XI Commissione - Resoconto di mercoledý 19 luglio 2006


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SEDE CONSULTIVA

Mercoledì 19 luglio 2006. - Presidenza del presidente Gianni PAGLIARINI.

La seduta comincia alle 14.

Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2007-2011.
Doc. LVII, n. 1.
(Parere alla V Commissione).
(Seguito dell'esame e conclusione - Parere favorevole con osservazioni).

La Commissione prosegue l'esame, rinviato, da ultimo, nella seduta di ieri.

Gianni PAGLIARINI, presidente, avverte che l'esame in sede consultiva del documento di programmazione economico-finanziaria dovrà concludersi nella seduta odierna. Poiché si tratta di una proposta articolata, preannuncia la disponibilità ad un'eventuale sospensione dei lavori della Commissione - ove i colleghi lo ritengano necessario - affinché tutti abbiano il tempo di valutare la proposta e si possa quindi procedere alla sua votazione.

Elena Emma CORDONI (DS-U), relatore, formula una proposta di parere favorevole con osservazioni (vedi allegato 1), che illustra nel dettaglio.

Francesco Maria AMORUSO (AN) evidenzia, in premessa, una considerazione sull'andamento del mercato del lavoro: il DPEF stima che a partire dal 2006 ci sarà un miglioramento nella situazione occupazionale ed il tasso di crescita dell'occupazione si attesterà sul più 0,5 per cento; ciò significa che il Governo Berlusconi non ha fatto certo «macelleria sociale», come affermato dal centrosinistra. Se il mercato del lavoro avrà un progresso anche in proiezione ulteriore (il DPEF prevede che nel 2007 il tasso di disoccupazione si attesterà sul livello record del 7,6 percento), ciò sarà merito anche di quanto realizzato dal passato Governo, con tanti interventi a partire dalla «riforma Biagi». In materia di politiche previdenziali, il nostro paese invecchia e gli stessi enti di previdenza - in proposito, ribadisce la sua contrarietà alla legge sui nuovi ministeri appena varata, e che affida la vigilanza su


