COMMISSIONI RIUNITE
V (BILANCIO, TESORO E PROGRAMMAZIONE) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 5a (PROGRAMMAZIONE ECONOMICA, BILANCIO) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta antimeridiana di giovedý 12 ottobre 2006


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA 5a COMMISSIONE DEL SENATO DELLA REPUBBLICA, ENRICO MORANDO

La seduta comincia alle 8,40.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, anche mediante la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione di rappresentanti dell'Istat.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'attività conoscitiva preliminare all'esame dei documenti di bilancio per il 2005-2007, ai sensi dell'articolo 119, comma 3, del regolamento della Camera e dell'articolo 126, comma 2, del regolamento del Senato, l'audizione di rappresentanti dell'Istat.
Do la parola al presidente dell'Istat, Luigi Biggeri - che ringrazio - affinché illustri la sua relazione.

LUIGI BIGGERI, Presidente dell'Istat. Come normalmente fa l'Istat, metto a disposizione dei componenti delle due Commissioni riunite tutto il materiale di documentazione in nostro possesso.
Come voi ben sapete, la manovra contenuta nel documento di programmazione economica e finanziaria prima e nella relazione previsionale e programmatica successivamente prevede l'impegno del Governo a coniugare i tre obiettivi della crescita, del risanamento dei conti pubblici e dell'equità. Non c'è dubbio che gli interventi previsti siano moltissimi, e, se avessimo dovuto verificare l'impatto di ognuno di essi nell'ambito economico e sociale, avremmo dovuto disporre in anticipo di tutte le informazioni di dettaglio, cosa che, purtroppo, in pochi giorni non è stato possibile fare, anche a causa del loro numero. Ovviamente, è sempre possibile ritornare sull'argomento. Tuttavia, mettiamo a disposizione delle Commissioni elementi informativi ed analitici mirati, che consentono di approfondire varie tematiche. Tra queste, in particolare, cito il quadro macroeconomico internazionale italiano, per vedere come si stia sviluppando il nostro sistema e, collegati a questo, le dinamiche del sistema dei prezzi, la distribuzione dei redditi e la povertà in Italia, le misure di incentivazione e facilitazione dell'occupazione femminile, una serie di informazioni statistiche relative a problematiche sociali trattate nel disegno di legge finanziaria e infine il quadro provinciale degli indicatori di dotazione e di funzionalità delle infrastrutture. Abbiamo inserito anche le ultime pubblicazioni dell'Istat che da sempre interessano le audizioni collegate alla legge finanziaria, distinguendole - come spesso, ma non sempre, si fa - in tre aree: attività delle imprese e competitività (tema molto importante e caldo), area della finanza pubblica e modernizzazione della pubblica amministrazione e, infine, famiglie e società.
Credo siano a vostra conoscenza gli sviluppi recenti del quadro macroeconomico, perché vi saranno già stati presentati, oltre che essere contenuti nella relazione previsionale e programmatica. Comunque,


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il contesto internazionale vede proseguire, nella prima metà del 2006, una fase di crescita molto rigorosa dell'economia mondiale, sostenuta da una forte dinamica degli scambi internazionali e da un elevato grado di diffusione delle tendenze espansive tra le principali aree geoeconomiche. Il traino continua ad essere quello delle grandi economie emergenti, sebbene quest'anno, la crescita si sia progressivamente estesa anche al Giappone, consentendo di compensare l'effetto di modesto rallentamento dell'economia statunitense.
Nell'area dell'Unione economica e monetaria, dopo il rallentamento della fine del 2005, nei primi mesi del 2006, la crescita ha segnato un importante rafforzamento, con incrementi congiunturali del prodotto interno lordo rispettivamente dello 0,8 e dello 0,9 per cento. Il tasso di crescita tendenziale è dunque risalito al 2,7 per cento, segnando il miglior risultato dell'ultimo quinquennio. Anche gli indicatori recenti confermano la tendenza espansiva, nonostante qualche incertezza riguardo all'intensità della ripresa.
Dobbiamo valutare come l'economia italiana si collochi in questo contesto. Per quanto riguarda i dati provenienti dai conti nazionali, essi hanno messo in evidenza che, nella prima metà del 2006, l'economia italiana è cresciuta ad un ritmo superiore a quello del recente passato. Non era difficile avere una crescita maggiore rispetto a quelle recente passato, ma certamente la ripresa è stata importante, anche se inferiore a quella dell'Unione economica e monetaria. Ciò è dovuto al discreto recupero della domanda interna, soprattutto spinta dagli investimenti, e all'apporto positivo delle esportazioni nette.
Il PIL, misurato al netto degli effetti di calendario, è aumentato in termini congiunturali dello 0,7 per cento nel primo trimestre e dello 0, 5 nel secondo e il tasso di crescita tendenziale è risalito prima all'1,6, stabilizzandosi, poi, all'1,5 per cento. Come dicevo, si tratta di ritmi di sviluppo ancora inferiori a quelli registrati nell'area dell'euro, ma che certamente hanno ridotto il differenziale negativo di crescita, portandolo da 1,4 a 0,9 punti percentuali, con un significativo recupero consequenziale. Certamente, l'espansione della domanda interna non è stata di poco conto, anzi, direi che ha trainato la ripresa.
Per quanto riguarda gli investimenti, la ripresa si è mantenuta vigorosa grazie all'accelerazione della spesa per l'acquisto dei mezzi di trasporto, e alle procedure di espansione di quella relativa a macchinari e attrezzature. Sono invece tornati a rallentare gli investimenti in costruzioni che, l'anno scorso, rappresentavano l'unico settore - o uno dei pochi - in grado di tenere. Nel secondo trimestre si è inoltre consolidata la crescita dell'interscambio con l'estero, fatto anch'esso positivo: per valutare se questo recupero sia diffuso possiamo disporre anche di dati relativi alla congiuntura dell'attività produttiva. Il recupero dell'attività produttiva, pur avendo mantenuto ritmi moderati, ha coinvolto gran parte dei settori industriali e dei servizi, quindi, dopo un momentaneo aumento dell'incertezza verificatosi all'inizio dell'estate, i segnali più recenti sono invece orientati positivamente e sembrano indicare che la ripresa economica poggi su basi abbastanza solide.
Nei mesi scorsi, è proseguita la fase di espansione dell'attività dell'industria, che, sia pur con qualche discontinuità, si protrae dal secondo trimestre dello scorso anno: l'indice della produzione industriale ha messo in evidenza forti aumenti anche nell'ultimo dato emerso qualche giorno fa.
Infatti, nel mese di agosto, l'aumento congiunturale è stato dell'1,2 per cento e nella media dei primi 8 mesi la produzione è aumentata, a parità di giorni lavorativi, dell'1,9 per cento. La tendenza positiva ha coinvolto quasi tutti i maggiori comparti e il recupero produttivo è risultato diffuso anche a livello settoriale più disaggregato. Contestualmente, nella media dei primi sette mesi del 2006, il fatturato dell'industria è aumentato dell'8,7 per cento. È ovvio che, essendo un fatturato, dipende anche dall'aumento dei prezzi, ma certamente è rilevante, con


