XIV Commissione - Resoconto di giovedý 5 luglio 2007

TESTO AGGIORNATO ALL'11 LUGLIO 2007


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SEDE CONSULTIVA

Giovedì 5 luglio 2007. - Presidenza del vicepresidente Francesco STAGNO D'ALCONTRES.

La seduta comincia alle 8.55.

Delega al Governo in materia di riordino degli enti di ricerca.
C. 2599 Governo, approvato dal Senato.
(Parere alla VII Commissione).
(Esame e conclusione - Parere favorevole).

La Commissione inizia l'esame del provvedimento in oggetto.

Emilia Grazia DE BIASI (Ulivo), relatore, fa presente preliminarmente che il disegno di legge all'esame della Commissione non prevede un riordino complessivo degli enti di ricerca, ma affronta un ambito limitato, e corrisponde all'esigenza di intervenire quanto prima in un settore particolarmente cruciale per la tutela e la promozione del patrimonio scientifico del nostro Paese.
Passando ad illustrare i contenuti del disegno di legge, esso contiene una delega al Governo per la riforma degli enti di ricerca; al testo originario il Senato, che ha esaminato il provvedimento in prima lettura, ha apportato alcune modifiche.
Ai sensi del comma 1 dell'articolo 1, la delega deve essere esercitata nel termine di 18 mesi dall'entrata in vigore della legge; entro 12 mesi dall'entrata in vigore dei decreti legislativi, il Governo è autorizzato ad adottare uno o più decreti correttivi o modificativi.
I principi ed i criteri direttivi cui la riforma deve ispirarsi sono contenuti ai


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commi 1 e 2 dell'articolo 1. Essi possono così essere sintetizzati: riconoscimento agli enti dell'autonomia statutaria, in particolare, per quanto interessa la Commissione XIV, la lettera a) del comma 1 dispone che tale riconoscimento deve avvenire in coerenza con i princìpi della Carta europea dei ricercatori, allegata alla raccomandazione n. 2005/251/CE della Commissione, dell'11 marzo 2005, al fine di salvaguardarne l'indipendenza e la libera attività di ricerca, volta all'avanzamento della conoscenza, ferma restando la responsabilità del Governo nell'indicazione della missione e di specifici obiettivi di ricerca per ciascun ente, nell'ambito del Programma nazionale della ricerca (PNR) e degli obiettivi strategici fissati dall'Unione europea; verifica da parte dell'Agenzia di valutazione dell'università e della ricerca dei risultati ottenuti dagli enti (introdotto dal Senato); assegnazione delle risorse finanziarie a seconda della valutazione espressa dall'Agenzia; riordino degli organi statutari (introdotto dal Senato); composizione del consiglio di amministrazione del CNR in modo che almeno la metà dei componenti sia di nomina governativa (introdotto dal Senato); adozione di procedure di valutazione comparativa per la nomina dei direttori degli organi di ricerca (introdotto dal Senato); previsione di misure volte a potenziare la professionalità e l'autonomia dei ricercatori; incentivazione della cooperazione scientifica e tecnica con enti ed istituzioni di altri Paesi; raccordo con l'attività delle regioni in materia di ricerca e sostegno all'innovazione per i settori produttivi (introdotto dal Senato); ridefinizione, attraverso accorpamenti o scorpori, di enti attivi nei settori della fisica della materia, dell'ottica e dell'ingegneria navale nonché dell'Istituto italiano di tecnologia (introdotto dal Senato).
I commi 3 e 4 dell'articolo 1, introdotti durante l'esame presso il Senato, specificano le procedure di adozione degli statuti da parte degli enti.
Il comma 6, introdotto dal Senato disciplina le ipotesi di commissariamento degli enti.
L'articolo 2 dispone l'abrogazione dei commi 143, 144 e 145 dell'articolo 2 del decreto-legge n. 262/2006 secondo i quali la riforma degli enti di ricerca deve essere attuata attraverso l'emanazione di regolamenti di delegificazione nel rispetto dei principi e criteri direttivi recati dalla legge n. 59/1997 (cosiddetta Bassanini 1).
Esaminando il provvedimento in relazione alla normativa comunitaria, ricorda che le azioni di sostegno alla ricerca e allo sviluppo in ambito comunitario trovano fondamento nel titolo XVIII (articoli 163-173) del Trattato dell'Unione Europea; esse sono finalizzate alla crescita della competitività sul piano internazionale.
La base e lo strumento dell'azione comunitaria sono costituiti dal «Programma quadro pluriennale di ricerca e sviluppo tecnologico» (strumento adottato a partire dal 1984) che fissa periodicamente gli obiettivi scientifici e tecnologici da realizzare, indica le linee generali delle azioni volte al conseguimento di tali obiettivi, stabilisce l'importo della partecipazione finanziaria comunitaria.
Recentemente, con decisione n. 1982/2006 del Parlamento europeo e Consiglio, del 18 dicembre 2006, è stato approvato il settimo programma quadro della Comunità europea per le attività di ricerca, sviluppo tecnologico e dimostrazione (2007-2013). Il programma si articola in quattro obiettivi che corrispondono a quattro programmi specifici, sulla cui base dovranno essere strutturate le attività europee nel settore della ricerca.
Tali programmi/obiettivo sono i seguenti: Cooperazione: mirante ad incentivare i raccordi tra università, imprese, centri di ricerca ed enti pubblici in un quadro transnazionale; Idee: volto al potenziamento delle ricerche di frontiera in Europa allo scopo di rafforzare l'eccellenza della ricerca favorendo la concorrenza; Persone: finalizzato a mobilitare risorse finanziarie importanti per migliorare le prospettive di carriera dei ricercatori in Europa ed ad attirarne un maggior numero; Capacità: inteso a rafforzare


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le capacità di ricerca e innovazione in Europa, con particolare riguardo agli investimenti in infrastrutture.
Segnala, inoltre, che con decisione n. 1639 del 24 ottobre 2006 è stato istituito il programma quadro per la competitività e l'innovazione (2007-2013), volto a contribuire alla competitività e alla capacità innovativa della Comunità in quanto società della conoscenza avanzata, con uno sviluppo sostenibile basato su una crescita economica forte, un'economia sociale di mercato altamente concorrenziale con un elevato livello di tutela e il miglioramento della qualità dell'ambiente.
Tale programma quadro presta particolare attenzione alle esigenze delle piccole e medie imprese e contribuisce a colmare il divario tra ricerca e innovazione e a promuovere tutte le forme di innovazione.
Assume poi rilievo in relazione al tema del disegno di legge in esame la raccomandazione 2005/251/CE (adottata dalla Commissione europea l'11 marzo 2005) riguardante la Carta europea del ricercatore e un Codice di condotta per l'assunzione dei ricercatori stessi.
La Carta europea del ricercatore prevede che datori di lavoro o i finanziatori dei ricercatori garantiscano il rispetto dei requisiti della normativa nazionale di settore o dei contenuti della Carta stessa, qualora più favorevoli.
Per quanto qui interessa, segnala, con riferimento al reclutamento, che la Carta invita datori di lavoro e/o i finanziatori ad evitare che le prestazioni dei ricercatori risentano dell'instabilità dei contratti di lavoro.
Con riferimento alla didattica, la Carta afferma che essa è un mezzo essenziale per strutturare e diffondere le conoscenze; dovrebbe pertanto essere considerata un'opzione valida nel percorso professionale dei ricercatori ed ottenere adeguati riconoscimenti in termini di remunerazione e di valutazione.
Infine, relativamente al sistema di valutazione, la Carta raccomanda ai datori di lavoro e/o ai finanziatori di adottare sistemi che consentano ad un comitato indipendente di valutare periodicamente e in modo trasparente le prestazioni dei ricercatori, tenendo in debito conto la creatività complessiva nella ricerca e i risultati ottenuti, ossia le pubblicazioni, i brevetti, la gestione della ricerca, le attività di insegnamento e le conferenze, le attività di supervisione e di mentoring, le collaborazioni nazionali o internazionali, i compiti amministrativi, le attività di sensibilizzazione del pubblico e la mobilità.
Il Codice di condotta mira ad individuare procedure più semplici e trasparenti di reclutamento proponendo diversi criteri di selezione; questi ultimi non consistono solo nella valutazione del numero delle pubblicazioni ma prendono in considerazione diverse attività (l'insegnamento, la capacità di coordinare un gruppo di ricerca, il lavoro di gruppo, la capacità di trasferire le conoscenze, le attività manageriali).
Per quanto riguarda gli orientamenti generali per la politica europea della ricerca, ricorda che le basi più recenti per la definizione di una politica europea per la ricerca e l'innovazione traggono essenzialmente origine dal Consiglio europeo del 22-23 marzo 2005 che, nel quadro della revisione intermedia della strategia di Lisbona, ha, nelle sue conclusioni, indicato tra gli assi fondamentali per il rilancio di tale strategia la conoscenza e l'innovazione, quali fattori fondamentali per conseguire una crescita sostenibile dell'economia europea.
Ricorda, in particolare, che il Consiglio europeo di primavera 2005 ha sottolineato che è importante: sviluppare la ricerca, l'istruzione e l'innovazione in tutte le forme che consentano di convertire la conoscenza in valore aggiunto e creare nuovi e migliori posti di lavoro; incoraggiare un autentico dialogo tra le parti interessate, pubbliche e private, della società della conoscenza; conseguire l'obiettivo generale di un livello di investimenti per la ricerca pari al 3 per cento del PIL di ciascuno Stato membro, con una ripartizione adeguata tra investimenti privati e pubblici; rafforzare l'attrattiva dell'Europa per i ricercatori attraverso un miglioramento


