COMMISSIONE IX
TRASPORTI, POSTE E TELECOMUNICAZIONI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di giovedý 29 giugno 2006


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE MICHELE POMPEO META

La seduta comincia alle 13,40.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata, oltre che mediante l'attivazione dell'impianto audiovisivo a circuito chiuso, anche tramite la trasmissione televisiva sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione del ministro delle comunicazioni, Paolo Gentiloni Silveri, sulle linee programmatiche del suo dicastero.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del regolamento, del ministro delle comunicazioni, Paolo Gentiloni Silveri, sulle linee programmatiche del suo dicastero.
Onorevoli colleghi, signor ministro, quella di oggi è la terza tappa del giro di ricognizione che questa Commissione, ottemperando alle proprie prerogative, sta percorrendo. Il clima che almeno in questa sede si registra tra maggioranza e opposizione, tra la Commissione e il Governo, è civile e sereno. Lo abbiamo verificato nell'audizione del ministro dei trasporti e in quella, ancora in corso, del ministro delle infrastrutture. Lo verificheremo, ne sono sicuro, anche con lei.
Il suo Ministero, come gli altri e più di altri, ha già fatto trapelare, attraverso gli organi di informazione, elementi di indirizzo, qualche primo contenuto e alcuni proponimenti. Si sono generate una curiosità e un'attesa della politica e degli attori protagonisti - non poteva essere diversamente - su quella complessa, ma straordinaria materia che attiene alle sue competenze e alle sue responsabilità di Governo.
Oggi, agli inizi della legislatura, lei e noi abbiamo la possibilità di avviare un confronto nel luogo più naturale e importante, rappresentato dalla Commissione parlamentare. È l'inizio di un percorso che sarà sicuramente difficile e irto di ostacoli, ma che dobbiamo necessariamente fare insieme.
Voglio rivolgerle l'apprezzamento per la sua correttezza e la sua sensibilità istituzionale. Ho davvero apprezzato - e sono convinto di interpretare il sentimento di tutta la Commissione - la decisione di consegnarci un documento che riassume gli indirizzi politico-programmatici del suo Ministero sulla materia. Vedrà che, in questa sede, la Commissione non solo non mancherà di partecipare alla discussione, ma sono convinto che, attraverso il suo giusto protagonismo, essa saprà innalzare il dibattito e contribuire alla ricerca di soluzioni che prefigurino quelle misure chiare ed efficaci che il complesso della materia rivendica.
Il nostro obiettivo deve essere quello di portare il settore ai livelli di un normale e moderno paese europeo, dotato di forti autorità indipendenti, con un mercato libero e liberalizzato, nel quale possano competere una molteplicità di imprese editoriali e multimediali. Lei, signor ministro, ha già indicato questo come un obiettivo prioritario e la Commissione intende essere protagonista del processo e, per farlo, promuoverà un ampio giro di audizioni, coinvolgendo le autorità indipendenti,


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le associazioni professionali e sindacali, i rappresentanti delle principali imprese del settore.
La cultura del conflitto di interessi ha determinato una distorsione del mercato dell'audiovisivo. Si tratta non di punire qualcuno, ma di liberare il sistema industriale da una camicia di forza che lo ha penalizzato. Lo sforzo della Commissione e del presidente sarà quello di spostare l'attenzione dai soggetti proprietari delle imprese all'oggetto - che non può non essere rappresentato dall'interesse nazionale - ad un sistema delle comunicazioni libero, maturo, capace di produrre conoscenza, innovazioni e lavoro.
Da qui la richiesta al ministro di definire un percorso a tappe, graduale e verificabile, nel quale procedere ad una revisione della legge di sistema, ma anche prevedere fenomeni emergenti che potrebbero compromettere il futuro. Mi riferisco al rischio di nuovi monopoli o di nuove posizioni dominanti, anche nel settore satellitare digitale, all'eccessiva concentrazione delle risorse, al caos assoluto che regna in materia di frequenze.
L'altro grande settore di sua e nostra competenza è quello postale. Si tratta della più grande impresa di servizi italiana, che occupa direttamente 150 mila dipendenti (circa 200 mila con l'indotto), svolge un servizio sociale importante, ha 14 mila sportelli in tutti i comuni italiani e deve affrontare il mercato europeo e quello mediterraneo in vista della liberalizzazione prevista per il 2009.
Le segnalo, signor ministro, l'immediata necessità di verificare la questione dell'abolizione della posta ordinaria, sostituita dalla posta prioritaria con un aggravio di costi per gli utenti superiore al 30 per cento. Ciò è avvenuto con un decreto del Ministero delle comunicazioni, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 19 maggio, dopo l'entrata in carica del nuovo Governo e prima che la Camera votasse la fiducia.
Ricordo a lei, signor ministro, e ai colleghi deputati che questa Commissione, sul finire della precedente legislatura, ha svolto un'indagine conoscitiva sul sistema postale.
Complessi sono gli aspetti legati alla gestione dell'impresa e ai fenomeni di malagestione e di clientelismo segnalati con dovizia di particolari dalla stampa. Sono in scadenza sia il contratto di programma che quello di servizio, mentre il piano di impresa di fatto non esiste. È necessario, a mio avviso, un profondo rinnovamento e atti di forte discontinuità con il passato, nonché l'avvio della concertazione con le parti sociali.
Prima di passare la parola al signor ministro, che ringrazio di nuovo per la documentazione che è stata distribuita ai colleghi, ha chiesto di intervenire sull'ordine dei lavori il collega Angelo Maria Sanza.

ANGELO MARIA SANZA. Constato, signor presidente, che lei si riserva queste introduzioni all'apertura delle audizioni con i signori ministri. Lo ha già fatto con il ministro Bianchi, non con il ministro Di Pietro. È una sua facoltà scegliere, tuttavia ritengo inusuale che lei introduca i lavori delle audizioni con un suo intervento, sul quale non esprimo giudizi e in tal senso voglio essere oggi ancora una volta molto rispettoso.
Lei ha diritto di prendere la parola e di intervenire nel corso dei lavori quando lo ritenga opportuno e sono convinto che le sue introduzioni non abbiano lo scopo di influenzare i ministri (mi guarderei bene dal dire una cosa del genere!). Tuttavia, visto l'arcipelago di cui è composta la vostra maggioranza, potrebbe anche darsi che voglia indirizzare i ministri su un determinato percorso. So che in questo modo forzo l'interpretazione, ma proprio per evitare le mie forzate interpretazioni la pregherei di rimettersi al regolamento della Camera.

MARIO LANDOLFI. Intervengo per associarmi a quanto ora evidenziato dal collega Sanza. Il ruolo del presidente consiste nel moderare il dibattito e non certamente nell'instradare l'audizione di un rappresentante del Governo e ciò tanto più visto che lei, presidente, ha svolto delle valutazioni politiche, che noi vorremmo


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sentire dal ministro piuttosto che dal presidente della Commissione, che in quanto tale è il garante delle procedure e dunque anche dei diritti dell'opposizione.
Mi rendo conto che, in questo primo scorcio di legislatura, stiamo vedendo arbitri che indossano la casacca dei giocatori. Mi sembra, però, che vi sia un limite a tutto, dettato dal buonsenso, oltre che dal regolamento. Anche io, dunque, le rivolgo l'invito pressante a svolgere le funzioni di presidente, piuttosto che quelle di suggeritore.

