COMMISSIONE VII
CULTURA, SCIENZA E ISTRUZIONE

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta pomeridiana di giovedý 6 luglio 2006


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIETRO FOLENA

La seduta comincia alle 14,15.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso, anche mediante la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione del ministro delle comunicazioni, Paolo Gentiloni Silveri, sulle linee programmatiche del suo dicastero, per gli aspetti di competenza della Commissione.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, l'audizione del ministro delle comunicazioni, Paolo Gentiloni Silveri, sulle linee programmatiche del suo dicastero, per gli aspetti di competenza della Commissione.
Al ministro Gentiloni Silveri voglio rivolgere gli auguri di buon lavoro e un saluto di benvenuto nella Commissione, chiedendogli di illustrare le linee programmatiche del Ministero delle comunicazioni per quanto di competenza della nostra Commissione.
Do ora la parola al ministro Gentiloni Silveri per lo svolgimento della sua relazione.

PAOLO GENTILONI SILVERI, Ministro delle comunicazioni. Ringrazio il presidente Folena e tutti voi. Il settore delle comunicazioni, come sapete, è attraversato in questi anni da una spinta abbastanza tumultuosa all'innovazione, che per certi versi si è rivelata anche più rapida del previsto. Il compito del regolatore, quindi, è particolarmente delicato in questo campo, sia sul piano delle norme primarie, ossia sul piano legislativo, sia sul piano delle Authority, chiamate alla regolazione secondaria in questo campo.
Naturalmente l'ispirazione del Governo, in questo ambito, è di cercare di accompagnare e favorire questi processi innovativi, che producono molto spesso valore e vantaggi per i consumatori, avendo grande attenzione alla tutela dei valori costituzionalmente rilevanti, quindi, in modo particolare, alla qualità dei prodotti e dei contenuti che in questo grande processo innovativo si presentano.
Sarebbe naturalmente un risultato molto modesto se, nell'ambito della moltiplicazione delle possibilità, degli apparecchi, degli strumenti, delle piattaforme e delle tecnologie, i valori rilevanti del pluralismo, della qualità dell'informazione e della produzione culturale fossero sacrificati. Da questo punto di vista, il primo ambito generale di intervento, che riguarda anche l'attività della Commissione cultura, è la valutazione che il Governo dà della legge n. 112, che regola il sistema televisivo, la cosiddetta legge Gasparri, sulla quale noi riteniamo che occorra intervenire in modo abbastanza sostanziale, in particolare su tre punti, che si sono rivelati - a due anni dall'approvazione di questa norma - superati e che, alla prova dei fatti, necessitano di una trasformazione.


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Il primo dei punti è la transizione al digitale terrestre, che la legge fissava nel 2006 e che, successivamente, con altro provvedimento, fu rinviata alla fine del 2008. Tale termine noi riteniamo debba allinearsi alla prevalente finestra europea, ossia tra il 2010 e il 2012. A questo fine, d'intesa con le regioni interessate (Sardegna e Valle d'Aosta) e con i produttori televisivi, alcuni giorni fa abbiamo disposto il rinvio - al 2008 - di una scadenza anticipata riguardante quelle due regioni, che avrebbe dovuto significare lo spegnimento della televisione analogica tra 20 giorni.
Non si tratta qui soltanto di prendere atto di una transizione più lunga di quanto era scritto nella legge n. 112, ma anche di prendere atto che la strategia fin qui seguita per favorire questa transizione al digitale terrestre ha bisogno di una forte correzione. La strategia basata, infatti, sul finanziamento per l'acquisto degli apparecchi decoder è in certo senso arrivata a una soglia e comunque, nelle sue forme generalizzate, è preclusa da una procedura di infrazione dell'Unione europea.
Il tema di fronte al legislatore e al Governo, quindi, è come questo obiettivo della transizione al digitale terrestre e dello spegnimento della televisione analogica, che si prolunga nel tempo, debba essere perseguito.
È venuto meno - e a mio avviso può essere un bene - lo strumento del finanziamento per l'acquisto dei decoder, che comunque a un certo punto avrebbe mostrato la corda. Si tratta, allora, di avere un'altra forza motrice di questa transizione, che non può essere che la presenza di contenuti esclusivi, originali, aggiuntivi, diversi, nella televisione digitale terrestre, rispetto ai contenuti della normale televisione analogica. Del resto, le due storie di successo riscontrabili finora in Europa, dal punto di vista della transizione alla televisione digitale terrestre - quella britannica e quella francese -, si basano non sul finanziamento per gli apparecchi, ma sull'esistenza di un pacchetto di contenuti e di programmi disponibile per la televisione digitale terrestre, diverso da quello che si trova nella televisione analogica.
Tra pochi giorni, a metà luglio, a Napoli ci sarà un incontro, al quale parteciperà anche il Governo, fra tutti i broadcaster. Mi auguro che tale incontro metterà al centro del suo lavoro, per la transizione al digitale terrestre, proprio questo cambio di ottica: dal finanziamento per i decoder, peraltro precluso, alla produzione di contenuti originali che possano essere la vera forza motrice.
Il secondo pilastro su cui intervenire è quello che riguarda le regole anticoncentrazione relativamente alle risorse, sia dal punto di vista del mercato pubblicitario sia dal punto di vista delle frequenze. È del tutto evidente che nella fase di transizione, che durerà alcuni anni, prima dello spegnimento della televisione analogica, noi abbiamo bisogno di regolare la televisione di oggi, la televisione analogica. Non possiamo coltivare l'illusione che sia soltanto il processo di transizione verso il digitale - che ovviamente noi incoraggiamo - a risolvere, se ce ne sono, problemi di posizioni dominanti, di concentrazione, e così via.
Lo strumento che la legge n. 112 aveva individuato, cioè la soglia del 20 per cento di un mercato integrato dei diversi settori delle comunicazioni, il cosiddetto SIC, alla prova dei fatti si è rivelato non essere una norma anticoncentrazione. Infatti, quando infine è stata calcolata, poche settimane fa, l'entità del SIC, si è visto ad esempio che i soggetti che - secondo la medesima Authority che questo calcolo del SIC ha svolto - erano in posizione dominante, non solo da questa soglia del 20 per cento non erano indotti a nessuna forma di deconcentrazione, ma potevano, con questa medesima soglia, ulteriormente accrescere tale posizione.
Il secondo punto, dunque, riguarda la necessità di introdurre regole nel mercato della televisione analogica, sia dal punto di vista delle risorse pubblicitarie, sia dal punto di vista delle risorse frequenziali, antichissimo male del nostro paese. In questo periodo ricorrono i 30 anni dalla fine del monopolio: da 30 anni si è sviluppato


