COMMISSIONI RIUNITE
III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 3a (AFFARI ESTERI, EMIGRAZIONE) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di mercoledý 19 marzo 2008


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
DELLA III COMMISSIONE
DELLA CAMERA UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 10,30.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Comunicazioni del Governo sui recenti sviluppi della situazione in Tibet.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca le comunicazioni del Governo sui recenti sviluppi della situazione in Tibet.
La riunione odierna è da considerarsi straordinaria, visto che siamo in piena campagna elettorale e che le Camere sono sciolte. Tuttavia, l'argomento in esame meritava di essere discusso in Parlamento.
Do la parola al sottosegretario Vernetti per lo svolgimento delle comunicazioni.

GIANNI VERNETTI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Credo che questa audizione in sede congiunta delle Commissioni affari esteri di Camera e Senato sia molto utile. Intanto, vorrei darvi il resoconto dei fatti, fornendo le notizie di cui siamo a conoscenza e che mettiamo a disposizione.
Ovviamente abbiamo costruito un sistema di fonti articolato. Non mi riferisco solo alla nostra ambasciata a Pechino, perché essa, come tutte le ambasciate occidentali, ha subìto, tra gli effetti delle rivolte, un forte oscuramento dell'accesso all'informazione. Come sapete, in tutto il territorio della Repubblica popolare cinese, fin dal 10 marzo scorso, sono state oscurate parti dei network internazionali che davano notizie sul Tibet e sulle altre province della Cina (CNN e BBC). Sostanzialmente, su tutto il territorio della Repubblica popolare cinese, è stato messo in atto un giro di vite sugli accessi ad Internet. Quindi, alcuni siti importanti per la comunicazione mondiale - penso innanzitutto a YouTube - che oggi svolgono una funzione di supporto alla libera informazione, sono stati filtrati dalle autorità di Pechino, con la sostanziale rimozione di ogni tipo di informazione riguardante la regione autonoma tibetana, ma anche le altre province cinesi coinvolte negli scontri.
Pertanto, vi sono da una parte le fonti ufficiali come la nostra ambasciata a Pechino, che ha raccolto le notizie dalle agenzie informative e dalle comunicazioni del Governo di Pechino, e dall'altro un ulteriore sistema di fonti che voglio citare. Mi riferisco in particolare alle fonti autonome della Farnesina, al Governo tibetano in esilio, alla diaspora tibetana e alla presenza di connazionali e di altri europei e occidentali nelle regioni coinvolte dagli scontri.
Come sapete, gli eventi hanno avuto origine lunedì 10 marzo, contemporaneamente, in India e nella regione autonoma del Tibet, in occasione dell'anniversario della rivolta tibetana del 10 marzo del 1959, che fu duramente repressa. Vi sono stati due momenti differenti. Alcune iniziative, intraprese in India, sono state represse con modalità «normali» dalle forze dell'ordine indiane. In alcuni casi, si


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è trattato di manifestazioni non autorizzate, come una marcia promossa dagli esuli tibetani, che aveva l'obiettivo di raggiungere la frontiera indocinese, oppure nepalese-cinese e, contemporaneamente, altre attività in tutte le regioni autonome tibetane.
Le prime manifestazioni del 10 e 11 marzo sono state tutte pacifiche e promosse da religiosi. In almeno una dozzina di monasteri - i più noti e famosi, come Sera o Drepung -, i monaci hanno pacificamente ricordato l'anniversario dei massacri del 10 marzo 1959. Nei primi tre grandi monasteri di Lhasa - Ganden, Drepung e Sera -, i monaci hanno protestato con scioperi della fame, quindi secondo modalità assolutamente pacifiche e non violente. In questa primissima fase, tali manifestazioni sono state disperse dalle forze dell'ordine con un uso contenuto della violenza, tramite gas lacrimogeni e alcuni arresti.
Dal 12 marzo, invece, la protesta ha assunto una caratteristica diversa. È diventata un fenomeno più diffuso e di massa, non coinvolgendo soltanto i religiosi, ma estendendosi anche alla popolazione. Tra l'altro, essa ha raggiunto diverse regioni della Repubblica popolare cinese, non limitandosi soltanto alla regione autonoma tibetana, come la provincia del Gansu, e quella del Sichuan. Queste ultime sono grandi province dell'occidente della Repubblica popolare cinese, nelle quali è presente una consistente minoranza tibetana.
La situazione poi è degenerata in scontri violenti, che hanno comportato una reazione molto dura (a nostro giudizio durissima) da parte delle forze dell'ordine della Repubblica popolare cinese, che hanno fatto uso di armi da fuoco e soppresso con la forza moti popolari che - questo va detto - non sono stati tutti pacifici e non violenti. In alcuni casi, infatti, sono state poste in essere azioni proattive da parte dei manifestanti e nella città di Lhasa sono stati compiuti atti vandalici nei confronti di proprietà cinesi e di negozi in particolare.
Se leggete le notizie dell'agenzia di Stato Xinhua Press, noterete che essa fa riferimento soltanto agli episodi che hanno visto una parte della società tibetana abbandonare la tradizionale scelta della non violenza e mettere in cantiere azioni, anche violente, di assalto ai simboli di quella che viene percepita come una forte colonizzazione e che, in questi anni, ha mutato la caratteristica e la natura di quella zona.
Dopo aver esposto i fatti, vengo all'attività portata avanti dal Governo italiano. Fin dal 12 marzo, abbiamo rivolto, in diverse occasioni - il Ministro degli esteri D'Alema a Bruxelles e chi vi parla a Roma -, diversi appelli formali alla Repubblica popolare cinese, chiedendo di porre fine alle violenze, di liberare i detenuti e i monaci arrestati. Abbiamo preteso il rispetto dei diritti umani e, soprattutto, abbiamo rivolto un forte appello alla Repubblica popolare cinese, affinché venisse riaperto un canale di dialogo diretto tra la Cina e i rappresentanti del popolo tibetano, in particolare la loro guida spirituale e anche politica, ossia il Dalai Lama.
Dal canto nostro, abbiamo sempre ritenuto che quella del dialogo sia l'unica strada che oggi la Repubblica popolare cinese possa percorrere. Permettetemi di svolgere una considerazione in proposito. La Repubblica popolare cinese ha compiuto un errore in questi anni. Considerando troppo spesso il Dalai Lama come il nemico pubblico numero uno, ha messo in atto un'iniziativa di delegittimazione politica e in alcuni casi anche di demonizzazione nei suoi confronti. Il Dalai Lama è una grande autorità spirituale. È il leader spirituale di almeno 200 milioni di buddisti in tutto il mondo, nonché premio Nobel per la pace. Dal suo esilio indiano, nel 1959, ha lavorato per costruire strumenti di rappresentanza democratica della diaspora tibetana.
Sono presenti alcuni colleghi che hanno visitato quei luoghi e che conoscono il Parlamento e il Governo tibetano in esilio. Si tratta di strumenti di organizzazione democratica che offrivano una risposta all'accusa di teocrazia spesso rivolta al Dalai Lama, Uno degli aspetti della modernizzazione


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portata dalla Repubblica popolare cinese era la fine di un sistema teocratico feudale, sostituito da un modello socialista più innovativo, più democratico e più rappresentativo. Così non è stato, perché il Dalai Lama ha saputo costruire questi organismi democratici e, soprattutto, ha rappresentato un'icona della non violenza, della tolleranza, del rispetto e del dialogo. Credo che questo suo carattere distintivo rappresenti ancora oggi per la Repubblica popolare cinese non un problema, ma un'opportunità.
In queste ore, è giunta una lettera ufficiale del Ministro degli affari esteri cinese al nostro Ministro D'Alema, nella quale si usano ancora termini come la «cricca» del Dalai Lama, tipici di un linguaggio di propaganda, che sappiamo, usato in quella parte del mondo. A nostro giudizio, questo è un errore. Infatti, con la demonizzazione di un leader che fa della non violenza, della cultura della tolleranza e del dialogo il suo carattere fondamentale, si corre il rischio - come sta capitando - che alcuni settori di quella società abbandonino la scelta della non violenza, aderendo anche a forme di lotta armata e ad iniziative molto più violente. Questo è un errore grave compiuto dalla Repubblica popolare cinese, da noi ricordato in tutti i modi.
Sul piano europeo abbiamo lavorato per una dichiarazione comune della Presidenza dell'Unione europea, poi promossa e rilasciata dalla Presidenza slovena il 16 marzo. Abbiamo convocato l'ambasciatore della Repubblica popolare cinese che, peraltro, ha presentato le proprie credenziali al Presidente della Repubblica Napolitano il 7 marzo. A nome del Governo, l'ho incontrato, ribadendo formalmente le nostre richieste, che vorrei richiamare in questa sede.
Intanto, abbiamo chiesto soddisfacenti chiarimenti sulla situazione del Paese e che venisse interrotto ed evitato l'uso della forza nei confronti dei manifestanti. Abbiamo ricordato all'ambasciatore cinese l'importanza che l'Italia attribuisce al diritto, alla libertà di espressione, alla possibilità di esprimere la propria opinione e di promuovere proteste pacifiche. Abbiamo chiesto alle autorità cinesi di riprendere un dialogo diretto con il Dalai Lama. Inoltre, abbiamo verificato la disponibilità - e su tale iniziativa il Governo italiano sta lavorando proprio in queste ore - di inviare una missione dell'Unione europea a Pechino e a Lhasa, nel formato trojka (la Commissione europea, la Presidenza attuale e la Presidenza futura, in concreto Commissione europea, Slovenia e Francia), per monitorare sul terreno la situazione e aprire una finestra informativa.
Ho anche chiesto all'ambasciatore cinese di rilasciare nuovamente dei visti per i giornalisti, italiani ed europei che, come sapete, oggi non possono raggiungere il Tibet, ma solo Pechino e le altre aree della Cina. Tuttavia, abbiamo sollecitato un libero accesso dell'informazione italiana ed europea nelle zone coinvolte negli incidenti. Stiamo anche valutando un'iniziativa con il Consiglio ONU dei diritti umani che, a sua volta, potrebbe inviare in quelle zone una propria missione di monitoraggio. Pensiamo che questo sia il lavoro da compiere e questa è l'impostazione che il Governo si è data in questi giorni; crediamo dunque che il lavoro da svolgere nelle prossime settimane sarà questo.
Intanto, occorre il forte coinvolgimento dell'Unione europea. Ovviamente abbiamo avuto anche consultazioni con il Dipartimento di Stato. Non abbiamo pensato a iniziative in seno al Consiglio di sicurezza, anche perché ritenevamo che molto difficilmente il loro esito sarebbe stato positivo, per motivi che appaiano evidenti. Come sapete, anche dopo i fatti di Tienanmen, le iniziative furono unilaterali, europee, americane e di alcuni altri Paesi democratici del mondo. Quindi, purtroppo, quello non è il luogo nel quale costruire un'iniziativa efficace.
Da queste consultazioni, deriva una forte convinzione: è fondamentale tenere alta la pressione nei confronti della Repubblica popolare cinese - pressione che riteniamo possa realizzarsi con la missione della trojka europea nei centri coinvolti negli scontri - e attendere fatti concreti,


