COMMISSIONE IV
DIFESA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di giovedý 3 maggio 2007


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
ROBERTA PINOTTI

La seduta comincia alle 14,15.

Audizione del Capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, nell'ambito della discussione congiunta delle risoluzioni: n. 7-00146 Fallica, sugli ufficiali in ferma prefissata delle Forze armate; n. 7-00147 Evangelisti, sugli ufficiali in ferma prefissata e sui volontari in ferma breve e prefissata delle Forze armate e n. 7-00162 Rugghia, sugli ufficiali in ferma prefissata e sui volontari in ferma breve e prefissata delle Forze armate.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, l'audizione del Capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, nell'ambito della discussione congiunta delle risoluzioni: n. 7-00146 Fallica: sugli ufficiali in ferma prefissata delle Forze armate; n. 7-00147 Evangelisti: sugli ufficiali in ferma prefissata e sui volontari in ferma breve e prefissata delle Forze armate e n. 7-00162 Rugghia: sugli ufficiali in ferma prefissata e sui volontari in ferma breve e prefissata delle Forze armate.
Do la parola all'ammiraglio Di Paola, Capo di Stato maggiore della Difesa.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Ringrazio lei, signor presidente, e tutti gli onorevoli componenti della Commissione.
La tematica in oggetto è veramente centrale e, quindi, ha riflessi strutturali che vanno ben oltre un'eventuale misura presa nel tempo. Normalmente, non sono aduso a leggere, ma in questo caso, poiché vi sono riferimenti a norme e punti particolarmente delicati, preferirei dare lettura della relazione.
Le Forze armate, a seguito della legge n. 331 del 14 novembre 2000, la cosiddetta legge sul servizio professionale, e successivo decreto n. 215 del 2001, hanno un organico pari a 190 mila unità, organizzato in una struttura «a tetto», suddivisa per categorie. Queste categorie sono basate su una parte composta di ufficiali, sottufficiali e personale di truppa in servizio permanente (ruoli normali, ruoli speciali) e su una parte composta di personale assunto a tempo determinato, che, nel caso di allievi ufficiali e allievi sottufficiali, sono ausiliari in ferma prefissata, e, nel caso della truppa, sono personale in ferma prefissata VFP4, quindi volontari ad 1 e a 4 anni.
Questa struttura è quindi caratterizzata da un cuore a tempo indeterminato e da un'importante fetta a tempo determinato, quindi a contratto prefissato. È una connotazione strutturale del servizio professionale, così come è stato disegnato dalla legge n. 331 del 2000, ed è anche la composizione strutturale di tutte le altre Forze armate, sia europee che non europee. Certamente quelle europee e quelle alleate hanno per loro essenza una struttura basata su un cuore a tempo indeterminato - costituito da militari di carriera, quindi in servizio permanente - e di una parte a tempo determinato.
Questa è l'essenza, che quindi non ritengo possa essere associata al discorso del precariato, in quanto forma strutturale propria di tutte le Forze armate, al fine di garantire una base piramidale con un elevato numero di giovani, che non possono


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tutti continuare nel servizio permanente. La struttura di tutte le Forze armate del mondo è piramidale, non cilindrica o parallelepipeda, come invece quella di altre amministrazioni. Per quanto riguarda le Forze armate, quindi, il discorso del precariato deve essere considerato in questo contesto.
Il nostro personale in servizio a tempo determinato - laddove non ritengo si tratti di precariato - costituisce una quota non particolarmente elevata, pari solo al 16 per cento del totale, ovvero di 190 mila unità. Questo ci rende il paese con la più alta percentuale di personale in servizio permanente, il che significa che la nostra struttura è meno piramidale di quella degli altri paesi, ove la componente in servizio prefissato ha una percentuale diversa.
In questa essenza strutturale del modello italiano e di tutti i modelli delle Forze armate si deve ravvisare l'inapplicabilità del discorso del precariato, in quanto si tratta di personale non precariamente assunto, bensì assunto perché funzionale alle esigenze della struttura delle Forze armate, con un rapporto a tempo determinato.
Nessuno può infatti rivendicare di essere stato assunto con altre prospettive, perché è sempre stato chiaro che solo aliquote del personale a tempo determinato o prefissato avrebbero potuto accedere attraverso i normali e ordinati sviluppi concorsuali a livello dello SPE. Questo accade in tutto il mondo, perché non è ipotizzabile che tutto il livello del prefissato acquisisca il diritto di diventare stabilizzato, quindi a tempo indeterminato.
Esistono meccanismi di concorso in cui, peraltro, il personale a tempo prefissato o determinato gode di agevolazioni, perché vi sono aliquote privilegiate ad esso riservate.
Durante il periodo di servizio prefissato, inoltre, tale personale accumula un punteggio che lo facilita nei criteri di selezione. È evidente quindi che i più meritevoli di coloro che, avendo svolto servizio in tempo prefissato, hanno maturato una certa esperienza rispetto a coloro che dovessero accedere dall'esterno agli stessi concorsi possono più facilmente vincere i concorsi e quindi progredire nella carriera e passare nello SPE.
La struttura è mista tra tempo determinato e tempo indeterminato, e a coloro che vengono assunti a tempo determinato risulta evidente come si tratti di assunzioni insite nella natura della struttura militare. Le Forze armate non sono infatti affatto matrigne verso il loro personale e non trascurano personale che ha superato concorsi durissimi e che ha dato la sua vita per lo Stato, laddove gli ufficiali in ferma prefissata, spesso autori di queste accuse, sono stati assunti con contratti precisi, consapevoli del fatto che alcuni di loro, avendone i titoli, avrebbero ottenuto l'accesso, mentre altri invece avrebbero dovuto trovare un reimpiego in altri settori dell'amministrazione o della società.
L'attenzione verso il personale è testimoniata dall'aver previsto meccanismi di agevolazione per coloro che siano meritevoli, tramite concorsi con quote selezionate e riconoscimento di titoli maturati, preferenziali per l'ammissione.
La legge finanziaria - come il Parlamento, dinanzi alla cui volontà mi inchino, l'ha votata - deve essere considerata nel complesso delle sue norme, dei suoi commi e dei suoi riferimenti. Il comma 519 stabilisce la stabilizzazione del cosiddetto precariato per quelle amministrazioni che negli anni abbiano subito il blocco delle assunzioni. Avendo seguito il dibattito e letto le norme, infatti, appare evidente come il precariato sia nato per stabilizzare il personale delle amministrazioni che per anni avevano avuto il blocco delle assunzioni a tempo indeterminato e quindi avevano dovuto prolungare rapporti di tempo determinato senza bandire concorsi.
Le Forze armate, invece, non hanno subito questo blocco, ma ne sono sempre state esentate dalle finanziarie, per cui hanno continuato ad assumere regolarmente personale a tempo determinato o indeterminato, come chi partecipava ai concorsi ordinari delle accademie o ai


