoatlantismo sciocco e che non è più credibile dopo quello che è accaduto in questi ultimi anni sul piano internazionale.

BRUNO MELLANO. Non avrei voluto svolgere un intervento, ma porre una domanda. Tuttavia, le ultime riflessioni del collega Venier mi spingono a dire che spero che il nostro Governo sia sempre filoatlantico e che sappia sempre bene quali sono i suoi alleati migliori.
La domanda che volevo formulare andava proprio in questo senso. Il Viceministro ha proposto un'ottima sintesi della situazione e, a mio avviso, può aggiungere alcune notizie rispetto ai rapporti proprio con l'America, con il Regno Unito e con il gruppo di contatto. Proprio per l'analisi che ha esposto, la parola che ha usato, ossia «guerra», che è sul tavolo della diplomazia internazionale e proprio perché tutti, sinceramente, vogliamo trovare altre soluzioni e costruire altre strade, volevo capire se il Governo italiano, in questa fase così complicata, abbia consultato gli Stati Uniti e il Regno Unito. Vorrei sapere se il Governo abbia capito e tentato di trovare anche luoghi di discussione e momenti di riflessione, per poter comprendere assieme a tali Paesi quale sia il miglior modo di agire in quella zona, avendo presente che l'ONU per molti aspetti è una sede difficilmente praticabile.
Personalmente sono sfiduciato per quanto successo in passato e per quanto vediamo quotidianamente accadere alle Nazioni Unite. Tuttavia, proprio per evitare soluzioni unilaterali, tragiche e sbagliate, credo che, per l'analisi che il Viceministro ci ha proposto, abbiamo anche l'onere di tentare altre strade, magari capendo con gli amici americani quale sia la migliore soluzione per tutti - per loro ma anche per noi - e come giocare le carte - poche - che abbiamo in quella zona.

ALÌ KHALIL detto ALÌ RASHID. Signor presidente, come sempre ho apprezzato la puntualità e la precisione del Viceministro Intini nell'esprimere con chiarezza lo spirito costruttivo della politica estera del Governo. Questo è il motivo per il quale vediamo crescere ogni giorno il prestigio e la credibilità del ruolo italiano. Sottolineo anche il senso di equilibrio e il modo di prendere le distanze da qualsiasi scelta che porti a ripetere gli errori del passato che hanno costituito un limite al dialogo e alla diplomazia nella soluzione delle grandi questioni internazionali.
Sicuramente oggi, dopo la mancata risoluzione della questione palestinese e dopo la guerra in Iraq, siamo di fronte alla possibilità di una nuova guerra in Medio Oriente, con la speranza di risolvere con un'altra guerra i problemi che quelle precedenti non hanno risolto. Per questo motivo le parole dell'onorevole Rivolta mi hanno spaventato di fronte a scenari internazionali che da un po' di tempo parlano della possibilità di usare di nuovo la guerra come strumento per risolvere un problema che solo il diritto internazionale è in grado di risolvere. Questo significa che in Italia alcune parti non hanno ancora rinunciato a questo strumento; evidentemente


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l'esperienza tragica della guerra contro l'Iraq e i suoi risultati non sono stati ancora sufficienti a far capir loro che questo strumento merita di essere cancellato. Abbiamo visto che l'uso della diplomazia e della politica ha accresciuto il ruolo del nostro Paese.
Mi ha spaventato anche il racconto della situazione in Medio Oriente, assolutamente di parte e non obiettivo, che ci porta a concepire la guerra come l'unico strumento possibile. Credo che la situazione in Medio Oriente sia cambiata. Noi stiamo parlando della Persia, con la sua storia, la sua civiltà, i suoi 70 milioni di abitanti, e di un ruolo regionale che spetta all'Iran. Non so perché dobbiamo scandalizzarci di una certa egemonia iraniana in Medio Oriente, mentre dovremmo accettare un'egemonia degli Stati Uniti o l'egemonia di fatto dello Stato di Israele, che con 5 milioni di abitanti e a seguito di occupazioni ed illegalità internazionale condiziona la situazione politica ed economica in Medio Oriente,
Sono irripetibili alcuni scenari del passato. Gli Stati Uniti d'America non possono imporre la propria volontà solo con la forza. Dobbiamo rassegnarci a un'idea di diritto e di legalità internazionale e, anziché umiliare le grandi istituzioni internazionali, bisogna restituire ad esse il loro ruolo naturale, per aiutarci ad uscire da questo problema.