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effettivo delle loro condizioni di mobilità e di esercizio della professione.
Le conclusioni del Consiglio europeo sono state attuate attraverso una serie di iniziative, quali ad esempio la comunicazione della Commissione «Potenziare la ricerca e l'innovazione - Investire per la crescita e l'occupazione: una strategia comune» (COM(2005)488), presentata il 12 ottobre 2005, e confermate dai successivi Consigli europei, in particolare da quelli del 14-15 dicembre 2006 e dell'8-9 marzo 2007.
Le conclusioni del medesimo Consiglio europeo contenevano, altresì, auspici per l'istituzione di un Consiglio europeo della ricerca destinato a sostenere la ricerca di eccellenza e la ricerca di base.
In particolare la comunicazione «Potenziare la ricerca e l'innovazione - Investire per la crescita e l'occupazione: una strategia comune», costituisce uno dei documenti fondamentali per la costruzione di una politica europea per la ricerca e l'innovazione. Essa sottolinea che le politiche per la ricerca e l'innovazione vanno poste al centro della strategia di Lisbona poiché, congiuntamente, interessano l'intera gamma delle questioni riguardanti la genesi delle nuove conoscenze ed idee, il loro uso e il loro sfruttamento commerciale.
Il Consiglio europeo dell'8-9 marzo 2007 ha dedicato ampio spazio al tema, ponendo l'accento, nelle conclusioni, sulla necessità di rafforzare innovazione, ricerca e istruzione. In tale prospettiva, fra l'altro, il Consiglio europeo: ribadisce l'importanza di destinare il 3 per cento del PIL alla ricerca e allo sviluppo entro il 2010; invita la Commissione a presentare raccomandazioni su orientamenti per la cooperazione e il trasferimento di tecnologia tra la ricerca pubblica e l'industria e a presentare, in via prioritaria, le strategie in materia dei diritti di proprietà intellettuale e di brevetti; invita la Commissione a presentare proposte relative ad iniziative tecnologiche congiunte in determinati settori di importanza strategica; pone in rilievo il ruolo importante riservato al già menzionato Consiglio europeo della ricerca, istituito con decisione della Commissione del 2 febbraio 2007; pone l'accento su istruzione e formazione, presupposti essenziali per il buon funzionamento del triangolo della conoscenza (istruzione - ricerca - innovazione); pone l'accento sulle tecnologie ambientali e le ecoinnovazioni, invitando la Commissione a presentare proposte per giungere a una strategia integrata per la promozione dell'ecoinnovazione all'inizio del 2008.
Per quanto riguarda la strategia individuata per stimolare l'innovazione e la ricerca, ricorda che il 13 settembre 2006 la Commissione ha presentato la comunicazione «Mettere in pratica il sapere: una strategia di innovazione allargata per l'Unione europea» (COM(2006)502). Si tratta di un programma in 10 punti concernente un'azione a livello nazionale ed europeo destinata a promuovere l'innovazione come stimolo principale dell'economia dell'Unione europea, nel cui ambito rientrano: la definizione di sistemi di insegnamento favorevoli all'innovazione; la creazione di un Istituto europeo per la tecnologia; la costituzione di un mercato del lavoro unico per i ricercatori; il rafforzamento delle connessioni tra ricerca e industria; la promozione dell'innovazione regionale nel quadro dei nuovi programmi di politica di coesione; la riforma della regolamentazione degli aiuti di Stato in materia di ricerca e sviluppo tecnologico e di innovazione e miglioramento degli orientamenti per gli incentivi fiscali in questo settore; il rafforzamento della protezione dei diritti di proprietà intellettuale; i prodotti e servizi numerici-iniziativa concernente il percepimento dei diritti d'autore; la messa a punto di una strategia per i mercati pilota favorevoli all'innovazione; incentivi all'innovazione attraverso gli appalti.
Con la successiva comunicazione presentata il 12 ottobre 2006, «Un'Europa moderna e favorevole all'innovazione» (COM(2006)589), la Commissione ha inteso concentrarsi su un numero limitato di questioni specifiche, rilevando che, per aumentare la capacità innovativa dell'Europa,