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concorsi per i marescialli, ovvero persone che già dall'inizio entravano per concorso nel servizio permanente.
Nel leggere il combinato disposto sia del comma 519 che di altri commi, in particolare del 513, si constata che per stabilizzare si accede al 20 per cento del fondo. Tuttavia, questa previsione non si applica al personale militare, ma solamente al Corpo di polizia, ai Carabinieri e ad altre amministrazioni.
Il personale delle Forze armate, quindi, proprio per la diversa natura del suo contratto, non ha accesso a quel fondo, per cui, anche ammettendo un'interpretazione estensiva, saremmo impossibilitati a stabilizzare perché privi della possibilità di accedere al fondo riservato alla stabilizzazione.
Al quesito che l'ufficio legislativo del Ministero della difesa ha posto al Ministero delle finanze sul modo di intendere le Forze armate, il Ministero delle Finanze, authority in materia, ha risposto che le Forze armate classiche, in base a tutti i motivi elencati, non potevano essere intese come soggetto della norma del precariato, che si applicava invece ai Carabinieri.
Come anche il Tesoro ha confermato, se peraltro si volesse estendere attraverso ulteriori normative questo provvedimento anche alle Forze armate, bisognerebbe considerare che questo potrebbe riguardare non soltanto gli ufficiali, ma anche i volontari in ferma prefissata. Questo si evince dai nostri calcoli realistici, ancorché non del tutto precisi perché, nel leggere le norme che riguardano l'eventuale personale, si rileva l'esistenza di parecchie categorie.
Qualora si volesse rileggere - scelta che non ritengo corretta - la norma in altro modo, vi sarebbero 30-35 mila persone delle Forze armate da stabilizzare. Ciò implicherebbe un onere finanziario di circa 650 milioni di euro, cifra importante, e l'immediato passaggio da un modello a 190 mila, che causa già alcune difficoltà, ad un modello a 220 mila, con oneri maggiori, e significherebbe anche - aspetto ancor più importante - scardinare l'intero sistema. Non si tratta infatti soltanto di un aumento di numeri e di risorse per realizzare un modello che finora non mi pare abbia incontrato il grande favore del Parlamento, bensì anche di immettere immediatamente una massa di personale della stessa età all'interno delle Forze armate. Come in tutti i paesi del mondo, esse hanno una struttura piramidale, che implica grandi numeri nella parte più giovane e numeri minori nella parte più anziana. Un sistema in equilibrio deve quindi avere almeno i due terzi del personale al di sotto dei 40 anni. Questa è oggi la distribuzione anagrafica di tutte le Forze armate, alla cui base ci sono i giovani di 20-21 anni e al cui vertice si posizionano coloro che hanno 60 anni, mentre a 63 anni arrivano solo gli ufficiali ed i generali di corpo d'armata che costituiscono una realtà sottotraccia.
La situazione attuale non appare quindi pessima. Se si stabilizzassero 30 mila persone, si creerebbe una sorta di tsunami organico, perché si immetterebbe una fascia consistente di persone di una certa età, che poi traslerebbe nel tempo e nella nostra struttura a tetto impedirebbe di reclutare altri. Per stabilizzare un numero così alto di persone, quindi, occorrerebbe scardinare le Forze armate, ma sono certo che questa non sia la volontà di questa Commissione né del legislatore.
Poiché infatti le Forze armate devono avere idealmente una struttura piramidale, tenuto conto che i 190 mila hanno una vita lavorativa media di 40 anni, la base dovrebbe essere costituita da 10 mila persone. Le Forze armate hanno una serie di categorie e di ruoli, quindi necessitano di ordinate immissioni e uscite, perché teoricamente la linea ideale sarebbe un rettangolo il cui vertice è zero e la cui base è circa 10 mila.
Poiché si è passati da un sistema di leva ad uno professionale in tempi abbastanza brevi, perché la sospensione della leva è avvenuta in cinque anni - era prevista per il 2007 ma è stata anticipata al 2005 - e la legge stessa prevede un transitorio al 2020, ci si trova ancora in una fase di stabilizzazione dei ruoli e si constatano


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eccedenze per circa 42 mila unità. La somma dei marescialli e degli ufficiali è pari a 42 mila unità, cui corrispondono 42 mila carenze nelle categorie dei sergenti in servizio permanente e della truppa. Il problema degli esuberi, collegato soprattutto ai marescialli e agli ufficiali, è frutto di tassi di alimentazione molto più alti, che corrispondevano ad un più numeroso modello del passato. Il tasso di alimentazione teorico medio è dato dalla consistenza del ruolo diviso l'età media di durata in quel ruolo, a parte le eventuali fuoriuscite, che sono percentuali piccole.
Il passaggio da un modello di una certa consistenza ad un altro implica spesso - in questo caso, in ordine alle categorie dei marescialli - un notevole esubero rispetto al modello che le Forze armate e il Parlamento hanno definito.
Si creerebbe un secondo effetto di questo tipo se, invece di promuovere processi di immissioni ordinate - tra ufficiali, sottufficiali e truppa un'alimentazione ordinata è costituita da circa 2 mila persone l'anno -, si ipotizzasse l'immediata immissione di 30 mila persone, la cui collocazione in ruoli permanenti richiederebbe 20 anni provocando un problema di ingestibilità, perché quelli stabilizzati subito godrebbero di certi diritti, mentre altri non sarebbero ancora stabilizzati e maturerebbero diritti anche rispetto ai loro colleghi nel frattempo inseriti. La situazione diverrebbe quindi ingestibile, indipendentemente da qualunque valutazione politica.
Un effetto certamente non positivo si è avuto in seguito al taglio imposto dalla finanziaria al reclutamento. Al contrario di quanto sostenuto in alcuni atti del sindacato ispettivo, esso ha avuto infatti un impatto apportando un taglio alle risorse destinate al personale. La nostra è una struttura sostanzialmente «a scatola chiusa», con esuberi di marescialli e ufficiali, categorie che pesano economicamente, per cui, per mantenere il tetto dell'invarianza della spesa prevista dalla legge, l'aumento delle categorie deve essere compensato finanziariamente. Se aumenta quindi il numero di unità degli ufficiali, è necessario ridurre un equivalente numero di sottufficiali, e, qualora l'ufficiale costi il doppio del sottufficiale, ridurre il numero di due unità, perché l'invarianza non è solo numerica ma anche finanziaria. Il taglio delle risorse quindi ha causato la riduzione dei reclutamenti, e quindi, tenuto anche conto dell'esubero nei ruoli superiori, la minore possibilità per quelli a ferma prefissata di accedere ai ruoli del tempo permanente, in quanto si assiste ad una situazione di blocco. Se si vuole - come ritengo doveroso - salvaguardare la struttura delle Forze armate, è fondamentale considerare come si rimanga in servizio permanente mediamente per 40 anni, e quindi come agire su alcuni meccanismi implichi subirne le conseguenze.
La famosa onda d'urto dei marescialli è proprio quella, per cui sarà necessario prendere provvedimenti di esodo agevolato. Dalla struttura dei marescialli distribuiti per anni di servizio, si evidenzia come intorno agli anni 2025-2030 ci sarà un grosso picco, dopodiché andranno via. Naturalmente, non è previsto che vadano via prima come esodo naturale, ma potrebbero essere presi provvedimenti di agevolazione degli esodi, come previsto nella legge sul servizio professionale, in cui era stata inserita la cosiddetta norma Lavagnini, che prevedeva agevolazioni a cinque anni dal limite di età. Naturalmente, tale norma prevedeva un finanziamento, che non c'è stato, di conseguenza anche quell'unica disposizione che avrebbe agevolato l'uscita oggi è talmente sottofinanziata che consente l'uscita di 300-400 persone all'anno che aderiscono all'esodo volontariamente. È necessario considerare infatti due aspetti, la volontarietà e il finanziamento. Molti potrebbero anche non voler aderire, pur essendo nella condizione di farlo.
Se si vuole intervenire in favore del personale in ferma prefissata e per il bene della struttura delle Forze armate senza distruggere tutto, occorre agire piuttosto sulle norme riguardanti gli esuberi, mandando via le persone in eccedenza e creando spazio per i ruoli. Nella truppa in servizio permanente esiste infatti uno spazio,