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molto prima dell'inizio dello svolgimento dei Giochi olimpici. Dalla Repubblica popolare cinese attendiamo fatti concreti, come quelli contenuti nel messaggio e nelle richieste che abbiamo rivolto: la fine immediata delle violenze, gli osservatori internazionali, le inchieste indipendenti, il monitoraggio sulle carceri, sui detenuti, ma anche l'avvio concreto di un dialogo.
Permettetemi di riportarvi qualche elemento proprio a proposito del dialogo. Dal 2002 in poi, come sapete, si sono tenute sei tornate di incontri fra i rappresentanti del Dalai Lama e quelli della Repubblica popolare cinese. I dialoghi sono stati interrotti unilateralmente dalla Cina un anno fa e non hanno prodotto alcun risultato concreto. Questo è il quadro della situazione.
In merito ai Giochi olimpici e al dibattito sull'eventuale boicottaggio, che ha avuto ampia eco nel mondo dell'informazione, non escludiamo azioni ulteriormente efficaci nei confronti della Repubblica popolare cinese. Il Presidente del Parlamento europeo ha proposto che la cerimonia di apertura delle Olimpiadi venisse disertata dai Capi di Stato. Ritengo, tuttavia, che in questo momento vadano pensate azioni forti di pressione nei confronti della Repubblica popolare cinese, che permettano alla comunità internazionale una presenza in loco di monitoraggio e che inducano quel Paese all'apertura immediata di un dialogo con chi, fino a ieri, non hanno considerato un interlocutore credibile e che noi, invece, riteniamo non solo credibile e affidabile, ma anche espressione di grande moderazione.

PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

MARGHERITA BONIVER. Prima di iniziare il mio intervento, vorrei dire che apprezzo moltissimo questa occasione di non banale interruzione della polemica dovuta alla campagna elettorale. Naturalmente mi sembra molto più importante parlare della crisi tibetana che del vitalizio dell'onorevole Veltroni. Pertanto, ringrazio per l'iniziativa assunta.
Penso che questa mattina non valga la pena di soffermarci tanto su fatti, che conosciamo e che sono stati elencati in buona maniera dal sottosegretario Vernetti. Mi interessa maggiormente parlare del metodo utilizzato fino ad ora nei confronti di una crisi che stava montando da molto tempo e che è sfociata negli intollerabili disordini e nella repressione a Lhasa e in altre zone della Cina occidentale. Si stanno reprimendo i sentimenti più naturali di una popolazione che non è inutile definire martire.
Siamo rimasti sconcertati, anche e soprattutto, dall'ordine degli eventi, perché con un'improvvida decisione di pochi giorni fa il Dipartimento di Stato ha tolto la Cina dalla lista dei worst offender, come se la repressione implicita delle minoranze e le migliaia di esecuzioni capitali non fossero di per sé stesse gravissime violazioni dei diritti fondamentali. Tuttavia, questo è il modo in cui la comunità internazionale - mi dispiace molto dirlo -, gli Stati Uniti d'America (e noi a seguire) trattano una potenza economica come quella cinese che evidentemente incute molta riverenza e molto rispetto. Quando si parla dei diritti umani violati in Cina, in genere lo si fa sotto voce. Anche questa volta non abbiamo tradito tale metodo, che trovo inaccettabile. Inoltre, considero di un'inaspettata sciatteria diplomatica la fretta con la quale l'Alto rappresentante dell'Unione europea, Solana, il giorno stesso dell'inizio dei disordini e della repressione a Lhasa, si è affrettato a dire che di boicottaggio non intendeva parlare, aggiungendo, anzi, che lui comunque sarebbe stato presente a Pechino. Francamente, non mi sono sentita rappresentata, neanche per un solo istante, da questa fretta, che non esito a definire assolutamente vergognosa e inappropriata.
Allo stesso modo, è stato assolutamente palpabile e tangibile il sospiro di sollievo della diplomazia internazionale quando il Dalai Lama, per motivi assolutamente ovvi, ha affermato di non volere il boicottaggio delle Olimpiadi. Quello che dice sua santità Dalai Lama ha un senso. È ovvio,


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infatti, che se avesse fatto soltanto sospettare le intenzioni di boicottaggio, sarebbe seguito un massacro di ben più vaste proporzioni. Pertanto, questo palpabile sospiro di sollievo levatosi dalla comunità internazionale, è altrettanto osceno della repressione che si è svolta, e continua a svolgersi, nei confronti delle minoranze tibetane in Cina.
Lo stesso discorso vale anche per il Segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, il quale, forse anche per via della sua nazionalità coreana, nutre nei confronti della Cina una sorta di timore reverenziale. Diversamente, non saprei spiegarmi il motivo per cui la questione tibetana è stata sollevata soltanto a margine di una dichiarazione dello stesso Segretario generale, che ha rivolto alle autorità soltanto l'invito a non eccedere, senza neanche menzionare la parola Tibet.
Di fronte a questo dispiegamento di «cuor di leoni», mi chiedo se sia possibile l'esistenza di una così forte divaricazione tra il sentimento di indignazione, che ha pervaso tutta la nostra società, l'Italia intera, e le parole del Governo, che descrivono le difficoltà immense incontrate quando bisogna quantomeno cercare di arginare una repressione assolutamente ingiustificata nei confronti dei manifestanti. Certamente queste persone saranno state violente - sono state censurate anche dal Dalai Lama e questo non deve sfuggire -, ma è assolutamente irresponsabile immaginare che un dialogo sui diritti umani con la Cina popolare possa prescindere da azioni ben più coraggiose e concrete di quelle portate avanti fino ad adesso.
Ci rendiamo perfettamente conto delle difficoltà esistenti, ma credo che queste, seppur riconosciute da tutti, non dovrebbero impedirci di tenere molto alta la bandiera della tutela dei diritti umani, uno dei pilastri fondamentali del nostro essere democrazia e del nostro essere Unione europea. Mi vergogno quando la diplomazia europea, nei confronti di fatti come questi, non riesce che a balbettare qualche timida parola di condanna o di riprovazione. Francamente, penso che si possa fare molto di più.
Certamente, se possibile, sarebbe opportuno inviare degli osservatori. Mi chiedo, tuttavia, se questo gesto di comune intelligenza riceverà qualche risposta da Pechino. Sono piuttosto scettica in proposito e immagino che anche il sottosegretario Vernetti lo sia altrettanto. Comunque, si tratta di un lodevole tentativo.
Concludo affermando che l'idea di togliere dal tavolo anche soltanto la mera ipotesi di boicottare i Giochi olimpici, a mio avviso, è stata un gravissimo errore. Un conto è quello che dice sua santità il Dalai Lama; un conto è la reazione molto più indignata e più muscolare che può e deve essere portata avanti dalla comunità internazionale nei confronti della questione tibetana.
Da ultimo, vorrei chiudere il mio intervento - ahimè, su una nota di pessimismo - dicendo che probabilmente questa è una delle ultime volte in cui saremo chiamati a dibattere sulla questione tibetana. Del resto, tutti sanno che cosa è stata, negli ultimi decenni, la politica intelligente e feroce del Governo di Pechino nei confronti di questa regione autonoma, dove oramai i tibetani sono in minoranza, a causa dell'immigrazione - invitata o forzata - di centinaia di migliaia di cinesi di etnia Han. Inoltre, la militarizzazione della regione, la stessa ferrovia che collega le due capitali, e via dicendo, stanno facendo di quella straordinaria terra e di quella straordinaria cultura una questione che, probabilmente, a breve sarà risolta con la forza.