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il processo, certo straordinariamente positivo, di passaggio dal monopolio alla realtà di oggi della televisione, ossia emittenze locali, reti commerciali nazionali, e via dicendo.
Questo processo, in questi 30 anni, ha determinato un accumulo di situazioni di fatto per il quale - e lo abbiamo pagato nell'ultimo anno e mezzo, nella Conferenza internazionale di Ginevra sulle frequenze - lo Stato italiano ha un buco informativo che non gli consente di conoscere l'effettivo stato dell'arte riguardo ai circa 19-20 mila impianti-frequenza esistenti, che sono, tra l'altro, il doppio o il triplo degli impianti-frequenza esistenti nei paesi europei comparabili al nostro, o più grandi del nostro, come la Germania.
Naturalmente, da questo punto di vista, il Ministero ha avviato, con l'Autorità delle comunicazioni, un lavoro che concluderemo nella prima parte del 2007, per la costruzione almeno di un database comune di queste frequenze - lo faremo con questionari, con ispezioni della polizia delle comunicazioni, con la collaborazione delle imprese - per poter avere il quadro delle ridondanze, cioè i gruppi che hanno posizioni dominanti anche nel campo delle frequenze, e stabilire in che modo si possa aprire il mercato.
Partiamo sempre dalla considerazione che il mercato attuale della televisione analogica, sia dal punto di vista delle frequenze sia dal punto di vista delle risorse pubblicitarie, è un mercato molto concentrato, in cui il peso di quello che è stato chiamato duopolio resta molto importante, nonostante qualche scalfittura che c'è stata non sulla pubblicità, bensì sugli ascolti, in virtù della crescita della TV satellitare.
Il terzo pilastro su cui occorre mettere mano è quello che riguarda il servizio pubblico, la RAI. È di palese evidenza a tutti che la strategia che nella legge n. 112 era stata immaginata di quotazione in borsa della RAI (pur con alcuni limiti, ad esempio il massimo dell'1 per cento per ciascun socio), la cosiddetta privatizzazione - ma sostanzialmente la collocazione in borsa di parti della RAI -, non è mai stata seguita nei fatti, direi per esaurimento spontaneo.
È del tutto chiaro, quindi, che relativamente agli assetti della RAI, occorre produrre nuove iniziative che, per quanto riguarda il Governo, vanno sostanzialmente nella direzione di capire molto meglio, nell'ambito dell'organizzazione della RAI - che pure resterà un'azienda unitaria e pubblica -, attraverso forme di distinzione societaria, quali sono le missioni più tipicamente di servizio pubblico, quelle più di televisione commerciale e quelle più di rete di trasporto, di provider, quindi legate alle infrastrutture e al patrimonio raccolto in quella parte della RAI che si chiama RAIWay.
A questa riorganizzazione, il cui obiettivo è quello di valorizzare la possibilità, per la RAI - peraltro, secondo le indicazioni dell'Unione europea -, di creare contenuti di servizio pubblico in modo riconoscibile e distintivo, si deve associare, a mio avviso, una linea di riforma che riguarda i meccanismi di nomina, di elezione dei vertici dell'azienda, che dovrebbero avvicinarsi il più possibile all'obiettivo di rompere l'intreccio - che, come sapete, dura da oltre mezzo secolo, ma che raggiunge particolari livelli di gravità nel sistema bipolare - tra partiti e RAI. È un obiettivo che talvolta fa sorridere, quando lo si descrive, ma che io credo sia maturo, dal punto di vista sia delle intenzioni del legislatore sia delle disponibilità dell'azienda.
Queste linee sulla RAI a mio avviso dovrebbero essere, in un certo senso, anticipate dal rinnovo del contratto di servizio che, come sapete, è lo strumento principale nell'ambito della convenzione tra lo Stato italiano e la RAI, che regola i rapporti tra Governo e RAI. Un contratto di servizio che finora - lo dico in modo abbastanza piatto - è stato uno strumento non valorizzato fino in fondo. Il suo rinnovo è stato affidato più a dinamiche interne al Ministero delle comunicazioni e all'azienda del servizio pubblico - ovviamente con il parere obbligatorio della Commissione di vigilanza - che non oggetto


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di un confronto pubblico. Non dico di pensare all'esempio inglese, dove, quando c'è il rinnovo della Royal Charter che regola i rapporti fra Governo e BBC per quattro anni, se ne discute nelle forme più incredibili dal punto di vista della pubblicità e dell'interesse del pubblico. Anche altri casi, tuttavia, come quelli della Francia e della Spagna, indicano un maggior interesse delle istituzioni, del Parlamento e dell'opinione pubblica a questo tema, che in sostanza rappresenta il corrispettivo del canone. Lo Stato italiano, cioè, riconosce alla RAI il canone e chiede in cambio a quest'ultima di svolgere un certo servizio.
Credo che anche le Commissioni parlamentari (in particolare la Commissione cultura, oltre alla Commissione di vigilanza, che per legge fornisce il parere) possano svolgere un ruolo propositivo molto importante. Dovremmo cogliere - in fretta perché siamo in ritardo, essendo scaduto il contratto a dicembre dell'anno scorso - l'occasione di questo nuovo contratto per rendere almeno in parte la questione un po' più rilevante.
Un punto che voglio sottolineare - semmai in risposta agli interventi dei parlamentari potrò fornire ulteriori dettagli al riguardo - è che a mio avviso bisogna nettamente migliorare, nel contratto di servizio, la definizione e la verifica di ciò che si intende per servizio pubblico e per qualità del servizio pubblico. Oggi questa definizione è affidata a un'elencazione di generi televisivi: undici diversi generi televisivi, che - sostiene il contratto di servizio - devono occupare almeno il 60 per cento della produzione RAI e almeno l'80 per cento della produzione della terza rete.
Questo, oggi, è l'impianto del servizio pubblico. Il servizio pubblico, dunque, è l'elenco di tutti i programmi che appartengono a questa lista di undici generi, che devono superare la soglia del 60 per cento su RAI1 e RAI2 e dell'80 per cento su RAI3.
Tuttavia, il problema è che, come è normale, la definizione e la tipizzazione di questi generi ha subito, nel corso degli ultimi vent'anni, una grande evoluzione, innanzitutto perché i generi si sono ibridati. La distinzione tra informazione, che sarebbe servizio pubblico, e intrattenimento, che non sarebbe servizio pubblico, è abbastanza difficile. Si parla da 15 anni di infotainment, e questa è la realtà non di programmi americani, ma di molti programmi della televisione pubblica italiana.
Occorre andare più in profondità nell'identificare gli obiettivi e i contenuti del servizio pubblico e, contemporaneamente, nel dare forza alla misurazione della qualità di servizio pubblico. Voi sapete che le misurazioni quantitative degli ascolti sono pane quotidiano, hanno grandissimi livelli di pubblicità. Tutte le mattine alle ore 10, chiunque si occupi di questo settore ha, dal punto di vista degli ascolti, tutti i dati che vuole, incrociati per età, ceti sociali: in una parola, Auditel. Se però voleste impadronirvi dei dati che la RAI pure raccoglie tutti i giorni su quello che chiamano IQS (indice di qualità e soddisfazione) dei diversi programmi, vi trovereste - anche come Commissione parlamentare, e io ne ho fatto la prova quando ero presidente della Commissione di vigilanza - di fronte a un muro. Si tratta, in un'azienda molto trasparente, dell'unico segreto ben conservato.
Probabilmente, questi indici di misurazione della qualità devono essere anch'essi migliorati e aggiornati, e abbiamo degli ottimi esempi negli altri servizi pubblici europei, non dobbiamo inventarci l'acqua calda. Quel che io vorrei inserire nel contratto di servizio, però, è un maggior vincolo al fatto che questi indici di qualità siano adeguatamente conosciuti, pubblicizzati, non per un interesse a rivelare, ma perché mettere sul piatto della bilancia - nel momento in cui si fanno i palinsesti, si creano i programmi e si decidono le scelte editoriali - non soltanto il capitolo audience, che pure è importante, ma anche il capitolo qualità e soddisfazione da parte degli utenti del servizio pubblico, credo sia una delle premesse per quella riforma RAI che dobbiamo avviare, distinguendo meglio,