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perché tale ruolo non esisteva, per cui occorre tempo per alimentarlo. È necessario quindi predisporre queste norme e quantomeno ripristinare i finanziamenti dei normali reclutamenti, affinché consentano uno spazio maggiore per coloro che sono a tempo determinato.
Esprimo queste considerazioni con piena onestà intellettuale, significando che le Forze armate sono un sistema complesso, per cui, se nel modificare alcuni meccanismi non si presta attenzione all'insieme della macchina, si può produrre un beneficio immediato per una percentuale ristretta di persone e arrecare un danno grave a tutto il resto. Anche perché, ad esempio, abbiamo bisogno ogni anno di 30 o 40 ufficiali ausiliari in ferma prefissata da passare in servizio permanente, e a questa possibilità accedono anche i marescialli. Per questo stesso ruolo speciale degli ufficiali in servizio permanente esistono due i bacini di alimentazione: i marescialli e gli ufficiali ausiliari in ferma prefissata. Stabilizzare questi in primo luogo significherebbe danneggiare gli altri, in secondo luogo, immettendone un numero ben al di sopra delle immissioni ordinate di 30-40 persone all'anno, implicherebbe un blocco, imponendo di non assumere nessuno nei prossimi anni e di congelare il ruolo permanente, perché il ruolo degli ufficiali è già in eccedenza. Tutto il meccanismo sarebbe fortemente perturbato.
Le Forze armate, infatti, sono un meccanismo delicato. Al di là del problema della stabilizzazione, ho già rilevato in questa Commissione il problema del loro riequilibrio strutturale, che, con l'attuale situazione di bilancio, è messo seriamente a rischio. Altre misure che ulteriormente aggravassero la situazione oltre a non essere, da una lettura puntuale di tutte le norme della finanziaria, giuridicamente corrette, correrebbero il rischio di stravolgere tutto il sistema in maniera irrecuperabile. Grazie.

PRESIDENTE. Ringraziamo il Capo di Stato maggiore della difesa, ammiraglio Di Paola.
Do ora la parola ai deputati che intendano formulare domande o chiedere ulteriori chiarimenti.

LIONELLO COSENTINO. Le considerazioni svolte dall'ammiraglio Di Paola sono molto interessanti e convincenti. Rimane da valutare però se i processi naturali riguardanti quest'onda di persone attualmente in servizio, soprattutto nel ruolo di marescialli, possano essere facilitati giungendo rapidamente a un'organizzazione del sistema della Difesa maggiormente legata alle sue esigenze piuttosto che al passato storico di ruoli riempiti nel corso degli anni.
Nella pubblica amministrazione esistono meccanismi di mobilità intersettoriale, per cui mi chiedo se, in presenza di vuoti d'organico e di esigenze di amministrazioni diverse - ruoli di ufficiali di polizia giudiziaria presso i tribunali, o funzioni di pubblica sicurezza più di tipo amministrativo che di tipo operativo -, non sia possibile realizzare un progetto guidato di mobilità, che consenta di utilizzare al meglio le risorse umane oggi presenti.
A questo fine, vorrei domandare se sia stata effettuata un'analisi dei percorsi professionali successivi all'attività di ferma breve o prolungata, ovvero dei contratti a tempo determinato, se quindi per quanto concerne gli ufficiali e i sottufficiali che abbiano svolto quest'esperienza nell'esercito e siano poi ritornati ad attività professionali diverse si posseggano dati riguardanti la successiva occupazione, l'accesso magari in carriera di pubblica sicurezza o di altro tipo.
Anche ispirandosi a studi e a valutazioni di questo genere, vorrei capire, poiché siamo ancora in una fase preliminare, se non sia possibile ipotizzare una soluzione per cui, senza ledere i diritti dei lavoratori, si possano utilizzare questi lavoratori nel modo migliore per lo Stato.

MAURO BETTA. Molto rapidamente, sono grato all'ammiraglio per le sue considerazioni, però in merito al modello a 190 mila militari la Commissione ha


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aperto una riflessione e in tale ambito abbiamo potuto effettuare confronti con altri modelli europei, in particolare con quello francese.
In questa sede, è emerso come il modello francese sia simile rispetto alla nostra situazione attuale per quanto riguarda la composizione degli ufficiali, dei sottufficiali, dei marescialli e dei militari di truppa, mentre sarebbe molto distante per quanto riguarda il nostro obiettivo.
Questo mi ha colpito perché vorrei evitare che, esaminando concretamente le situazioni attuali di altre forze armate di paesi occidentali, quelle che consideriamo situazioni da superare rappresentassero invece la norma anche all'interno di altri eserciti. Vorrei chiedere dunque se esistano confronti di questo tipo e se questi dati siano a conoscenza dell'ammiraglio.
Più volte lei ha giustamente sottolineato come le Forze armate siano un'organizzazione delicata e anche molto complessa. Vorrei sapere esattamente con quali modalità venga organizzato il settore delle risorse umane che, non solo nelle organizzazioni militari, ma in tutte le organizzazioni, è oggi considerato il centro del know how di ogni struttura. In particolare, per quanto riguarda le politiche di motivazione, molto importanti sia per chi appartiene alla categoria del personale permanente, sia per chi è in ferma prefissata, vorrei conoscere quali siano queste politiche e se esistano modalità con le quali l'esercito segua le persone congedate dal servizio e rientrate nella società.
Oggi tutte le imprese moderne si preoccupano di questo aspetto e la modernità, la capacità di innovazione e di gestione del know how inteso come risorsa del personale nelle organizzazioni che si occupano di attività economiche vengono interpretate sulla base di questi presupposti e alla luce della possibilità di seguire il proprio personale che abbia completato il servizio e di considerarlo un testimonial presso altre imprese o altre società.
In tempi moderni, in cui si riflette in modo europeo, si rivela necessario considerare questo tipo di rapporto e valutare come questa struttura delicata e complessa possa arricchire sia l'organizzazione istituzionale di un Paese, sia le imprese in cui i soggetti formatesi nell'esercito completeranno il proprio percorso lavorativo.
Desideravo aggiungere queste due considerazioni, ringraziando ancora l'ammiraglio Di Paola per i dati forniti.

