XIV Commissione - Resoconto di marted́ 1° aprile 2008


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ATTI DEL GOVERNO

Martedì 1o aprile 2008. - Presidenza del presidente Franca BIMBI. - Intervengono i sottosegretari di Stato per l'economia e le finanze, Mario Lettieri, e per i trasporti, Andrea Annunziata.

La seduta comincia alle 12.

Schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2005/56/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 ottobre 2005, relativa alle fusioni transfrontaliere delle società di capitali.
Atto n. 223.
(Esame, ai sensi dell'articolo 126, comma 2, del regolamento, e conclusione - Parere favorevole con osservazioni).

La Commissione inizia l'esame dello schema di decreto legislativo all'ordine del giorno.

Gabriele FRIGATO (PD-U), relatore, illustra lo schema di decreto legislativo in esame che provvede a recepire nell'ordinamento interno la direttiva 2005/56/CE del 26 ottobre 2005, concernente le fusioni transfrontaliere delle società di capitali, in attuazione della delega di cui all'articolo 1 della legge 6 febbraio 2007, n. 13 (legge comunitaria per il 2006).
In particolare, l'articolo 1 del decreto definisce gli istituti rilevanti ai fini delle norme proposte. In particolare, sono introdotte le definizioni di «società di capitali», di «fusione transfrontaliera», nonché degli istituti rilevanti ai fini della partecipazione dei lavoratori alla fusione.
L'articolo 2 specifica l'ambito applicativo delle norme proposte, che operano per le fusioni transfrontaliere tra una o più società di capitali italiane ed una o più società di capitali di altro Stato membro, la cui sede sociale o amministrazione centrale o centro di attività principale sia stabilito nella Comunità europea. Esso inoltre estende, ove ne sussistano le condizioni, l'applicazione della disciplina proposta anche alle fusioni transfrontaliere cui partecipino o da cui risultino società diverse dalle società di capitali o società di capitali che non abbiano nella Comunità europea né la sede statutaria, né l'amministrazione centrale, né il centro di attività principale.
L'articolo 3 disciplina le condizioni relative alle fusioni transfrontaliere: anzitutto, una fusione transfrontaliera è consentita solo tra tipi di società cui la legge applicabile permette di fondersi. È peraltro escluso che la società cooperativa a mutualità prevalente possa partecipare ad una fusione transfrontaliera. Inoltre, la conformità della fusione con le disposizioni dello schema di decreto in esame è requisito di efficacia delle fusioni di enti aventi sede in Stati diversi, nei termini richiesti dalle norme di diritto internazionale privato.
L'articolo 4, in assenza di diverse disposizioni, stabilisce che alla società italiana partecipante alla fusione transfrontaliera si applichi la disciplina che sarebbe applicabile in caso di fusione «domestica», ovvero con altre società italiane. Ferme le disposizioni di cui al successivo articolo 11 relative all'atto di fusione transfrontaliera, nel caso di conflitto con le norme applicabili alle società di altro Stato membro partecipanti alla fusione transfrontaliera, si dà prevalenza alla legge applicabile alla società risultante. Inoltre, le norme interne in materia di fusione a seguito di acquisizione con indebitamento (articolo 2501-bis del Codice civile) non si applicano qualora la società partecipante alla fusione il cui controllo è oggetto di acquisizione non sia una società italiana.


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L'articolo 5 prevede, quale strumento di tutela, il diritto di recesso del socio che non sia consenziente rispetto alla fusione transfrontaliera. Circa le modalità di esercizio del recesso e di determinazione del valore delle azioni o delle quote di partecipazione, si prevede che si applichino le norme del codice civile, fatte salve le altre cause di recesso previste dalla legge o dallo statuto.
L'articolo 6, comma 1, integra il contenuto del progetto di fusione quale delineato dal codice civile all'articolo 2501-ter, introducendo l'obbligo di indicare una serie di ulteriori elementi conoscitivi. Il comma 2, prevede che il conguaglio in danaro conseguente al rapporto di cambio delle azioni o quote non possa essere superiore al dieci per cento del valore nominale delle azioni o delle quote assegnate.
L'articolo 7 prevede l'obbligo di pubblicare nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, almeno trenta giorni prima della data dell'assemblea convocata per la deliberazione della fusione transfrontaliera, una serie di informazioni relative a ciascuna società partecipante alla fusione.
L'articolo 8, comma 1, integra la disciplina della relazione dell'organo amministrativo delle società partecipanti alla fusione stabilendo in aggiunta a quanto già previsto dall'articolo 2501-quinquies del codice civile, che nella relazione dell'organo amministrativo debbano altresì essere illustrate le conseguenze della fusione transfrontaliera per i soci, i creditori e i lavoratori. Il comma 2 dispone l'obbligo di inviare la relazione ai rappresentanti dei lavoratori almeno trenta giorni prima della data dell'assemblea convocata per deliberare la fusione. Il parere espresso dai rappresentanti dei lavoratori deve essere allegato alla relazione, se ricevuto in tempo utile.
L'articolo 9 prevede che la relazione degli esperti, nel caso di fusioni transfrontaliere, sia redatta da un revisore contabile o da una società di revisione, iscritti nell'apposito registro. Se la società risultante dalla fusionetransfrontaliera è una società per azioni o in. accomandita per azioni, o una società di altro Stato membro di tipo equivalente, l'esperto deve essere designato dal tribunale del luogo in cui ha sede la società italiana partecipante alla fusione transfrontaliera.
L'articolo 10 disciplina la decisione sulla fusione transfrontaliera prevedendo che sia possibile subordinare l'efficacia della delibera di approvazione del progetto comune di fusione transfrontaliera all'approvazione, con successiva delibera da parte dell'assemblea, delle modalità di partecipazione dei lavoratori nella società risultante dalla fusione transfrontaliera. Il comma 2 dispone che qualora la legge applicabile ad una società di un altro Stato membro partecipante alla fusione transfrontaliera preveda una procedura di controllo e modifica del rapporto di cambio o di compensazione dei soci di minoranza, vi è la possibilità per l'assemblea di autorizzare con propria delibera, i soci della società di tale altro Stato membro a farvi ricorso. Il comma 3 prevede che la decisione di fusione possa apportare al progetto di fusione solo le modifiche che non incidono sui diritti dei soci o dei terzi, a condizione che tutte le società partecipanti alla fusione transfrontaliera deliberino le medesime modifiche.
L'articolo 11 stabilisce che la fusione societaria debba risultare da atto pubblico, redatto dal notaio italiano quando la società risultante sia italiana ovvero, in caso contrario, dall'autorità competente del rispettivo Paese membro.
L'articolo 12 prevede l'obbligo, da parte della società italiana partecipante alla fusione, di acquisire dal notaio il certificato preliminare alla fusione transfrontaliera che attesta la regolarità degli atti e delle formalità preliminari necessarie all'operazione.
L'articolo 13 individua il soggetto competente alla verifica di legittimità della fusione transfrontaliera - notaio italiano (che ne rilascia apposita attestazione) o autorità competente dello Stato membro - in ragione della nazionalità (italiana o meno) della società risultante dalla fusione.


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Gli articoli 14 e 15 attuano le disposizioni contenute nell'articolo 13 della direttiva n. 2005/56/CE in materia, rispettivamente, di pubblicità e di efficacia della fusione transfrontaliera.
L'articolo 16 attua le disposizioni contenute nell'articolo 14 della direttiva n. 2005/56/CE in materia di effetti della fusione transfrontaliera.
L'articolo 17, in attuazione dell'articolo 17 della Decima Direttiva, prevede la stabilità degli effetti della fusione transfrontaliera che abbia acquistato efficacia ai sensi dell'articolo 15.
L'articolo 18, in attuazione dell'articolo 15 della Direttiva, introduce alcune semplificazioni relative ai casi in cui la società incorporante detenga la totalità, ovvero almeno il 90 per cento, delle azioni e dei titoli che danno diritto al voto in assemblea.
L'articolo 19 disciplina i diritti di partecipazione dei lavoratori nella società italiana risultante da una fusione transfrontaliera nel caso in cui almeno una delle società partecipanti alla fusione stessa abbia un numero medio di lavoratori, nei 6 mesi antecedenti la pubblicazione del progetto comune, superiore alle 500 unità e sia gestita in regime di partecipazione dei lavoratori. L'articolo, in particolare, specifica che in questo caso la partecipazione dei lavoratori nella società italiana debba essere disciplinata, per quanto non espressamente previsto, dai principi di cui all'articolo 12, paragrafi 2, 3 e 4 del Regolamento (CE) n. 2157/2001 relativo allo statuto della Società europea (SE), nonché da specifiche disposizioni del decreto legislativo n. 188 del 2005.
L'articolo 20, infine, fissa la disciplina transitoria.
Per quanto attiene ai profili di compatibilità con l'ordinamento comunitario, segnala che l'articolo 4, comma 5 dello schema di decreto fa salva la normativa che attribuisce poteri di autorizzazione alla fusione, ovvero di opposizione alla stessa, ad alcune Autorità (Antitrust, Banca d'Italia, Consob ed Isvap, oltre ai poteri speciali attribuiti al Ministero dell'economia e delle finanze in relazione alle società privatizzate).
L'articolo 4, paragrafo 1, lettera b) della direttiva dispone che, qualora la legislazione nazionale di uno Stato membro consenta alle autorità nazionali di opporsi ad una fusione nazionale per motivi di interesse pubblico, tale legislazione si applichi anche a una fusione transfrontaliera, se almeno una delle società che partecipano alla fusione è soggetta alle norme di tale stato membro. L'articolato della direttiva fa dunque salvi i poteri di opposizione (ex post) propri delle diverse Autorità nazionali, senza menzionare esplicitamente i poteri di autorizzazione (ex ante) che, invece, lo schema di decreto in esame lascia impregiudicati.
L'articolo 19 sembra recepire in maniera incompleta il contenuto del paragrafo 2 dell'articolo 16 della direttiva 2005/56/CE, poiché non tiene conto della previsione del medesimo paragrafo 2 che dispone l'applicazione delle su indicate norme relative alla disciplina della partecipazione dei lavoratori nella Società europea anche nel caso in cui la legislazione nazionale applicabile alla società derivante dalla fusione non preveda un livello di partecipazione almeno identico a quello attuato nelle società che partecipano alla fusione.
Ricorda inoltre che nel febbraio 2008 la Commissione europea ha inviato all'Italia una lettera di messa in mora ex articolo 226 TCE (procedura di infrazione n. 2008/142) per mancata attuazione della direttiva 2005/56/CE, il cui termine di recepimento scadeva il 15 dicembre 2007.
Fa presente che la direttiva 2005/56/CE, alla cui attuazione è volto lo schema in esame, è stata inserita nell'allegato B della legge 6 febbraio 2007, n. 13 (legge comunitaria 2006).
Nel formulare una proposta di parere favorevole, segnala - sulla scorta di quanto già ha fatto la Commissione Finanze nel parere reso il 12 marzo scorso - le seguenti osservazioni: in relazione all'articolo 4, comma 5, del provvedimento, inteso a conservare i poteri di