VALDO SPINI. Sottopongo ai due presidenti l'ipotesi di svolgere - prima delle elezioni in Serbia - un'analoga seduta sul problema del Kosovo, eventualmente allargata anche alle Commissioni difesa di Camera e Senato.
Venendo al punto in questione, vorrei dire che, come è stato ricordato giustamente da Margherita Boniver, in effetti quello che stava avvenendo non era inaspettato. Diciamo fino in fondo come stanno le cose. Alcune risoluzioni delle Nazioni unite - la n. 1353 del 1959, la n. 1723 del 1961, la n. 2079 del 1965 -


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non sono state osservate. Dietro a queste risoluzioni e all'accordo in 17 punti firmato a Pechino dalle autorità tibetane c'era da una parte l'accettazione del confine e dell'essere parte integrante della Cina; dall'altra, l'obbligo della Cina a rispettare l'autonomia amministrativa e la libertà religiosa in quella regione. Di fatto, è avvenuto che queste deliberazioni delle Nazioni unite non sono osservate. Quindi, ci si doveva attendere che oggi o domani, in questa o in altre occasioni, il problema e la tensione scoppiassero.
Dobbiamo assolutamente considerare non divisibili i diritti umani. Non ci sono diritti umani che si possano invocare di fronte a potenze deboli o forti, a Paesi grandi o piccoli. I diritti umani sono indivisibili ed hanno valore universale. Inoltre, come è stato detto giustamente dal sottosegretario Vernetti, dobbiamo avere il coraggio di sostenerli in qualsiasi situazione.
Da queste considerazioni deriva una serie di iniziative che possiamo svolgere. Intanto, sappiamo che la settimana prossima si terrà la riunione informale dei Ministri degli esteri dell'Unione europea. I giornali di oggi scrivono che il Ministro degli esteri francese, Kouchner, intende sollevare il problema in quella sede. Sono assolutamente convinto che da parte italiana si esprimerà lo stesso parere. Ad ogni modo, questo è l'invito che possiamo rivolgere.
I punti importanti e urgenti che abbiamo di fronte sono rappresentati dalla realizzazione di una missione indipendente e internazionale che possa recarsi sul posto. Sarebbe meglio se si trattasse di una trojka dell'Unione europea, ma comunque una missione internazionale che possa raggiungere quel luogo, deve essere assolutamente realizzata. Pertanto, è necessario riattivare, anche con il Governo cinese, la pressione e l'iniziativa perché le deliberazioni delle Nazioni unite vengano effettivamente applicate.
Se così non fosse, infatti, la situazione potrebbe scappare di mano alla stessa ala non violenta delle autorità tibetane. Questo è da mettere in conto. Quando non si ottengono i diritti con le buone, naturalmente c'è chi può tentare di farsi forza con le cattive. Da questo punto di vista, devo dire che va lodata la posizione del Dalai Lama, che ha minacciato di dimettersi se il popolo tibetano non osserverà la non violenza. Questo gesto dovrebbe portare le autorità cinesi a individuare ancor di più nel Dalai Lama la figura da prendere in considerazione per un punto di incontro e di trattativa. Egli, infatti, ha messo in causa il proprio prestigio nei confronti del suo popolo, dicendo che non l'avrebbe seguìto se avesse intrapreso una via violenta.
La risoluzione di tale situazione è molto urgente, perché tutti sappiamo quale significato assumano i Giochi olimpici. Personalmente sono fra coloro che pensano che lo sport vada lasciato allo sport. Tuttavia, nei Giochi olimpici vi sono alcuni aspetti - dalla presenza dei politici alla cerimonia inaugurale, ad altri tipi di partecipazione - sui quali, senza arrivare al boicottaggio, né all'interruzione delle Olimpiadi, si possono assumere atteggiamenti che denuncino una presa di distanza. In questo modo, si renderebbe visibile un gesto che, se la situazione non sarà risolta, possa dimostrare da parte del nostro Paese e degli altri Paesi interessati che il tema non viene defalcato dall'ordine del giorno e che si continua a sostenerlo.
Per quanto ci riguarda, è chiaro che non vi sono altro che sentimenti di amicizia nei confronti del popolo cinese e di incoraggiamento verso la Cina affinché prosegua lungo un cammino di modernizzazione. Tuttavia, credo che debba essere ribadito con molta fermezza che i diritti umani non sono assolutamente divisibili e che essi verranno sostenuti dalla comunità internazionale.
Vorrei aggiungere ancora che, forse, qualche piccolo passo si poteva compiere anche in Italia, se è vero - come è vero - che il 4 aprile 2007 il Governo Prodi aveva firmato un'intesa con l'Unione buddista italiana, mai tradotta in progetto di legge e mai portata in Parlamento. Probabilmente, questa è l'occasione giusta per invitare il prossimo Governo e le prossime


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Camere a portare a compimento l'attuazione dell'articolo 8 della Costituzione.
Vedo che il presidente comincia a guardarmi: senz'altro sarà per l'interesse nei confronti del mio intervento, ma anche per dire che il tempo a mia disposizione è terminato. Ringrazio ed esprimo l'auspicio che questa seduta risulti esemplare, pur in una campagna elettorale così infuocata, per arrivare ad una convergenza bipartisan e di grande autorevolezza, nel porre questi problemi.

PRESIDENTE. Il mio sguardo era di interesse per il suo intervento.

ANTONIO POLITO. Volevo anche io ringraziare i presidenti delle due Commissioni che hanno assunto in campagna elettorale un'iniziativa che trovo estremamente utile. Peraltro, con la sua straordinarietà, essa rende evidente l'importanza e la gravità del momento che si sta vivendo in Tibet.
Ringrazio anche il sottosegretario Vernetti per l'illustrazione molto sincera e veritiera che ci ha proposto degli eventi e della nostra attività diplomatica, che, seppure con qualche ora di ritardo, è stata incisiva. L'incontro con l'ambasciatore cinese di ieri e le richieste espresse, infatti, corrispondono a quel che deve fare un Governo europeo.
Abbiamo posizioni, idee e analisi diverse sulla Cina di oggi, sul regime di Pechino, sul rapporto che la comunità internazionale dovrebbe avere con quel Paese. Mi pare, però, che ci ritroviamo, da ciò che ho visto in queste ore e in questi giorni, intorno ad un minimo comun denominatore su che cosa possa e debba fare l'Europa in queste ore. Questo minimo comun denominatore dovrebbe prevalere anche sulle strategie di più lungo periodo, sulle quali, per l'appunto, si possono avere opinioni diverse.
Occorre fermare immediatamente la violenza e la repressione delle manifestazioni, nonché monitorare e garantire che i detenuti, rastrellati in queste ore, godano del rispetto di tutti i diritti umani; inoltre, bisogna rendere note le ragioni, i motivi e le imputazioni per cui sono stati arrestati.
A mio avviso, tuttavia, ancor prima e ancor più di questo, il problema dell'opinione pubblica occidentale e dell'Europa deve essere quello di salvare il Dalai Lama. Lui stesso ha lanciato sul tavolo - come fece Gandhi dopo l'indipendenza, quando scoppiarono i conflitti all'interno del suo stesso popolo, tra musulmani e indù, con uno sciopero della fame che riuscì a fermare le violenze - la sua autorità morale per fermare una spirale che, chiaramente, gli ha preso la mano. Evidentemente, infatti, ciò che è successo a Lhasa va al di là della tradizionale lotta non violenta del popolo tibetano. Ciò significa che all'interno di questa popolazione si è ingenerata una sfiducia sul metodo di lotta del Dalai Lama e del buddismo lamaiano. Questo è estremamente pericoloso, non solo per ragioni morali chiare a tutti, ma anche per motivi di Realpolitik, di stabilizzazione dell'area. Infatti, un'insurrezione e una rivolta violenta in quell'area della Cina - Paese che ha numerose altre minoranze sull'orlo di una ribellione - sarebbero estremamente pericolose per la stabilità stessa di quella zona.
Credo, quindi, che tocchi a noi, ossia all'Europa, salvare il Dalai Lama. Egli si trova stretto tra Pechino, che lo accusa di essere il sabotatore delle Olimpiadi e il capo di una cricca da mettere quindi a tacere, e il rischio che il suo popolo abbandoni la sua strada non violenta. Pertanto, non spetta ad altri se non alla comunità internazionale, e in particolare all'Europa, il compito di aiutarlo. Questo è ciò che può far pesare l'ago della bilancia da un lato o dall'altro della vicenda. Quindi, abbiamo poche ore e grandi responsabilità.
Ho molto apprezzato l'affermazione del Governo italiano e del sottosegretario Vernetti, quando ha affermato di volere risposte ora. Non stiamo parlando delle Olimpiadi, ma di oggi. Trovo anche io incredibile che si possa prescindere da ogni arma di pressione diplomatica, compreso il nostro comportamento durante i Giochi olimpici, come ha fatto il Ministro degli esteri europeo Solana, il quale ha dichiarato che, comunque, ciò che accade


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in Tibet non avrà effetti sul comportamento dell'Europa rispetto alle Olimpiadi. Non credo che dobbiamo decidere oggi se boicottare o meno i Giochi olimpici. Non è questione di oggi. Il problema che ci dobbiamo porre al momento riguarda il tipo di risposta che la Cina darà alla pressione dell'opinione pubblica internazionale.
Siccome mi sembra che su questi punti, su questo minimo comune denominatore, ci sia la sostanziale convergenza di tutto l'arco politico culturale - come ho verificato in queste ore con le adesioni ampie e vaste giunte all'iniziativa di piazza che il Riformista ha intrapreso, insieme a Radio Radicale, per questa sera a Roma -, vorrei chiedere che questo sforzo bipartisan delle due Commissioni esteri di Camera e Senato si traducesse, già oggi, in un documento comune e, spero, unanime. Tale documento dovrebbe contenere i punti di cui abbiamo parlato, e che del resto sono già presenti nella dichiarazione della Presidenza dell'Unione europea sulla situazione del Tibet, per fermare la violenza e la repressione e aprire immediatamente il dialogo con l'autorità spirituale e politica rappresentata dal Dalai Lama. Si dovrebbe trattare, inoltre, di un documento di esplicito sostegno e adesione delle due Commissioni a tutte le manifestazioni che si svolgono in queste ore, a partire da quella di questa sera, in cui l'opinione pubblica manifesta la propria posizione e il proprio sdegno per quello che sta accadendo.