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è necessario, tra l'altro, stringere legami più saldi tra università, ricerca e imprese.
Le due comunicazioni della Commissione sono state accolte favorevolmente dal Consiglio competitività che ha adottato, il 4 dicembre 2006, conclusioni sulla politica dell'innovazione e la competitività, destinate al Consiglio europeo di dicembre. Il Consiglio ha sottolineato che il sostegno all'innovazione costituisce una parte essenziale della strategia di Lisbona per la crescita e l'occupazione e definisce le priorità strategiche a livello dell'Unione europea, fra le quali, potenziare la cooperazione tra università, ricerca e impresa, con particolare riguardo all'Istituto europeo di tecnologia.
Nel richiamare l'attenzione sulle priorità strategiche definite dal Consiglio Competitività del 4 dicembre 2006, il Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre 2006 ha sottolineato che l'innovazione è cruciale ai fini della capacità europea di rispondere con efficacia alle sfide e alle opportunità della globalizzazione.
Nel contesto della politica europea in materia di ricerca, ricorda che, il Libro verde sullo Spazio europeo della ricerca, il cui esame da parte della XIV Commissione in sede di atti comunitari ha avuto inizio nella giornata di ieri con la sua relazione, a cui rinvia per maggiori dettagli sul contenuto dello stesso.
Ricorda solo in questa sede che il libro verde «Lo spazio europeo della ricerca: nuove prospettive» (COM(2007)161) è stato presentato il 4 aprile 2007 dalla Commissione europea, che con esso ha inteso aprire un ampio dibattito per definire quali orientamenti e quali misure siano necessarie per completare lo sviluppo dello spazio europeo della ricerca (SER), considerato uno degli elementi fondamentali per realizzare gli obiettivi della strategia di Lisbona.
Segnala poi che il 18 ottobre 2006 la Commissione ha presentato la proposta di regolamento relativa alla creazione dell'Istituto europeo di tecnologia - IET (COM(2006) 604). L'Istituto, che si propone di rappresentare un faro di eccellenza in Europa e un modello di riferimento per la collaborazione tra università, ricerca e imprese, dovrebbe rafforzare le sinergie fra i tre settori del cosiddetto triangolo della conoscenza (istruzione, ricerca e innovazione) al fine di rendere l'Europa un'area maggiormente competitiva.
Per quanto riguarda il tema degli aiuti di Stato a ricerca, sviluppo e innovazione, fa presente che il 30 dicembre 2006 è stata pubblicata la comunicazione della Commissione recante «Disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato a favore di ricerca, sviluppo e innovazione». La nuova disciplina estende le possibilità di aiuto a favore della ricerca e dello sviluppo a nuove azioni a sostegno dell'innovazione; stabilisce che gli aiuti di Stato a favore dell'innovazione debbano essere autorizzati non sulla base di una definizione astratta di innovazione, ma unicamente se riguardano attività precise, volte espressamente a rimediare alle imperfezioni del mercato che ostacolano l'innovazione e per le quali i benefici derivanti dagli aiuti di Stato possono controbilanciare eventuali distorsioni della concorrenza e del commercio.
Infine, ricorda che la Commissione europea ha presentato, il 21 febbraio 2007, la Strategia politica annuale per il 2008 (COM(2007)65): anche questo documento è attualmente all'esame della Commissione XIV. In esso, la Commissione europea individua una serie di priorità in specifici settori di intervento, tra cui il raggiungimento di una maggiore prosperità dell'Unione europea, attraverso l'adozione di misure intese a promuovere, tra l'altro, la ricerca e lo sviluppo tecnologico.
Alla luce di quanto esposto, ritiene che non emergano profili di incompatibilità fra il quadro normativo comunitario e il disegno di legge in esame, anche in considerazione del fatto che esso contiene una delega al Governo cui seguirà l'adozione di decreti legislativi di attuazione. Sarà pertanto in sede di esame dei relativi schemi di decreto da parte delle Commissioni parlamentari competenti, che la Commissione potrà ulteriormente


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verificare l'effettiva compatibilità fra gli stessi schemi di decreto e il quadro normativo comunitario.
Propone pertanto di esprimere un parere favorevole.

Arnold CASSOLA (Verdi), nel preannunciare il proprio voto favorevole sul disegno di legge in esame, sottolinea il grande rilievo del settore della ricerca nel futuro del nostro Paese e dell'Europa e fa presente che dagli anni novanta ad oggi una grande parte dell'emigrazione italiana all'estero è stata rappresentata da giovani ricercatori che hanno trovato nell'industria e nelle università di altri paesi migliori condizioni di vita professionale.
Anche sul tema del reclutamento dei ricercatori sarebbero necessarie a suo avviso alcune importanti riforme, che conducessero ad una maggiore trasparenza in un settore troppo afflitto, in Italia, da problemi di localismo e «familismo».
Infine, in merito ai meccanismi di valutazione dei ricercatori, sarebbe auspicabile, a suo giudizio, che gli enti che se occupano fossero composti non solo da esperti nazionali, ma anche da membri stranieri, per garantire una maggiore imparzialità.

Antonio RAZZI (IdV) dichiara il proprio voto favorevole sul disegno di legge in titolo.

Nessun altro chiedendo di intervenire, la Commissione approva la proposta di parere favorevole del relatore.

La seduta termina alle 9.30.

SEDE CONSULTIVA

Giovedì 5 luglio 2007. - Presidenza del vicepresidente Francesco STAGNO D'ALCONTRES.

La seduta comincia alle 14.

Documento di programmazione economico-finanziaria relativo alla manovra di finanza pubblica per gli anni 2008-2011.
Doc. LVII, n. 2.
(Parere alla V Commissione).
(Esame e rinvio).

La Commissione inizia l'esame del provvedimento all'ordine del giorno.

Gabriele FRIGATO (Ulivo), relatore, ricorda che il Documento di programmazione economico-finanziaria per il 2008-2011 delinea le politiche economiche che il Governo intende perseguire al fine di conseguire gli obiettivi economici e di bilancio indicati nello stesso documento.
Nella definizione di questi obiettivi il DPEF 2008-2011 si pone in linea di continuità con quanto indicato nel precedente documento di programmazione. Sono infatti confermati gli obiettivi di un più elevato e duraturo sviluppo, di un maggior grado di equità sociale la riduzione della pressione fiscale, il pareggio di bilancio entro il 2011 e la diminuzione dello stock del debito pubblico al di sotto del 100 per cento entro l'anno 2010.
Una particolare attenzione è poi posta sul controllo della dinamica e della composizione della spesa pubblica. È nell'ambito della spesa che dovranno essere reperite le risorse necessarie a garantire la copertura di maggiori oneri non considerati nel bilancio a legislazione vigente (quali, ad esempio, i rinnovi contrattuali o i rifinanziamenti di autorizzazioni di spesa in conto capitale), nonché gli ulteriori interventi programmati indicati nel Documento e che dovranno essere autorizzati con la prossima legge finanziaria.
Sulla base dei dati più recenti relativi all'andamento dell'economia e al conto delle Amministrazioni Pubbliche, il DPEF rivede la previsione di finanza pubblica.
Sulla base del favorevole andamento delle entrate tributarie, in particolare, il Documento rivede al ribasso l'indebitamento netto per il 2007 e per gli anni successivi rispetto alla stima precedentemente


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formulata e indicata nella Relazione unificata sull'economia e la finanza (RUEF) dello scorso marzo.
In particolare, per il 2007, l'indebitamento è previsto al 2,1 per cento del PIL. In conseguenza del buon andamento dei conti pubblici, dovuto al favorevole andamento del gettito tributario, il Governo ha adottato, contestualmente alla presentazione del DPEF, il decreto-legge 2 luglio 2007, n. 81 con cui viene realizzata una manovra di carattere espansivo corrispondenti allo 0,4 per cento del PIL. Nel 2007 e allo 0,1 per cento negli anni successivi.
L'effetto negativo sull'indebitamento netto deriva pressoché integralmente da un aumento delle spese pari a 6.599 milioni, di cui 4.920 milioni di spese correnti (0,3 per cento del PIL) e 1.679 milioni di spese in conto capitale (0,1 per cento del PIL). Tra le spese correnti, segnala, in particolare, un aumento dei consumi intermedi (intesi in senso ampio, comprensivi delle prestazioni sociali in natura) di 1.940 milioni e delle prestazioni sociali in denaro di 771 milioni.
Scontando gli effetti del decreto-legge n. 81/2007 in materia finanziaria e del disegno di legge di assestamento, i dati forniti dal DPEF indicano dunque rispetto al 2006 (considerato al netto degli oneri straordinari) un peggioramento dell'indebitamento netto di 2.464 milioni di euro (0,16 per cento del PIL), dovuto ad un aumento della spesa per interessi di 6.273 milioni di euro (0,41 per cento del PIL) compensato in parte da un miglioramento dell'avanzo primario di 3.809 milioni di euro (0,25 per cento del PIL).
Precisa che il Governo non dovrà adottare una manovra correttiva netta per l'anno 2008. Verrebbe meno, in questo modo, anche la correzione del saldo strutturale di 0,5 punti percentuali da conseguire nello stesso anno secondo quanto richiesto dalla Commissione europea nel percorso di avvicinamento al pareggio di bilancio a quei paesi che presentano ancora una situazione di disavanzo. Secondo quanto indicato nel DPEF, tale correzione risulterebbe infatti pari a circa due decimi nel 2008.
Un più rigoroso cammino sarebbe, invece, previsto negli anni successivi quando, anche grazie ad una manovra cumulata nel triennio 2009-2011 di circa 24 miliardi di euro, il saldo strutturale dovrebbe segnare miglioramenti dell'ordine dei sette-otto decimi di PIL in ciascun anno.
Segnala infine la novità metodologica consistente nella previsione di un atto di indirizzo con cui mettere a fuoco procedure e metodi per l'individuazione delle proposte destinate a confluire essenzialmente nella legge finanziaria.
Per quanto attiene ad unconfronto con le previsioni internazionali, evidenzia che l'indebitamento netto dell'Italia per il 2007, indicato nel DPEF al 2,5 per cento, si situa ad un livello superiore di 1,5 punti percentuali rispetto alla media dell'area euro (1,0 per cento) stimata dalla Commissione europea nel maggio 2007.
Il valore dell'Italia risulta inferiore di 1,9 punti di PIL rispetto a quello stimato dalla Commissione europea per la Germania (0,6 per cento) e appare invece in linea con quello stimato per la Francia (2,4 per cento).
Segnala inoltre che per la Spagna la Commissione prevede per il 2007 un accreditamento netto dell'1,4 per cento.
Per quanto attiene ai dati di cassa il DPEF 2008-2011, tenendo conto degli effetti della manovra espansiva varata contestualmente al DPEF, stima per il 2007 un fabbisogno del settore statale pari a 28.900 milioni di euro, superiore rispetto alle previsioni contenute nella RUEF di aprile (28.000 milioni di euro).
Rispetto al 2006, il fabbisogno del settore statale registra una riduzione complessiva di 5.709 milioni di euro; in rapporto al PIL, si verifica dunque una riduzione dal 2,3 per cento del 2006 all'1,9 per cento del 2007.
Il fabbisogno del settore pubblico è stimato per il 2007 al 2,6 per cento del PIL, a fronte della stima del 2,5 per cento PIL, contenuta nella RUEF.
Non sono fornite indicazioni circa l'ammontare del fabbisogno dell'intero comparto delle Pubbliche Amministrazioni.


