COMMISSIONE III
AFFARI ESTERI E COMUNITARI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di giovedý 17 gennaio 2008


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 9,05.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del Viceministro degli affari esteri, Patrizia Sentinelli, sui recenti sviluppi della situazione in Kenya.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2 del Regolamento, l'audizione del Viceministro degli affari esteri, Patrizia Sentinelli, sui recenti sviluppi della situazione in Kenya.
Do la parola al Viceministro per la sua relazione.

PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. La crisi post elettorale in cui è precipitato il Kenya, all'indomani dell'annuncio del risultato ufficiale delle elezioni, continua a destare la viva preoccupazione del Governo e della comunità internazionale. La situazione resta ancora molto pesante e caratterizzata da forte tensione, anche se negli ultimi giorni non si sono verificati eclatanti episodi di intensa violenza paragonabili a quelli avvenuti immediatamente dopo la proclamazione di vittoria di Kibaki e il suo giuramento del 30 dicembre. Sappiamo che continuano ad esservi non solo disordini ma, purtroppo, anche scontri forti, come quelli avvenuti ieri durante la manifestazione che l'opposizione aveva proclamato, che hanno causato due morti.
Martedì 8 gennaio, peraltro, si erano già verificati ulteriori disordini in alcune località della parte occidentale del Paese, scoppiati a seguito della notizia che Kibaki aveva proceduto alla nomina dei 17 ministri del nuovo Governo. L'annuncio, da parte dell'opposizione, dell'intenzione di tenere nuove manifestazioni di protesta nel corso di questa settimana, in connessione con l'inaugurazione del nuovo Parlamento, ha fatto innalzare il livello di allerta e la polizia ha disposto il divieto di scendere in piazza. La notizia che vi riferivo è di ieri e, comunque, è ormai fatto certo.
Oggi non abbiamo ancora avuto modo di sentire la nostra ambasciata in merito alla situazione sul campo; tuttavia, la manifestazione di ieri sembrava «compromessa» dalla forte pioggia caduta sin dalla mattina, che ha impedito a molti manifestanti dell'opposizione di scendere in piazza; mi riferisco in modo particolare a Nairobi. Ciò nonostante, si sono verificati gli episodi di cui anche le agenzie hanno dato conto.
Dal 28-29 dicembre ad oggi, secondo le fonti più attendibili, il numero complessivo delle vittime è di circa 600 persone e, secondo le stime della Croce Rossa keniana, il numero degli sfollati sarebbe di circa 250.000 persone.
Per quanto riguarda la situazione della collettività italiana presente in Kenya, le competenti strutture del Ministero degli esteri hanno costantemente seguito l'evoluzione dei fatti, in continuo rapporto con la nostra ambasciata a Nairobi. Come Governo, abbiamo ritenuto