PIETRO MARCENARO. Il primo punto che vorrei sottolineare è il seguente. Dai fatti di questi giorni e di queste settimane, l'elemento principale che emerge è che vi è un popolo, una comunità che, nonostante tutto quello che è capitato in questi anni, nonostante la repressione e i tentativi di mutare la faccia di quella regione, continua a battersi per la difesa della sua cultura, della sua storia e dei suoi diritti.
Penso che questo sia un punto con il quale tutti devono fare i conti. Non ci si trova di fronte ad un episodio casuale, ma all'emergere di un dato di fatto. Il Governo cinese forse pensava, o si era illuso, che lo sviluppo dell'economia - questo grandioso sviluppo dell'economia - risolvesse e permettesse di rimuovere questi problemi. Oggi si trova, invece, a fare i conti con il Tibet e, prossimamente, si troverà a dover trovare una soluzione ad altri tipi di problemi.
Del resto, contrariamente a quanto immaginato dai governanti cinesi, lo sviluppo dell'economia costruisce le condizioni in cui i problemi dei diritti, che presuppongono la democrazia, si manifestano con più forza.
A mio avviso, questa considerazione ci offre un quadro strutturale entro il quale affrontare tale problema. Naturalmente, questo non significa ignorare il modo in cui le vicende in esame sono avvenute e non essere in grado di discernere i diversi comportamenti - come ricordava adesso il collega Polito - che si sono manifestati e anche i rischi che tutta questa situazione comporta.
Per questo motivo, pensiamo che la pressione esercitata nei confronti del governo cinese, sulle linee e sugli indirizzi che il sottosegretario Vernetti ha esplicitato, da parte della comunità internazionale, dell'Unione europea e del nostro Paese, sia di grandissima importanza.
Non ripeto quanto è stato già detto, ossia l'importanza della presenza di osservatori indipendenti, di un'azione immediata per la cessazione della violenza e della repressione, di chiarimenti che riguardano la condizione dei prigionieri e, soprattutto, dell'apertura di un dialogo.
Il 13 dicembre scorso il Dalai Lama ha chiarito per l'ennesima volta che la loro posizione, la loro rivendicazione avviene nel quadro della Costituzione cinese. Ricordo che ha anche richiamato il libro bianco sulle minoranze, che il Governo cinese ha prodotto all'inizio del 2005, come punto di riferimento per possibili soluzioni. Il sottosegretario Vernetti ricordava che gli incontri ripresi dalla fine del 2001-2002 non hanno portato a nessuna soluzione. Il fatto che la posizione del Dalai Lama a proposito dell'autonomia sia di facciata - come sostengono le autorità


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cinesi - è una considerazione sulla quale la comunità internazionale può dire la sua.
Al momento, l'opinione del Dalai Lama può trovare nella comunità internazionale un elemento garante del fatto che questo è il quadro nel quale l'iniziativa avviene.
Dovremmo ricordare - è già stato detto - il fatto che indebolire, fiaccare, mettere in crisi questa posizione del dialogo vuol dire aprire altre prospettive. Non voglio paragonare realtà molto diverse tra loro, ma credo che tutti abbiamo ben presente la storia di Rugova in Kosovo e il fatto che una posizione che ha negato confronto e discussione abbia portato in tutt'altra direzione lo sviluppo della situazione. Tenendo conto delle proporzioni e delle differenze, ci troviamo indubbiamente di fronte a una situazione simile.
Voglio aggiungere un'ultima osservazione sulla questione delle Olimpiadi. Penso che ci sia sufficiente concordia fra di noi nell'affermare che, normalmente, non riteniamo che una politica di espansione in difesa dei diritti umani passi attraverso misure di boicottaggio o di embarghi. Abbiamo - credo - fiducia nella capacità di contagio delle relazioni e delle comunicazioni. Tuttavia, voglio solo dire che questa discussione sul boicottaggio è un punto di partenza sbagliato, perché spetta alle autorità cinesi dimostrare che le Olimpiadi si possono fare. È un problema loro dimostrare che esistono le condizioni per cui le Olimpiadi possano essere svolte. Del resto, nessuno può pensare che i giochi olimpici abbiano luogo con i carri armati posti per le strade di Lhasa.
Per quanto mi riguarda, ad esempio, trovo difficile immaginare che la stampa internazionale possa partecipare a un evento nel quale non sia garantita la libertà di comunicazione e di informazione, che giornalisti possano andare in un Paese nel quale sanno che saranno sottoposti a una censura preventiva.
Quindi, spetta alle autorità cinesi fornire garanzie rispetto al modo in cui viene fronteggiata questa situazione, non attraverso le scelte di domani - come giustamente è stato detto - ma quelle di oggi.
Naturalmente, non abbiamo affatto bisogno di dichiarare inimicizia alla Cina per affrontare questo problema. È esattamente il contrario. D'altra parte, tuttavia, questo non può realizzarsi assumendo una posizione in qualche modo cinica, secondo la quale vengono prima gli affari.
Non mi pare che questo possa essere il quadro nel quale oggi la politica italiana ed europea e, per quanto possibile, anche quella internazionale possa assumere le proprie responsabilità.

STEFANO PEDICA. Ringrazio a nome del gruppo dell'Italia dei Valori per l'esposizione del presidente e del Governo. Ancora stamani le immagini del massacro e le notizie della repressione in atto ci dicono che la situazione in Tibet - a differenza di quanto dichiarato dalle autorità cinesi - è sull'orlo di un baratro, alle porte di una crisi che deve essere necessariamente affrontata in maniera chiara e coesa.
È solo in tal senso, infatti, che riteniamo che si possa concretizzare la solidarietà e la vicinanza che l'Italia dei Valori e le altre forze politiche del Paese hanno già espresso nei confronti del popolo tibetano. È evidente che dalla preoccupazione destata dagli scontri iniziali nella regione del Dalai Lama, si è giunti inesorabilmente ad una condizione di sdegno e di forte vergogna per quello che il Governo di Pechino sta compiendo in Tibet.
Questa indignazione deve essere espressa in maniera univoca contro la barbarie antidemocratica protratta da quello che - è debito ricordare - oltre ad essere uno dei Paesi che siede permanentemente nel Consiglio di sicurezza dell'ONU, massima autorità garante della democrazia, della libertà e del diritto dei popoli nel mondo, è ad oggi partner commerciale e culturale di primaria importanza per l'Italia e per l'intera Europa.
Questo genocidio culturale e sociale, che troppo spesso è stato considerato mera questione di diritto nazionale cinese, non può più essere affrontato in quest'ottica,


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ed è importante che il nostro Paese, di concerto con il resto dell'Unione europea, agisca in tal senso, perché non sono a rischio solo la ricchezza culturale e la libertà del popolo tibetano, ma quegli stessi principi, quegli stessi valori, quegli stessi ideali che settant'anni or sono esortarono prima le democrazie del mondo ad opporsi alla barbarie nazifascista e poi i padri fondatori delle maggiori istituzioni democratiche a livello internazionale e della stessa Unione europea, ad impegnarsi per la difesa dei diritti, della democrazia e della libertà.
Il principio stesso è che la base dei diritti inalienabili dell'essere umano, delle libertà sancite al di sopra di ogni cultura, tradizione o ideologia, rischia di essere spazzata via in pochi giorni a colpi di cariche poliziesche. È opportuno precisare, però, che in questa denuncia fortemente sentita come necessaria e fondamentale dall'Italia dei Valori non si nasconde alcun proposito interventista, di cui purtroppo già negli anni passati abbiamo dovuto sottoscrivere a volte la collaborazione, a volte l'iniziativa, a volte la semplice continuazione.
La pace e la solidarietà tra i popoli, infatti, mal si combinano con la hard strategy che alcune amministrazioni estere e alcuni governi del passato hanno fatto proprie. Per questo, da un lato ci preme chiedere che di fronte alla violenza antidemocratica di Pechino si assuma una posizione ufficiale, di netta condanna, nei confronti di violenze che devono immediatamente cessare; dall'altro riteniamo che questa indispensabile azione a difesa dei diritti e delle libertà non comporti la chiusura dei rapporti con questo nostro partner - anche se il mio pensiero non porta all'apertura, se continua così - ma che anzi, rappresenti un valido punto di partenza per lo sviluppo di un canale di dialogo fra l'Europa e la Cina, al fine di concretizzare, nel più breve tempo possibile, la solidarietà che la politica e la società italiana hanno già ripetutamente rivolto nei confronti del popolo tibetano e della loro massima carica religiosa, il Dalai Lama.