MARIO TASSONE. Intervengo sullo stesso tema, non per fare un rilievo particolare, bensì per riferirmi al dato regolamentare e, soprattutto, per la chiarezza dei nostri lavori.
Lei ha aperto l'audizione con un'introduzione - l'ha fatto anche con il ministro Bianchi -, ponendo questioni rilevanti ed esprimendo giudizi sul complessivo piano politico. Anche se questo potrebbe essere più un problema del Governo che nostro, ci troviamo in difficoltà, in quanto già le sue introduzioni e le sue considerazioni meriterebbero quantomeno un'attenzione particolare (non possiamo certo svolgere un'audizione del presidente della Commissione). Lei non si è limitato a soffermarsi su alcuni aspetti di carattere generale, ma è entrato in alcune valutazioni molto serie e forti, dando anche un'indicazione circa il percorso dell'attività del Governo.
Credo che questo sia un aspetto che deve far preoccupare e riflettere tutta la Commissione. Non le chiedo di astenersi, per carità! Possiamo anche comprendere che il presidente possa porre delle questioni. In questo caso potremmo, se non svolgere un'audizione dello stesso presidente della Commissione, quantomeno discutere sui temi che egli propone, rinviando poi a data da destinarsi l'audizione del ministro delle comunicazioni.

MARIO BARBI. Intervengo per esprimere due notazioni brevissime. Non so se ciò che è inusuale sia anche contrario al regolamento, ma questo tema forse richiederebbe un approfondimento. Non sono in grado al momento di dare una risposta, ma certamente, se la questione viene posta, sarebbe opportuno che venisse anche approfondita.
Per quanto attiene alla presunta necessità di offrire un canale di conduzione e composizione di «scomposte» maggioranze, non ne abbiamo bisogno: lasciatelo fare a noi.

MARIO TASSONE. L'onorevole Sanza pensa sempre male.

ANGELO MARIA SANZA. Non è politica estera, però...

PRESIDENTE. Con grande libertà, autonomia intellettuale e correttezza ho ascoltato i rilievi mossi soprattutto dai colleghi dell'opposizione, che sono tutti colleghi «navigati», presidenti di Commissione, già ministri della Repubblica. Vi è per me materia su cui riflettere.
Penso che un'introduzione del presidente non sia vietata dal regolamento, ma piuttosto che, probabilmente, contraddica una tradizione ed un'usanza consolidate. Ho avvertito, l'altro giorno ed oggi, la necessità non di rappresentare il mio punto di vista, ma di inquadrare la materia all'interno di un percorso, in un quadro sintetico, che aiutasse la Commissione a fotografare lo stato dell'arte. Se questo dovesse inficiare il libero confronto tra maggioranza e opposizione, nonché rendere di parte il ruolo e la funzione della presidenza, state certi che non lo farò più. Quando avrò l'esigenza di dire quello che penso, potrò anche alzarmi e sedermi tra i banchi della maggioranza, credo però che non arriveremo a questo punto.
Onorevole Sanza, non vi sono esigenze di riammagliare la maggioranza. La maggioranza è compatta, siamo agli inizi, ci mancherebbe altro! Comunque sia, ho materia su cui riflettere. Sul piano della correttezza formale, non voglio assolutamente provocare frizioni tra di noi. Rifletterò su quanto avete detto. Forse pago anche lo scotto dell'inesperienza. Sono presidente, ma al di là di un anno di lavoro dopo le elezioni suppletive anche io,


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come altri colleghi, mi sto incamminando in questo nuovo percorso e, come tanti, ho l'esigenza di fare esperienza anche formale. Siate certi che questa presidenza si atterrà al regolamento e agli impegni che verranno assunti e certamente non utilizzerà in maniera strumentale la posizione che occupa.
Vi saranno di sicuro sedi, occasioni, luoghi, circostanze in cui potrò esprimere il mio pensiero politico. Una sede potrà essere anche questa, probabilmente, nel corso della discussione.

ANGELO MARIA SANZA. A noi interessa il suo pensiero.

PRESIDENTE. Vi ringrazio serenamente; farò tesoro delle riflessioni reciproche che abbiamo svolto.
Do ora la parola al ministro Gentiloni per lo svolgimento della sua relazione.

PAOLO GENTILONI SILVERI, Ministro delle comunicazioni. Grazie, presidente. Mi auguro naturalmente che il clima di confronto sereno, da lei ricordato, riguardo alle audizioni svoltesi questa settimana, prosegua non solo in questa audizione, ma anche nel corso dei lavori parlamentari e nel confronto tra Parlamento e Governo, anche nelle materie di cui ho competenza che sono talvolta oggetto di discussioni politiche un po' più accese. Del resto, è la materia stessa che si presta a questo.
Ovviamente, l'intenzione del Governo è quella di avere con la Commissione un rapporto il più possibile utile ai lavori di entrambe le istituzioni. Oggi è la nostra prima occasione di incontro e, considerato che ho fatto parte di questa Commissione nella passata legislatura, mi fa molto piacere cominciare in questa sede.
Abbiamo distribuito un testo, che ovviamente non leggerò. Ciò probabilmente può consentirmi di concentrarmi più brevemente su tre o quattro questioni che hanno maggiore rilievo, dal punto di vista politico-parlamentare, rispetto al complesso dei temi che abbiamo cercato di raccogliere e sintetizzare nel documento distribuito.
Parto da una considerazione molto semplice: il mondo delle comunicazioni - e qui tra i colleghi della Commissione vi sono persone molto esperte della materia - vive un periodo di grandissimo interesse, di grandi innovazioni e cambiamenti ed anche di «salute», dal punto di vista economico, che è migliore rispetto al complesso dell'economia. Questa circostanza chiama il Governo e il Parlamento ad una responsabilità particolare, nel senso che il Governo deve proporre e il Parlamento decidere delle regole che fanno riferimento a questa situazione di grande cambiamento, evoluzione e innovazione tecnologica.
Credo che la direzione di queste regole debba essere quella di favorire l'apertura dei mercati in tutto il settore (audiovisivo, comunicazioni elettroniche e altro ancora), di tutelare i valori costituzionalmente rilevanti e di mettere al centro l'interesse degli utenti e dei consumatori. Quasi sempre questi elementi vanno insieme, considerato che l'apertura dei mercati in generale tende a favorire proprio gli utenti e i consumatori, ma noi dobbiamo comunque tenere presenti questi punti di riferimento.
Partendo dal settore audiovisivo, il Governo considera la legge di sistema prodotta nella precedente legislatura (la legge n. 112 del 2004) superata in alcuni punti fondamentali, che costituiscono, per certi versi, pilastri della legge stessa. A tale scopo, nei prossimi mesi il Governo intende proporre alle Camere interventi che riguarderanno proprio quei punti che ci fanno considerare superata tale legge (tre di essi saranno sottoposti alla vostra attenzione).
La transizione alla televisione digitale terrestre, come sapete, sebbene abbia già subito un rinvio dal 2006 al 2008, è uno dei principi della legge n. 112. Essa, a livello europeo, oggi, ha due punti di riferimento, costituiti dalle date del 2010 e del 2012; vi è quindi una finestra, in cui si immagina la transizione al digitale terrestre. Il Governo proporrà di riallineare la situazione italiana all'interno di questa finestra.
Tuttavia, il problema della transizione al digitale terrestre riguarda non solo i