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opportuno consigliare la massima cautela, inserendo sul sito della Farnesina la raccomandazione di rinviare i viaggi programmati in Kenya, avendo a mente la sicurezza dei circa 2.000 connazionali residenti permanenti e dei circa 4.500 presenti per vacanze o a titolo temporaneo, anche se le aree nelle quali la maggioranza di questi ultimi si trova, ovvero Malindi e Mombasa, è risultata sostanzialmente tranquilla.
A questo stato di crisi, che è causa, inoltre, di una crescente emergenza anche dal punto di vista umanitario, si è arrivati paradossalmente dopo che l'andamento delle elezioni aveva indotto tutti gli osservatori internazionali ad esprimere un unanime plauso alla maturità democratica del Paese. Vi ricordo, infatti, l'alta partecipazione al voto e la compostezza con cui la popolazione ha partecipato alle elezioni.
Il giudizio della comunità internazionale era risultato tanto più accentuato in considerazione dell'esito che si andava prefigurando al termine dell'esercizio elettorale. Il risultato relativo all'assegnazione dei seggi parlamentari è stato, infatti, nettamente favorevole al principale partito dell'opposizione, l'Orange Democratic Movement (Odm) guidato da Raila Odinga - del gruppo etnico Luo -, che si è assicurato la maggioranza relativa in Parlamento con oltre 100 seggi rispetto ai 43 vinti, invece, dal Partito di unità nazionale del presidente Kibaki. Si trattava di un esito che pareva destinato a consolidarsi con il successo delle presidenziali dello stesso Odinga, così come andava emergendo dallo spoglio delle urne.
Tali risultati prefiguravano un cambiamento di notevole portata negli equilibri politici kenioti, con la fine dell'egemonia del gruppo etnico dei Kikuyu - da cui proviene il presidente Kibaki - esercitata sin dall'indipendenza del Paese nel 1963, a discapito di aspirazioni mai sopite da parte degli altri gruppi etnici, tra cui quello maggioritario dei Luo, dal quale proviene Raila Odinga. Ricordo peraltro che, in contemporanea con le elezioni presidenziali e quelle parlamentari si è svolto anche il turno delle amministrative che, in sei regioni su otto - le città più importanti -, sono state vinte dall'opposizione.
Tuttavia, nel corso della fine settimana a cavallo tra il 28 e il 30 dicembre, la situazione è andata cambiando al punto che il risultato emerso nelle elezioni parlamentari si è ribaltato in un clima di crescente tensione. Si sono verificati disordini e scontri a fuoco, alimentati dallo scambio di accuse di brogli tra i due contendenti principali, Kibaki e Odinga; questi episodi sono stati riportati da tutti gli organi di informazione, dalla nostra televisione ma, soprattutto, dalle televisioni di rete internazionale. Tutto, quindi, è drammaticamente precipitato allorché la commissione elettorale ha dichiarato il presidente uscente, Kibaki, vincitore delle elezioni, accreditandogli un vantaggio di 230.000 voti. Anche in questo caso l'andamento dei fatti è ben noto: sembrava, in un primo momento, che vi fossero addirittura 1 milione di voti di scarto per Odinga; successivamente, sembrava che i voti di scarto fossero ridotti, ma sempre a favore di Odinga; infine, la mattina successiva, nella proclamazione del voto finale, è stato dichiarato questo scarto a favore di Kibaki.
I sospetti di brogli nel conteggio sono stati subito molto forti e confermati da più fonti, tra cui la missione di osservazione elettorale inviata dall'Unione europea. Forte, comunque, della proclamazione ufficiale, Kibaki ha ritenuto di doversi affrettare a celebrare la cerimonia del giuramento come presidente legittimamente eletto. I seguiti sono purtroppo noti: mi riferisco alle manifestazioni di protesta scoppiate nelle roccaforti del partito di Odinga, in particolare nella città di Eldoret, nella regione del Great Rift Valley, nella parte occidentale del Paese, teatro del terribile episodio del rogo nel quale hanno perso la vita quaranta persone di etnia Kikuyu.
Abbiamo visto le immagini della blindatura armata di Nairobi, degli scontri violenti negli slums e nelle aree in cui prevale l'etnia Luo, come la città di Kisumu,


