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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del direttore di RAI Tre.
Nel rivolgere il nostro benvenuto al dottor Ruffini, gli cedo subito la parola.
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Innanzitutto, desidero ringraziare la Commissione per avermi dato l'opportunità di intervenire in questa sede.
RAI Tre ha sempre trovato nella libera dialettica e nel confronto di idee, talora teso e appassionato, il modo migliore per costruire insieme un'identità condivisa. RAI Tre è una rete quasi unica nel panorama televisivo internazionale per il numero di ore prodotte in house, per la grande varietà, non casuale, dei programmi e dei generi, per la costante innovazione dei suoi linguaggi, per l'altissimo indice di qualità percepita, per il rapporto qualità-ascolti, per il rapporto costi-ascolti e per il rapporto di fidelizzazione con i telespettatori. Secondo la diciottesima edizione dell'osservatorio Makno sul sistema televisivo, la rete viene spontaneamente associata a generi di servizio pubblico ed utilità sociale, scienza e cultura, documentari, informazione ed attualità. La qualità dei programmi, misurata tramite l'indice di qualità e soddisfazione (IQS), nel 2006 è stata la più elevata delle reti RAI, raggiungendo l'82,6 per cento in prime time e l'81,3 per cento nel day time, ed è cresciuta anno dopo anno.
Nonostante i limiti derivanti dalle ristrettezze oggettive del budget e la sempre maggiore concorrenza della piattaforma satellitare, RAI Tre, nel 2006, è stata la rete nazionale cresciuta più di ogni altra in prima serata (con un incremento dello 0,54 per cento) e nel day time (con un incremento dello 0,20 per cento); ciò ha fatto sì che, a consuntivo d'anno, la rete abbia chiuso con uno share medio nel prime time del 10,3 per cento e nel day time del 9,3 per cento.
Nell'anno Auditel 2007, nel prime time, RAI Tre è attestata su uno share medio del 10,53 per cento, contro il 10,64 di Italia 1, il 9,24 di RAI Due e l'8,74 di Rete 4. Nel periodo di garanzia primaverile del 2007, la rete registra uno share medio del 10,49, contro il 9,92 di Italia 1, l'8,75 di RAI Due e l'8,03 di Rete 4. RAI Tre raccoglie, inoltre, quote significative di telespettatori fra le fasce più istruite della popolazione italiana, in particolare dalle 18,30 in poi; in prima, seconda e terza serata, la rete raccoglie il 14 per cento di share medio tra i laureati e nel 2006 ha ottenuto in queste fasce anche punte del 25 per cento.
RAI Tre ha alcune responsabilità precise affidatele dal piano editoriale della RAI, in particolare quella di offrire programmi di informazione, di divulgazione,
di approfondimento, di essere particolarmente attenta alla tutela dell'ambiente e del cittadino, inteso come individuo e come consumatore, di costruire programmi fondati sul racconto e sulla memoria, in alternativa ad una televisione costruita sul dimenticare, di usare anche il meccanismo di racconto della fiction per affrontare tematiche sociali, di presidiare l'offerta televisiva dedicata ai più piccoli. Da quando me ne è stata affidata la direzione, ho cercato, nelle condizioni date, di rinnovarla, mantenendo tuttavia forte la sua identità, alto il suo indice di qualità, intatta la sua libertà. L'offerta editoriale della rete coniuga, quindi, trasmissioni di utilità sociale, inchieste e approfondimenti sulla società italiana, reportage sui grandi temi internazionali, il racconto della politica e dell'economia, l'indagine storica, la divulgazione su arte, natura e scienza, programmi sui viaggi e sul turismo consapevole, sulla lettura, sulla letteratura, sul teatro, la riflessione sui cambiamenti della società civile, sul costume, talk di satira e di intrattenimento, ed una programmazione specifica e di alta qualità rivolta ai bambini.
La scommessa di RAI Tre è dunque quella di essere una rete generalista di successo e, nello stesso tempo, un'alternativa in chiaro ai canali tematici delle tv satellitari; le sfide che ci stanno davanti riguardano la nostra capacità di essere contemporanei e non nostalgici. In tale quadro si collocano le mie scelte come direttore di RAI Tre, nei limiti a me concessi dalla legge e dalle normative aziendali.
RAI Tre è una rete che produce sé stessa come una bottega artigiana: più del 90 per cento della sua produzione è di servizio pubblico. In questi anni, ha imposto nuovi conduttori, come Floris e Vianello, ed ha affidato un ruolo nuovo ad una conduttrice di telegiornale come Federica Sciarelli, dimostrando come, almeno su determinati generi, si possa uscire dallo schema dello star system e valorizzare il patrimonio interno. Floris, Vianello e Federica Sciarelli sono comunque arrivati in RAI tramite selezioni e concorsi. RAI Tre ha creato nuovi programmi senza comprarli al mercato dei format, programmi anche difficili, impegnativi, che ha portato a buoni risultati di ascolto.
Essa non è percepita dai suoi telespettatori come una rete di parte, come risulta dalle indagini Makno e dalle indagini IQS, e non ha avuto timore di portare in prima serata temi difficili come, ad esempio, quelli dell'antisemitismo o delle foibe; inoltre, RAI Tre ha raccolto da RAI Uno il testimone per quanto riguarda la programmazione di qualità dedicata ai bambini, che occupa costantemente due ore al giorno del suo palinsesto.
La terza rete ha sempre raggiunto o persino superato gli obiettivi d'ascolto che le erano stati assegnati nelle principali fasce orarie della giornata, in particolare nel prime time, nonostante una minore disponibilità rispetto alle altre reti non solo di budget per la realizzazione di programmi, ma anche di film di categoria elevata, di fiction ad alto costo, di eventi sportivi di rilievo.
Essa ha mantenuto sostanzialmente invariati i suoi costi dal 2000 ad oggi, ed è l'unica rete RAI a produrre in tutti i centri di produzione aziendale, a Roma, Milano, Torino e Napoli.
RAI Tre ha cercato di imporre con la forza della qualità un parametro diverso al mercato, vincendo, con i suoi programmi, numerosi e prestigiosi premi nazionali ed internazionali: di questi risultati sento il dovere di ringraziare, in questa sede, chi ogni giorno compie con onestà, dedizione e impegno il proprio lavoro, convinto di garantire un servizio al pubblico a tutti cittadini, di qualsiasi opinione, ed anche a chi autorevolmente li rappresenta.
Alla rete sono stati mossi, anche in questa sede, appunti e critiche relativi al pluralismo: voglio ribadire qui, con forza, che RAI Tre ha sempre inteso ed intende garantire il pluralismo e la libertà di manifestazione del pensiero tutelati dalla Costituzione. In particolare, per quanto riguarda le due trasmissioni oggetto di questi appunti e di queste critiche, In mezz'ora e Che tempo che fa, ritengo doveroso
riaffermare come si tratti, a mio avviso, di programmi di qualità meritevoli di dar lustro alla rete e a tutto il servizio pubblico, nonché precisare come nessuno dei due sia un programma di comunicazione politica e spiegare come il disequilibrio, lamentato da alcuni di voi e già corretto, in quanto correlato ad una situazione nel frattempo mutata, traesse motivo da ragioni contingenti, indipendenti dalla nostra volontà. Entrambe le trasmissioni avevano, infatti, da tempo e ripetutamente, invitato esponenti di primo piano del centrodestra, che avevano preferito rinviare la loro partecipazione al programma; la ragione del temporaneo disequilibrio è quindi venuta meno dopo che nei giorni scorsi alcuni inviti sono stati accolti.
PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Ruffini per questa rapida relazione, che ci permette di avviare subito il dibattito. Nel farlo, rammento ai colleghi la consueta intesa di contenere ciascun intervento entro il limite dei cinque minuti, consentendo in tal modo a tutti di parlare.
Do, quindi, la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.
TOMMASO BARBATO. La terza rete RAI è deputata, ancora più delle altre, a rappresentare il paese, nel senso espresso dall'ultimo contratto di servizio. Con i suoi programmi, infatti, costituisce un esempio di come si possa fare buona televisione: questo è un dato di fatto evidente, e anche il successo di Fabio Fazio e di Report testimoniano una situazione diversa e lontana dalle polemiche sulla «televisione spazzatura».
Al di là dei programmi appena menzionati, tuttavia, rimane una rete ancorata a schemi vecchi. Vi sono programmi ideati più di venti anni fa, come Chi l'ha visto? o Mi manda Rai Tre, che non vanno così male, in termini di ascolto, da giustificarne la cancellazione, ma che tolgono spazio alla possibilità di raccontare il nostro paese attraverso i problemi della gente. La scuola, la sanità, la famiglia, il disagio giovanile, la bassa natalità, la mancanza di risorse economiche, il divario tra nord e sud, l'esclusione delle donne dal mercato del lavoro, la mancanza di asili nido e di strutture per la famiglia sono temi che non possono essere mandati in onda solo la mattina alle 8 oppure a mezzanotte o a mezzogiorno, orari in cui le insegnanti insegnano e i ragazzi dormono o sono a scuola. Potrei citare altre tematiche di cui non si sente mai parlare, se non nei telegiornali con terribili fatti di cronaca, quali la piaga dell'usura e quella dell'aborto, le periferie delle grandi città, la mancata individuazione degli immigrati, lo scontro tra diverse religioni, questioni, oggi, di rilevanza enorme, a cui la televisione fa timidi accenni, spesso superficiali e di immagine, senza realizzare vere inchieste, vere analisi di quanto sta accadendo nel paese.
Ricordiamoci come era la televisione 30 anni fa e cerchiamo di conservare il meglio: a questa televisione, sicuramente, si ancoreranno professionalità forti e meno politicizzate. Non esistono solo le inchieste sugli stipendi dei manager o il dibattito politico relativo alla bagarre parlamentare del momento: questa è un'immagine distorta del paese. Vogliamo vedere la gente con i suoi problemi in prima serata, e tale è la funzione di RAI Tre che, con questa svolta, garantirà pluralismo e democrazia, come previsto dal nuovo contratto di servizio. Per ora, lo squilibrio politico non si riscontra tanto negli spazi e nelle caratteristiche dei conduttori, quanto nei contenuti; viene, infatti, allontanata ogni tematica sociale utile alla politica per capire meglio il paese e ai cittadini per comprendere il senso dell'azione politica. La televisione ha prodotto danni a cui ora, con il nuovo contratto di servizio, deve porre rimedio subito, a partire proprio dalla terza rete.
PRESIDENTE. Ringrazio il senatore Barbato, anche per aver rispettato i tempi indicati.
ALESSIO BUTTI. Ringrazio anch'io il direttore Ruffini per la sua relazione. Ci siamo già incontrati in questa Commissione
senza mai trovarci d'accordo, però, vorrei esprimere il massimo rispetto per la professione che lei svolge con grande professionalità. Non ho mai condiviso la sua impostazione editoriale ed il senso delle sue risposte ai nostri quesiti, ma questo fa parte di una libera dialettica parlamentare che, tuttavia, mi è difficile riscontrare nella sua rete.
Lei ha parlato di libera dialettica e di identità condivisa. Come prima domanda, vorrei dunque chiederle di che identità si tratti, se della sua, di quella di una certa sinistra che si trova perfettamente rappresentata nella sua rete, o dell'identità condivisa sotto il profilo storico, e quindi nazionale. Questa domanda mi preme profondamente e non è per nulla retorica, anche perché lei ha l'onore e l'onere di guidare una rete che venne definita proprio in questa sede, dall'allora presidente della RAI Lucia Annunziata - non da Alessio Butti o Francesco Storace, o da altri personaggi di centrodestra -, come una rete sostanzialmente appaltata alla sinistra. Ritengo, quindi, che ormai nell'immaginario collettivo questa sia effettivamente una rete con una specifica identità culturale.
Dai dati disponibili emerge un rapporto costo-ascolti che indubbiamente gratifica il suo mandato, il suo ruolo ed anche la rete. Alcuni format possono risultare, sotto il profilo televisivo, anche affascinanti, non solo per la scenografia, ma perché - a demerito degli altri direttori di rete e di testata, piuttosto che a merito del direttore di RAI Tre - siete rimasti probabilmente l'unica rete a realizzare una sorta di giornalismo di inchiesta, che, a giudicare dagli ascolti, appassiona me e buona parte degli italiani.