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tempi e le date, ma anche le strategie e gli strumenti attraverso i quali arrivare a quell'obiettivo.
Credo che noi tutti, Parlamento e Governo, dobbiamo prendere atto del fatto che la strategia e gli strumenti fin qui adottati non sono più utilizzabili. Su quella strategia e su quegli strumenti - mi riferisco alle sovvenzioni pubbliche ai decoder del digitale terrestre - vi è stato un forte dibattito parlamentare nella scorsa legislatura tra chi li sosteneva e chi, invece, non li considerava adeguati. Penso, comunque, che quella strategia non sia più attuale e che sia, tra l'altro, preclusa dagli orientamenti dell'Unione europea, che fanno riferimento, come sapete, al principio di neutralità tecnologica. A mio parere, si tratta di mettere in campo una diversa strategia.
Devo dire che, nell'occasione intervenuta nei giorni scorsi di uno spostamento di date riguardo alla transizione nelle due regioni più avanzate (Sardegna e Valle d'Aosta), ho registrato una disponibilità da parte dei broadcaster, delle maggiori imprese del settore, a sintonizzarsi su questa impostazione. È necessaria una strategia diversa, al centro della quale, inevitabilmente, deve esserci una diversa offerta di contenuti nella televisione digitale terrestre.
Come dicevo, i broadcaster sono così sensibili a questo argomento, da avere inserito nel protocollo siglato dal Governo, insieme alla regione Sardegna e all'associazione dei broadcaster, la possibilità che, un anno prima della data decisa per lo switch-off in Sardegna e in Valle d'Aosta, vi sia lo spegnimento, per ciascun gruppo, di una rete analogica: una di Mediaset, una di RAI (anche se la RAI, naturalmente, ha subordinato tale possibilità alla discussione del contratto di servizio), una del gruppo Telecom. Lo scopo è quello di costituire attraverso questo sistema un'offerta esclusiva di digitale terrestre di una certa attrattiva.
Il primo punto su cui intervenire è dunque una diversa strategia per una transizione al digitale terrestre, che sarà più lunga, come peraltro una parte del Parlamento aveva sostenuto per anni, rispetto a quanto previsto da alcune leggi.
In secondo luogo, in questa fase di transizione, più lunga di quanto si fosse immaginato, vi è bisogno di porsi il problema della regolazione del mercato della televisione analogica. Infatti, uno dei fondamenti della regolazione, identificato dalla legge n. 112 del 2004 - di cui in questa sede abbiamo parlato centinaia di volte -, ossia il SIC, si è dimostrato uno strumento che può avere un valore dal punto di vista culturale e numerico, ma che, riferito alle soglie del 20 per cento introdotte dalla legge, non ha alcun valore dal punto di vista della limitazione di posizioni dominanti e del problema delle concentrazioni nei mercati di questo sistema.
Bisogna, dunque, tornare a porsi il problema di come regolare, dal punto di vista delle risorse sia economiche che frequenziali, ciascuno dei mercati rilevanti, compreso quello della televisione analogica, del sistema delle comunicazioni.
La scelta di mettere tutti insieme questi soggetti nel SIC non ha, risolto il problema della regolazione ai fini di limitare le posizioni dominanti dei singoli mercati. Da questo punto di vista, credo che il lavoro che il Ministero ha avviato con l'Authority, e che si concluderà ai primi del 2007, riguardante un censimento dello stato delle frequenze in Italia, sia di grande importanza, anche se di notevole impegno, come sa chiunque conosca questo settore.
Se noi riuscissimo - e ci riusciremo - a portare un po' più di chiarezza e a colmare il buco informativo che esiste in questa materia, ci troveremmo tutti (Governo, Parlamento, operatori) in una situazione migliore, di fronte al problema delle regole del mercato: regolare un mercato del quale, dal punto di vista delle frequenze, non si conoscono fino in fondo le caratteristiche, è, infatti, piuttosto complicato.
Nella citata legge n. 112 vi era una previsione, che giornalisticamente venne definita di «privatizzazione della RAI», ma meglio si sarebbe dovuto parlare di «quotazione in borsa di parti della RAI», che non si è mai verificata e neppure avviata a verifica e che è dunque superata.


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Il Governo si propone di intervenire in questa materia in due direzioni: da un lato, promuovendo una riorganizzazione dell'assetto societario della RAI, che distingua meglio ciò che è servizio pubblico da ciò che è televisione commerciale e da ciò che è la funzione di trasporto delle reti; dall'altro, intervenendo sui criteri di nomina dei vertici della RAI, facendo il possibile - sebbene non esistano da questo punto di vista regole d'oro che risolvono i problemi - per un sistema di governance che garantisca all'azienda il massimo di autonomia da un certo tipo di intreccio con i partiti e la politica. Mi riferisco non all'alto indirizzo che tutti rivendichiamo alla politica e al Parlamento, ma ai fenomeni degenerativi che tutti conosciamo e condanniamo.
Quelli che ho citato saranno gli orientamenti di uno specifico provvedimento che riguarderà la modifica della parte della legge n. 112, relativa al servizio pubblico, alla quotazione in borsa della RAI, ed altro ancora.
Passo ad alcune considerazioni su ulteriori nodi che mi sembrano di particolare rilievo all'interno del quadro che il nostro documento cerca di sintetizzare.
In primo luogo, come sapete (cito questo punto che è di una certa attualità) il Governo sta valutando, attraverso il lavoro dei miei uffici e di quelli del ministro dello sport, Giovanna Melandri, l'idea di proporre un provvedimento che riguardi i diritti televisivi del calcio.
Da un lato, vi è il recepimento di un indirizzo manifestato da diverse forze parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione, anche nell'ultima parte della scorsa legislatura - ribadendolo però anche in queste settimane -, volto a favorire il ritorno ad una negoziazione collettiva dei diritti, ritenuta un possibile strumento per portare maggiore equilibrio ed equità nel sistema sportivo. Contemporaneamente, la nostra proposta si preoccuperà di evitare che la negoziazione collettiva produca fenomeni di riconcentrazione nel sistema televisivo. Porremo, quindi, una grande attenzione al fatto che l'ipotesi di tornare alla negoziazione collettiva dei diritti salvaguardi alcuni principi fondamentali, primo fra tutti quello di cui si è occupato l'Antitrust - anche con un parere dell'Autorità delle comunicazioni, in una delibera di ieri - che riguarda il limite alla possibilità che un soggetto acquisisca diritti anche per piattaforme che non esercisce direttamente.
La seconda questione riguarda la determinazione dei confini delle esclusive nelle singole piattaforme, soprattutto in quelle più innovative dal punto di vista del mercato. L'orientamento del Governo, nella proposta che verrà avanzata entro il mese di luglio, è quello di limitare sia la possibilità di acquisire diritti per piattaforme che non vengono esercite, sia di attenuare le esclusive, ad esempio intervenendo sulla durata. Del resto, un conto è avere un'esclusiva per 15 anni, altro è averla per 2 anni, dal punto di vista dell'apertura del mercato, che è l'obiettivo che dobbiamo porci.
Per quanto riguarda il quadro di regolazione delle comunicazioni elettroniche, della Telecom, i colleghi sanno che il Parlamento italiano ha recepito nel 2003 il blocco delle cinque direttive europee che hanno sistemato il quadro regolamentare, blocco che è ancora, in un certo senso, in una fase di implementazione per alcuni aspetti. Ad esempio, l'analisi dei 18 mercati rilevanti, che sta svolgendo l'Autorità delle comunicazioni, è quasi completata. Tuttavia, i ritmi di cambiamento nel nostro settore sono talmente veloci per cui, nonostante sia ancora in fase di implementazione il quadro regolamentare recepito dall'Italia nel 2003, l'Unione europea ha avviato da un anno un percorso con cui chiede ai singoli Governi di aggiornare tale quadro. Il Governo italiano - mi limito a questa osservazione, da me già svolta al Consiglio dei ministri europeo di Lussemburgo, che si è occupato di tale questione - considera tutto sommato positivo il quadro emerso dal recepimento delle cinque direttive, non perché non siano possibili alcuni singoli miglioramenti (ad esempio, si discute della numerosità dei 18 mercati rilevanti, del modo in cui affrontare