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come dicevo, ciò che è finanziato dal canone e ciò che è finanziato dalla pubblicità.
Procedo rapidamente sugli altri due o tre nodi che volevo segnalarvi nella mia introduzione, abbandonando il tema della legge n. 112 e dei pilastri da modificare. In generale, in tutta l'evoluzione verso il digitale che è in atto, noi abbiamo una grande ricchezza, ma anche un problema da affrontare. La ricchezza è che certamente chi è in grado di produrre contenuti - per cultura, per risorse artistiche o naturali che sono a disposizione del paese, per know-how e capacità artigianale o professionale all'interno del settore - ha una straordinaria opportunità derivante dalla digitalizzazione dei contenuti stessi, ossia dal fatto che i contenuti digitali possono viaggiare nelle diverse piattaforme e, quindi, hanno una capacità di crescita e di espansione notevolissima. Tuttavia, oltre a questa grande opportunità, ci troviamo di fronte ad un problema: in Italia l'industria della produzione dei contenuti, in campo audiovisivo, giunge alla nascita dell'era digitale essendo ancora un'industria un po' in fasce, per certi versi. Mi riferisco soprattutto all'industria della produzione audiovisiva intesa come fiction, documentaristica e cartoni animati, più che al cinema, che non può certo essere definito in fasce, ma ha problemi diversi, seppure non del tutto diversi.
In sostanza, c'è una netta prevalenza dei distributori rispetto ai fornitori di contenuti, che ovviamente è uno degli effetti della situazione di un mercato caratterizzato da posizioni dominanti. Questa netta prevalenza dei distributori può essere intaccata dalla proliferazione delle piattaforme, con il digitale, ma non è certo che lo sia. Non è una garanzia sufficiente affermare che fino a qualche anno fa chi voleva produrre un documentario o una fiction doveva inevitabilmente passare da viale Mazzini o da Mediaset perché altrimenti non aveva mercato, mentre adesso che ci sono i telefonini, il digitale terrestre, la IPTV, la situazione sarà diversa. Non è detto che sarà così, e questo credo che chiami il Governo, il mio Ministero, il Ministero per i beni e le attività culturali e questa Commissione, a porsi il problema di come intervenire in materia.
Qual è l'obiettivo della politica che, a mio avviso, il Governo deve proporre? Quello di irrobustire, anche in Italia, i diversi segmenti di questa industria di contenuti, di farli passare da una fase in cui sono un po' in fasce a una fase in cui sono più forti. In che modo? Ovviamente, da una parte irrobustendone la capacità di possesso dei diritti e dall'altra parte evitando che i distributori verticalizzino i diritti su tutte le piattaforme. È chiaro, infatti, che oggi siamo ancora al rischio che questi produttori, in alcuni casi, siano dei meri esecutori. C'è un'idea e c'è un soggetto - di solito, RAI o Mediaset - che la finanzia; nel momento in cui finanzia l'idea, il soggetto acquisisce tutto il pacchetto di diritti, per tutte le piattaforme e per periodi di tempo lunghissimi.
Bisogna intervenire su questo punto, perché tutti noi dobbiamo essere consapevoli che con il trascorrere degli anni la forza dei contenuti sarà un aspetto sempre più importante. Credo che, partendo dalle misure necessarie per rendere effettivamente cogente quanto previsto dalla legge n. 122 - naturalmente è il primo passo in questa direzione -, bisogna proporsi, d'intesa con l'Antitrust e l'Autorità delle comunicazioni, di intervenire sulla materia dei diritti per consentire questo rafforzamento.
Storia parallela, ma distinta, è la storia dei diritti del calcio, di cui so che il ministro Melandri ha già parlato nella sua audizione, e sulla quale, quindi, sarò rapidissimo. È chiaro che quando parliamo di una proposta del Governo in materia di diritti televisivi del calcio, abbiamo in campo due obiettivi. Il primo, tornando a ipotesi di negoziazione collettiva, è quello di introdurre meccanismi di maggiore equità nei rapporti tra le diverse squadre di calcio, il cui squilibrio ha prodotto alcuni dei guasti che in queste settimane sono venuti alla luce. Tra l'altro, su questo c'è un indirizzo condiviso, direi, da diverse parti dello schieramento politico ed esistono diverse proposte di legge depositate.


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Il secondo obiettivo, che riguarda più direttamente la competenza del Ministero delle comunicazioni, è che nel momento in cui si tornasse, o si tornerà, a una negoziazione dei diritti, dovremmo essere molto attenti a che la negoziazione collettiva non produca effetti di nuova chiusura del mercato, non quello calcistico, bensì quello delle piattaforme televisive. Occorre quindi lavorare secondo indirizzi che anche recentemente, con riferimento ad un caso specifico, sono venuti da una delibera dell'Autorità antitrust, per porre alcuni limiti, ad esempio, alla possibilità di acquisire diritti multipiattaforma, per piattaforme che il singolo operatore non esercisce, oppure limiti per quanto riguarda la durata delle esclusive. Insomma, i modi attraverso cui garantire l'apertura del mercato, soprattutto nelle piattaforme emergenti, sono quelli previsti e adottati nei diversi mercati europei. Penso, quindi, che la proposta avrà queste due caratteristiche: da un lato la negoziazione collettiva, dall'altro favorire - anche con la negoziazione collettiva - un mercato più aperto e più competitivo.
Un'ulteriore considerazione riguarda il tema della televisione e della tutela dei minori, di cui la Commissione cultura si è occupata in modo particolare nel corso della lunga e faticosa discussione sulla legge n. 112 nella scorsa legislatura. La mia opinione è che il nostro sistema, in questa materia, abbia bisogno di qualche aggiustamento regolativo, ma anche di molta attuazione, controllo, verifica. Abbiamo un ventaglio di norme primarie e secondarie, a tutela dei minori, tutto sommato perfezionabile, ma robusto. Ci sono alcuni aspetti che vanno ulteriormente regolati. Penso, ad esempio, ai videofonini e ai meccanismi che si possono introdurre per scoraggiare l'utilizzo di materiali di un certo tipo nei videofonini da parte dei minori. Penso, altresì, alla pubblicità in alcune fasce protette, nei grandi broadcaster, su cui forse, almeno in alcuni periodi dell'anno, si potrebbe fare qualcosa di più di quanto già non avvenga in termini di restrizione.
Tuttavia credo che molto lavoro vada fatto innanzitutto dal punto di vista della promozione, e in questo senso l'intesa che il precedente Governo aveva raggiunto fra Ministero delle comunicazioni e Ministero della pubblica istruzione, per una campagna comune dal titolo «Usiamo bene la televisione», sia da concretizzare (e con il collega Fioroni ci stiamo attivando per concretizzarla). È stato varato molto di recente, a fine aprile, un altro codice che riguarda il tema pubblicità e minori, che merita molta attenzione attuativa.
Credo che dobbiamo concentrarci molto, come Governo, nel far rispettare le regole, chiedendo, ovviamente in primo luogo all'azienda del servizio pubblico, di essere in questo campo la prima della classe, da questo punto di vista risolvendo anche alcuni elementi di contenzioso che esistono proprio fra RAI e Comitato di tutela del codice dei minori.
Come sapete, è in corso, a livello comunitario, il processo di discussione per l'adozione di una nuova direttiva generale riguardante l'audiovisivo, in gergo chiamata «TV Senza Frontiere 2». Il processo non è nella sua fase finale, nel senso che, da quanto abbiamo capito, l'intenzione sarebbe di chiuderlo nel semestre tedesco, quindi nel primo semestre dell'anno prossimo, per cui vi sono ancora 7-8 mesi di lavoro. All'inizio di giugno è stata dedicata un'intera giornata delle diverse Commissioni del Parlamento europeo sull'attuale proposta di direttiva. La proposta di direttiva è molto importante, come sempre lo sono, in queste materie, le direttive europee.
Per quel che ci riguarda più da vicino, segnalo alla vostra attenzione due questioni che certamente, però, già conoscerete. Da un lato, il senso della direttiva è normare in modo diverso la televisione: inizialmente si era adottata una terminologia un po' ermetica, quella di televisione «lineare» e di televisione «non lineare», mentre adesso mi pare che abbiano sostituito la seconda espressione con «on demand», più semplice e comprensibile. In sostanza, da una parte abbiamo la televisione in cui è il broadcaster che offre