SERGIO D'ELIA. Intanto voglio davvero ringraziare per l'attenzione, la sensibilità e la tempestività con cui non solo il presidente Ranieri, ma anche il presidente Dini e i Presidenti della Camera, Bertinotti, e del Senato, Marini, hanno deciso di riunire queste Commissioni, anche a Camere sciolte e nell'imminenza delle elezioni. In tal modo, essi hanno risposto ad una proposta che ho avanzato sabato scorso, da Daharamsala, dove mi sono recato il 9 marzo scorso, in parte prevedendo gli sviluppi della situazione, non solo là dove vive il Dalai Lama e il governo tibetano in esilio, ma ai confini con il Tibet. Puntualmente, poi, ciò che era prevedibile è avvenuto.
Intanto, va salutato il fatto politico che le Camere, pur sciolte, decidano di convocarsi per discutere di un'emergenza che riguarda certo il Tibet, ma più in generale la Cina e altri fronti, dove conflitti ed emergenze sono in corso, spesso nell'indifferenza e nella rassegnazione della opinione pubblica e delle istituzioni internazionali.
Insieme ai miei compagni del partito radicale, Matteo Mecacci e Marco Perduca, sono andato in Tibet non certo per fare delle corrispondenze giornalistiche con l'Italia, ma per coprire in parte uno dei tanti fronti tra loro legati e uniti da un'iniziativa in corso, partita quindici giorni fa dall'Italia. Marco Pannella, infatti, ha proposto un grande satiagrà mondiale per la pace, la democrazia e la libertà.
Credo che, senza attendere le Olimpiadi, il Governo italiano in queste ore debba esprimere tutta la sua capacità diplomatica per promuovere in via bilaterale - ieri è stato chiamato a colloquio l'ambasciatore cinese - e soprattutto multilaterale all'interno dell'Unione europea un'iniziativa forte dell'Europa, sollecitata peraltro anche dal Presidente Napolitano, come segnalato ieri dalle agenzie.
Ritengo necessaria una riunione urgente del Consiglio affari generali dell'Unione europea, affinché l'Europa si esprima con un'unica voce in merito a quanto sta accadendo in Tibet, ma non


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solo. Esistono infatti aree dimenticate anche in quel grande Paese. Nel Turkestan orientale, gli Ujguri sono perseguitati, oppressi e repressi quanto i tibetani. Le minoranze religiose, in particolare cristiane in Cina, le cosiddette «chiese domestiche» sono costrette al silenzio. Nessuno infatti si mobilita in favore della «chiesa del silenzio», che vive costretta alla clandestinità, così come per quanto riguarda la persecuzione fino alla tortura, all'uccisione o alla chiusura in detenzione nei laogai, nei manicomi, del movimento spirituale dei Falun Gong.
Chiedo quindi al Governo italiano di promuovere una riunione urgente del Consiglio affari generali e di sostenere anche in seno all'Unione europea quanto ha chiesto il Dalai Lama, ovvero una Commissione internazionale di inchiesta sui fatti del Tibet.
È inoltre ancora in corso il Consiglio per i diritti umani a Ginevra, che chiuderà i suoi lavori il 28 prossimo venturo. Considero quindi doverosa un'iniziativa dell'Unione europea in seno al Consiglio per i diritti umani, che induca almeno a una discussione, giacché sappiamo come sia difficile far passare una risoluzione.
Come richiesto ieri da Condoleezza Rice, deve essere esercitata una fortissima pressione nei confronti di Pechino, affinché avvii un serio dialogo con il Dalai Lama sull'autonomia del Tibet. Il Dalai Lama è in una posizione di estrema debolezza, umiliato da un lato dall'arroganza cinese che ha prevalso sulla via di mezzo da lui proposta, che mira all'autonomia della regione, e stretto dall'altro dall'esasperazione del suo popolo.
La marcia fino al Tibet che ho avuto l'onore di inaugurare il 10 marzo scorso a Dharamsala è una marcia di indipendentisti, perché si tratta di organizzazioni giovanili del popolo tibetano quali il Congresso dei giovani tibetani, delle donne tibetane, degli ex prigionieri politici. Esiste una vena indipendentista pericolosa, frutto dell'esasperazione del popolo a fronte del fallimento della linea del Dalai Lama per l'autonomia e non l'indipendenza del Tibet, che condivido e che sosterrei fino in fondo.
Desidero aggiungere un'ultima considerazione sulle Olimpiadi. Ho seguito il dibattito che si è svolto in Italia. Credo che la Cina non abbia bisogno di boicottaggi o di isolamento, laddove ipotizzare di isolare un Paese di 1 miliardo e 200.000 persone, con l'economia più galoppante del mondo appare non solo velleitario, ma anche controproducente. Nell'isolamento infatti i regimi si rafforzano e diventano ancor più illiberali. La Cina, al contrario, ha bisogno di un'invasione con le armi della non violenza, del dialogo. Deve essere bombardata con le armi di attrazione di massa della democrazia, della libertà, della conoscenza, dell'informazione, della parola data ai cinesi e negata invece, soprattutto alle minoranze prima citate.
Non si tratta di esportare la democrazia in Cina, bensì di sostenere attivamente coloro che in questo Paese si battono per la democrazia e la libertà di tutti i cinesi. La libertà del Tibet coincide infatti con la libertà della Cina e non vi sarà libertà in Tibet, nel Turkestan orientale, in Mongolia, se non ci sarà libertà per tutti i cinesi.
Il fronte che stiamo animando con questo satiagrà mondiale per la pace è una rete che collega molte situazioni emergenziali, rispetto alle quali sono importanti le nostre responsabilità di rappresentanti del Parlamento italiano. Oggi, il Governo ha ascoltato questo dibattito e credo abbia tutti gli strumenti per poter intervenire nelle sedi internazionali.

MARCO ZACCHERA. Signor presidente, sarò brevissimo perché sono già state espresse molte considerazioni, che assolutamente condivido, e perché altri colleghi del gruppo desiderano intervenire.
Esprimo una delusione personale al sottosegretario Vernetti, ancorché animato da un sentimento di amicizia nei suoi confronti. Sono infatti consapevole di quanto egli ha fatto in questi anni per la causa tibetana e immagino il suo imbarazzo e la sua personale delusione nel


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ricevere un ambasciatore cinese venuto per cortesia, ma ripartito esattamente con l'idea che aveva prima. Quest'ultimo, è convinto di poter «fare spallucce» al nostro Paese, che non ha manifestato una convincente opposizione nei confronti di quanto sta succedendo in Cina. Questa è la realtà.
Perché il nostro Governo non ha avuto il coraggio di far ricevere l'ambasciatore cinese direttamente dal Ministro degli esteri? Perché, tramite l'Unione europea, non abbiamo portato questo problema anche al cospetto dell'ONU, oltre che a quello del Consiglio per i diritti umani?
Quanto sta succedendo in Tibet è infatti un problema di importanza mondiale. Affermare che è fondamentale tenere alta la pressione sul governo cinese è inutile, perché i cinesi la ignorano e non permettono a nessuno di verificare quanto accade. Credevo che il Governo avrebbe dimostrato una maggiore attenzione verso questo tema.
Per quanto riguarda il discorso delle Olimpiadi, si tratta di un aspetto serio, per cui non si deve decidere con leggerezza di non andare, ma neppure di parteciparvi comunque. Ritengo che sarebbe stato corretto sospendere la partecipazione dell'Italia alle Olimpiadi in attesa di verificare il futuro comportamento del governo cinese. Qualora questo si comporti con correttezza, sospenda le violenze, assicuri un minimo di libertà, saremo ben contenti di andare in Cina. Qualora invece perseveri sulla strada della violenza, ritengo ingiustificato partecipare alle Olimpiadi.
I giornalisti potrebbero andare a Pechino, ma, se continuasse la pressione in Tibet, non li lascerebbero entrare in quella parte della Cina.. Business is business, non dobbiamo essere ipocriti, ma devo comunque sottolineare che nutro dubbi su queste Olimpiadi. Queste ultime stanno rivalutando un Paese in cui si rileva uno sfruttamento umano e ambientale spaventoso e uno sfruttamento politico totale.
Forse si è trattato di una grande ipocrisia non partecipare ai giochi di Mosca nel 1980 per l'invasione dell'Afghanistan e alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1984, boicottate dai regimi comunisti. Dovremmo essere più prudenti, ma in questo momento bisognava sospendere, in attesa degli eventi. Se il governo cinese, come tutti ci auguriamo, tornerà ad essere ragionevole, ben contenti, altrimenti si discuterà. Non condivido però la scelta di presentarsi a un confronto assicurando comunque la nostra partecipazione, perché ritengo doveroso avere il coraggio di sostenere le proprie opinioni. So benissimo quali sono le conseguenze di una presa di posizione più forte con la Cina così come con un qualsiasi altro Paese, ma ritengo sarebbe stato opportuno, sottosegretario Vernetti, dimostrare un maggiore coraggio da parte di questo Governo. La mia è una personale delusione perché so quanto lei abbia fatto per la causa tibetana.

GIULIO ANDREOTTI. Vorrei esprimere solo due considerazioni. Innanzitutto suggerirei di tenere assolutamente sganciato il problema Olimpiadi da considerazioni di altra natura. Abbiamo sempre seguito questa linea, che ha fatto premio nei momenti più tesi dei rapporti tra Stati Uniti d'America e Russia. Confondere i due aspetti non giova infatti né alla causa politica in generale, né a quella specifica.
Anche se ora se ne parla meno, quando ero studente era forte l'attività dell'IsMEO, in cui il professor Tucci teneva conferenze a noi studenti promuovendo anche una pubblicazione sulla pittura del Tibet, che è tra le iniziative migliori della Libreria dello Stato italiana.
Vorrei raccomandare quindi grande prudenza. Chi conosce bene la storia, sa che anche il governo dei Lama non era perfetto, giacché si effettuavano anche sacrifici umani. Non vorrei essere equivocato, perché non ho idee consolidate, né conosco specificamente la situazione attuale, non possedendo elementi tranne quelli divulgati dalle agenzie o dalle trasmissioni televisive. Suggerisco però di essere molto prudenti, cercando di non abbandonare la linea costantemente seguita con qualunque maggioranza di governo, non confondendo il problema Olimpiadi con considerazioni di altra natura.