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le controversie), ma perché nell'insieme il quadro ha dimostrato nei fatti di essere utile.
Non ci sembra giunto il momento per una deregulation - come in qualche caso si chiede - da questo punto di vista, che è, peraltro, lo stesso della grande maggioranza dei Governi europei, così come è emerso nel Consiglio dei ministri tenutosi a Lussemburgo.
Vorrei svolgere, infine, una considerazione sul tema della funzione di regolazione che il Ministero delle comunicazioni svolge nei confronti di Poste italiane.
Noi abbiamo «ereditato», come Governo Prodi, una manovra tariffaria che è stata decisa nella fase di transizione tra il Governo precedente e quello attuale. Addirittura, credo che il relativo decreto sia stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nel periodo tra il voto di fiducia alla Camera e quello al Senato (sulla tempistica si può discutere).
La questione di cui però il Governo si è preoccupato direttamente è un certo disaccoppiamento effettuato tra la manovra tariffaria e il contratto di programma. Naturalmente le due questioni avrebbero dovuto camminare insieme, tenuto conto che il contratto di programma determina alcune decisioni collegate alla manovra tariffaria.
Il Governo, quindi, ha valutato di intervenire soprattutto nella precisazione, revisione e discussione della bozza di contratto di programma, che era stata elaborata dal Ministero nei primi mesi dell'anno e che è già depositata presso il CIPE. Approfittando del fatto che credo non vi siano in calendario riunioni immediate del CIPE con questo argomento all'ordine del giorno, il Governo si propone di intervenire sul contratto di programma, visto anche che la manovra tariffaria è stata un fatto compiuto per la nuova compagine governativa.
Lo faremo innanzitutto con l'obiettivo di verificare, dal punto di vista della qualità e dei risultati - anche con azioni ispettive -, se quello che viene dichiarato nella manovra tariffaria, ossia che tutta la posta diventerà prioritaria, corrisponda effettivamente alla prestazione di un servizio e non sia soltanto un cambio di denominazione.
La revisione del contratto di programma sarà oggetto di confronto - immagino immediatamente dopo la riapertura dei lavori parlamentari, in settembre - per il parere presso questa Commissione.

PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

PAOLO ROMANI. In esordio all'intervento sulle comunicazioni del ministro, volevo darle atto, signor presidente, della risposta che lei ci ha dato rispetto al calendario - lo chiamo così - dei lavori che aveva enunciato nella sua presentazione. Si tratta di un calendario che, forse, nei suoi intendimenti ha oltrepassato il limite, dal momento che sullo stesso sono state espresse valutazioni di merito sulle quali, signor presidente, noi non eravamo completamente d'accordo. Pertanto, considero giusti i rilievi mossi da alcuni colleghi dell'opposizione circa il fatto che non possiamo svolgere una seduta di Commissione su un doppio intervento. È chiaro che lei, signor presidente, può intervenire come e quando vuole (lo potrà fare anche da relatore), ma in sede di audizione di un ministro ci mette in difficoltà il fatto di dover prendere la parola anche sull'intervento del presidente, oltre che su quello del ministro.
Al ministro Gentiloni naturalmente auguro buon lavoro. La relazione scritta che ci ha consegnato, e che ovviamente non abbiamo ancora avuto occasione di leggere, mi è sembrata molto più estesa dell'intervento verbale che abbiamo ascoltato. Ho l'impressione che nel suo intervento, signor ministro, vi sia un piccolo gap tecnologico, che probabilmente verrà superato dal testo che ci ha consegnato.
Mi riferisco, ad esempio, alle informazioni che ci ha dato sul digitale. Lei ha citato i due esperimenti di Sardegna e Valle d'Aosta che, a mio avviso, hanno bisogno in questa sede di un piccolo approfondimento.


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Ha rimandato quell'esperimento tout court al 2008, facendolo coincidere con l'attuale switch-off previsto per l'Italia dall'Europa (tra il 2008 e il 2012 e non, come lei ha detto, fino al 2012). Tuttavia, il ritardo tout court dell'introduzione del digitale nelle due aree all digital non solo significa riportare indietro l'orologio dell'incremento dell'innovazione tecnologica nel nostro paese, ma significa anche rinunciare ad alcuni esperimenti molto interessanti, fatti con il concorso delle istituzioni locali. Tale concorso non fu sicuramente facilitato dal fatto che, quando il nostro Governo si occupava di questo tema, aveva di fronte due regioni governate da maggioranze diverse. Si è trattato, comunque, di un confronto che, pure fra istituzioni di colore diverso, ha portato a risultati largamente positivi.
Quel confronto non solo passava attraverso l'introduzione tout court della televisione digitale, ma consentiva alle due regioni di intraprendere un cammino nell'innovazione tecnologica. Il decoder, che era stato previsto e per l'acquisto del quale il Governo aveva immaginato anche dei contributi - prima molto forti, poi molto più ridotti nell'ultima legge finanziaria -, consentiva quel processo di interattività che ci ha permesso di difenderci di fronte all'Europa, anche quando questa ci aveva contestato l'erogazione dei contributi.
Tale interattività, soprattutto nella regione più grande, la Sardegna, signor ministro, apriva una grande possibilità di superare il digital divide, che riguardava una delle regioni più arretrate da questo punto di vista. Tant'è vero che il Ministero si fece parte diligente sull'ex monopolista perché si consentisse, attraverso il decoder interattivo, di attivare anche un collegamento a banda larga sul decoder stesso. Si trattava di un meccanismo tecnologico molto interessante, che oggi ha portato a un dato di fatto dell'80 per cento circa di popolazione valdostana e sarda che ha accesso alla televisione digitale. Ovviamente, si è ottenuto questo risultato perché c'era lo stimolo forte sia del contributo, sia della data ravvicinata dello switch-off, che consentiva alle due regioni non solo di arrivare più velocemente di altre alla televisione digitale terrestre, ma di arrivare più velocemente di altre regioni a un processo interattivo, approfittando anche dell'evoluzione dell'innovazione tecnologica sul terreno della banda larga.
Lei non ha detto nulla di tutto questo, e ciò mi preoccupa perché significa che si sono persi, nel contenzioso e nella polemica contro la televisione digitale, anche i fall-out di innovazione tecnologica, che sono comunque importanti. Ricorderete infatti che solamente 8 milioni di italiani hanno accesso al mondo digitale sulla banda larga, mentre tutti gli altri ne sono esclusi. Ho voluto ricordare questo, anche se gli interventi più completi potranno essere svolti martedì prossimo nel seguito dell'audizione.
Inoltre nel suo intervento, signor ministro, non ho sentito nulla riguardo al digital divide, non ho sentito parlare di Wi-Fi né di Wi-Max. Vorrei chiederle se il Ministero sia interessato a tali questioni, perché penso che si tratti di passaggi fondamentali. Lei sa che, nelle precedenti finanziarie, oltre a contributi per l'acquisto del decoder, erano stati previsti anche notevoli contributi per correggere le distorsioni delle reti di infrastrutture in fibra, ma anche di ADSL o di centraline che l'ex monopolista ha comunque messo a disposizione del paese.
Il Ministero ha cercato di mettere ordine in tutto questo, tant'è vero che oggi ci troviamo spesso di fronte alla circostanza incredibile che Abbiategrasso, nel ricco nord, non ha accesso alla banda larga, mentre ce l'ha un paesino sperduto in mezzo alle montagne.
Mi sembra che questo sia un problema piuttosto importante, che il Ministero deve affrontare, e che faccia parte delle priorità assolute che ad esso sono assegnate, anche perché non si tratta di un problema di parte, ma di un problema largamente condiviso, al quale tutti gli operatori sono interessati, ma soprattutto lo sono i cittadini italiani.

