COMMISSIONI RIUNITE
III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI) E IV (DIFESA)

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 14 febbraio 2007


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA III COMMISSIONE UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 14,25.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del Direttore generale del Ministero degli affari esteri per i paesi dell'Europa, ministro plenipotenziario Laura Mirachian, sulla partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali, in relazione all'esame in sede referente del disegno di legge C. 2193.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del Direttore generale del Ministero degli affari esteri per i paesi dell'Europa, ministro plenipotenziario Laura Mirachian, sulla partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali, in relazione all'esame in sede referente del disegno di legge C. 2193.
Do la parola al ministro Laura Mirachian, cui va il nostro benvenuto.

LAURA MIRACHIAN, Direttore generale del Ministero degli affari esteri per i paesi dell'Europa. Sono lieta di partecipare nuovamente, per la seconda volta nell'arco di 10 giorni, ad una seduta di queste Commissioni.
Svolgerò, innanzitutto, una breve introduzione, al termine della quale sarò a disposizione per rispondere ad eventuali domande su questioni specifiche.
In Kosovo e in Bosnia, e più in generale nei Balcani, in uno scacchiere così vicino al nostro paese e considerato prioritario dai nostri vertici politici, la situazione è abbastanza fluida. Dopo le elezioni svoltesi in Serbia di recente, ancora non è stato costituito un governo, a Belgrado, e l'emissario speciale delle Nazioni Unite e rappresentante speciale dell'Unione europea Ahtisaari ha deciso di spostare dal 13 al 21 di questo mese la prima sessione di consultazione con le due parti in causa, Belgrado e Pristina, che si terrà a Vienna.
Nei giorni scorsi, nella sessione del Consiglio affari generali dell'Unione europea è stata definita una tornata di consultazioni. L'espressione usata dai ministri dell'Unione europea in modo unanime è stata, infatti, intensive consultations. In realtà, riteniamo che essa nasconda qualcosa più di semplici consultazioni e che si sia trattato di negoziati. La parte serba è stata piuttosto discontinua nella partecipazione alle precedenti tornate negoziali, tendendo persino a disertarle.
Dopo le elezioni di Belgrado, nell'incontro a Vienna, il team negoziale serbo, per la prima volta, dovrebbe presentarsi con una posizione compiuta, sul piano non


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soltanto politico, ma tecnico. Almeno, così ci auguriamo. La parte albanese e kosovara è invece molto addentro al negoziato svoltosi nel corso dell'ultimo anno con Ahtisaari, ha partecipato a tutte le sessioni e ha contribuito alla stesura del testo. La prossima sessione, quindi, non sarà per la parte albano-kosovara così importante come per la parte serba. Dopo questa tornata di consultazioni, si dovrebbe giungere ad un compromesso tra le due parti, sotto l'egida delle Nazioni Unite, ovvero di Ahtisaari stesso.
Questa è la nostra interpretazione delle conclusioni emerse dal Consiglio affari generali dell'altro giorno, che cita il compromise. Da una precedente impostazione che sembrava piuttosto frettolosa, orientata ad imporre alle parti questo pacchetto, a prescindere dalle loro obiezioni, si è passati dunque ad una fase in cui le due parole chiave sono consultations e compromise. Non conosciamo esattamente la durata di questa fase, che ci auguriamo non sia molto lunga. L'intenzione dei nostri grandi partners è di arrivare già entro marzo all'adozione di una risoluzione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che a nostro avviso dovrà essere adottata con il consenso dei tre grandi protagonisti internazionali esterni, l'Europa, gli Stati Uniti e la Russia. Per giungere ad una risoluzione cui aderisca anche la Russia, tuttavia, esiste una condizione, che Putin ha imposto chiaramente in occasione di numerose dichiarazioni pubbliche, ovvero che i serbi concordino. La Russia sarà quindi d'accordo solo qualora lo siano i serbi. Siamo consapevoli, perciò, dell'importanza della fase che si aprirà il prossimo 21 febbraio.
Nel frattempo, l'Unione europea, in Kosovo, da alcuni mesi sta cercando di predisporre la presenza europea, che dovrà sostituire quella delle Nazioni Unite. Non esito - come già nella precedente occasione - ad affermare nuovamente che, nonostante le Nazioni Unite siano presenti nell'area da molti anni, con una pesante struttura composta, solo sul piano civile, da 4000 persone, molti obiettivi non sono stati ancora realizzati. Sarà quindi compito dell'Unione europea, che prenderà le leve dalle Nazioni Unite, portare a termine questo disegno che, con espressione un po' dubbia, si definisce di adeguamento degli standards a quelli normalmente vigenti in Europa, in Occidente o nella maggior parte della comunità internazionale.
L'adeguamento degli standards è il vero question mark, il vero punto interrogativo. L'Unione Europea, dunque, si predispone a sostituire l'UNMIK, struttura composta da 4000-4500 persone che occupano alcuni enormi building (forse i soli esistenti) a Pristina, con una struttura molto più snella, composta da due «pilastri»: uno si occuperà dell'addestramento della polizia locale, quindi della sicurezza e dell'ordine pubblico; l'altro - ancora più importante, se possibile - si occuperà del rule of law, ovvero della creazione di uno Stato di diritto. La crescita degli standards implica, infatti, la costruzione di uno Stato di diritto in senso lato, senza pregiudicare quello che sarà lo statuto finale di questo territorio. Riteniamo che nell'ambito di questo «pilastro» sarà necessario occuparsi della magistratura e di tutto il settore giudiziario, fondamento di ogni struttura statuale o quasi statuale.
Tutto ciò comporterà una ingente spesa per l'Unione europea. Considerando, insieme, le operazioni, i nuclei di intervento, le personalità, le figure specializzate, gli esperti, i giudici e le persone che si occuperanno dell'addestramento della polizia locale, ho personalmente calcolato che ammonterà ad una cifra tra i 400 e i 500 milioni di euro all'anno. L'Europa, che ha già contribuito in maniera sostanziale a questa operazione, continua a sostenere un onere assai impegnativo. Tutto questo ci induce a far sentire la nostra voce, come europei, nell'ambito del Consiglio di sicurezza. Ritengo, infatti, una logica conseguenza il fatto che l'onere in termini di personale, di impegno civile e di impegno militare - l'intenzione è quella di rimanere, almeno finché la situazione non sia stabilizzata, anche con il personale militare - si traduca in un forte ruolo decisionale dell'Unione europea nel Consiglio di sicurezza.