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di essi al nuovo dicastero della solidarietà sociale - hanno evidenti problemi di equilibrio finanziario. Ciò è stato chiaramente evidenziato dalla Commissione bicamerale di vigilanza sugli enti di previdenza e, da ultimo, pochi giorni fa, dalla Corte dei conti, che ha espresso gravi preoccupazioni soprattutto sulla situazione dell'Inpdap.
Anche in campo previdenziale, il DPEF del Governo Prodi sottolinea gli effetti virtuosi di un'altra riforma, quella pensionistica varata con la legge n. 243 del 2004, voluta dal Governo Berlusconi e approvata con i voti del centrodestra in Parlamento. Per il periodo 2006-2011, infatti, il DPEF prevede un rallentamento della spesa pensionistica dovuto proprio all'applicazione di quella riforma che incentiva i lavoratori a restare al lavoro più a lungo. È chiaro che il disequilibrio tra entrate contributive e prestazioni erogate è comunque destinato, purtroppo, a tornare in auge; almeno, però, la riforma del Governo Berlusconi consente al Paese di affrontare in maniera forte il problema previdenziale, consentendo di approfondire e trovare ulteriori soluzioni. Il centrosinistra afferma che ciò non basta, ed allora, se la riforma del centrodestra non basta, la proposta del centrosinistra (ribadita dal ministro Damiano in Commissione) è del tutto inadeguata: il ministro, infatti, ha detto che la «stella polare» del Governo Prodi in materia previdenziale è la «riforma Dini», che risale a ormai undici anni fa. Ciò significa guardare indietro e contestare quanto fatto dalla parte avversa per principio.
Quanto al tema della previdenza complementare, il DPEF prevede che il Governo assuma iniziative per rilanciarne il percorso, magari attraverso modifiche al decreto legislativo n. 252 del 2005; sarebbe però utile capire in che modo il Governo voglia procedere in pratica. È vero che il DPEF ha il compito di tracciare linee guida che poi si tradurranno in pratica in successivi atti normativi, a partire dalla legge finanziaria. Tuttavia, sarebbe utile un po' meno vaghezza e un qualche accenno in più sui provvedimenti che si vogliono assumere. In sostanza, il decreto legislativo 252 del 2005, in attuazione alla delega previdenziale della legge 243/2004, regola molti campi (dal ruolo dell'Inps alla ridefinizione dei requisiti per l'accesso alle forme pensionistiche complementari, dal ruolo della COVIP agli strumenti per finanziare questo strumento). Sarebbe quindi urgente, una volta dichiarata in astratto l'intenzione del Governo a tal proposito, capire quali passi concreti esso intenda perseguire. Infine, un ultimo accenno a un tema annoso, da egli personalmente molto sentito, dato che nella sua regione, la Puglia, purtroppo resta forte il fenomeno delle truffe ai danni dell'INPS soprattutto nel comparto agricolo: quello delle misure contro il lavoro in nero. Il DPEF, in particolare, sottolinea due aspetti: la valorizzazione del DURC (Documento unico di regolarità contributiva) e l'obbligo, da introdurre, di rendere nota l'intenzione a priori di assumere un lavoratore nei settori più coinvolti dal lavoro in nero. Strumenti utili, ma, fermi restando questi due rimedi, è necessario calcare la mano anche su altri aspetti: per esempio, sulla necessità di rendere più efficienti le banche dati degli enti di previdenza (come previsto dal decreto-legge n. 2 del 2006 varato dal Governo Berlusconi) e approfondire l'utilizzo dei mezzi telematici. Anche in questo, pur apprezzando i due rimedi esposti nel DPEF, ritiene di scorgere una tendenza del centrosinistra (presente anche in altri campi) non tanto a guardare in avanti sulla strada della modernizzazione quanto nel rafforzamento di strumenti del passato che, per quanto teoricamente virtuosi, hanno dimostrato nella pratica tutte le loro pecche nel contrastare il fenomeno del lavoro nero (per esempio il DURC è stato per certi aspetti utile, ma non si è certo rivelato la panacea di tutti i mali). È anche una delle grandi emergenze per i conti statali: l'Inps ha individuato circa 440 mila imprese fantasma (la maggioranza delle quali, purtroppo, opera nel comparto agricolo), la metà della quali peraltro era ignota perfino al fisco.


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Quanto alle prestazioni sociali, nel Conto economico della Pubblica Amministrazione le prestazioni sociali in denaro sono scomposte in due aggregati distinti, le pensioni e le altre prestazioni non pensionistiche. Nel primo aggregato rientra tutta la spesa relativa al sistema pensionistico obbligatorio, a cui si aggiunge la spesa per pensioni sociali o assegni sociali per i cittadini di età pari o superiore a 65 anni. Nella spesa non pensionistica, invece, rientrano le rendite infortunistiche, le liquidazioni per fine rapporto, le indennità di malattia, maternità e infortuni, l'indennità di disoccupazione, gli assegni di integrazione salariale, i trattamenti di famiglia, gli altri assegni e sussidi previdenziali, le pensioni di guerra, le prestazioni per invalidi civili, i ciechi e i sordomuti, gli altri assegni e sussidi assistenziali. Quanto alle politiche da adottare, il DPEF, preso atto che la spesa pensionistica ha registrato nell'ultimo decennio una dinamica relativamente più contenuta rispetto alle altre voci di spesa per effetto delle importanti riforme adottate nelle legislature precedenti, evidenzia che gli andamenti demografici previsti causeranno un aumento, anche se relativamente contenuto, del rapporto fra tale spesa e il prodotto interno lordo. In particolare, ad un progressivo rallentamento della dinamica della spesa nel periodo 2006-2011 - dovuto secondo il DPEF, al progressivo operare della riforma del 2004 - nel medio-lungo periodo la spesa in rapporto al PIL continuerà a crescere per effetto dell'invecchiamento demografico, fino a raggiungere il suo punto massimo nel periodo 2035-2040, con un incremento, rispetto ai valori del 2005, di circa 1,2 punti percentuali. Pertanto, il previsto intervento per superare la discontinuità relativa alla maturazione dei requisiti per l'accesso al pensionamento (il cosiddetto scalone) dovrà prevedere adeguati mezzi di copertura al fine di mantenere invariato sia il tasso di crescita della spesa sia la sua incidenza sul PIL. Finalizzata al mantenimento del rapporto spesa/PIL in linea con le previsioni a partire dal 2015 è anche la prefigurata revisione dei coefficienti di trasformazione, prevista con cadenza decennale dalla riforma Dini (legge n. 335/1995), revisione, com'è noto, non ancora intervenuta. Con riferimento, infine, alla previdenza complementare, anch'essa oggetto di riforma nella scorsa legislatura, il Governo, nel confermare l'impianto esistente, si impegna a perfezionarlo e a renderlo operativo anche nei confronti dei dipendenti pubblici.
Con riferimento alla spesa per prestazioni pensionistiche, l'incidenza dell'aggregato sul PIL nel periodo 2007-2011 appare sostanzialmente stabile e pari al 3 per cento con un tasso di crescita medio del 2 per cento. La variazione annua, tuttavia, appare avere un andamento fortemente discontinuo, le cui cause non sono state esplicitate nel DPEF e non sono di facile identificazione, stante l'eterogeneità delle prestazioni comprese nell'aggregato (dai trattamenti di famiglia agli assegni di integrazione salariale, alle prestazioni agli invalidi civili). Su tale aspetto appare quindi opportuno acquisire ulteriori elementi.
Sulla base delle considerazioni svolte, dichiara infine il voto contrario del suo gruppo sulla proposta di parere del relatore.