MARCO BELTRANDI. Nel dare il benvenuto al ministro, a cui rivolgo gli auguri


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di buon lavoro, lo ringrazio per aver accettato di venire così prontamente a confrontarsi con la Commissione. Lo ringrazio, altresì, per la relazione dettagliata che ci ha consegnato. Al riguardo, devo dire che, mentre parlava il collega Romani, notavo che nella relazione scritta si parla di Wi-Fi e Wi-Max, come di tanti altri argomenti. Si tratta di aspetti su cui dovremo certamente riflettere e lavorare.
Mi preme ringraziare, inoltre, il ministro per alcune iniziative, tra cui quella che ha ricordato oggi, ovverosia il censimento delle frequenze radiotelevisive italiane, iniziativa attesa da molto tempo. Sicuramente il sistema radiotelevisivo italiano si è sviluppato secondo una certa dinamica ed oggi è molto importante capire a che punto siamo e verificare se vi siano risorse che possono essere liberate, salvaguardando naturalmente i diritti di proprietà.
Riguardo al sistema radiotelevisivo italiano, vi è un problema molto forte di legalità. L'esigenza è quella di riformare le regole vigenti, ma anche quella di potenziare al massimo gli strumenti che possono consentirne il rispetto anche se non si condividono. È ovvio che, finché quelle regole non vengono modificate, è necessario prevedere organi in grado di monitorarne il rispetto. Se queste regole non vengono applicate, poi, è necessaria una ferma volontà nell'applicare le sanzioni.
Per quanto riguarda il riordino del settore radiotelevisivo, il ministro ha citato alcuni aspetti condivisibili. Mi permetto di aggiungere una breve considerazione: a proposito dei tetti antitrust, sono convinto che, pur contenendo la legge Gasparri un divieto di posizioni dominanti nei singoli settori, la mancanza di una quantificazione di un tetto numerico delle risorse, che invece era prevista nella legge Maccanico, abbia notevolmente indebolito la possibilità di intervenire dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.
Quella dei tetti antitrust è una questione molto seria. Sono infatti convinto che occorra un mercato effettivo delle risorse radiotelevisive e che, se moltiplicheremo i canali per dieci, ma non avremo un mercato radiotelevisivo, anche pubblicitario, più competitivo, difficilmente potrà realizzarsi il pluralismo del sistema.
Dico questo pensando agli operatori che sono già presenti sul mercato, i due attori forti, RAI e Mediaset. Sono da sempre dell'idea che per rafforzare i gruppi, anche nella competizione internazionale, sia particolarmente importante stabilire dei limiti alle loro possibilità di espansione sul mercato interno. Diversamente, la storia delle imprese ci dice che, in assenza di questi limiti, si punta tutto sul mercato interno, perdendo poi la competitività rispetto agli altri mercati.
Credo che sia importante per gli operatori, per i cittadini e per tutti i soggetti interessati che questi tetti vengano reintrodotti e abbiano, però, la vigenza che non ebbero, in passato, quelli previsti dalla legge n. 249 del 1997.
Una questione che mi preme molto sottolineare è inoltre, quella del contratto di servizio RAI-Ministero delle comunicazioni. Signor ministro, lei stesso ricorda nella relazione che la legge Gasparri prevede anche un concerto con l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni per definire le ulteriori linee guida, quelle che non sono contenute nel testo della legge Gasparri medesima.
Ebbene, il contratto, che era in vigore e che valeva per il triennio 2003-2005, è scaduto, dopo essere stato rinnovato nel febbraio del 2003. Ora siamo nel 2006 avanzato e credo che accelerare al massimo il processo di rinnovo del contratto sia importante.
Peraltro - e su questo aspetto voglio ulteriormente richiamare la sua attenzione - il contratto prevede delle prerogative in capo al Ministero delle comunicazioni. Il contratto che è appena scaduto, ad esempio, prevedeva fra i requisiti di qualità anche tutti i principi fissati nella legge della par condicio. In questo caso, il Ministero ha poteri di monitoraggio, e anche eventualmente quello di imporre sanzioni, laddove vi fossero inadempienze contrattuali.


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Mi auguro che il Ministero delle comunicazioni su questo punto faccia sentire la sua voce e che, quindi, si rinnovi il contratto e lo si faccia applicare.
Avviandomi alla conclusione, vorrei aggiungere qualcosa sulla par condicio. Innanzitutto, vi è da dire - non lo diciamo noi, ma lo dicono le pronunce dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni - che la legge non è mai stata davvero in vigore, poiché nelle campagne elettorali le denunce dell'Autorità hanno evidenziato sempre grosse irregolarità. È una legge contestabile, come noi stessi in passato abbiamo osservato, in quanto vi sono degli aspetti di eccessiva rigidità che non condividiamo.
Ritengo che una ripartizione dei tempi, ad esempio, fra i diversi soggetti politici, come esiste in ogni paese, debba esistere anche in Italia. La questione della par condicio non è solo posta dal conflitto di interessi.
Concludendo, è necessario mantenere una regolamentazione. Si può anche pensare di introdurre delle modifiche, ma è necessario mantenere regole che garantiscano parità di condizioni, in particolare durante la campagna elettorale. Naturalmente, poi dovranno essere affrontati anche tutti i conflitti di interesse di cui il nostro paese è riccamente dotato.
Nel programma dell'Unione vi è, secondo me, un passaggio molto importante, che riguarda il sostegno ai produttori di contenuto indipendenti. Ebbene, credo che questo sia uno degli elementi che, se ben realizzato ed affrontato, può consentire di uscire dalla situazione di duopolio che caratterizza anche su questo aspetto il sistema radiotelevisivo.