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autorizzazione o opposizione alla fusione transfrontaliera disciplinati dalla vigente normativa nazionale, valuti il Governo se la formulazione della norma sia pienamente corrispondente al disposto dell'articolo 4, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2005/56/CE, che fa esplicito riferimento ai soli poteri di opposizione alla fusione stessa stabiliti dalle legislazioni dei singoli Stati membri in favore delle Autorità di vigilanza nazionali; quanto all'articolo 6, comma 1, lettera c), che prescrive che dal progetto comune di fusione debbano risultare i vantaggi eventualmente proposti a favore degli esperti che esaminano il progetto e dei membri degli organi di controllo delle società partecipanti alla fusione stessa, si segnala al Governo l'esigenza di verificare la corrispondenza di tale formulazione con il dettato dell'articolo 5, paragrafo 1, lettera h), della direttiva 2005/56/CE, la quale prevede anche l'indicazione, nel predetto progetto, di tutti i vantaggi particolari eventualmente attribuiti ai membri degli organi di amministrazione, di direzione e di vigilanza delle società che vi partecipano; con riferimento all'articolo 19, comma 1, valuti il Governo se la disposizione utilizzata recepisca appieno il disposto del paragrafo 2 dell'articolo 16 della direttiva 2005/56/CE, dal momento che la formulazione impiegata non sembra tenere conto della previsione del medesimo paragrafo 2 che dispone l'applicazione delle suindicate norme relative alla disciplina della partecipazione dei lavoratori nella Società europea anche nel caso in cui la legislazione nazionale applicabile alla società derivante dalla fusione non preveda un livello di partecipazione almeno identico a quello attuato nelle società che partecipano alla fusione.

Il sottosegretario Mario LETTIERI osserva che il parere proposto contribuisce a migliorare la scrittura del testo in esame. Sottolinea altresì che dalla normativa sulle fusioni transfrontaliere delle società di capitale sono escluse le società cooperative e le società per azioni a capitale variabile (SICAV), come peraltro già previsto dal codice civile.

La Commissione approva la proposta di parere favorevole con osservazioni del relatore (vedi allegato 1).

Sull'ordine dei lavori.

Franca BIMBI, presidentre, propone di passare dapprima all'esame dello schema di decreto legislativo n. 226 per procedere poi secondo l'ordine del giorno stabilito.

La Commissione concorda.

Schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2006/23/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2006, concernente la licenza comunitaria dei controllori del traffico aereo.
Atto n. 226.
(Esame, ai sensi dell'articolo 126, comma 2, del regolamento, e conclusione - Parere favorevole).

La Commissione inizia l'esame dello schema di decreto legislativo all'ordine del giorno.

Franca BIMBI, presidente e relatore, osserva che il controllo del traffico aereo (cd. ATC, Air Traffic Control) costituisce uno dei servizi del traffico aereo, unitamente al servizio informazioni di volo e al servizio di allarme: si tratta di complessi di regole e di organismi finalizzati a rendere sicuro, spedito e ordinato il flusso degli aeromobili, al suolo e nei cieli di tutto il mondo. prima di passare ad una breve disamina del provvedimento in esame, mi sembra opportuno richiamare alcuni elementi essenziali che connotano il servizio del traffico aereo.
L'ente che fornisce i servizi del traffico aereo è l'ANSP (Air Navigation Service Provider) mentre l'ente che detta le norme relative è il c.d. regulator. Per l'Europa, l'Organizzazione internazionale competente, Eurocontrol, ha stabilito che i due enti siano distinti ed autonomi.


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In Italia il soggetto regolatore è l'Ente Nazionale per l'Aviazione Civile (ENAC), su delega del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, mentre esistono due ANSP: ENAV Spa ed Aeronautica Militare Italiana, operanti in stretto coordinamento, ciascuno gestendo i servizi del traffico aereo all'interno degli spazi e sugli aerodromi di competenza, secondo quanto previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 27 luglio 1981, n. 484.
I piloti, quando si trovano all'interno di uno spazio aereo controllato, hanno l'obbligo di conformarsi alle autorizzazioni e alle istruzioni dei controllori del traffico aereo. La normativa italiana vigente prevede che il personale civile addetto al controllo del traffico aereo sia in possesso di apposita licenza, rilasciata dall'Ente nazionale di assistenza al volo (ENAV), quale titolo professionale che autorizza il titolare ad espletare i servizi di controllo del traffico aereo.
Lo schema di decreto in esame intende dare attuazione alla direttiva 2006/23/CE, introducendo, nell'ordinamento nazionale, attraverso la licenza comunitaria di controllore del traffico aereo, requisiti uniformi circa le modalità di rilascio, mantenimento, sospensione e revoca della licenza medesima. Lo schema si inserisce nel contesto normativo delineatosi all'indomani dell'adozione dei regolamenti comunitari costitutivi del pacchetto «Single Sky» finalizzato ad istituire un quadro normativo armonizzato per la creazione del Cielo unico europeo entro il 31 dicembre 2004, nel quale risulti rafforzato il livello di sicurezza e l'efficienza globale del traffico aereo, ottimizzata la capacità dello spazio aereo in relazione alle esigenze degli utenti e minimizzati i ritardi.
I Regolamenti comunitari che costituiscono il pacchetto denominato «Cielo unico europeo» sono entrati in vigore il 20 aprile 2004. Il pacchetto è composto dal cd. regolamento-quadro, n. 549/2004, che stabilisce i principi generali per l'istituzione del Cielo unico europeo, nonché dal regolamento CE n. 550/2004, sulla fornitura di servizi di navigazione aerea nel cielo unico europeo, dal regolamento CE n. 551/2004, sull'organizzazione e l'uso dello spazio aereo nel cielo unico europeo e dal regolamento CE n. 552/2004 sull'interoperabilità della rete europea di gestione del traffico aereo.
Il regolamento-quadro impone a ciascuno Stato membro l'individuazione, al proprio interno, di un'autorità nazionale di vigilanza indipendente dai fornitori dei servizi di navigazione aerea ed introduce la certificazione dei fornitori di servizi da parte dell'Autorità nazionale di vigilanza.
Lo schema di decreto legislativo in esame è predisposto in attuazione dell'articolo 1 della legge 6 febbraio 2007, n. 13 (legge comunitaria 2006), che conferisce una delega al Governo per l'attuazione delle direttive comunitarie riportate in allegato alla legge e stabilisce i termini e le modalità di adozione dei decreti legislativi attuativi. In particolare, la direttiva oggetto di recepimento è contenuta nell'allegato B alla legge, ed è quindi prevista l'espressione del parere da parte dei competenti organi parlamentari. Decorsi quaranta giorni dalla data di trasmissione alle Camere senza che siano stati espressi i pareri, i decreti possono comunque essere emanati.
L'articolo 1 dispone che l'istituzione della licenza comunitaria di controllore del traffico aereo ha lo scopo di aumentare i livelli di sicurezza e migliorare il funzionamento del sistema di controllo del traffico aereo generale.
A norma dell'articolo 2 le disposizioni del decreto si applicano a studenti controllori del traffico aereo; controllori del traffico aereo; organizzazioni di formazione che forniscono o intendono fornire servizi di formazione ai controllori del traffico aereo; fornitori di servizi di controllo del traffico aereo.
L'articolo 3 reca una serie di definizioni di licenza comunitaria di controllore del traffico aereo; licenza comunitaria di studente controllore del traffico aereo; abilitazione; specializzazione all'abilitazione; specializzazione di unità operativa; specializzazione linguistica; specializzazione di istruttore operativo; specializzazione della licenza; organizzazione di formazione;