Riuscite anche a toccare temi che coinvolgono la sensibilità diffusa della gente, tuttavia, si deve tener conto di un fatto, ossia che le questioni si possono trattare con un'impostazione culturale ben definita; ed è su questo punto che la vostra fantasia cade, perché spesso si riscontra una distorsione informativa e culturale che non dà lustro alla sua rete, al suo lavoro e a quello dei conduttori (consideriamo, peraltro, eccessivo il protagonismo di questi ultimi). Del resto, non è colpa sua se la sua rete ospita anche il TG3, il TGR.
Per quanto ci riguarda, siamo rimasti scandalizzati e disorientati, più che dai dati forniti dall'Osservatorio di Pavia, relativamente al disequilibrio in 18 sedi regionali della RAI su 20 a favore del centrosinistra, dalle reazioni di alcuni colleghi del centrosinistra. L'oggettività dei numeri è infatti riscontrabile, e non è colpa sua - o forse lo è, e questa è un'altra domanda che vorrei rivolgerle - se sulla rete che dirige abbiamo Che tempo che fa, la Dandini, In Mezz'ora, Ballarò, Report e Primo piano, sebbene quest'ultimo dipenda della testata giornalistica di riferimento.
Vorrei capire se esiste un'impostazione editoriale, almeno a livello di rete, perché il direttore generale Cappon ha affermato, in questa sede, che la RAI ne è assolutamente priva. Vorrei pertanto sapere da lei se esiste un'impostazione editoriale di rete e se il direttore di RAI Tre ha un potere relativamente ai contenuti trattati nelle trasmissioni richiamate (oltre che nell'impostazione editoriale).
Voglio inoltre porle una domanda sull'affollamento pubblicitario, perché mi sembra che i dati forniti rilevino una sorta di leggerezza pubblicitaria di RAI Tre rispetto a RAI Uno e RAI Due: le chiedo se questo sia vero, quale sia l'affollamento pubblicitario della sua rete, e quale budget lei abbia a disposizione, in un anno, per produrre in house, e non solo i suoi programmi.
Il disegno di legge Gentiloni prevede di mandare anticipatamente sul digitale una rete Fininvest e una rete RAI. Più volte ci siamo domandati quale potrebbe essere la rete RAI; alcuni ipotizzano RAI Due, altri RAI Tre ( ricordo anche una risposta piccata di una cronista del TG3, Bianca Berlinguer, intervistata da Bruno Vespa in merito). Vorrei chiederle, pertanto, una sua valutazione sull'ipotesi del trasferimento, anzitempo, di RAI Tre in digitale, e soprattutto un giudizio sull'intento di anticipare il passaggio di una rete RAI e una rete Fininvest sul digitale.
Per quanto concerne la questione del pluralismo, non mi esprimo, giacché non ritengo sia rispettato all'interno della sua rete, anche perché ormai il pluralismo è un concetto definito da questa Commissione, sul quale non è più possibile equivocare. Quello che però non capisco, da parte di un uomo di una certa levatura professionale, è la difesa ad oltranza di un brand, di un marchio come quello di In Mezz'ora o di altre trasmissioni, che è stato sanzionato dalla RAI: non è più una questione politica, perché la RAI, finalmente, ha capito cosa stava accadendo in quel programma ed è intervenuta con delle sanzioni.
Non è un caso, ad esempio - come sa il senatore Storace -, che le prime otto o nove puntate siano state dedicate quasi interamente ad esponenti del centrosinistra, e che solo adesso stiano comparendo gli esponenti del centrodestra. Non è più credibile l'alibi di aver chiamato Fini, Berlusconi, Casini e di aver trovato occupato il telefono, storia che, per quanto riguarda Che tempo che fa, dura da almeno un paio d'anni. Pluralismo, infatti, significa anche aprire a soggetti nuovi, perché un partito non è rappresentato solo dal presidente o dal leader, ma anche da ottimi dirigenti, presidenti di gruppo, dirigenti periferici. È necessario accantonare questa favola per il rispetto dovuto al pluralismo e alla trasparenza.
In precedenza, ho citato la trasmissione Report, da cui sono stato metaforicamente violentato in un paio di occasioni: in una di queste, ci si occupava di Campione d'Italia e l'allora sindaco, poi commissariato, venne ripetutamente aggredito dall'intervistatore, relativamente ai suoi problemi giudiziari. Nelle ultime settimane, però, l'ex sindaco è stato dichiarato estraneo ai fatti contestati: vorrei sapere se Report intenda proporre una puntata riparatrice al riguardo.
FRANCESCO STORACE. Cercherò di contenere il mio intervento entro i limiti indicati dalla presidenza.
Innanzitutto, saluto molto volentieri il dottor Ruffini, di cui non è retorico stimare le qualità personali, prima ancora che professionali; dopo averle apprezzate nella direzione del giornale radio, auspico che restino confermate nella direzione di rete, attività diversa ed estremamente impegnativa.
Fatta questa premessa, sono curioso di conoscere le risposte che il dottor Ruffini fornirà alle domande del senatore Butti; non intendo negare che il senatore Barbato abbia posto problemi esistenti, ma credo che questi ultimi siano risolvibili con una vicedirezione di rete. Personalmente, infatti, vorrei andare più alla sostanza delle questioni che sono di fronte a chi segue RAI Tre. Senza voler essere offensivo, la prego, pertanto, di rispondere con precisione alle questioni riguardanti il pluralismo politico.
Ho ascoltato con la debita attenzione la sua relazione e le ultime cinque righe mi hanno fatto sobbalzare. Il senatore Butti ha introdotto l'argomento ed io tenterò di completarlo.
Lei sostiene che, per alcune trasmissioni, siano state lamentate carenze del pluralismo da parte di alcuni di noi: ebbene, le vorrei far presente che non siamo stati noi a lamentarle. In questa sede, illustri esponenti della RAI - l'ha ricordato il collega Butti -, prima ancora di ricevere domande (probabilmente, in previsione delle stesse) su una trasmissione della sua rete e su quella di RAI Due condotta da Santoro (c'era stata la puntata sui Dico), hanno dichiarato quanto intendessero fare. Può essere una norma di autotutela dell'azienda; vorrei però fare presente che è stata l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni a sottolineare alla RAI l'esigenza di un riequilibrio degli spazi informativi nella trasmissione In mezz'ora.
Ciò si lega anche a quella che definisco la «barzelletta» sul rifiuto a partecipare, che va avanti da tempo, come rilevato dal collega Butti.
FRANCESCO STORACE. Non si può tollerare che il centrodestra, pur avendo
vari leader, non venga rappresentato, qualora Fini, Casini, Berlusconi o Bossi non partecipino alle trasmissioni televisive: in questa parte politica, infatti, nonostante i recenti problemi, continuano a riconoscersi milioni di italiani. Come il centrosinistra annovera al suo interno numerosi segretari di partito della maggioranza e, ovviamente, molteplici ministri, anche il centrodestra è ha molti esponenti, lo stesso presidente Landolfi o l'onorevole Scajola, considerati i ministri dell'opposizione: vorrei capire se li abbiate mai invitati. Inoltre, vorrei sapere se i capigruppo parlamentari siano reputati figure rilevanti ai fini del dibattito oppure no (sempre se si intenda affrontare realmente il tema del pluralismo). Per quanto mi riguarda, ritengo lo siano, se non più di Padoa Schioppa, certamente più di Casarini o dell'ex sindaco di Vicenza. Desidero sapere, quindi, perché queste personalità non debbano godere del privilegio di poter rifiutare.
Inoltre, dottor Ruffini, le rivolgerò una domanda integrativa rispetto a quella posta dal senatore Butti: lei, come direttore, dovrebbe porsi il problema del perché un soggetto politico rifiuti di partecipare ad una trasmissione (grande questione, anche di tipo culturale, giacché nessuno desidera farsi massacrare). Al riguardo, potrei rammentare il recente caso del ministro Mastella, a proposito di un programma di RAI Due, oppure la vicenda che vide protagonista il Presidente Berlusconi durante la trasmissione di Lucia Annunziata; sempre in proposito, ricordo anche il caso di una trasmissione piuttosto vivace con l'onorevole Fini.
FABRIZIO MORRI. Ci furono anche altri casi...
FRANCESCO STORACE. In passato, anche D'Alema e Santoro litigarono (Velardi raccontò in un libro quella storia).
Non suggerisco il servilismo dei conduttori, perché ho la sua stessa tessera professionale, deve esistere, però, un criterio di conduzione che non provochi, nell'ospite, la sensazione di venire aggredito. Poiché non è un parlamentare della Casa delle libertà, la Commissione di vigilanza o la RAI, bensì l'Authority a sottolineare come una trasmissione debba garantire il riequilibrio, vorrei chiederle se non ritenga corretto - laddove il testo unico della radiotelevisione riconosce, all'articolo 3, il diritto a comunicare e quello a ricevere informazioni corrette -, a fronte di una deliberazione dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, organismo non politico, informare i telespettatori, all'inizio della trasmissione, della rilevata necessità di un riequilibrio. Lo considererei un atto doveroso nei confronti di cittadini che pagano il canone e seguono quella trasmissione.
La seconda questione, sempre legata alla cornice del pluralismo politico, riguarda il rapporto tra il direttore di rete e i responsabili delle trasmissioni. Di solito, a questo riguardo, si recita una sorta di «commedia»: chi si sente parte lesa rispetto alla trasmissione denuncia la prevaricazione e la censura delle proprie opinioni, mentre chi trae vantaggio da questa situazione denuncia l'attacco all'autonomia. La lunga esperienza maturata ci pone sempre di fronte a questo bivio. Alla luce di ciò, vorrei sapere quanto conti il direttore di rete nella conoscenza - non già nella scelta - degli ospiti di una trasmissione, ovvero se gli siano comunicati prima i loro nomi. Troverei ovvio riferire al direttore chi si abbia intenzione di invitare, ma ignoro se ciò avvenga.
A parte il programma dell'Annunziata, dove si è inventata la «barzelletta» delle leadership (peraltro, sparite per 3 mesi, in quella trasmissione, con l'alibi della crisi di Governo, sebbene questa sia durata una settimana), mi chiedo perché una trasmissione come Ballarò, che mi appassiona (rientrando io stesso nella categoria d'ascolto da lei citata, sebbene non mi abbia intervistato la medesima agenzia di sondaggi che vi ha definito autonomi rispetto alla politica), sia imperniata, ormai, su due leader e su altri politici minori - sempre i soliti -, due per partito. È incredibile che, su 900 parlamentari, ce ne siano due di Alleanza nazionale, due di
Forza Italia, due dell'Unione dei democratici cristiani e dei democratici di centro, due dell'Ulivo, due della Margherita e due dei Democratici di sinistra, mentre sarebbe necessario far conoscere all'Italia anche le opinioni di altri parlamentari.
Come noto «attaccante» della RAI non mi inviteranno comunque, perciò, se pongo tali quesiti, non è per fare il «Cicero pro domo sua», ma per sottolineare l'esistenza di battaglie politiche portate avanti anche da altri.
La terza questione riguarda Report ed è collegata a Viva l'Italia, trasmissione adesso terminata. I colleghi Democratici di sinistra hanno sollevato il caso dell'onorevole Fasciani. Nella trasmissione, questa deputata è stata sostanzialmente messa sotto accusa perché non gradita al territorio, eppure, leggendo le reazioni dei colleghi della sinistra, sembrerebbe che gli intervistati fossero solo gli esponenti della minoranza che non la voleva. Vorrei sapere, dunque, se l'onorevole Fasciani, esattamente come il sindaco di Campione, abbia diritto di replica. Si potrebbe facilmente obiettare che la trasversalità dell'irritazione testimoni la vostra autonomia: sostengo invece che, se tutti si arrabbiano, vuol dire che state sbagliando. Per quanto mi riguarda, concordo, dunque, con la tesi sostenuta dall'onorevole Giulietti, qualche giorno fa, sulla necessità del diritto di replica di chi è attaccato.
Per quanto concerne la trasmissione di Fazio, avevo annunciato un'iniziativa, su cui sto lavorando, come lavoro su tutte le trasmissioni, nella convinzione che compito di questa Commissione e di ogni suo membro sia lavorare sul pluralismo e verificare il rispetto degli indirizzi sul medesimo. A tal fine, sto monitorando addirittura gli ultimi tre anni di programmazione.
Non so se lei abbia visto la trasmissione del «duetto» con Lucia Annunziata, ma vorrei sapere se reputa tollerabile che due conduttori pagati dalla RAI mettano sotto accusa il Parlamento, la Commissione di vigilanza, l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni senza contraddittorio, perché non c'erano il presidente della vigilanza, il Presidente di uno dei due rami del Parlamento o il presidente dell'Authority a far capire come le norme debbano essere rispettate. Quegli stessi conduttori si sono fatti beffa della legge sulla par condicio, a proposito di un cantante o di una ballerina di destra o di sinistra, problema che esula dal dibattito sul pluralismo politico.