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Per ciò che attiene al rapporto debito pubblico/PIL, la previsione per il 2007 passa dal 105,4 stimato dalla RUEF al 105,1 per cento delle nuove previsioni del DPEF, con un miglioramento anche rispetto al valore di consuntivo del 2006 (106,8 per cento).
Il quadro tendenziale di finanza pubblica prospetta per il 2008 un indebitamento netto pari al 2,2 per cento del PIL.
Rispetto al saldo previsto per l'anno in corso, nel 2008 si verificherebbe pertanto un miglioramento di 0,3 punti percentuali di PIL.
L'indebitamento netto tendenziale nel 2008 risulta da un avanzo primario pari allo 2,6 per cento del PIL (superiore di 0,3 punti di PIL rispetto al 2007), e da una spesa per interessi pari al 4,9 per cento del PIL (superiore di 0,1 punti di PIL rispetto al 2007).
Sulla base degli andamenti tendenziali delle entrate e delle spese, l'indebitamento netto tendenziale continuerebbe a diminuire negli anni successivi al 2008 (di 0,3 punti percentuali nel 2009, di 0,5 punti nel 2010 e di 0,1 punti nel 2011), fino a giungere all'1,3 per cento nel 2011.
Il quadro tendenziale del conto economico delle amministrazioni pubbliche, comprensivo degli effetti della manovra espansiva approvata contestualmente al DPEF, evidenzia, per quanto concerne l'andamento delle entrate, una diminuzione complessiva dell'incidenza sul PIL dello 0,1 per cento nel 2008 rispetto all'anno precedente, derivanti da una riduzione dell'incidenza delle entrate correnti. Si prevede infatti una riduzione dell'incidenza sul PIL delle imposte indirette dello 0,3 per cento, a fronte di un aumento dello 0,1 per cento delle imposte dirette e dello 0,1 per cento dei contributi sociali.
Nel 2011, l'incidenza delle entrate sul PIL dovrebbe ridursi al 45,6 per cento rispetto al 46,4 per cento del 2007.
A livello tendenziale, la pressione fiscale dovrebbe ridursi dal 42,8 per cento del PIL del 2007 al 42,6 per cento nel 2008, per poi scendere gradualmente fino al 42,1 per cento nel 2011.
Riguardo alle spese, il quadro tendenziale per il 2008 registra, rispetto alle stime per il 2007, una riduzione dell'incidenza percentuale sul PIL di 0,4 punti, che dipende soprattutto dalla riduzione dell'incidenza delle spese correnti primarie.
Nel 2011 l'incidenza percentuale delle spese sul PIL dovrebbe ridursi al 46,9 per cento rispetto al 48,9 per cento del 2007; si prevede in particolare una riduzione dell'incidenza sul PIL tanto della spesa corrente primaria (dal 46,1 per cento nel 2007 al 38,2 per cento nel 2011) quanto della spesa in conto capitale (dal 4,3 per cento del 2007 al 3,8 per cento nel 2011).
La spesa per interessi vedrebbe aumentare la propria incidenza in rapporto PIL nel 2008, passando dal 4,8 per cento del 2007 al 4,9 per cento, per poi mantenersi costante su questo livello per tutto il periodo considerato.
Il quadro tendenziale evidenzia inoltre una progressiva riduzione del rapporto debito/PIL: tale rapporto, che nel 2007 dovrebbe attestarsi al 105,1 per cento, dovrebbe scendere al di sotto del 100 per cento nel 2010 (99,3 per cento).
Tale evoluzione tiene conto, come si è detto, della manovra espansiva approvata contestualmente al DPEF, che determina un incremento del rapporto debito/PIL dello 0,4 per cento nel 2007, dello 0,5 per cento nel 2008 e nel 2009 e dello 0,6 per cento nel 2010 e 2011.
Per ciò che riguarda il fabbisogno del settore statale il dato tendenziale evidenzia un aumento nel 2008 rispetto al valore del 2007 (2,1 per cento del PIL) ed una successiva riduzione negli anni seguenti, sino a raggiungere lo 0,5 per cento nel 2011.
Per il fabbisogno del settore pubblico, si dovrebbe registrare un analogo miglioramento: il fabbisogno passerebbe dal 2,6 per cento del PIL nel 2007 all'1 per cento nel 2011.
Il quadro programmatico del DPEF conferma l'obiettivo del Governo di raggiungere un bilancio in pareggio nel 2011.
Rispetto all'andamento tendenziale, che indica un indebitamento netto nel 2011 dell'1,3 per cento, il DPEF fissa per il 2011