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studente controllore; controllore del traffico aereo in addestramento; allievo controllore; specializzazione di valutatore; specializzazione di esaminatore.
A norma dell'articolo 4, i fornitori esclusivi dei servizi di controllo del traffico aereo sono i controllori del traffico aereo muniti di licenza comunitaria; gli studenti controllori del traffico aereo e i controllori del traffico aereo in addestramento operativo all'interno dell'ente per il conseguimento di abilitazioni o specializzazioni, purché sotto la supervisione di un istruttore operativo.
L'articolo 5 individua i principi che presiedono al rilascio delle licenze. In particolare, i requisiti e le modalità per il rilascio, il mantenimento, la sospensione e la revoca della licenza di studente o di controllore del traffico aereo sono definiti dall'ENAC con regolamento.
Il conseguimento della licenza è in ogni caso subordinato al superamento di esami pratico-teorici finalizzati a verificare le specifiche attitudini del candidato, in base a programmi predisposti dall'ENAC secondo la normativa comunitaria.
L'ENAC è competente a rilasciare, sospendere e revocare licenze, abilitazioni e specializzazioni. È causa di sospensione della licenza l'accertata responsabilità del controllore del traffico aereo in un incidente o in un inconveniente nel quale risulti compromessa la sicurezza dell'aeromobile.
Sono causa di revoca della licenza la dolosa violazione di leggi e regolamenti relativi al controllo del traffico aereo; la grave o reiterata negligenza nell'esercizio delle funzioni di controllore del traffico aereo tale da compromettere la sicurezza degli aeromobili.
Sono causa di mancato rilascio della licenza la condanna a pena detentiva superiore a 5 anni per delitti non colposi; la sottoposizione a misure di sicurezza personale o alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale; le altre cause previste dalla legge.
L'articolo in esame richiama inoltre ulteriori elementi, elencati nell'Appendice 1, che la licenza rilasciata in lingua italiana deve contenere.
A norma dell'articolo 6, il rispetto dei requisiti di qualità e sicurezza previsti dal decreto è, per il personale militare preposto alle funzioni di controllo del traffico aereo, garantito dall'Aeronautica Militare Italiana, in vista del rilascio della necessaria licenza da parte dell'ENAC.
L'Aeronautica militare è infatti il fornitore di servizi di navigazione aerea (ANSP) per i movimenti di aeromobili diversi dal traffico aereo generale: i servizi di controllo del traffico aereo sono dunque forniti sotto sua responsabilità negli aeroporti e negli spazi aerei di sua competenza (militari).
L'articolo 7 individua i requisiti necessari al rilascio della licenza di studente controllore del traffico aereo. Il medesimo articolo individua altresì i requisiti necessari al rilascio della licenza di controllore del traffico aereo.
L'articolo 8 dispone che la licenza, oltre ai requisiti di cui all'Appendice 1, contenga abilitazioni e specializzazioni (specializzazioni delle abilitazioni e specializzazioni di licenza). Le abilitazioni e specializzazioni sono definite dall'ENAC con regolamento.
L'articolo 9 impone ai controllori del traffico aereo una specializzazione linguistica, attestata secondo modalità definite con regolamento dall'ENAC, implicante adeguata conoscenza e comprensione della lingua italiana ed inglese.
L'articolo 10 detta termini e condizioni (completamento con esito positivo di programmi di addestramento, verifiche periodiche) per il mantenimento della validità di abilitazioni e specializzazioni.
L'articolo 12 riserva in esclusiva l'attività di formazione e addestramento di allievi controllori, studenti controllori e controllori del traffico aereo alle organizzazioni in possesso della certificazione di organizzazione di formazione. All'ENAC compete di rilasciare la certificazione di organizzazione di formazione, stabilire con regolamento i requisiti per ottenerla,


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effettuare verifiche periodiche, anche senza preavviso, sulle organizzazioni di formazione ed adottare le misure ritenute opportune, ivi compreso il ritiro della certificazione di organizzazione di formazione, qualora accerti l'assenza dei requisiti o delle condizioni prescritte.
L'articolo 13 prevede il mutuo riconoscimento delle licenze comunitarie. L'ENAC è pertanto tenuta a riconoscere licenze, abilitazioni, specializzazioni di abilitazione e competenze linguistiche rilasciate da un altro Stato membro conformemente alla direttiva 2006/23/CE nonché il certificato medico che le accompagna. È richiesta tuttavia l'età minima di ventuno anni per i controllori del traffico aereo ed è fatta salva la facoltà dell'ENAC di richiedere uno specifico livello di competenza linguistica nazionale.
L'articolo 14 con norma di carattere transitorio, dispone in merito alla conversione delle licenze nazionali rilasciate secondo la previgente normativa. In particolare, viene riconosciuto a coloro che, alla data di entrata in vigore del decreto, risultano in possesso di una pregressa autorizzazione nazionale all'esercizio dell'attività di controllore del traffico aereo, il titolo per ottenerne la conversione in una delle licenze previste dal decreto medesimo, secondo modalità stabilite dall'ENAC; a coloro che esercitano funzioni equivalenti a quelle di istruttore operativo, esaminatore o valutatore presso un fornitore di servizi al traffico aereo o un'organizzazione di formazione, il titolo ad ottenere la corrispondente specializzazione di licenza.
A norma dell'articolo 15, la violazione delle norme del decreto, salvo che il fatto non costituisca reato, espone il trasgressore al pagamento di sanzioni pecuniarie.
L'ENAC risponde dell'accertamento e dell'irrogazione delle prescritte sanzioni a chiunque eserciti la funzione di controllore o studente controllore del traffico aereo senza la prescritta licenza; a coloro che, in possesso della necessaria licenza di controllore o studente controllore del traffico aereo, forniscano servizi di controllo del traffico aereo in difformità delle abilitazioni o delle specializzazioni riportate nella licenza o con certificazione medica non valida oppure omettendo di informare il proprio datore di lavoro di alterazioni del proprio stato di salute, compreso l'uso di sostanze psicoattive o di farmaci, in grado di pregiudicare l'adeguato e sicuro svolgimento dei compiti inerenti alla licenza; a chiunque eserciti l'attività di formazione o addestramento di controllori o studenti controllori del traffico aereo in mancanza della prescritta certificazione; ai fornitori di servizi di controllo del traffico aereo che utilizzano controllori o studenti controllori del traffico aereo privi di licenza ovvero in difformità delle abilitazioni o specializzazioni riportate nella licenza.
Tali disposizioni non si applicano all'Aeronautica in quanto fornitore di servizi di controllo del traffico aereo e al personale militare.
L'articolo 16 dispone, a decorrere dal 1o gennaio 2009, l'aggiornamento automatico degli importi delle sanzioni contemplate dal decreto, in base all'incremento dell'indice ISTAT dei prezzi al consumo come rilevato nel biennio precedente.
L'articolo 17 abroga il decreto del Presidente della Repubblica n. 223/2000, recante la vigente disciplina sulle licenze ed abilitazioni per i controllori di volo, destinata ad essere interamente sostituita dal decreto in esame.
L'articolo 17 reca la clausola di invarianza finanziaria
L'articolo 18 dispone che il decreto in esame entri in vigore il 16 maggio 2008. Per l'attuazione dell'articolo 9 (disposizioni concernenti la specializzazione linguistica), l'articolo rimanda invece all'emanazione di un regolamento da parte dell'ENAC entro il 17 maggio 2010.
Per quanto attiene alle iniziative assunte in materia dalle Istituzioni comunitarie, segnala che il 20 dicembre scorso la Commissione europea ha presentato la prima relazione sull'applicazione della normativa relativa al «cielo unico europeo» (COM(2007)845). Il documento effettua un bilancio dei risultati conseguiti


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nell'applicazione della normativa sul cielo unico ed individua alcune opzioni per gli sviluppi futuri del settore.
Fra i progressi realizzati la Commissione annovera l'armonizzazione delle licenze dei controllori del traffico aereo grazie all'adozione della direttiva 2006/23/CE - oggetto del presente schema di decreto legislativo - sottolineando, in particolare, che le disposizioni della direttiva che impongono requisiti comuni ed una formazione comune consentiranno di conseguire un livello armonizzato di competenze, migliorando al contempo la mobilità dei controllori.
Fra le priorità del programma legislativo e di lavoro della Commissione per il 2008 figura l'adozione, presumibilmente nel mese di giugno 2008, di una proposta di regolamento intesa a modificare i regolamenti vigenti relativi al «cielo unico europeo». Le modifiche sono intese principalmente a migliorare l'efficienza della gestione del traffico aereo (ATM - Air Traffic Management) e a garantire che le infrastrutture ATM rispondano alle esigenze previste in termini di aumento del traffico.
Poiché lo schema di decreto legislativo non evidenzia elementi di criticità in relazione alla compatibilità con l'ordinamento comunitario, propone di esprimere parere favorevole.

La Commissione approva la proposta di parere favorevole del relatore.

Schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2006/7/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 febbraio 2006, relativa alla gestione della qualità delle acque di balneazione e che abroga la direttiva 76/160/CE.
Atto n. 224.
(Esame, ai sensi dell'articolo 126, comma 2, del regolamento, e conclusione - Parere favorevole con osservazioni).

La Commissione inizia l'esame dello schema di decreto legislativo all'ordine del giorno.