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In tal senso, la diplomazia italiana si sta adoperando sia presso la Russia, sia presso gli Stati Uniti, proprio al fine di esigere questo ruolo. Operiamo in stretto coordinamento con la Presidenza tedesca dell'Unione europea e con gli altri partners europei membri del Consiglio di sicurezza, cercando di essere proattivi, ovvero cercando di proporre una bozza allo stesso Consiglio di sicurezza. Questo deve permetterci di tradurre nei fatti l'opinione che condividiamo con i nostri partners europei, cioè che si tratti non di un'operazione one shot, capace di rendere indipendente in un solo colpo questo paese, bensì di un impegno volto a creare un'indipendenza qualificata, un nuovo status superiore ma ancora sotto stretta vigilanza dell'Unione europea.
Non mi dilungo sui contenuti del cosiddetto pacchetto Ahtisaari, sui quali potrà riferirvi lo stesso sottosegretario competente. Mi limito a rilevare come esso nel corso dei mesi sia diventato più raffinato, più articolato, più preciso anche per quanto riguarda l'esigenza, evidenziata dalla parte serba, di avere un'adeguata tutela dei luoghi santi ortodossi, un'autonomia molto ampia rispetto alla nuova entità a maggioranza albanese e anche la possibilità di far transitare merci e persone verso Belgrado. Questo pacchetto vi sarà illustrato molto più in dettaglio. Rilevo soltanto come, nel corso dei mesi, in particolare da settembre dello scorso anno, sia stato progressivamente corretto, reso più aderente alla realtà dei fatti e più concreto nelle sue potenzialità di applicazione.
In Kosovo, attualmente sono presenti 15.500 uomini soltanto come KFOR, come parte militare, mentre ci sono circa 4.000 civili raggruppati presso la struttura delle Nazioni Unite. All'operazione partecipano 36 paesi, di cui 24 paesi NATO. Questa presenza militare dovrebbe rimanere costante nei prossimi mesi, fino ad una review, una revisione internazionale della situazione, in base alla quale potrebbe essere decisa una riduzione, al momento non ancora stabilita. Il contingente italiano nell'ambito della KFOR è costituito da circa 2500 uomini, di cui circa 270 o 280 carabinieri, inquadrati in un'unità speciale di polizia militarizzata. Essi dipendono da una catena di comando militare, ma costituiscono una compagine altamente specializzata e apprezzata da tutte le parti in causa, sia albanesi, sia serbe, oltreché dalla comunità internazionale, e rappresentano motivo di vanto nell'ambito della nostra presenza militare. I nostri carabinieri nei Balcani, dunque, hanno raccolto consensi unanimi, e questo ci rende onore.
Dal mese di maggio del 2006, il contingente italiano di circa 2500 uomini della KFOR è stato interessato da un processo di riorganizzazione complessiva che ha portato alla costituzione di 5 task force e l'Italia detiene, attualmente, il comando di quella occidentale. Il generale Valotto è stato il comandante di questo contingente fino al 1o settembre dello scorso anno; attualmente è comandato dal generale tedesco Kater.
La ragione che induce a concentrare un immenso sforzo militare e civile in questa regione è la consapevolezza che la situazione sia tuttora a rischio, perché purtroppo non sono stati raggiunti gli standard istituzionali sufficienti per dare garanzie di autogoverno a Pristina e di protezione delle minoranze, in particolare serbe, e dei siti religiosi ortodossi. Nell'opinione pubblica, purtroppo, prevalgono ancora un antico risentimento e una generale immaturità della popolazione, nelle sue varie articolazioni, che non permettono di superare vecchi conflitti interetnici. Ancora oggi si registra, quindi, una situazione a rischio di recrudescenza.
Oltre a quelli derivanti da questa dimensione interetnica regionale, si evidenziano altri rischi, segnalati anche recentemente dalle agenzie di stampa, tra cui l'Ansa, che ieri registrava un allarme da parte delle autorità macedoni per l'osservazione di gruppi armati albanesi a ridosso dei confini macedoni. È di sabato la notizia che, purtroppo, nel corso di manifestazioni organizzate a Pristina, sono morte due persone che, in base alle informazioni attuali, sarebbero state uccise


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dalla polizia locale; ciò testimonia dell'immaturità di un corpo di polizia che spara sui dimostranti. È possibile che ci siano state gravi provocazioni, perché si trattava di una manifestazione (guidata da Albin Kurti, leader del movimento per l'autodeterminazione del Kosovo, che ha annunciato altre dimostrazioni nel corso dei prossimi mesi) organizzata contro il «pacchetto Athisaari», di matrice albanese, senza implicazioni della componente serba. Gli spari sarebbero partiti da un corpo di polizia locale che dovrebbe essere addestrato anche ad affrontare situazioni del genere e che, invece, evidentemente ignora le tattiche di base per contenere una manifestazione. Questo è sintomatico di una situazione tutt'altro che stabile e probabilmente a rischio nei prossimi mesi.
Ho descritto due episodi, l'allarme macedone per la presenza di uomini armati albanesi ai confini e questo episodio apparentemente - sono in corso inchieste - tutto albanese, per dimostrare come il problema interetnico in Kosovo esista ancora; tuttavia, esiste anche un altro tipo di estremismo connesso con la criminalità organizzata, che rende la situazione molto precaria.
Oltre alla presenza militare dell'Unione europea, ci sarà anche il mantenimento di una presenza OSCE molto importante. Si tratta di una settantina di persone - solo nel quartier generale, perché in tutti i Balcani sono quasi un migliaio - destinate a rimanere, perché utili soprattutto per il monitoraggio dei comportamenti elettorali.
In Bosnia è presente un contingente multinazionale, che sta già tendenzialmente riducendosi ed è attualmente costituito da circa 5.000 unità. Le Forze armate italiane consistono in circa 900 unità. Partita come missione multilaterale a guida NATO, poi passata sotto la guida europea, è definita missione Althea-Eufor. Per lungo tempo è stata al comando del generale Coppola. È intenzione degli europei continuare ad essere presenti finché il quadro non sarà definito, soprattutto sul versante kosovaro. Come sappiamo, infatti, i diversi versanti, nei Balcani, sono tra loro collegati. L'esempio tipico di un possibile raccordo, almeno in linea concettuale e teorica, è quello della situazione in Kosovo e in Bosnia. Quest'ultima è ancora regolata dagli accordi di Dayton del 1995 e, finora, sono falliti i tentativi della comunità internazionale e degli stessi americani di rafforzare gli elementi unificanti in Bosnia rispetto alle due entità.

PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

DARIO RIVOLTA. La ringrazio per la sua esposizione, che ho apprezzato, come credo tutti i colleghi.
Mi ricollego a quanto lei ha sottolineato circa la volontà dell'Unione europea di raggiungere un accordo consensuale tra i grandi protagonisti esterni, laddove uno di questi, la Russia, pretende - almeno in questa fase - la consensualità di Serbia e Kosovo.
Ricordo che questa Commissione ha approvato all'unanimità una risoluzione in cui si impegna il Governo italiano ad avere lo stesso atteggiamento, ovvero ad appoggiare qualunque soluzione purché approvata da entrambe le parti, Serbia e rappresentanti dell'autorità kosovara. Ciò nonostante, dalle sue parole è emerso come in questa fase i serbi non siano disponibili ad accettare un'ipotesi di indipendenza del Kosovo, a meno che non sia un momento negoziale. Nella seconda parte del suo intervento, lei ha accennato ad un'indipendenza realisticamente già quasi assodata, e quasi tutti abbiamo effettivamente l'impressione che, al di là delle negoziazioni in corso, l'indipendenza sia un fatto ineluttabile.
Apprezzo il suo riferimento ai timori delle autorità macedoni, alla segnalazione di movimenti di truppe irregolari ai confini e a qualche piccolo movimento che si è verificato in Bosnia. Le chiedo di esprimerci le sue previsioni rispetto alle future reazioni in Macedonia, in Bosnia, in Bulgaria e nella Repubblica serba nel caso di una eventuale indipendenza non concordata con le autorità serbe.
Inoltre, vorrei sapere quali conseguenze lei preveda per la minoranza ungherese


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nella provincia di Vojvodina e per quella serba in Slovacchia e in Romania. Le chiederei anche un accenno agli eventuali punti di vista di paesi, come Turchia, Spagna e Francia, che hanno minoranze con desiderio separatista all'interno dei propri confini.
Per quanto riguarda la situazione kosovara, infine, vorrei chiederle come, qualora si realizzasse l'indipendenza, potrebbe mantenersi dal punto di vista economico lo Stato kosovaro.

SERGIO MATTARELLA. Desidero soltanto ringraziare sentitamente il ministro plenipotenziario per quanto ci ha riferito.

PRESIDENTE. Do la parola al ministro Mirachian per la replica.

LAURA MIRACHIAN, Direttore generale del Ministero degli affari esteri per i paesi dell'Europa. Spero proprio che le minoranze in altri paesi, soprattutto europei, quali la Spagna, abbiano superato questa impostazione e si muovano in una diversa dimensione democratica e non di spezzettamento del territorio.

SERGIO MATTARELLA. Non vorrei che andassimo fuori del perimetro delle missioni. Stiamo parlando delle nostre missioni all'estero.