ENZO CARRA. Credo che sia implicito - e già il collega Romani lo ha ammesso - che, nel suo breve intervento iniziale, vi sia stato un «affondo» sulla legge Gasparri (la legge n. 112 del 2004) che noi abbiamo esaminato, cercando anche di emendarla nella scorsa legislatura.
A conferma di quello che lei ha riferito e che ciascuno di noi, per sua esperienza, riconosce essere vero, manca lo strumento essenziale, ossia il digitale terrestre, che costituiva il fondamento stesso della legge Gasparri. Inoltre, non c'è regolazione, perché il SIC è ancora da definire e si ritorna, come lei afferma, a diversi mercati piuttosto che ad un calderone. Tra l'altro, manca anche il piano frequenze, dunque la legge, più che essere inesistente, rappresenta un danno per la collettività. Questa è la realtà, e mi pare che vi sia poco da discutere.
Quanto all'esperimento delle regioni Sardegna e Valle d'Aosta, non so se si sia trattato di un aborto provocato o di un processo che non va avanti. Credo che i dati dei decoder venduti e della copertura siano più eloquenti delle nostre diverse posizioni. Chiedo al ministro Gentiloni di sapere, su queste due circostanze estremamente emblematiche ed importanti, quale fosse la situazione nel momento in cui avete deciso un'operazione di questo tipo.
Vorrei saperne di più, inoltre, sul contratto di servizio: con chi il Ministero stia interloquendo in questo periodo, quali siano i tempi, visto che il precedente contratto è scaduto, se non sbaglio a dicembre, e quali siano i mancati adempimenti da parte della RAI.
Scorrendo velocemente il suo testo, vi ho trovato un accenno alla liberalizzazione. Credo che, a partire da oggi, assisteremo a parecchie polemiche su questo argomento. Sappiamo che chi parla di liberalizzazione avrà del piombo; immagino, quindi, che dobbiamo pensare a qualche pallottola vagante. Per evitarla, sarebbe opportuno che nella prossima seduta il ministro delineasse un quadro, se possibile, più preciso di questa intenzione.
Infine, per quanto riguarda la liberalizzazione delle Poste - che è stata interrotta - so che essa crea problemi di occupazione: vi sono aziende che hanno contratti con le Poste, che non sanno più dove sbattere la testa.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PIERO TESTONI

ENZO CARRA. Comunque, la situazione per quanto riguarda le Poste è diversa da


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quella della RAI, per la quale la liberalizzazione comporterebbe gravi problemi. Anche su questo punto vorrei conoscere l'intenzione del ministro delle comunicazioni.

MARIO BARBI. Intervenendo sull'ordine dei lavori, vorrei chiedere al presidente fino a che ora proseguiremo nei nostri lavori e a quando ci aggiorniamo.

PRESIDENTE. Se siete d'accordo, potremmo continuare fino alle 15 con gli interventi programmati e proseguire, come si era detto, martedì della prossima settimana.

GIUSEPPE GIULIETTI. Svolgerò solo alcune riflessioni, riconoscendomi nelle posizioni espresse dall'onorevole Carra e lasciando le conclusioni al nostro capogruppo, onorevole Barbi. Ovviamente, do per scontato, onorevole Romani, che le riflessioni che abbiamo fatto nella scorsa legislatura, e che lei ha riproposto con grande correttezza, restino le stesse. La produzione normativa, signor ministro, è materia di conflitto di interessi: legge Gasparri e RAI hanno bisogno di una revisione radicale. Non m'interessa se qualcosa debba essere cancellato o meno, ma va ripristinato un concetto che lei e il presidente Meta - di questo vi ringrazio - avete posto, un punto a lungo trascurato. Mi riferisco alla necessità che il pluralismo delle reti e l'innovazione tecnologica, tema particolarmente caro a me e a tutti noi, si coniughino in un paese europeo con il massimo di libertà del mercato e di pluralismo editoriale. In pratica, parliamo di un concetto che, presente nell'articolo 21 della Costituzione, riguarda un bene protetto. La questione non si risolve aggirando, come è avvenuto, le sentenze della Corte costituzionale, che non sono state richiamate.
È del tutto evidente che se vogliamo tentare un ragionamento comune dobbiamo sapere che vi è la necessità, con la moderazione da parte di tutti, di ripristinare la centralità dell'interesse generale. In quel caso, le parole pronunciate da lei e dal presidente Meta sarebbero considerate normali ovunque. È il tentativo di passare dalla centralità dei soggetti imprenditoriali all'oggetto, e l'oggetto di questo Parlamento e di questa Commissione è la politica industriale dell'Italia, che non può essere distorta a vantaggio di alcuno.
Non si può partire dalla normazione sul soggetto, qualunque esso sia, ma si deve partire dall'oggetto «sistema industriale». Altro che Sardegna e Valle d'Aosta! Spero che l'Autorità conduca un'inchiesta su cosa va in onda sul digitale e che lei, signor ministro, la prossima volta segnali quale pluralismo editoriale lei abbia visto! Persino il progetto di una grande emittente come LA7 fatica a decollare: non ce la fa! Lei sa che tra le motivazioni non vi è la sola moltiplicazione delle reti, ma vi è anche il problema della pluralità dei soggetti, con una RAI che arranca tra repliche e materiale d'archivio.
Dobbiamo evitare di continuare ad utilizzare il digitale quasi come un aspetto demagogico, come l'unica leva attraverso la quale non tener conto di ciò che l'Europa, la Corte costituzionale e le Autorità ci hanno detto.
Non le ripropongo, signor ministro, il problema della radicale revisione delle norme, perché non è oggetto del dibattito in questo momento. Mi basterebbe conoscere da lei la scansione temporale dei provvedimenti che ha elencato, e che io condivido. È importante che vi siano una gradualità e un metodo di concertazione e di ascolto di tutte le grandi imprese, sindacali, professionali e imprenditoriali, di questo paese. Lei sa che abbiamo ascoltato molti di questi soggetti sulla legge Gasparri, ma persino la FIEG e gli editori italiani furono messi alla porta al momento della decisione e gli emendamenti furono «appallottolati». Le chiederei, come immagine simbolica, di riprendere dai cestini della spazzatura gli emendamenti presentati dagli editori italiani grandi e piccoli, dalle associazioni sindacali e professionali, dagli autori e, sulla base di quei modestissimi progetti di riforma, riscrivere il testo della legge: meno di così non è possibile!