Pongo questioni che spero possano essere apprezzate per la serietà, perché non mi interessa se vengono invitate Ornella Vanoni o Nilla Pizzi, però, se si invita il deputato Morri, poi l'onorevole Buffo e poi il collega Merlo, allora mi pongo il problema di dar voce anche a noi.
Può darsi che non accada, però si tratta di questioni che tutti ci dobbiamo porre, perché avete sostenuto la legislazione sulla par condicio ed è spiacevole vederla ridotta ad argomento di polemica sui cantanti, le ballerine, gli artisti, gli scienziati e gli astronauti invitati: Su tali questioni precise, mi piacerebbe ricevere risposte altrettanto precise.
Vorrei aggiungere un'ultima considerazione, che ritengo possa essere nel format della vostra rete quando vi occupate di politica. In questo paese, si parla malissimo della legge elettorale, sebbene sia stato proprio tale provvedimento a consentire ad uno schieramento di governare, dopo aver ottenuto un largo premio di maggioranza alla Camera grazie a 24.000 voti ed una maggioranza risicata al Senato, (dove ha vinto per 200.000 voti). È una legge elettorale che però pone problemi, ad esempio sulla scelta dei candidati: si determina, infatti, un'assenza di pluralismo all'interno dei partiti, perché chi non risulta obbediente rischia molto. Viviamo una stagione di congressi importanti (dei Democratici di sinistra, della Margherita) ed esponenti delle minoranze di questi partiti hanno sollevato una questione di rilievo.
L'articolo 49 della Costituzione prevede che i cittadini si associno in partiti per concorrere all'organizzazione della struttura pubblica attraverso il metodo democratico. Alla luce di questo principio, il senatore Salvi, ma anch'io e tanti altri,
vogliamo avere la possibilità di esprimere i motivi del dissenso rispetto ad un'opzione. Vorrei sapere se le trasmissioni che approfondiscono temi politici presuppongano la possibilità di libera discussione fra direttore e conduttori: In altri termini, le chiedo se lei può essere coinvolto nella scelta della programmazione e dei temi, se esiste una dialettica o si tratta di una scelta esclusiva del conduttore, il quale, in caso di sanzione, si reca da un altro conduttore e attacca le sanzioni ricevute.
TOMMASO BARBATO. Presidente, vorrei intervenire sull'ordine dei lavori per fare una semplice precisazione. Nel mio intervento, ho cercato di rappresentare una questione e di dare dei suggerimenti, però non posso accettare...
PRESIDENTE. Intende intervenire sull'ordine dei lavori o per fatto personale?
TOMMASO BARBATO. Non posso accettare che il senatore Storace nel suo intervento...
PRESIDENTE. Il senatore Storace nel corso del suo intervento ha fatto qualche riferimento al suo caso personale?
TOMMASO BARBATO. Sì, presidente.
PRESIDENTE. Capisco. Al termine della seduta le darò la parola per fatto personale.
TOMMASO BARBATO. Mi permetta di intervenire almeno solo pochi secondi.
PRESIDENTE. Non posso, senatore Barbato.
FRANCESCO STORACE. Presidente, è stata una mia imprecisione: ho sostenuto che la questione di cui il senatore parlava si sarebbe risolta con una vicedirezione, quando avrei dovuto dire...
TOMMASO BARBATO. Questo non te lo posso consentire perché probabilmente...
FRANCESCO STORACE. Dico quello che voglio!
PRESIDENTE. Senatore Barbato, se lo ritiene, le darò la parola per fatto personale al termine della seduta, così come prevede il regolamento.
GIORGIO MERLO. Sarò molto rapido, presidente, dovendomi assentare dalla Commissione subito dopo questo intervento per concomitanti ed indifferibili impegni: chiedo scusa a lei e al direttore se non potrò partecipare sino al termine all'audizione.
Vorrei porre una sola questione, direttore, ringraziandola per la relazione, e vorrei rilevare un dato sufficientemente riconosciuto a livello politico, culturale ma anche giornalistico, ovvero la capacità della sua rete di fare vera informazione (soprattutto approfondimenti, racconti-memoria) e di recuperare un elemento sostanzialmente scomparso sulle altre reti, ovvero il giornalismo di inchiesta. Al di là del fatto che la terza rete declini più generi e quindi faccia più servizio pubblico di altre, rilevare ciò significa riconoscere che il servizio pubblico può essere credibile nella misura in cui affronti certi temi, ne approfondisca altri, ma soprattutto garantisca una reale capacità di fare giornalismo (a mio giudizio, ormai appannata sulle altre reti).
Come emerso negli interventi precedenti, e riflettendo anche il dibattito che oggi caratterizza alcune trasmissioni del servizio pubblico, al di là di In mezz'ora o Che tempo che fa o quelle di Santoro e di Vespa, si rileva la necessità di qualificare maggiormente il servizio pubblico attraverso un rafforzamento del giornalismo d'inchiesta, molto legato al conduttore. Non desidero chiederle, come il senatore Storace, se conosca in anticipo i nomi degli ospiti, se sappia cosa pensino e dicano, perché così facendo correrei il rischio di scivolare in un altro vizio che da tempo caratterizza la politica nel suo rapporto con il servizio pubblico. Il problema di fondo è invece se sia possibile evitare un'interpretazione troppo estensiva
del ruolo del conduttore, troppo discrezionale ed arbitraria, che rischia di indebolire lo stesso giornalismo di inchiesta a vantaggio di una concezione, a volte, inconsapevolmente propagandistica, altre, troppo negativa nei confronti degli interlocutori.
È necessario, quindi, riflettere maggiormente sulla necessità di rafforzare il giornalismo di inchiesta, tipico di un servizio pubblico, e di rendere più accettabile il ruolo del conduttore e meno esposto al criterio arbitrario della sua interpretazione l'oggetto che intende sviluppare durante la trasmissione.
MARCO BELTRANDI. Premetto che, delle tre reti RAI, RAI Tre è la mia preferita, quella che sento più vicina per molte ragioni.
In questo mio intervento, mi soffermerò su qualche aspetto su cui intendo richiamare la vostra attenzione, uno dei quali riguarda il carattere sperimentale della programmazione della rete. Ricordo i bellissimi primi anni Novanta, quando RAI Tre creò veramente un linguaggio nuovo, trasmissioni nuove, portando nella televisione italiana una ventata di freschezza, non più ripetutasi.
Ho l'impressione, nonostante quanto il direttore ci ha detto, che in questi anni la capacità di innovare di RAI Tre si sia un po' ridotta, perdendo quel carattere sperimentale che tanta positività aveva apportato nella televisione italiana. Mi sembra che la terza rete tenda, oggi, a vivere sui meritati successi del passato, più che sperimentare formule nuove: mi piacerebbe rivedere invece il carattere sperimentale e creativo di quegli anni.
Altri colleghi sono intervenuti sul pluralismo, tema che desidero affrontare solo per cenni, perché lei è il direttore della rete, non della testata. La trasmissione In mezz'ora ha compiuto la scelta di ospitare i leader politici, certo opinabile, ma, se ospita quella serie di personaggi, a nessun altro è lecito sorprendersi di non essere invitato. Questo è un primo fatto da considerare. Il secondo è che Lucia Annunziata è una delle poche giornaliste, in Italia, a prediligere domande di peso, difficili: in un giornalismo televisivo molto accondiscendente verso gli invitati, questo mi suscita una profonda simpatia.
Reputo inutile tornare sul disequilibrio verificatosi, perché sono già intervenuti l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ed i vertici RAI: si sta riparando e ritengo che, per questo motivo, alcune parti politiche stiano pagando un prezzo alto.
Mi permetta una sola ulteriore considerazione riguardo a Ballarò, in cui rilevo una ripetitività degli ospiti che mi sorprende molto, perché ignoro a quale linea editoriale appartenga la scelta degli stessi volti, in un ambito di pluralismo che andrebbe reso più forte ed evidente. In trasmissione non vengono invitati solo i leader - vi ho partecipato anch'io -, ma anche il parlamentare sconosciuto o un «non parlamentare». Se si considerano gli ospiti, però, si constata una ripetitività delle presenze: ritengo che una maggiore varietà gioverebbe alla trasmissione e al pubblico.
Desidero, infine, aggiungere una considerazione concernente la trasmissione di Iacona, perché sono favorevole al giornalismo d'inchiesta, anche sulla carta stampata, tant'è che apprezzo i documentari, però considero grave realizzare una trasmissione come quella che ha criminalizzato un parlamentare italiano senza possibilità di replica: Esiste, infatti, un limite oltre il quale, più che di un'inchiesta, si tratta di un linciaggio.
Nonostante tutto questo, RAI Tre rimane, per i miei gusti di telespettatore, la rete da preferire.
FABRIZIO MORRI. Ringrazio il direttore Ruffini per la sua presenza. Purtroppo, sono stato trattenuto e non ho ascoltato la sua relazione, che ho indirettamente ricostruito attraverso gli interventi dei colleghi. Le mie domande verteranno, dunque, esclusivamente su ciò che avevo già deciso di chiedere.
Ritengo doveroso essere grati - come parlamentari, ma anche come società italiana - a RAI Tre per avere interpretato, non senza difficoltà, un ruolo di servizio
pubblico senza paragoni con le altre reti: si tratta di trasmissioni di inchiesta e di servizio pubblico più facilmente individuabili agli occhi di coloro che pagano il canone.
Ritengo anche necessario - lo premetto, per evidenziare come non vi sia strumentalità nelle domande eventualmente dure - attualizzare il dibattito già richiamato da alcuni colleghi, come i senatori Storace e Butti, circa l'esistenza di una rete di sinistra. Ho seguito io stesso, di recente, trasmissioni che hanno recato danno alla sinistra italiana, perciò, scontentando tutti, so perfettamente che lei potrebbe affermare di trovarsi nel giusto. Vorrei evitare, pertanto, tale scappatoia, perché la discussione potrebbe essere più interessante uscendo da questi strumentalismi.
A mio giudizio, la sua rete ha davvero parlato, per molti anni, ad una parte del paese che si riconosce nella sinistra, per ragioni complesse non dettate da scelte del Parlamento e della politica, bensì dalla storia stessa della radiotelevisione italiana. Una volta, infatti, c'era un rete sola ed era tutta del Governo, ovvero della Democrazia cristiana; poi ne è stata realizzata un'altra, RAI Due, che doveva essere laica ed intermedia. Nella televisione dell'epoca, le forze che si riconoscevano in un'opposizione di sinistra, che sfiorava il 35 per cento dei voti, più altre componenti ancora più radicali, trovavano sostanzialmente esclusi dalla televisione i propri temi, riferimenti e valori. RAI Tre nacque, dunque, come una risposta della televisione e anche della politica: l'operazione venne condotta su impulso della politica, ma anche per autonome determinazioni aziendali di grandi direttori, con lunghi mandati.
Oggi, siamo di fronte ad un'altra realtà e, più che invocare riserve culturali e politiche, mi sentirei incline a chiedere a tutte le reti e a tutte le trasmissioni di essere compiutamente di servizio pubblico e di muoversi nel rispetto delle varie anime culturali e politiche di questo paese e della curiosità per i fatti sociali, culturali e religiosi, che in esso sono plurali per definizione. Non credo, direttore, che, come parlamentari, avremo facilità nel tentare un approccio nuovo. Nutro, tuttavia, questa speranza e proverò a sostenerla.
Ciò che non mi piace, e che non riguarda solo la sua rete, è la propensione - che in questa Commissione abbiamo cominciato a discutere senza strumentalità - ad assecondare, con programmi ad hoc e senza esitazione, una tendenza antipolitica, fortemente qualunquista e largamente a-democratica, quando non apertamente antidemocratica, presente nella società italiana, allo scopo di affermare l'importanza, il prestigio, il peso di conduttori e trasmissioni. Le chiedo, pertanto, se esiste un luogo di riflessione nell'azienda e nella sua rete.
Rilevo questa tendenza con preoccupazione, sebbene sia pienamente convinto che la televisione di Stato non debba parlare comunque bene della politica (se si conduce un'inchiesta sullo stato della politica in Calabria e si accumulano esempi di una situazione preoccupante, un giornalista curioso e una rete coraggiosa non devono certamente fare sconti a partiti, componenti politiche e coalizioni). Tuttavia, se si imbocca la strada per cui una televisione dovrebbe agevolare la diffusione della conoscenza, dell'informazione, dell'approfondimento delle questioni, in funzione di una crescita civile, prima che politica, di un paese, si ha il dovere della correttezza professionale.