Consideriamo il problema nel suo vero contesto. Si tratta del diritto dell'Iran di utilizzare la tecnologia nucleare per scopi pacifici. È questo che giorno e notte l'Iran dichiara di voler fare, mentre la trasformazione e l'uso militare della tecnologia nucleare è una questione che riguarda una scelta che una Nazione può compiere. L'Iran, fino ad oggi, ha confermato il suo impegno per la non proliferazione delle armi di distruzione di massa.
Mi sembra che oggi ci sia un'iniziativa che si sta allargando anche a Paesi molto vicini agli Stati Uniti d'America, come l'Egitto o l'Arabia saudita, i quali sono contrari alla costruzione della bomba iraniana, ma chiedono che il Medio Oriente diventi una zona priva di armi di distruzione di massa. E questo riguarda anche Israele. A mio avviso, è su questo solco che dobbiamo camminare, favorendo una soluzione politica di tutti i conflitti ancora aperti e disinnescando questo problema.

PRESIDENTE. Prima di dare nuovamente la parola al Viceministro Intini, desidero svolgere alcune considerazioni.
Il Viceministro ha richiamato l'attuale conundrum, la complessità della vicenda riguardante le iniziative da assumere per fermare il programma nucleare iraniano, di cui peraltro la Commissione si è occupata sviluppando un dibattito in Commissione.
Al di là degli interrogativi sorti a seguito delle esternazioni di alcuni giorni fa del ministro degli esteri francese, il punto di fondo rimane quello evocato dal direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica: nonostante tre risoluzioni del Consiglio di sicurezza e due successive tornate di sanzioni economiche, permane ancora un'indisponibilità dell'Iran ad adempiere alle richieste del Consiglio di sicurezza.
Tra l'altro, non sono state prese in considerazione - questo è il punto più delicato - anche proposte relative alla ricerca di una soluzione dell'aspetto più complesso della faccenda, vale a dire l'arricchimento dell'uranio. Infatti, l'idea della doppia sospensione non ha fatto strada; l'idea dell'arricchimento in Russia, proposta avanzata dallo stesso Putin, si è persa anch'essa per strada; anche l'ipotesi, su cui pure si poteva ragionare, di una sorta di agenzia esterna all'Iran, controllata dalla comunità internazionale per procedere ad un arricchimento controllato, in funzione solo dell'uso civile, non è andata avanti.
Queste sono le preoccupazioni di El Baradei, che pure ha affermato come sia ancora lontano l'uso della forza. Nel momento in cui ha segnalato la complessità della situazione e i rischi derivanti dalla condotta contraddittoria delle autorità iraniane, El Baradei ha comunque invitato a non perdere la testa.


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La soluzione militare oggi è scarsamente sostenuta dall'opinione pubblica americana, almeno così indicano i sondaggi; l'opinione pubblica europea è indiscutibilmente diffidente verso una prospettiva del genere. Peraltro, tale soluzione di quanto tempo allontanerebbe la minaccia di un Iran nucleare? Né dobbiamo sottovalutare che essa darebbe respiro ad un presidente iraniano che oggi appare indebolito. Inoltre la soluzione militare alimenterebbe il sentimento antioccidentale in zone cruciali del Medio Oriente e del mondo. Aspetto che mi suscita maggior preoccupazione e sgomento.
Occorre quindi lavorare per la riapertura di una prospettiva negoziale. Il punto è capire quale pressione va esercitata sull'Iran per persuaderlo a imboccare questa strada. È evidente che contrastare il ricorso alla forza, proprio per favorire una prospettiva negoziale, significa lavorare sulle sanzioni, altrimenti saremmo disarmati.