Giustina MISTRELLO DESTRO (FI) rileva come, dall'analisi del documento di programmazione economico finanziaria 2007-2011, si ricavi una crescita prevista del PIL in contenuto rialzo, un'inflazione programmata al 2 per cento, un deficit pubblico in calo, grazie a una manovra correttiva da 35 miliardi di euro - tra riduzione del disavanzo e misure di sviluppo - in linea con i parametri del Patto di stabilità europeo. Il tutto grazie all'avanzo primario, che dovrebbe essere riportato dallo 0,5 per cento al 2,1per cento, per arrivare al 4,9 per cento entro il 2011. Il debito - alla fine del periodo - dovrebbe rientrare al di sotto del 100 per cento del PIL. Questi i principali ed ambiziosi - per non dire utopici - obiettivi di sviluppo e risanamento del bilancio pubblico contenuti nel Dpef 2007-2011, approvato dal Governo e presentato all'Unione


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europea, con un inconsueto orizzonte temporale di competenza che si estende a tutto il quinquennio della legislatura. Non si può negare che il Governo guardi lontano, senza tenere conto tutte le contraddizioni gravi e costanti che ne caratterizzano già da ora l'attività. Sussistono però evidenti perplessità sulla capacità della coalizione guidata dal Presidente Prodi di mantenere impegni così a lungo termine, tra l'altro in controtendenza rispetto alla prassi consolidata di una sana e realistica programmazione triennale.
Del resto, le prospettive della finanza pubblica continuano a destare forti preoccupazioni: il deficit è in crescita rispetto alle attese ed il debito ha ripreso ad aumentare più velocemente del PIL. L'azzeramento dell'avanzo primario di bilancio e l'accelerazione della dinamica del debito pubblico, dopo un decennio di progressiva discesa, rischiano di trascinare l'Italia alla soglia di una grave crisi finanziaria. Questo richiede robuste correzioni dei conti nei prossimi due o tre anni, tali da ricostituire un surplus primario sufficiente a garantire la sostenibilità del bilancio pubblico e la riduzione del debito. Sono necessarie, pertanto, misure correttive strutturali.
La mancata crescita dell'economia negli ultimi anni - con la conseguente perdita di posizioni nei confronti dei partner europei - è stata causata da endemici ritardi strutturali, che il Governo Berlusconi aveva iniziato a colmare, con le tante riforme attuate e le grandi opere programmate, nella logica di ridurre la crisi di competitività delle imprese e di produttività dei fattori della produzione, in primis il lavoro e le tecnologie. Va ribadito che politiche economiche del Governo Berlusconi aveva consentito un miglioramento della congiuntura, passando da una situazione di ristagno dell'economia ad una ripresa ciclica: nella prima metà del 2006, l'economia italiana si è parzialmente agganciata alla ripresa internazionale, mostrando un ritmo di crescita che si è riavvicinato in misura significativa a quello medio dell'area euro, pur restando inferiore di circa mezzo punto percentuale in termini di dinamica annua. L'accelerazione dell'attività produttiva, seguita alla frenata di fine 2005, ha risentito della spinta dell'industria manifatturiera, favorita dal buon andamento delle esportazioni, ma anche delle componenti interne della domanda, a cominciare dagli investimenti.
I segnali provenienti dalle inchieste congiunturali e dagli indicatori anticipatori, così come dal clima di fiducia e dagli ordini affluiti alle imprese, preannunciano una positiva evoluzione anche nella seconda parte dell'anno, grazie al recupero in atto nella produzione industriale, accompagnato dalla ritrovata vivacità di importanti settori dei servizi. La fase di ripresa ciclica dell'inizio 2006 rispecchia principalmente la sensibile crescita della domanda mondiale, con i suoi benefici effetti sulle esportazioni italiane. I problemi strutturali dell'economia tuttavia persistono e continuano a incombere, facendo sentire il loro peso sulle prospettive di tenuta congiunturale nel medio termine, quando - con tutta probabilità - si manifesteranno in pieno le conseguenze del caro petrolio, del nuovo apprezzamento dell'euro e della politica monetaria più restrittiva della Banca Centrale Europea nell'orizzonte del 200.