A differenza di altri colleghi di questa Commissione, non invoco per le trasmissioni di approfondimento giornalistico e di inchiesta l'applicazione di criteri rigidi, che non mi piacciono nemmeno per il mese di campagna elettorale in cui vige la par condicio. Non sono affezionato a quel tipo di cultura giuridica, diffusa anche nella Commissione di vigilanza, perché la risposta della politica non è trasmettere il messaggio di voler imbavagliare la libertà di informazione e di iniziativa di conduttori e autori. Non si tratta di un atteggiamento censorio. La nostra forza deriva dallo sfidare queste persone, queste reti, queste trasmissioni sul piano della correttezza, della lealtà, della completezza dell'informazione,
partendo dal principio di autonomia, riconoscendolo, richiamando chi di dovere alla responsabilità, e non inserendo un'infinita sequela di norme giuridiche, che renderebbero probabilmente inguardabili le trasmissioni. Tale dibattito appartiene alla politica, ma le chiedo se ha un'analoga sensazione.
Questa consapevolezza è suffragata da un atteggiamento sempre più autoreferenziale di alcuni conduttori che, evidentemente, non hanno mai sciolto il dilemma - condiviso anche da alcuni comici - se debbano essere artisti, giornalisti o soggetti politici. In Italia, esiste la libertà di essere soggetto politico, ma la si esercita presentandosi alle elezioni, non usando trasmissioni o esprimendo ogni opinione negativa sulla politica, almeno non con questa disparità di condizioni, perché a nessuno che voglia difendere una politica pulita o una speranza di rinnovamento e di riscatto della politica stessa e della democrazia in questo paese è mai offerta alcuna sede televisiva con quel bacino d'utenza e con quella centralità, né leader, né figura minore: a me interesserebbe questo dibattito politico-culturale ed individuo tali rischi anche nella sua rete.
GIOVANNI RUSSO SPENA. Ringrazio il direttore Ruffini e mi scuso con lui se non sono riuscito ad ascoltare la sua relazione, che leggerò successivamente.
Mi permetto di intervenire, quindi, su un solo tema, cui tengo molto per una rete così impegnata. Ritengo che lei possa dare alla mia domanda, al motivo della mia preoccupazione, una risposta molto attenta, com'è caratteristica della rete e sua personale. Condivido il fatto che, nell'attuale conduzione della rete, si rilevi un'idea di servizio pubblico più rispondente alla mia concezione; nel formulare la mia domanda, dunque, mi riferirò ad alcune discriminanti di fondo.
Per un'idea corretta di servizio pubblico, non ritengo che il problema si individui nel pluralismo inteso come pesi, come equilibri, come misure, sebbene questi rappresentino la base necessaria della democrazia e di un sistema di regole e garanzie, che deve però essere reinterpretato attraverso la società.
Esistono trasmissioni che piacciono di più, altre di meno, alcune in cui si riscontra una forte autonomia in nome dell'indipendenza giornalistica del conduttore; potrei elencare molti casi sgradevoli, che mi sono sembrati settari. Vi sono anche trasmissioni di grosso valore ed importanza, quali Ballarò - che pure, in qualche modo, delimitano il parterre degli ospiti -, di cui potrei, come fanno altri settori della sinistra, criticare alcuni aspetti, e tuttavia non lo faccio né l'ho mai fatto, perché non è nel mio stile chiedere per la propria parte. Dunque, non lo farò, anche per evitare le bacchettate del senatore Storace!
FRANCESCO STORACE. Guardi che resterà tutto a verbale...
GIOVANNI RUSSO SPENA. È la verità, ho detto che non lo faccio, non è nel nostro stile, non lo abbiamo mai fatto. Pongo, invece, il tema di un servizio pubblico che dia un'importanza reale al sociale, questione che abbiamo posto in numerosi convegni sulla RAI, partendo dalla constatazione della scomparsa del sociale dalla programmazione della RAI in generale.
In altri termini, sarebbe, a mio avviso, necessario riorganizzare il servizio pubblico in modo tale da radicarlo realmente nella società. RAI Tre lo fa parzialmente, e credo che alcune scelte di programmazione debbano corrispondere a questa idea di servizio pubblico, che ritengo di poter condividere.
Secondo il nuovo contratto di servizio, il segretariato sociale dovrebbe diventare, entro sei mesi, una struttura in grado di permeare tutta l'azienda e di portare, in orario di alto ascolto, non il conduttore che ospita Rutelli piuttosto che Mastella, bensì inchieste su temi oggi assenti in quelle fasce e confinate di notte. Mi riferisco alla manifestazione straordinaria a cui ho partecipato giorni fa, a Polistena, sulle mafie, sul sequestro dei beni mafiosi e camorristici, sull'usura, ma anche ai
temi dell'immigrazione e dell'integrazione sociale e religiosa, che sono oggetto, in verità, di splendidi servizi che vedo su RAI Tre, ma solo perché di notte ho sempre dormito poco. Per quanto concerne affitti e mutui, ad esempio, sono stati trasmessi servizi molto belli sulle ipoteche, che oggi fanno perdere la casa e su cui la politica deve intervenire; la maggiore critica mossa alla politica - e personalmente stimo quello che fa Iacona - è proprio di non intervenire sui problemi sociali. Infatti, una programmazione di servizio pubblico deve condurre un'inchiesta sociale che permetta non solo di affermare che quel politico ruba, magari in Calabria, ma soprattutto di rilevare che quello stesso politico e il Parlamento non intervengono quando 300.000 italiani stanno perdendo la casa a causa di ipoteche e mutui.
Secondo me, questa è l'idea di un servizio pubblico, e non il problema di un minuto in più a Giordano rispetto ad un minuto in meno a Rutelli (discussione su cui, invece, ci stiamo avvitando).
Ritengo che, per le sue caratteristiche, per le potenzialità, per i saperi e le culture diffuse, per i suoi giornalisti e le sue giornaliste, sia proprio RAI Tre la rete più adeguata ad attuare quest'idea di servizio pubblico. Essa, però, non può affrontare le questioni sociali solo attraverso i talk show ed i riflessi sul sistema politico; occorre che la rete trasmetta inchieste in fasce di alto ascolto. Non è affatto vero che, in tal modo, l'ascolto si abbasserebbe, perché sono proprio iniziative come queste che il paese oggi richiede.
Se riuscissimo, quindi, a passare dal populismo dell'inchiesta, che porta all'antipolitica, di cui parlava il collega Morri, ad una dura inchiesta sociale contro il potere quando sbaglia, quindi anche contro il Governo, avremmo un salto di qualità. Come Commissione di vigilanza, possiamo collaborare con tutte le direzioni di rete, affinché si passi - lo dico con uno slogan - dal facile populismo, che è nelle viscere del paese, all'inchiesta sociale. È questo il grande salto da compiere: passare dal populismo all'inchiesta sociale. Il potere può essere criticato anche a fondo, ma è meglio farlo attraverso l'inchiesta sociale piuttosto che con il populismo, per il bene della democrazia.
GIORGIO LAINATI. Lei, direttore, ricorderà che, all'inizio del mese di agosto del 2005, questa Commissione contribuì, con voto unanime, ad eleggere - in veste di nuovo presidente del consiglio di amministrazione della RAI - il senatore Claudio Petruccioli (allora presidente della medesima Commissione di vigilanza). Egli fu eletto, con 33 voti su 33 presenti, come presidente di garanzia. All'epoca, la mia parte politica era al Governo, e riteniamo che egli abbia rappresentato e rappresenti una presidenza di garanzia del consiglio di amministrazione della RAI.
Detto ciò, le leggerò quanto il senatore Petruccioli ha dichiarato in questa autorevole sede istituzionale il 14 marzo scorso: «Stando alle prime sette puntate, la trasmissione In mezz'ora, condotta da Lucia Annunziata, fa registrare un evidente squilibrio a svantaggio di esponenti del centrodestra. La direzione generale ha preso contatto con il direttore della rete e con la dottoressa Annunziata, rivolgendo loro la richiesta di programmare la prosecuzione del ciclo in modo da eliminare l'attuale squilibrio. Ambedue hanno risposto positivamente a questa richiesta, precisando che erano già consapevoli del problema». Poiché il presidente del consiglio di amministrazione della RAI ha affermato che lei era già consapevole del problema, le chiedo quando, dal 3 dicembre al 3 marzo, si sia accorto dell'assenza, nel programma di Lucia Annunziata, di ospiti appartenenti all'area politica e culturale dell'attuale opposizione. Scelgo volutamente di parlare di ospiti riconducibili all'area politico-culturale dell'opposizione, senza citare il novero di invitati vicini, per orientamento, alla maggioranza di Governo, per arrestare sul nascere eventuali obiezioni. Se, infatti, le leggessi i quattordici nomi degli ospiti della signora Annunziata, verrei contestato dagli esponenti della sinistra, i quali, probabilmente, metterebbero in discussione la reale appartenenza di tali personaggi a quell'area politica
e culturale. Non mi esporrò, invece, ad alcuna obiezione, nel lamentare uno squilibrio ai danni della mia parte politica. Mi chiedo, dunque, se lei si sia accorto di tale mancanza, come ha dichiarato, in questa autorevole sede, il presidente Petruccioli, affermando di essere consapevole dell'esistenza del problema.
Polemizziamo da molti anni in tutte le sue audizioni in questa Commissione; anche dalla più tranquilla posizione di maggioranza di governo abbiamo contestato molti aspetti a lei ed alla rete che dirige, e continuiamo a farlo con maggiore vigore dallo scomodo punto di vista dell'opposizione. Alcuni colleghi già intervenuti hanno citato le parole della signora Annunziata, allora presidente del consiglio di amministrazione, la quale affermò clamorosamente come RAI Tre fosse quasi inevitabilmente da considerarsi appartenente ad un'area della sinistra. Personalmente, non voglio considerare ineluttabile questa linea editoriale così dichiaratamente di sinistra di RAI Tre ed auspico un cambiamento. Mi stupisco, però, delle critiche mosse da alcuni colleghi Democratici di sinistra a certe recenti trasmissioni della sua rete, perché evidentemente c'è qualcosa che non funziona (al riguardo, i senatori Butti e Storace sottolineavano alcune oggettive assurdità sostenute in passato ed anche nelle polemiche più recenti).
Per quanto concerne il programma di Fabio Fazio, vorrei chiederle se ritenga che esso violi l'atto di indirizzo dell'11 marzo 2003, votato da questa Commissione, che dovrebbe impedire la presenza di politici in programmi di intrattenimento. In quel programma, ci sono stati molti ospiti, la maggior parte dei quali, purtroppo, appartenenti all'area politica e culturale del centrosinistra: vorrei sapere se lei ritenga che ciò sia corretto o se riscontri lo stesso squilibrio verificatosi nella trasmissione In mezz'ora e, quindi, giudichi un problema l'impossibilità di intervistare un leader dell'attuale opposizione perché il conduttore non reputa adatti ad essere invitati altri personaggi, quali capigruppo parlamentari o ex ministri del Governo Berlusconi.
Da parte nostra, reputiamo intollerabile la giustificazione per cui non vi sono esponenti alternativi a quelli che rappresentano una leadership. Tale realtà è stata smentita la scorsa domenica, quando la signora Annunziata ha invitato l'ex ministro della difesa del Governo Berlusconi, smentendo la tesi secondo cui è necessario un leader del centrosinistra o del centrodestra.
Vorrei pertanto sapere come, a suo parere, si possa sviluppare questo problema, del quale immagino abbia consapevolezza.
GLORIA BUFFO. Non intendo parlare di RAI Tre, da un lato perché gli ascolti, il rapporto costi-qualità, i riconoscimenti - ultimo quello di ieri sera, nella trasmissione di Fazio - sono eloquenti, dall'altro perché ognuno di noi ha passioni, gusti e abitudini che rendono poco significativo l'apprezzamento personale per una rete. Come parlamentare, registro che le questioni del lavoro e i movimenti nella società, i bambini, il Mezzogiorno d'Italia, quindi la società italiana, filtrino più in questa che in altre reti televisive. Questo, per me che sono parlamentare e faccio parte di questa Commissione, che ha il compito di vigilare sul servizio pubblico, rappresenta un dato significativo ed importante, anche se non credo - lo dico affettuosamente al collega Russo Spena - che il bene sia solo nella società e il male nella politica, sebbene la televisione del servizio pubblico debba trasmettere servizi interessanti sulla società.