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TANA DE ZULUETA. Signor presidente, ringrazio il Governo per avere accolto l'invito di venire a riferire in Commissione.
Credo che questo rendiconto all'opinione pubblica rappresenti un atto dovuto e spero abbia conseguenze politiche e diplomatiche.
Il Dalai Lama ha rilasciato numerose, drammatiche dichiarazioni in questi giorni, tra cui una in cui ha parlato di genocidio culturale. Credo che il senso di questa definizione abbia sorpreso e non sia stato profondamente capito. Il Dalai Lama voleva riassumere la profonda disperazione di fronte all'annichilimento sistematico di una cultura e di un popolo. A questo problema i parlamentari appartenenti al gruppo dei Verdi, presente alla Camera dei deputati, hanno rivolto molta attenzione in questi anni insieme al gruppo interpartitico che sostiene il Tibet, di cui l'onorevole Boato è stato uno dei fondatori.
Considero rivelatrice la frase con cui il sottosegretario Vernetti all'inizio di questa riunione ha descritto come la nostra ambasciata si trovi in uno stato di enorme difficoltà di comunicazione. Questo dovrebbe suscitare la più viva e immediata reazione, giacché è inaccettabile che non solo i giornalisti, ma le stesse autorità diplomatiche non abbiano libertà di comunicazione e di conoscere i fatti che avvengono in Tibet.
Dobbiamo considerare un altro fatto che sta avvenendo in questi giorni a Pechino, ovvero il processo di Hu Jia, un dissidente intellettuale assolutamente moderato, che rischia una condanna carceraria per sovversione.
Sono oltre settecento le persone recentemente arrestate per questo reato di opinione, che cozza con la stessa Costituzione cinese. Dobbiamo prendere atto di come in Cina sia stata realizzata e sia tuttora in corso una normalizzazione volta a garantire che la festa dei giochi olimpici rimanga immune da simili difficoltà, e di come questa politica abbia fallito in Tibet.
L'esasperazione che si è colta nella reazione non solo pacifica, ma anche violenta rappresenta la risposta alla schiacciante oppressione economica e culturale in atto in quella zona.
Condivido quindi il percorso diplomatico che è stato descritto e ritengo interessante la proposta dell'Italia di chiedere una missione europea congiunta della trojka e di altri osservatori diplomatici riguardo a problemi cruciali, quali i processi e l'accesso alle carceri.
Ritengo però opportuno stare attenti. L'Italia sostiene da sempre l'importanza di una coesione europea, ma esistono diversi modi di posizionarsi nell'ambito della stessa. Esiste infatti da un lato la posizione di Angela Merkel, unico capo di governo europeo a ricevere il Dalai Lama, che con mio rammarico non ha avuto seguito in Italia, dall'altro una posizione molto più prudente. Dinanzi a un rilevante consenso di tutte le forze politiche nonostante la contesa elettorale in atto, auspico che il Governo tragga forza dal sostegno del suo Parlamento, specchio dell'opinione pubblica italiana, per chiedere alla prossima riunione dei ministri degli esteri, che si terrà a Lubiana, un'accentuazione dell'azione diplomatica europea.
Credo che i tibetani e i cinesi considerino la risposta del mondo alla repressione in Cina il segnale delle proprie possibilità di maggiore libertà in patria.
Come rilevato dall'onorevole Marcenaro, le Olimpiadi non possono aver luogo in questa situazione perché non possiamo - qui dissento dal presidente Andreotti - far finta che questo appuntamento esuli dal contesto della nostra discussione con la Cina, laddove invece è al centro e si può farlo capire.

ALESSANDRO FORLANI. Anche io tendenzialmente dissento dalla manifestazione di atti quasi ostili o di drastica protesta quali il boicottaggio delle Olimpiadi. Attraverso la condanna delle violazioni dei diritti umani, il dialogo e la cooperazione, in passato siamo riusciti gradualmente a logorare ed attenuare le politiche di regimi autoritari. La capacità di condannare e contemporaneamente negoziare ci ha consentito di ottenere l'estinzione


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delle dittature dell'Est europeo. Poiché però il regime cinese appare molto più duro e più lento del vecchio regime sovietico nella comprensione di alcune questioni, se la situazione dovesse ulteriormente aggravarsi, come extrema ratio si potrebbe anche optare per un atto di protesta drastico.
A fronte di queste gravissime tensioni, manifestatesi nell'area interessata da questa discussione, credo che la comunità internazionale debba comunque concorrere a sedare le conflittualità con pressioni su Pechino e con la promozione di un dialogo e di una cooperazione tra le parti; ciò, soprattutto per rimuovere le ragioni che sono alla radice di queste conflittualità. Pur senza giustificare eventuali atti di violenza da parte dei tibetani, cui accennava il sottosegretario Vernetti, occorre ricordare il costante tentativo di cancellazione culturale perdurante da oltre mezzo secolo, di omologazione delle identità, di persecuzione per motivi politici e religiosi messo in atto dal regime della Repubblica popolare cinese. La lunga oppressione inevitabilmente produce questi effetti.
Condivido il giudizio espresso dal sottosegretario sulle accuse rivolte dal Governo cinese al Dalai Lama. Conoscendo la personalità e il ruolo che ha svolto in questi anni, ritengo assurdo indicarlo come un istigatore di queste violenze e di questi scontri. Egli ha assunto da sempre una funzione di moderazione e di esortazione alla non violenza, rappresentando un elemento di equilibrio nel farsi carico o comunque comprendere anche le ragioni dell'altro.
Ricordo come nel corso di molti colloqui, abbia sempre sottolineato infatti la necessità di non esasperare il dialogo con la Cina e non rifiutare aprioristicamente le ragioni portate da questo Paese nel negoziato politico, rilevando anzi l'esigenza di tranquillizzare il governo rispetto agli intenti dei tibetani. Le eventuali dimissioni di questa figura potrebbero quindi preludere ad un inasprimento delle tensioni e delle conflittualità.
Ritengo che l'esortazione rivoltagli in questi giorni dal primo ministro cinese Wen Jiabao di riconoscere l'integrità della Repubblica popolare cinese e di non auspicare la secessione come condizione per continuare il negoziato sia ampiamente superata dalla posizione da anni assunta dal Dalai Lama, che chiede per il territorio tibetano solo un'autonomia di carattere amministrativo.
Ritengo non esistano più alibi per sottrarsi a un negoziato efficace e duraturo nel tempo, in grado di produrre gradualmente risultati positivi e procedere verso l'auspicata conclusione, negoziato cui corrisponda una convinzione costruttiva da parte del governo cinese.
L'esigenza del negoziato è resa più urgente dagli eventi di questi giorni e l'intesa deve contemplare soprattutto il rispetto delle fedi religiose, auspicabile anche per le altre confessioni presenti nel Paese, la libera pratica di costumi e tradizioni, il rispetto dell'identità culturale, la liberazione dei prigionieri politici.

DARIO FRUSCIO. Sintetizzerò la mia lunga scheda analitica, che mi riservo però di consegnare al rappresentante del Governo.
Desidero partire dalla preliminare considerazione che il Tibet e il popolo tibetano sono stati soggetti all'influenza straniera solo per brevi periodi nel corso del XIII e del XVIII secolo. Da questo punto di vista, pochi Paesi indipendenti possono oggi rivendicare un passato illustre come quello del Tibet e della sua popolazione.
Per contro, oggi, ci troviamo di fronte a una situazione incresciosa. Lo status legale dei tibetani in esilio - popolo con 2.000 anni di storia indipendente - è quello di apolide.
I tibetani non sono riconosciuti dalle Nazioni unite come rifugiati, a causa del diritto di veto della Cina nel Consiglio di sicurezza. In questa situazione, dal punto di vista delle attestazioni, siamo tutti solidali con i tibetani, come solitamente accade per tutte le aree di crisi, ma, da un punto di vista sostanziale, l'esercizio del diritto di veto permette la commissione


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dei crimini più efferati che l'umanità conosca.
Mi spiace evocare la sua riflessione, senatore Andreotti, ma con il profondissimo rispetto che nutro nei suoi confronti - avrà potuto verificarlo nel corso dei due anni in cui siamo stati seduti fianco a fianco - le devo ricordare che dal 1950 i tibetani, a causa dell'occupazione cinese, hanno contato un milione di morti. Tra l'altro, il Tibet, regione di ricchezze naturali notevoli, è diventato discarica dei rifiuti nucleari e oggetto di una massiccia deforestazione; questi fattori hanno danneggiato in modo irreversibile l'ambiente. Le devo altresì ricordare che in Tibet vi sono 500.000 soldati della Repubblica popolare cinese, sebbene in questa regione nessuno indossi una uniforme. I tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso. Tre risoluzioni delle Nazioni Unite, risalenti rispettivamente al 1959, 1961 e 1965, sono state totalmente dimenticate dalla comunità internazionale. Appare curiosa anche la posizione del nostro Paese, sempre abbondante di solidarietà verbale ma non sostanziale, riguardo all'ultimo viaggio del Dalai Lama in Europa, dopo il ricatto delle autorità cinesi che avevano minacciato di boicottare commercialmente tutti i Paesi che lo avessero ricevuto.
Sottolineiamo con rammarico come il comportamento delle autorità italiane in quella circostanza sia stato penoso e ambiguo. Il Dalai Lama era stato ricevuto dal presidente degli Stati Uniti d'America e dal cancelliere tedesco Merkel e, con tutti gli onori, gli era stata assegnata la medaglia d'oro del Congresso americano. Egli, però, non è stato ricevuto dai rappresentanti istituzionali italiani, se non attraverso incontri privati di basso profilo. Non è stata pronunciata nemmeno una parola di protesta da parte del ministro radicale che oggi, invece, appoggia lo sciopero della fame di Pannella a favore del Tibet.
Come in passato, oggi si deve emergere da un problema di cruenza di tipo esponenziale nella regione. L'attuale situazione deriva dal fallimento della linea di dialogo tenuta dal Dalai Lama con i gerarchi cinesi. È anche doveroso considerare la cosiddetta «marcia dei cinque movimenti politici in esilio», che parrebbe un inizio di presa di distanza dal Dalai Lama, il quale da tempo rivendica non più l'indipendenza di quella regione, ma soltanto l'autonomia.
Il rischio che corre quella regione, quindi l'umanità riguardo ai principi di vera solidarietà, è che anche all'interno di quel movimento religioso si realizzi una frattura in grado di esporre la regione a una condizione di maggior debolezza nei confronti della prepotenza e dell'arroganza cinese.
Ogni Paese profondamente incline ai valori di solidarietà, di civiltà, di fratellanza, di tolleranza politica deve agire in modo concreto ed efficace, senza inutili dichiarazioni verbali. Ognuno deve compiere il massimo sforzo per lanciare un messaggio preciso, utilizzando eventualmente anche le Olimpiadi nei modi pacati prima suggeriti, non con fini di boicottaggio ed evitando una commistione dei diversi piani e interessi. Usiamo però ogni strumento per chiedere ai cinesi almeno una tregua.