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programmi nel giorno e con le caratteristiche che ritiene, che ha una regolamentazione di un certo tipo, più rigida, dall'altra la televisione on demand, un archivio in cui con un tesserino o un abbonamento si può scegliere cosa vedere. Questa seconda televisione, naturalmente, ha diverse regole, in termini di affollamenti pubblicitari e requisiti di vario genere. Il Governo italiano condivide questa distinzione.
Più attenta, e per certi versi critica, è la posizione del Governo italiano, come anche di quello francese e di altri, sulla parte della direttiva che tenderebbe ad autorizzare nuove forme di pubblicità: pubblicità a schermi frazionati, e primo fra tutti - ciò di cui si è discusso molto nelle sessioni del Parlamento europeo - il product placement nei programmi televisivi, argomento ovviamente controverso.
L'opinione del Governo italiano è che, come sempre in queste direttive europee, è giusto prevedere che ciascun paese possa adottare misure più restrittive; se ritiene che nel mercato televisivo non ci sia bisogno di un'ulteriore proliferazione di formati pubblicitari, di modalità pubblicitarie, ogni paese può benissimo adottare una linea più restrittiva. Spesso si fa l'esempio del cinema e del successo che il product placement ha in questo settore, e si cita il caso americano: non c'è dubbio che chiunque abbia visto l'ultimo film di Altman ha notato che esiste un intreccio all'origine tra pubblicità, sponsor e spettacoli in generale.
È vero che la legge Urbani ha introdotto il product placement nel cinema anche in Italia. Tuttavia c'è da chiedersi - poiché, al contrario del cinema, non è che la pubblicità televisiva sia continuamente alla ricerca di ulteriori fonti di finanziamento ma, tutto sommato, si tratta di un'attività abbastanza florida dal punto di vista dei ricavi, non solo in Italia - se un ulteriore ampliamento delle modalità possibili in pubblicità sia in realtà un errore e se quindi sia auspicabile, da parte della direttiva TSF 2, prevedere che ciascun paese possa conservare le proprie norme più restrittive su questo aspetto.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro per la sua relazione. Avverto che oggi potremo lavorare fino alle ore 15,30 circa, perché successivamente sono previsti la sede consultiva sul decreto-legge di riordino delle attribuzioni dei ministeri e l'ufficio di presidenza. Inoltre, a partire dalle 16 avranno luogo votazioni in Assemblea.
Do la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

GIUSEPPE GIULIETTI. La ringrazio, ministro. Molte osservazioni, almeno per quanto mi riguarda, sono convincenti e sottolineano un percorso, e questo mi pare l'aspetto più importante in una materia così delicata.
Altri colleghi, ne sono certo, interverranno su altre questioni. Se mi permette, vorrei sottolineare alcuni temi che riguardano l'interesse generale. Sono molto contento del tema della liberalizzazione, però mi sta molto a cuore il tema della liberalizzazione delle idee, delle opinioni e dei contenuti. Provo a ripetere un ragionamento che ho fatto in questi giorni. Non basta, in questo paese, porre il tema della liberalizzazione dal punto di vista delle strutture economiche, industriali e dei servizi. C'è un problema di liberalizzazione delle idee, delle opinioni, della cultura, dei linguaggi e dei prodotti dentro le reti.
Finora si è registrata una prevalenza dei proprietari delle reti e del loro rapporto con la politica, rispetto all'esigenza generale di promuovere - lei lo sa - nuovi contenuti e nuovi autori. Si tratta di una questione che a me preoccupa molto. Cito un esempio al quale mi piacerebbe che lei prestasse attenzione nelle prossime ore: il tema della libertà. In primo luogo, attendiamo ancora il rientro di coloro che furono espulsi e allontanati dal servizio pubblico per ragioni puramente politiche. In secondo luogo, oggi compare una notizia relativa a intercettazioni illegali, pedinamenti e abusi nei confronti di cronisti che indagano su alcuni dei misteri più inquietanti di questo paese. Vedo una grande preoccupazione di rassicurare i servizi che tutto funziona in questo paese.