LAURA MIRACHIAN, Direttore generale del Ministero degli affari esteri per i paesi dell'Europa. Cerco di attenermi alla tecnica e all'obiettivo. Sono stati posti tutti i problemi sul tappeto, e non voglio proporre una lecture o un brainstorm, di cui non avete bisogno e che potrete ottenere da voci più autorevoli della mia.
Per quanto riguarda l'indipendenza del Kosovo, se si considerano tutti i documenti degli ultimi mesi, si evince che anche l'Italia ha cominciato ad assumere una posizione più attiva in tutte le varie sedi multilaterali di negoziato. Il termine «indipendenza» è sempre qualificato e, normalmente, ci si riferisce ad una indipendenza vigilata, espressione non molto elegante che indica un nuovo status della regione, in cui si evidenzierà un'incisiva presenza dell'Unione europea, sebbene non sarà costituita dalle 4.000 unità cui attualmente ammonta la presenza delle Nazioni Unite, e probabilmente neppure da un quarto di esse.
Per il Kosovo ci sarà decisamente un nuovo status, ma non si tratterà dell'indipendenza piena e unanimemente e normalmente riconosciuta ad ogni Stato, bensì di un'indipendenza vigilata. Ci saranno tre passaggi, di cui il primo è la risoluzione delle Nazione Unite, con il punto riguardante la Russia. Mi compiaccio del fatto che il Parlamento italiano citi un compromesso tra le due parti, giacché a tutti sembra improbabile che possano essere imposte condizioni in ambiti delicati e importanti che riguardano la vita del singolo e della collettività. Le parti devono quindi trovare un accordo e stiamo lavorando in questo senso.
Al riguardo, non vi è soltanto un interesse della Russia. Nella recente riunione del Consiglio affari generali, infatti, l'atmosfera, nella sala, tra i 27 era esattamente quella che ho descritto e sono comparsi termini come compromise e intensive consultation. Quindi, Ahtisaari ha delle guidelines molto precise da parte dell'Europa. Non mi aspetto soluzioni imposte ma consensuali, ed è necessario adoperarsi in questo senso.
Ci chiediamo se questa indipendenza sia ineluttabile. Ritengo che, più che indipendenza, sarà un nuovo status più avanzato di autogoverno, ma altamente vigilato. Come europei, manterremo un Alto rappresentante, due «pilastri» civili e, per quanto possibile, anche l'apparato militare che, in questo momento, è costituito da 5.000 uomini. Il Kosovo deve dimostrare collaborazione per innalzare gli standard e per darsi adeguate istituzioni.
Inoltre, una legge fondamentale non è stata ancora approvata ed è improbabile che un territorio raggiunga l'indipendenza senza una legge fondamentale. È ancora necessario predisporre un apparato legislativo, così come la magistratura. Non mi riferisco soltanto alle figure o alla loro


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formazione, ma anche alla legislazione. C'è molto lavoro da fare, perché sarà un'indipendenza profondamente vigilata.
La situazione regionale è allarmante e non c'è soltanto il rischio di scontri interetnici. Nella primavera del 2004, approfittando di un momento di distrazione della KFOR, i serbi furono maltrattati e uccisi, i loro monasteri incendiati. Eravamo nel 2004, dopo 4 anni di presenza internazionale, ma tutto questo non è ancora risolto e permane il rischio di uno scontro interetnico. C'è poi il rischio «panalbanese», perché l'etnia albanese è dislocata lungo tutto il sud dei Balcani, quindi dal Kosovo all'Albania, alla Macedonia, e abbiamo notizia di collegamenti tra elementi estremisti, che è necessario sorvegliare.
L'importanza di bloccare tutti questi fenomeni, di porli sotto controllo, di innalzare gli standard procede di pari passo con l'importanza di consolidare i confini del Kosovo, della Macedonia e della Bosnia. Nel fare questo, utilizziamo uno strumento eccezionale, perché l'Unione europea può stipulare accordi - e lo sta facendo - con tutte queste nazioni. Tali accordi con la Macedonia, con la Bosnia, in futuro con il Kosovo e, naturalmente, con la stessa Albania rappresentano la migliore garanzia contro lo sfaldamento dei confini. L'accordo stipulato con quel territorio, con quello Stato, costituisce una controgaranzia, una controassicurazione che l'Unione europea conclude per ostacolare questi tentativi di sfaldare gli Stati: la divisione in due parti della Bosnia e della Macedonia e l'unione del Kosovo all'Albania. Tra l'altro, Tirana non sembra molto entusiasta di scenari di questo genere e ha interesse a consolidare i propri confini settentrionali.
Questa è una parte importante della nostra strategia, perché riprendere i negoziati dell'accordo di associazione con la Serbia significa implicitamente individuare la Serbia. Lo stesso vale per il Kosovo, che, quindi, non può essere né più grande né più piccolo, e per l'Albania, la Macedonia e la Bosnia.
Un ulteriore aspetto del problema, infine, è rappresentato dal linguaggio da usare nei confronti delle parti. È fondamentale quanto gli italiani, ma anche i partners europei, gli americani e i russi, affermano in pubblico, perché questo evidentemente incentiva l'una o l'altra forza. Bisogna quindi adottare un linguaggio estremamente bilanciato, per non incoraggiare forze di destabilizzazione. Lo stesso ministro D'Alema, incontrando Ceku, il cosiddetto primo ministro del Kosovo, gli ha raccomandato di adottare in pubblico un linguaggio moderato, che calmi gli animi e non proietti violenze.
Perseguiamo, dunque, il tentativo di instaurazione di un regime di indipendenza vigilata in Kosovo e di consolidamento dei confini in tutta la regione, con un sistema di avvicinamento all'Unione europea e di intensificazione degli accordi, oltre che attraverso un adeguato linguaggio da tenere sul piano internazionale, attraverso raccomandazioni in tal senso alla leadership kosovara.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro Mirachian per la puntualità delle sue considerazioni. Avremo modo di approfondire questa complessa materia, in sintonia con quanto è stato rilevato in occasione dell'audizione del sottosegretario Crucianelli, dedicata agli sviluppi della vicenda del Kosovo dopo il rapporto Ahtisaari.
Le sue considerazioni, signor ministro plenipotenziario, ci saranno utili per il lavoro che dobbiamo svolgere.
Dichiaro conclusa l'audizione.

Audizione del Direttore generale del Ministero degli affari esteri per la cooperazione allo sviluppo, ministro plenipotenziario Alain Giorgio Maria Economides, sulla partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali, in relazione all'esame in sede referente del disegno di legge C. 2193.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del Direttore generale


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del Ministero degli affari esteri per la cooperazione allo sviluppo, ministro plenipotenziario Alain Giorgio Maria Economides, sulla partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali, in relazione all'esame in sede referente del disegno di legge C. 2193.
Con il ministro Economides approfondiremo anche i temi relativi alle iniziative di cooperazione del nostro paese nelle realtà in cui operano contingenti militari italiani, nel quadro di missioni diverse, di cui abbiamo discusso anche ieri.
Do la parola al ministro Economides.