Gabriele FRIGATO (PD-U), relatore, rileva che lo schema di decreto legislativo in esame - adottato nell'esercizio della delega recata dall'articolo 1, comma 1, della legge 6 febbraio 2007, n. 13 (legge comunitaria 2006) - è volto al recepimento della direttiva 2006/7/CE relativa alla gestione della qualità delle acque di balneazione.
Ricorda che a tale ultima direttiva è stata data una parziale attuazione nell'ordinamento nazionale con il decreto legislativo 11 luglio 2007, n. 94, esclusivamente con riferimento al profilo della rilevanza del parametro dell'ossigeno disciolto ai fini del giudizio di idoneità per l'individuazione delle zone di balneazione.
In sintesi, il provvedimento, che recepisce integralmente la direttiva comunitaria, si articola in tre capi e cinque allegati.
Il Capo I (articoli 1-5) detta norme generali dirette: a specificare il campo di applicazione e le finalità del provvedimento (articolo 1). Queste ultime in particolare sono identificate nella protezione della salute umana dai rischi derivanti dalla scarsa qualità delle acque di balneazione anche attraverso la protezione ed il miglioramento ambientale; a fornire le definizioni delle espressioni in esso utilizzate (articolo 2); a definire la ripartizione di competenze tra Stato, regioni e comuni (articoli 3-5).
Con riferimento a tale ultimo profilo, le funzioni attribuite allo Stato attengono a profili generali, di coordinamento, nonché di rapporto con gli organi comunitari (articolo 3); alle regioni spettano invece compiti più direttamente connessi con i profili e le caratteristiche tecniche delle acque, nonché compiti di informazione (articolo 4); ai comuni, infine spettano prevalentemente compiti attuativi (articolo 5).
Il Capo II (articoli 6-13) disciplina la qualità e gestione delle acque di balneazione, attribuendo in particolare alle regioni compiti relativi all'individuazione e al monitoraggio delle acque di balneazione, alla successiva valutazione e conseguente classificazione dello stato qualitativo delle medesime, alla predisposizione


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dei profili delle acque di balneazione e all'adozione, in determinate circostanze, di specifiche misure di gestione.
Relativamente al profilo del monitoraggio (articolo 6), spetta in particolare alle Regioni individuare ogni anno le acque di balneazione e determinare la durata della stagione balneare, definire un programma di monitoraggio prima dell'inizio di ogni stagione balneare, fornire indicazioni alle Agenzie regionali di protezione ambientale (ARPA) circa l'avvio del monitoraggio dei parametri indicati nell'Allegato I, comunicando l'eventuale sospensione del programma di monitoraggio in presenza di situazioni anomale al Ministero della salute.
I parametri oggetto di monitoraggio sono indicati nel richiamato Allegato I, che riproduce il corrispondente allegato della direttiva. In luogo dei diciannove parametri fissati dalla normativa previdente (decreto del Presidente della Repubblica n. 470 del 1982) vengono indicati esclusivamente due parametri di analisi (enterococchi intestinali ed escherischiacoli). Lo schema di decreto, coerentemente con la direttiva, fa salva comunque la possibilità di prendere in considerazione, in determinate circostanze, specifici parametri ulteriori, affrontando, in particolare agli articoli 11 e 12, la problematica dei cianobatteri e delle alghe tossiche marine e dettando, all'articolo 10, una norma di portata generale applicabile nel caso di situazioni inaspettate che hanno, anche solo potenzialmente, un impatto negativo sulla qualità delle acque di balneazione o sulla salute dei bagnanti.
Gli articoli 7 e 8 disciplinano rispettivamente la valutazione della qualità delle acque di balneazione e la classificazione delle acque di balneazione (rimesse a Regioni e Province autonome). Con riferimento a tale ultimo profilo, viene recepita quasi testualmente la corrispondente disposizione della direttiva con riferimento sia ai livelli di qualità delle acque (indicati in «scarsa», «sufficiente», «buona» o eccellente»), sia all'obiettivo della classificazione di tutte le acque di balneazione quali «sufficienti» entro la fine della stagione balneare 2015, sia alla possibilità temporanea di classificazione delle acque come «scarse» (e all'adozione di specifiche misure di garanzia) sia infine alla previsione del divieto permanente di balneazione nel caso di acque classificate di qualità scarsa per cinque anni consecutivi.
L'articolo 9 disciplina, in modo conforme alla direttiva comunitaria, la predisposizione, il riesame e l'aggiornamento dei profili delle acque di balneazione, che contengono informazioni circa le caratteristiche delle acque di balneazione, nonché specifiche indicazioni circa i rischi di inquinamento; l'articolo 13, infine, infine, disciplina la collaborazione tra Regioni e Province autonome, nel caso di acque interregionali in modo analogo a quanto previsto dall'articolo 10 della direttiva con riferimento alle acque transfrontaliere.
Il Capo III, relativo allo scambio di informazioni, disciplina all'articolo 14 il profilo della partecipazione al pubblico, all'articolo 15 quello dell'informazione al pubblico e all'articolo 16 gli obblighi informativi nei confronti delle istituzioni comunitarie. Tale ultima disposizione reca anche una norma transitoria applicabile nel periodo intercorrente tra l'avvio del monitoraggio e il momento in cui diviene possibile presentare una prima valutazione ai sensi del decreto in esame.
Nell'ambito del Capo terzo sono inoltre collocati gli articoli da 17 a 19, recanti le disposizioni transitorie e finali (articolo 17), la clausola di invarianza della spesa (articolo 18) e la norma di entrata in vigore (articolo 19).
Con riferimento alle norme transitorie e finali, si richiama in particolare la previsione della vigenza delle norme tecniche adottate ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica n. 470 del 1982 (del quale viene disposta la cessazione dell'efficacia a decorrere dal 31 dicembre 2014) fino all'adozione di diverse specifiche tecniche in materia, con il limite tuttavia della compatibilità con il decreto in esame e facendo comunque salvo il parametro di cui al sopra richiamato decreto legislativo n. 94 del 2007, concernente la gestione delle acque di balneazione,


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nella parte relativa all'ossigeno disciolto. Si segnalano, inoltre, l'attribuzione alle Regioni della facoltà di applicare il provvedimento a decorrere dalla stagione balneare 2009 (e a decorrere dalla prossima stagione balneare, per talune specifiche disposizioni in materia di monitoraggio) e il rinvio a successivi decreti del Ministro della salute e del Ministro dell'ambiente per la definizione di criteri, modalità e specifiche tecniche per l'attuazione del provvedimento.
Ricorda che il 4 aprile 2006 la Commissione europea ha inviato una lettera di messa in mora ex articolo 226 del Trattato all'Italia, e ad altri dieci Stati membri, per avere ripetutamente soppresso zone di balneazione dagli elenchi ufficiali, evitando così di applicare le norme comunitarie a tutela della qualità delle acque, di cui alla direttiva 76/160/CEE.
Secondo la Commissione, esaminando le relazioni annuali sulle acque di balneazione che gli Stati membri hanno presentato nel corso degli anni a norma della citata direttiva 76/160/CEE, risulta che, tra l'inizio degli anni novanta e il 2004, l'Italia ha eliminato dall'elenco delle zone di balneazione controllate, senza alcuna spiegazione, un totale di 1258 siti, tra acque interne e costiere, per una percentuale di soppressioni pari al 18 per cento dei siti totali. La Commissione ha inoltre sollevato obiezioni in merito al mancato monitoraggio da parte dell'Italia della qualità delle acque in 244 siti.
Il 12 gennaio 2006 la Corte di giustizia ha condannato l'Italia per mancata attuazione della direttiva quadro in materia di acque 2000/60/CE. La direttiva, contenuta nell'allegato B della legge comunitaria 2003 (legge n. 306 del 2003), è stata successivamente recepita con l'articolo 170 del decreto legislativo del 3 aprile 2006, n. 152, che è in vigore con esclusione della parte seconda (procedure per la valutazione ambientale strategica, per la valutazione di impatto ambientale e per l'autorizzazione ambientale integrata).
Il 27 giugno 2007 la Commissione ha inviato all'Italia un parere motivato ex articolo 228 del Trattato che istituisce la Comunità europea per non essersi adeguata alla sentenza della Corte. La Commissione ritiene infatti che non tutte le disposizioni della direttiva 2000/60/CE siano state trasposte nell'ordinamento italiano per mezzo di tale decreto legislativo. In particolare a parere della Commissione risultano tuttora non trasposti i paragrafi 4, lettera c), 5, lettere a) e b) e 7 dell'articolo 4.
Osserva che il provvedimento in esame riproduce sostanzialmente le disposizioni della direttiva 2006/7/CE. Nel formulare pertanto una proposta di parere favorevole, segnala l'esigenza di meglio definire la portata delle disposizioni di cui ai seguenti articoli. In particolare, l'articolo 8, comma 3, che prescrive alle regioni l'adozione di misure appropriate per aumentare o comunque mantenere il numero delle acque di balneazione classificate di qualità «eccellente» o «buona», sembrerebbe parzialmente divergere rispetto al disposto dell'articolo 5, par. 3, della direttiva, che invece fa riferimento al solo obiettivo di miglioramento (e non anche di semplice mantenimento) del numero delle acque di balneazione così classificate. Inoltre, l'articolo 15, comma 4, che dispone la divulgazione delle informazioni non appena disponibili, non riproduce la disposizione comunitaria (articolo 12, comma 3) nella parte in cui prevede che tali informazioni siano divulgate «con effetto a decorrere dall'inizio della quinta stagione balneare successiva al 24 marzo 2008» (cioè la stagione balneare 2012).

La Commissione approva la proposta di parere favorevole con osservazioni del relatore (vedi allegato 2).

Schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2006/21/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 marzo 2006, relativa alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive e che modifica la direttiva 2004/35/CE.
Atto n. 225.
(Esame, ai sensi dell'articolo 126, comma 2, del regolamento, e conclusione - Parere favorevole).


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La Commissione inizia l'esame dello schema di decreto legislativo all'ordine del giorno.