Io non sono dell'idea che le sanzioni non producono nulla; al contrario esse stanno producendo dei risultati. Nella realtà interna all'Iran, nel corso degli ultimi tempi, sembra si siano manifestate diversità di posizioni. L'oltranzismo del presidente è in calo nell'opinione pubblica iraniana; le elezioni amministrative di alcuni mesi fa hanno indicato la ripresa di altre forze politiche. Non possiamo sottovalutare poi le manifestazioni dei giovani e degli studenti, né l'esistenza di un'inquietudine diffusa. Lo dicono i sondaggi e i conoscitori del mondo iraniano.
Nel 2009 si terranno le elezioni presidenziali e una vittoria elettorale della coalizione riformista o di un'alleanza tra i conservatori critici verso Ahmadinejad e i settori riformisti in ripresa potrebbe determinare un cambiamento di rapporti con le Nazioni Unite e con l'Occidente. Sebbene parte del sistema di potere iraniano non sia sottoposto al voto, in quanto parte di una struttura teocratica, rimane comunque una parte sottoposta al voto, e questa è la carta da giocare.
L'Occidente deve adottare una linea ferma e determinata, che tuttavia permetta di sollecitare ulteriori mutamenti. Quando diciamo che vogliamo scongiurare il pericolo di una guerra perché ne vediamo tutte le conseguenze, allora dobbiamo lavorare nella direzione delle sanzioni. Certo ci auguriamo che le Nazioni Unite restino il fulcro di ogni iniziativa sanzionatoria.
Il vero problema è coinvolgere Russia e Cina nell'adozione di nuove sanzioni. È un punto delicatissimo, ma occorre lavorare in questa direzione.
È chiaro che si discute anche della eventualità che l'Unione europea, o alcuni grandi Paesi dell'Unione, adottino sanzioni. A questo si potrebbe giungere se il voto di Russia e Cina impedissero la decisione del Consiglio di sicurezza. Non diamo per scontato che sia ineluttabile la divisione del Consiglio di sicurezza ma può accadere. Decisivo, in tal caso, per fronteggiare la sfida è che Stati Uniti ed Unione europea restino uniti: questo mi pare essenziale.
Abbiamo consapevolezza della drammaticità della questione, ma non diamo per scontato che tutte le strade siano ormai ostruite. Vediamo gli sviluppi e le decisioni cui sarà necessario ricorrere. È chiaro che noi teniamo all'unità non solo del Consiglio di sicurezza, ma anche dell'Unione europea.
Oggi concentriamo lo sforzo italiano sul lavoro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Vedremo gli sviluppi della situazione.
Do la parola al Viceministro Intini per la replica.

UGO INTINI, Viceministro degli affari esteri. Gli spunti che nascono dagli interventi che abbiamo ascoltato sono tanti. Cercherò di rispondere brevemente a ciascuno con diligenza, anche se è impossibile esaurire a fondo le occasioni di riflessione derivanti dai discorsi che ho ascoltato poco fa.
L'onorevole Rivolta ha disegnato un quadro dei punti di riferimento che Teheran ha in tutta l'area del Medio Oriente e di tutte le leve che può muovere. Si tratta di leve diverse per natura e comunque


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tutte molto efficaci; Hamas ed Hezbollah, ad esempio, sono milizie, ma si accompagnano a forze politiche legittimate dal voto.
In Iraq esiste una situazione paradossale: c'è una maggioranza sciita, c'è un Governo che ne è l'espressione, e i ministri e i capi del Governo di Baghdad hanno rapporti ottimi con Teheran. Per gli occidentali, e per gli Stati Uniti in particolare, questa è una contraddizione difficile da valutare.