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aumenti addirittura a due cifre per l'energia e i beni strumentali, così come altrettanto rilevante è stata la crescita degli ordinativi, cresciuti marcatamente nei primi mesi dell'anno e tornati, dopo una flessione, ad aumentare in luglio.
Per quel che riguarda i servizi di mercato, i risultati sono piuttosto positivi, in particolare per il commercio all'ingrosso, ma sono da segnalare anche i risultati dell'indagine relativa al movimento alberghiero nel periodo di ferragosto, quando le presenze dei turisti sono aumentate in misura significativa del 4,1 per cento, rispetto all'analogo periodo del 2005, con un rilevante contributo della componente straniera.
Il commercio con l'estero, invece, si è molto sviluppato nella prima parte del 2006 e, nei primi sette mesi dell'anno, l'incremento tendenziale del valore delle importazioni è stato superiore a quello, pur accentuato, delle esportazioni, che è pari al 9,5 per cento. L'espansione del valore delle vendite all'estero è estesa alla gran parte dei comparti merceologici e risulta particolarmente significativa per i metalli e i prodotti in metallo, per i prodotti alimentari, per le macchine e gli apparecchi meccanici, oltre che per i prodotti petroliferi raffinati, influenzati ancora dai forti rialzi dei prezzi. I contributi settoriali alla crescita delle esportazioni dei settori che prima citavo - ma si tratta soprattutto dei metalli e dei prodotti in metallo e delle macchine e apparecchi meccanici - spiegano circa il 43 per cento, quindi una cifra piuttosto rilevante, dell'aumento complessivo delle vendite all'estero.
Il saldo della bilancia commerciale è purtroppo negativo, presentando un disavanzo pari a 14,2 miliardi di euro fin dai primi sette mesi ma - come sapete - esso dipende essenzialmente dal deterioramento del saldo dei prodotti energetici, sempre negativo nel paese ed ora aggravatosi fino a raggiungere, dai 20,6 miliardi di euro nel periodo relativo al 2005, i 30 miliardi di euro, con un aumento, quindi, di circa 10 miliardi di euro di deficit petrolifero. Al netto di tale componente, il surplus della bilancia commerciale sarebbe positivo, riscontrandosi, comunque, una lieve riduzione rispetto allo scorso anno; i paesi verso i quali si sono verificati i maggiori incrementi del valore delle vendite di prodotti italiani sono la Cina, i paesi dell'Opec, quelli del Mercosur e la Turchia.
Per quanto riguarda il mercato del lavoro, l'occupazione ha manifestato una ulteriore accelerazione del ritmo di sviluppo, mentre la disoccupazione ha registrato un nuovo calo, che ha interessato l'intero territorio nazionale ma, in particolare, il Mezzogiorno. Secondo la rilevazione sulle forze di lavoro, nel secondo trimestre del 2006 il numero di occupati è salito del 2,4 per cento rispetto al medesimo periodo dell'anno precedente (536 mila unità in più); il dato è imputabile sia alla progressiva iscrizione all'anagrafe dei cittadini immigrati (162 mila unità), sia alla propensione a ritardare l'uscita dal lavoro delle persone di 50 anni e oltre (ben 242 mila unità). Comunque, l'aumento dell'occupazione ha riguardato quasi esclusivamente il lavoro alle dipendenze con un significativo contributo delle posizioni a orario ridotto, cioè del part-time, aumentato di circa 190 mila unità. È aumentato anche il lavoro subordinato di coloro che hanno contratti a termine, sempre nell'ambito del lavoro dipendente, il cui numero è cresciuto di 166 mila unità, e la cui proporzione in un anno è aumentata passando dal 12,4 al 13 per cento, percentuale, però, inferiore a quella degli altri paesi europei.
Anche il tasso di occupazione della popolazione fra i 15 ed i 64 anni ha registrato un nuovo aumento portandosi dal 57 per cento dello scorso anno al 58,9 per cento di quest'anno: ciò ha favorito la diminuzione del numero delle persone in cerca di lavoro, tanto che il tasso di disoccupazione è passato dal 7,5 per cento del secondo trimestre del 2005 al 6,5 per cento.
Nonostante l'attenuazione del divario territoriale, il tasso di disoccupazione del Mezzogiorno (pari al 12 per cento) è ancora tre volte più elevato di quello del


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nord e più del doppio di quello del centro. Come abbiamo evidenziato in altri rapporti, questa è certamente una delle aree di rischio, nell'ambito del mercato occupazionale.
Nella prima parte dell'anno, l'attività negoziale ha messo in evidenza una serie di accordi che hanno prodotto aumenti abbastanza rilevanti (intorno al 3 per cento) delle retribuzioni nelle aree contrattuali, e soprattutto è emersa una accelerazione assai più decisa per le retribuzioni di fatto per unità di lavoro equivalente a tempo pieno (si ricordi che si tratta di un'unità di misura convenzionale: come ho detto prima, però esiste anche occupazione a part-time e ad orario molto ridotto).
La crescita del costo del lavoro - questo è un elemento interessante - è stata, invece, relativamente più lenta, in relazione alle misure di abbattimento del cuneo contributivo varate con la manovra finanziaria per il 2006. Per il complesso dell'economia, l'incidenza degli oneri sociali si è infatti ridotta di circa quattro decimi di punto percentuale tra il primo semestre del 2005 e il corrispondente periodo del 2006, passando dal 27,6 al 27,2 per cento.
Per quanto riguarda l'inflazione, sono emerse forti tensioni sui prezzi degli input importati (soprattutto - ma non solo - con riferimento ai prodotti petroliferi) che si sono trasferite sui prezzi dei prodotti industriali, soprattutto per la componente di prodotti intermedi. I prezzi all'origine dell'energia hanno evidenziato, nei mesi più recenti, un rallentamento per la componente dei prodotti petroliferi raffinati; il comparto dell'energia elettrica, gas ed acqua ha invece mostrato, in agosto, una ulteriore accelerazione, con un tasso di crescita superiore al 25 per cento. Tale fenomeno si spiega con la presenza di un lag temporale, ossia di uno sfasamento cronologico fra l'incremento dei prezzi all'importazione e la successiva ripercussione sulla filiera della produzione, fino al consumo. Infatti, l'inflazione, misurata dall'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, dopo una limitata accelerazione nella prima parte dell'anno, si è stabilizzata: il tasso tendenziale è risalito al 2,1 per cento nel primo trimestre e al 2,2 per cento nel secondo, mantenendosi però invariato successivamente. Il tasso di inflazione «acquisito» per il 2006, cioè quello che si verificherebbe se non si registrassero ulteriori variazioni dei prezzi per il resto dell'anno, è pari al 2,1 per cento.
La sostanziale stabilizzazione dell'inflazione, però, è la risultante di andamenti opposti delle due componenti più volatili: i prodotti energetici, in rallentamento, e quelli alimentari, in accelerazione. Se, quindi, all'inizio dell'anno, i primi hanno contribuito all'incremento dell'indice aggregato per circa 0,7 punti percentuali e i secondi per lo 0,2, ora, invece, i due contributi sono risultati identici. L'aumento dei prezzi dei generi alimentari, infine, dà all'inflazione lo stesso contributo dei prodotti energetici.
Al riguardo, ci troviamo piuttosto allineati con i dati europei, benché l'ultimo dato reso noto a settembre segnali una leggera divaricazione tra gli indici di riferimento (con un tasso tendenziale di crescita dell'indice armonizzato dei prezzi al consumo italiano superiore di qualche decimo percentuale rispetto a quello medio europeo).
Analizzato questo quadro macroeconomico, che mette in evidenza andamenti sostanziali, passerò ad esaminare il quadro macroeconomico per il 2006, contenuto nella relazione previsionale e programmatica, formulando una conseguente valutazione sulla base dei dati in nostro possesso.
Non c'è dubbio che il quadro macroeconomico contenuto nella relazione previsionale e programmatica si basi su ipotesi improntate a cautela, con una prosecuzione dell'espansione dell'attività produttiva a ritmi ridotti nella seconda metà dell'anno; ne deriverebbe un aumento del PIL pari all'1,6 per cento in media d'anno. Riguardo al tasso di crescita del PIL, l'ipotesi assunta nella relazione previsionale e programmatica implicherebbe un incremento congiunturale negli ultimi due trimestri dell'anno