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Occorre che ci sia un equilibrio, rassicurando anche coloro che producono idee e opinioni, quali che siano, altrimenti non c'è un bilanciamento tra le esigenze della libertà, il diritto alla conoscenza da parte dei cittadini e alcuni elementi di clandestinità, che sono tipici in vari aspetti del sistema della comunicazione.
Oggi, ad esempio, mi ha preoccupato vedere come da parte di tutti, a cominciare da me stesso - non è mia abitudine puntare il dito -, rispetto a vicende come queste sia ormai quasi un'abitudine ritenere che sia sempre andata così. Non è sempre andata così, e comunque, signor ministro, lei sa che una qualunque lesione all'articolo 21 deve essere segnalata senza che il Governo interferisca, ed è una funzione sulla quale occorre un'attenzione assoluta.
Lo dico perché vorrei capire meglio quali sono le modalità e la tempistica del rientro dall'anomalia italiana nel sistema della comunicazione. Non voglio riaprire una discussione su questioni che ci hanno visti divisi in quest'aula, fra schieramenti. Sarei un disonesto se non riproponessi ciò che penso: ritengo che quella legge sul conflitto di interessi sia pessima e che la legge Gasparri sia una pessima legge, non solo per ragioni politiche, ma anche dal punto di vista industriale.
Quali sono le modalità del riallineamento alla situazione europea, in questo settore? Faccio un esempio: ieri il sottosegretario Levi ci ha detto che dobbiamo effettuare tagli nel settore dell'editoria, e molti di noi non ne sono convinti. Tuttavia, poiché sarà modificata la legge Gasparri e ci sarà un riequilibrio di tipo europeo nella distribuzione della pubblicità, il complesso della manovra porterà ad avere più giornali, più autori, più radio, più TV.
Vorrei capire: questo percorso è stato concordato? Qual è la previsione teorica di spostamento di risorse in questo mercato? Lei capisce che non è un problema secondario, altrimenti, se si annunciano tagli in alcuni settori ma non è previsto un percorso di sviluppo complessivo, c'è il rischio che il duopolio diventi più duopolio, il monopolio più monopolio, e che non ci sia, contemporaneamente, una crescita dei soggetti.
È un problema, dunque, di tempistica. Poi si potrà dire - come sostengono giustamente alcuni colleghi dell'opposizione - che non ci sono i numeri, che la norma non passerà, ma è un'altra questione. La questione fondamentale è conoscere la scansione temporale e le modalità di riforma e di redistribuzione.
Signor ministro, non è un problema di destra o di sinistra, ma è un problema che riguarda il sistema industriale italiano. Ricordo che durante l'esame della legge Gasparri la Federazione degli editori (pericolosi bolscevichi), l'ambasciatore Biancheri, l'Unione stampa periodica, i diocesani, le associazioni dell'audiovisivo, la produzione televisiva (non parlo neppure dei sindacati, ma del complesso delle imprese italiane e delle loro associazioni) posero una serie di richieste di allineamento europeo e di promozione del prodotto nelle reti. Quasi tutte quelle richieste non passarono. Quei soggetti saranno recuperati e auditi, avranno la stessa attenzione che hanno avuto pochissime imprese nel passato? Insomma, manifesteremo nei confronti dell'insieme della platea delle imprese italiane lo stesso affetto che altrove si è manifestato nei confronti di due imprese al massimo?
Esiste nel cassetto - seconda questione - la legge sull'audiovisivo e sulla fiction? Durante la gestazione della legge Gasparri, il Governo disse, attraverso i sottosegretari, che avrebbe dato una risposta a parte alla questione dell'audiovisivo, degli autori indipendenti e della fiction italiana, con una grande legge industriale. Non ne ho visto traccia, e qui non sto parlando di grandi questioni ideali, ma di percorsi condivisi, se si vuole andare verso l'apertura, quali che siano i contenuti che vanno nelle reti. È cosa diversa dalla proprietà: parlo dei contenuti nella molteplicità delle reti.
Quella legge industriale sull'audiovisivo e la fiction verrà ripresa oppure no? Lei sa che molte regioni, tra cui la regione Lazio, stanno normando: c'è un coordinamento


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dei progetti regionali e nazionali? Si è svolta un'audizione con l'associazione dei produttori in questa direzione? Lei ne ha fatto solo un accenno, che io considero positivo: è previsto un incontro con le autorità, per la definizione delle modalità di accesso dei prodotti degli autori indipendenti e dei produttori alle reti (mi riferisco alle tariffe di accesso), per impedire che un monopolio possa strangolare l'accesso di un nuovo autore, di un nuovo produttore o di una cooperativa giovanile a questo mercato? Penso a modalità attraverso le quali i grandi gruppi restituiscono al cinema - ma ne parleranno altri meglio di me - in termini di diritto d'autore e in termini di considerazione dell'opera. L'Europa può inserire la pubblicità nel film, ma dobbiamo intenderci su quale sia il rispetto che diamo all'autore e alla cultura degli autori nella definizione del programma cinematografico e dell'audiovisivo: la riconoscibilità deve essere mutua.
È stata posta la questione dell'Auditel, sulla quale vorrei introdurre qualche particolare in più. L'Autorità, ormai da due secoli e mezzo - lo dico scherzando, ovviamente -, annuncia un'inchiesta su Auditel. Vorrei sapere se questa inchiesta si sia mai conclusa. Ogni volta che si cita questo tema c'è sempre qualche collega, dei vari schieramenti, che si sente male. Vorrei ricordare ai colleghi che l'ultima volta, quando parlammo dei minori, per alcuni il problema era come non danneggiare i pubblicitari, non come non danneggiare i minori. Il timore era che qualcuno perdesse un euro, a proposito di alcuni grandi valori che ci affratellano la domenica, ma non il lunedì!
Usando meno retorica, è possibile arrivare a uno strumento di rilevazione in cui, oltre a due imprese che controllano se stesse e decidono per i consumatori, si allarghi la platea delle imprese? Ci può essere un elemento di interesse pubblico nella rilevazione? Il medesimo presidente dell'Autorità delle comunicazioni chiede se si possa stabilire un criterio per il quale anche il consumatore ha diritto di dire la sua, visto che queste scelte determinano la vita di gran parte delle imprese e anche le scelte della comunità nazionale. È possibile inserire l'elemento del Qualitel? La qualità!
Lei sa, signor ministro, che la platea delle piccole e medie imprese, tanto forti in molte zone del paese, si attenderebbe piccoli segnali? Per esempio, che le telepromozioni e le televendite non fossero più di competenza delle grandi emittenti nazionali? Per esempio, che la RAI, magari, avesse qualcosa in più sul canone e meno in pubblicità? Insomma, liberare i bacini regionali per favorire le imprese regionali, anche private. Se qualcuno si opporrà persino a questi piccoli segnali saremo nel delirio di una politica che rinuncia alla propria autonomia. Tra la radicalità della riforma e il nulla occorre un percorso che smuova questa palude del nostro sistema della comunicazione. Le chiedo: è ipotizzabile un percorso graduale?
Quanto al contratto di servizio, sarà possibile prevedere, signor ministro, al termine dei lavori, una consultazione da lei promossa che coinvolga, tuttavia, le Commissioni parlamentari? Trovo davvero interessante - lo dico con grande passione - questa idea che, come in Francia, Spagna, Inghilterra e Germania, con situazioni di governo diverse, si sia dato al contratto di servizio un grande senso democratico di partecipazione. Chiedo di allargare la consultazione al massimo, di coinvolgere, come lei ha detto, le Commissioni parlamentari, ma di arrivare anche a un appuntamento finale, nel quale la proposta sia illustrata e discussa e sia accolto ogni tipo di emendamento che possa essere utile al miglioramento di quella proposta.
Penso, ad esempio, che potremmo eliminare una parte dei generi previsti nel contratto, ma avere maggiore attenzione a quote di programmazione su questioni delicatissime, che oggi emergono: la programmazione per l'infanzia, il cartone animato, il documentario, il giornalismo d'inchiesta (potrà sembrare un'eresia, visto che non si fa più). Potremmo stabilire che