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un obiettivo programmatico di accreditamento netto dello 0,1 per cento del PIL, con un effetto complessivo di correzione dell'ordine dell'1,4 per cento.
La decisione di non realizzare una manovra correttiva per il 2008 implica una coincidenza tra i valori tendenziali ed i valori programmatici del 2008, con un indebitamento netto del 2,2 per cento, derivante da un avanzo primario del 2,7 per cento ed una spesa per interessi del 4,9 per cento.
Il raggiungimento dell'obiettivo del 2011 deriverà prevalentemente da un miglioramento dell'avanzo primario, che, nel quadro programmatico passa dal 2,3 per cento del PIL nel 2009 al 4 per cento del PIL nel 2011 (a fronte di un quadro tendenziale che mostra un valore dell'1,9 per cento del PIL nel 2009 e di un 2,3 per cento nel 2011).
Occorre tuttavia rilevare che, sulla base delle informazioni fornite del DPEF, l'indebitamento netto programmatico si discosta rispetto alle indicazioni pervenute dagli organi dell'Unione europea, secondo le quali l'Italia avrebbe dovuto destinare integralmente il miglioramento del gettito tributario del 2007 al miglioramento dei saldi e realizzare una correzione annuale dell'indebitamento netto in termini strutturali (corretto per il ciclo e al netto delle misure una tantum) dello 0,5 per cento negli anni successivi.
Passando ai confronti internazionali, come già rilevato per il 2007, l'indebitamento netto stimato per il 2008 (2,2 per cento) si attesta ad un livello superiore rispetto a quello stimato dalla Commissione europea per l'area dell'euro (0,8 per cento).
Come già accennato, alla luce del quadro tendenziale di finanza pubblica, il Governo non ritiene necessario varare una manovra di finanza pubblica correttiva per il 2008.
È necessario riconoscere che questa impostazione si discosta da un rispetto rigoroso del percorso delineato nell'ambito della procedura di deficit eccessivo cui è sottoposta l'Italia.
Sulla scorta delle informazioni contenute nel DPEF, a rafforzamento della procedura, sarebbero giunte da parte delle Autorità europee indicazioni nel senso di destinare integralmente le risorse derivanti dal favorevole andamento del quadro di finanza pubblica al miglioramento dei saldi e di realizzare per il 2008 una manovra correttiva di circa 10,1 miliardi di euro, corrispondenti allo 0,6 per cento del PIL.
Ritiene tuttavia che sia condivisibile la linea del Governo che non considera questa ipotesi compatibile con le attuali condizioni economiche e sociali del Paese, anche in considerazione del rilevante aggiustamento strutturale realizzato con legge finanziaria per il 2007 e indica un percorso differente per il raggiungimento di un saldo di bilancio in pareggio nel 2011.
Per quanto riguarda gli interventi che il Governo ritiene vincolanti, il DPEF indica innanzitutto quelli derivanti da «impegni sottoscritti» di natura politica già assunti sul piano interno (accordi siglati con i sindacati per il pubblico impiego e tavolo di concertazione su previdenza e lavoro) ed internazionale (Fondo globale per la lotta all'AIDS, IDA XIV e contributi ad organismi di cooperazione internazionale). Di tali interventi occorre riconoscere obiettivamente che il Governo, attraverso questo DPEF, fornisce una quantificazione certa.
Le ulteriori misure vincolanti riguardano invece quelle che il DPEF definisce «prassi consolidate»: si tratta di interventi per i contratti di servizio con le imprese pubbliche (Ferrovie dello Stato, ANAS, ENAV, Poste italiane) volti a garantire lo svolgimento di servizi pubblici essenziali, per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego, per la proroga di agevolazioni fiscali che sono di anno in anno confermate dalla legge finanziaria e per l'integrazione del Fondo per la compensazione degli effetti conseguenti all'attualizzazione dei contributi pluriennali, volta ad assicurare la realizzazione di interventi, per lo più in materia di infrastrutture, già previsti a legislazione vigente ed allo stato


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bloccati a seguito dell'applicazione della normativa contabile europea. Per tali misure il DPEF fornisce una quantificazione meramente indicativa, con l'eccezione dei rinnovi contrattuali, per i quali non viene indicata alcuna quantificazione.
Nella manovra di finanza pubblica saranno altresì previsti ulteriori interventi («nuove iniziative») il cui contenuto resta ancora da definire in sede politica e per i quali si prevede di stanziare risorse per un importo (anch'esso meramente indicativo) di circa 10 miliardi di euro annui. Nell'ambito di queste iniziative il DPEF indica la riduzione dell'ICI sulla prima casa ed una detrazione a favore degli inquilini.
Le risorse da reperire con la manovra di finanza pubblica risulterebbero dunque pari a 21,3 miliardi di euro per il 2008 (corrispondenti all'1,3 per cento del PIL) e a 19,4 miliardi per il 2009 (1,2 per cento del PIL) ed il 2010 (1,1 per cento del PIL), a cui vanno aggiunte la risorse per i prossimi rinnovi contrattuali del pubblico impiego.
Per ciò che attiene in particolare agli interventi in materia di previdenza e lavoro, il Governo ritiene di stanziare dal 2008 1 miliardo di euro annui, che si aggiungono agli 1,5 miliardi annui già previsti dal decreto-legge n. 81/2007 in materia finanziaria (per un totale di 2,5 miliardi annui), da ripartire nel seguente modo: 700 milioni per gli ammortizzatori sociali, di cui 600 milioni per i trattamenti diretti ed i contributi figurativi (300 milioni per i giovani) e 100 milioni per politiche attive del lavoro per i giovani; 300 milioni «per incrementare il salario produttività nella contrattazione decentrata e per gli straordinari».
Il DPEF sottolinea al riguardo che eventuali ulteriori risorse per la previdenza dovranno essere reperite all'interno dello stesso settore previdenziale.
Per quanto riguarda invece le «nuove iniziative», secondo il DPEF, rientrano in questa categoria anche gli interventi che si intenderanno adottare per dare seguito alle iniziative «sbloccate dal Governo per il 2007 attraverso il decreto-legge» n. 81/2007 in materia finanziaria.
Per ciò che riguarda l'individuazione e la specifica quantificazione degli interventi da finanziare, il DPEF rimanda opportunamente alla «discussione che avverrà tra la presentazione del DPEF e quella del disegno di legge finanziaria, organizzata sulle linee di un atto di indirizzo che stabilisce procedure e metodi per l'individuazione delle nuove proposte».
Gli interventi prospettati - pari a 21,3 miliardi di euro per il 2008 e a 19,4 miliardi per il 2009 ed il 2010, al netto delle risorse per i prossimi rinnovi contrattuali - dovranno assicurare la neutralità sui saldi di finanza pubblica e dovranno pertanto trovare un'adeguata copertura finanziaria nell'ambito della manovra.
Al riguardo il DPEF, sottolineando l'impegno prioritario del Governo per il contenimento e la riduzione graduale della pressione fiscale, ritiene che le risorse dovrebbero essere reperite attraverso interventi di riduzione della spesa.
Il DPEF auspica opportunamente che il valore della spesa primaria sia oggetto di discussione nell'ambito del dibattito parlamentare, suggerendo la possibilità che la risoluzione parlamentare fornisca indicazioni in merito, ricordando che nel 2008 la spesa primaria raggiunge, nel quadro tendenziale, un valore di 700,3 miliardi di euro, corrispondenti al 43,6 per cento del PIL.
Ritiene infine sia interessante, per le competenze di questa Commissione, prospettare gli indicatori programmatici delle variabili macroeconomiche e di finanza pubblica rilevanti per la stima del saldo di bilancio strutturale, cioè al netto delle misure una tantum e degli effetti del ciclo economico e riportati nel DPEF, sia pure con riferimento ai soli valori di consuntivo per il 2006.
Gli indicatori strutturali consentono infatti di inquadrare le indicazioni programmatiche del DPEF 2008-2011 con quanto prescritto dal Patto di stabilità e crescita (PSC). Con la riforma del Patto, nel 2005, l'enfasi degli esercizi di sorveglianza da