Vorrei interloquire su alcune questioni sollevate dai colleghi. Ritengo molto difficile, oggi, fare bene la televisione del servizio pubblico, perché è noto lo stato del vertice dell'azienda, perché il rapporto con la politica rende infernale la vita dei direttori, qualsiasi siano i loro orientamenti, e perché in Italia vi è un quadro squilibrato della comunicazione e questo carica ciascuno di oneri impropri. Ritengo che il pluralismo sia un problema irrisolto nel nostro paese, anzitutto perché i mezzi di comunicazione di massa costano molto e ciò inficia il pluralismo già in partenza.
Contesto un argomento che tanti di noi hanno fatto circolare, me compresa, ovvero che il pluralismo sia una questione risolvibile in un'unica trasmissione: possiamo chiedere equilibrio, ma è impossibile ottenere il pluralismo in un solo programma. Peraltro, mi annovero tra coloro che considerano parte della malattia italiana lo stato dell'informazione radiotelevisiva. Non possiamo considerare responsabile un direttore di rete, tuttavia, basta recarsi all'estero e vedere gli altri telegiornali, o guardarli attraverso il satellite, per riscontrare come nei nostri ci sia una sfilza di dichiarazioni di esponenti politici. Poiché le reti hanno preso in mano una quota importante di informazione politica, dovendo muovere una critica ad altri, prima che a Ruffini, rilevo come i contenitori politici simili siano tanti, forse troppi, e come sia molto ripetitiva la formula dei suddetti contenitori nella televisione italiana.
Ciò mi fa apprezzare l'Annunziata che, pur avendo tanti difetti come tutti i giornalisti, sperimenta l'inusuale formula del «corpo a corpo» con l'intervistato. Sono state fatte osservazioni sull'equilibro, ma è un aspetto diverso: personalmente, quando rientro a casa la sera, dopo il lavoro, non voglio vedere questi contenitori, collocati in tutti gli orari e del tutto simili tra loro. Detto ciò, non siamo però qui per chiedere a Ruffini di chiudere degli spazi.
Contesto, tuttavia, ad alcuni miei colleghi sia il ragionamento che il pluralismo debba essere pienamente soddisfatto in ogni singola trasmissione ...
FRANCESCO STORACE. Nessuno lo ha dichiarato.
GLORIA BUFFO. Senatore Storace, non mi riferivo a lei; tuttavia, mi sentivo di fare questa precisazione perché, talvolta, ci capita di fare queste affermazioni, come è avvenuto in passato, in altre stagioni politiche.
Il senatore Storace chiedeva al direttore se si fosse domandato il motivo per cui il politico rifiuta di partecipare ad una certa trasmissione, ma non ritengo che si possa fare un programma di informazione e di discussione politica domandandosi quale sia la ragione di tale rifiuto.
Anche a me è capitato di rifiutare di partecipare ad alcuni programmi perché, talvolta, la formula o il conduttore non convincono: presumo che i politici di prima fila riflettano ancora di più, dal momento che hanno tante offerte, e non solo dalle reti RAI. Rivolgendomi a tutti i direttori, solleverei, piuttosto, l'osservazione di come, in Italia, la televisione, i contenitori politici, spesso anche i conduttori, siano troppo cedevoli con i politici. A questo proposito, concordo con Beltrandi: ci affidiamo al fatto che sia il politico di una parte a replicare al politico dell'altra, quando, in realtà, nel servizio pubblico il conduttore dovrebbe mettere tutti in una situazione difficile e fare il terzo incomodo. Eppure, è raro sentire un giornalista che sappia mettere alle strette con competenza: a me sembra questo il difetto sul quale dovremmo provare ad applicarci maggiormente.
Concordo con il senatore Storace laddove rileva la presenza delle stesse persone in alcune trasmissioni, anche se non solo in quelle citate, ma in un circuito più ampio di riferimento. Anche in questo caso, capisco le ragioni dell'audience, il fatto che sia preferibile mandare in onda volti conosciuti, ma è altrettanto evidente la complicità dei politici che hanno in mano i partiti. I conduttori, infatti, hanno interesse ad invitare più spesso quei politici che possono maggiormente metterli in difficoltà. Questa è una spirale che dovremmo provare a spezzare, anche per quanto riguarda la vita interna dei partiti che, invece di essere organismi vitali, sono organismi in cui pochissimi decidono le liste e chi debba recarsi in televisione. Tuttavia, è indubbia una complicità.
Desidero aggiungere un'osservazione riguardo al programma di Iacona, che ci ha molto appassionato nelle discussioni. A me è spiaciuto per la collega Fasciani, che si è trovata nella classica situazione in cui il conduttore sceglie un deputato a caso, tra quelli non conosciuti: poteva capitare a moltissimi di noi. Tuttavia, siccome mi
rammarico che, da quella trasmissione, sia emerso un simile ritratto della politica italiana, vorrei che reagissimo anche in base ad altre sollecitazioni derivate da quel programma, per criticare non Iacona, ma una politica che si può ridurre a questo. Non per populismo o per retorica, ma, mentre abbiamo il compito istituzionale di tenere sulle braci i direttori, i conduttori, i vertici della RAI, dobbiamo riconoscere che mai come adesso è caduto in basso il prestigio della classe politica.
Questo è un argomento che vorrei considerassimo, altrimenti, mi sentirei in difficoltà anche qui, nel commentare simili episodi, sebbene sia consapevole che, in assenza di un giudizio al riguardo, emergerebbe un ritratto nostro non lusinghiero, né per noi, né per gli elettori.
GIUSEPPE GIULIETTI. Condivido alcune osservazioni svolte dal senatore Russo Spena e dall'onorevole Buffo, che faccio mie integralmente.
Proverò a svolgere un intervento non polemico, ma è bene che ciascuno ribadisca le proprie posizioni senza valutare quelle degli altri, sapendo come si tratti di una materia delicatissima, che non riguarda solo la RAI. Infatti, vi è il rischio che quanto si decide in questa sede possa innescare un processo imitativo per tutte le imprese del settore televisivo; peraltro, il fatto che in questo periodo si parla solo di provvedimenti disciplinari e di sanzioni e quasi mai dei diritti di libertà dà conto di un clima pericoloso, capace di contrapporre le corporazioni della politica e della comunicazione, con risultati devastanti per entrambi. Ho già vissuto in altre stagioni, qualche anno fa, questo tipo di contrapposizione.
Se si intraprende questo percorso, il peggio della politica e del giornalismo avranno la meglio, come è già successo: invece di suscitare reciprocamente attenzione per le garanzie e i diritti - come rilevato dal collega Beltrandi -, si suscitano i muscoli. Non c'è un contratto da tre anni, ma pochissime voci chiedono il rispetto di un diritto per i precari, mentre molte insorgono per chiedere una sanzione. Questo è singolare perché, in politica come nella comunicazione, conta quello che si dice e quello che si tace, ed il fatto che le voci si sentano sulla sanzione ma non per far rientrare gli esclusi indica che vi è un clima sbagliato.
La rimozione dell'espressione «conflitto di interessi», presidente Landolfi, indica come non si conoscano neanche più i dati dell'altra grande parte del pubblico, in un paese a regime di conflitto di interessi e di due poli, che ha sei aziende pubbliche, sei reti pubbliche e in cui sono i dati relativi al privato sono ignoti ormai da mesi. La responsabilità è mia perché non li ho chiesti, ed ora chiedo ufficialmente che vengano forniti i dati, come sempre. Quando c'era il centro d'ascolto radicale, li ottenevo sempre, anche quando litigavamo con asprezza, come il collega Beltrandi ricorderà. Ma a me capitava di difendere quel centro di ascolto anche da altra posizione politica, perché tengo alle regole e non amo le bande che regolano i conti con i giornalisti o con i politici a loro sgraditi. Questo costume non mi appartiene, né ho mancato di difendere quei giornalisti che hanno espresso nei miei riguardi giudizi orrendi, ma leciti.
Come premessa, dunque, contesto alla radice la via disciplinare alla comunicazione così come viene intesa: non credo nella possibilità di dettare i palinsesti o i format della trasmissione né a Mediaset, né alla RAI. Questi sono temi delicati, sui quali ciascuno deve esprimere la propria opinione con forza. Mi permetto, quindi, di sottolineare che, se il problema - e pongo la domanda anche al direttore Ruffini - è il ripristino di una dignità lesa, non solo di un parlamentare o di un ministro, ma di un qualunque cittadino, occorre individuare la dialettica più efficace.
Ritengo che la dialettica più efficace sia quella di In mezz'ora, trasmissione rispetto alla quale taluno ha rilevato qualcosa che non funzionava, l'Authority è intervenuta ed è stata ripristinata una condizione di parità di trattamento. Al di là di questo si cade, secondo me, in una trappola mortale, che parte dall'Annunziata, poi riguarderà Fazio e poi, inevitabilmente, non si
fermerà più. Le chiederei pertanto, per le responsabilità contrattuali proprie di un direttore di rete, di esprimere la sua idea rispetto ad una richiesta di sanzioni ai suoi autori, ai suoi giornalisti o ai suoi produttori, perché in qualunque altra azienda sarebbero il presidente ed il direttore generale della RAI a tutelare l'autonomia. Credo in una dialettica aspra ed aperta, ma non chiederò mai la trasformazione di un format o di un programma perché non la penso in un certo modo. Credo, invece, al ripristino della dignità lesa.
Devo essere aspro su questo, altrimenti qualcuno potrebbe convincersi che RAI Tre sia davvero una rete di sinistra: smettiamo di prenderci in giro, questo è un paese malato e tutte le relazioni internazionali lo indicano, con nomi e cognomi. RAI Tre può sembrare di sinistra semplicemente se qualcuno non guarda la televisione o è un'ipocrita. Il problema è invece l'omologazione di un alto numero di reti che hanno la stessa agenda tematica. Perché la sera della liberazione di Mastrogiacomo qualcuno ha parlato di tradimento? E perché momenti chiave quali la grande serata sulla ricerca scientifica promossa dall'associazione Luca Coscioni debbono andare in onda su Sky, mentre altri parlano dei cornuti di Montecastrilli? Questa è una scelta politica, eppure si parla solo di RAI Tre; questo lo contesto, perché non è riflessione, bensì propaganda.
Avevo già posto la domanda su come intenda procedere, e ora chiedo alla sua rete di avere più coraggio, non nel sovraesporre la politica, ma nel seguire l'indicazione del collega Russo Spena, aprendo ad una serie di temi non sufficientemente affrontati dalle reti televisive italiane. Siccome non voglio anch'io cadere nell'errore di indicare compiti di palinsesto, mi permetto di chiederle se lei ritiene opportuno che, oltre all'aspra tutela di un'autonomia ancora più forte della rete, alcuni grandi temi della politica internazionale e nazionale siano trattati in prima serata.
Il problema, presidente Landolfi, non è impedire a qualcuno di esprimersi, come anche lei ha sostenuto più volte. Vorrei sapere se sia ipotizzabile che su alcune grandi questioni civili siano realizzate serate straordinarie, come accade in altre televisioni, quali quella pubblica spagnola, mettendo insieme alcuni momenti di cinema, spettacolo, giornalismo e dando spazio a questi temi. Domando se sia possibile mandare in onda servizi su temi di grande attualità e rilievo, come il problema dell'acqua, la questione della pena di morte, o quelle dei diritti civili o delle morti sul lavoro. Si tratta di una questione che non sono solo io a porre, ma anche colleghi di altre parti politiche e che riguarda la cultura in prima serata, ormai sparita. Non ne faccio una questione di parte, e spero che ciò sia chiaro. Le chiedo, quindi, se tali momenti di promozione della cultura siano ipotizzabili oppure se siano ritenuti inutili, costosi, non confacenti alla ricerca di ascolti.
Vorrei sapere, inoltre, quando sia previsto il rientro di alcuni autori, perché ribadisco la singolarità di parlare di sanzioni senza chiedere nulla in merito ai soggetti rimasti esclusi. Vorrei sapere se lei conferma il rientro di Enzo Biagi sulla sua rete, e per quando. In seguito alla sospensione di Raiot, anche lei ebbe un richiamo, come l'autore Andrea Salerno; quindi, le chiedo se sono stati cancellati i richiami e le sanzioni a tutti voi dalle nuove amministrazioni RAI. Peraltro, poiché la signora Sabina Guzzanti ha vinto la causa e, tra i motivi addotti dall'allora ufficio legale della RAI, che credo sia rimasto lo stesso, ci fu l'eventuale danno patrimoniale causato da una querela da parte di Mediaset, e poiché quelle cause non hanno avuto seguito e sono stati ripresi i contatti per la trasmissione Raiot, una volta ripreso il programma, non ci vuole molto ad immaginare quali saranno i bersagli della satira più aspra (come lo è stata anche con D'Alema: la satira si svolge così in tutti i paesi).