PRESIDENTE. Grazie. Desidero comunque precisarle che il Dalai Lama è stato accolto solennemente sia alla Camera sia al Senato.

MARCO BOATO. È stato accolto anche con un bellissimo discorso del presidente Umberto Ranieri, che ricordo molto bene e di cui gli sono ancora grato. Con la collega senatrice Anna Donati siamo pienamente consenzienti con l'intervento che la collega Tana De Zulueta ha fatto a nome del nostro gruppo. Aggiungo quindi solo alcune considerazioni, tra cui una di carattere rievocativo, giacché sono alla conclusione del mio iter parlamentare, che cominciai nel luglio del 1979 nell'auletta dei gruppi, che era l'analogo della sala del Mappamondo di oggi. Presidente del Consiglio, in regime di ordinaria amministrazione, era il Presidente Andreotti qui presente, mentre presidente della Commissione esteri era Cossiga, che poi qualche settimana dopo divenne Presidente del


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Consiglio. La vicenda riguardava i boat people, migliaia di persone in fuga dal Vietnam nel 1979, vicenda traumatica che ricordo ancora oggi.
Rilevo un parallelismo tra le due vicende. Oltre che con l'intervento della collega De Zulueta, concordo con le considerazioni trasversalmente diverse della collega Boniver, del collega Spini, che ha anche evocato la possibilità di un ulteriore incontro sul Kosovo, proposta cui mi associo, dei colleghi Polito, Marcenaro, D'Elia.
I colleghi Polito e D'Elia hanno esaminato una questione sulla quale dobbiamo insistere maggiormente. Il collega Polito ha evocato la sfiducia diffusa in Tibet rispetto al metodo di lotta del Dalai Lama. Il collega D'Elia ha sottolineato l'attuale posizione di estrema debolezza del Dalai Lama; quanto sta avvenendo in Tibet, secondo D'Elia, è frutto dell'esasperazione di un deciso movimento indipendentista in contrapposizione alla linea finora seguita dal Dalai Lama. Quest'ultimo, infatti, punta a una forte autonomia politico-amministrativa del Tibet nell'ambito della Repubblica popolare cinese.
Sottolineo questi due interventi, perché rappresentano il punto cruciale di questa vicenda. Nel leggere che il Dalai Lama annuncia la possibilità di sue dimissioni, ricordo l'atteggiamento che verso la fine della sua vita ebbe Ghandi, il quale attuò un lunghissimo sciopero della fame rischiando la morte - sopravvenuta poi per mano di un attentatore - e testimoniando il dissenso verso ciò che stava avvenendo nei rapporti tra indù e islamici nell'India di allora, che poi si divise negli attuali India e Pakistan.
Il Dalai Lama è effettivamente in difficoltà, ma desidero ribadire quanto già evidenziato dal sottosegretario Vernetti e quanto ripetuto anche a Pechino nel 2005, come presidente di una delegazione della Camera, all'Assemblea del popolo, al governo e al Partito comunista cinesi. Tali incontri erano improntati a grande amicizia e si sono ripetuti a Roma pochi mesi fa, occasione in cui ho ribadito le stesse considerazioni. Agli amici e colleghi cinesi, che attaccavano duramente il Dalai Lama, risposi a Pechino e a Roma che in numerosi incontri avevo sempre sentito rivendicare al Dalai Lama l'autonomia del Tibet nell'ambito dell'unità della Repubblica popolare cinese.
A dimostrazione di questo, desidero ricordare che il Dalai Lama ha visitato numerose volte il Trentino-Alto Adige/Südtirol, dove ha avuto incontri sia con la provincia autonoma di Bolzano sia con la provincia autonoma di Trento e con l'Accademia europea di Bolzano, nell'ambito della quale si studiano in particolare i problemi delle minoranze linguistiche dell'autonomia; ciò, per approfondire l'esperienza del Trentino-Alto Adige/Südtirol e realizzare in Tibet, mutatis mutandis, qualcosa di analogo in termini di regime autonomista nell'ambito dell'unità della Repubblica popolare cinese.
In seguito a un periodo di violenza politica e di terrorismo che ha caratterizzato in particolare l'Alto Adige negli anni Sessanta e Settanta, lo Stato italiano ha risposto alle violenze politiche, ma ha anche promosso una forte iniziativa politica, costituzionale e statutaria per garantire al Trentino Alto Adige una forte autonomia, che cancellò le spinte secessioniste e indipendentiste e realizzò una convivenza oggi esemplare a livello europeo e mondiale.
Poiché ritengo che i responsabili dell'ambasciata della Repubblica popolare cinese seguano il nostro dibattito e che, probabilmente, leggeranno anche il resoconto stenografico dell'odierna seduta, desideravo offrire questa ulteriore testimonianza. Infatti, l'unica richiesta politica avanzata del Dalai Lama costituisce lo strumento attraverso cui la Repubblica popolare cinese può depotenziare il conflitto in Tibet. Se questa lezione non sarà capita, non solo verrà delegittimato il Dalai Lama, ma verranno incentivate le spinte indipendentiste in alternativa alla richiesta di una forte autonomia nell'ambito della Repubblica popolare cinese.

GUSTAVO SELVA. Desidero far risparmiare tutto il tempo che mi è stato assegnato,


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approvando in toto gli interventi degli onorevoli Boniver, Spini, Polito e del senatore Fruscio.
Mi trovo in totale consonanza con le loro affermazioni. Aggiungo solo che provo una grande amarezza.
Nella missione che presiedetti come presidente della Commissione esteri in Cina, avevo sperato di trovare per quanto riguarda il sistema politico un'attenzione ai valori della umanità o perfino della libertà religiosa; mi accorgo però di essermi completamente sbagliato. Ciò che fa riferimento all'ideologia comunista in quella terra non è ancora in grado di assorbire valori per i quali ci si può definire democratici, umani, civili.
Riconosciamo errori anche nei sistemi democratici, ma ritengo che il maggiore errore consista nel confondere i valori della democrazia con gli interessi economici. Ho la forte impressione che la prudenza anche in materia di provvedimenti formali da adottare, quali la mancata partecipazione alle manifestazioni inaugurali dei giochi olimpici almeno da parte dei presidenti della Repubblica, sia già contrastata dalle assurde, vergognose dichiarazioni - come definite dall'onorevole Boniver - di colui che dovrà essere fra un anno il ministro degli esteri dell'Europa.
Se riteniamo di non poter compiere neppure un gesto meramente formale che non incide assolutamente sul valore più sostanziale di fare affari, che definisco sostanziale anche nel merito, perché ci occupiamo anche di economia, significa che abbiamo ceduto a ciò che possono imporre i dittatori ideologici, culturali ed economici.
Questo è un segno di grande debolezza per il nostro sistema. Non si tratta di dimostrarsi estremisti nelle espressioni diplomatiche, ma di mantenere un minimo di dignità nel chiedere la concessione dell'autonomia al Tibet. In questo caso, concordo con il pessimismo dell'onorevole Boniver, la quale afferma che forse, purtroppo, ci troveremo per l'ultima volta a parlare dei tibetani, perché non esisteranno più. In un'area grande quanto l'intera Europa occidentale, infatti, è stato accelerato un processo di aggiustamento della popolazione in favore di coloro che provengono da altre etnie, da altre regioni e sono espressione di diversi indirizzi culturali.
Con grande tristezza, quindi, svolgo questo mio ultimo intervento da parlamentare, affermando che sul piano dei valori è doveroso dimostrare un coraggio, una forza e una chiarezza maggiori. Potrebbero infatti rilevarsi forti pericoli anche per i sistemi democratici europei, anche se mi auguro che ciò non avverrà.