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di cui è originario lo stesso Odinga. Il bilancio è pesante: come ho già detto, 600 vittime accertate e circa 250.000 sfollati che necessitano di assistenza e di interventi di emergenza umanitaria.
Il Kenya ci preoccupa molto perché rischia di essere risucchiato in una spirale di conflitto politico tribale ed economico alimentato dal fatto che i Luo, assieme ad altri gruppi etnici più modesti dal punto di vista quantitativo - i Luhya e i Kalenjin - che hanno sostenuto Odinga alle elezioni, sono sempre rimasti ai margini del potere. Questi gruppi etnici sono costituiti dai ceti più poveri e marginali della popolazione, che vivono per la maggior parte nelle baraccopoli della periferia della capitale.
Dopo questi fatti, la situazione è entrata in una fase di stallo. Il principale partito di opposizione ha la maggioranza relativa dei seggi in Parlamento, ma il Governo di Kibaki potrebbe comunque contare sui voti di altri partiti. Così pensava, peraltro, prima dell'elezione dello speaker avvenuta l'altro ieri. Al di là dell'aritmetica parlamentare resta, comunque, il dato di fatto di una profonda spaccatura politica nel Paese e dell'assenza di dialogo tra i due contendenti fino ad ora registrata. Odinga respinge qualsiasi contatto diretto con Kibaki, del quale rifiuta di riconoscere l'elezione a causa dei brogli avvenuti; tuttavia, si è detto disponibile ad una mediazione esterna. Nel corso dell'elezione del presidente e del vicepresidente, in Parlamento i membri dell'opposizione non si sono alzati all'arrivo di Kibaki, dimostrando in modo plateale di non riconoscerlo come presidente eletto.
Forte della sua posizione, il presidente Kibaki pensa di presentarsi pubblicamente con un segno diverso; egli si sente formalmente eletto e, dal suo punto di vista, invita l'opposizione a chiudere il capitolo delle contestazioni e delle accuse reciproche, dicendosi disponibile ad un dialogo vòlto soprattutto ad includere esponenti del partito di Odinga nella compagine di Governo.
In realtà, i messaggi che ci arrivano, anche dalla nostra ambasciata di Nairobi, dicono che mentre il presidente Kibaki parla di dialogo, Odinga parla di negoziato indispensabile. Come ben capite, anche nei termini si vedono le diverse predisposizioni per cercare di superare il problema, che, a nostro parere, dovrebbe essere risolto non solo con il contributo della comunità internazionale ma, soprattutto, nell'ambito delle scelte africane.
La nomina dei 17 ministri, avvenuta martedì 8 gennaio, alla quale facevo prima riferimento, è stata segnale degli stretti confini nei quali Kibaki vuole circoscrivere la collaborazione con l'opposizione, tanto più che tale nomina è avvenuta proprio mentre il presidente del Ghana, Kufuor, si recava a Nairobi in veste di presidente di turno dell'Unione africana per tentare di far sedere allo stesso tavolo i due contendenti alla ricerca di un compromesso accettabile, tentativo comunque non riuscito.
I segnali non sono stati, in questo caso, affatto incoraggianti. L'attuale crisi politica, ove non risolta con un compromesso accettabile - non solo per entrambi i leader Kibaki e Odinga, ma anche in termini di reale condivisione del potere nelle istituzioni e nel Paese - appare suscettibile di aprire uno scenario preoccupante per gli equilibri interni del Kenya e per l'intera regione, sia sul piano economico - pensiamo solamente al fatto che il porto di Mombasa rifornisce diversi Paesi circonvicini, motivo per cui abbiamo problemi seri in tutta l'area confinante -, sia sul piano strettamente politico, compromettendo l'apprezzato ruolo moderatore che il Governo di Nairobi ha sin qui svolto nelle diverse crisi attualmente in corso nell'area.
Il Governo italiano e, in particolare, il Ministero degli esteri, si sono mossi immediatamente allo scoppiare della crisi per acquisire direttamente, tramite la nostra ambasciata a Nairobi e i nostri referenti sul campo - noi del ministero abbiamo parlato anche con l'incaricato speciale per la Somalia, che risiede a Nairobi e con i giornalisti presenti - elementi di