L'andamento del Pil nel primo semestre 2006 dovrebbe portare a un aumento medio annuo intorno all'1,5 per cento, senza tenere conto del calendario lavorativo meno favorevole, con qualche rischio verso il basso della crescita legato al prezzo del petrolio e al livello del cambio. Questo scenario si basa essenzialmente sul contributo della domanda interna, mentre l'apporto delle esportazioni nette, pur tornando positivo, è stimato poco rilevante. Il risanamento dei conti pubblici è condizione sine qua non per procedere, nel solco già tratteggiato dal Governo Berlusconi. Dalla dinamica del PIL si passa così a quella dei saldi di bilancio, risultato della tendenza spontanea dei conti pubblici, su cui vanno a incidere le misure correttive previste dalla legge finanziaria. La differenza tra la stima del deficit, pari al 3,8 per cento, come indicata nella


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relazione di cassa di inizio aprile e l'andamento effettivo, pari al 4,1 per cento, ha richiesto un'ulteriore correzione dei conti nell'anno in corso. Tuttavia è una variazione di minima, quasi fisiologica. Senza ulteriori annosi interventi, si potrebbe concentrare l'intero aggiustamento nel 2007 o - in alternativa - spalmare la manovra sul successivo biennio, così da rientrare sotto il 3 per cento nel 2008. L'impegno concordato in sede europea prevede una correzione strutturale netta entro il 2007 pari ad almeno due punti di PIL, più un altro punto come misure di sviluppo. Il che equivale ad un totale di 35 miliardi, al fine di riportare il deficit sotto il 3 per cento entro il prossimo anno. Dal 2008 in poi si dovrebbe proseguire con un ulteriore taglio dello 0,7 per cento per ciascun anno, in modo da avvicinare il pareggio del bilancio nell'arco del quinquennio di competenza.
La priorità è di riportare in tempi brevi l'avanzo primario sopra il 3 per cento del PIL, condizione perché il debito torni a scendere in modo stabile e duraturo. Il problema cruciale sta, infatti, a monte del deficit. È il debito pubblico, stimato alla fine del 2006 a quasi il 108 per cento del PIL. Da questa evoluzione dipende l'affidabilità dei titoli di Stato italiani, a cui guardano le agenzie di rating e i mercati finanziari internazionali.
Passando al capitolo IV, sulla strategia per gli anni 2007/2011, ricorrono costantemente i termini «crescita», «risanamento», equità». In particolare, coniugare la crescita economica con il risanamento delle finanze pubbliche e l'equità sociale sarebbe la base per assicurare uno sviluppo sostenibile e duraturo; questo è certo, ma non si comprende come sia effettivamente praticabile, stante l'attuale congiuntura economica e le gravi difficoltà in cui si trovano ad operare specialmente le piccole e medie imprese italiane. L'equità è assolutamente un valore cui aspirare nella realizzazione di interventi di crescita e di risanamento delle finanze pubbliche, ma non può diventare pedaggio unico degli operatori economici che fronteggiano quotidianamente le difficoltà di mantenersi competitivi e dunque vivi e vitali sul mercato. Cita quale esempio, le osservazioni critiche formulate da autorevoli esponenti dell'associazione degli industriali di Padova sulle principali conseguenze derivanti dalle modifiche al regime fiscale introdotto dal decreto-legge 4 luglio n. 223.
Ribadisce infine l'esigenza di una coerenza delle politiche ipotizzate con i risultati a cui aspirare: in concreto, le scelte finora operate dal Governo Prodi sembrano indicare un futuro possibile esattamente opposto a quello prospettato e su ciò occorre un approfondito chiarimento.