Gabriele FRIGATO (PD-U), relatore, rileva che il provvedimento in esame - adottato nell'esercizio della delega recata dall'articolo 1, comma 1, della legge 6 febbraio 2007, n. 13 (legge comunitaria 2006) - è diretto al recepimento della direttiva 2006/21/CE del 15 marzo 2006, relativa alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive.
Lo schema di decreto, che costituisce la trasposizione pressoché integrale della direttiva comunitaria, definisce un sistema di regole per la gestione dei rifiuti prodotti dalle industrie estrattive, con particolare attenzione agli aspetti relativi alla sicurezza ed ai controlli, al fine di prevenire o di ridurre gli effetti negativi sull'ambiente e sulla salute umana di tali rifiuti (articolo 1).
Esso introduce quindi una serie di obblighi a carico degli operatori dell'industria estrattiva che riguardano la progettazione, la gestione e la chiusura delle strutture dì gestione dei rifiuti minerari, nonché la fase successiva alla chiusura stessa.
In particolare, lo schema di decreto prevede: il divieto di abbandono, di scarico, di deposito e di smaltimento incontrollato di tali tipologie di rifiuti e la realizzazione di strutture attrezzate ed adeguate per lo stoccaggio per evitare danni all'ambiente e pericolo per la salute umana (articolo 4); l'elaborazione di adeguati piani di gestione dei rifiuti finalizzati a garantire una corretta pianificazione delle varie soluzioni di gestione dei rifiuti da estrazione per ridurne al minimo la produzione e la pericolosità e per incentivarne il recupero (articolo 5); l'adozione e l'attuazione, da parte degli operatori di una struttura di deposito dei rifiuti di categoria A, di una politica di prevenzione degli incidenti rilevanti connessi a tali rifiuti, attraverso una serie di azioni coordinate quali la messa in atto di un sistema di gestione della sicurezza, l'elaborazione di piani di emergenza e una adeguata divulgazione delle informazioni in materia di sicurezza alle persone che possono essere colpite da un incidente rilevante (articolo 6); un'autorizzazione speciale per le strutture di deposito cui vengono conferiti tali rifiuti (articolo 7), nonché specifici requisiti relativi alla loro ubicazione, costruzione e gestione e alle procedure per la chiusura e per la fase successiva alla chiusura stessa (artt. 11 e 12); le condizioni in base alle quali è possibile utilizzare i rifiuti di estrazione per il riempimento dei vuoti e delle volumetrie derivanti dall'attività estrattiva superficiale o sotterranea (articolo 10); un'ampia partecipazione del pubblico ai processi decisionali, attraverso l'informazione sulle domande di autorizzazione per la gestione dei rifiuti e la consultazione prima del rilascio dell'autorizzazione per la gestione dei rifiuti stessi (articolo 8); la prestazione, da parte degli operatori, di adeguate garanzie finanziarie per assicurare il rispetto delle prescrizioni previste dall'autorizzazione (articolo 14); l'introduzione di un sistema efficace di ispezioni e di misure di controllo, nonché la previsione di adeguate sanzioni in caso di violazione delle disposizioni del decreto (artt. 13, 17 e 19).
Lo schema di decreto, all'articolo 15, aggiunge inoltre la gestione dei rifiuti di estrazione all'elenco delle attività l'allegato 5 alla Parte VI del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 (con la quale è stata recepita la direttiva 2004/35/CE, relativa alla responsabilità civile in campo ambientale), richiamato dall'articolo 308, comma 5, del codice ambientale. Tale ultima disposizione esonera l'operatore dal sostenere i costi delle azioni di precauzione, prevenzione e ripristino qualora dimostri che non gli è attribuibile un comportamento doloso o colposo e che l'intervento preventivo a tutela dell'ambiente è stato causato da un'emissione o un evento espressamente consentiti da un'autorizzazione conferita ai sensi delle vigenti disposizioni legislative e regolamentari recanti attuazione delle misure legislative adottate dalla Comunità europea di cui


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all'allegato 5, applicabili alla data dell'emissione o dell'evento e in piena conformità alle condizioni ivi previste.
Per quanto riguarda le ulteriori disposizioni contenute nello schema di decreto, esse disciplinano: la procedura da adottare nel caso in cui il funzionamento di una struttura di deposito di rifiuti di estrazione di categoria A comporti effetti transfrontalieri (articolo 16); il regime transitorio applicabile in particolare alle strutture cui sia stata rilasciata un'autorizzazione o che siano già in funzione al 1o maggio 2008 (articolo 21); la procedura per la modifica degli allegati (articolo 22); la clausola di invarianza della spesa, in funzione della quale viene previsto, tra l'altro, che gli oneri relativi a prestazioni e a controlli delle autorità pubbliche di cui beneficiano gli operatori siano posti a carico dei soggetti destinatari degli stessi, secondo tariffe stabilite sulla base del costo effettivo del servizio (articolo 23).
Segnala che nei confronti del nostro Paese risultano avviate tre procedure di infrazione ex articolo 226 del Trattato per inadempimento degli obblighi derivanti dalla direttiva 75/442/CEE sui rifiuti, come modificata dalla direttiva 91/156/CE.
Il 18 dicembre 2007 la Corte di giustizia ha condannato l'Italia per essere venuta meno agli obblighi che le incombono in virtù dell'articolo 1 della citata direttiva. In particolare, l'Italia con l'articolo 10 della legge n. 93 del 2001 e l'articolo 1, commi 17 e 19, della legge n. 443 del 2001 ha escluso le terre e le rocce da scavo destinate all'effettivo riutilizzo per reinterri, riempimenti, rilevati e macinati, dall'ambito di applicazione della disciplina nazionale sui rifiuti.
In pari data la Corte di giustizia ha condannato l'Italia perché la normativa nazionale di recepimento viola la citata direttiva 75/442/CEE sui rifiuti, come modificata dalla direttiva 91/156/CEE. In particolare, l'articolo 14 del decreto legge n. 138 dell'8 luglio 2002 (convertito in legge n. 178 dell'8 agosto 2002) è in contrasto con gli obblighi derivanti dall'articolo 1(a) della direttiva citata, poiché introdurrebbe un'indebita restrizione della nozione di rifiuto, e quindi dell'ambito d'applicazione della normativa italiana sulla gestione dei rifiuti. Di fatto, l'interpretazione prospettata dal legislatore italiano avrebbe per effetto una limitazione dell'applicazione delle disposizioni della direttiva alle sole fattispecie identificate dalla normativa italiana, escludendone altre non prevedibili a priori che potrebbero invece esservi assoggettate ed in relazione alle quali un'interpretazione estensiva della nozione di rifiuto si renderebbe necessaria.
Peraltro il citato articolo 14 del decreto legge n. 138 dell'8 luglio 2002 (convertito in legge n. 178 dell'8 agosto 2002) è stato abrogato dall'articolo 264 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. D'altra parte il suddetto decreto legislativo delinea una nozione di rifiuto comunque restrittiva, dal momento che introduce all'articolo 183 i concetti di «sottoprodotto» e «di materia prima seconda» e li esclude dal regime giuridico del rifiuto.
Il 12 giugno 2007 la Commissione ha presentato ricorso contro l'Italia dinanzi alla Corte di giustizia per arbitraria deroga alle disposizioni della direttiva 75/442/CEE sui rifiuti. Nel ricorso la Commissione rileva che la legge 15 dicembre 2004, n. 308, «Delega al Governo per il riordino, il coordinamento e l'integrazione della legislazione in materia ambientale e misure di diretta applicazione» ha per effetto l'esclusione dal regime dei rifiuti di alcune sostanze che rientrano invece nella definizione di «rifiuto» ai sensi della citata direttiva. Si tratta in particolare dei rottami metallici; di altri rifiuti utilizzati nell'industria siderurgica e metallurgica e del combustibile derivato da rifiuti. La Commissione rileva che dopo l'invio del parere motivato, in data 13 dicembre 2005, l'Italia non ha conformato la propria normativa alla legislazione dell'Unione europea ed anzi, con il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, ha confermato tale normativa.
Segnala inoltre che con il decreto legislativo 16 gennaio 2008, n. 4 - concernente ulteriori disposizioni correttive ed integrative del decreto legislativo 3 aprile 2006,


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n. 152, recante norme in materia ambientale -, il Governo ha inteso intervenire anche per sanare tale situazione e consentire la chiusura delle tre procedure di infrazione sopra descritte.
Dal momento che il provvedimento costituisce una trasposizione pressoché integrale della direttiva 2006/21/CE, e non ravvisando aspetti problematici sotto il profilo della compatibilità comunitaria, propone pertanto di esprimere parere favorevole.
Esprime infine gratitudine per la professionalità messa a disposizione dai consiglieri della Camera che ha contribuito alla qualità del lavoro svolto nel corso della legislatura.

Franca BIMBI, presidente, si associa alle osservazioni del deputato Frigato, estendendo i sentimenti di gratitudine anche a tutto il personale della Camera dei deputati.

La Commissione approva la proposta di parere favorevole del relatore.

Schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2006/24/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 marzo 2006, riguardante la conservazione di dati generati o trattati nell'ambito della fornitura di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione e che modifica la direttiva 2002/58/CE.
Atto n. 227.
(Esame, ai sensi dell'articolo 126, comma 2, del regolamento, e conclusione - Parere favorevole con osservazione).

La Commissione inizia l'esame dello schema di decreto legislativo all'ordine del giorno.