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pari allo 0,3 per cento, quindi, con un rallentamento significativo rispetto alla prima metà quando, come abbiamo detto, era pari allo 0,7-0,5 per cento. Di fatto, si tratta di una nuova perdita di continuità nella ripresa produttiva; si ipotizza, pertanto, che si stia riducendo l'aumento dell'andamento economico nel nostro paese.
La previsione di crescita riguardante l'aggregato dei consumi si basa sulla stessa ipotesi: il tasso di incremento congiunturale è dell'ordine dello 0,3 per cento nei due trimestri restanti. Questa, però, è più realistica dell'altra, perché effettivamente, dal punto di vista dei consumi, non si è verificata quella grossa espansione che ci si sarebbe potuti attendere dal buon andamento dell'economia.
Per quel che riguarda gli investimenti fissi lordi, considerati nella relazione previsionale e programmatica in modo aggregato, senza distinguere le singole componenti, la proiezione indica un aumento in media d'anno del 2,8 per cento.
Anche in questo caso, è di immediata constatazione il carattere prudenziale della stima, dal momento che l'aumento previsto è molto più basso di quello verificatosi nella prima parte dell'anno, prevedendosi quasi un lieve declino del livello dell'accumulazione nella seconda parte dell'anno: si tratterebbe di un'interruzione della ripresa degli investimenti, spiegabile verosimilmente con un dimensionamento delle attese di crescita della domanda.
Il quadro della relazione previsionale e programmatica ipotizza una dinamica molto simile alle due correnti dell'interscambio dei beni e servizi ma, anche in questo caso, mentre si prevede una frenata delle vendite all'estero, si pensa ad un aumento delle importazioni, con una maggiore penetrazione dei prodotti esteri nel nostro paese.
Ancora una volta, infine, la proiezione del saldo netto con l'estero sembra abbastanza pessimistica.
Analoghe, sono le previsioni relative ai principali indicatori del mercato del lavoro, caratterizzate da un elevato grado di cautela.
Prima di esaminare i dati di finanza pubblica, vorrei ricordare che le nostre analisi si riferiscono soprattutto all'anno in corso: non facendo previsioni, possiamo infatti solo limitarci alle valutazioni per il 2006.
La relazione previsionale e programmatica 2007 presenta una stima tendenziale dell'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche per l'anno 2006 pari al 3,6 per cento sul prodotto interno lordo (contro una previsione del 4 per cento, indicata nel documento di programmazione economica e finanziaria del luglio scorso). Nelle previsioni per il 2006, però, la relazione previsionale ha dovuto tener conto dei maggiori oneri derivanti dalla sentenza della Corte di giustizia europea, circa la detraibilità dell'IVA, i quali non potevano essere previsti al momento della redazione del DPEF. Tali oneri sono stati correttamente contabilizzati, con riferimento al momento della sentenza e della registrazione della relativa competenza economica, con un impatto sui due saldi di finanza pubblica. Se, quindi, i rimborsi IVA non fossero intervenuti, la relazione avrebbe previsto un indebitamento netto per il 2006 pari al 3,6 per cento del PIL e un saldo primario diverso da quello di luglio (l'1 per cento contro lo 0,5 per cento).
In seguito alla sentenza della Corte di giustizia, come riporta la nota di aggiornamento alla relazione previsionale e programmatica, dunque, gli oneri per il rimborso dell'IVA sono stati contabilizzati e stimati complessivamente in 17,1 miliardi di euro e così l'indebitamento netto sul PIL dal 3,6 per cento, quale sarebbe stato senza la pronunzia della Corte, è stato portato, nella relazione previsionale e programmatica, al 4,8 per cento (con un aumento di 1,2 punti percentuali), mentre il saldo primario sul prodotto interno lordo è diventato negativo.
Nella nuova stima, le entrate risultano più alte di circa 1,8 miliardi di euro; per le sole imposte, la nuova previsione è più alta di 2,8 miliardi di euro. Ovviamente, si tiene conto anche del calcolo dell'IVA conseguente alla sentenza della Corte di