ALAIN GIORGIO MARIA ECONOMIDES, Direttore generale del Ministero degli affari esteri per la cooperazione allo sviluppo. Per assicurare la prosecuzione degli interventi e delle attività di cooperazione, la Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo si occupa di Afghanistan, Libano e Sudan ma non dell'Iraq, di competenza di un'altra direzione generale, che segue procedure proprie.
Il decreto-legge del 31 gennaio 2007 autorizza una spesa di 65,5 milioni di euro così ripartiti: 30 milioni per l'Afghanistan, 30 milioni per il Libano e 5,5 milioni per il Sudan.
A questo scopo, per assicurare la copertura finanziaria, il decreto citato prevede uno stanziamento di 45,5 milioni di euro, mentre altri 20 milioni di euro gravano sull'autorizzazione di spesa di cui alle leggi n. 7 del 1981 e n. 49 del 1987 (quella che disciplina la cooperazione), come determinata dalla tabella C della legge finanziaria approvata a dicembre.
Per la destinazione degli interventi, il decreto-legge fornisce indicazioni concrete, giacché lo scopo è migliorare le condizioni di vita delle popolazioni e sostenere lo sviluppo socio-sanitario delle fasce più deboli.
Il medesimo decreto, inoltre, introduce una serie di deroghe a precedenti disposizioni normative, che sono dirette a migliorare la tempestività e l'efficacia degli interventi di cooperazione previsti. L'articolo 1, comma 2, stabilisce che il Ministero degli affari esteri sia autorizzato, nei casi di necessità e urgenza, a ricorrere ad acquisti e lavori da eseguire in economia, anche in deroga alle disposizioni di contabilità generale dello Stato. Nel corso dell'anno di applicazione del 2007, la DGCS potrà affidare, quando se ne verificheranno le condizioni, l'esecuzione di servizi e opere superando, se necessario, il limite di spesa previsto dalle norme ordinarie, di 200.000 euro, attraverso procedure semplificate.
Nel contesto di applicazione del decreto, il Ministero degli affari esteri è autorizzato, inoltre, ad affidare incarichi temporanei di consulenza anche ad enti ed organismi specializzati, nonché a stipulare contratti di collaborazione coordinata e continuativa con personale estraneo alla pubblica amministrazione che sia in possesso di specifiche professionalità, in deroga al tetto di spesa stabilito dalla legge finanziaria per il 2006, che era il 40 per cento di quanto speso nel 2004. Le due disposizioni appena citate costituiscono una previsione particolarmente utile, in quanto consentono alla cooperazione di intervenire con la tempestività richiesta dall'urgenza e dall'ambito temporale, stabilito in un anno dal decreto-legge.
La seconda previsione, relativa agli incarichi temporanei dei contratti di collaborazione, offre la possibilità, sia pure in stretto collegamento con specifici interventi legati ad interventi di cooperazione, di sopperire alle note carenze nell'organico degli esperti della Direzione generale.
I nuovi contributi messi a disposizione della cooperazione a favore degli interventi nei tre paesi citati consentono di garantire continuità all'azione dell'Italia, inserendo le iniziative realizzate o in corso di realizzazione in un contesto di collaborazione sempre più ampio, dando all'insieme più efficacia e rafforzando maggiormente la nostra credibilità.
Desidero ora esporre quanto abbiamo realizzato nei tre paesi in oggetto mediante gli ultimi contributi straordinari e quanto intendiamo realizzare.
Per quanto riguarda l'Afghanistan, la cooperazione italiana ha erogato, nel 2006, 27 milioni di euro, di cui 17 milioni su


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fondi ordinari, ripartiti tra 2,5 milioni nel bilaterale, 7 milioni nel multilaterale (quindi agenzie delle Nazioni Unite) e 7,5 milioni per l'emergenza. Inoltre, 10 milioni sono derivati dallo stanziamento aggiuntivo votato dal Parlamento per il finanziamento delle missioni di pace italiane e sono stati impiegati interamente sul canale multilaterale.
Il bilaterale ordinario ha riguardato il programma giustizia, componenti bilaterali o multilaterali, il programma di ricostruzione di sviluppo a Herat e un programma a favore delle popolazioni più vulnerabili nelle province di Kabul e Baglan, entrambi finanziati sul canale di emergenza. A Herat, sono stati condotti interventi in alcuni settori individuati come prioritari, quali l'istruzione, il settore idrico e quello sanitario, per la grave mancanza di risorse dell'ospedale regionale. Nel settore sociale, si è deciso di finanziare la realizzazione di una struttura per l'accoglimento delle bimbe orfane della città di Herat e di quelle rimpatriate dal vicino Iran.
Sempre con i suddetti 10 milioni, abbiamo finanziato iniziative che riguardano le politiche di genere a favore delle donne afghane e la partecipazione ai principali trust fund delle Nazioni Unite e della Banca mondiale, in risposta a specifiche richieste del governo afghano.
Questa è la parte ordinaria che la cooperazione ha finanziato con i propri fondi. Il contributo straordinario 2006 di 10 milioni è andato all'Afghanistan reconstruction trust fund (ARTF) per 7 milioni. L'obiettivo di questo fondo è fornire un sostegno finanziario a due aree specifiche gestite dal governo afghano, il finanziamento dei costi di gestione dell'amministrazione statale - che non funzionerebbe senza contributo esterno - e il finanziamento dei progetti di investimento quali lo sviluppo rurale, la riabilitazione e lo sviluppo di infrastrutture di base. Di questi 10 milioni, inoltre, 1 milione è stato assegnato al Counter narcotics trust fund per un intervento nel settore della droga, 1 milione all'OIM per i minori e la giustizia, e 1 milione a un progetto a sostegno delle donne parlamentari afghane attraverso l'UNIFEM.
Per quanto riguarda le prospettive per il 2007, anche grazie ai fondi stanziati dal decreto-legge citato, abbiamo in programma la realizzazione di una serie di importanti interventi che, uniti ai fondi già disponibili nella legge finanziaria per il bilancio ordinario, portano l'ammontare delle risorse destinate all'Afghanistan nel 2007 a 60 milioni di euro, da distribuire nei settori cardine della nostra presenza nel paese, primo fra i quali il rafforzamento istituzionale e il sostegno all'amministrazione afghana. Il citato trust fund ARTF è il più sostenuto da parte dei principali donatori, perché consente al Governo di dimostrare capacità di funzionamento e di disporre di risorse per operare.
Nel settore giustizia, l'Italia è stata paese cosiddetto lead fino alla Conferenza di Londra, e vi mantiene, comunque, un ruolo preminente di coordinamento tra i donatori internazionali. Sono previsti interventi nel campo della formazione di operatori del diritto e della capacity building istituzionale, diretti a favorire il radicamento della cultura giuridica e del cosiddetto rule of law nel paese.
Il terzo punto cardine è costituito dalle attività di cooperazione civile nella zona di Herat, che dovrebbero essere finanziate con buona parte dei fondi straordinari. Settori di intervento potrebbero essere il reinserimento dei profughi e la loro riqualificazione professionale, lo sminamento umanitario e il settore socio-sanitario.
Quanto alla realizzazione degli interventi, si cercherà di favorire nel modo più ampio possibile il coinvolgimento delle ONG italiane, di cui quasi una decina sono disponibili a tornare a Herat alle note condizioni.
L'ultimo punto è la riabilitazione della strada Kabul-Bamyan, importante intervento infrastrutturale molto richiesto dal governo afghano, realizzato in un arco pluriennale con 36 milioni di euro dei