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conoscenza utili per una corretta analisi della situazione, mettendo in atto le misure necessarie a tutela della collettività di connazionali presente in quel momento nel Paese.
Dopo i primi giorni, molto convulsi, quando i disordini più gravi sono cessati e si sono aperti quegli spiragli di ricerca di una soluzione negoziata cui facevo riferimento, lo stesso Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha espresso personalmente, nel corso di una conversazione telefonica con Kufuor, all'immediata vigilia della partenza di quest'ultimo per Nairobi, il pieno sostegno del Governo italiano alla mediazione dell'Unione africana. Il Presidente Prodi ha, in particolare, offerto la disponibilità del Governo a mantenere uno stretto contatto con i partner europei e internazionali e ha espresso apprezzamento per l'impegno diretto dell'Unione africana, che conferma la consolidata volontà dei Governi africani di affrontare autonomamente le crisi del continente per trovare una soluzione interna. Il Governo continua, peraltro, a sostenere il seguito operativo della missione di Kufuor, costituito dall'invio di un gruppo di eminenti personalità africane guidato dall'ex segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, incaricato dallo stesso Kufuor, con l'accordo dei kenioti, di trovare una soluzione di compromesso. In realtà, in merito a questo fatto ci vengono date versioni differenti, nel senso che l'accordo c'è ma che alcuni ministri dello stesso Governo Kibaki fanno affermazioni che altri smentiscono; comunque, dobbiamo accettare la notizia prevalente e cioè che l'incarico a Kofi Annan sia stato dato in accordo con i kenioti. Come sapete, Kofi Annan ha dovuto rinviare il suo viaggio a Nairobi, pare per motivi di salute; quindi stiamo attendendo che inizi la sua opera al più presto.
Come italiani partecipiamo attivamente al coordinamento in corso in sede di Unione europea, sostenendo una posizione comune, basata sul riconoscimento delle priorità che riveste la mediazione dell'Unione africana, cui l'Unione europea dovrà fornire ogni possibile appoggio e nel cui quadro potranno essere avanzate ipotesi di un possibile compromesso, basate, alla luce dell'incontestata affermazione elettorale del principale partito di opposizione, sul principio di una temporanea condivisione del potere in attesa di poter ripetere a termine la consultazione elettorale. Qualunque soluzione, in ogni modo, dovrà essere individuata e considerata accettabile dai diretti interessati.
Sul versante degli interventi di emergenza, è stata recentemente autorizzata dal Ministero degli esteri un'iniziativa in favore della popolazione, vulnerabile vittima della crisi sociale e politica. Tale iniziativa, della durata di dodici mesi, sarà realizzata mediante la costituzione di un fondo in loco, presso l'ambasciata italiana a Nairobi, per un importo pari a 1.850.000 euro e mediante la costituzione di un fondo esperti per l'assistenza tecnica, amministrativo-contabile, logistica e di coordinamento e monitoraggio pari a 150.000 euro.
L'intervento sarà realizzato dall'ambasciata di Nairobi, avvalendosi anche delle organizzazioni non governative che operano localmente. È inoltre prevista, a breve, l'erogazione di un contributo volontario, pari a 123.000 euro, alla Federazione internazionale delle Croci Rosse e Mezzelune Rosse. Questo contributo è destinato a sostenere il programma dell'assistenza umanitaria che la società di Croce Rossa ugandese sta attuando in favore dei rifugiati kenioti fuggiti dal loro Paese a seguito dei disordini e degli scontri etnici scoppiati dopo le elezioni presidenziali.
Il programma di assistenza prevede fornitura di generi di prima necessità e cure mediche, durerà due mesi e sarà rivolto a 3.000 beneficiari. Il predetto contributo è da considerarsi a valere sul fondo bilaterale di emergenza in essere presso la Federazione. Ad oggi, la cooperazione italiana ha previsto per gli interventi nel settore sociale in Kenya, sia in partenariato con le ONG italiane che con le agenzie multilaterali, uno specifico programma dell'Unicef di lotta alle mutilazioni genitali.