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giustizia in tutti gli elementi e il nuovo livello di stima dell'entrata tributaria per il 2006 porta la pressione fiscale al 41,4 per cento del prodotto interno lordo, più alta di due decimi di punto percentuale rispetto alla previsione di luglio. In merito alle uscite, la relazione previsionale e programmatica ha modificato i valori tendenziali solo per l'effetto dei rimborsi IVA arretrati. Per l'anno 2007, viene confermato il tasso programmatico del 2,8 per cento del rapporto dell'indebitamento netto sul PIL già indicato nel documento di programmazione economica e finanziaria di luglio, mentre il saldo primario viene corretto a ribasso di un decimo di punto. Anche il tasso programmatico del debito pubblico, nella relazione previsionale e programmatica, risulta rivisto rispetto al DPEF di luglio (pari al 106,9 per cento sul PIL e dunque inferiore al 107,5 della stima precedente).
Rispetto alle previsioni per l'intero anno presenti nella relazione previsionale e programmatica, abbiamo evidenziato i primi risultati di consuntivo del 2006, per comprendere cosa sia successo nell'anno in corso e valutare la corrispondenza con le stime richiamate. Dagli ultimi dati diffusi dall'Istat, relativi al conto economico trimestrale delle amministrazioni pubbliche, emerge che l'indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche, in rapporto al PIL, nel secondo trimestre 2006, è risultato pari allo 0,3 per cento, mentre - nel corrispondente periodo del trimestre 2005 - era pari al 2,5 per cento. Questo ha fatto sì che anche tutte le altre grandezze, proprio per l'andamento del conto economico delle amministrazioni pubbliche, risultassero abbastanza positive.
In particolare, se facciamo riferimento al cumulo dei risultati per il primo e il secondo trimestre, si evidenzia che nei primi sei mesi del 2006 l'indebitamento netto è stato pari al 2,9 per cento rispetto al PIL, contro il 5,1 per cento del primo semestre 2005, registrandosi, quindi, un netto miglioramento. Nello stesso semestre, il saldo primario rispetto al PIL è risultato positivo e pari all'1,7 per cento, contro un valore negativo pari allo 0,2 per cento nel corrispondente semestre dell'anno precedente. Anche il saldo corrente in rapporto al PIL è risultato positivo e pari allo 0,3 per cento, quando invece era negativo nel primo semestre 2005; vi è quindi un netto miglioramento dei conti pubblici.
Le entrate fiscali, nel primo semestre 2006, sono aumentate del 9,6 per cento rispetto allo stesso semestre dell'anno precedente. Quindi, sono state le entrate fiscali a provocare questo miglioramento, mentre le uscite totali sono aumentate del 2,9 per cento, sempre rispetto all'anno scorso. Per le uscite correnti, l'aumento è stato del 3,3 per cento, a differenza delle uscite in conto capitale, diminuite del 2,4 per cento.
È evidente che il confronto di queste stime provvisorie dei vari aggregati dei conti della pubblica amministrazione, relative al primo semestre 2006, con le previsioni contenute nella relazione previsionale e programmatica, riferite, invece, all'intero anno, può consentire di formarsi un'idea degli scostamenti tra entrate ed uscite ipotizzate nella relazione previsionale e programmatica nella seconda parte dell'anno. Si tratta solo di un'idea, perché le previsioni non sono così dettagliate da chiarire quali siano i flussi reali.
Passiamo, ora, alla manovra di bilancio prevista dal disegno di legge finanziaria 2007. In particolare, all'inizio esprimerò molto brevemente alcune considerazioni di tipo statistico-classificatorio, senza entrare nel merito della destinazione della manovra di circa 35 miliardi di euro, 25 dei quali si ottengono attraverso maggiori entrate ed 11 attraverso minori spese.
Senza entrare nel merito, ritengo importante evidenziare quali siano gli elementi fondamentali dal punto di vista di una possibile valutazione. Come dicevo all'inizio, limiti di tempo ci hanno impedito di dare un contributo in questa sede, facendo un'analisi mirata sull'impatto della manovra per il sistema delle imprese, stante la molteplicità delle misure, il loro dettaglio e la loro reale attuazione. Però, intanto possiamo considerare alcuni problemi classificatori.


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Per quanto riguarda la riforma del TFR, di cui si è discusso molto, credo sia chiara l'operazione che si intende portare avanti e come il fondo venga gestito dall'INPS per conto dello Stato, tramite un apposito conto corrente aperto presso la Tesoreria. Nella sostanza, le imprese continuano ad effettuare le anticipazioni - o meglio, è il lavoratore a farlo - e quindi devono essere versati nel fondo da parte dei datori di lavoro anche questi valori. Il datore di lavoro provvederà a conguagliare la quota anticipata a carico dell'INPS in sede di corresponsione mensile dei contributi dovuti agli enti previdenziali e al fondo stesso.
Senza entrare nel merito del fatto che questi fondi, poi, possano essere utilizzati per determinati interventi, mi preme sottolineare che, a parere dell'Istat, secondo il SEC95, il fondo si configurerebbe come una unità appartenente al settore delle amministrazioni pubbliche. Infatti, risulterebbe un'unità che gestisce un sistema di assicurazione sociale, la cui partecipazione è obbligatoria, in quanto il TFR è obbligatorio, così come previsto dal codice civile.
Il livello dei contributi versati dalle imprese al fondo e quello delle prestazioni erogate è completamente controllato dalle amministrazioni pubbliche, indipendentemente dal loro ruolo di organismo di controllo o di datore di lavoro, attraverso norme giuridiche. Di conseguenza, ai fini del calcolo del deficit, nel conto consolidato delle amministrazioni pubbliche, i versamenti che i datori saranno tenuti ad effettuare saranno classificati come contributi sociali. Questo è il parere dell'Istat. Ovviamente, poi, bisognerà attendere anche il parere di Eurostat. Le liquidazioni erogate saranno invece classificate come prestazioni sociali in denaro.
È ovvio che le uscite del fondo, realizzate per interventi destinati allo sviluppo, saranno, invece, classificate come spese dello Stato e impatteranno sull'indebitamento netto. Rimane ancora qualche elemento da approfondire ma non di particolare rilevanza.
Altro punto interessante è la costituzione di fondi per le spese a sostegno dell'apparato produttivo. I fondi costituiti sono numerosissimi (fondo per la competitività e lo sviluppo, fondo per la finanza d'impresa) e - come avviene per quelli istituiti per esigenze amministrative - le relative erogazioni sono gestite da singoli capitoli del bilancio dello Stato, senza distinzione tra spese correnti e spese in conto capitale. L'Istat evidenzia, però, che ciò crea un problema per l'utilizzo e la classificazione corretta dei dati in contabilità nazionale, specialmente se la Ragioneria generale dello Stato ha difficoltà a ricostruire, a posteriori, le componenti della spesa. È bene dunque che si possano distinguere le spese correnti dalle spese in conto capitale, per evitare errori di classificazione, anche in ottemperanza alla legge di bilancio n. 94 del 1997. È auspicabile, come già espresso in altre audizioni, che vengano ridotti, nel bilancio dello Stato, i capitoli misti, o che sia organizzato un monitoraggio sulle componenti di spesa delle singole operazioni effettuate a valersi sui capitali misti.
Infine, da parte dell'Istat, si esprime un plauso per la costituzione della commissione per il coordinamento dei rapporti finanziari tra Stato ed autonomie locali, perché da tempo chiediamo una sempre maggiore armonizzazione dei bilanci pubblici e la costituzione di un sistema di monitoraggio sulle operazioni finanziarie poste in essere dalle amministrazioni centrali e locali, al fine di assicurare un sempre più alto grado qualitativo dei conti pubblici. Quindi, è evidente che, se anche nell'ambito del progetto SIOPE si sviluppano questi aspetti, certamente avremo buoni risultati nell'ambito dell'individuazione di tutti i flussi.
Vorrei, inoltre, spendere qualche parola sulle informazioni statistiche disponibili, che in parte vi abbiamo portato e che vi segnaliamo, per i principali interventi previsti nella manovra. Con riferimento alla riduzione del cuneo fiscale e agli altri numerosi interventi che riguardano la competitività delle imprese in specifici ambiti settoriali e territoriali,