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fondi ordinari. Ne abbiamo già erogati 12 e, per il 2007, è previsto un contributo di 18 milioni di euro.
Per quanto riguarda il Libano, esiste una continuità con il contributo, concesso nell'agosto scorso, per la ricostruzione, la riabilitazione, la stabilità e il risanamento economico. In Libano la cooperazione è impegnata in un programma straordinario di attività.
Il primo stanziamento previsto nell'agosto scorso è stato interamente erogato ed ha riguardato interventi a carattere socio-economico, indirizzati ai settori dello sminamento, umanitario, della sanità, materno e infantile, agricolo e dell'assistenza ai rifugiati palestinesi in Libano. Tali interventi sono stati gestiti prevalentemente tramite le ONG presenti nel paese e le organizzazioni internazionali.
Il contributo straordinario previsto dal decreto-legge del 2007, relativo alla proroga della partecipazione italiana alle missioni internazionali, ci consente non solo di assolvere all'insieme degli impegni annunciati dall'Italia, come da altri grandi paesi donatori, alla Conferenza internazionale di sostegno al Libano, svoltasi a Parigi lo scorso gennaio, ma anche di proseguire nella strategia di interventi destinati a rafforzare il tessuto socio-economico libanese e, quindi, a migliorare le condizioni di vita delle popolazioni, così come prescritto dal decreto-legge.
In particolare, il finanziamento sarà destinato alla realizzazione di interventi nell'ambito del piano di azione denominato Recovery, Reconstruction and Reform («3 R»), presentato dal Governo libanese a Parigi, diretto, in particolare, ad iniziative nei settori della formazione professionale, del sostegno alla piccola imprenditoria, della riabilitazione infrastrutturale idrico-ambientale - i problemi nel settore ambientale e idrico erano enormi a causa dei bombardamenti dell'estate -, dell'energia e, attraverso la Commissione europea, in quello del rafforzamento istituzionale.
Nel 2006, il contributo italiano di 30 milioni di euro ha riguardato i seguenti interventi, che sono in fase di realizzazione: 15 milioni di euro, inviati all'ambasciata italiana a Beirut, sono stati destinati ad attività gestite dalle ONG; è stata creata una commissione, che ha valutato i progetti presentati, li ha approvati ed attuati; 10 milioni di euro sono stati erogati in favore di agenzie delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali per realizzare interventi multilaterali. Li cito rapidamente: l'UNMAS ha ricevuto 2 milioni di euro per attività di sminamento umanitario; l'UNICEF 2 milioni di euro per attività nei settori della sanità e materno-infantile; lo IAM 2 milioni di euro per interventi in ambito agricolo; l'UNFPA, l'Agenzia delle Nazioni Unite per la popolazione, 500.000 euro per attività a favore delle donne libanesi; l'UNWRA, Organizzazione dei rifugiati, 2 milioni di euro per attività di assistenza ai rifugiati palestinesi in Libano; l'UNDP 1,5 milioni di euro per progetti di cooperazione decentrata e lotta alla povertà.
Abbiamo concesso anche un contributo di 5 milioni di euro direttamente a favore del bilancio libanese, che verrà impiegato per la ricostruzione di infrastrutture danneggiate da eventi bellici. In questo caso, il Governo libanese bandirà delle gare.
La programmazione per l'utilizzo dell'ulteriore finanziamento straordinario previsto dal decreto-legge del 2007 si inserisce nell'ambito delle priorità e degli indirizzi contenuti nell'action plan «3R» (Recovery, Reconstruction and Reform), presentato il 4 gennaio scorso.
Le iniziative verranno realizzate secondo le stesse modalità del 2006, ossia con invio di parte dei fondi all'ambasciata, costituzione in essa di commissioni per stabilire quali progetti siano finanziabili, contatti con le organizzazioni internazionali per individuare le priorità e, in parallelo, con il Governo libanese per stabilire insieme gli interventi. Si tratta di canali bilaterali, ONG e multilaterale, ricorrendo, tra l'altro, alle disposizioni di flessibilità previste dal decreto-legge.
Una missione della cooperazione si recherà in Libano lunedì, per mettere a punto, insieme alle autorità locali e, naturalmente,


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alla nostra ambasciata, il programma di iniziative comuni per il 2007.
Il terzo paese per cui otteniamo fondi per l'attività urgente è il Sudan, in particolare il Darfur, che rappresenta un'area prioritaria per la cooperazione italiana, che ha concentrato i suoi interventi principalmente nel settore umanitario.
Nel 2006, con i 7,5 milioni di euro previsti dalla legge speciale per Afghanistan e Sudan, è stato possibile assicurare, attraverso le Nazioni Unite, una serie di importanti interventi di cooperazione, in particolare con aiuti umanitari diretti al Darfur.
Per il Darfur, nel 2006, le Nazione Unite hanno preparato un piano di lavoro, che ha evidenziato la complessa situazione creatasi nei tre Stati che compongono la regione del Darfur, sottolineando come i primi mesi di quell'anno siano stati caratterizzati dal deterioramento delle condizioni di sicurezza, che ha portato ad un incremento di 250.000 sfollati, su un totale che ha raggiunto i 2 milioni.
Nel contempo, sono state imposte dalle autorità sudanesi restrizioni all'accesso in aree sensibili, dove esistono problemi umanitari, mentre un embargo di carburante per il sud Darfur ha impedito di fornire assistenza adeguata ad un gran numero di sfollati di quello Stato. I fondi che avevamo a disposizione sono stati indirizzati verso settori in cui l'esigenza d'intervento appare più pressante: sanità, acqua, igiene, protezione dei civili e fornitura dei beni minimi non alimentari. In aggiunta, si è ritenuto opportuno rafforzare l'azione di coordinamento umanitario dell'apposito Ufficio delle Nazioni Unite (OCHA), nonché le capacità logistiche di trasporto aereo del PAM, necessarie affinché gli aiuti umanitari giungano in zone altrimenti inaccessibili.
Abbiamo, quindi, contribuito con 3,5 milioni di euro alle attività dell'UNICEF, con 1 milione di euro alle attività dell'Organizzazione per i rifugiati, con 1 milione di euro a quelle dell'OCHA, l'Organizzazione per le emergenze, e con 2 milioni di euro al PAM, per gli aiuti alimentari.
Dobbiamo valutare le prospettive per il 2007, che andremo ad affrontare con il decreto-legge in corso d'esame. La situazione non sembra molto migliorata, le condizioni di sicurezza rimangono precarie, tanto da non lasciar prevedere la possibilità di sostanziali interventi di sviluppo su base bilaterale. I fondi addizionali resi disponibili dal rifinanziamento della legge speciale consentiranno di proseguire gli interventi già previsti per rafforzare i settori educativo, sanitario e della gestione delle acque, e per consolidare una situazione, assolutamente precaria, di accesso ai servizi di base. Presteremo particolare attenzione affinché sia garantita l'assistenza agli sfollati e alle comunità che vivono intorno ai campi, per evitare differenti livelli di assistenza alla popolazione civile, tra coloro che sono già nei campi e coloro che non riescono a entrarvi a causa del sovraffollamento.
In aggiunta alle iniziative riguardanti il Darfur, la cooperazione ha preso ulteriori contatti con le nostre ambasciate italiane a Khartoum e a Nairobi, le agenzie internazionali e le ONG che operano in Sudan, per verificare l'opportunità di orientare parte dei nuovi fondi verso le aree cosiddette «contese» e che sono state trascurate in questi ultimi due anni. Se è vero, infatti, che quella del Darfur è una delle peggiori crisi umanitarie degli ultimi decenni, è anche vero che il resto del paese, nel 2005, attraverso un accordo di pace, è uscito a fatica da una guerra civile durata circa 50 anni. Il sud e zone come i monti Nuba e il Nilo blu ne sono usciti devastati, con 4,5 milioni di profughi e sfollati, che vanno ad aggiungersi ai 2 milioni del Darfur, che, in assoluto, costituiscono la cifra più alta di profughi mai raggiunta.
Con lo scoppio della crisi del Darfur in tutta la sua ampiezza, le limitate risorse dei donatori sono state in larga misura dirottate a favore di questa regione, trascurando il quadro nazionale. In tal modo, le popolazioni sfollate, che si preparavano a rientrare nelle aree sconvolte dal lungo conflitto dopo gli accordi di pace, hanno


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trovato un'assistenza relativa, mentre gli aiuti venivano destinati alla nuova emergenza che si profilava in Darfur.
Sulla base delle indicazioni che ci pervengono dall'Ufficio emergenze delle Nazione Unite (OCHA), predisporremo una proposta di spesa dettagliata dei fondi che verranno messi a disposizione dal decreto di rifinanziamento delle missioni umanitarie, in cui verranno inserite iniziative, anche sul canale bilaterale, e, per quanto riguarda la aree di conflitto dimenticate, verranno presi in considerazione i settori dell'acqua, della sanità e dell'educazione.
In sintesi, per quanto riguarda il Sudan, dovremo operare su un doppio binario: continuare ad assistere il Darfur in tutti i suoi gravi aspetti umanitari e intervenire anche sull'altro aspetto umanitario, quello dei 4,5 milioni di sfollati che cercano di rientrare a casa a seguito di una lunga guerra civile e che si trovano spesso in condizioni altrettanto gravi. Ci sarebbe, effettivamente, necessità di risorse ben più ampie, ma cercheremo di fare del nostro meglio con le risorse a nostra disposizione. Il Sudan, però, non è solo il Darfur, dove pure la situazione è estremamente grave, ma anche una serie di altre emergenze che necessitano di attenzione.