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ci sia finalmente una pari opportunità tra la vita di tre vip e grandi questioni che sembrano sparite.
Lei ritiene che il contratto di servizio possa contenere questi elementi? Per esempio, le reti digitali potrebbero occuparsi una del mondo, una dell'Europa e una della parte migliore della comunicazione culturale italiana? Perché non superare un'idea lottizzatoria fissa e non entrare in uno schema dove il servizio pubblico offre il meglio della conoscenza? Poi litigheremo su quello che va in onda, ci mancherebbe, ma che si faccia questo tipo di salto. Perché il contratto di servizio non può prevedere l'obbligo di assunzione per concorso, signor ministro, o che si decida sulla presentazione obbligatoria di curricula? Rischiamo tutti, ma io glielo dico, lo faccia! Ci metta la frusta, ciascuno dovrà poi dichiararsi, altrimenti rischiamo tutti, a partire da me, di indignarci lunedì, ma di rifiutare ogni tipo di regola nuova. Io sarei per l'introduzione, nel contratto di servizio, di una meritocrazia spietata, sulla quale ciascuno sia poi costretto a pronunciarsi.
Sulla direttiva europea - lei ha posto una questione essenziale, signor ministro, che è sparita dal dibattito generale, come se fossimo un piccolo paese di provincia, e mi piacerebbe un'audizione del ministro su questa questione - gradirei che il presidente promuovesse un ascolto anche delle delegazioni europee delle principali associazioni di impresa. Personalmente sono per recepire le direttive europee, purché si recepiscano tutte.
Sono arrivati parecchi cartellini gialli e rossi all'Italia, in materia di comunicazione e pubblicità, e deve essere chiaro che si deve procedere ad un'applicazione contestuale di tutto, perché una norma che può apparire di liberalizzazione in Finlandia, in Italia rafforza il duopolio. Lei lo sa benissimo, non sono norme neutrali.
Poiché si tratta di materia che riguarda il complesso della platea industriale e culturale italiana, che vede posizioni diverse tra i vari gruppi, al di là di destra e sinistra, su grandi temi come l'eccezione culturale, l'identità culturale e nazionale e il rapporto tra l'Europa e alcune fortissime fonti di produzione statunitense, si tratta di questioni delicatissime. Su questo le chiederei, se fosse possibile, un approfondimento d'indagine e d'inchiesta.
In conclusione, signor ministro, le chiedo di riferire sulla vicenda di Telecolor, se ha avuto modo di occuparsene. Ho parlato di grandi temi, ma alcune ragazze e ragazzi di alcune emittenti del nostro paese, in queste ore stanno per andare a casa, e dal momento che lei si è mosso positivamente, può essere importante anche un suo segnale, un suo cenno di risposta.

PRESIDENTE. La proposta avanzata dall'onorevole Giulietti di organizzare audizioni in Commissione a proposito della direttiva europea citata dal ministro e di altri aspetti delle direttive europee, mi sembra una proposta molto utile, che sottoporrò all'ufficio di presidenza.

GIORGIO LAINATI. Signor ministro, dopo che il suo collega Ferrero ha annunciato di avere intenzione di buttare di fatto la legge Bossi-Fini, dopo che il suo collega Bianchi ha annunciato di voler buttare la legge sulle grandi opere, dopo che proprio in questa Commissione il suo collega Fioroni ha annunciato di voler buttare la legge Moratti, adesso lei è venuto qui, come ha fatto anche in IX Commissione, ad annunciare di voler buttare la legge n. 112.
Sono sbalordito perché lei afferma che non è di suo gradimento nemmeno la norma che l'attuale membro del consiglio di amministrazione della RAI, l'onorevole Bianchi Clerici, aveva inserito a tutela dei minori. Sono decisamente stupefatto e amareggiato dalle sue parole, ma tant'è: se lo scontro tra centrodestra e centrosinistra è generale, onorevole ministro, sulla legge n. 112, probabilmente, raggiungerà il suo apice.
Sinceramente non credo che la strada che lei ha descritto, di volere questa divisione nelle tre fasce di attività del servizio pubblico, sia la migliore. Lei sa che Forza Italia, nella passata legislatura,


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aveva fortemente sostenuto la quotazione in borsa della RAI, attraverso una sua parziale privatizzazione, meglio definita come semiprivatizzazione. Ha ragione nel dire che purtroppo - lei non ha detto «purtroppo», lo aggiungo io - questo percorso non è stato portato a termine, ed è una cosa della quale mi rammarico profondamente.
Non credo, però, che la soluzione da lei prospettata sarà la soluzione migliore per il futuro del servizio pubblico. Se da un lato, onorevole ministro, vedo questa sua indicazione più come un'idea che campeggia - ritengo per motivazioni politiche e numeriche - in questo Parlamento, ma che difficilmente troverà una conclusione positiva dalla sua ottica, dall'altro credo che - e sarà argomento del dibattito che si svolgerà nella costituenda Commissione di vigilanza sulla RAI - sarà molto interessante la discussione sulle prospettive del rinnovo del contratto di servizio che lega lo Stato alla televisione pubblica.
Nelle sue parole colgo degli auspici che mi sembrano, al contrario di altre sue osservazioni, più condivisibili. È chiaro che tutti noi auspichiamo un miglioramento e una più adeguata identificazione della qualità e della produzione del servizio pubblico, nel senso che rimanere meramente bloccati su una semplice divisione quantitativa, che non abbia poi alcuna attenzione rispetto ai contenuti, non è propedeutico per nessuno. È altrettanto vero, signor ministro e onorevoli colleghi, che sulla definizione, oltre i titoli, dei generi che compongono e qualificano la produzione televisiva della RAI, sarà estremamente difficile scendere nel concreto.
Mi permetto di fare un esempio. La mia parte politica ha fortemente apprezzato, nel corso della XIV legislatura, la realizzazione di alcune fiction di carattere storico da parte del servizio pubblico. Così non è stato per altri. Per esempio, la realizzazione della fiction sulla vita di uno dei più grandi statisti del dopoguerra, Alcide De Gasperi, ha suscitato un generale consenso, sia nell'allora maggioranza, sia nell'allora opposizione. Così non è stato, invece - faccio questa sottolineatura politica con il massimo rispetto per l'onorevole Folena -, allorché Rifondazione comunista condusse una battaglia durissima contro la fiction Il cuore nel pozzo. Ricorderà, signor ministro, che ne abbiamo parlato moltissime volte in Commissione di vigilanza, perché questa veniva considerata una fiction di destra. Sfido chiunque a dimostrare che fosse tale nei suoi contenuti. Tuttavia, per un'ingiusta, sbagliata e sproporzionata carica ideologica, profusa nella fattispecie dal partito di Rifondazione comunista contro quella fiction, ci fu perfino una clamorosa contestazione del protagonista, un attore militante del partito medesimo, nell'ultimo congresso del partito al Lido di Venezia. Rimasi sbalordito da una cosa del genere, perché un attore, peraltro bravo, liberissimo di militare in tutti i partiti - una volta era socialista, ma è del tutto legittimo - fu duramente contestato da una parte dei congressisti per essersi prestato a interpretare il ruolo di un sacerdote che tentava di salvare le vite di alcuni perseguitati dai comunisti titini.
Signor ministro, mi sono permesso di fare questo esempio perché, come talvolta è opportuno fare, dobbiamo scendere dalle valutazioni astratte e parlare di cose concrete. A mio avviso, mettere a fuoco i contenuti qualitativi da sottolineare nel contratto di servizio non sarà affatto facile.
La legge n. 112 è arrivata ben quattro legislature dopo la legge Mammì che, ricordiamolo tutti, è dell'agosto 1990. Ci sono voluti, quindi, quasi 15 anni per produrre una nuova legge di sistema che lei, pochi istanti fa, ha fortemente criticato. Anzi, lei ha essenzialmente criticato l'innovazione e l'introduzione del sistema integrato delle comunicazioni nella legge n. 112. Tuttavia, faccio questa osservazione temporale perché, secondo me, il Governo non può non tenere conto dei 15 anni intercorsi tra la prima legge di sistema radiotelevisivo e la seconda. Inoltre, non si può dire che non è una questione politica, ma una questione di rispetto degli sviluppi della ricerca scientifica e tecnologica. Tutti siamo consapevoli dell'importanza


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dello sviluppo delle nuove tecnologie in questo settore, ma non possono essere utilizzate queste motivazioni, a nostro avviso, per una demolizione politica di un'ottima legge dello Stato.