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l'Istat ha provveduto a fornire molti elementi informativi non solo nel citato rapporto annuale sulla situazione del paese nel 2005, ma anche in occasione dell'audizione che abbiamo avuto sul documento di programmazione economico-finanziaria.
Dando ciò per scontato, anche perché avrete, comunque, la possibilità di rivedere questo materiale, richiameremo l'attenzione su molti provvedimenti miranti al perseguimento dell'equità sociale, spostandoci, quindi, sull'ultimo grande campo di azione dell'equità e dello sviluppo con particolare riferimento alle infrastrutture.
Dobbiamo partire, innanzitutto, dall'area della disuguaglianza e povertà. L'Italia appare caratterizzata da disuguaglianze tra gli individui e le famiglie, giacché i diversi gruppi socio-economici e le aree territoriali presentano differenze piuttosto elevate, anche con riferimento all'ambito europeo. Gli indicatori strutturali di coesione sociale riguardanti la distribuzione del reddito segnalano che l'Italia è caratterizzata da importanti disuguaglianze. Infatti, l'indice di Gini, che è, appunto, un indice di misura delle disuguaglianze, colloca l'Italia, insieme a Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda, nel gruppo di nazioni europee più disuguali, assumendo un valore superiore a 0,30, mentre Francia e Germania sono vicine allo 0,28 e i paesi scandinavi sono tutti sotto lo 0,25. Come è noto, le nazioni che ci superano sono essenzialmente Regno Unito e Stati Uniti. In positivo, però, si segnala il miglioramento degli indicatori relativi al mercato del lavoro - anch'essi indicatori di coesione sociale -, che ha determinato una riduzione dei fenomeni di marginalizzazione territoriale e di genere.
Ritornando alla disuguaglianza dei redditi, è evidente che si produce una distribuzione asimmetrica dei redditi familiari, come testimonia la compresenza di condizioni di agiatezza e di condizione di povertà. Al riguardo, abbiamo predisposto un apposito dossier, contrassegnato con il n. 3, cui si rinvia, che dedica particolare attenzione alle caratteristiche delle famiglie povere.
Come si può rilevare, i dati sulla povertà che l'Istat ha diffuso ieri confermano che, in Italia, nel 2005, le famiglie in condizioni di povertà relativa, secondo i dati dell'indagine sui consumi, sono 2.585.000, pari all'11,1 per cento delle famiglie residenti in Italia (che comprendono 7.577.000 individui, pari al 13,1 per cento della popolazione). La spesa media mensile per persona che rappresenta la soglia di povertà per una famiglia di due componenti, corrisponde, e corrispondeva, nel 2005, a 936,58 euro (il calcolo è stato effettuato utilizzando scale di equivalenza in grado di tener conto della diversa dimensione delle famiglie).
A fronte di un tasso di incidenza della povertà, che da diversi anni si attesta tra l'11 ed il 12 per cento (passando dall'11,7 per cento, nel 2004, all'11,1 per cento, nel 2005, sebbene, in queste variazioni non ci siano diminuzioni significative), si riscontrano aumenti rilevanti dell'incidenza della povertà per gruppi specifici - come ad esempio per le famiglie con più di cinque componenti - (dal 23,9 per cento al 26,2 per cento), o quelle in cui la persona di riferimento abbia meno di 35 anni di età (dal 9,7 all'11,1 per cento).
Segnali di miglioramento si osservano, invece, nella fascia più anziana della popolazione. Questa è una cosa tutto sommato interessante: l'incidenza della povertà relativa è diminuita tra le famiglie con almeno un componente anziano e, in misura maggiore, fra quelle con due o più componenti anziani, oppure fra gli anziani soli.
Nel complesso, i dati confermano, senza entrare nel dettaglio, la presenza di rilevanti eterogeneità distributive tra tipologie familiari ed individui e soprattutto a livello territoriale: queste differenze sono documentate in maniera articolata anche dall'indagine EU-SILC condotta sui redditi dall'Istat, ma armonizzata a livello europeo. I dati di questa indagine relativa al 2003 mettono in evidenza che, a livello di ripartizione geografica, il Mezzogiorno mostra al suo interno la più alta sperequazione dei redditi. Quindi, non c'è solo una differenza di redditi fra le aree del