PRESIDENTE. Le siamo molto grati per la sua introduzione.
Do ora la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre domande o formulare osservazioni.

RAFFAELLO DE BRASI. Ringrazio il dottor Economides per la sua relazione. Vorrei fare solo alcune osservazioni e porre alcune domande.
Sappiamo tutti come sia diventato nevralgico il rapporto tra gli aiuti pubblici allo sviluppo e la sicurezza, non solo per l'Italia, ma in tutto il mondo OCSE. Grazie a questi aiuti, nel 2005 siamo allo 0,29 del PIL. Non mi annovero tra coloro che contrappongono gli interventi di cooperazione allo sviluppo nell'ambito di interventi a carattere militare o umanitario alla priorità della lotta alla povertà, a condizione, però, che ci sia un vero incremento delle risorse. Se consideriamo gli stanziamenti previsti dal decreto, ci rendiamo subito conto di cosa intendo, perché essi sono ripartiti in 30 milioni all'Afghanistan, 30 milioni al Libano, 30 milioni all'Iraq, nel bilancio di un altro ministero, e 5,5 milioni al Sudan.
Se valutiamo come avviene il finanziamento di questi 65,5 milioni di euro, c'è un incremento di 45,5 milioni di euro - fatto importante - e 20 milioni di euro vengono acquisiti dai fondi destinati alla legge n. 7 del 1981 e alla legge n. 49 del 1987. Non vorrei porle questioni politiche che non la riguardano, ma solo capire come vengono ripartiti fra le due leggi questi finanziamenti, rispetto ai 20 milioni di euro, perché tale aspetto viene visto in modo critico all'esterno del Parlamento.
Poiché il decreto-legge indica una possibilità di interventi in economia in deroga, e poiché sappiamo che la maggior parte degli interventi italiani sono molto «legati» ed è difficile svincolarli, non pretendo che questi interventi siano svincolati in aree di emergenza e di guerra come queste, però, vorrei conoscere la vostra intenzione rispetto a tali interventi, se potete svincolarli, almeno in minima parte, cercando di coinvolgere le realtà sul posto, o se sono totalmente legati a beni e servizi italiani.
Un'altra osservazione riguarda la questione di Herat. Nel decreto-legge si indica esplicitamente la necessità di una sede logistica diversa - che era una delle condizioni per il ritorno delle ONG, come lei ci ha riferito -, e ieri l'ammiraglio Di Paola ha risposto ad una domanda affermando che non vi sono grossi problemi di collaborazione da parte militare. Vorrei chiederle, dal suo punto di vista, quali siano i problemi e come si ritenga di superarli in questa nuova fase.
Lei ha trattato di interventi pubblici di cooperazione e della ripartizione tra multilaterale, bilaterale e ONG. La cooperazione in gran parte è multilaterale; qualcuno sostiene la necessità di andare maggiormente in questa direzione, ma, se ci sono problemi di monitoraggio, di controllo


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e di valutazione sugli interventi bilaterali e anche delle ONG, non ci sono minori necessità nei confronti degli interventi multilaterali. Vorrei conoscere il vostro approccio a questi temi.

SERGIO MATTARELLA. Vorrei ringraziare il direttore generale e porre soltanto una domanda molto concreta.
Ieri abbiamo audito i rappresentanti delle ONG, che ci hanno segnalato il rilevante problema di non riuscire a spendere, entro l'anno finanziario, le somme destinate ad interventi di sviluppo, di cooperazione e di ricostruzione, che, allo scadere dell'anno solare, vengono richiamate dal Tesoro in economia. Naturalmente, sarà compito nostro intervenire.
Vorrei sapere se può indicarci - se non adesso, anche nei prossimi giorni, per iscritto - la percentuale di spese effettuate entro l'anno rispetto alle somme che, nei vari decreti, sono state previste per l'anno passato, cioè quale sia l'effettiva capacità di spesa delle somme stanziate.
Siamo consapevoli di come, in questi ambiti, sia ancora più difficile spendere tempestivamente, ma è un problema che ci appare di qualche rilievo.

SABINA SINISCALCHI. Ringrazio anch'io il direttore generale. Condivido la questione posta dall'onorevole Mattarella e anche le preoccupazioni del collega De Brasi sul volume delle risorse. Non mi preoccupa molto il Libano, paese che ha beneficiato di ingenti aiuti, nell'ordine dei 6 miliardi di dollari. La sola Banca mondiale ha destinato 1 miliardo di dollari nell'ultimo anno.
La limitatezza dell'intervento italiano, qualificato nel modo descritto, non suscita la mia preoccupazione, come, invece, il volume delle risorse investite in Afghanistan, uno dei paesi più poveri del mondo, dove tutti gli indici di sviluppo umano sono estremamente bassi (l'aspettativa di vita si colloca a 46 anni). Nonostante lievi miglioramenti negli ultimi due anni, grazie alla scolarizzazione delle bambine, il paese versa in condizioni drammatiche e la popolazione soffre. Spero che queste Commissioni chiedano un aumento dell'investimento per interventi di cooperazione allo sviluppo in quel paese. Questo sarà un compito nostro.
Volevo porre a lei la questione della concentrazione geografica dell'intervento di cooperazione allo sviluppo. Ieri le ONG del Forum Solint, che operano in Afghanistan da oltre 10 anni, ci segnalavano il loro intervento in altre province, che il Governo italiano dovrebbe sostenere con il cofinanziamento. Mi preoccupa il fatto che, dalla previsione di investimento da lei descritta, oltre alla capacity building, al rafforzamento istituzionale e all'intervento nel settore della giustizia, la cooperazione civile sembri concentrata solo nella provincia di Herat. Le chiedo, quindi, se sia previsto un allargamento del cofinanziamento alle ONG anche in altre province.
Per quanto riguarda i settori di intervento, lei non ha accennato alla riconversione della produzione di oppio. Non prevediamo di operare su quel fronte, e ieri le ONG ci suggerivano la possibilità di sostenere un fondo di microcredito destinato ai piccoli contadini, perché è necessario operare delle distinzioni, giacché l'oppio è prodotto dai latifondisti, ma anche dai piccoli contadini, sui quali dovrebbe concentrarsi l'intervento di cooperazione italiana.

TANA DE ZULUETA. Anch'io ringrazio il direttore generale. Molte domande che volevo porre sono state anticipate dai colleghi.
Per quanto riguarda la giustizia, è stata completamente cambiata l'impostazione di questa assistenza. Volevo chiederle le ragioni, l'ammontare delle risorse e se ci siano strumenti di valutazione dell'efficacia in corso d'opera.
Sono tuttora presenti in Pakistan circa 3 milioni di profughi afghani. I pakistani sostengono che questo aspetto sia parte del problema, a monte, del sostegno al movimento dei talebani e dell'insurrezione afghana. Mi chiedo se esistano progetti per facilitare un loro eventuale ritorno in


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patria. La strada Kabul-Bamyan doveva essere ricostruita 5 anni fa; quindi, vorrei sapere cosa sia accaduto.
Per quanto riguarda la salute pubblica, visto che dovremo essere selettivi, vorrei sapere in quali settori, in particolare, si intende investire. Il Libano è ancora una pagina bianca e non sappiamo come saranno spesi i 30 milioni di euro. Poiché la situazione in Libano è completamente diversa da quella dell'Afghanistan, per quanto riguarda le capacità di amministrazione e di gestione, ritengo necessario evitare di disperdere fondi che potrebbero poi ritornare - problema già sollevato - ad agenzie italiane, piuttosto che essere direttamente gestiti dai libanesi, che, oltre che uno Stato funzionante, hanno anche una società civile molto attiva.

PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. Anch'io ringrazio il direttore generale Economides per la sua puntuale relazione. Vorrei porre alcune domande, senza ripetere quelle già formulate dai colleghi.
Da quanto egli ci ha esposto e anche dalla lettura del decreto-legge, emerge una sorta di rinuncia ad effettuare una vera politica di cooperazione in questi paesi - mi auguro che la sua risposta mi smentisca -, per esempio, per quanto riguarda la questione dei profughi, che non sono certo pochi.
Riprendo quanto già accennato dall'onorevole De Zulueta sui 4,5 milioni di profughi del Sudan. Esistono esperienze, proprio a Nairobi, per cercare di realizzare una vera politica, che esige decisioni, ovvero per stabilire se queste persone debbano trasferirsi o rientrare. Nel momento in cui dovessero rimanere profughi, potremmo trovare soluzioni per evitare di farli vivere come profughi a carico, svolgendo invece piccole attività generatrici di reddito. A Nairobi, ad esempio, una centrale della FAO ha realizzato una serie di esperienze in questo campo, che, forse - non pretendo di dare suggerimenti -, data anche la vicinanza con questi 4,5 milioni di persone, dovrebbero essere considerate. Gran parte di questi fondi sono italiani, quindi, potrebbe essere abbastanza facile. Ciò vale anche per la sanità, la strategia e le priorità da individuare, come segnalato dall'onorevole Siniscalchi.
Spesso, in Commissione, abbiamo unanimemente sottolineato la necessità di coinvolgere direttamente le popolazioni locali nel meccanismo di cooperazione. Tale meccanismo è una risorsa che deve andare prioritariamente alle popolazioni e, solo qualora non vi siano al loro interno professionalità locali, si deve ricorrere a professionalità importate, altrimenti i profughi rimangono tali e non si esce mai da una spirale che deve essere interrotta.
La volta scorsa, con l'accordo dei due presidenti, avevamo approvato non solo un emendamento, divenuto poi legge limitatamente all'Afghanistan, ma anche un ordine del giorno, votato all'unanimità, che riguardava, invece, tutte le aree. Non vedo traccia di questo aspetto nel decreto-legge, e sono preoccupata. Presenteremo di nuovo il nostro emendamento, del tutto trasversale, perché questa istanza non preme solo alla parte politica che rappresento. Sono sorpresa e rammaricata; ieri non ho potuto partecipare, ma avrei voluto rivolgere questa domanda anche alle ONG.
Lei ha nominato spesso l'OCHA - che cito perché utilizzare il personale locale può aiutarci - per quanto riguarda il Libano e il Darfur, e meno con riferimento all'Afghanistan. Ritengo, invece, che, potenziando questa istituzione, che coordina l'azione delle ONG e della popolazione locale, si possa individuare il luogo in cui il personale locale esprime maggiormente le sue potenzialità.

SANDRA CIOFFI. La ringrazio molto per la relazione svolta. Visto il percorso che ho compiuto negli ultimi anni e avendo seguito, anche in passato, il problema delle donne afgane, fin dall'epoca della campagna «Un fiore per le donne di Kabul», mi interessano molto gli interventi compiuti per le questioni di genere.
Lei prima accennava ad una quota dei fondi che viene data alle parlamentari afghane. Il programma di scolarizzazione delle donne afghane è andato avanti, perché un terzo della popolazione scolastica


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è costituito da bambine, quindi, rispetto a 5 anni fa, si constatano grandi progressi, in quanto sono state aperte università e scuole. Emerge, tuttavia, dalla testimonianza delle ONG, un grande problema derivante dai talebani - soprattutto nelle zone di confine -, che cercano di osteggiare il percorso di scolarizzazione delle bambine. Vorrei sapere qualcosa in proposito.
Per quanto riguarda il Libano, lei accennava ai palestinesi in Libano, argomento che pongo sempre all'attenzione perché, certamente, garantire alle nostre missioni la possibilità di operare bene significa risolvere i problemi, soprattutto quelli locali, che creano tensioni; e questa rappresenta una forte tensione.
Concordo con l'onorevole Mattarella sulla questione della programmazione delle risorse, quindi, anch'io mi aspetto qualcosa.

PRESIDENTE. Do la parola al ministro Economides per la replica.

ALAIN GIORGIO MARIA ECONOMIDES, Direttore generale del Ministero degli affari esteri per la cooperazione allo sviluppo. Cercherò di rispondere a tutti.
Per quanto riguarda il primo punto menzionato, in generale le risorse della cooperazione andrebbero aumentate. Viene chiesto come vengano ripartiti i fondi attribuiti con il decreto-legge, ovvero i 45 milioni di risorse nuove e i 20 milioni prelevati dalla cooperazione. È ovvio che aspetteremo che il Ministero dell'economia e delle finanze ci indichi dove prelevare i fondi. Da quello che posso capire, 20 milioni hanno una direzione obbligata. Nell'ambito dei fondi che riceviamo, dobbiamo prendere 20 milioni supplementari e indirizzarli alle attività previste dal decreto-legge.
Riguardo agli interventi in deroga, se cioè siano slegati, se sia possibile coinvolgere le realtà locali nelle attività di cooperazione - domanda venuta da più parti -, si tratta di uno sforzo che assolutamente stiamo cercando di operare. Il primo esempio, molto positivo, che cercheremo di sperimentare con i nuovi fondi, anche se la realtà in Afghanistan è diversa, proviene dal Libano. I 15 milioni che abbiamo attribuito alle ONG attraverso i progetti approvati da una commissione in ambasciata prevedono che le ONG lavorino con enti locali libanesi, municipalità o altre ONG, in accordo con il Governo. Quindi, le nostre ONG che hanno ottenuto l'approvazione di progetti in Libano, attraverso i 15 milioni che avevamo riservato per questo, non lavorano per conto proprio, ma si associano con le realtà locali. Credo sia la prima volta che questo metodo viene realizzato in maniera sistematica, ed è un'esperienza da ripetere. Poiché il Libano è una realtà meno difficile di altre, costituisce un buon terreno di prova per valutare se, effettivamente, questo nuovo modo di fare cooperazione possa funzionare.
Per quanto concerne Herat, la sua situazione logistica e come superare il problema, è indubbiamente una questione politica che attiene alle decisioni per quanto riguarda la cooperazione a Herat; comunque, per quanto concerne le ONG, l'esigenza di poter operare autonomamente era stata segnalata da tempo e proviene anche da parte loro. Non ci sono problemi né di principio né di carattere operativo con i militari, con il Ministero della difesa e con quanti operano bene a Herat. Si tratta, semplicemente, di ripartire le competenze e di consentire a ciascuno di operare nel suo campo in massima autonomia, rispettando, ovviamente, la necessaria cornice di sicurezza.
Per quanto riguarda la ripartizione dei fondi ONG, bilaterale e multilaterale, il monitoraggio è uno dei grossi temi che dobbiamo affrontare con la cooperazione. È una vecchia questione, che dipende fondamentalmente dalla scarsità di risorse umane e dall'insufficienza di esperti all'interno dell'UTC per operare nell'ampio campo degli interventi della cooperazione. Dovremmo operare in 70-80 paesi del mondo, ed effettuare un monitoraggio a tutto campo non è facile.
Stiamo prospettando di bandire un piccolo concorso sulla base della vecchia