Antonello FALOMI (RC-SE), relatore, rileva che lo schema di decreto legislativo in esame, composto da sei articoli ed attuativo della direttiva comunitaria n. 24 del 2006, reca talune disposizioni riguardanti la conservazione di dati generati o trattati nell'ambito della fornitura di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione.
Ricorda che la delega al Governo per l'emanazione del decreto legislativo in esame è contenuta nell'articolo 1 della legge 6 febbraio 2007, n. 13 (legge comunitaria per il 2006) che inserisce la direttiva n. 24 del 2006, oggetto di recepimento da parte del provvedimento in esame, nell'allegato B della citata legge comunitaria.
Lo schema di decreto legislativo in esame attua la direttiva 2006/24/CE, relativa alla conservazione di dati nella fornitura di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico. Il provvedimento interviene in particolare su talune disposizioni contenute nel decreto legislativo n. 196 del 2003 cosiddetto «Codice della Privacy», al fine di dare attuazione alle disposizioni comunitarie contenute nella direttiva 2006/24/CE.
La citata direttiva è volta ad armonizzare le disposizioni nazionali degli Stati membri in merito all'obbligo, da parte dei fornitori di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico e di reti pubbliche di comunicazione, di conservare alcuni dati da questi generati o trattati, al fine di renderli disponibili in caso di indagine, accertamento e perseguimento di reati gravi, quali definiti dalle norme nazionali di ciascuno Stato.
Nello specifico, mentre l'articolo 1 definisce il contenuto di talune espressioni ricorrenti nel provvedimento, il successivo articolo 2 novella l'articolo 132 del «Codice della privacy», con particolare riferimento al periodo di conservazione dei dati inerenti il traffico telefonico e telematico da parte degli operatori di telefonia e di comunicazione elettronica.
L'articolo 3 individua le categorie di dati che gli operatori di telefonia e di comunicazione elettronica sono tenuti a conservare, riprendendo, a questo riguardo, le prescrizioni contenute nell'articolo 5 della direttiva comunitaria n. 24 del 2006. I dati elencati nel comma 1 dell'articolo in esame possono essere ri


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compresi nelle seguenti categorie: dati necessari per identificare la fonte di una comunicazione; dati necessari per rintracciare e identificare la destinazione di una comunicazione; dati necessari per definire la data, l'ora e la durata di una conversazione; dati necessari per determinare il tipo di conversazione; dati necessari per determinare le attrezzature di comunicazione degli utenti; dati necessari per individuare l'ubicazione delle apparecchiature di comunicazione mobile.
Il successivo comma 2 dell'articolo 3 prende poi in considerazione l'eventualità che alla luce dell'evoluzione tecnologica sia necessario apportare talune specificazioni in merito ai dati sopra richiamati.
Al riguardo, il citato comma 3 attribuisce ad un apposito decreto del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione, da adottarsi di concerto con i ministri delle politiche europee, delle comunicazioni, dell'interno, della giustizia, dell'economia e delle finanze e sentito il parere del Garante per la protezione dei dati personali il compito di specificare i dati da conservare.
L'articolo 4 attribuisce al Garante per la protezione dei dati personali il compito di assicurare il rispetto delle disposizioni relative alle misure di sicurezza ed organizzative per la corretta conservazione dei dati.
Il successivo articolo 5 reca, invece le sanzioni amministrative riguardanti la violazione delle disposizioni concernenti la conservazione dei dati inerenti al traffico telefonico e telematico, mentre, l'articolo 6 prevede, da ultimo, talune disposizioni transitorie e finali.
Rilevato che non sussistono profili di incompatibilità con l'ordinamento comunitario, propone di esprimere un parere favorevole, richiamando l'osservazione già formulata dalla II Commissione (Giustizia) della Camera. Ricorda, infatti, che l'articolo 2, comma 1, lettera c) della legge n. 13 del 2007, nel dettare principi e criteri direttivi per la determinazione delle sanzioni amministrative, stabilisce che queste non possano essere superiori a 150.000 euro. Tale limite potrebbe in realtà essere superato ove le sanzioni amministrative venissero triplicate, come previsto nell'articolo 5, commi 1 e 2, del provvedimento in esame: si rende pertanto necessario riformulare tale previsione al fine di evitare che le sanzioni amministrative possano eccedere il menzionato limite di 150.000 euro. Ritiene, tuttavia, che la misura delle sanzioni non debba essere eccessivamente ridotta perché, in alcuni casi, si potrebbe favorire un uso non commendevole dei dati.

La Commissione approva la proposta di parere favorevole con osservazione del relatore (vedi allegato 3).

Schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2006/32/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2006, concernente l'efficienza degli usi finali dell'energia e i servizi energetici e recante abrogazione della direttiva 93/76/CEE del Consiglio.
Atto n. 229.
(Esame, ai sensi dell'articolo 126, comma 2, del regolamento, e conclusione - Parere favorevole con osservazioni).

La Commissione inizia l'esame dello schema di decreto legislativo all'ordine del giorno.

Antonello FALOMI (RC-SE), relatore, lo schema di decreto legislativo in esame, volto al recepimento della direttiva 2006/32/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 5 aprile 2006, è adottato in attuazione della delega contenuta nell'articolo 1 della legge 6 febbraio 2007, n. 13 (legge comunitaria per il 2006). Il termine per l'esercizio di tale delega è fissato al 4 marzo 2008, salvo proroga di novanta giorni connessa a quanto disposto dall'articolo 1, comma 3, della citata legge 6 febbraio 2007, n. 13.
In particolare, il provvedimento, composto da venti articoli e due allegati, è finalizzato a definire un quadro di misure


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per il miglioramento dell'efficienza degli usi finali dell'energia sotto il profilo costi/benefici, definendo gli obiettivi indicativi, i meccanismi, gli incentivi e il quadro istituzionale, finanziario e giuridico necessari ad eliminare le barriere e le imperfezioni esistenti sul mercato che ostacolano un efficiente uso finale dell'energia, creando le condizioni per lo sviluppo e la promozione di un mercato dei servizi energetici e la fornitura di altre misure di miglioramento dell'efficienza energetica agli utenti finali.
La finalità delle misure indicate è contenuta nel comma 1 dell'articolo 1 del decreto legislativo: contribuire, attraverso un incremento dell'efficienza degli usi finali dell'energia, ad un miglioramento della sicurezza e dell'approvvigionamento energetico e alla tutela dell'ambiente attraverso la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra.
Ragionando su queste finalità, osserva che il provvedimento in esame si presenta carente sotto il profilo della correlazione che deve intercorrere tra «misure a valle» riguardanti gli usi finali di energia e «misure a monte» per ridurre quelle produzioni di energia che hanno per effetto l'aumento delle emissioni di gas a effetto serra. Non comprende il senso, infatti, del proposito contenuto nel Piano di azione italiano per l'efficienza energetica 2007, richiamato dal comma 1 dell'articolo 3 del decreto legislativo in esame, di un risparmio energetico, entro il 2016, del 9,6 per cento, se contestualmente a questi risparmi non vengono previste misure per bloccare l'avvio di nuove centrali che producono energia utilizzando combustibili fossili come il petrolio, il gas naturale o il carbone.
Ritiene che solo stabilendo questa correlazione si darebbe senso a quanto previsto nel quinto considerando della direttiva europea 2006/32/CE che il decreto in esame è volto a recepire. Infatti, nella direttiva europea si parla esplicitamente di miglioramento dell'efficienza energetica come strumento alternativo alla creazione di nuova capacità.
A questo riguardo, considera che sarebbe importante che le autorizzazioni integrate ambientali di cui al decreto legislativo n. 59 del 2005, assunte con decisione definitiva dal Consiglio dei Ministri successivamente all'emanazione dei Piani nazionali d'azione per l'efficienza energetica (PNAEE) per il 2007, siano sottoposte a nuova verifica in modo da valutarne la congruità con le finalità previste dalla direttiva europea 2006/32/CE.
Un'altra osservazione riguarda l'articolo 11, comma 7 dello schema di decreto legislativo in esame, laddove si attribuisce alla giunta regionale il potere di decidere nel caso in cui in seno alla Conferenza dei servizi venga manifestato un dissenso qualificato da parte di una amministrazione statale preposta alla tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, o del patrimonio storico-artistico.
Si tratta di una disposizione non prevista dalla direttiva europea e che può creare seri pericoli al patrimonio storico, artistico e ambientale italiano.
In conclusione, propone di esprimere parere favorevole con le osservazioni testé illustrate (vedi allegato 4).

La Commissione approva la proposta di parere favorevole con osservazioni del relatore.

Schema di decreto legislativo di recepimento della direttiva 2006/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2006, riguardante l'attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.
Atto n. 230.
(Esame, ai sensi dell'articolo 126, comma 2, del regolamento, e conclusione - Parere favorevole).

La Commissione inizia l'esame dello schema di decreto legislativo all'ordine del giorno.

Franca BIMBI, presidente e relatore, ricorda che lo schema di decreto legislativo


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in esame, adottato in base alla delega contenuta nell'articolo 1 della legge n. 13 del 2007 (legge comunitaria 2006), è volto a recepire la direttiva 2006/54/CE riguardante l'attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.
Si tratta di una direttiva di rifusione delle preesistenti direttive nella materia in questione, cioè della direttiva 76/207/CEE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento fra gli uomini e le donne per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro (come successivamente modificata), della direttiva 86/378/CEE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne nel settore dei regimi professionali di sicurezza sociale (come successivamente modificata), della direttiva 75/117/CEE per il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all'applicazione del principio della parità delle retribuzioni tra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile, e della direttiva 97/80/CE attinente all'onere della prova nei casi di discriminazione basata sul sesso.
La direttiva 2006/54/CE attua la rifusione delle menzionate direttive raggruppando in un unico testo le relative disposizioni e integrando tali disposizioni con gli sviluppi derivanti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee.
Lo schema di decreto legislativo in esame provvede prima di tutto ad introdurre nell'ordinamento interno le previsioni della direttiva che rappresentano una modifica sostanziale rispetto al contenuto delle direttive precedenti. Si provvede, inoltre, ad introdurre le modifiche di coordinamento delle nuove previsioni con la normativa vigente.
Volendo sintetizzare, il provvedimento appare caratterizzato dai seguenti principali interventi. In primo luogo, l'articolo 1 reca modifiche al decreto legislativo n. 198/2006 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna) al fine di chiarire e ad ampliare l'ambito delle misure di promozione e tutela delle pari opportunità tra uomini e donne in materia di lavoro, rafforzandole e coordinandole con le altre norme del medesimo decreto legislativo n. 198/2006. In particolare, si ridefiniscono le nozioni di discriminazione, includendo quanto è necessario per renderle conformi alle nozioni comunitarie; si precisa, recependo la giurisprudenza della Corte di giustizia, che la discriminazione derivante dal cambiamento di sesso rientra nella nozione di discriminazione per ragioni connesse al sesso (come previsto dal considerando n. 3 della direttiva 2006/54/CE). Nella nozione di discriminazione per ragioni connesse al sesso rientra, infatti, anche quella connessa al cambiamento di sesso, intesa non solo come l'adeguamento dei caratteri fisici, ma anche il relativo percorso medico, psicologico e burocratico, nonché ogni altro comportamento o stato della persona connesso a tale adeguamento.
Vengono ampliate, altresì, le competenze del Comitato nazionale per l'attuazione dei principi di parità di trattamento e di uguaglianza di opportunità tra lavoratori e lavoratrici, provvedendo a ridefinire la composizione del medesimo organo alla luce delle competenze del ministro per i diritti e le pari opportunità e del ministro per le politiche della famiglia; si precisano e si ampliano i compiti promozionali e di garanzia delle consigliere e dei consiglieri di parità; vengono modificate le norme recanti i divieti di discriminazione, ampliando l'ambito dei medesimi divieti e prevedendo le possibili deroghe in conformità alle limitazioni poste dalla direttiva. Sono introdotte importanti precisazioni riguardo al divieto di discriminazione nella retribuzione e, quanto alle condizioni di lavoro, viene precisato che il divieto di discriminazione tra uomini e donne comprende anche le condizioni di sospensione temporanea e di licenziamento. Viene modificata, sotto vari profili, la disciplina della tutela giudiziaria, in modo da definirne l'ambito di applicazione e la legittimazione. A tal fine, viene precisata la possibilità di agire sia per la