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parte della Commissione e del Consiglio è posta, infatti, sulla correzione strutturale operata annualmente.
Il Patto di stabilità e crescita impone ai Paesi membri di presentare, con l'aggiornamento dei rispettivi programmi di stabilità, un obiettivo di medio termine (MTO) relativo alla propria posizione di bilancio, fissato in termini strutturali - cioè corretto per il ciclo e per le una tantum e altre misure temporanee - nonché di indicare un percorso di avvicinamento del paese all'obiettivo indicato.
Il DPEF 2008-2011 prevede, in linea con quanto richiesto dal PSC, il raggiungimento di un surplus strutturale di bilancio, pari allo 0,2 per cento del PIL, nel 2011, alla fine del periodo di previsione.
Il percorso di raggiungimento dell'obiettivo di medio termine indica disavanzi strutturali programmatici in graduale riduzione, pari a -2,3 nel 2007, -2,1 nel 2008, -1,4 nel 2009 e -0,7 nel 2010.
Rileva poi che, rispetto al profilo presentato nel programma di stabilità per il 2006 (SP 2006), il percorso di aggiustamento si presenta meno ambizioso. Mentre con il SP 2006 si azzerava sostanzialmente il disavanzo nel 2010 (-0,1), il DPEF prevede il raggiungimento dell'obiettivo di medio termine nel 2011.
Analogamente, la Francia ha presentato piani caratterizzati da una minore concentrazione temporale dell'impegno, successivamente allo sforzo di correzione del disavanzo eccessivo.
Il nuovo DPEF motiva coerentemente la differente scelta del profilo di aggiustamento sulla base dei risultati migliori conseguiti nel corso degli ultimi due anni e della difficoltà sociale ed economica ad adottare un'ulteriore manovra restrittiva di grandi dimensioni (come quella che sarebbe risultata in base alle indicazioni europee) dopo la correzione operata con la legge finanziaria 2007.
Conclusivamente sottolinea come l'Italia stia uscendo da quella condizione di obiettiva difficoltà economico-finanziaria in cui versava l'anno scorso, da lui stesso rilevata nel corso del dibattito presso la XIV Commissione sul DPEF dell'anno scorso. Per la prima volta, dopo molti anni non si prefigurano «stangate» correttive e si annuncia l'avvio di un percorso di riduzione della pressione fiscale.
Segnala come positiva la novità metodologica consistente nella previsione di un atto di indirizzo parlamentare con cui mettere a fuoco procedure e metodi per l'individuazione delle proposte destinate a confluire essenzialmente nella legge finanziaria come pure
Nell'esprimere una proposta di parere favorevole, sottolinea che il DPEF 2008-2011 ha correttamente acquisito un'articolazione maggiormente «comunitaria», operando un pieno raccordo tra le strategie programmatorie nazionali ed il quadro di riferimento europeo.
Ciò non soltanto con riferimento al rispetto dei parametri fissati in sede economico-finanziaria, ma anche in relazione ai grandi nodi posti dallo sviluppo dell'Unione a 27 Stati e che non a caso sono stati al centro dei recenti lavori della XIV Commissione: dalle questioni della crescita sostenibile (par. IV.1), alle problematiche climatiche ed ambientali (par. V.6), alle politiche del lavoro (par. V.8, in relazione alle quali si registra ancora un forte ritardo rispetto agli obiettivi fissati per il 2010 dalla rinnovata Strategia di Lisbona), fino al settore dell'università e della ricerca (par. V.10).
In conclusione, riconosce che il Governo, rispetto a quanto indicato dalle Autorità europee sulla linea del risanamento di bilancio, ha operato una scelta differente, dettata dalla necessità di mantenere inalterato l'obiettivo del risanamento finanziario, tenendo altresì conto di una situazione socio-economica complessiva sofferente.
Tuttavia, non ritiene nel complesso che i contenuti del DPEF siano incompatibili con i parametri di Maastricht e ribadisce che la distribuzione del cosiddetto «tesoretto» è stata fatta dal Governo con una speciale attenzione alle fasce sociali economicamente più deboli.
Propone pertanto di esprimere un parere favorevole.


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Francesco STAGNO D'ALCONTRES, presidente, rinvia il seguito dell'esame ad altra seduta.

La seduta termina alle 14.15.

ATTI DEL GOVERNO

Giovedì 5 luglio 2007. - Presidenza del vicepresidente Francesco STAGNO D'ALCONTRES.

La seduta comincia alle 14.15.

Schema di decreto legislativo concernente modifiche al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante il codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE.
Atto n. 104.
(Esame, ai sensi dell'articolo 126, comma 2, del regolamento, e conclusione - Parere favorevole con condizioni).

La Commissione inizia l'esame dello schema di decreto legislativo all'ordine del giorno.

Gabriele FRIGATO (Ulivo), relatore, osserva che lo schema di decreto legislativo in esame - adottato in attuazione della norma di delega contenuta nell'articolo 25, comma 3, della legge 18 aprile 2005, n. 62 - è il secondo provvedimento correttivo del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (si tratta del cosiddetto «codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture»).
Il provvedimento si compone di cinque articoli.
L'articolo 1 interviene prevalentemente sugli istituti giuridici la cui applicazione era stata sospesa prima con l'articolo 1-octies del decreto-legge n. 173 del 2006 quindi con il primo decreto legislativo correttivo (n. 6 del 2007), disponendo anche un'ulteriore sospensione dell'applicazione delle norme relative al dialogo competitivo e all'appalto integrato fino all'entrata in vigore del regolamento di attuazione previsto dall'articolo 5 del Codice (n. 8).
Per quanto riguarda gli interventi sostanziali sugli istituti in precedenza sospesi, l'articolo 1: limita l'ambito di applicazione della procedura negoziata con e senza pubblicazione di un bando di gara (nn. 1 e 2); ai fini del ricorso al dialogo competitivo nel caso di affidamenti di lavori, richiede il parere obbligatorio del Consiglio superiore dei lavori pubblici (e, nel caso di beni culturali, del Consiglio superiore dei beni culturali) (n. 3); circoscrive l'ambito di applicazione dell'istituto dell'accordo quadro, ammettendone il ricorso unicamente per i lavori di manutenzione (n. 4).
L'articolo 1 reca anche ulteriori norme sostanziali, incidenti su altri istituti, e in particolare sui concorsi di progettazione e idee sotto soglia comunitaria (ai quali estende la disciplina prevista per l'affidamento di incarichi di progettazione di importo inferiore ai 100.000 euro, prevista dall'articolo 91, comma 2) (n. 5); sugli appalti di servizi e forniture sotto soglia (per i quali prevede l'obbligo di pubblicazione dell'avviso sui risultati della procedura di affidamento sui siti informatici di cui all'articolo 66, comma 7) (n. 6); sulle concessioni di lavori pubblici, per le quali prevede la possibilità che nel piano economico-finanziario dell'opera venga stabilito un prezzo di restituzione della stessa al concedente, relativamente alla quota non ammortizzata nel periodo di gestione (n. 7).
L'articolo 2 reca talune disposizioni di mero coordinamento formale e taluni interventi di carattere sostanziale che, secondo quanto enunciato nella relazione, sono volti «ad assicurare condizioni di maggiore trasparenza e limpida concorrenzialità». Tra questi ultimi, segnala: l'estensione agli affidamenti di servizi e forniture della previsione del rimborso delle spese sostenute per l'esecuzione del contratto, qualora questo sia stato avviato in via d'urgenza (n. 3); alcune modifiche alla disciplina dei consorzi stabili e in particolare la precisazione dell'applicazione