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Non le chiedo neppure di ripartire dalla Corte costituzionale o da ciò che la Commissione europea e il Parlamento europeo - e lei lo sa -, in modo ben più radicale di chi oggi governa questo paese, hanno segnalato all'Italia come imprescindibile necessità democratica e imprenditoriale.
Se partiamo da questo, signor ministro, le chiedo non solo e non tanto una prova muscolare, ma un grande dialogo parlamentare, e le faccio una proposta che, a prescindere da quel che ho detto sin qui, sarà un paradosso. È possibile avere una proposta istituzionale, da parte di questo Governo, sulle urgenze del settore? Quando parlo di questo settore non mi riferisco solo a un dibattito ideologico, ma a radio, televisioni, giornali di cui non parliamo, libri, autori del cinema e della fiction, cioè ad un'industria, ad una platea che non è fatta da tre nomi forti, ma da una miriade di imprese diffuse in questo paese, che vuole conoscere le modalità dell'accesso, che non può vivere di un duopolio ad una testa. È un mercato che non si regge più! Si rischia così di non far crescere impresa, ricchezza e lavoro.
Signor ministro, lei è in grado di presentare, nelle forme che deciderà, una proposta che riprenda alla lettera alcune indicazioni della Commissione europea in materia di frequenze - che vedo molto ben definite nella sua proposta - e alcune indicazioni dell'Autorità di garanzia antitrust e di Agcom? Parlo di due organismi nominati dal precedente Governo, signor ministro. L'Agcom e l'Antitrust mandano a dire che non hanno potere di sanzione, che quando ritrovano posizioni dominanti, o accordi di cartello, anche nel calcio, faticano ad intervenire, perché l'istruttoria è lenta, non solo per responsabilità del Governo di centrodestra - non bisogna fare demagogia -, ma per errori compiuti da molti di noi nel tempo.
Come dicevo, il tempo di istruttoria è eterno, fatto per privilegiare i più forti, le sanzioni sono inesistenti, il personale ispettivo manca. O sbaglio, ministro? Lo scrivono anche il professor Catricalà e Calabrò. È possibile recepire queste indicazioni? È possibile liberare dalla fonte del finanziamento privato le Authority? Stiamo parlando di Authority pagate dal privato che dovrebbero controllare: signor ministro, è una contraddizione mortale.
Come fa l'Authority, lo sceriffo, ad intervenire se non ha il cartellino rosso? Questo può essere oggetto di un articolo, signor ministro, intitolato «poteri delle Autorità».
È possibile, nel frattempo, recepire le segnalazioni di minima fatte sul SIC dall'Authority, che parla di paniere incongruo, tale da modificare e rendere difficile l'accertamento dei mercati. Cosa raccontiamo alle piccole radio e alle piccole televisioni? È mai possibile che su telepromozioni e televendite non si possano accogliere le proposte non della sinistra, ma delle associazioni delle emittenti, della FRT, di Aeranti-Corallo, di riapertura del mercato? Si tratta di proposte avanzate non solo da me, ma anche da alcuni colleghi del centrodestra, con intelligenza e garbo. Poi, purtroppo, vi è stato l'intervento massiccio dei «carri armati» per impedire la discussione. Ho ascoltato di tutto parlando della legge Gasparri, ma come vede sono molto garbato. Chiedo almeno che vengano ripresi gli emendamenti che si riferiscono alla riapertura del mercato. Le presento ora un punto che resta sempre fuori dai dibattiti, signor ministro.
Quali forme di premio si possono dare al mondo del cinema, della fiction, agli autori e ai produttori che entrano nei nuovi canali satellitari e digitali? Noi rischiamo nuove forme di monopolio, presidente, nel satellitare e nel digitale. Se non si impongono i tetti antitrust - come lei dice ottimamente, signor ministro, ma faccia presto - avremo un blocco sui nuovi settori maturi. Altro che sviluppo del digitale, avremo i nuovi accordi di cartello già in atto.
Stiamo illudendo le nuove imprese italiane, stiamo tradendo la fiducia di chi ha aspettative di investire e di creare ricchezza e lavoro. Su questo non si può rimandare a due anni, bisogna intervenire immediatamente.


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In questo senso le chiedo di riprendere quell'insieme di proposte che vengono, in primo luogo, dal mondo dell'impresa e del lavoro. Altro che scontro fra destra e sinistra: la questione è molto più seria, riguarda la politica industriale e gli incentivi all'accesso.
Chiuderò il mio intervento accennando alla questione della RAI e congratulandomi con il grado di liberalità del Governo. Signor ministro, siamo spesso accusati di avere occupato tutto, ma mi fa piacere che sia stato nominato un direttore generale della RAI con un consigliere di amministrazione determinante nominato dal precedente Governo. Sto parlando di una persona che partecipò anche alle liste di proscrizione, per cui ne prendo atto con molto piacere. Non ho capito se goda anche della fiducia dell'attuale ministro dell'economia, e vorrei saperlo.
Tuttavia, a me interessano poco questi meccanismi. Ero contro la legge Gasparri allora, lo sono adesso; non sono schizofrenico. Però dobbiamo cambiare la fonte di nomina. Le soluzioni sono due: o questo Governo fa rispettare le norme e si cambia il consigliere del Ministero dell'economia, che sarebbe cosa lecita e giusta, o si cambia la fonte di nomina, ipotesi che ho sempre privilegiato. Siccome molti di noi hanno detto che è ora che Governi e partiti non gestiscano direttamente le imprese e che occorre una profonda riforma societaria della fonte di nomina, questa mi pare una grande priorità. Si offenderà qualcuno anche del centrosinistra? Pazienza, ce ne faremo una ragione! Questa è una priorità - lo abbiamo dichiarato in tanti - che non può essere tradita.
A tale proposito - e concludo - sempre dal punto di vista del metodo, il contratto di servizio sarà esaminato da noi, oltre che dalla Commissione parlamentare di vigilanza, come abbiamo sempre fatto? Devo dire che ho trovato contributi di grande serietà e di grande intelligenza, quando si esce dalla questione della proprietà, da parte di tutti gli schieramenti. Non penso affatto che le ragioni positive vengano solo da una parte e che non ci sia niente da ascoltare dall'altra. È un meccanismo che non mi ha mai coinvolto e non mi appassiona affatto.
Il contratto di servizio può essere una grande sfida, signor ministro, se non viene fatto in modo banale. So che vi era in corso un forte lavoro anche presso il Ministero e il collega Romani me lo confermerà.
Vorrei capire se questo contratto sarà fatto coinvolgendo, ad esempio, le regioni e gli enti locali. Penso a grandi regioni che da tempo pongono questioni sul contratto di servizio, penso alla Campania, alla Lombardia, al Piemonte; penso al ruolo dei centri di produzione, argomento sollevato dall'onorevole Merlo e non solo da lui, in varie occasioni; penso alla produzione dell'audiovisivo nazionale, che a Roma, presidente Meta, ha un grande presidio.
Vorrei capire se siamo in grado di inaugurare un percorso di discussione collettiva, signor ministro, che poi viene riportato nelle Commissioni.
Ieri il ministro Rutelli ha affermato - e a noi ha fatto piacere - che intende convocare gli stati generali della cultura italiana (su tutta la partita cultura, FUS, beni museali, cinema, audiovisivo e fiction). Trovo che, al di là degli aspetti politici, ci sia qualcosa che lega il Ministero per i beni e le attività culturali al Ministero delle comunicazioni: è il tema della qualità, quello di un paese più sobrio ed elegante anche nelle sue forme di produzione.
Mi domando se non possa essere ipotizzabile, accanto a questo grande appuntamento, che si terrà a Milano, un incontro anche sul contratto di servizio (a Roma per la natura e l'oggetto), sapendo che c'è grande disponibilità nei diversi soggetti, un incontro che consenta, signor ministro, di affrontare una discussione pubblica, non tra pochi come avviene in Francia e in Inghilterra. È una sfida che mi piace. Insomma, la carta che lega la RAI allo Stato non deve essere oggetto della discussione di pochi, ma di una discussione


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seria, non demagogica, che fissi degli obiettivi verificabili e che, in qualche modo, faccia del servizio pubblico - se ce la faremo, altrimenti bisognerà trovare altre soluzioni - un elemento di rafforzamento del ragionamento sull'identità culturale e nazionale, nell'ambito dello sviluppo di una rete di imprese nel settore dell'audiovisivo.
A questo proposito, vorrei sapere che fine abbia fatto la legge sulla fiction e l'audiovisivo. Durante la discussione sulla legge Gasparri, il sottosegretario Innocenti - lo ricorderà l'onorevole Romani - affermò che l'impegno era di non occuparsi solo di alcune imprese, e che subito dopo ci si sarebbe occupati di tutte le altre. Deve essermi sfuggita una puntata, dunque vorrei sapere da lei, ministro, se, per caso, in qualche cassetto, ne sia rimasto un ricordo.