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violazione dei divieti di discriminazione espressi sia nei casi di condotte antidiscriminatorie atipiche; si estende la legittimazione ad agire alle associazioni e alle organizzazioni rappresentative del diritto o dell'interesse violato; viene modificata la disciplina dell'onere della prova e viene elevata l'entità della sanzione; la tutela giudiziaria viene estesa anche a tutte le ipotesi di «vittimizzazione», ovvero ad ogni condotta pregiudizievole posta in essere quale reazione ad una qualsiasi attività diretta ad ottenere il rispetto del principio di parità di trattamento tra uomini e donne.
Tra le misure per la promozione delle pari opportunità, assume una particolare valenza sistematica la disposizione volta ad introdurre il mainstreaming di genere nell'ordinamento nazionale, precisando che nell'accesso al lavoro, nella promozione e nella formazione professionale, nelle condizioni di lavoro compresa la retribuzione e nei regimi professionali di sicurezza sociale si deve tener conto dell'obiettivo delle pari opportunità tra uomini e donne nella formulazione ed attuazioni di leggi, regolamenti ed atti amministrativi; sempre tra le misure per la promozione delle pari opportunità, viene introdotta una disposizione volta a prevenire le discriminazioni, responsabilizzando a tal fine i datori di lavoro e i responsabili dell'accesso alla formazione professionale.
L'articolo 2 dello schema di decreto legislativo in esame reca modifiche al decreto legislativo n. 151 del 2001 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità). Tali modifiche provvedono non solo a migliorare il coordinamento con il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, ma sono volte ad assicurare, al rientro dai congedi di maternità o paternità ovvero dai congedi parentali, il diritto a beneficiare degli eventuali miglioramenti delle condizioni di lavoro che sarebbero spettati durante l'assenza.
L'articolo 3 reca modifiche all'articolo 9 della legge n. 53 del 2000, in materia di promozione ed incentivazione di azioni positive per conciliare i tempi di vita e di lavoro. Le modifiche sono volte principalmente a rendere tali misure più rispondenti alle esigenze dell'utenza, ad ampliare il novero dei soggetti beneficiari dei relativi finanziamenti, a rendere omogenee le categorie di lavoratori destinatarie delle varie misure ed ad ampliare gli interventi finanziabili.
L'articolo 4 dispone in materia di apposite relazioni che il ministro del lavoro, d'intesa con il ministro per i diritti e pari opportunità, deve trasmettere alla Commissione europea. L'articolo 5 prevede che il decreto di definizione dei criteri e delle modalità di individuazione della rappresentatività delle associazioni e dei movimenti femminili più rappresentativi sul piano nazionale, operanti nel campo della parità e delle pari opportunità nel lavoro, sia adottato entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del provvedimento. L'articolo 6, a fini di coordinamento, abroga alcuni commi della legge finanziaria per il 2007 (legge n. 296/2006) che avevano novellato l'articolo 9 della legge n. 53/2000. Infine, l'articolo 7 reca la clausola di invarianza per la finanza pubblica.
Al provvedimento, oltre alla relazione illustrativa, è allegata la relazione tecnica sugli oneri finanziari. Quest'ultima evidenzia che, come stabilito dall'articolo 7, il provvedimento non comporta nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, precisando che, laddove siano modificati la struttura, i compiti e il funzionamento di talune strutture pubbliche, ciò avviene senza ulteriori oneri, poiché le amministrazioni interessate devono provvedere ai relativi adempimenti facendo ricorso alle risorse umane, strumentali e finanziarie già disponibili a legislazione vigente.
Per quanto riguarda gli aspetti di compatibilità comunitaria, ricorda che il 21 marzo 2007 la Commissione europea ha inviato all'Italia una lettera di messa in mora ritenendo che non sia stato correttamente o esaurientemente recepito l'articolo 1 della direttiva 2002/73/CE, che modifica la direttiva 76/207/CEE relativa all'attuazione del principio della parità di trattamento tra gli uomini e le donne per


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quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro.
La direttiva è stata recepita in Italia con il decreto legislativo n. 145 del 2005, che introduce modifiche alla legge n. 125 del 1991 e alla legge n. 903 del 1977.
La Commissione ritiene che la legislazione italiana non risulti conforme alla normativa comunitaria, in relazione ad alcune disposizioni inerenti il principio di parità di trattamento tra donne e uomini per quanto riguarda l'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e le condizioni di lavoro, che rimangono sostanzialmente inattuate.
In particolare, la Commissione ritiene che la legislazione nazionale non risulti conforme, tra l'altro, per i seguenti motivi.
L'articolo 1, punto 2, sostituisce l'articolo 2 della direttiva 76/207/CEE. Il nuovo articolo 2, paragrafo 4, dispone che l'ordine di discriminare persone a motivo del sesso è considerato una discriminazione ai sensi della presente direttiva. La Commissione sottolinea l'importanza notevole di questa disposizione nel settore dell'occupazione, e osserva che non è stata recepita nella legislazione italiana.
L'articolo 1, punto 2, della direttiva sostituisce l'articolo 2 della direttiva 76/207; il nuovo articolo 2, paragrafo 7, dispone che alla fine del periodo di congedo per maternità, la donna ha il diritto di riprendere il proprio lavoro o un posto equivalente secondo termini e condizioni che non le siano meno favorevoli e a beneficiare di eventuali miglioramenti delle condizioni di lavoro che le sarebbero spettati durante la sua assenza. Inoltre, gli Stati membri che riconoscono diritti distinti di congedo paternità e/o adozione adottano le misure necessarie per tutelare i lavoratori e le lavoratrici contro il licenziamento causato dall'esercizio di tali diritti e per garantire che alla fine del periodo di congedo essi abbiano diritto di riprendere il proprio lavoro o un posto equivalente secondo termini e condizioni che non siano per essi meno favorevoli e di beneficiare di eventuali miglioramenti delle condizioni di lavoro che sarebbero loro spettati durante la loro assenza. La Commissione osserva che questa disposizione non sia stata recepita nella legislazione italiana.
L'articolo 1, punto 7, della direttiva inserisce un nuovo articolo 8-bis, in virtù del quale gli Stati membri designano uno o più organismi per la promozione, l'analisi, il controllo e il sostegno della parità di trattamento di tutte le persone evitando discriminazioni fondate sul sesso. La Commissione osserva che il decreto legislativo n. 145 del 30 maggio 2005, che recepisce la direttiva nell'ordinamento giuridico nazionale, non menziona tale organismo; inoltre ritiene che nulla permette di affermare che l'organismo istituito con la legge n. 125 del 10 aprile 1991 corrisponda a quanto previsto nel citato articolo della direttiva in questione; esprime peraltro il desiderio di ricevere ulteriori affermazioni sulla capacità di questo organismo di esercitare, in maniera indipendente, le competenze che gli incombono.
L'articolo 1, punti 2 e 7, sostituisce o inserisce i nuovi articoli 2, paragrafo 5, nonché 8-ter e 8-quater. Sulla base di queste disposizioni si chiede agli Stati membri di incoraggiare i datori di lavoro ad adottare misure per impedire qualsiasi discriminazione fondata sul sesso, ad adottare misure per favorire il dialogo sociale al fine di promuovere la parità di trattamento, a spingere le parti sociali a stipulare degli accordi, a incoraggiare i datori i lavoro a promuovere la parità di trattamento e a favorire il dialogo con le organizzazioni non governative interessate. La Commissione dichiara di non essere a conoscenza di misure adottate per favorire il dialogo sociale o quello con le organizzazioni non governative e pertanto ritiene che questa disposizione non sia stata adeguatamente recepita nella normativa nazionale.
Il 24 gennaio 2007 la Commissione ha inviato all'Italia un parere motivato, nel quale ha contestato l'incompatibilità dell'articolo 53, comma 1 del decreto n. 151/2001 con l'articolo 2, paragrafo 7, della direttiva 76/207/CEE volta a garantire l'attuazione del principio della parità di trattamento


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tra uomini e donne relativamente all'accesso al lavoro e alle condizioni di lavoro. Ai sensi dell'articolo 2, paragrafo 7, riservare un trattamento meno favorevole ad una donna in ragione della sua maternità costituisce una violazione della direttiva. La Commissione, in particolare, evidenzia come il menzionato articolo preveda l'obbligo, per gli Stati membri, di adottare tutte le misure necessarie ad evitare che le lavoratrici gestanti (o puerpere o in fase di allattamento) siano obbligate a svolgere del lavoro notturno. Pertanto, la Commissione rappresenta che, sebbene la norma nazionale, in astratto, persegue l'obiettivo di tutelare le lavoratrici puerpere o incinte, essa, in concreto, si traduce in un pregiudizio a danno delle medesime lavoratrici.
In conclusione, sulla base delle considerazioni suesposte, propone di esprimere un parere favorevole, auspicando una maggiore effettività dei principi di parità tra uomini e donne all'interno della normativa nazionale.