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legge n. 49 del 1987, per rimpiazzare almeno una trentina di esperti che, con gli anni, hanno lasciato il settore della cooperazione e che sono necessari per seguire tutte le iniziative che ci vengono proposte. Il monitoraggio sul multilaterale è assolutamente necessario. Anche in questo campo, ci stiamo attivando, cercando di concordare all'inizio, con gli organismi multilaterali, il programma che realizzeranno con i nostri fondi, di modo che, già in partenza, la spesa non sia programmata da altri, ma sia stabilita insieme e ci consenta di collaborare.
La questione della percentuale di fondi non spesi durante l'anno costituisce, effettivamente, un problema; è la vecchia questione dei fondi pluriennali. Non è una situazione estremamente grave, ma certamente andrebbe risolta, perché i programmi di cooperazione non possono durare un solo anno, tanto più che non iniziano il 1o gennaio, ma possono iniziare il 30 settembre e, quindi, quando si ottengono i fondi in un certo momento, nonostante una durata pluriennale, è difficile assicurare una gestione ordinaria. Un intervento legislativo su questo punto potrebbe essere utile.
Per quanto riguarda il volume delle risorse in Afghanistan, si potrebbero auspicare maggiori risorse, come, in generale, per tutta la cooperazione, ma cercheremo di fare il meglio possibile con quanto abbiamo. Le risorse non sono comunque poche, perché 30 milioni, in aggiunta ai 20, 30 e 40 di cui possiamo disporre sul bilancio ordinario, costituiscono comunque un volume di risorse molto importante, la cui gestione è effettivamente una sfida. L'esperienza del Libano ci aiuta molto, perché il meccanismo attivato ha funzionato.
Si riscontra una forte concentrazione a Herat, dovuta al fatto che c'è il PRT, però, nulla impedisce, anche grazie alle importanti risorse in nostro possesso, di intervenire in altre zone. Uno degli interventi previsti nella zona di Herat è il reinserimento dei rifugiati, che vengono dall'esterno. Non so se copra i rifugiati pakistani o quelli che si trovano in Pakistan, comunque è l'inizio di un percorso. Ovviamente, non riusciamo a fare tutto, come del resto nessuna cooperazione, ma effettivamente, se il Parlamento ci indicasse delle priorità, le seguiremmo doverosamente.
Il problema della riconversione della produzione di oppio è effettivamente una questione aperta, di cui il sottosegretario Intini ha parlato in Commissione. Una possibilità è l'intervento presso i piccoli produttori per togliere l'oppio dal mercato ed eventualmente indirizzarlo verso l'esportazione, per l'utilizzo nel settore sanitario, soprattutto per la terapia del dolore. All'inizio questa opportunità non era molto appoggiata dalle strutture delle Nazioni Unite che lavoravano sulla materia, ma credo che anche loro stiano riflettendo e, probabilmente, si potrà andare avanti su questa strada.
Nel settore della giustizia è cambiata l'impostazione nel corso degli anni, perché, nella prima fase, si trattava di creare dei codici e svolgere un certo tipo di attività, mentre, in questo momento, l'accento è stato posto soprattutto sulla formazione, in tutti i suoi aspetti, questione centrale insieme ad una serie di altri interventi.
Gli strumenti di valutazione dell'efficacia di quanto abbiamo fatto nel settore della giustizia costituiscono uno degli aspetti che dobbiamo sviluppare. Il settore giustizia è il più complesso per la situazione sul posto e anche perché è più difficile la valutazione dell'efficacia di quanto raggiunto. È un'operazione in corso, non abbiamo finito e c'è ancora molta strada da fare. Anche in questo caso, seguiremo con attenzione il problema della valutazione.

ELETTRA DEIANA. Lei può fornirci i dati sul numero degli operatori, i corsi di formazione e la platea di persone coinvolte?

ALAIN GIORGIO MARIA ECONOMIDES, Direttore generale del Ministero degli affari esteri per la cooperazione allo sviluppo. In parte,


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si fanno sul posto e, in parte, in Italia. Si tratta ogni volta di 50-60 persone, che partecipano a corsi di formazione in Italia nei vari settori della loro attività. È un lavoro immenso.
Sui profughi, certamente c'è disponibilità da parte nostra a fare di più, ma, come al solito, è un problema di scelte di priorità. Le nostre scelte di priorità in Afghanistan, come in altre aree, riguardano, da un lato, quanto richiesto dal Governo e, dall'altro, quello che le Nazioni Unite, attraverso tutte le loro agenzie, ci indicano come strada da percorrere. Generalmente, seguiamo questo criterio. Quando esiste un problema di profughi serio, di solito, interveniamo con l'OCHA, con l'UNHCR oppure con l'UNICEF, a seconda delle circostanze.
Per la strada Kabul-Bamyan, ci sono stati dei ritardi, a suo tempo, da parte del governo afghano nella preparazione dei bandi di gara, che sono stati pubblicati nell'ultimo anno e mezzo, e la strada oramai è in costruzione. Effettivamente, c'è voluto molto tempo e ricordo che, in passato, era una questione ricorrente.
Per quanto concerne la salute pubblica, per l'Afghanistan operiamo nel settore base. Stiamo cercando di garantire capacità all'ospedale di Herat con un programma che proseguirà una volta superate le difficoltà logistiche attuali. Per il resto, ci occupiamo di salute materno-infantile, perché donne e bambini sono i punti di partenza di un intervento di emergenza sanitaria. Si tratta, infatti, di situazioni di emergenza, mai di appoggio ad una routine che - seppur male - funziona, e siamo proprio a livelli di base.
Per evitare di disperdere i fondi per il Libano, cerchiamo di realizzare una collaborazione tra ONG italiane e ONG locali, tra autorità locali e governo nazionale.
Il contributo di questo nuovo decreto-legge ci consentirà di sostenere questo tipo di interventi che abbiamo avviato dallo scorso settembre.
Dobbiamo intervenire sull'individuazione di attività generatrici di reddito, nel coinvolgere direttamente le popolazioni e nella diffusione del microcredito. Possiamo farlo di più, ma dipende sempre dalle richieste.
Il coinvolgimento delle popolazioni locali nel meccanismo di cooperazione è un nuovo modo di realizzare una cooperazione che incida sulla popolazione, anziché creare infrastrutture prive di incidenza diretta.
L'OCHA, in Afghanistan, è assolutamente da sostenere e cercheremo di farlo nel miglior modo possibile. Siamo tra i grandi sostenitori finanziari dell'OCHA, cui ci rivolgiamo in caso di emergenza e con cui lavoriamo per i primi interventi. Esso costituisce, infatti, l'organismo delle Nazioni Unite di primo impatto quando si profila una difficoltà contingente.
Per quanto riguarda il problema della scolarizzazione delle donne afghane, nei nostri programmi rientra l'educazione e l'empowerment delle donne - e quindi delle bambine -, che è a sua volta uno dei problemi prioritari in generale, sia in Africa che in Medio Oriente, in America Latina o in Asia, e richiede l'intervento della cooperazione. Nei programmi che stiamo definendo per il 2007 terremo conto anche di questo.
Il problema dei palestinesi in Libano è reale, perché, effettivamente, costituiscono una fascia della popolazione a cavallo tra autoctoni in difficoltà - gli sciiti - e il resto della popolazione libanese. Cerchiamo di aiutarli, tant'è che, nell'ambito dei fondi messi a nostra disposizione nel settembre scorso, a seguito del conflitto in Libano, abbiamo dato all'UNWRA dei fondi ad hoc per poter aiutare i palestinesi, che rappresentano una delle chiavi per sostenere la ricostruzione del Libano.
Spero di aver toccato tutti i temi, senza tralasciarne nessuno.

PRESIDENTE. La ringrazio molto, ministro Economides.


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ANDREA PAPINI. Ringrazio il ministro per la panoramica fornita che, ovviamente, è stata generale. Vorrei capire più concretamente in cosa consista la formazione sulla giustizia, per valutare cosa si stia facendo concretamente al riguardo. Quindi, le chiederei di inviarci copia del materiale didattico utilizzato nei corsi di formazione.

PRESIDENTE. Il ministro Economides si farà sicuramente carico di fornire il materiale da lei richiesto, onorevole Papini. Ringraziamo ancora il ministro per il suo contributo alla nostra discussione.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16,10.