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paese, ma c'è una forte sperequazione all'interno delle aree meridionali. La disuguaglianza complessiva, infatti, dipende più dalle differenze interne ai gruppi di famiglie - ad esempio tra le famiglie di impiegati, oppure tra quelle di pensionati - o dalle differenze delle ripartizioni, in particolare quelle che caratterizzano sud e isole, piuttosto che dal divario tra i redditi medi.
La combinazione delle dimensioni lavorativa e reddituale consente di individuare gruppi di soggetti più esposti a condizioni di vulnerabilità: i lavoratori a basso reddito e gli anziani; i giovani che hanno difficoltà di accesso e stabilizzazione sul mercato lavoro; i gruppi di lavoratori con bassi livelli di istruzione o che non possono valorizzare il loro capitale umano. Quando queste condizioni individuali si combinano con particolari aree di disagio familiare o di contesto territoriale, danno spesso luogo a condizioni di deprivazione materiale e povertà.
Il disegno di legge finanziaria per il 2007 comprende un complesso di interventi in campo sociale, con effetti in termini di equità e contrasto della povertà non immediatamente quantificabili. Una prima valutazione limitata ai soli effetti immediati della riforma dell'imposta sui redditi e degli assegni familiari, che sono solo alcuni degli interventi, mette in luce come questa, in media, comporti un aumento di circa 100 euro l'anno del reddito familiare disponibile, con effetti ovviamente differenziati a seconda delle tipologie di famiglie, dispiegando nel contempo un moderato effetto retributivo. Sempre con riferimento a questi due interventi e alla simulazione ad essi relativa - simulazione necessariamente approssimativa -, circa 16 milioni di famiglie beneficerebbero dei provvedimenti, in media per 263 euro all'anno, mentre 4,8 milioni sarebbero svantaggiate, con una perdita di circa 400 euro all'anno. Il decimo di famiglie più povere vedrebbe aumentare il proprio reddito familiare disponibile dello 0,8 per cento e quelle a reddito basso e medio-basso avrebbero un aumento del reddito disponibile pari ad oltre l'1 per cento. Complessivamente, si ridurrebbe la povertà relativa grazie all'uscita di circa 140.000 nuclei familiari da queste condizioni: non è un numero molto rilevante, ma tuttavia è significativo. Le famiglie svantaggiate, invece, si concentrerebbero nei due decimi di reddito più elevato ma, per alcuni dettagli tecnici dei provvedimenti, anche numerose famiglie a reddito medio basso verrebbero colpite dalla manovra, così come circa un milione di nuclei del decimo più povero non trarrebbe beneficio a causa di condizioni di nullatenenza, esenzione o incapienza.
Nel cercare di valutare, a priori, i risultati degli interventi, invitiamo a tener conto che la maggioranza delle famiglie, precisamente il 57,1 per cento, nel 2003 ha potuto contare su più fonti di reddito. Ecco perché è importante considerare il reddito familiare. Quindi, la maggioranza delle famiglie si colloca in una posizione relativamente migliore sulla scala dei redditi, proprio perché conta su più fonti di reddito. Mentre, al tempo stesso, ci sono oltre 4 milioni di lavoratori a basso reddito, al di sotto dei 700 euro mensili che, evidentemente, sono poco o per nulla toccati da questa manovra. Tra questi, circa 1,5 milioni vive in famiglia in condizioni di disagio economico. Si tratta in prevalenza di giovani con redditi da lavoro autonomo, i cosiddetti «co.co.co.» o a tempo parziale, ma bassi redditi da lavoro sono anche presenti tra i dipendenti con orari standard e a tempo determinato.
D'altra parte, sempre in questo ambito, non si può non rilevare come bassi redditi dichiarati anche dai lavoratori dipendenti possano essere tali per evasione parziale (facciamo l'esempio dei dipendenti che svolgono un secondo od anche un terzo lavoro come «sommersi» - e sapete che non sono pochi - che ne beneficerebbero anziché esserne toccati, senza considerare poi gli evasori totali). Nel disegno di legge, comunque, si prevede come prioritario l'impegno per combattere il sommerso e per recuperare la base imponibile.
Altra area da prendere in considerazione riguarda le misure di facilitazione e di incentivazione dell'occupazione femminile.


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È noto a tutti che, per le donne italiane, è molto difficile conciliare lavoro e carichi familiari, e questo è testimoniato dalle differenze nei tassi di occupazione femminile calcolati in funzione del ruolo ricoperto in famiglia. Per le donne da 35 a 44 anni si passa dall'87,3 per cento di occupate tra le single al 74,3 per cento tra le partner in coppia senza figli, quindi già si perdono più di tredici punti percentuali. Addirittura, si passa al 55,5 per cento tra le partner in coppie che hanno figli, fino a raggiungere soltanto il 37,5 per cento di occupate per le donne che hanno tre o più figli. I figli, quindi, continuano a rappresentare una barriera all'accesso al lavoro, imputabile principalmente a diversi fattori, quali l'iniqua distribuzione dei carichi di lavoro familiare, la persistente carenza dei servizi per l'infanzia - elemento molto importante preso in considerazione dalla manovra -, le forme di discriminazione sul lavoro subite dalle donne madri o in gravidanza, la crisi strutturale delle reti di aiuto informale.
Sebbene la disponibilità di servizi per l'infanzia sia aumentata, essa è ritenuta ancora non sufficiente. Dal 1998 al 2005, il numero di bambini che frequentano il nido è cresciuto di 100.000 unità, passando dall'11 al 13,8 per cento del totale. Non c'è dubbio, però, che i problemi persistano, tanto che si verifica un incremento dei bambini da zero a due anni, rilevante se si considera che la maggioranza dei bambini che utilizzano il nido ha la mamma che lavora.
Con riferimento agli interventi previsti nel disegno di legge finanziaria a questo riguardo, occorre evidenziare che l'offerta di asili nido, misurata rispetto al numero dei bambini di età inferiore ai tre anni, mostra tuttavia differenze rilevanti nel livello di attivazione territoriale del servizio. Questo va poi tenuto presente nell'attuazione pratica. Dai dati dell'indagine censuaria sugli interventi e sui servizi sociali dei comuni, riferiti al 2003, emerge che l'attivazione è molto bassa al sud (42 per cento) e nelle isole (48 per cento), per raggiungere il valore più alto al centro, dove l'80 per cento dei bambini vive in un comune dove c'è un asilo nido.
Il disegno di legge finanziaria per il 2007, all'articolo 18, prevede anche l'applicazione di una misura di incentivo dell'occupazione relativa alla maggiore deduzione della base imponibile nel caso di nuove assunzioni di lavoratrici che rientrino nella definizione di lavoratore svantaggiato.
Nel dossier 4 abbiamo riportato un esercizio per verificare l'entità della platea verso la quale la norma è rivolta, che quindi potrebbe - e sottolineo potrebbe, perché è solo teorico - apportare un forte beneficio. Destinatarie del provvedimento, in base alla definizione fornita dal regolamento n. 2204 del 2002 della Commissione europea, sono le donne residenti in regioni con un tasso di disoccupazione femminile superiore al corrispondente indicatore dell'Unione europea e, al contempo, di almeno una volta e mezzo più elevato del tasso di disoccupazione maschile della stessa area geografica. Le donne disoccupate che risiedono in tutte le regioni meridionali soddisfano i criteri previsti dalla normativa. Quindi, un ammontare di 515.000 donne potrebbe essere avvantaggiato da questa normativa. Si noti, però, che esiste l'eccezione della Calabria, che non soddisfa i criteri semplicemente perché il tasso di disoccupazione femminile (del 18,2 per cento nel 2005) risulta di 1,49 volte, anziché di una volta e mezzo, più elevato di quello maschile, che è pari al 12,2 per cento. Quindi, le donne della Calabria verrebbero escluse per una differenza irrisoria. Forse, in tal caso bisognerebbe ricorrere ad un arrotondamento: non mi sembra, infatti, che tra 1,49 e 1,5 vi sia una differenza così significativa. Diversamente, le donne della Calabria disoccupate non godrebbero di questo vantaggio.
Se, ad ogni modo, quella misura di incentivazione spingesse ad entrare sul mercato del lavoro anche le donne che attualmente ricercano una occupazione, ma in modo non attivo e non disponibili immediatamente a lavorare, la platea di