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ai medesimi della disposizione dettata per i raggruppamenti temporanei secondo cui essi sono tenuti ad indicare, in sede di offerta, per quali consorziati il consorzio concorre e a questi ultimi è fatto divieto di partecipare alla medesima gara (n. 6); alcuni interventi in materia di raggruppamenti temporanei, tra cui l'estensione ai casi previsti dalla normativa antimafia della disciplina della prosecuzione dei rapporti contrattuali con la stazione appaltante dettata per i casi di fallimento del mandatario o del mandante o, qualora si tratti di imprenditore individuale, di morte, interdizione, inabilitazione o fallimento del medesimo (n. 7); con riferimento alle procedure ristrette, l'estensione anche ai contratti per l'affidamento di servizi e forniture della previsione secondo cui sono invitati tutti i soggetti che ne abbiano fatto richiesta e che siano in possesso dei requisiti di qualificazione previsti dal bando (n. 9); la generalizzazione del principio secondo cui il mancato utilizzo di moduli predisposti dalle stazioni appaltanti per la presentazione delle offerte non costituisce causa di esclusione (n. 10); la possibilità che la commissione giudicatrice, nel caso di utilizzo del criterio dell'offerta economicamente più vantaggiosa, sia presieduta, quando vi siano carenze di organico, da un funzionario della stazione appaltante incaricato di funzioni apicali, piuttosto che dal dirigente (n. 11); la generalizzazione dell'obbligo per il responsabile del procedimento di verificare la conformità del progetto esecutivo o definitivo rispettivamente, al progetto definitivo o preliminare (n. 13); la limitazione ai soli lavori della definizione di subappalto recata dall'articolo 118, comma 11 (n. 15); l'estensione anche alle concessioni sotto soglia della disciplina dettata per le concessioni di lavori pubblici e per gli appalti di lavori affidati dai concessionari di lavori pubblici (nn. 16-18); il possibile ricorso alla procedura negoziata nei casi di cd. ripetizione di lavori analoghi in materia di beni culturali analoghi (n. 25).
La medesima disposizione reca interventi di portata sostanziale in materia di realizzazione delle infrastrutture strategiche, finalizzati, da un lato, a promuovere un più ampio ed efficace ricorso al meccanismo della finanza di progetto e, dall'altro, a consentire il monitoraggio finanziario delle opere strategiche. Con riferimento al primo profilo, in primo luogo si prevede la predisposizione da parte dei soggetti aggiudicatori di studi di fattibilità delle infrastrutture strategiche da realizzare e l'acquisizione su tali studi delle valutazioni dell'Unità tecnica Finanza di Progetto, dirette a verificare le forme per il ricorso a capitali privati ed i presupposti per la concreta attuabilità (valutazioni acquisite dal CIPE nel caso di infrastrutture strategiche che prevedono il ricorso a capitali privati); quindi, viene attribuita priorità, nell'ambito del Programma delle infrastrutture strategiche, alle infrastrutture già avviate, con il progetto esecutivo approvato, o per le quali ricorre la possibilità di finanziamento con capitale privato, sia di rischio che di debito, nella misura maggiore possibile (n. 20, lettera a).
Con riferimento al secondo profilo, il medesimo n. 20, alla lettera b), si prevede il ricorso al SIOPE (Sistema Informativo delle Operazioni degli Enti Pubblici) e l'obbligo da parte dei soggetti responsabili delle opere di far riportare anche il CUP (Codice Unico di Progetto) sui mandati informatici utilizzati per il pagamento dei fornitori, al fine di realizzare l'obiettivo, indicato nella relazione illustrativa, «di garantire la disponibilità di dati tempestivi ed attendibili sull'evoluzione della spesa per la realizzazione degli interventi infrastrutturali». Ulteriori disposizioni in materia di infrastrutture strategiche attribuiscono nuovi compiti al Ministero delle infrastrutture per l'attuazione del programma delle infrastrutture strategiche (n. 21), la possibilità di utilizzare la procedura di appalto-concorso nell'aggiudicazione delle concessioni e degli affidamenti a contraente generale (n. 22)
L'articolo 3 detta disposizioni finalizzate, secondo quanto precisato nella relazione illustrativa, a «rafforzare la tutela del lavoro - con riguardo segnatamente alle condizioni di lavoro e ai diritti dei


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lavoratori nell'esecuzione dei contratti pubblici - e la vigilanza in materia, soprattutto per esigenze di contrasto alla criminalità mafiosa, in virtù di una attenta considerazione della realtà nazionale ed in accoglimento di precise indicazioni formulate, rispettivamente, dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale e dal Ministero dell'interno».
In particolare, i numeri da 1) a 4) del comma 1 prevedono l'integrazione del regolamento di attuazione di cui all'articolo 5 del codice con norme di tutela dei diritti del lavoratori, nonché l'esplicito coinvolgimento del Ministero del lavoro tra i soggetti con cui l'Osservatorio dei contratti pubblici deve attivare un apposito collegamento informatico e criteri attinenti alla determinazione da parte dell'Osservatorio dei costi standardizzati per tipo di lavoro e per tipo di servizio e fornitura.
Il numero 5) incide sui requisiti di ordine generale per la partecipazione alle procedure di affidamento, prevedendo in particolare l'esclusione dei soggetti nei cui confronti sia stata applicata la sospensione o la revoca dell'attestazione SOA da parte dell'Autorità per falsità nella documentazione o nelle dichiarazioni.
L'articolo 3 interviene anche sulla complessa disciplina del sistema di qualificazione per eseguire lavori pubblici, per «responsabilizzare le SOA ai fini del corretto svolgimento delle proprie attività» e «rendere concretamente possibile l'espletarsi del potere sanzionatorio da parte dell'Autorità di vigilanza», attraverso le seguenti misure: l'attribuzione di natura pubblicistica all'esercizio da parte delle SOA dell'attività di attestazione per gli esecutori di lavori pubblici e, conseguentemente, la qualificazione delle attestazioni rilasciate quali atto pubblico a fini penali (n. 6, lettera a); la definizione, in sede di regolamento, di sanzioni pecuniarie ed interdittive per il caso di inerzia delle SOA a seguito di richiesta di informazioni ed atti da parte dell'Autorità per la vigilanza (n. 6, lettera b); la responsabilità delle SOA della conservazione della documentazione e degli atti utilizzati per il rilascio delle attestazioni e l'obbligo di rendere disponibile tale documentazione ai soggetti indicati nel regolamento, anche in caso di sospensione o revoca dell'autorizzazione all'esercizio dell'attività di attestazione (n. 7 - comma aggiuntivo 9-bis); l'obbligo a carico delle SOA di revocare l'attestazione di qualificazione nel caso di accertamento che il rilascio di quest'ultima sia avvenuto in carenza dei requisiti richiesti o se essi siano successivamente venuti meno, obbligo il cui inadempimento è sanzionato con la revoca da parte dell'Autorità dell'autorizzazione all'esercizio dell'attività di attestazione (n. 7 - comma aggiuntivo 9-ter).
Le ulteriori disposizioni contenute nell'articolo 3 riguardano: l'estensione del rimedio della risoluzione del contratto da parte della stazione appaltante anche al caso in cui si sia verificata una revoca dell'attestazione di qualificazione, per aver prodotto falsa documentazione o dichiarazioni mendaci, nonché al caso di adozione di provvedimenti definitivi che dispongono nei confronti dell'appaltatore l'applicazione di una o più misure di prevenzione per reati di tipo mafioso di cui agli articoli 2 e seguenti della legge 31 maggio 1965, n. 575 (n. 8); il rafforzamento delle misure anticrimine per le opere strategiche, attraverso in particolare la previsione del monitoraggio dei flussi finanziari relativi alla realizzazione dell'opera e l'estensione della procedura di monitoraggio antimafia agli interventi strategici di cui all'articolo 253, comma 27, lettera f) (n. 10).
L'articolo 4 contiene la clausola di invarianza della spesa.
L'articolo 5 dispone in merito all'entrata in vigore del provvedimento.
Passando al quadro comunitario di riferimento, occorre anzitutto tenere presente che sulla materia sussistono rilevanti procedure di contenzioso in sede comunitaria a carico del nostro Paese. Nel settembre 2004 la Commissione europea ha presentato ricorso contro l'Italia innanzi alla Corte di giustizia contestando che la legge 11 febbraio 1994, n. 109 «Legge quadro in materia di lavori pubblici» (cosiddetta «legge Merloni»), come modificata