La situazione più delicata riguarda l'Afghanistan, come sottolineato anche dall'onorevole Briguglio. Devo dire che gli iraniani si sono sempre lamentati, anche con noi, del fatto che, pur avendo dato un contributo alla stabilizzazione dell'Afghanistan, non sono stati neanche ringraziati. In effetti, sappiamo che gli iraniani sono furiosamente ostili ai talebani, perché questi ultimi hanno massacrato gli sciiti iraniani nell'area meridionale e quindi esiste un contrasto storico. Non risulta, per la verità, che oggi l'Iran stia appoggiando l'insorgenza afghana. L'ho letto sui giornali italiani, ma non mi risulta e non sembrerebbe essere nell'interesse strategico dell'Iran. Bisogna anche dire che è difficile sostenere che esiste un nostro interesse strategico a intervenire in Iraq o in Afghanistan e non esiste un interesse strategico dell'Iran. Del resto, l'Iran è un Paese confinante, quindi si può supporre che abbia qualcosa da dire in questa zona.
L'onorevole Rivolta ha insistito sull'aspetto del nucleare civile che è un diritto di tutti, quindi anche dell'Iran. Questo però è un punto molto delicato. Penso che nel negoziato forse sarebbe utile rendere più esplicito il fatto che tutti noi accettiamo il nucleare civile. Questo non è, allo stato dei fatti, così esplicito; non lo è, purtroppo - e da qui nascono le difficoltà - perché secondo molti il confine tra nucleare civile e nucleare militare è molto sottile, si scivola facilmente dal nucleare civile a quello militare e, siccome manca la fiducia reciproca, naturalmente tutto diventa complicato.
Per quanto riguarda il rischio richiamato dall'onorevole Rivolta che altri Stati della regione vogliano dotarsi di armi nucleari se l'Iran se ne doterà, vorrei aggiungere una informazione e un'impressione che abbiamo avuto. È così, ma lo è forse con modalità diverse da quelle che si possono immaginare. Sembrerebbe, infatti, che possa affacciarsi, in caso di nucleare iraniano, non la proliferazione di capacità nucleare di singoli Paesi (Arabia Saudita, Egitto eccetera), ma una sorta di atomica comune a tutti i Paesi arabi sunniti della regione (Egitto, Arabia Saudita, Stati del Golfo) che metterebbero insieme le proprie risorse.
Dobbiamo sapere che, in questo caso, ciò significherebbe in primo luogo avere un'atomica sunnita contro quella sciita, con scenari devastanti. In secondo luogo, siccome la propaganda è importante - da quelle parti come dappertutto - e siccome alla propaganda spesso seguono i fatti, un nucleare arabo sarebbe anche interpretato come un nucleare contro Israele. In altre parole, poiché Israele ha il nucleare, anche il mondo arabo se ne dota, anche perché non si vuole lasciare in questo caso agli iraniani la bandiera della posizione anti-israeliana. Così i sunniti «si coprono» nella loro propaganda interna al mondo mediorientale. E questo è uno scenario ulteriormente inquietante.
I limiti del dialogo, onorevole Rivolta, li conosciamo tutti. Tuttavia, vediamo tutti con terrore un treno in marcia che rischia di finire dritto contro un muro. Il percorso del treno e le sue tappe già le conosciamo: sanzioni, escalation di sanzioni, le sanzioni non funzionano, attacco militare. E il treno finisce a questo punto contro il muro. Su come fermare il treno, francamente, non abbiamo sentito nulla neanche oggi. Forse bisognerebbe fare un discorso molto franco, mettendo tutte le carte in tavola con gli iraniani, persino con brutalità. Vogliono il nucleare civile? Sì. Vogliono essere riconosciuti come potenza regionale? Facciamo poca fatica: potenza regionale l'Iran lo è già e non costa molto riconoscere la realtà. Temono che ci sia, da parte dell'Occidente, un tentativo di cambio di regime? Bisogna rassicurarli anche su questo: non vogliamo manovrare per vie


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traverse con lo scopo di liquidare il regime. Vogliono il nucleare militare? Questa è l'unica cosa che non è possibile concedere. Naturalmente qualunque trattativa non può essere condotta dall'Italia e neanche dall'Unione europea, ma da Washington. Gli iraniani vogliono avere assicurazioni non da noi, ma da Washington.