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Nella programmazione 2008-2010 era stata già prevista l'opportunità di realizzare iniziative specifiche a favore delle donne e delle bambine, attraverso un programma gestito dall'unità tecnica locale (Utl). L'attuale emergenza rende questa azione ancora più urgente, perciò abbiamo voluto destinare un fondo di circa 500.000 euro orientato alla mobilitazione delle ONG nazionali italiane per la protezione delle vittime della violenza sessuale e la prevenzione dei conflitti etnici più gravi.
Contemporaneamente, di concerto con la Utl stiamo realizzando il sostegno alle agenzie multilaterali che, per prime, si stanno mobilitando su questo tema; in particolare con l'Unicef, che a quanto ci risulta, sta approntando una serie di luoghi sicuri per donne e bambine nelle aree maggiormente toccate dai disordini, e con lo United Nations Development Fund for Women (Unifem), che gestisce un fondo globale specifico contro la violenza verso le donne.
Anche in questo caso abbiamo deciso di mettere a disposizione un importo di circa un milione di euro, verificando che tali aiuti vadano indirizzati specificatamente alle vittime di violenza sessuale e alla prevenzione delle cause che la determinano. Abbiamo erogato una parte di questi fondi - che stiamo tuttora erogando - direttamente agli ospedali, che hanno accolto il maggior numero di donne vittime delle violenze, uno dei quali è quello di Hurlingham, nei sobborghi della capitale Nairobi.
In conclusione, la linea tenuta dall'Italia sulla crisi interna keniota è largamente condivisa dagli attori internazionali maggiormente interessati alle vicende di quest'area. Londra, in particolare, ha assunto una posizione critica circa la conduzione della fase post elettorale da parte delle autorità di Nairobi, a partire dalle operazioni di spoglio dei voti, e invoca, come noi del resto, una soluzione sostenibile nel lungo periodo che innovi anche i meccanismi di formazione del Governo.
Gli Stati Uniti, i soli che inizialmente avevano preso atto della vittoria di Kibaki, dopo un infruttuoso tentativo di mediazione condotto a Nairobi dall'Assistant Secretary of State for Africa, Jenday Fraser, hanno adottato un linguaggio più critico, prendendo le distanze dal risultato elettorale. Un'ulteriore e più incisiva azione della comunità internazionale che riguardi, fra l'altro, la continuazione o meno degli intensi rapporti di cooperazione esistenti con numerosi donatori bilaterali e multilaterali, potrà essere valutata sulla base degli sviluppi dei prossimi giorni, in particolare in sede parlamentare ove, nella giornata di martedì scorso, 15 gennaio, c'è stato l'avvio dei lavori e si sono tenute le elezioni del nuovo speaker e vicespeaker vinte, per così dire, dall'opposizione.
Questo fatto potrebbe lasciar pensare alla ripresa di una normale - se così si può chiamare - vita parlamentare, oppure segnalare un nuovo profilo di preoccupazione. In ogni modo, i numeri sono certamente quelli che hanno determinato, a differenza dell'aspettativa del Governo di contare su cifre maggiori, una vittoria della opposizione che, compattamente, si è dimostrata convinta di sostenere lo speaker dell'opposizione.
Non appena potrà prendere avvio la mediazione di Kofi Annan, ne seguiremo tutti gli sviluppi e saremo pronti a riferire in Parlamento, quando il Governo sarà nuovamente chiamato a dar conto. Vi ringrazio.

PRESIDENTE. Grazie a lei, Viceministro, per questa relazione.
Intanto, vorrei sapere se vi può essere un'influenza della crisi keniota sugli sviluppi della situazione in Darfur; eventualmente, le chiederei inoltre di cogliere l'occasione per dirci qualcosa in merito a quella regione.
Do ora la parola ai deputati che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

SERGIO MATTARELLA. La relazione è stata chiara e completa, anche in merito all'atteggiamento e alle iniziative del nostro Governo. Desidero chiedere al Governo quali risultino essere i Paesi più attivi in questo momento, in sede non


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soltanto europea ma anche internazionale, per mettere in atto interventi sul Kenya e trovare una soluzione ragionevole.