WLADIMIRO GUADAGNO detto VLADIMIR LUXURIA. Rivolgo i miei saluti al signor ministro, con gli auguri di buon lavoro. Comincerei subito dalle norme restrittive sulla pubblicità, un argomento che mi sembra molto interessante. La pubblicità è uno strumento per far conoscere i prodotti a chi vuole operare una scelta, o almeno cercare di farlo. Sicuramente, la pubblicità non può essere invasiva, ingombrante o violenta.
Ricordo ancora le polemiche del grande Federico Fellini, il quale si era schierato, sin dall'inizio, in maniera molto forte contro l'interruzione dei film in televisione per la pubblicità. Diceva Fellini che quella era l'interruzione di un sogno. Poi si è dovuto arrendere, tanto da curare la regia di uno spot. Io credo che, a volte, anche gli spot pubblicitari possano diventare una forma d'arte, ma ci vogliono delle regole, occorre un freno, perché non si possono invadere le case con pubblicità non desiderate, mentre si sta guardando altro.
Da questo punto di vista, mi piacerebbe che venisse introdotta una restrizione sul volume. Spesso accade che quando viene mandata in onda la pubblicità, su alcuni canali, automaticamente il volume diventi più alto. Credo che questa sia una forma di violenza. Non si può obbligare una persona ad usare il telecomando, per abbassare o alzare il volume a seconda che si trasmetta una pubblicità o un film.
Detto questo, voglio ricordare il messaggio inviato alle Camere nel luglio 2002 dall'ex Presidente della Repubblica, oggi senatore a vita, Carlo Azeglio Ciampi: «La garanzia del pluralismo e dell'imparzialità dell'informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta». Non è un caso che lo abbia detto, come non è un caso che questo messaggio sia stato rivolto proprio alle Camere.
La capacità di comunicare, elaborare e diffondere informazioni e conoscenze è un bene comune e come tale è inalienabile. L'informazione dovrebbe essere qualcosa di accessibile a tutti. La ricchezza e la pluralità delle fonti costituiscono valori fondamentali di una democrazia avanzata e sono condizioni per il progresso civile di un paese.
Oggi, con il sistema che abbiamo - dal monopolio siamo passati effettivamente a un duopolio -, è come se in Parlamento ci fosse uno sbarramento del 15 per cento, per cui dovrebbero prendere la parola solo le persone rappresentanti quei partiti che hanno un consenso superiore al 15 per cento.
È inutile dimenticare che il 23 dicembre scorso è stata approvata la legge n. 112, sulla quale questo Governo intende intervenire, che effettivamente ha consolidato le posizioni dominanti nel mercato di alcuni soggetti televisivi presenti sulla scena, limitando il pluralismo e la concorrenza.
Voglio anche ricordare che la legge Gasparri, nonostante la pronuncia del 1994 della Corte costituzionale secondo la quale un unico soggetto non può possedere tre reti nazionali e nonostante la sentenza che aveva raccomandato il trasferimento di Retequattro sul satellite, ha conservato Retequattro e l'occupazione delle frequenze di Italia7. Penso che questo sia un problema da risolvere assolutamente.
Gli effetti deleteri del duopolio televisivo non solo hanno impedito il pluralismo dell'informazione, ma, secondo me, hanno anche frenato l'economia, in quanto si è posto un freno alla famosa piccola e media impresa, nonché all'emittenza locale che, comunque, costituisce un patrimonio per il nostro paese. Ci sono molte emittenti televisive che hanno avuto un grande successo, soprattutto dopo gli anni settanta, quando sono nate, ma sono state fortemente penalizzate da un sistema di duopolio. Credo, quindi, che all'interno di un sistema che concede un pluralismo maggiore all'informazione occorra anche riequilibrare l'accesso al mercato pubblicitario a favore di alcune realtà televisive che


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hanno una forte connotazione territoriale. È necessario dare la possibilità alle persone di conoscere il proprio territorio, di sapere cosa avviene nello stesso, anche attraverso le televisioni private. Ricordo che nel programma dell'Unione si parla di ripristino del tetto alla raccolta pubblicitaria, previsto dalla legge Maccanico, nonché di studio di idonei tetti di spesa per le telepromozioni.
Voglio esprimere una preoccupazione sulla privatizzazione della RAI e sulla proposta di una sua quotazione in borsa. A me sta molto a cuore quella che si chiama la qualità del servizio pubblico. Ultimamente, abbiamo assistito ad una televisione di servizio pubblico che ha cercato, più che altro, di inseguire certa televisione commerciale e, molto spesso, per ottenere maggiori consensi Auditel, ha cavalcato una certa - diciamolo pure - morbosità. Da questo punto di vista, è interessante anche la proposta dell'onorevole Giulietti di venire a conoscenza del tasso di gradimento, oltre che del tasso di ascolto.
Mi chiedo quanto un sistema di privatizzazione possa servire a sganciare una rete di servizio pubblico dalle regole del mercato. Voglio ricordare come anche le squadre di calcio, dopo la loro quotazione in borsa e dopo essere state considerate aziende commerciali, hanno vissuto le vicende che tutti conosciamo.
Come Commissione cultura abbiamo avuto un incontro con i giornalisti della RAI. Lei sicuramente è a conoscenza della preoccupazione di tante persone che vivono sotto la spada di Damocle del precariato, in quanto da un anno e mezzo è scaduto il loro contratto di lavoro. Lei sa bene che il precariato, nel sistema dell'informazione, significa anche ricattabilità, che non è certo lo strumento idoneo a garantire l'imparzialità dell'informazione stessa, soprattutto quando esistono, come di fatto esistono, occupazioni dei partiti nel sistema radiotelevisivo pubblico. È vero, non si tratta certo di un'invenzione dell'ultimo quinquennio del Governo di centrodestra, è qualcosa che ereditiamo da tante generazioni, ma non per questo si può considerare una tradizione culturale da salvaguardare.
Le chiedo, inoltre, quali saranno i criteri per decidere ciò che è controproducente o diseducativo in un orario di fascia protetta. Credo, ad esempio, che dibattiti seri e pacati su alcuni temi, come l'orientamento sessuale e l'identità di genere, debbano poter entrare nelle fasce protette, perché è giusto che tutti conoscano certe realtà, indipendentemente dall'età.
Infine, credo che un sistema pubblico di informazione debba dare sempre la possibilità di sentire due opinioni. Insomma, quando un telegiornale pubblico trasmette un'opinione, deve far sentire anche la controparte. Questo deve valere sempre, anche in presenza di opinioni e commenti offensivi, ad esempio, nei riguardi della comunità gay, lesbiche e transgender, perché troppo spesso, anche attraverso il servizio pubblico, abbiamo assistito a forti attacchi alla nostra comunità, senza aver avuto mai la possibilità di poter esprimere anche il nostro parere su questa questione.
Grazie e buon lavoro.