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dall'articolo 7 della legge 1o agosto 2002, n. 166, violerebbe gli articoli 43 (libertà di stabilimento) e 49 (libera prestazione dei servizi) del Trattato CE nonché le direttive 93/36/CEE (appalti pubblici di forniture), 93/37/CEE (appalti pubblici di lavori), 93/38/CEE (appalti degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto nonché degli enti che operano nel settore delle telecomunicazioni) e 92/50/CEE (appalti pubblici di servizi). Tali direttive sono state recepite nell'ordinamento italiano con la legge n. 109/1994.
La Commissione, in particolare, contesta all'Italia di aver sottratto determinate aggiudicazioni di appalti alle regole della pertinente normativa comunitaria, sia adottando il valore dei lavori di carattere accessorio come unico criterio per determinare l'assoggettamento dei contratti misti alla disciplina comunitaria, sia per non avere specificato, con riferimento agli appalti di valore inferiore alle soglie comunitarie, il rispetto dei principi di trasparenza e di parità di trattamento derivanti dagli articoli 43 e 49 del Trattato CE.
L'8 novembre scorso l'Avvocato generale della Corte di giustizia delle CE, Damaso Ruiz-Jarabo Colomer ha presentato le proprie conclusioni nell'ambito del procedimento relativo al ricorso inoltrato dalla Commissione contro l'Italia sulla legge n. 109/94: la sua richiesta è di arrivare a condannare l'Italia per varie violazioni alle direttive sugli appalti e al Trattato Ue.
Tra i punti della normativa contestata dall'Avvocato generale, il più delicato è sicuramente il project financing, ovvero il finanziamento privato di opere pubbliche: l'Italia offre, a suo parere, al promotore dell'opera due indebiti vantaggi: la possibilità di partecipare comunque alla gara per la scelta dell'esecutore e il diritto di prelazione sul vincitore di questa gara. Una tesi accettata anche dall'Avvocato. Non sarebbe sufficiente, a tale proposito, la modifica introdotta con la legge comunitaria per il 2004 (legge n. 62/2005) che ha previsto l'obbligo di informare della prelazione già dai bandi.
La condanna viene richiesta anche in relazione alle regole sui contratti misti, che fanno scattare la gara europea solo se il valore dei lavori supera la quota dei servizi. Per l'Avvocato generale adottare il peso dei lavori come unico criterio guida è limitativo e può sottrarre alle regole dell'Unione europea una vasta fetta di questo mercato, in quanto la soglia per i lavori è ben più alta di quella per i servizi (5,9 milioni la prima, contro i 211.000 euro della seconda).
È altresì negativo l'orientamento dell'Amicus Curiae anche sulla possibilità di realizzare direttamente i lavori di urbanizzazione se l'importo delle opere, prese singolarmente, è inferiore ai tetti UE. L'Avvocato respinge le giustificazioni dello Stato italiano che chiedeva di prendere in considerazione la specificità della materia urbanistica: «Il valore totale ottenuto sommando i diversi lotti - si legge nelle conclusioni - determina l'assoggettamento alle disposizioni comunitarie senza che le caratteristiche peculiari della materia urbanistica possano servire come motivi oggettivi per giustificare un frazionamento dell'appalto». Va detto però che il Codice appalti ha in parte modificato la normativa e ha introdotto per i lavori sopra i 5,9 milioni una procedura simile a quella (qui censurata) del project financing.
Nel marzo scorso la Commissione ha inviato all'Italia una lettera di messa in mora poiché ritiene che la facoltà di proroga delle convenzioni per la gestione di interventi in favore delle imprese artigiane, prevista dall'articolo 23-bis del decreto-legge n. 273/2005, nel testo risultante dalle modifiche introdotte dalla legge di conversione n. 51 del 23 febbraio 2006, sia contraria alla direttiva 2004/18/CE, segnatamente ai suoi articoli 20, 28 e 35, paragrafo 2, nonché agli articoli 43 e 49 del trattato CE.
Alla luce del contenzioso, richiama l'attenzione della Commissione su due disposizioni, proprio in relazione al profilo della possibile disparità di trattamento che potrebbero determinare tra imprese italiane


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e imprese di altri Stati dell'UE e dei conseguenti effetti distorsivi della concorrenza.
In particolare l'articolo 1, comma 1, n. 1), attraverso una novella all'articolo 56, sopprime due fattispecie di ricorso alla procedura negoziata con bando di gara, che sono invece esplicitamente contemplate dall'articolo 30 della direttiva 2004/18/CE. In materia di appalti di servizi, il decreto legislativo n. 157 del 1995, attuativo della direttiva 92/50/CE, già contemplava peraltro le due ipotesi tra i casi in cui era possibile il ricorso alla trattativa privata previa pubblicazione del bando [articolo 7, comma 1, lettere b) e c)].
Segnala, inoltre, che su tale soppressione il Consiglio di Stato ha espresso parere negativo, in considerazione dell'incidenza sostanziale della modifica, alla mancanza di un'adeguata motivazione alla previsione di una disciplina più restrittiva rispetto a quella comunitaria, nonché, più in generale, ai limiti sostanziali al potere di emanare decreti correttivi.
Ritiene importante tenere presente che, tra le posizioni emerse nel corso delle audizioni sulle problematiche derivanti dall'attuazione del decreto legislativo n. 163 del 2006 presso la VIII Commissione con riferimento all'articolo 56, quella dell'ANCE, secondo cui tale disposizione, sotto l'aspetto dell'iter procedurale, non sembra contenere controindicazioni tali da doverne determinare l'abrogazione.
L'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori servizi e forniture, nell'audizione del 16 gennaio 2007, ritiene opportuno inserire, relativamente alla procedura negoziata con bando, un comma 1-bis che preveda l'obbligo della motivazione nella determina a contrarre con l'indicazione delle specifiche ragioni di fatto e di diritto a base della procedura negoziata.
Il successivo n. 2 del medesimo comma, attraverso una novella all'articolo 57, elimina la possibilità di ricorrere alla procedura negoziata senza bando per la ripetizione di lavori analoghi, esplicitamente contemplata dall'articolo 31 della direttiva 2004/18/CE.
Sul punto il Consiglio di Stato ha sottolineato come tale soppressione rappresenti una «innovazione sostanziale, che tuttavia appare fondata sul forte rischio di abusi cui la disposizione notoriamente si presta».
Ai fini di una completa valutazione delle due disposizioni, richiama anche la sentenza della Corte costituzionale n. 482 del 1995, che ha affrontato la questione della legittimità costituzionale di alcune disposizioni della legge n. 109 del 1994 che escludono la trattativa privata in casi nei quali è consentita, per importi notevolmente superiori, dalla normativa comunitaria. La Consulta in quella occasione ha sostenuto che «la legislazione italiana assicura comunque in modo ancor più esteso la concorrenza e non determina una lesione del diritto comunitario, che consente, ma non impone, la trattativa privata».
Ritiene si debba inoltre valutare la compatibilità comunitaria dell'articolo 2, comma 1, n. 25), in materia di ricorso alla procedura negoziata per la ripetizione di lavori analoghi nel settore dei beni culturali, che già il Consiglio di Stato ha valutato in contrasto con la normativa comunitaria. In particolare, il riferimento temporale di tre anni dall'ultimazione dei lavori ai fini del ricorso alla procedura negoziata ha una portata estensiva rispetto alla previsione generale comunitaria del ricorso alla procedura negoziata per la ripetizione di lavori analoghi, entro tre anni dalla conclusione del contratto originario (ovvero, secondo la giurisprudenza comunitaria, dalla stipulazione del contratto).
Alla luce di tali considerazioni, per quanto attiene ai profili di competenza della Commissione, propone di esprimere un parere favorevole, integrato dalle seguenti osservazioni: la prima riguarda l'opportunità di riformulare l'articolo 1, comma 1, n. 1 nel senso di non sopprimere il ricorso alla procedura negoziata con bando di gara, così come richiesto


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dalla direttiva 2004/18/CE. La seconda attiene invece all'opportunità di non introdurre nell'ambito della norma recata dall'articolo 2, comma 1, n. 25, un riferimento temporale con una portata estensiva maggiore rispetto alla previsione generale dettata dalla normativa comunitaria.

Antonello FALOMI (RC-SE) propone di trasformare le osservazioni proposte dal relatore in condizioni.

Francesco STAGNO D'ALCONTRES, presidente, fa presente che le osservazioni proposte dal relatore servono effettivamente ad allineare il contenuto dello schema di decreto in esame alla normativa comunitaria.

Gabriele FRIGATO (Ulivo), relatore, accoglie il suggerimento del deputato Falomi e riformula la proposta di parere nel senso indicato.

Nessun altro chiedendo di intervenire, la Commissione approva la proposta di parere del relatore (vedi allegato).

La seduta termina alle 14.50.