GIUSEPPE COSSIGA. Questa audizione nasce da un problema specifico che riguarda alcune centinaia di ufficiali e che viene affrontato dal Parlamento avendo ben chiari i problemi delle persone coinvolte, ma spesso in maniera avulsa rispetto al contesto generale.
Da quanto l'ammiraglio ha affermato anche nel corso di altri incontri, tale difetto di non considerare i problemi in maniera globale appare particolarmente grave nel dibattere delle Forze armate.
Più volte è stato ribadito come le decine di migliaia di esuberi, in particolare della tipologia dei marescialli, difficilmente troveranno soluzione qualora se ne occupi esclusivamente questa Commissione, o lo si ritenga compito del Ministero della difesa o dell'amministrazione militare.
Si tratta infatti di un problema specifico dell'amministrazione militare, che coinvolge però 39 mila persone in tutto il paese, per cui è necessario individuare una soluzione in un contesto più ampio con mobilità all'interno di altri sistemi.
Oltre a questo punto correttamente sollevato, lei, ammiraglio, mi induce ad un'altra considerazione quando afferma che i vincoli posti dalla legislazione sono estremamente rigidi. Si rilevano infatti vincoli economici sulle risorse e vincoli sulla forma della piramide stabilita dalla legge, che è stata forzata, tanto da perdere la forma di piramide, con 139 mila marescialli e una base ridotta.

FILIPPO ASCIERTO. È una botte!

GIUSEPPE COSSIGA. La legge ha quindi creato una piramide e imposto alle Forze armate di stipare tutto al suo interno.


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Un problema di ottimizzazione da risolvere in presenza di alcuni vincoli estremamente rigidi può però anche non trovare soluzione, come accade molto spesso. Quando questo accade, bisogna rilasciare dei limiti. Spesso si propone dunque di trovare un altro sistema se quello a 190 non funziona, ma fissarlo a 160 mantenendo la forma piramidale non cambia molto; ci si limita a rendere più piccola la piramide e a trovare la soluzione nel 2027 anziché che nel 2038.
Dal suo punto di vista e per quanto di sua stretta competenza, vorrei sapere quali siano i vincoli che rendono più complessa e lontana la soluzione, se i vincoli di modello, i vincoli della forma, i vincoli sulla fuoriuscita, quelli finanziari specifici come quello dell'ultima finanziaria o i finanziari globali. Se si identificano i vincoli più gravi, il Parlamento potrà lavorare solo su quelli, senza limitarsi a passare dal modello a 190 a quello a 160 correggendo i numeri e rimpicciolendo la piramide.

FILIPPO ASCIERTO. Ringrazio l'ammiraglio Di Paola, dal suo discorso conclusivo ho potuto intuire tutto il resto. L'onorevole Cossiga ha anticipato alcune domande che intendevo porre.
Siamo giunti alla sua audizione dopo aver discusso alcune risoluzioni in Commissione e, nell'affrontare il problema degli ufficiali in ferma prefissata, ci siamo addentrati negli organici delle Forze armate individuando nodi che devono assolutamente essere sciolti e riguardano i contenitori dei ruoli.
Lei ha rilevato come sia impossibile ipotizzare per gli ufficiali in ferma prefissata un passaggio complessivo in un ruolo che potrebbe essere ad esaurimento, speciale o tecnico, perché si precluderebbero possibilità ai marescialli ed anche a futuri concorsi per un ruolo effettivo permanente.
È necessario dunque risolvere il problema. In questi ultimi anni, ci si è avvalsi di alcune figure attraverso forme concorsuali molto severe, ovvero di elementi preparati sotto il profilo culturale e professionale, addestrati e impiegati all'interno delle organizzazioni militari. Il concorso da essi vinto, però, era per una ferma prefissata e, una volta scaduto il termine, sono stati congedati.
Nell'arma dei Carabinieri si sono verificati altri meccanismi, ma non so se lei abbia affrontato la questione...

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Non l'ho affrontata, ma se vuole la affronto dopo!

FILIPPO ASCIERTO. Perfetto. Anche per l'organizzazione dei concorsi abbiamo utilizzato risorse che avremmo potuto risparmiare ed investire sugli uomini. Ritengo che, se questi uomini non servono o servono esclusivamente figure giovani al livello più basso nell'organizzazione dell'istituzione, sarebbe stato opportuno comunicarlo nel momento del passaggio al servizio professionale, e specificare a questi giovani che hanno intravisto una possibilità di carriera la mancanza di prospettive nel prosieguo del loro percorso.
Si obietterà che queste informazioni sono contenute nel bando di concorso a cui hanno partecipato, e potrebbe essere una risposta, però i trattenimenti e l'aver raggiunto tre anni, aspetto che non riguarda solo l'Esercito, ma la Marina...

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Nelle Forse armate classiche, in senso tradizionale, riguarda in particolare la marina.

FILIPPO ASCIERTO. Non so se abbiano superato i tre anni.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Il bando riguarda contratti a termine della durata di tre anni, rescindibili ogni dodici mesi.

FILIPPO ASCIERTO. Poiché questo Governo ha a cuore il precariato, non è possibile considerare diverso il militare rispetto alla stabilizzazione di tutto un mondo che merita attenzione.


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Desideriamo quindi sapere se si intenda stabilizzare queste persone, giacché si è investito nella loro formazione, hanno partecipato alla vita delle istituzioni, alcuni a missioni internazionali, altri - soprattutto nell'Arma dei carabinieri - sono stati inseriti in settori delicati ed importanti come la lotta al crimine. Conosco persone che hanno contrastato la mafia in Sicilia e che oggi, all'esterno, sarebbero costrette da civili a testimoniare contro i mafiosi. Desideriamo pertanto sapere in che modo sia possibile stabilizzare questi ufficiali, magari anche prevedendo un ruolo ad esaurimento, un extraorganico. Occorre dunque un impegno economico in finanziaria. Questo potrebbe essere un impegno da assumere insieme, come Commissione e come istituzione.
Per quanto concerne il modello a 190 mila unità, esiste un forte esubero di marescialli, cui però si potrebbe ovviare attraverso lo slittamento pensionistico, la mobilità nel pubblico e l'utilizzo anche in settori importanti della Difesa, non solo militari ma anche civili. Non si capisce perché occorrano dieci anni per ottenere il riconoscimento del trattamento pensionistico definitivo. Migliaia di domande sono bloccate. Utilizzando questi esuberi si potrebbero accelerare all'interno della Difesa le pratiche burocratiche ferme. Esistono anche altri settori con questa esigenza in Italia, non solo i 40 mila precari nella scuola. È necessario dunque compiere sforzi per far funzionare istituzioni come quelle delle Forze armate basandosi su un modello prefissato. Vorrei quindi sapere se ritenga possibile seguire le strade della mobilità, dello slittamento di qualche anno sotto il profilo pensionistico, per poter agevolare l'uscita dei marescialli, in considerazione del loro numero così elevato.

ANDREA PAPINI. Ringrazio l'ammiraglio Di Paola per l'illustrazione, che certamente aiuta a capire. Vorrei riassumere quanto ho capito per avere conferma.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Spero di essere stato chiaro.

ANDREA PAPINI. Lei è stato chiarissimo, ma su alcuni aspetti vorrei avere la certezza di aver capito bene, desumendo alcuni aspetti dalle corrette informazioni da lei esposte.
Quando ci riferiamo a una piramide, mi sembra si tratti di due piramidi diverse da mantenere distinte, la piramide dei gradi e quella anagrafica. Le due cose non sono coincidenti, laddove, se invece lo fossero, non avremmo una parte dei problemi. La piramide dei gradi infatti è propria di tutte le situazioni, mentre quella anagrafica invece non è detto che le corrisponda esattamente, ovvero non è detto che non vi sia personale più anziano che svolge ruoli più bassi nella gerarchia, o viceversa personale più giovane con gradi superiori. Mi pare che questa sia la genesi del caso degli ufficiali in ferma prefissata, poiché si rileva una situazione relativamente giovane nell'aspettativa, però in previsione più alta rispetto alla piramide anagrafica. Questo è quanto ho capito.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. È corretto.