Paola PELINO (FI) evidenzia come, dalla lettura del DPEF presentato dal Governo, emerga subito una prima discordanza, in relazione alle incongruenze di una politica economica che intervalla gli angosciosi allarmismi del ministro dell'economia alle bonarie esposizioni contenute nel documento, in cui appaiono non precise indicazioni, ma solo ipotesi. Il documento, che ricalca negli enunciati quanto le precedenti finanziarie del Governo Berlusconi avevano non solo dichiarato, ma anche corredato di cifre e stanziamenti previsti, appare un insieme di congetture corroborate soltanto dalla visionaria politica di una coalizione che, in concreto, mostra di avere un unico collante: il desiderio di essere al potere nel paese. L'azione politica in cui, invece, con precisione, si inquadrarono le varie «finanziarie» del precedente Governo Berlusconi, di fatto ha ridotto la disoccupazione dal tasso del 9,1 per cento del 2001 a quello attuale di circa il 7 per cento secondo dati universalmente riconosciuti. Ed infatti anche Prodi, nel documento di programmazione economico-finanziaria, non può fare a meno di asserire che il rilancio della crescita nel nostro paese richiede ancora un aumento del tasso di occupazione nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni.
In base alla sua esperienza di imprenditrice, ritiene di poter affermare che una giusta manovra finanziaria non si deve limitare alla correzione strutturale dei