L'onorevole Mattarella ha insistito molto sull'errore all'origine di molti nostri guai, vale a dire la guerra in Iraq. Dobbiamo dire che a monte c'è anche la guerra tra Iraq e Iran, che ci ricorda come la guerra successiva, quella di oggi, sia stata un errore catastrofico. L'Occidente, magari in modo cinico, ha sempre pensato di bilanciare e controbilanciare Baghdad e Teheran, mantenendo un equilibrio tra di loro. In modo ipercinico, durante la guerra tra Iraq e Iran, si è appoggiato ora l'uno ora l'altro Paese, al prezzo magari di milioni di morti, per evitare che uno dei due prevalesse. Questo lo ricordiamo. Dobbiamo anche sapere che la guerra terribile tra Iran e Iraq, che ha prodotto un bagno di sangue, ha avuto anche un effetto dannoso aggiuntivo, cioè una infezione che noi italiani conosciamo e che si chiama reducismo. Oggi le tendenze estremiste in Iran sono alimentate dai reduci pasdaran, quelli che per anni hanno versato sangue nelle trincee e che adesso vogliono pesare. Il reducismo ha avuto il suo peso anche nella storia italiana.
L'opzione militare, come l'onorevole Mattarella sottolinea, non è una opzione. Questo vale anche sulla base di una logica esclusivamente militare. Ragionando soltanto da militari, si deve riflettere sul fatto che la forza militare degli Stati Uniti e di Israele insieme o della NATO non è in grado di dare un colpo decisivo sul piano militare. Si è in grado di colpire le installazioni nucleari, di distruggerle, ma non si sa per quanto tempo, dal momento che si possono ricostruire (e non si sa nemmeno se si possono distruggere tutte). In ogni caso, non sarebbe un colpo decisivo, quindi c'è non solo il pericolo, ma anche la probabilità che un Iran incattivito diventi ancor più pericoloso e che si caratterizzi ancora di più come il baluardo dell'antioccidentalismo in tutta la regione.
Penso che quando si valuta la prospettiva di un colpo militare si debba ricordare l'esperienza dell'Occidente nei decenni di guerra fredda. All'onorevole Venier non piacerà questo paragone, ma un tempo c'era il «pericolo rosso», contro il quale l'Occidente non procedeva con un attacco militare; anzi, intratteneva relazioni economiche con l'Unione Sovietica, con la Cina e pensava che queste relazioni avrebbero rafforzato le parti più moderate. E in parte così è stato.Penso che lo stesso si debba fare contro il successore del «pericolo rosso», vale a dire il «pericolo verde» - la rivoluzione fondamentalista islamica - con il quale avremo a che fare per molti anni, forse per decenni.
L'onorevole Briguglio fa un'analisi giusta dei pericoli e dei limiti della posizione negoziale. I negoziati vanno bene, ma in assenza di risultati cosa succede? Penso che le preoccupazioni siano fondate, ma che si debba comunque insistere sul tentativo di negoziare ancora, mettendo con più chiarezza tutte le carte in tavola. Naturalmente si parla di sanzioni dell'Unione europea separate e autonome, in caso fallisse l'iniziativa del Consiglio di sicurezza. Noi siamo disponibili a discutere dappertutto e con tutti, tanto più in seno all'Unione europea. Dobbiamo sapere, però, che la strada giusta è quella delle Nazioni Unite: quella è la via maestra. Siamo disposti, nell'ambito delle Nazioni Unite, a fare qualunque sacrificio. Mai, anche se abbiamo manifestato perplessità, ci siamo tirati indietro di fronte alle sanzioni e non ci tireremo indietro in futuro.