ANGELO MARIA SANZA. A te non sfugge niente!

GIUSEPPE GIULIETTI. Allora ti ringrazio, onorevole Sanza, evidentemente non è stata fatta! Bene, una riflessione autocritica collettiva ci aiuta...

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE MICHELE POMPEO META

RODOLFO DE LAURENTIIS. Il lungo intervento dell'onorevole Giulietti ci ha coinvolto su alcuni temi e spunti che sicuramente ci affascinano e che ci hanno visti impegnati nella precedente legislatura. Il collega ha avuto la cortesia di riproporli, e credo che, in parte, su alcuni dei temi che egli ha richiamato sia necessario riflettere e ragionare all'interno del Parlamento, e soprattutto da parte del Governo.
Voglio innanzitutto ringraziare il ministro, perché per la prima volta vediamo un documento ufficiale del Governo, dopo aver assistito, in questi primi quaranta giorni di legislatura, a continue riforme fatte sui giornali, attraverso i mezzi di informazione. Insomma, ho seguito un dibattito che si è svolto fuori dal Parlamento e fuori dalle sedi istituzionali proprie: ho appreso dai giornali le riforme che il Governo intendeva proporre. Oggi, invece, si rimette il tema centrale delle riforme all'interno dell'unica sede appropriata, quella del Parlamento. Questo è un problema di metodo, ma anche di sostanza, a mio avviso.
Devo svolgere un'altra considerazione. In questi mesi uno dei motivi fondamentali dell'azione politica riformatrice del centrosinistra era quello di cancellare molte delle riforme approvate dal centrodestra, e sicuramente anche la legge Gasparri. Ora devo prendere atto, da alcuni passaggi contenuti negli interventi dei colleghi di maggioranza, e in parte anche nell'intervento del ministro Gentiloni, che più che una cancellazione si intendono apportare delle modifiche chirurgiche, individuando alcuni punti critici della legge Gasparri, sui quali intervenire con una modifica.
Sono fra quanti nella scorsa legislatura hanno svolto un'azione più forte ed incisiva, all'interno della maggioranza di allora per spingere ad alcune modifiche, ad esempio in merito al SIC. Se il SIC ha subito un dimagrimento anche importante - non so se sufficiente o meno, ma sicuramente importante -, lo si deve anche al pressing condotto nella precedente legislatura dal mio partito.
Stiamo parlando di un settore - e non parlo soltanto di quello della televisione - che sta conoscendo uno sviluppo, una crescita, un'accelerazione vertiginosa del dinamismo tecnologico e su cui registro una sorta di difficoltà, di arrancamento da parte del Governo nel seguire quelle evoluzioni forti che, invece, il quadro normativo e le scelte strategiche dovrebbero seguire, rafforzare, corroborare, esaltare in qualche modo. Sembra, invece, che vi sia una volontà di produrre quelle modifiche al quadro normativo con uno sguardo rivolto all'indietro, al passato, ai temi che abbiamo vissuto nella precedente legislatura.
Credo che, invece, si dovrebbe procedere non alla modifica dei singoli punti, ma alla ridefinizione di un quadro complessivo,


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orientato su tre obiettivi strategici: lo sviluppo del mercato, del pluralismo e della qualità. Rispetto a questo, credo che ci possa aspettare uno sforzo maggiore; sono convinto che il ministro Gentiloni lo farà. Vi sono alcuni punti di riflessione, sui quali il Governo e il Parlamento saranno inevitabilmente costretti a ragionare, che sono fuori da quello che abbiamo sentito finora, e solo in parte sono stati ripresi da qualche collega intervenuto poco fa.
Condivido la necessità di intervenire anche sulle Authority, sulla ridefinizione del quadro sanzionatorio, ma non soltanto di quello. Il problema del ruolo e delle funzioni dell'Authority, che non sarà sicuramente sfuggito all'onorevole Giulietti, inevitabilmente va collegato con un ruolo della Commissione parlamentare di vigilanza, che ha subito, negli ultimi dieci anni, uno sviluppo delle competenze e dei ruoli, alcuni dei quali sono avulsi rispetto alla stessa definizione di Commissione di vigilanza.
Vi è un problema della convergenza tecnologica, delle piattaforme, su cui occorre cominciare a prefigurare il futuro, a precostituire le condizioni perché costituiscano un grande momento di esaltazione del pluralismo e dello sviluppo. A questo aggiungo una serie di elementi che riguardano lo sviluppo del mercato, che non sono stati colti nella discussione, e su cui occorre ragionare con maggiore serenità.
Quello della TV locale è un tema che abbiamo sviluppato nella scorsa legislatura. Lo vedo accennato nel documento del ministro, ma sicuramente andrà ripreso, anche in termini di maggiore capacità di strutturare questo polo fondamentale, che - a mio avviso - è una scelta di pluralismo.
Concludo ponendo una questione al ministro Gentiloni. Abbiamo ascoltato l'intenzione di intervenire sulla RAI, sul SIC, sul digitale, e altro ancora. Credo che, ormai, si debba uscire fuori dalla indeterminatezza degli annunci per cominciare a lavorare sul supporto cartaceo, per capire concretamente quali siano le modifiche e gli interventi che si intendono proporre. Vogliamo cimentarci in un dibattito, un dialogo e un confronto serio, serrato, forte, che sia in grado di far emergere proposte innovative e idee importanti. Per fare questo, occorre iniziare a ragionare su proposte concrete che ancora non abbiamo visto, le attendiamo.

PRESIDENTE. Abbiamo ancora diversi iscritti a parlare, ma abbiamo convenuto che intorno alle ore 15 avremmo sospeso l'audizione, per aggiornarla a martedì prossimo.
La Conferenza dei capigruppo, che sta per iniziare, deciderà il calendario dei lavori della Camera. Noi possiamo assumere il seguente orientamento: martedì inizieremo subito dopo la sospensione antimeridiana dei lavori dell'aula e procederemo fino alla eventuale ripresa pomeridiana. In questo senso abbiamo la disponibilità del ministro Gentiloni.
Mi pare che il confronto sia iniziato bene, lo concluderemo martedì.
Rinvio pertanto il seguito dell'audizione ad altra seduta.

La seduta termina alle 15.