Aggiungo un'ultima questione. Vorrei sapere se avete effettuato una rilevazione tematica all'interno dell'azienda che permetta di rilevare non solo quando parlano i singoli parlamentari, aspetto che riporta
sempre ad un mondo chiuso, ma anche quale sia l'attenzione dedicata ad alcuni temi e con la presenza di quali soggetti. Poiché siete spesso sotto tiro e in questa sede ognuno esprime il suo punto di vista, vorrei sapere qual è stata la curva degli ascolti durante la sua gestione e se è stata raggiunta, ad oggi, l'equiparazione, in termini di budget, di organici e di mezzi, fra RAI Uno, RAI Due e RAI Tre, per valutare se il «cuore rosso» dell'azienda abbia le stesse disponibilità di organico, palinsesto e budget di RAI Uno e di RAI Due o se permanga un'antica discriminazione.
Sono favorevole ai controlli, partendo da un mio presupposto. Il diritto di rettifica o di replica, direttore, è un tema molto delicato, ed oggi ho trovato straordinaria, per attenzione e correttezza, la lettera di Livia Aymonino, consorte dell'onorevole Silvio Sircana, pubblicata sulla prima pagina di la Repubblica. Mi ha molto colpito perché, invece di porre il problema delle sanzioni, sviluppa una riflessione sul tema della libertà di stampa. La cosa più grave che può capitare ad un cittadino, a Sircana come ai ragazzi no global aggrediti in una trasmissione di RAI Due (furono mandate in onda le registrazioni telefoniche non acquisite dal tribunale), è che nessuno chieda scusa, né una rettifica, mentre il garantismo è una questione seria.
Vorrei, dunque, sapere come vi regolate sul diritto di rettifica e di replica, che vale per tutti. Quando assisto, ad esempio, alla diffamazione di una persona da cui dissento ma che stimo sul piano umano, come è accaduto al ministro Mastella in questi giorni, non formulo un giudizio a seconda della simpatia od antipatia per un giornalista o per un politico, ma mi preme che quel cittadino possa, in quel momento, replicare nel programma. Questa è la vera sanzione. Vorrei sapere, quindi, come un direttore di rete valuti l'eventuale richiesta di rettifica e di replica di un cittadino, di un'associazione o di un movimento.
Concludo con un complimento. Non so quanti ne siano a conoscenza, ma ieri sera, in una trasmissione impensabile per forma e modi, ovvero il Premio per la regia televisiva svoltosi a Sanremo e non trasmesso da RAI Tre ma da altra rete, dove gran parte dei premi è stata vinta da personaggi di Mediaset, la giuria tecnica ha premiato il programma di satira di Ricci, divertente, libero, Striscia la notizia, mentre la giuria popolare ha premiato Fabio Fazio, quindi una trasmissione di RAI Tre. Come cittadino, vorrei continuare a vedere questo tipo di trasmissioni e vorrei essere certo che agli italiani nessuno toglierà questo diritto.
PRESIDENTE. Chiedo scusa al direttore Ruffini per non aver potuto ascoltare la sua relazione, che tuttavia ho letto. Essa contiene spunti interessanti, ma, innanzitutto, vorrei precisare che questa Commissione non sta lavorando a documenti di censura, come potrebbe apparire dal dibattito, bensì ad una proposta di risoluzione che, partendo da un dato concreto e già giudicato dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, si preoccupa di colmare alcune lacune.
L'informazione, infatti, cambia, vanno in onda trasmissioni un poco ibride, definite dal direttore Cappon di «infotainment», ovvero di informazione e di intrattenimento: generi nuovi a cui deve rapidamente corrispondere, da parte della Commissione di vigilanza, la formulazione di indirizzi o la proposizione di formule idonee ad evitare che quegli stessi generi si trasformino in zone franche all'interno del servizio pubblico. Non c'è quindi una volontà censoria, ma solamente l'esigenza di formulare indirizzi anche rispetto a questi nuovi generi.
Parto dall'ultima considerazione dell'onorevole Giulietti, a proposito del premio assegnato dalla giuria popolare a Fazio e, attraverso di lui, a RAI Tre, perché, come spesso ho ribadito pubblicamente - e ho trovato nella relazione, a proposito di una RAI Tre «artigianale» -, tale rete produce di più all'interno delle tre reti RAI, confermando come sia meglio produrre che acquistare e come la qualità si ottenga soprattutto attraverso la produzione.
Lei ha posto l'accento anche su un altro dato, che vorrei approfondire, quello dell'identità,
che orgogliosamente rivendica. Le chiedo, dunque, di specificare meglio se sia un'identità di tipo culturale, politico o editoriale, giacché ritengo che RAI Tre sia l'unica rete ad avere una sua coerenza editoriale; ciò è motivato dalla sua storia, che non è frutto di malevole ricostruzioni, ma di una pubblicistica sterminata fatta da uomini RAI che hanno governato l'azienda. Ritengo che questo imprinting resista all'interno della rete, la caratterizzi, le assicuri una coerenza editoriale, in qualche modo, forse, la limiti sotto l'aspetto culturale. Comunque, vorrei sapere da lei a quale tipo di identità facesse riferimento.
Come rilevato dagli interventi del senatore Russo Spena, dell'onorevole Buffo e dell'onorevole Morri, esiste una sorta di deriva antipolitica, che non va inquadrata dal punto di vista di una difesa di casta; concordo con l'onorevole Buffo nel sottolineare, rispetto al programma di Iacona, che, come è legittimo evidenziare il trattamento riservato in maniera del tutto arbitraria ad un parlamentare, è anche giusto che la politica sappia emendarsi se vuole evitare un rigurgito di antipolitica.
Per quanto riguarda la nozione di pluralismo, direttore, esiste un pluralismo che vediamo attraverso i tanto esecrati «pastoni», esiste il pluralismo politico (che in realtà è la rispondenza tra un assetto esterno ed un assetto interno, ed è tipico della comunicazione politica, ma che non possiamo trasporre pedissequamente nei programmi di informazione), esiste un pluralismo di genere, come pure un pluralismo tematico. Più volte è stato sollevato, in questa Commissione, il problema di un monitoraggio - anche dall'onorevole Giulietti - del pluralismo tematico, al cui interno propongo di introdurre il pluralismo dei punti di vista. Ad esempio, rispetto alle questioni legate al lavoro, ciò deve tradursi in un'adeguata informazione, in grado di far conoscere per intero la situazione esistente, perché il dibattito è molto aperto e sappiamo quanto sia stato doloroso per alcune vicende: due giuslavoristi, D'Antona e Biagi, sono stati uccisi per le trasformazioni relative al mercato del lavoro, che devono essere affrontate come richiede la complessità del tema.
RAI Tre è la rete più «politica», perché RAI Due, nata nelle missioni editoriali della RAI come la rete dell'approfondimento e dei giovani, è diventata la rete dei reality, la rete un po' di scarto, mentre RAI Tre conserva questa sua autonomia, questa sua qualità. Il tema del pluralismo è quindi particolarmente sentito rispetto alla rete che lei dirige. Alcune questioni riguardanti il pluralismo andrebbero, dunque, evidenziate; basta riferirsi alla puntata di Ballarò di ieri, in cui è stato leso il pluralismo dei punti di vista, perché, rispetto ad un voto al Senato che ha visto l'opposizione diversificarsi (una parte ha votato con la maggioranza ed un'altra si è astenuta), è stata ascoltata una sola voce e tutto si è poi risolto in una considerazione (Commenti)... Non ci intenderemo mai, perché io ritengo che, in una trasmissione ad elevatissima cifra politica quale Ballarò, cui ho partecipato due volte, chi ha votato per Lega, Forza Italia ed Alleanza nazionale, ieri, non sia stato rappresentato e vi sia stato un rispetto del pluralismo solo formale, ma non sostanziale.
La Commissione deve trovare, quindi, un equilibrio rispetto a questo, per evitare che l'informazione politica, alcuni talk show o alcune trasmissioni si trasformino nella continuazione della lotta politica con altri mezzi o su altri mezzi. È già successo di riscontrare come alcune trasmissioni abbiano capacità di penetrazione, ampio seguito di pubblico, conduttori intelligenti che riescono a fare questo.
Ritengo, quindi, che, soprattutto in occasione di grandi eventi politici, il pluralismo debba essere rispettato non solo dal punto di vista formale, ma anche dal punto di vista sostanziale, tutelando il pluralismo dei punti di vista. Rispetto al tema in questione, ieri, in una trasmissione ad altissima cifra politica, una parte non trascurabile del paese non ha potuto trovare rappresentanza non solo delle proprie idee, ma del proprio stato d'animo, laddove si è verificato un episodio di rilievo a livello di passioni e di sensibilità. Credo che RAI Tre, una rete che ha
sempre dimostrato uno spiccata sensibilità rispetto a tali questioni, ieri abbia commesso uno sbaglio, perché ha privilegiato l'aspetto del pluralismo formale, dando anche adito a sospetti di tipo politico, che non dovrebbero far parte del modo di condurre una trasmissione del servizio pubblico.
Per quanto all'interno di questa Commissione ci si sforzi di evidenziare l'elemento dell'indirizzo, ma anche quello della vigilanza, direttore, le chiedo, come l'onorevole Giulietti, un maggiore coraggio nel rispetto del pluralismo in senso sostanziale. Inoltre, riprendendo una questione già affrontata da altri colleghi, proprio perché RAI Tre è la rete della produzione, della qualità e dell'alta cifra politica, sottolineo come essa debba compiere uno sforzo maggiore rispetto a temi rilevanti quali, ad esempio, quello del recupero di una memoria nazionale condivisa, che rappresenta un compito di RAI Tre in quanto è un modo per realizzare in maniera completa il concetto stesso di servizio pubblico.
Do ora la parola al direttore Ruffini per la replica.
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Ho cercato di prendere appunti e spero di non dimenticare nessuna delle domande che mi sono state poste.
Innanzitutto, rivolgo alla Commissione un ringraziamento, perché questa è un'occasione di confronto importante e, come alcuni di voi hanno rilevato, il lavoro del giornalista, e soprattutto il lavoro di un direttore di rete, è complesso, giacché nessun giornalista può mai pretendere di possedere la verità non esiste la formula della verità nel giornalismo: al riguardo, mi conforta quanto affermato dal presidente a proposito del fatto che nessun organismo politico può preventivamente imporre le regole della buona informazione.
È evidente come il lavoro della comunicazione, attraverso la televisione e i telegiornali, sia fortunatamente criticabile, giacché diversamente vivremmo in un regime: in tal senso, ritengo che il pluralismo sia proprio la possibilità di fare cose che possano essere criticate. Anche per quanto concerne le trasmissioni che mando in onda, non ho mai sentito l'obbligo di condividere ogni concetto espresso sulla mia rete, su cui posso dissentire, ma che ha tuttavia la legittima possibilità di essere riferito, altrimenti ci sarebbe un unico canale, un unico telegiornale, un'unica rete, in cui il mondo sarebbe raccontato come oggettivamente è, come se la televisione fosse l'Aleph di Borges. È evidente che il giornalista seleziona, decide, sbaglia; se diffama, deve risponderne, se sbaglia, deve rettificare, ed alcune opinioni possono essere criticate, così come avviene in Parlamento nel libero dibattito tra opinioni politiche diverse.
Cercherò di rispondere a tutti. Per quanto concerne il quesito del senatore Barbato su RAI Tre e il racconto del sociale, a me pare che la terza rete compia il tentativo di raccontare il sociale in numerose sue trasmissioni, di cui ho citato solo alcune. Mi pare che RAI Tre realizzi un racconto della realtà italiana ed internazionale nell'ambito delle nostre capacità, della nostra intelligenza e dei fondi a nostra disposizione: anche alcune trasmissioni citate dal senatore Barbato, come Mi manda Rai Tre o Chi l'ha visto?, raccontano questo e sono inserite nel servizio pubblico. A proposito del fatto che alcune di queste trasmissioni hanno una lunga storia, a me non pare che anni di messa in onda rappresentino un aspetto negativo, come riconosceva anche il senatore Barbato, anche perché, come avviene nelle testate, alcune trasmissioni si rinnovano anche al loro interno: Mi manda Rai Tre non è Mi manda Lubrano, né è Mi manda Rai Tre di Piero Marrazzo, ma un'altra trasmissione. Per quanto riguarda Chi l'ha visto?, sono cambiati i conduttori e spesso anche gli autori; qui ci riferiamo ai conduttori ma, in realtà, dietro ogni conduttore c'è un gruppo di lavoro - costituito da persone con opinioni molto diverse, perché non le scegliamo sulla base delle appartenenze politiche - e il tipo di racconto varia.