La Commissione approva la proposta di parere favorevole del relatore.

Schema di decreto legislativo concernente disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 257, recante attuazione della direttiva 2004/40/CE sulle prescrizioni minime di sicurezza e salute relative all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dagli agenti fisici (campi elettromagnetici).
Atto n. 234.
(Esame, ai sensi dell'articolo 126, comma 2, del regolamento, e conclusione - Parere favorevole).

La Commissione inizia l'esame dello schema di decreto legislativo all'ordine del giorno.

Rosella OTTONE (PD-U), relatore, ricorda che lo schema di decreto legislativo in esame, adottato in base alla previsione dell'articolo 1, comma 5, della legge n. 29/2006 (legge comunitaria 2005), reca disposizioni integrative e correttive del decreto legislativo 257/2007, che ha recepito la direttiva 2004/40/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004 sulle prescrizioni minime di sicurezza e di salute relative all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dagli agenti fisici (campi elettromagnetici).
In particolare, l'articolo 1 provvede a modificare il comma 2 dell'articolo 2 del decreto legislativo n. 257/2007, che ha introdotto nel decreto legislativo n. 626/1994 il menzionato Titolo V-ter sulle prescrizioni minime di sicurezza e di salute relative all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dagli agenti fisici (campi elettromagnetici), composto dagli articoli da 49-terdecies a 49-vicies. In primo luogo, la lettera a) prevede una modifica di carattere prettamente formale all'articolo 49-terdecies, che fissa il campo di applicazione del provvedimento, riguardante la protezione dei lavoratori dai rischi dovuti agli effetti nocivi a breve termine derivanti dai campi elettromagnetici (da 0 Hz a 300 GHz) durante il lavoro. La modifica di cui alla lettera b) interviene sull'articolo 49-quaterdecies, che riporta le definizioni di campi elettromagnetici, valori limite di esposizione e valori di azione ai fini ed agli effetti della normativa in esame.
In particolare, la modifica dello schema di decreto legislativo in esame interviene sui valori limite di esposizione, intesi come quei limiti all'esposizione a campi elettromagnetici che sono basati direttamente sugli effetti sulla salute accertati e su considerazioni biologiche. La novità introdotta consiste nel precisare che il rispetto di questi limiti garantisce che i lavoratori esposti ai campi elettromagnetici sono protetti contro tutti gli effetti nocivi a breve termine per la salute.
La lettera c) modifica invece l'articolo 49-sexiesdecies, che disciplina l'obbligo per il datore di lavoro di valutare e, quando occorre, misurare o calcolare i rischi derivanti dall'esposizione ai campi elettromagnetici in considerazione di quanto disposto più in generale, nell'ambito della valutazione rischi, dall'articolo 4 del decreto legislativo n. 626/1994. La modifica


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in esame si traduce nell'aggiunta della lettera e-bis) al comma 5 dell'articolo 49-sexiesdecies: si dispone che, nella valutazione del rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori, il datore di lavoro presti particolare attenzione anche alla disponibilità di azioni di risanamento volte a minimizzare i livelli di esposizione ai campi elettromagnetici.
L'articolo 1 in esame interviene, inoltre, sui commi 1, 2 e 3 dell'articolo 49-noviesdecies, di attuazione dell'articolo 8, paragrafo 1, della direttiva 2004/40/CE, il quale individua i casi in cui risulta obbligatoria la sorveglianza sanitaria dei lavoratori, la sua periodicità e l'obbligo del medico competente di informare il datore di lavoro della necessità di rivedere la valutazione dei rischi. Al comma 1 del citato articolo 49-noviesdecies si specifica che, fatto salvo quanto previsto più in generale in materia di sorveglianza sanitaria dagli articoli 16 e 17 del decreto legislativo n. 626 del 1994 e, fermo restando il principio per cui i lavoratori in nessun caso devono subire l'esposizione a valori superiori a quelli limite, i lavoratori per i quali è stata rilevata una simile esposizione sono tempestivamente sottoposti a controllo medico (lettera d)). Il testo vigente si limita a prevedere che in tali ipotesi i lavoratori siano sottoposti a sorveglianza sanitaria.
Quanto al comma 2 dello stesso articolo 49-noviesdecies, la norma vigente prevede che la sorveglianza sanitaria sia effettuata, di norma, annualmente o con una periodicità inferiore stabilità dal medico competente con specifico riferimento ai lavoratori particolarmente sensibili al rischio, tenuto conto dei risultati della valutazione dei rischi di cui all'articolo 49-sexiesdecies. La novella precisa che la citata valutazione dei rischi sia trasmessa dal datore di lavoro al medico competente (lettera e)).
Per quanto attiene al comma 3 dell'articolo 49-noviesdecies, il testo vigente stabilisce che, nel caso in cui la sorveglianza sanitaria riveli in un lavoratore l'esistenza di un danno alla salute imputabile a campi elettromagnetici, il medico competente ne informa il datore di lavoro che procede ad effettuare una nuova valutazione del rischio a norma dell'articolo 49-sexiesdecies. Il testo novellato stabilisce che, in tali ipotesi, il datore di lavoro deve assumere diverse specifiche iniziative: sottoporre a revisione la valutazione dei rischi effettuata a norma del suddetto articolo 49-sexiesdecies nonché le misure predisposte per eliminare o ridurre i rischi; tenere conto del parere del medico competente nell'attuazione delle misure necessarie per eliminare o ridurre i rischi; assicurare che sia effettuato un controllo medico per tutti gli altri lavoratori che hanno subito un'esposizione simile.
In proposito, ricorda che, ai sensi dell'articolo 8 della direttiva 2004/40/CE, qualora sia rilevato un danno alla salute derivante da esposizione ad agenti fisici, il datore di lavoro effettua una rivalutazione dei rischi a norma dell'articolo 4 (lettera f)).
Viene altresì integrato il comma 1 dell'articolo 49-vicies, relativo alle cartelle sanitarie e di rischio. Il predetto articolo 49-vicies stabilisce che il medico competente, per ciascuno dei lavoratori esposti a campi elettromagnetici, provvede ad istituire e aggiornare una cartella sanitaria e di rischio e che i singoli lavoratori hanno, su richiesta, accesso ai dati medici personali. La novella integra tali previsioni, statuendo che nelle cartelle sanitarie e di rischio siano, tra l'altro, riportati i risultati della valutazione del rischio, comunicati dal datore di lavoro tramite il Servizio di prevenzione e protezione (lettera g)).
Da ultimo, viene introdotto l'articolo 49-vicies semel, che demanda la Ministero della salute l'elaborazione, entro due anni dall'entrata in vigore del decreto in esame, delle linee guida per l'applicazione delle disposizioni concernenti l'esposizione dei lavoratori ai campi elettromagnetici in relazione all'utilizzo in ambito sanitario delle attrezzature di risonanza magnetica (lettera h)).
Il successivo articolo 2 dello schema di decreto in esame è volto a modificare l'articolo 3 del decreto legislativo n. 257/2007 il quale individua, in relazione alle nuove previsioni normative, specifiche


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sanzioni penali provvedendo ad integrare gli articoli 89 (contravvenzioni commesse dai datori di lavoro e dai dirigenti) e 92 (contravvenzioni commesse dal medico competente) del decreto legislativo n. 626/1994. In particolare, l'articolo 2 in esame, integrando ulteriormente l'articolo 89 del decreto legislativo n. 626/1994, relativo alle contravvenzioni commesse dai datori di lavoro e dai dirigenti, dispone che siano sanzionati a tale titolo anche l'inadempimento degli obblighi di cui all'articolo 49-sexdecies, commi 4 e 5, e all'articolo 49-septdecies, comma 3.
Gli articoli 3 e 4 dello schema modificano, sul piano prettamente formale, rispettivamente l'articolo 4 del decreto legislativo n. 257/2007 recante la clausola di cedevolezza e l'articolo 5 del medesimo decreto legislativo recante la clausola di invarianza finanziaria.
Con riferimento agli aspetti di compatibilità comunitaria, ricorda che il 26 ottobre 2007 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva che modifica la direttiva 2004/40/CE sulle prescrizioni minime di sicurezza e salute relative all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dagli agenti fisici (campi elettromagnetici) (COM(2007)669).
La proposta intende rinviare fino al 30 aprile 2012 il termine per il recepimento della direttiva 2004/40/CE. La proposta è stata approvata in prima lettura dal Parlamento europeo il 19 febbraio 2008, secondo la procedura di codecisione.
Infine, sulla base delle considerazioni esposte, propone di esprimere un parere favorevole.

La Commissione approva la proposta di parere favorevole del relatore.

La seduta termina alle 12.50.

AVVERTENZA

Il seguente punto all'ordine del giorno non è stato trattato:

ATTI DEL GOVERNO

Schema di decreto legislativo recante attuazione della direttiva 2006/25/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2006, sulle prescrizioni minime di sicurezza e salute relative all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dagli agenti fisici (radiazioni ottiche artificiali) durante il lavoro.
Atto n. 228.