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conti, anche se ciò si rende necessario perché l'Italia ha ereditato - dagli anni precedenti al 2001 in cui vigeva un'irresponsabile gestione della finanza pubblica - un debito, rispetto al PIL, pari al doppio della media europea. Una giusta manovra finanziaria deve assolutamente prevedere - così come aveva iniziato a fare il Governo Berlusconi - una politica di riduzione delle imposte. Infatti, se la pressione fiscale è elevata (e Prodi intende di nuovo elevarla) nonè ottenibile il costante proseguimento della nostraripresa economica, che invece finalmente è in atto così come previsto dall'ex Ministro Tremonti.
Il documento in esame dimostra, proprio nella sua carenza di cifre, che in effetti il Governo attuale ha le mani legate ed è a rischio di credibilità. Infatti a proposito di spesa per lo stato sociale, tutti ricordano quanto vivamente Prodi, in periodo elettorale, insisteva sul fatto che un Governo «serio» avrebbe dovuto saper tenere sotto controllo la spesa pubblica e nel contempo assolutamente rafforzare lo «Stato sociale». Ebbene, Prodi allora non spiegò come ottenere questo risultato ed oggi ancora non lo spiega nel documento di programmazione, perché in realtà lo Stato sociale non potrà essere rinvigorito senza alleggerire la spesa pubblica: la tregua ottenuta con i sindacati e la sinistra radicale è scaturita soltanto dall'effetto della «manovrina» ma è per l'appunto tregua, non pace, né idillio. Uno scoglio importante, che invece forse è considerato come un sasso dal presidente Prodi, è quello relativo alla politica per le imprese e alle opportunità che esse dovrebbero poter avere per favorire la continuazione della crescita economica. Si parla di produttività, ma non si fa cenno a concreti impegni economici di sostegno. Tutti ricordano come il Governo Berlusconi avesse autorizzato la società Sviluppo Italia a concedere agevolazioni alle imprese operanti nelle aree sotto utilizzate, se queste dimostravano di essere in grado di produrre effetti economici positivi sul territorio, come attrarre investimenti e quindi incrementare lo sviluppo locale. Inoltre, dal Governo Berlusconi è stato finanziato il fondo di garanzia per l'innovazione delle piccole e medie imprese. Sono solo alcuni dei molteplici punti che un DPEF «serio» dovrebbe contenere, per far sì che con immediatezza e semplicità, con trasparenza e responsabilità un Governo indichi ai suoi cittadini la strada che intende percorrere sostenuto dal loro indispensabile contributo. Rileva peraltro come, con tale considerazione, stia richiamando un concetto più alto, esteso e profondo: quello della concezione del «potere» in una democrazia. Un potere che non viene detenuto, ma che si mette al servizio della gente, sapendo essere lungimirante nelle scelte da operare, insomma un potere che non intende regnare, ma democraticamente solo governare.

Luigi FABBRI (FI) evidenzia come il documento in esame contenga una precisa analisi della realtà economica e finanziaria del paese, evidenziandone le note difficoltà strutturali, ed indichi quindi obiettivi di correzione naturalmente da tutti condivisi, senza tuttavia scendere sul piano delle proposte concrete e mancando quindi sostanzialmente la sua finalità. Quanto al settore di competenza della Commissione, si riconoscono i risultati conseguiti dal Governo di centrodestra nella passata legislatura, per esempio per quanto attiene all'aumento del tasso di occupazione, attraverso i meccanismi di flessibilità previsti dalla legge Biagi, ma si manca poi di precisare come intervenire per il completamento di quella riforma. Nessun riferimento si rinviene infatti relativamente al fondamentale capitolo degli ammortizzatori sociali, che occorre predisporre per accompagnare opportuni meccanismi di flessibilità con adeguati interventi sul piano della sicurezza sociale. Manifesta peraltro perplessità in ordine all'effettiva possibilità che il previsto taglio del cuneo fiscale possa essere utilizzato per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro.
Sottolinea quindi come siano emerse, nel dibattito svoltosi presso la Commissione, evidenti divisioni interne alla maggioranza con riferimento alla stessa entità della manovra di bilancio, all'innalzamento


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dell'età pensionabile, alle politiche per l'equità e la previdenza. A tale ultimo riguardo, sottolinea come l'attuale Governo sia chiamato a proseguire il lavoro intrapreso del Governo di centrodestra per la realizzazione del secondo pilastro della previdenza, avviando concretamente gli istituti della previdenza complementare. Sottolinea quindi come l'ipotizzata crescita dell'economia possa scaturire soltanto da un complesso di fattori, economici e sociali ma anche culturali, che richiedono lunghi periodi, anche superiori al quinquennio su cui il DPEF in esame si sbilancia a fare previsioni.
Ribadito infine come il documento in esame sia corretto soltanto nella descrizione di una realtà a tutti nota ma non offra concrete soluzioni, dichiara il voto contrario del suo gruppo sulla proposta di parere del relatore.