L'onorevole Venier ricorda i rischi della proliferazione nucleare che già è avvenuta e, in effetti, si può osservare che, mentre durante la guerra fredda esisteva un equilibrio del terrore mondiale tra i due blocchi, oggi pericolosamente si stanno preparando equilibri del terrore regionali. Nella regione che conosciamo, cito India e Pakistan: l'equilibrio del terrore regionale ormai si è creato.


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L'Iran, se veramente vuole l'arma nucleare, temo si muova secondo la stessa logica, ovvero quella di creare un equilibrio del terrore regionale. Gli iraniani potrebbero pensare che, considerata l'esistenza dell'atomica israeliana, sia necessario bilanciarla con l'atomica iraniana per stabilire un equilibrio del terrore nella regione del Medio Oriente, il che avrebbe poi il vantaggio clamoroso per l'Iran di diventare egemone in tale contesto geografico come la potenza che si contrappone a Israele.
Bisogna anche riconoscere che un effetto dannoso aggiuntivo della guerra in Iraq è stato proprio questo. Altri regimi possono pensare che, poiché l'Iraq è stato attaccato in quanto non aveva l'arma nucleare, sia necessario dotarsene, perché altrimenti nessuno è più sicuro.
Bisogna guardare con terrore all'idea di un conflitto sunnita-sciita, che sarebbe davvero catastrofico e devastante. Ricordiamoci, ad esempio, che le zone più importanti dell'Arabia Saudita dal punto di vista petrolifero sono quelle sciite. Conforta constatare che il Consiglio dei Paesi del Golfo ha suggerito che debba essere comunque evitata una guerra con l'Iran. Quindi, Arabia Saudita e Paesi del Golfo non sembrano minimamente orientati ad alimentare l'idea di un conflitto sunnita e sciita: sanno che, se si apre il vaso di Pandora di questo conflitto, si sa come si comincia ma non si sa come si finisce.
L'onorevole Mellano insiste sull'esigenza che il Governo mantenga la sua solidarietà atlantica. Naturalmente lo farà. Noi pensiamo che la solidarietà atlantica debba coinvolgere due parti, gli Stati Uniti e l'Europa (io dico l'Europa politicamente unita), che si influenzano a vicenda e non si muovono in una situazione sbilanciata in cui una parte decide e l'altra segue.
A proposito di guerra - ormai si parla giustamente di guerre, chiamando le cose con il loro nome - è difficile valutare quale sia l'esatta posizione di ciascuno degli attori. Sembra che l'amministrazione degli Stati Uniti sia divisa. Sappiamo, però, in quale misura la prospettiva di una guerra, tenuta aperta, sia veramente sentita come realistica o in quale misura costituisca una carta per esercitare pressione, come si usa in una partita a poker? Non lo sappiamo. Pensiamo che il Regno Unito questa volta non sia più disponibile, come nella vicenda irachena, a dare copertura ad un'iniziativa non sufficientemente motivata; la posizione francese non è chiarissima; l'Unione europea sicuramente non è disponibile alla prospettiva di una guerra. C'è una strana contraddizione, in quanto spesso si sente dire in Occidente che dobbiamo dividere la Siria dall'Iran, ma qualcuno è più aperto verso l'Iran e qualcuno verso la Siria, quindi finiamo per dividerci noi, anziché dividere la Siria dall'Iran!
Alì Rashid è preoccupato per gli accenti usati dall'opposizione. Francamente non credo che ci sia un contrasto profondo, in questo momento, tra maggioranza e opposizione. È naturale che a destra ci siano toni più duri e severi nei confronti di Teheran, ma credo che non ci sia nella maggioranza della destra l'idea che la guerra sia un'opzione positiva. Non dobbiamo dimenticare che la Chiesa cattolica pesa a sinistra e anche a destra, molto a destra. La Chiesa cattolica ha manifestato nettissima contrarietà alla guerra in Iraq ed ancora più netta la manifesta e la manifesterà in caso di una prospettiva di guerra in Iran.