ANDREA PAPINI. Inoltre, sempre rifacendosi all'immagine della piramide, in questo caso quella gerarchica, nell'ipotizzare la possibilità di produrre un modello non con 190 mila unità, ma più ridotto, seppur di poco, si avverte un problema di complessiva sostenibilità finanziaria dell'intero modello, non certamente la soluzione dei problemi, che, come correttamente rilevato dall'onorevole Cossiga, per certi versi si aggraverebbero.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Certo!

ANDREA PAPINI. Rimanendo all'immagine grafica, forse il modello ideale della base della piramide oggi sarebbe di 70 contro 30 per quanto concerne la parte relativa alla truppa, mentre adesso abbiamo 30 contro 60-70, però in modo diverso rispetto alla professionalizzazione, ovvero una base che per un terzo soltanto


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è di piena professionalizzazione e per il resto lo è presumibilmente di meno. Il problema consiste quindi nell'adeguare la qualità della piramide, soprattutto nella sua base, e non nell'aggiustarne le dimensioni.
Questo è quanto ho colto dalla sua interessante illustrazione. Vorrei avere un riscontro per valutare se siamo sulla strada giusta.

PIERFRANCESCO EMILIO ROMANO GAMBA. Vorrei innanzitutto scusarmi con l'ammiraglio Di Paola per non aver potuto ascoltare la prima parte del suo intervento, che leggerò. Mi scuso quindi qualora parte della domanda sia stata toccata nella sua esposizione.
Ricollegandomi a quanto già ribadito dai miei colleghi, in questo momento ci stiamo concentrando sull'ambito degli ufficiali in ferma prefissata e su alcune situazioni legate a questa tipologia di ufficiali, che hanno dato la stura ad una serie di interventi rappresentanti preoccupazioni diversificate nell'ambito della Commissione. Forse già in un'altra sua audizione avevamo accennato alla necessità di riconsiderare il ruolo degli ex ufficiali di complemento nella nuova veste delle Forze armate professionali, con prospettive anche di periodo meno limitato.
Vorrei porle dunque alcune domande relativamente alle sue valutazioni in prospettiva, al di là dei vincoli che attualmente ci costringono in numeri predeterminati, radicalizzando il discorso. Vorrei sapere se a suo giudizio questi ufficiali in ferma prefissata abbiano una funzione, se le Forze armate italiane, nel modello che ora si sta definendo, avranno necessità di fruire di una riserva, di un bacino temporaneo a cui attingere per determinate esigenze, in ordine alla maggiore o minore duttilità o modularità dei numeri in campo. Personalmente, ritengo di sì, però vorrei che queste valutazioni, che possono sembrarci scontate, trovassero supporto in chi ha il compito di condurre questa complessa macchina.
Nell'ambito del contingente, per quelle che sono e saranno le necessità delle Forze armate, vorrei sapere se sarebbe più opportuno che gli ufficiali del servizio permanente, per i compiti e le funzioni che dovranno svolgere, provenissero più dai ruoli marescialli o da ruoli di ufficiali in ferma prefissata, o perlomeno in quale percentuale. Attualmente con ogni probabilità - le domando conferma di questo - il fatto di poter attingere maggiormente dai ruoli marescialli potrebbe contribuire a diminuire l'attuale surplus di 39 mila marescialli trasferendoli nella parte superiore, riferita agli ufficiali.
Vorrei sapere però se questa sia una condizione da ritenere legata a situazioni contingenti per tutti i vincoli citati dall'onorevole Cossiga o invece una cosa opportuna in relazione alle funzioni, ai compiti e ai ruoli effettivi che questo personale deve svolgere, e magari anche con quali differenze in termini economici, perché, al di là della complessa contingenza legata a questi numeri che tornano parzialmente, è necessario riflettere in termini di prospettiva.
Anche dal punto di vista economico, quindi, non è indifferente considerare se in termini di confronto costi-benefici sarebbe più opportuno avere più ufficiali in ferma prefissata, seppur per un tempo limitato, che marescialli, anche per quanto riguarda i costi di addestramento e di formazione.
Se anche lei ritiene in prospettiva che le Forze armate abbiano comunque necessità di ufficiali in ferma prefissata, concordo con l'onorevole Ascierto sulla necessità di rendere ancora più esplicito per coloro che fanno questi corsi e che prestano quel servizio in un tempo prefissato che soltanto una quota potrà eventualmente accedere al servizio permanente. Tuttavia, sarebbe anche necessario, come tante volte ribadito riguardo alla previsione di incentivi per il passaggio di personale di truppa per un periodo nelle Forze armate, trovare un modo perché essere stato ufficiale in ferma prefissata nelle Forze armate divenga un elemento qualificante, in modo da incentivare questo


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tipo di esperienze limitate e senza aspettative di transito nel servizio permanente. Non so se mi sono espresso...

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Sì, è stato molto chiaro.

PRESIDENTE. Secondo quanto deciso in ufficio di presidenza, avevo chiesto all'ammiraglio Di Paola di non trattare esclusivamente il problema degli ufficiali in ferma prefissata, ma di ampliare l'esposizione, perché stiamo affrontando il discorso della quota di flessibilità o di precarietà che è connaturata alle esigenze dello strumento ed al fatto che debba essere configurato in un certo modo.
Mentre il problema dei marescialli risulta evidente, condivido quanto affermato negli interventi degli onorevoli Cossiga e Papini in merito all'esigenza di un intervento che non può riguardare esclusivamente questa Commissione. Rispetto al futuro, affinché non si creino fraintendimenti - che probabilmente, più che dal bando di concorso, possono essere sorti dall'errata interpretazione della norma della finanziaria - ritengo interessante individuare la quota di flessibilità, per quanto riguarda sia complessivamente la truppa sia gli ufficiali. La domanda rivolta dall'onorevole Gamba riguardava infatti questa figura che continua a servire, per capire in che quantità e come normarne l'accesso.
Altro discorso, degno di attenzione e sempre difficile da affrontare, è quello dell'onorevole Cosentino rispetto all'esigenza di garantire che in questa struttura un certo numero di persone compia una esperienza a termine per poi rientrare in altre tipologie di lavoro. Quando si dibatteva sull'anticipo dell'abolizione della leva obbligatoria, ci si è chiesti se fosse necessario prevedere l'obbligatorietà di aver svolto il servizio militare presso i Carabinieri, la Polizia e i Vigili del fuoco o inserire incentivi per cui questa esperienza consentisse di accedere ad agevolazioni.
Anche questa parte deve essere esplorata, perché l'ammiraglio ha tenuto a sottolineare il problema del taglio del reclutamento, problema sia di funzionamento complessivo, perché vengono immessi meno giovani, che di appeal della Forza armata, perché un rigido vincolo temporale può costituire un elemento di difficoltà rispetto agli arruolamenti che finora si sono succeduti senza problemi.
È una situazione abbastanza complessa, per cui mi sembrava utile avere un quadro complessivo e non affrontare esclusivamente uno dei problemi, quello affrontato nelle risoluzioni.
Do la parola all'ammiraglio Giampaolo Di Paola per la replica.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Cercherò di rispondere in maniera chiara ad una problematica non sempre di facile lettura.
Il problema sollevato dall'onorevole Cosentino si ricollega a molti altri quesiti. Il modello professionale con la legge n. 331 del 2000 implicava un'esplosione della spesa del personale, perché è inevitabile una progressione dei costi passando a un modello professionale, se non lo si riduce ad un decimo della dimensione, passando da un modello a 250 mila ad un modello a 25 mila, scelta irragionevole per un paese come l'Italia. Furono quindi inserite risorse prevedendo i maggiori costi del professionale nonostante la riduzione quantitativa - importante ma relativa - del 30 per cento. Se si voleva andare ad una situazione ad «invarianza zero», probabilmente si sarebbe dovuto ridurre del 200-300 per cento, cosa non compatibile al di là del fatto che il tempo di smaltimento darebbe stato infinito (quarant'anni).
Era stata indicata la possibilità di variare le categorie, però compensando, ovvero facendo in modo che gli eventuali 250 ufficiali in più economicamente fossero compensati non da 250 in meno, bensì da 500 o 750, a seconda del rapporto tra ufficiale e truppa. Il legislatore, preoccupato, aveva quindi raccomandato una flessibilità che tenesse conto di questo. Aveva però previsto taluni meccanismi per accelerare la transizione; infatti, sottoalimentando si giunge al modello cosiddetto «con