EMERENZIO BARBIERI. Desidero esprimere alcune osservazioni e porre alcune domande, con una premessa. In altra circostanza il presidente Folena ha ricordato che quando ascoltiamo un ministro non è il caso di polemizzare tra membri della Commissione, tuttavia vorrei togliermi un dentino. Ovviamente, dell'ultima parte del discorso dell'onorevole Luxuria non condivido nulla, neanche i punti e le virgole. Di fronte all'idea di inserire nella fascia protetta trasmissioni del tipo di quelle indicate dall'onorevole Luxuria mi sembra di sognare. Credo di aver capito male.
Veniamo alle questioni richiamate dal ministro. Sono d'accordo sul fatto che lei abbia rivendicato, all'inizio del suo intervento, che l'informazione del servizio pubblico deve essere un'informazione di qualità. Non ricordo se fece anche lei affermazioni sul tipo di quelle che sto per riferire, nella legislatura precedente,


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quando il centrosinistra era all'opposizione, ma ricordo attacchi selvaggi e continui a un tipo di informazione dei telegiornali della RAI che prevedeva quello che si chiamava non ricordo se «paniere», «pacchetto» o «panino»: Governo-opposizione-maggioranza.
Constato che dal 9 aprile ad oggi non è cambiato nulla. O meglio, è cambiato solo il fatto che la maggioranza attuale adesso parla per ultima. A questo riguardo, signor ministro, la pregherei di riflettere sulla seguente questione: siccome si è verificato, in un passato recente, che autorevoli giornalisti RAI - senza mai essere stati eletti consiglieri comunali, circoscrizionali, come ciascuno di noi prima di diventare deputato, ma sfruttando solo il fatto di essere in video, quindi di essere visti ogni sera da milioni di persone - sono stati eletti deputati o senatori, non possiamo ipotizzare dei telegiornali sullo schema di Euronews, in cui non compare mai il viso del giornalista? In questo modo, non vi sarebbe bisogno della giornalista carina, che va dal parrucchiere ogni giorno, o del giornalista giovane. Il giornalista potrebbe essere, in questo caso, anche un disabile, tanto per intenderci. Inviterei lei, ma anche i colleghi dell'attuale maggioranza, a riflettere su tale questione, che non è irrilevante.
Devo dire, signor ministro, che sono abbastanza d'accordo con lei sulla questione del digitale terrestre, ma non credo che sia sufficiente la differenziazione del pacchetto. Non dispongo dei dati, ma non mi pare che la gente abbia colto fino in fondo il significato di questa profonda trasformazione che si voleva operare, quindi è giusto studiare modalità, sistemi e strumenti.
Considero invece molto ideologica e molto fideistica la questione - l'ha detto il collega Lainati - del SIC. Signor ministro, non so a quale scuola di pensiero lei appartenga, nel centrosinistra, ma sento molti affermare che ci sono questioni che vanno affrontate in termini condivisi. Io dico che se c'è una legge o una questione che andrebbe affrontata in termini di condivisione tra maggioranza e opposizione, è proprio questa del sistema televisivo. Attenzione, se noi non l'abbiamo fatto, non è che voi dovete ripetere lo stesso errore. Se errore era quello di fare una riforma a colpi di maggioranza su questo tema - e l'abbiamo fatto noi -, errore resta se pensate di cambiare radicalmente il sistema con i voti della vostra maggioranza.
Dico questo perché ne sono convinto, ma anche perché ipotizzando - signor ministro, immagino lei si auguri che quello che sto per dire sia una mera ipotesi scolastica - di tornare a votare tra pochi mesi, nel caso vincessimo noi (seppur di poco e grazie ai parlamentari eletti all'estero), davvero pensate che potremmo fare una nuova riforma del sistema televisivo, per abrogare quella che voi state per realizzare? Non è possibile che, su una questione così delicata, non ci si renda conto che è essenziale riuscire a costruire un percorso comune.
Come ho detto in altra sede - chiedo scusa ai colleghi che sentono nuovamente questo discorso -, all'interno della Democrazia cristiana mi battevo per evitare che la RAI fosse una propaggine fanfaniana, tanto per intenderci, ma sulla storia dei rapporti tra i partiti e la RAI vorrei capire qualcosa di più. Ormai sta diventando uno slogan. Qualche giorno fa abbiamo incontrato un'associazione di giornalisti precari che sosteneva la necessità di rompere questo legame. In che modo? Addirittura si è detto che i cittadini dovrebbero eleggere un consigliere d'amministrazione! Insomma, chi più ne ha, più ne metta. Siamo tutti d'accordo, non credo ci sia qualcuno che non colga la necessità di una cesura forte tra il sistema dei partiti e il sistema dell'informazione pubblica, ma bisogna capire in che modo e attraverso quali strumenti operarla.
Per quanto ci riguarda - credo che il discorso valga per tutti, ma io parlo per l'UDC -, se ci si incammina su questa strada lei non ci troverà dall'altra parte della barricata, ma convinti sostenitori di questa necessità.
Sulla questione dell'Auditel la penso esattamente come l'onorevole Giulietti. In


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più, abbiamo la certezza che i dati forniti dall'Auditel abbiano un minimo di scientificità? O sono sempre il frutto dell'accordo esistente all'interno del consiglio d'amministrazione? Francamente, come credo tutti i colleghi, ho dei dubbi al riguardo. A volte si scoprono, da parte di Auditel, circostanze che suonano davvero strane. Credo, inoltre, che Auditel debba essere sottratto al controllo di chi è direttamente interessato. Bisognerebbe pensare a qualcosa che si situi più opportunamente da altre parti, ma con un controllo che non sia quello attuale.
Sono d'accordo, è fondamentale che il cittadino sappia che cosa la RAI produce con i soldi del canone e della pubblicità. È fondamentale, bisogna marciare decisamente in questa direzione.
Concludo dicendo - al riguardo, sono d'accordo con il collega Giulietti - che il contratto di servizio dovrebbe stabilire che dal 1o settembre 2006 nessuno dovrà essere assunto se non per pubblico concorso. Credo che il vostro Governo farebbe molto bene a muoversi in questa direzione. Per quanto mi riguarda, anche da questo punto di vista, ci sarebbe un sostegno forte.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro Gentiloni Silveri per essere intervenuto.
Il seguito dell'audizione è rinviato ad altra seduta.

La seduta termina alle 15,35.