Quanto alla domanda sull'identità rivoltami dal presidente Landolfi e dal senatore
Butti, rispondo che l'identità di RAI Tre è un'identità televisiva, non politica. Questa rete, che si è evoluta, cerca, con tutti gli errori possibili nel racconto della realtà, di presentare l'Italia nel mondo, attraverso gli strumenti in suo possesso. Non è un'identità politica, anche perché tale rete è mutata in questi anni in una maniera così veloce che sarebbe semplicistico pensare che, a RAI Tre, ci sia una sorta di comitato politico che si riunisce e che ha una monoliticità maggiore di quella dei partiti rappresentati in Parlamento. È una rete di gente libera, con diverse idee politiche, che discute e lavora.
FRANCESCO STORACE. Quindi, lei conosce l'identità politica di tutti coloro che lavorano in rete?
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Non è una questione di nomi. C'è chi è cattolico e chi totalmente ateo, chi è di destra e chi di sinistra, chi è favorevole ai Dico e chi contrario, tutti dibattiti che avvengono in questi giorni. È evidente che alcune di queste discussioni sono puramente accademiche, perché si ragiona come in Parlamento.
Mi è stato chiesto quale sia il potere del direttore: forse sono la persona meno adatta a dirlo, ma il direttore non è il maestro di scuola che bacchetta e censura, bensì un organizzatore di gruppi di lavoro molto autonomi. La rete è aperta ventiquattro ore al giorno, quindi è evidente che vige il principio della delega. Il direttore propone un palinsesto, poi approvato dalle strutture aziendali, ed è informato di quello che va in onda; molte cose sono in diretta, altre sono registrate e quindi sono informato in altra maniera. Di alcune trasmissioni so quali saranno gli ospiti, e mi limito a prenderne atto, proprio perché questo rappresenta la difesa del pluralismo; ritengo, infatti, che il pluralismo si nutra di libertà, e che quindi sia necessario lasciare liberi gli autori di realizzare una trasmissione. Ovviamente, si cerca di non sbagliare, ma, quando capita, si interviene per rimediare all'errore.
Anticipo la risposta all'onorevole Lainati, che chiedeva se fossi consapevole dell'esistenza di uno squilibrio! La consapevolezza di un problema che va sorgendo non determina la responsabilità di quel problema (Commenti del senatore Storace). Con Lucia Annunziata, eravamo consapevoli che si stava verificando un limitato disequilibrio che, però, non è stato sanzionato dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, la quale ha promulgato un atto, che era una specie di campanello di allarme...
FRANCESCO STORACE. Guardi che io non chiedo mica le frustate!
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Tecnicamente, non è una sanzione. È successo anche in passato, per altre vicende, che la RAI facesse ricorso al TAR rispetto ad analoghi inviti dell'Autorità a stare attenti.
Accantonerò momentaneamente le altre domande del senatore Butti per parlare dell'Annunziata. In base ai dati di cui dispongo, nel periodo autunnale, sono stati invitati, per il Governo, il ministro Visco e il portavoce del Governo Silvio Sircana; per la maggioranza, Piero Fassino, segretario dei Democratici di sinistra, Sergio Cofferati, sindaco di Bologna; per l'opposizione, Claudio Scajola, con la telefonata del senatore Dell'Utri, e Gianfranco Fini.
In inverno, per il Governo, sono stati invitati Paolo Ferrero, ministro della solidarietà sociale, Tommaso Padoa Schioppa e Francesco Rutelli; per l'opposizione, Giulio Tremonti, Casini e Martino; per la maggioranza, Nicola Rossi, invitato per un fatto specifico. Non è quindi esatto affermare, come mi pare abbia fatto l'onorevole Beltrandi, che l'Annunziata inviti soltanto i leader: si tratta di una televisione giornalistica che cerca di valutare chi, in quel momento, può fare notizia. Spesso, ha aperto le prime pagine dei giornali nazionali perché quell'intervista ha fatto notizia...
FRANCESCO STORACE. Sta dicendo che se io esco da Alleanza nazionale inviterebbe anche me? Quindi, bisogna uscire da un partito per essere ammessi?
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Senatore Storace, come avviene in tutti i giornali, ci sono cose che fanno notizia e altre che ne fanno di meno; ci sono trasmissioni di comunicazione politica, di propaganda politica, di tribuna politica e trasmissioni giornalistiche: sono valutazioni discrezionali dei giornalisti.
Siamo arrivati a Nicola Rossi, deputato dell'Ulivo dimessosi dai Democratici di sinistra, Piero Fassino, segretario di quel partito, e alla famosa questione, di cui anche qui si è parlato, di Luca Casarini e Achille Variati, che non sono stati invitati in quanto esponenti della maggioranza, ma semmai perché erano, in quel momento, di altra opposizione rispetto a quella di centrodestra.
Le interviste della Annunziata sono sempre molto dure; è stata citata quella a Berlusconi, ma vanno ricordate anche quella a Prodi in campagna elettorale, così come quella all'onorevole Fassino, segretario dei Democratici di sinistra. Certamente, Lucia Annunziata ha un suo stile giornalistico, apprezzato e criticabile. Nell'intervista a Casarini e a Variati si esprimevano posizioni contro il Governo e, quindi, tecnicamente andava valutata in altro modo. Ma anche considerandola in quei termini, si dovrebbe tenere conto del fatto che, a fronte di Nicola Rossi, Casarini e Variati, della maggioranza, sono stati invitati Giulio Tremonti, Pier Ferdinando Casini e l'ex ministro Martino, dell'opposizione. Il riequilibro c'è già stato, quindi, e non c'era alcuna intenzione di non rispettarlo: il politico non partecipa non sempre per timore dell'Annunziata, ma per sue legittime decisioni.
Faccio, comunque, presente che il senatore Bossi aveva garantito la sua presenza al programma dell'Annunziata, poi ha fatto sapere che ciò non era possibile; l'onorevole Fini e l'onorevole Casini, prima, avevano ipotizzato la loro presenza, poi, hanno fatto sapere che avrebbero preferito intervenire dopo il periodo della crisi di governo. L'onorevole Casini è già intervenuto, mentre l'onorevole Fini ha assicurato la sua partecipazione nelle prossime puntate.
Per quanto riguarda il problema posto dal senatore Storace e da altri circa la possibilità che un programma inviti non soltanto i leader di partito, ciò sta alla libertà di scelta dei giornalisti, e non credo si possa stabilire un criterio oggettivo: questo avviene nelle tribune politiche, nei programmi di comunicazione politica, ma non nei programmi di informazione, così come non avviene nei giornali.
Ci sono momenti in cui alcuni esponenti di primo, di secondo o di terzo piano fanno notizia, e questo è il lavoro dei giornalisti, tranne a voler ipotizzare che tutta la comunicazione inerente alla politica in televisione debba essere disciplinata, così come la comunicazione politica, cosa che, però, non è prevista nemmeno dalla legge sulla par condicio (a mio giudizio, peraltro, non immune da critiche), perché la libertà di manifestazione del pensiero è un diritto costituzionalmente garantito. Volerla imbrigliare in un criterio per cui tutto si misuri in base alla pari condizione di qualsiasi soggetto, come se tutti i soggetti fossero uguali, contrasta, senatore Storace, con il fondamentale principio di uguaglianza, che fa sì che ognuno di noi tratti quello che è per se stesso, non a seconda di un riequilibrio fatto nel momento della competizione elettorale. Altrimenti, secondo me, si impedisce il libero esercizio della professione giornalistica.
Per tornare alle domande del senatore Butti, l'affollamento pubblicitario di rete RAI Tre è un po' inferiore a quello di RAI Due. In questi anni, però, la raccolta pubblicitaria di RAI Tre è cresciuta in misura superiore a quanto è avvenuto sulle altre reti RAI, in ragione anche dei risultati della rete in termini di share.
Per quanto riguarda il disegno di legge Gentiloni, non mi sento di dire nulla, in quanto, come cittadino e come dipendente e dirigente della RAI, ritengo doveroso aspettare rispettosamente le determinazioni del Parlamento.
FRANCESCO STORACE. Niente libertà di pensiero, quindi...
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Se RAI Tre dovesse andare sul digitale terrestre e dovessi esserne il direttore, farei il mio lavoro come meglio credo. Il senatore Butti e, forse, anche il senatore Storace e l'onorevole Lainati hanno definito una favola la questione degli inviti.
In base ai dati relativi a Che tempo che fa, Silvio Berlusconi è stato invitato con una prima e-mail del 6 settembre 2006, relativa alla possibilità di aprire l'edizione del programma di quest'anno, ovvero la puntata del 1o ottobre, poi, successivamente, il 29 novembre con invito aperto, con possibilità, quindi, di concordare la data, avendolo come ospite unico della puntata, e ci sono stati contatti con Paolo Bonaiuti e la signora Simonetta Nitti.
A Gianfranco Fini, la prima e-mail è stata inviata il 26 gennaio 2007, con indicazione di data, mentre successivamente è stato rivolto un invito aperto in data da concordare, con ripetute conversazioni con la signora Rita Fantozzi, capoufficio stampa, senza esito.
Letizia Moratti è stata invitata ed è venuta nella puntata della settimana scorsa. Paolo Bonaiuti è stato invitato con una prima e-mail del 20 febbraio, e con successive del 23 febbraio e del 5 marzo; l'ultimo invito risale al 15 marzo, per averlo ospite il 24 marzo o il 31 marzo. Si sono avuti contatti telefonici anche con il suo assistente, Fabrizio Casinelli. Sono dati...
FRANCESCO STORACE. Quindi, l'onorevole Bonaiuti non è un leader...
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Il criterio seguito nelle trasmissioni è la libertà di scelta di chi in queste trasmissioni lavora, secondo criteri diversi che possono essere la notizia, nel caso dell'Annunziata, o l'idea di un personaggio che, in un talk come quello di Fabio Fazio, abbia cose da dire. Naturalmente, questo criterio deve tenere conto del fatto che, in un indeterminato arco di tempo, la rappresentazione pluralistica della realtà deve essere comunque garantita. Peraltro, ricordo che il termine suddetto, fissato indicativamente in tre mesi dalla Commissione di vigilanza, è comunque soggetto a variazione - come si legge nella delibera di riferimento -, ferma restando la variabilità del termine medesimo, anche sulla base delle notizie. Questo è quanto ci siamo sforzati di fare.
PRESIDENTE. Lei sta rispondendo a tutti secondo l'ordine di formulazione delle domande?
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Sì, chiedo scusa, ma è per essere corretto.
PRESIDENTE. Le ho rivolto questa domanda perché, su alcune questioni, è stato toccato l'argomento ma non è stata data una risposta. La prego, dunque, di proseguire.
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Sto provando a seguire i miei appunti; se dimentico qualcosa, la prego di ricordarmelo e cercherò di rispondere.
Non ricordo la frase di Lucia Annunziata secondo cui RAI Tre sarebbe una rete appaltata alla sinistra; comunque, la contesto, anche se affermata dalla giornalista suddetta, in qualsiasi sede e con qualsiasi incarico.
Sono state, poi, citate cose di cui la rete non ha responsabilità, quali TG3, TGR. L'impostazione editoriale a livello di rete, rispetto ai programmi, è l'impostazione generale che mi sforzo di garantire a RAI Tre, ragione non secondaria dell'ottimo andamento della rete, della crescita di ascolti e del buon giudizio di qualità, come è proprio di una rete che non si considera centro del mondo, e non reputa interessanti da raccontare i retroscena sulle vallette o i fidanzamenti di personaggi del piccolo schermo. Questa certamente non è RAI Tre, che ha la sua identità.
Mi pare che il senatore Butti abbia citato un caso specifico su Report, che mi impegno a verificare. Report è una grande trasmissione di inchiesta, che dimostra come, in Italia, si possano fare inchieste ad opera della televisione, forse anche più dei giornali, e come queste siano scomode, talvolta possano fare male o richiedere
aggiornamenti. Poiché il senatore Butti riferiva l'esito di un'inchiesta, mi impegno a verificare con la Gabanelli l'esistenza di ulteriori notizie da divulgare.