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esodo naturale» nel 2030; se viceversa si procede con i moduli ideali ci si arriva nel 2035.
La legge aveva previsto dunque questi meccanismi, come quello, successivo ai cinque anni, degli esuberi, le norme che tutti avete citato e che ci trovano concordi, ovvero meccanismi esterni alla Difesa, che prevedevano la mobilità verso altre amministrazioni dello Stato (nella sua accezione più ampia), perché il sistema non poteva essere autoreferenziato.
Tutto ciò, però, non si è verificato perché la norma Lavagnini non è stata alimentata, la mobilità teorica non si è realizzata perché tutte le altre amministrazioni non hanno dimostrato nessuna disponibilità ad accogliere...

DONATELLA DURANTI. Tutte le altre amministrazioni...

ELETTRA DEIANA. Hanno i loro precari ...

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Sì, hanno i loro precari. Questa mobilità era puramente teorica; quindi non si è realizzata, non c'è stata nessuna disponibilità dello Stato e della pubblica amministrazione in senso lato, inclusi gli enti locali, e siamo in presenza di un sistema modificabile solo all'interno, nell'ambito del travaso naturale da una categoria all'altra e da questa all'uscita.
Come è stato giustamente rilevato, questo problema non si risolve soltanto all'interno dell'amministrazione della Difesa nazionale, se non nel 2030.
Abbiamo compiuto studi, ed esistono anche grafici, alcuni dei quali contenuti anche nel documento su cui ho basato la mia esposizione, che evidenziano come nel 2035 saremo ragionevolmente in quell'ambito.
Abbiamo dunque ipotizzato varie forme per agevolare l'evoluzione, compreso anche l'eventuale transito di alcune categorie - in particolare quella dei marescialli, non soltanto perché più numerosa ma anche perché dotata di caratteristiche adeguate - verso il ruolo del personale civile della Difesa.
Questo in teoria, come diceva l'onorevole Ascierto, perché in pratica le organizzazioni sindacali della Difesa sono contrarie. Nella realtà, quindi, l'evoluzione non è perseguibile, e, poiché tutti ribadiscono la necessità di uscire, diventa fondamentale un aiuto perché da soli emergeremo da questa situazione nel 2035.
Oggi, per regolare il sistema, possiamo solo calibrare - e qui rispondo alla domanda dell'onorevole Cossiga - le immissioni evitando di esasperare le situazioni di sovrabbondanza.
Questa è l'unica arma in nostro possesso, ma essa richiede tempi lunghissimi. Mediamente, con questi numeri per un'alimentazione ordinata dovremmo immettere in servizio permanente 2 mila persone, per cui, per stabilizzare 30-40 mila persone occorrerebbero 20 anni! Abbiamo dunque bisogno che il legislatore ci aiuti ad allargare il sistema, altrimenti non ne verremo fuori.
L'onorevole Betta citava il modello francese, abbastanza simile al nostro.

PRESIDENTE. Chiedo scusa, ammiraglio, la interrompo per comunicarle che, dovendo intervenire in aula per un question time, mi assenterò brevemente. Lascio pertanto la presidenza all'onorevole Deiana.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ELETTRA DEIANA

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Siamo vicini al modello francese perché la Francia è affine a noi in molti aspetti della struttura sociale ed anche della cultura. Quello che però risulta simile al modello francese è la struttura ideale, non la situazione attuale, che è sensibilmente diversa. Non è marginale, tra l'altro, il bilancio della Difesa francese. Siamo simili quindi unicamente per quanto concerne un aspetto.
Per quanto riguarda le considerazioni dell'onorevole Betta, le politiche delle risorse


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umane costituiscono un problema fondamentale. Con una cultura del modello di leva in cui la certezza della risorsa umana a bassissimo costo è assicurata, l'attenzione alla politica della risorsa umana risultava limitata, mentre oggi noi militari dobbiamo competere sul mercato per avere un'offerta valida e assicurare al nostro personale una crescita professionale ed anche un'uscita, laddove sia possibile, non solo uno sbocco obbligato nel servizio permanente, che in Italia porta fino a circa 60 anni, a seconda del grado. È quindi necessario creare condizioni per uscire, ma questo deve essere garantito dalla legge. Se si stabilisse di stabilizzare tutti in servizio permanente, nessuno uscirebbe mai - eccetto rari casi in cui esistano un'offerta particolare o una professionalità tali da giustificare un abbandono -, perché tutti sono incentivati a scegliere uno stipendio fisso.
Il percorso professionale è invece relativo alle motivazioni, alla possibilità di far crescere l'individuo in forme di impiego che lo stimolino professionalmente, come accade a molti. Esiste inoltre anche il percorso di crescita culturale e professionale - inizialmente realizzato per gli ufficiali, ma adesso anche per i sottoufficiali - della cosiddetta educazione continua, che non è solo uno slogan, ma una realtà. Il nostro personale segue percorsi formativi e di crescita, che gli consentono anche di accedere a ruoli prima impensabili. Oggi, come avviene in altre Forze armate del mondo, esistono sottufficiali che ricoprono ruoli di capo squadra, di capo plotone, prima destinati solo al giovane tenente.
Per quanto riguarda il rientro, l'amministrazione ha voluto che venisse creata una direzione generale apposita per il reinserimento del personale militare nella società, che è legato al momento in cui si decide di reimmetterlo, laddove reimmettere il giovane dopo due anni differisce dall'immettere nuovamente il professionista dopo sei anni o il maresciallo dopo venti anni di carriera.
Si rilevano quindi realtà molto diverse, ma è stata creata una direzione generale apposita che da qualche anno muove i primi passi, prendendo anche qualche «musata» perché, pur essendo innumerevoli gli accordi raggiunti con tutte le organizzazioni del lavoro per corsi di formazione, che abbiamo realizzato affinché ogni soggetto avesse la possibilità di accesso nel mondo del lavoro, tutto questo non garantisce alcuna certezza.
Garantire la formazione, la preparazione per poter essere reinserito nel mondo del lavoro non significa infatti assicurare il ricollocamento, l'occupazione. Una cosa sono i percorsi formativi, una cosa sono le intese di categoria, altra cosa è la collocazione al lavoro. Esistono aziende che si occupano di collocazione al lavoro, ma chiedono 50-70 mila euro per ogni posto di lavoro! Sono oneri importanti. Dico questo per sottolineare la complessità del problema.
Per quanto riguarda le osservazioni dell'onorevole Cossiga, il segreto è la mobilità. Il nostro sistema è il più rigido di tutti, forse per la nostra struttura sociale e culturale. Se non solo l'onorevole Ascierto, ma anche altri affermano la necessità di stabilizzare queste figure, si evidenzia come dalla stabilità del lavoro si debba passare alla stabilità del posto di lavoro. Esistono altri modelli sociali che implicano la stabilità del lavoro, ma non del posto, laddove invece nel nostro paese il problema della mobilità è culturalmente poco sentito.
Il primo grosso vincolo è dunque costituito dal nostro modello sociale e culturale relativo alla stabilità della posizione lavorativa, mentre il secondo è legato ai vincoli che non consentono di agevolare la fuoriuscita dal nostro modello. Siamo bloccati, perché non abbiamo strumenti, o, quando siano citati normativamente, di fatto non sono attuabili.
Condivido solo in parte le considerazioni dell'onorevole Ascierto, riallacciandomi anche a quanto affermato dall'onorevole Gamba. Per quanto riguarda la ferma prefissata, su cui soprattutto s'impernia il loro intervento, non è affatto vero che a queste persone siano state fatte promesse, laddove eventualmente la confusione