Emilio DELBONO (Ulivo) dichiara il voto favorevole del suo gruppo sulla proposta di parere del relatore, sottolineando come sia eccentrica la critica dell'opposizione per la quale il documento in esame dovrebbe essere giudicato un libro dei sogni, considerato che tale documento è ispirato invece ad una logica pragmatica e realistica, in base alla quale, partendo da indicatori purtroppo non buoni dello stato di salute dell'economia e della finanza pubblica italiana, si delineano linee di intervento, certamente da tradurre sul piano normativo, per affrontare in maniera concreta la situazione e perseguire contestualmente gli obiettivi della crescita, del risanamento e di una maggiore equità sociale.
Sottolineato come il Governo di centrodestra abbia lasciato in eredità un deficit in aumento, un debito pubblico fuori controllo, un avanzo primario totalmente eroso, ritiene che la manovra delineata nel documento, nella sua dimensione, risulti impegnativa e preoccupante, sollecitando un atteggiamento costruttivo dell'opposizione per il suo perseguimento. Ritiene peraltro che obiettivi quali la riduzione del cuneo fiscale, il rilancio della formazione permanente e continua, un piano straordinario per l'occupazione giovanile e femminile richiedano un contributo responsabile di tutti i gruppi parlamentari. Rileva altresì come il documento faccia riferimento ad un tasso di inflazione molto più realistico rispetto a quelli che venivano indicati in passato dal centrodestra, rispetto ai quali il riscontro della realtà aveva sempre fatto registrare forti scostamenti. Con riferimento alla Pubblica Amministrazione, sottolinea come debbano essere condivisi e perseguiti obiettivi quali la riduzione del precariato, la riqualificazione della spesa, il rinnovamento generazionale attraverso nuovi concorsi. Precisa inoltre come il riferimento di fondo alla legge Dini n. 335 del 1995 sia teso non a «fare cassa» ma a perseguire l'obiettivo dell'equilibrio del sistema previdenziale, al fine di garantire le prestazioni pensionistiche.

Augusto ROCCHI (RC-SE) propone la soppressione, nella sesta osservazione formulata dal relatore, della parola «eccessive», riferita alle forme di precariato presenti nella pubblica amministrazione.
Sottolinea quindi il suo apprezzamento per lo sforzo compiuto dal relatore nella definizione della proposta di parere, al fine di inserirvi le osservazioni formulate nel corso del dibattito. Dichiara pertanto il voto favorevole del suo gruppo su tale proposta, pur non considerandola del tutto esaustiva rispetto alle preoccupazioni sollevate dal suo gruppo e riservandosi pertanto un ulteriore approfondimento del confronto nel corso dell'esame in Assemblea.

Titti DI SALVO (Ulivo) propone una modifica del testo della prima osservazione, nel senso di sostituire le parole «tale procedura costituisce un meccanismo indispensabile per l'equilibrio del nuovo sistema previdenziale» con le parole «tale procedura costituisce un passaggio indispensabile preventivo alla individuazione delle misure utili all'equilibrio del nuovo sistema previdenziale».

Federica ROSSI GASPARRINI (IdV) propone una modifica alla settima osservazione,


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nel senso di sostituire le parole «prevedendo nuovi strumenti di sostegno delle lavoratrici madri» con le parole «prevedendo nuovi strumenti di sostegno della paternità e della maternità».
Dichiara quindi il voto favorevole del suo gruppo sulla proposta di parere del relatore.

Angelo COMPAGNON (UDC) dichiara il voto contrario del suo gruppo sulla proposta di parere del relatore, evidenziando come in essa non vengano recepiti i rilievi sollevati dall'opposizione nel corso della discussione.

Elena Emma CORDONI (Ulivo), relatore, considera senz'altro condivisibili le proposte di riformulazione avanzate dai deputati Rocchi, Di Salvo e Rossi Gasparrini. Con riferimento alle modifiche da quest'ultima proposte alla settima osservazione, considera altresì opportuno aggiungere, in fine, le parole «e realizzando il potenziamento degli asili nido». Ritiene altresì di apportare una modifica alla terza osservazione, sostituendo l'espressione di lavoratori «economicamente dipendenti» con quella di «atipici». Formula pertanto, accogliendo tutte le proposte puntuali di modifica avanzate, una nuova proposta di parere favorevole con osservazioni (vedi allegato 2).

Nessun altro chiedendo di intervenire, la Commissione approva la proposta di parere del relatore, come da ultimo riformulata.

La seduta termina alle 16.40.