Al senatore Storace ho risposto già che l'atto dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non costituiva una sanzione e che, per quanto concerne gli inviti, si possono chiamare altri.
PRESIDENTE. Dal punto di vista tecnico è così, ma dal punto di vista non tecnico è sicuramente la presa d'atto di una situazione di squilibrio che si era determinata.
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Mi pare che il senatore Storace avesse anche criticato il duetto Fazio-Annunziata e la trasmissione di Iacona, Viva l'Italia, con l'onorevole Fasciani. A me pare che quella trasmissione non volesse cavalcare l'antipolitica (obiezione anche dell'onorevole Morri), bensì raccontare, con il linguaggio di Iacona, una storia della politica italiana che partiva dalla Calabria ed arrivava a Roma. Ovviamente, tutto è criticabile, ma, rispetto all'antipolitica - che individuo maggiormente nel modo di rappresentare la realtà cui la politica è estranea -, tale trasmissione raccontava la politica anche in alcuni aspetti criticabili. È certo che non si dovesse individuare nell'onorevole Fasciani il responsabile, e di questo mi scuso personalmente con lui: certamente non era questa l'intenzione della rete e, a mio avviso, nemmeno di Iacona, però, ovviamente non penso di convincere...
PRESIDENTE. Come si ripara questo?
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Non credo che, in questo caso, ci sia da riparare, nel senso che la Fasciani è stata intervistata...
PRESIDENTE. È stata intervistata?
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Sì, la Fasciani stava nel programma. Nel racconto di Iacona c'era...
PRESIDENTE. Chiedo scusa, direttore, ma a tale proposito vorrei riprendere una questione sollevata dall'onorevole Giulietti, relativa al diritto di replica. A me è capitato, per un'altra vicenda, di essere colpito da un «sasso» lanciato dal «cavalcavia» del servizio pubblico. Mi è stato dato il diritto di replica e, il giorno dopo, lo stesso TG mi ha intervistato. Vorremmo, quindi, sapere come l'onorevole Fasciani possa difendersi rispetto ad un'aggressione subita dinanzi alle telecamere.
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Normalmente, nel giornalismo in generale - in televisione ma anche sulla carta stampata -, quando si ritiene di essere stati diffamati o di dover precisare qualcosa, esistono strumenti come la richiesta di rettifica (Commenti del senatore Storace). Si può anche decidere di fare una legislazione speciale sulla stampa che preveda sanzioni, senatore Storace, se lei ritiene utile questo...
FRANCESCO STORACE. Se la risposta è la legge sulla stampa, poi, non ci si può lamentare del fatto che non si prevedano sanzioni!
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Io ritengo che non sia possibile, sulla base della Costituzione, prevedere sanzioni, se non in caso di comportamenti contrari alla legislazione. Per quanto riguarda il fatto che Lucia Annunziata sia stata ospite di Fabio Fazio, penso sia normale che un programma come quello di Fazio inviti un personaggio televisivo e giornalistico come Lucia Annunziata e che la conversazione avvenga in uno spirito di libertà.
Il senatore Storace poneva anche il problema della rappresentanza delle minoranze dei partiti. È evidente che se si dovesse trattare, in un programma, di un problema relativo alla vita di un partito, sarebbe compito di quel programma rappresentare le diversità di opinione interne a quel partito. In altri casi, nei programmi di informazione, ci si può riferire al criterio giornalistico di quella che i giuristi chiamano «notiziabilità» e i giornalisti «notizia».
L'onorevole Merlo chiedeva un'opinione sul possibile rafforzamento del giornalismo di inchiesta, cosa che la rete ha fatto in questi anni, in programmi non soltanto di inchiesta, come elemento del dibattito. Per quanto riguarda l'interpretazione troppo estensiva del giornalismo di inchiesta, ne ignoro i criteri di valutazione, perché individuo nel rispetto delle leggi il limite da rispettare.
L'onorevole Beltrandi ci invitava ad una maggiore sperimentazione: in realtà, la rete ha innovato parecchio in questi anni, sebbene le cose divengano subito «storiche» quando funzionano. Una delle ragioni che inducono la rete a sperimentare meno di quanto si vorrebbe risiede anche nel suo budget, sensibilmente inferiore a quello di RAI Due e di RAI Uno. Se confrontiamo il costo del palinsesto delle tre reti, comprendendo non soltanto quello che si produce ma anche i film e lo sport, noi abbiamo un terzo di RAI Uno e circa la metà di RAI Due.
Sulla ripetitività degli ospiti...
FABRIZIO MORRI. Non riusciamo mai ad avere delle cifre esatte...
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Mi sembra di avere qualche dato tra le mie carte ma, in questo momento, non riesco a rintracciarlo.
PRESIDENTE. Ci comunichi queste informazioni in un momento successivo, allora.
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Certamente, sarà mia cura farlo. Circa la ripetitività degli ospiti, ho risposto: purtroppo, ci riferiamo soprattutto ad alcune trasmissioni e non alla rete, che ha molteplici ospiti in tutta la sua programmazione. Le trasmissioni in cui si invitano i politici prediligono, ovviamente, gli esponenti più rappresentativi o ospiti che possano fare notizia.
All'onorevole Morri rispondo di condividere il senso del suo intervento, nella convinzione che sia sbagliato adottare criteri rigidi e preventivi, che rischiano di imbavagliare o censurare. Ovviamente, sono rispettoso dei principi e delle norme dell'ordinamento. Non credo che la rete abbia intenzione di cavalcare l'antipolitica o il qualunquismo, e personalmente, come tutti coloro che lavorano a RAI Tre, penso di poter dire, con onestà, che non intendo cavalcare questo sentimento, bensì, al contrario, raccontare il paese offrendo dignità ad esso e alla politica che questo rappresenta, con tutti i limiti del nostro lavoro, sempre imperfetto. Sbaglieremmo, infatti, se volessimo perseguire la perfezione e ci ritroveremmo in un meccanismo da pensiero autoritario.
FRANCESCO STORACE. Il programma di Iacona si chiamava Pane e politica, almeno i titoli dei suoi programmi se li ricorderà...
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Pane e politica non era un titolo spregiativo.
Senatore Russo Spena, quanto alla necessità che la televisione racconti non soltanto la politica nel Palazzo, ma la politica intesa soprattutto come rappresentanza sociale, ci sforziamo di farlo al meglio. Non so a cosa intende fare esattamente riferimento a proposito dello spostamento di programmi, ma, da quando sono a RAI Tre, ho portato in prima serata Report e Iacona, il quale ha condotto, oltre ad un'inchiesta sulla politica, una sulla casa, quindi sui mutui e sugli affitti, una sugli ospedali, una sulla giustizia. Sebbene di questi altri servizi non si sia parlato oggi, resta il fatto che egli ha lavorato nel tempo per costruire le sue trasmissioni - cosa apprezzabile e criticabile -, manifestando un forte impegno nel raccontare tali tematiche.
Quanto a Chi l'ha visto?, non è soltanto una trasmissione di scomparsi, come può apparire, ma una trasmissione che racconta il disagio sociale di questo paese. Mi manda Rai Tre, infine, è una trasmissione che racconta l'Italia dal punto di vista del cittadino e del consumatore: abbiamo a che fare esattamente con la rappresentazione degli italiani, e non della politica.
Onorevole Lainati, ribadisco di essermene accorto, ma si trattava di un problema che non dipendeva da me. Faccio presente che Fazio non viola l'atto dell'11 marzo della Commissione vigilanza, come decretato da una sentenza del TAR.
L'onorevole Buffo non ha chiesto quasi nulla...
PRESIDENTE. Ha sollevato alcune considerazioni sui contenitori troppo cedevoli all'antipolitica.
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Condivido pienamente l'affermazione dell'onorevole Buffo sulla difficoltà di individuare una regola per fare il bene assoluto, cui ognuno di noi si avvicina per approssimazione.
L'onorevole Giulietti, poi, chiedeva se esista un osservatorio sui temi affrontati: non esiste e ritengo sia un bene, perché dubito che siano questi i modi migliori in cui svolgere il lavoro di giornalisti.
Il modo migliore sarebbe, infatti, garantire massima libertà e quindi massimo pluralismo attraverso la libertà; peraltro, molti di quelli citati sono temi che RAI Tre affronta, come quelli dell'acqua, della pena di morte, delle morti sul lavoro.
La prima puntata della trasmissione di Biagi sarà trasmessa domenica 22 aprile, nella fascia oraria occupata adesso da Report, quindi subito dopo il programma di Fazio, e dal lunedì successivo andrà in onda in seconda serata.
Sul caso Raiot, l'onorevole Giulietti voleva sapere...
PRESIDENTE. Voleva sapere se vi siano ancora problemi, perché la Guzzanti ha vinto la causa.
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. La trasmissione Raiot è stata sospesa in base ad una decisione del consiglio di amministrazione della RAI e il caso è stato chiuso attraverso una transazione fra la direzione generale della RAI e la produzione di Raiot. Si tratta di una transazione normale, perché sono stati sostenuti dei giusti costi, che ora non ricordo ma che posso documentare; ad ogni modo, non era un programma, come in generale quelli di RAI Tre, troppo costoso.
Il provvedimento disciplinare si è esaurito nell'averlo subìto: sia io sia il dottor Salerno abbiamo rilevato, anche attraverso procedure aziendali, come si trattasse di una sanzione ingiusta, che fa parte della nostra storia. Sono lieto che non la giuria popolare, ma il televoto abbia premiato la trasmissione di Fazio come programma dell'anno.
Quanto alla puntata di ieri di Ballarò, presidente Landolfi, non ritengo giusto pretendere che una singola puntata di un programma rappresenti tutto quanto è contenuto in quel dibattito...
FRANCESCO STORACE. L'ha detto anche sulla questione di Vicenza e dell'Annunziata...
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Anche in quel caso, sono stato rimproverato da alcuni di voi perché in quella puntata veniva rappresentata soltanto una posizione.
Nella puntata di ieri, non è stata rappresentata soltanto una posizione, bensì due diverse rispetto alla politica di Casini e del Vicepresidente Rutelli. In più vi erano, come ospiti, il direttore dell'Unità e il direttore del Giornale, che alimentavano il dibattito.
Nella puntata di ieri, come in tutte le puntate precedenti, era evidente come la notizia fosse Casini...
PRESIDENTE. Se mi consente, la notizia di ieri era il fatto che una parte della Casa della libertà aveva votato diversamente da come aveva votato alla Camera. In ogni caso, al di là della notizia, ritengo che, in una trasmissione come Ballarò, dove ci sono sei sedie, se ne dovesse riservare una a coloro che ieri hanno votato o si sono astenuti al Senato, dando il «grosso» della notizia: il fatto che ciò non sia avvenuto significa che esiste, in alcune trasmissioni, l'abitudine di scegliersi l'interlocutore a prescindere, aspetto che non ritengo consono ad un servizio pubblico.
Se in Parlamento si verifica una certa situazione, essa deve essere «fotografata» nella maniera meno approssimativa possibile in una trasmissione del servizio pubblico: per questo, direttore, le chiedo una maggiore vigilanza, al fine di garantire più pregnanza al concetto di servizio pubblico, senza tuttavia lederne l'autonomia, l'obiettività e la completezza.
Ieri, molti elettori di Forza Italia e di Alleanza nazionale aspettavano di valutare le scelte dei loro rappresentanti al Senato in una trasmissione ad elevatissima cifra politica e sono rimasti senza voce.
FRANCESCO STORACE. Su Berlusconi e De Gregorio, non le interessa il confronto?
PRESIDENTE. Nel caso di specie, rispetto a ciò che è accaduto ieri, a mio avviso, il confronto andava confezionato in altro modo rispetto a quanto avvenuto a Ballarò, dove si è leso il pluralismo sostanziale.
PAOLO RUFFINI, Direttore di RAI Tre. Ritengo che, se fossimo un giornale, legittimamente discuteremmo su chi sarebbe stato meglio invitare e sul modo migliore di fare la trasmissione.
Il giornale, in questo caso, era rappresentato dal gruppo degli autori di Ballarò che, secondo me, ha legittimamente deciso gli ospiti.
PRESIDENTE. Questo è fuori discussione.
Ringrazio il direttore di RAI Tre per la disponibilità manifestata.
Dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 16,45.
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