TANA DE ZULUETA. Anch'io ringrazio il Viceministro Sentinelli per la sua relazione, completa al punto che non ci sono grandi commenti da fare se non constatare la situazione con rammarico, dal momento che le speranze di un esemplare processo democratico erano molto alte.
Ho ascoltato con interesse anche la parte che riguarda il monitoraggio elettorale svolto dall'Unione europea. Ho guidato due missioni di monitoraggio elettorale europeo in Africa, una in Zimbabwe e una in Madagascar. Si tratta di missioni molto interessanti, perché sono vere e proprie interferenze; tuttavia, sono esercizi di garanzia e vengono vissuti e percepiti come tali dai contendenti. Il rapporto preliminare degli osservatori europei è piuttosto chiaro; non parlano di un sospetto nei brogli ma della loro certezza e del fatto che sono stati particolarmente grossolani nell'ultima fase dello spoglio per le elezioni presidenziali con la manomissione delle schede documentate.
Questo si chiama «rubare un'elezione» e personalmente mi chiedo quali saranno le implicazioni a lungo termine. L'Unione europea - cioè noi - ritiene queste elezioni fallaci; tuttavia, dobbiamo seguire in modo realistico anche quello che avviene dopo. Mi domando in quale modo possiamo valutare il futuro di queste missioni di monitoraggio elettorale. Penso, ad esempio, alle elezioni in Etiopia, che furono giudicate piuttosto severamente dall'Unione europea, la quale, però, non diede seguito a tale valutazione. Vorrei capire se non esista il rischio di perdere credibilità oppure se si scelga di non sostenere fino in fondo uno strumento potenzialmente molto forte.
Se i due contendenti usano rispettivamente la parola «dialogo» - piuttosto poco in verità - e la parola «negoziato», ciò accade perché uno vuole magnanimamente concedere qualcosa mentre l'altro rivendica un diritto, ovvero quello di far parte del Governo del Paese, essendo vincitore delle elezioni parlamentari e, come lui ritiene, probabilmente anche delle elezioni presidenziali.
Mi chiedo quali siano gli strumenti a nostra disposizione per far sì che quella parte forte e sana della democrazia keniota, a cominciare dalla stampa e dalla televisione, che sono estremamente vive, possa continuare a svolgere un ruolo di «cane da guardia» a sostegno di un percorso che possa riportare il Paese più vicino alle aspettative dei propri cittadini e, cioè, ad essere una democrazia, come i kenioti speravano di diventare.

PRESIDENTE. Do la parola al Viceministro per la replica.

PATRIZIA SENTINELLI, Viceministro degli affari esteri. La situazione in Kenya, come dicevo all'inizio della mia relazione, ci preoccupa fortemente e, considerate le domande rivoltemi, sento tale preoccupazione condivisa da tutti voi.
Inizio la mia replica prendendo in considerazione la domanda che mi ha posto il presidente, circa l'influenza della situazione keniota sull'intera area. La crisi keniota ci preoccupa per il Kenya stesso, naturalmente, per i morti, per i disordini e per una situazione per la quale non si intravede una soluzione a breve. Tuttavia, ci allarma ancora di più l'instabilità che si può creare nell'intera area. Per questo motivo stiamo cercando di operare in Kenya; poi vedremo in che modo, se lo abbiamo fatto fino in fondo e se ci sono possibilità di intervento che indichino la strada risolutiva in un contesto complicato come quello descritto.
Torneremo a discutere di questo anche rispetto al resto del Kenya, ad esempio alla zona dei grandi laghi. In Africa esistono alcune situazioni, che abbiamo definito in via di risoluzione ed altre che sono ancora oggetto di grande instabilità. Per fare un esempio, proprio in questi giorni si sta tenendo una conferenza a Kivu, nel nord del Congo, dove sembra possano esserci spiragli positivi, ma ancora non vediamo una soluzione.
Dovremmo muovere in modo più esplicito una critica al Governo uscente, penalizzato