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è scaturita dalla legge finanziaria, che ha generato il fraintendimento, perché era scritto nei bandi di concorso e riportato nei contratti che sarebbero stati garantiti l'ingresso, un certo numero di anni di servizio e poi, per coloro che lo volessero e lo meritassero, la prospettiva di accedere, ma unicamente per una percentuale, non per la totalità. Si è sempre trattato infatti di un'aliquota pari al 20 per cento. È infatti necessario alimentare il ruolo ufficiale anche in maniera ordinata.
È stato citato il ruolo ad esaurimento, che certamente costituisce un meccanismo, ma che non consideriamo davvero con entusiasmo, perché ha rappresentato una sofferenza, non un modello da seguire. Personalmente, non ritengo si tratti di personale superspecializzato, che abbia seguito corsi durissimi e vissuto una vita di sacrifici, ora allontanato, perché la formazione di un ufficiale in ferma prefissata è molto minore di quella di un ufficiale in ruolo permanente, che impiega sei anni per diventare ufficiale. Si tratta invece soprattutto di diplomati che accettano di prestare servizio per un certo numero di anni perché lo ritengono utile per crescere professionalmente, immettendosi poi nella vita civile o militare.
Non escludo alcuni casi, quali quelli da lei citati, onorevole Ascierto, di persone effettivamente meritevoli, ma esistono i concorsi e quelle persone hanno titoli particolari per diventare ufficiali. Per agevolare o comunque per riconoscere debitamente i meriti di due o tre persone che abbiano lavorato alla Digos di Palermo, non si può effettuare una stabilizzazione di massa! Su questo vi prego di soffermare la vostra attenzione.
D'altra parte, esistono processi di travaso per le professionalità che lo vogliano, laddove non è un desiderio unanime. Con particolare riferimento ai Carabinieri, tema che sta particolarmente a cuore all'onorevole Ascierto, i prolungamenti sono dovuti anche al fatto che nelle varie finanziarie siano state inserite apposite norme dal mondo della politica, sensibile a certe istanze, mentre ora ci si accusa di volerli mandare via! Questo non mi sembra un modo corretto di interpretare l'accaduto, perché dopo la ferma li avremmo congedati, laddove invece sono stati adottati meccanismi per poi imporre di tenerli. Ritengo giusto riconoscere questo aspetto per effettuare un'analisi corretta.
L'onorevole Papini ha giustamente rilevato come esista una piramide anagrafica e una piramide organica, e come quest'ultima nel caso nostro abbia assunto quasi la forma di una botte, perché ereditiamo una situazione che cerchiamo di riportare a una piramide organica.
Esistono ufficiali in ferma prefissata di 22-24 anni, però non c'è dubbio che anche la piramide organica legata ai ruoli tende ad essere una piramide in cui ai ruoli più alti di specializzazione corrispondono numeri diversi. Quindi dovrebbe essere una ziggurat a gradoni con molta truppa, meno sergenti, meno marescialli, meno ufficiali. In particolare nel ruolo ufficiali si rileva un'anomalia, giustificata dalla realtà di tutti paesi, per cui gli ufficiali costituiscono la testa che tende ad avere rispetto alla massa un rapporto più alto. Anche nelle unità operative è quella che pensa ed ha la massima densità; inoltre i ruoli ufficiali possono essere impiegati in tutti i contesti internazionali in Europa, nella NATO, all'ONU, in tutte le organizzazioni, e quindi c'è una densità maggiore rispetto a quella che teoricamente...

ANDREA PAPINI. Mi scuso con i colleghi per questa interruzione, ma vorrei capire soprattutto se le esigenze operative richiedano un insieme di ufficiali giovani.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Richiedono immissioni di ufficiali giovani, come garantiamo ogni anno con i concorsi ordinari. Nelle accademie per gli ufficiali e nelle scuole per i sottoufficiali, che andate a visitare e appaiono tra le istituzioni migliori del nostro paese, anche professionalmente, ogni anno vengono immessi circa 500 giovani, che studiano per sei anni per ottenere una laurea.
Naturalmente, il ruolo per il personale in ferma prefissata è stato creato come


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complemento flessibile - sono soli nove mesi rispetto ai sei anni - per consentire l'accesso di persone meno formate per lo svolgimento di funzioni meno qualificate. Esiste quindi uno spazio valido; una parte accede al ruolo permanente, in una piccola aliquota del 3-5 per cento, perché normalmente si ha bisogno di una transizione di 30 o 40 l'anno. Se invece si dovesse stabilizzare per cinquant'anni, non si potrebbe assumere più nessuno e, avendo anche un ruolo di ufficiali in diminuzione, sarebbero esclusi soprattutto quelli in servizio permanente. Non desidero esprimere giudizi, ma suggerisco di stabilizzarli altrove, per non sfasciare tutto. Vi ringrazio.

LIONELLO COSENTINO. Vorrei insistere su un quesito specifico che ritengo interessante e utile. Non è certamente compito della Difesa, ma sarebbe importante come Commissione approfondire con il Governo se esistano nella nostra amministrazione le condizioni per uno specifico, mirato, finanziato e incentivato programma di mobilità e di utilizzo di tale personale.
Mi parrebbe utile valutare attentamente con il Governo tale opportunità, non soltanto nel campo della Difesa.
Riportavo l'esempio delle difficoltà denunciate dai magistrati per l'assenza di personale nei tribunali. Non propongo nessuna valutazione tecnica e non mi arrogo il diritto di suggerire cosa debba essere fatto, ma desidero sentire il Governo perché eventualmente dica che non si può fare nulla, nel qual caso sarà necessario prenderne atto.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Ovviamente non posso rispondere per il Governo, ma posso dire che l'Amministrazione della difesa...