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donne potenzialmente interessate da quel provvedimento arriverebbe a 1.100.000 unità. Se tale misura potesse essere attuata nella sua pienezza, se davvero le imprese dessero corso a questo intervento, molto si potrebbe attivare nel sud con l'aumento dell'occupazione femminile, che proprio nelle aree meridionali registra tassi estremamente bassi.
Infine, nel dossier 5 è contenuta una serie di richiami alle fonti di informazione statistica che voi potrete utilizzare per approfondire le conoscenze relative all'inclusione sociale dei migranti, alle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale erogate dal pronto soccorso, al fondo per le non autosufficienze, agli interventi a favore del sistema dell'istruzione, alle facilitazioni sui canoni di locazione per gli studenti universitari fuori sede, all'accesso alle tecnologie della comunicazione e dell'informazione - c'è un grafico molto interessante che indica l'uso di queste tecnologie a seconda dell'età -, all'osservatorio nazionale sulla famiglia e a quello sull'infanzia e alle iniziative di contrasto al consumo di alcol da parte dei minorenni.
Nel dossier 6, invece, tenendo conto dei previsti interventi per il potenziamento delle reti infrastrutturali, abbiamo illustrato la dotazione e la funzionalità delle infrastrutture sul nostro territorio attraverso un insieme di indicatori a livello provinciale. Quindi, per ogni provincia è definita una serie di indicatori onde evidenziare la dotazione e la funzionalità delle infrastrutture.
Concludo il mio intervento segnalando che, per il settore della protezione dell'ambiente, considerato anche nell'ambito della relazione, l'Istat diffonderà, tra poco, un contributo di analisi su «Il gettito delle tasse ambientali in Italia e la spesa delle imprese italiane per la protezione dell'ambiente». Come sempre, ribadisco la disponibilità dell'Istituto, nei limiti delle risorse finanziarie ed umane, per eventuali analisi aggiuntive a supporto delle scelte per interventi di politiche economiche e sociali.

PRESIDENTE. Nel ringraziare di nuovo il presidente Biggeri, do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti e formulare osservazioni.

GIANFRANCO MORGANDO. Presidente, come sempre, sono preziose le informazioni fornite dall'Istat nei momenti delle decisioni importanti di politica economica. Ritengo che su di esse si debba lavorare, perché la sua relazione, oltre agli allegati, contiene molti aspetti che necessitano di una riflessione.
Lei ha citato il tema, ma vorrei chiedere un approfondimento riferendomi alle attuali polemiche sugli effetti della manovra finanziaria, con particolare riferimento agli interventi relativi a IRPEF e imprese, per capire chi guadagni e chi perda a seguito di tali misure. Personalmente, ritengo possibile individuare alcuni casi significativi in ordine agli effetti della rimodulazione delle aliquote IRPEF e del passaggio da deduzioni a detrazioni, introdotto con il disegno di legge finanziaria presentato dal Governo. Analogamente, ritengo realizzabile un confronto tra gli effetti sulle imprese, magari anche individuando casi significativi, da un lato, dell'applicazione delle norme in materia di cuneo fiscale, dall'altro, dell'applicazione delle norme in materia di TFR ed altre misure, contenute nella legge.

PRESIDENTE. Prima di dare la parola al presidente dell'Istat, Luigi Biggeri, vorrei rivolgere anch'io qualche domanda. Quanto l'Istat rileva, a proposito dell'operazione sul TFR e della sua classificazione - misure molto discusse nel corso di questi giorni - sarà estremamente utile alle Commissioni qui riunite. Mi sembra di aver capito dalle sue argomentazioni che l'Istat consideri questa operazione come debito previdenziale, con le prevedibili conseguenze che tale classificazione comporta: mi riferisco, in particolare, alla valutazione di Eurostat sulla presenza di queste risorse nella manovra, che - se ho ben capito le sue parole - sarebbe condotta al solo scopo di accertare la sussistenza di tali somme.
Inoltre, vorrei rivolgerle una domanda riferita alla finanza pubblica e alle entrate.


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Le entrate 2006 stanno crescendo in modo significativo rispetto alle previsioni. Sappiamo che ci sono delle componenti congiunturali, non strutturali, nuove norme (ad esempio la rivalutazione dei beni di impresa), un circolo economico migliorato che producono degli effetti, però, a questo proposito, sembra registrarsi un livello di flessibilità delle entrate - rispetto ad un miglioramento del prodotto interno lordo, nel 2006 - anomalo rispetto agli anni precedenti. Ciò pone un problema di comprensione del fenomeno: mi chiedevo se su questo punto l'Istat potesse aiutarci a capire meglio.
In terzo luogo, vorrei verificare se ho colto bene la vostra valutazione secondo cui le misure IRPEF, combinandosi tra di loro, riconfermerebbero la presenza di un problema non nuovo nel nostro paese: mi riferisco al miglioramento registratosi tra le famiglie collocate nella fascia sociale medio bassa, e al parallelo rischio, per i più poveri, di finire ancora una volta fuori dalla «gittata» di questo fuoco.
Se fosse così, in coerenza con l'ispirazione del documento di programmazione economica e finanziaria su questo punto, bisognerebbe porci il problema di apportare correzioni anche significative alla manovra, perché per l'ennesima volta, agendo prevalentemente sul versante di detrazioni e deduzioni, lasceremmo la componente degli incapienti senza misure di sostegno, con il rischio di subire un ulteriore aumento dello svantaggio relativo.

LUIGI BIGGERI, Presidente dell'Istat. Fornirò subito chiarimenti a lei presidente, perché la risposta alla prima domanda è più complessa e la darò dopo.
Per quanto riguarda l'operazione sul TFR, il presidente ha compreso benissimo. L'Istat, considera quei contributi «contributi sociali»: in quanto tali finiranno nelle casse dello Stato, aumentandone le entrate (perché questo significa trasferirli all'INPS). Come ho detto prima, è ovvio che se i contributi verranno impiegati per effettuare certi interventi, essi saranno classificati come spese dello Stato. Naturalmente, poi dovremo attendere anche la decisione di Eurostat a questo riguardo.
Quanto alle entrate, lei ha perfettamente ragione e ha centrato il problema: esse sono aumentate ed è difficile capirne il motivo. Da parte nostra, ci chiediamo se il loro incremento sia dovuto al miglioramento del ciclo economico oppure ad un aumento consistente del fatturato delle imprese.
Al momento, non sappiamo rispondere esattamente a questa domanda: si tratta di un fenomeno non immediatamente destinato a produrre un effetto sull'IVA o su altre imposte.
Sono aumentate le entrate perché alcuni cespiti, effettivamente, sono incrementati dalle aliquote. La comprensione del fenomeno, infatti, nella sua natura congiunturale o strutturale è possibile solo avendo a disposizione i dati analitici, che l'Istat non ha.
L'Istituto, purtroppo, da questo punto di vista non dispone di tutti i dati analitici, e comunque, anche avendoli, se il fenomeno fosse passeggero, non sarebbe possibile comprendere appieno certe dinamiche. Saremmo in grado di farlo subito solo in presenza di certe condizioni, ossia di analisi che consentissero di verificare da cosa dipendono gli aumenti o le diminuzioni delle entrate. In loro assenza, possiamo solo avanzare delle ipotesi, cosa che del resto viene fatta anche nella relazione previsionale e programmatica (dove si ipotizza che solo una quota di queste costituisca un'entrata strutturale, ritenendosi che l'altra parte, non essendo tale, non si rimanifesterà).
L'attenzione che ho richiamato prima, da questo punto di vista, è rivolta al fatto che, nel primo semestre, l'aumento delle entrate è stato molto consistente. Se pensiamo di arrivare ad un certo livello dell'indebitamento netto, vuol dire che, nel secondo semestre, si ridurranno le previsioni rispetto a questo aumento, o perlomeno non ci sarà un incremento ulteriore, bensì una stasi e spese più alte. Anche questo è prevedibile, perché ci sono delle spese, per esempio per le ferrovie o per