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dal voto elettorale, dal momento che i 21 ministri del Governo Kibaki sono stati bocciati dal loro stesso elettorato, nelle loro stesse circoscrizioni; pertanto, non sono più stati rieletti. Credo che sia opportuno dire, seppure con prudenza, parole di verità, ovvero che c'è stata una voglia di cambiamento dell'elettorato in Kenya. Infatti, il Parlamento è stato rinnovato per il 65 per cento, con l'elezione di parlamentari giovani e nuovi. Questo dispone in favore di una certa vitalità del Kenya; ciò nonostante, oggi è in corso una crisi forte di instabilità, anche rispetto al Darfur.
La situazione del Darfur è preoccupante di per sé; stiamo guardando con attenzione, come si dice in termini diplomatici e politici, ciò che può dare di positivo la forza ibrida appena messa in campo ma, certamente, questa situazione di instabilità non aiuta per le connessioni evidenti e per la mancanza di riconoscimento di un ruolo. Il precedente Governo keniota aveva assicurato un intervento nell'intera area. Sul piano interno qualche elemento positivo c'è stato e qualche elemento di ingiustizia sociale permane, non vi è dubbio; tuttavia, abbiamo comunque verificato una certa stabilizzazione dell'intera area regionale anche per effetto della politica keniota.
Per questo motivo vorremmo essere sempre più protagonisti attivi, insieme all'Unione europea e alla comunità internazionale, per stabilire quantomeno una situazione di normale dialettica parlamentare che possa poi permettere un dispiegamento di possibili soluzioni. Noi intendiamo trovare, nello stato delle cose, un compromesso condivisibile, onorevole De Zulueta, sapendo che si parla di brogli evidenti ai quali, tuttavia, non possiamo pensare di rimediare indicando, come soluzione, nuove elezioni immediate. Non ci sono le condizioni, come diceva anche lei nel suo intervento, se non erro, nel quale poneva invece il tema di come sostenere questa situazione che, ci auguriamo, possa essere considerata di transizione verso un compromesso soddisfacente e sostenibile fra le parti.
Per rispondere alla domanda circa i Paesi più attivi in Europa, per alcuni aspetti direi che è impegnata l'intera Unione europea; tuttavia, ce ne sono alcuni indubbiamente più attivi degli altri: la Germania, la Francia, il Regno Unito e anche l'Italia. In ogni caso, stiamo lavorando perché si affermi una visione dell'Unione europea e, quindi, affinché ci sia un intervento solido in questa situazione anche dal punto di vista dei partner.
Rispetto alla elezioni fallaci, vorrei esprimere la stessa opinione che do in ogni occasione in cui sono chiamata a esprimermi, anche nei confronti dei nostri partner europei. A mio avviso, noi dobbiamo accompagnare le elezioni con gli osservatori e mi sembra che su questo l'Unione europea e la Commissione siano molto attente. Tuttavia, è la fase precedente alle elezioni che deve essere sostenuta dalla comunità internazionale con interventi che promuovano il valore delle istituzioni.
Penso alle prossime elezioni che si terranno in Camerun - manca ancora del tempo, non sono immediate -, dove ci è stato chiesto di intervenire per sostenere la formazione di una cultura dello Stato, della partecipazione sociale delle organizzazioni della società civile. Siamo orientati a dare questo tipo di contributo, anche accompagnato da un sostegno di ordine finanziario per programmi di formazione volti ad una intelligente partecipazione al voto. Tuttavia, osservando la vivace e consapevole partecipazione alle elezioni in Kenya e considerando l'approdo così infelice del risultato elettorale, ci chiediamo se questo possa alimentare ulteriormente sfiducia e, quindi, portare ad un allontanamento.
Anche per questo motivo in molti slums ci sono state accese proteste. Non le sto giustificando ed anche su questo si può discutere molto; tuttavia, gli abitanti degli slums sono i soggetti che avvertono di più lo squilibrio e il distacco, dal momento che sono coloro che più hanno avuto fiducia in queste elezioni. C'è stata una sovrapposizione del dato etnico, ma anche i rappresentanti delle chiese che


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lavorano negli slums mi dicono che c'è stato un investimento sul cambiamento. Purtroppo, il dato del conflitto etnico si è presentato, ma mi auguro che non possa prevalere del tutto e stiamo lavorando anche per questo.
Si tratta, quindi, di una situazione complessa e difficile; tuttavia, mi pare che la stiamo analizzando ed anche affrontando con grande responsabilità.

PRESIDENTE. La ringrazio, Viceministro. L'audizione ci ha permesso di discutere di una questione molto complessa sulla quale torneremo ancora.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 9,35.