PRESIDENTE. Vorrei ricordare che questa è l'audizione del capo di Stato maggiore della Difesa, quindi le domande devono essere di natura tecnica e relative alle competenze dell'ammiraglio.

LIONELLO COSENTINO. Premesso che dall'audizione di oggi ricavo l'opportunità di verificare con il Governo un programma finanziato con queste caratteristiche, con la mia domanda, cui non è stata ancora data risposta, e su cui mi permetto di insistere, desideravo sapere se esistano studi da parte della Difesa sul fall-out, ovvero sulle attività scelte dopo il congedo da ufficiali, sottufficiali e militari impegnati in ferma provvisoria di tre o quattro anni, ovvero se esista un dato di base e, qualora non esista, se non sia opportuno valutarne l'utilità per definire un quadro degli ambiti in cui più frequentemente venga spesa una professionalità acquisita nell'esercito.
Chiedevo quindi se esistano ricerche e dati che possiamo utilizzare o, nel caso non esistano, se non sia opportuno intraprendere un'indagine in questo senso.

FILIPPO ASCIERTO. Ritengo interessante quanto affermato dal collega. Abbiamo compreso i problemi perché lei, ammiraglio, è stato estremamente chiaro.
Come Commissione, dobbiamo farci carico di quanto è emerso in questa audizione e investirne il Governo. Personalmente, ho avuto modo di constatare come molti fra questi ragazzi siano laureati. Attualmente si dibatte di stabilizzazione nell'ambito dell'intero mondo del precariato, nella consapevolezza del fatto che portare una stelletta oggi non comporta solo una doppia responsabilità ma, talvolta, è penalizzante.
Anche noi, quindi, dobbiamo politicamente assumerci la responsabilità di occuparci del futuro di questi ragazzi e di far funzionare l'istituzione in base a questa piramide da ricostruire e anche all'anzianità all'interno dei contenitori. Volevo dunque solo ringraziarla.

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Ringrazio lei, onorevole.

PIERFRANCESCO EMILIO ROMANO GAMBA. Lei è stato chiarissimo. Le chiederei solo una precisazione su una parte


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della domanda che non ha ancora toccato. In termini ideali, quindi in prospettiva e non nel contingente, vorrei sapere quale ritenga possa essere il modello da adottare, posti 100 gli ufficiali immessi nel ruolo speciale, quindi provenienti dagli ufficiali in ferma prefissata o dai marescialli.

GIUSEPPE COSSIGA. Esprimo una considerazione, su cui le chiedo un commento, emersa da alcune sue affermazioni, senza però affermare che me l'abbia suggerita.
Sono stati evidenziati due problemi, anche di tipo finanziario. Esiste infatti un problema specifico di alimentazione, legato all'ultima finanziaria, che comunque è generale, come si constata dall'eccessiva percentuale di risorse impiegate per il personale. Poiché quindi il sistema è sottoalimentato in generale, si incontrano difficoltà nell'applicarlo. Una recente aggravante è dovuta all'impossibilità di alimentarlo, con effetti amplificati soprattutto nel lungo termine. Vi è poi un ulteriore problema rappresentato dai 39 mila marescialli in esubero.
Ritengo che il problema più grave, soprattutto nel medio termine, sia costituito da questi esuberi, perché, per arrivare in un tempo ragionevole al regime di un sistema (si valuterà se di 190 o di 160 mila), sarebbe necessaria una iniezione di risorse nel bilancio dello Stato da destinare a marescialli ed ufficiali che implicherebbe una scala estremamente più elevata rispetto alle problematiche del rapporto PIL-spese per la Difesa. Per ovviare a questi esuberi, per sistemare 39 mila marescialli, dunque, sarebbero necessarie rilevanti risorse che bisognerebbe trovare non nel bilancio della Difesa, ma da qualche parte. Se il relativo onere fosse posto a carico del bilancio della Difesa, si avrebbe un improvviso picco, ma sarebbe anche ingiusto. Dopodiché, se sistemassimo questi 39 mila e costruissimo un nuovo modello in cui la truppa più i sergenti fossero 100 mila, i marescialli e gli ufficiali fossero ridotti del 20 per cento, ovvero un modello a 150 mila, anche senza alimentare, alcuni servizi permanenti diventerebbero sergenti, altri invece marescialli, quindi il modello reggerebbe anche mantenendo gli arruolamenti al minimo, in assenza di risorse di bilancio fisse. Anche questo modello ridotto tuttavia rimane in piedi solo sistemando gli esuberi con un intervento finanziariamente pesante. Vorrei conoscere la sua valutazione in merito.

PRESIDENTE. Do nuovamente la parola all'ammiraglio Di Paola per completare la sua replica.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
ROBERTA PINOTTI

GIAMPAOLO DI PAOLA, Capo di Stato maggiore della Difesa. Per quanto riguarda la ripetizione della domanda, onorevole Cosentino, mi scuso di non aver risposto prima. Le statistiche esistono, ma sono poco significative perché attualmente la mobilità dal sistema delle Forze armate è talmente limitata che non appare significativa. I numeri irrilevanti rendono impossibile parlare di statistiche.
La legge, le Forze armate e l'Amministrazione della difesa in senso lato hanno sempre favorito concorsi di mobilità. Come accaduto per la FIAT, è però inevitabile coinvolgere l'esterno, perché è da escludere una mobilità interna, se non da una categoria all'altra, e nei tempi indicati. Questo naturalmente non riguarda quanto il Governo e il Parlamento decideranno.
Non vi è però dubbio che la legge prevedeva meccanismi di mobilità che non si sono concretizzati.
Per quanto riguarda l'osservazione dell'onorevole Gamba, i numeri in gioco hanno un loro significato, ma un rapporto di 60 per cento per i marescialli e 40 per cento per la ferma prefissata sembra esprimere una ragionevole percentuale.
Per quanto riguarda l'osservazione dell'onorevole Cossiga, ritengo sappiate più di me cosa possa significare un esubero di 40 mila persone. In una qualunque organizzazione - industria, Difesa, azienda privata


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o pubblica -, le trasformazioni richiedono iniezioni di risorse per agevolare la transizione, laddove senza risorse la transizione ha tempi lunghi oppure conduce al collasso del sistema. Questo deve quindi essere aiutato, ed entrano in gioco le risorse del transitorio e le risorse del regime. All'onorevole Betta che citava il modello francese vorrei suggerire di considerarlo però nel suo complesso, non soltanto in una sua parte.

PRESIDENTE. Ringraziamo l'ammiraglio Di Paola per aver partecipato all'odierna audizione e per aver favorito con la sua relazione una discussione appassionata e approfondita.
Questa discussione rimanda anche al Parlamento e al Governo una serie di problematiche sulle quali è necessario riflettere e avanzare proposte. Un'audizione di questo tipo ci pone quindi un notevole carico di responsabilità, ma si rivela estremamente utile, evidenziando come sarebbe inopportuno affrontare in Commissione solo una parte del problema, senza inquadrarlo nella sua complessità.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16,10.