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l'ANAS, che nel 2006 non sono state affrontate, e che quindi, prima o poi, dovranno essere effettuate.
La comprensione del fenomeno, però, richiederebbe analisi più dettagliate, che possiamo fare solo avendo a disposizione tutti i dati analitici (non aggregati) delle entrate. Quanto alle misure, ancora una volta, credo che lei, presidente, abbia centrato il problema.
Possediamo - rispondo, in parte, anche all'altra domanda - dei modelli che ci consentono di fare a priori delle valutazioni (non stime esatte) approssimative degli effetti delle politiche economiche e sociali, anzi è uno degli impegni dell'ultima gestione Istat, quello di implementare sempre più basi di dati analitici, elementari, esaminando, quindi, i microdati delle singole famiglie e delle singole imprese, per vederne gli effetti.
Per quanto riguarda le misure sull'IRPEF, tutti sappiamo che esse riguardano i singoli individui, ecco perché abbiamo riportato tutte le distribuzioni dei redditi, anche familiari. Una cosa, infatti, è fare una deduzione o una riduzione per la singola persona, altra farlo per una famiglia dotata di un doppio reddito: non dico si tratti di famiglie agiate, ma certamente di famiglie con una situazione migliore alle spalle.
Diverso è il caso delle famiglie monoreddito, per le quali, tuttavia, quell'aumento, soprattutto in presenza di figli, potrebbe essere modesto (benché esistano altri tipi di aiuto, non necessariamente peraltro, corrispondenti alle necessità di quel nucleo familiare).
L'osservazione del presidente è corretta, e abbiamo anche messo in evidenza come ci siano tanti percettori di reddito, senza considerare quelli che evadono. Ci sono circa 4 milioni di percettori di un reddito di inferiore a 700 euro al mese.
Questo significa che tra loro molti percepiscono addirittura 400 euro al mese: pensate ai giovani che fanno lavori part-time, a tempo parziale, che non riescono a farlo per tutto l'arco della giornata, o addirittura part-time dal punto di vista temporale, quindi non lavorano tutto l'anno e hanno introiti periodici. Queste tipologie di persone hanno dei redditi talmente bassi da non rientrare nemmeno nelle classificazioni: costoro vivono spesso in famiglie dove non c'è neppure un lavoratore occupato. È evidente che - stando così le cose - ancora una volta le famiglie più povere non usufruiranno di questo beneficio: dovreste pensare, pertanto, a loro vantaggio, a misure alternative, non facili, ma che pure in qualche modo bisogna individuare.
D'altra parte, dalle nostre stime sul sommerso, risulta che tra quanti presentano la dichiarazione dei redditi, esiste una serie di persone con una doppia o tripla posizione lavorativa: costoro, cioè, hanno una posizione lavorativa principale, ma anche altre secondarie, spesso sommerse, tanto che contribuiscono non poco alla valutazione complessiva del lavoro nero nel nostro paese.
Per rispondere alla prima domanda, non c'è dubbio che si possano misurare gli effetti, ma il database che avevamo approntato l'anno scorso era basato sulla misura degli effetti di politiche semplici, composte di uno o due interventi. È ovviamente semplice misurare gli effetti in questo modo. Quando, invece, gli interventi, per le famiglie come per le imprese, sono molto articolati, bisogna rivedere il sistema.
Abbiamo un database per le famiglie, con microdati, così come abbiamo un database per le imprese con microdati delle singole imprese. Dobbiamo impegnarci per sistemare questi database e per tenere conto dei molteplici effetti dei singoli interventi. Non per nulla, quel che ho citato riguarda solo due tipi di interventi per le famiglie, mentre, in realtà, sono molti di più: quindi spero che, entro qualche mese, prima che il Parlamento concluda il dibattito sulla manovra finanziaria, l'Istat possa produrre anche valutazioni degli impatti in maniera più analitica.

DANIELA GARNERO SANTANCHÈ. Innanzitutto, voglio ringraziare il presidente Biggeri per la puntualità e la disponibilità estrema che sempre dimostra.


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Volevo farle, presidente, una domanda molto semplice: abbiamo visto che questa manovra finanziaria aumenta la pressione fiscale di circa due punti. Mi piacerebbe, allora, sapere da lei e dal suo Istituto, cosa comporti questo aumento della pressione fiscale a livello dei redditi legati ai consumi. Vorrei sapere se siate in grado di fare una previsione, di prevedere l'andamento di questo grafico e l'incidenza dell'aumento della pressione fiscale sui consumi.

LUIGI BIGGERI, Presidente dell'Istat. Sono spiacente ma, nonostante i complimenti che spesso ci rivolge l'onorevole Santanchè, ovviamente graditi, non è facile rispondere. Non si tratta, infatti, di un'analisi banale. Quando aumenta la pressione fiscale, in alcuni casi, è perché aumentano le entrate. In realtà la pressione fiscale aumenta, ma non conosciamo esattamente i dati di dettaglio riferiti alle singole famiglie. Se disponessimo di questa informazione, allora avremmo la distribuzione dei redditi familiari e potremmo valutare l'incidenza di tale fenomeno sui consumi. Questo, purtroppo, non è possibile, perché esistono differenti cause dell'aumento, che bisognerebbe scomporre singolarmente per valutare quali siano effettivamente in grado di incidere sui consumi ed i comportamenti delle famiglie.
Possiamo rilevarne gli esiti solo a posteriori, quindi non ora, almeno non nel dettaglio richiesto dall'onorevole Santanchè. Ritengo, tuttavia, che potremo fornire maggiori informazioni dopo aver implementato, migliorato e finalizzato agli interventi previsti questo modello ed ampliato i dati a nostra disposizione.

PRESIDENTE. Nel ringraziare il professor Biggeri e i suoi collaboratori per la disponibilità manifestata ed il prezioso contributo offerto ai nostri lavori, dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 9,40.