Non ci si deve rassegnare all'idea - dice l'onorevole Rashid - che gli Stati Uniti da soli possano decidere delle sorti del mondo. Credo che già una parte dell'amministrazione Bush abbia la consapevolezza che non è più così dopo la vicenda irachena e sicuramente tale consapevolezza apparterrà ad una possibile amministrazione democratica. Spero che la grande novità del futuro sia il passaggio degli Stati Uniti da una impostazione politica unilaterale a una multilaterale. Bisogna anche dire che l'11 settembre è stato sotto questo aspetto catastrofico. Dico spesso che ha provocato la «israelizzazione» degli Stati Uniti. Del resto, quando si tratta con gli israeliani si sente sempre ripetere che sono loro ad essere minacciati nella propria esistenza e che dunque decidono sulla loro sicurezza. Non vogliono


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ascoltare nessuno né essere disturbati perché vogliono decidere da soli. Dopo l'11 settembre, come dicevo, gli Stati Uniti si sono in qualche modo «israelizzati», vale a dire che hanno acquistato questa mentalità. Si può comprendere la ragione psicologica, tuttavia, se è già grave che si «israelizzi» Israele, diventa un problema mondiale molto più grave se lo fanno gli Stati Uniti.
Alì Rashid parla di Medio Oriente senza armi di distruzione di massa. Questo argomento è oggi sviluppato in modo propagandistico dall'Arabia Saudita, dall'Egitto e da molti altri Paesi dell'area; tuttavia, in futuro può diventare veramente un tema del negoziato globale in Medio Oriente. Alla fine, nel momento in cui si raggiunga una pace vera, duratura, garantita per tutti in quella zona, la prospettiva di un Medio Oriente denuclearizzato diventa realistica.
Non saprei cosa aggiungere alle parole dell'onorevole Ranieri, che ha descritto con assoluta efficacia il conundrum di cui parlavo all'inizio. Non possiamo che essere d'accordo. Mi pare che il presidente Ranieri abbia riassunto in modo unitario, se così si può dire, il dibattito svolto in Commissione. Egli ha citato un aspetto tecnicamente importante, complesso e delicato, ossia l'idea che ci possa essere un'agenzia internazionale per l'arricchimento dell'uranio e che poi l'uranio arricchito possa essere dato agli iraniani. Per la verità, nei colloqui che ho avuto con gli iraniani, ho sentito proporre da loro, anche recentemente, questa prospettiva. Tuttavia, è un argomento tecnicamente così complesso che non saprei approfondirlo, dal momento che non siamo degli esperti in materia.
Forse è vero, come osserva l'onorevole Ranieri, che le sanzioni producono effetti. Non si deve immaginare che esse non servano assolutamente a nulla. Ritengo che ci debba essere un mix di aperture e di sanzioni da parte della comunità internazionale. Certamente spaventa l'ipotesi che sanzioni sempre più pesanti possano consentire al regime di attribuire la sua crisi interna, che esiste di per sé, al nemico esterno, quindi in qualche modo rafforzarsi, come sempre si rafforzano i regimi quando riescono a individuare un nemico esterno.
L'onorevole Ranieri ci ricorda che l'Iran è certo una democrazia molto discutibile, tuttavia in quel Paese si vota. Ci saranno le elezioni fra due anni e saranno di importanza decisiva. Peraltro, si voterà anche negli Stati Uniti, dunque la situazione è in movimento.
Inoltre, a proposito di Russia e Cina, giustamente l'onorevole Ranieri ci ricorda che la loro quasi certa ostilità a un incremento delle sanzioni non è un problema soltanto legale, ma pratico. Infatti, le sanzioni funzionano se vengono applicate da tutta la comunità internazionale; non funzionano, invece, se Russia e Cina non lo fanno.
Come si diceva all'inizio, nessuno ha la soluzione in mano, ma credo che non ci si debba rassegnare al peggio. Il peggio devasterebbe infatti tutte le prospettive di pace in Medio Oriente, ma anche quelle di sviluppo economico dell'Europa, la più esposta a uno shock petrolifero.

PRESIDENTE. Ringrazio il Viceministro Intini.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 10,25.