BRUNO MELLANO. Desidero intervenire anche per il lavoro svolto in questi 23 mesi come coordinatore dell'intergruppo parlamentare per il Tibet. Questa pur breve legislatura ha registrato la presenza per ben due volte del Dalai Lama in queste sale, nell'ottobre del 2006 e nel dicembre del 2007.
Desidero inoltre rivendicare il lavoro svolto in questi anni a continuazione di un impegno storico del Partito radicale, che, proprio in queste aule, con l'ausilio di Giovanni Negri a metà degli anni Ottanta faceva nascere il primo gruppo interparlamentare per il Tibet. Seguì poi il ruolo ricoperto da Adelaide Aglietta al Parlamento europeo, la nascita della campagna europea di sostegno per il Tibet, l'opera di Olivier Dupuis come segretario e deputato del Parlamento europeo, coordinatore di un'ampia campagna europea sulle bandiere per il Tibet e di iniziative a sostegno della causa tibetana.
Olivier Dupuis ha parlato per primo di un vero genocidio per diluizione, cioè un genocidio per cui, come ricordato dalla collega Boniver e da altri, nel Tibet storico i tibetani sono diventati una minoranza - 6 milioni contro gli attuali 8 milioni di Han -, con un progetto strategico della Repubblica popolare cinese di far diventare 20 milioni entro il 2020 i cinesi nel Tibet storico.
Lhasa è la capitale di una piccola parte del Tibet storico, la regione autonoma del Tibet. Le altre province sono state inglobate da altre regioni cinesi. In questi giorni, le crisi più gravi si registrano in


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una sconosciuta periferia tibetana, in regioni che non hanno neanche il nome del Tibet, ma che di fatto lo sono.
Le dichiarazioni di questi giorni dei più alti vertici della Repubblica popolare cinese, del presidente Hu Jintao, del premier, ma anche del segretario del partito comunista cinese citano ancora il mostro Dalai Lama, lupo vestito da agnello. Dobbiamo tener conto di questa impostazione, perché altrimenti la nostra richiesta di far sedere a un tavolo il mostro e pericoloso separatista terrorista Dalai Lama e il vertice della Repubblica popolare di Cina rischia di essere una mera dichiarazione. Se noi - e lo dico con amarezza - non siamo riusciti, come intergruppo parlamentare Tibet e come militanti della causa tibetana, a far sì che il nostro Presidente del Consiglio, Romano Prodi, incontrasse il premio Nobel per la pace, autorità spirituale e leader politico dei tibetani in modo ufficiale, avremo poche possibilità di convincere i cinesi a sedersi attorno a un tavolo con quello che considerano un pericoloso separatista.
Partiamo quindi da queste sconfitte di venti anni di iniziative politiche che non sono riuscite a far emergere la verità storica del Tibet, un Tibet smembrato che dal 1983 chiede una genuina autonomia, avendo rinunciato alla sacrosanta richiesta di indipendenza. Dal 1983 il Dalai Lama deve misurarsi con le frange indipendentiste presenti soprattutto nella popolazione oppressa e vessata dell'interno del Tibet e appartenente alle regioni del Sichuan e del Gansu e delle altre in cui è stato riaccorpato il Tibet storico.
Dobbiamo partire da questa analisi. Sappiamo di avere altri cinque mesi di tempo per approntare delle iniziative,cioè fino all'8 agosto 2008, data di apertura delle Olimpiadi. Forse potremo usufruire di altri dieci giorni di visibilità mondiale, durante i quali magari riusciremo a far parlare di Tibet, a far sventolare qualche bandiera tibetana, ma poi il tempo cancellerà dalla storia una presenza significativa dal punto di vista culturale, religioso, linguistico, ambientale come quella tibetana, e questo avverrà anche per nostre responsabilità.
La forza della non violenza corrisponde alla forza di convinzione di coloro che mobilitano chi ha voce e possibilità di fare pressione e di portare avanti iniziative politiche per conto di quelli che non si trovano nelle condizioni di agire.
Sappiamo che sventolare la bandiera del Tibet causa arresti in Cina. Noi lo abbiamo fatto in questi anni, lo possiamo fare e continueremo a farlo nei prossimi giorni, anche se ciò rischia di essere una testimonianza a futura memoria, ed anch'io sono pessimista sul futuro della memoria.

PRESIDENTE. Assieme al Presidente Dini, desidero informare il senatore Polito, il quale nel frattempo credo si sia allontanato, che non ci sono possibilità di adottare documenti in questa sede. Peraltro, il solo atto possibile sarebbe un indirizzo al Governo, il che non è coerente in un regime di prorogatio.
Do la parola al sottosegretario agli affari esteri, Gianni Vernetti, per la replica.

GIANNI VERNETTI, Sottosegretario agli Affari esteri. Ho apprezzato tutti gli interventi, che ho ascoltato con grande attenzione. Prima di replicare nel merito, vorrei esprimere una breve considerazione rivolgendomi a qualche collega che anche simpaticamente mi invitava a riflettere sull'imbarazzo.
Come membro deputato della scorsa legislatura, insieme a tanti altri colleghi ho lavorato a fondo invitando il Dalai Lama in questa sede, per convincere il Presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, a riceverlo. Lo ricevette Margherita Boniver, sottosegretario di Stato agli affari esteri con le deleghe all'Asia e ai diritti umani. Con la stessa tenacia ho lavorato in questa legislatura da membro del Governo, con la stessa delega all'Asia e ai diritti umani che aveva l'onorevole Boniver, per convincere Romano Prodi a ricevere il Dalai Lama. In entrambi i casi hanno prevalso ragioni di Stato.
Credo si sia trattato di un'opportunità mancata per gli ultimi due presidenti del


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Consiglio, Berlusconi e Prodi, che secondo me avrebbero dovuto riceverlo. Non mi pare che quando la Merkel ha ricevuto il Dalai Lama sia stato fatturato neppure 1 euro in meno da nessuna impresa tedesca nella Repubblica popolare cinese. Ritengo che la grandezza di un Paese si misuri in base non soltanto alle dimensioni del PIL, ma anche al sistema di valori che è in grado di comunicare.
Sono convinto che la Cina abbia ottenuto grandi vantaggi dalla globalizzazione dell'economia e che la comunità internazionale abbia fatto bene a favorire il suo l'accesso nell'Organizzazione mondiale del commercio, con una politica inclusiva di engagement di quel Paese nelle regole condivise delle comunità internazionali.
Ritengo sia tempo che la Cina accetti la sfida della globalizzazione dei diritti, processo quasi inevitabile. Sono più ottimista di alcuni degli intervenuti. Ritengo che il tema vero sia come la democrazia in quel Paese e come la completa e definitiva inclusione nella comunità internazionale potranno affermarsi. Il Governo italiano in questi anni ha continuato un lavoro di dialogo insieme all'Unione europea sul tema dei diritti umani in Cina. Abbiamo svolto numerose azioni puntuali, alcune delle quali pubbliche. Sul piano della libertà religiosa abbiamo svolto pressioni costanti per la liberazione di religiosi arrestati della Chiesa cattolica clandestina, vescovi e semplici prelati. Siamo attentissimi, onorevole De Zulueta, al caso di Hu Jia, il difensore dei diritti umani, che lei ha bene descritto come persona mite che oggi rischia una condanna molto dura, tema all'attenzione del Consiglio dei diritti umani e delle Nazioni Unite.
Siamo riusciti a far convertire alcune condanne a morte in detenzioni, come nel caso di Tenzin Delek Rinpoche, un religioso tibetano ingiustamente condannato a morte. L'Italia è stata molto presente su questo tema nei confronti della Cina.
Per quanto riguarda la pena di morte, dopo il 18 dicembre con il voto sulla moratoria sulle esecuzioni capitali, abbiamo iniziato un lavoro diplomatico internazionale di pressione politica. Credo che la Cina, che detiene il record delle esecuzioni capitali, grazie alle risoluzioni adottate sulla pena di morte abbia modificato un meccanismo fondamentale: prima le esecuzioni capitali venivano decise dai tribunali provinciali, quindi sostanzialmente eseguite senza controllo, mentre oggi la Cina ha avocato alla Corte suprema questa decisione, con una possibile riduzione delle esecuzioni capitali.
Ritengo che questo sia un effetto dell'azione italiana che il 18 dicembre ha portato al voto all'ONU per la moratoria universale sulla pena di morte.
Penso quindi che la dimensione etica della nostra politica estera, anche in continuità con i governi precedenti, non è arretrata di fronte alle opportunità economiche, ma ha tenuto alta una bandiera di cultura del diritto e della civiltà.
Condivido le considerazioni di molti colleghi sul genocidio culturale, la colonizzazione forzata, il cambiamento dell'assetto demografico di quel Paese. La devastazione ambientale del Tibet è un fatto oggi poco richiamato, ma sicuramente di inaudita gravità, come condivido il richiamo che è stato fatto ad una forte militarizzazione.
Come sottolineavo nella mia precedente relazione, il fattore tempo è chiaramente determinante in questo contesto. Il problema non è attendere le Olimpiadi, perché oggi ci attendiamo gesti concreti da parte della Repubblica popolare cinese.
Saremo presenti alla riunione informale del 28 e 29 marzo a Lubiana e in quella sede verificheremo la concreta fattibilità del progetto legato all'iniziativa presa ieri da chi vi parla e dal Ministro D'Alema per l'invio di una missione della trojka a Lhasa e a Pechino. Valuteremo con attenzione la proposta del CAGRE (Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne), contesto nel quale avviene una consultazione permanente tra gli Stati membri.
Questa è la posizione del Governo nelle parole dell'onorevole Marcenaro, che mi paiono assolutamente giuste e sagge. Il problema non è decidere il nostro atteggiamento, ma che la Repubblica popolare cinese dimostri al mondo che le olimpiadi


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si possono ottenere. Le Olimpiadi con i carri armati a Lhasa saranno pure tecnicamente realizzabili, ma politicamente e culturalmente ingestibili.
Attendiamo, quindi, gesti concreti. Desidero rassicurare le due Commissioni, che ringrazio per la tempestività dell'iniziativa, che il Governo italiano anche in questa fase di disbrigo degli affari correnti sarà attento alla gestione di questa crisi.

PRESIDENTE. Credo che la convocazione delle due Commissioni sia da considerare una pagina importante nei lavori della XV Legislatura che si conclude.
Sono sicuro che la XVI Legislatura troverà un Parlamento sensibile a questi temi e proseguirà l'impegno del nostro Paese per le libertà nel Tibet.
Come mi faceva notare l'onorevole Boato, alla denuncia della violenza si è aggiunta in queste ore anche una dichiarazione della Santa Sede e anche il Dalai Lama è intervenuto ribadendo la necessità di trovare una via non violenta.
Ringrazio tutti gli intervenuti e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 12,20.