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Seduta del 19/2/2008


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Esame e approvazione della proposta di relazione annuale sulla 'ndrangheta, della proposta di relazione sui testimoni di giustizia e della proposta di relazione conclusiva della Commissione.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'illustrazione e l'approvazione di tre proposte di relazione: la proposta di relazione sulla 'ndrangheta, relatore Forgione; la proposta di relazione sui testimoni di giustizia, relatore Napoli, e la proposta di relazione conclusiva, relatore Forgione.
In primo luogo, in qualità di relatore, vorrei illustrare il significato della relazione conclusiva. Successivamente, propongo di procedere a con la presentazione della relazione sulla 'ndrangheta, seguita da quella sui testimoni di giustizia, e di aprire quindi il dibattito.
La relazione conclusiva è frutto del lavoro svolto congiuntamente da tutti i nostri consulenti, che hanno operato esclusivamente una sintesi dell'attività svolta. Essa non ha il carattere delle relazioni generaliste di fine legislatura, noto a chi ha vissuto altre esperienze di Commissione antimafia, ma appare piuttosto come una scrupolosa sintesi del lavoro eseguito dalla Commissione, articolata in funzione dei temi affrontati: l'economia, gli appalti, il sistema carcerario, il codice etico, la pubblica amministrazione, le missioni svolte sul territorio. Si può definire una sintesi plastica, che non contiene valutazioni politiche diverse dalle indicazioni, emerse nell'ambito delle missioni e del nostro lavoro. Si tratta di una relazione, lo ribadisco, prettamente di sintesi dell'attività, che rende conto del lavoro svolto dalla Commissione e dai suoi comitati, nonché dei rapporti sviluppati sul territorio.
Per quanto riguarda la relazione sulla 'ndrangheta, questa seduta ha luogo in un momento favorevole, giacché ieri sera è stato scritto - non da noi - un capitolo imprevisto, ancorché sperato e agognato da tutti, cioè quello dell'arresto del boss Pasquale Condello. Si tratta di un arresto importante e significativo, di uno dei più grandi capi della 'ndrangheta. Di ciò ringraziamo le forze dell'ordine, il ROS (Raggruppamento operativo speciale) dei Carabinieri e la magistratura di Reggio Calabria, che ha coordinato l'operazione che ha portato a questo importante arresto. Questo capitolo testimonia un impegno costante e coerente dello Stato, tra mille difficoltà, nello scontro con i poteri criminali. Penso di poter esprimere la soddisfazione dell'intera Commissione parlamentare antimafia per questo arresto che dimostra come, con una forte e condivisa volontà, non solo politica, ma anche istituzionale,


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i corpi dello Stato possano lavorare con determinazione contro la criminalità organizzata.
Venendo alla relazione: fin dal primo momento abbiamo deciso di lavorare sulla 'ndrangheta per colmare un vuoto. Questa stessa Commissione parlamentare non ha mai scritto, nella sua storia, una relazione sulla 'ndrangheta: ne ha scritta una sulla Calabria, ma non su questa mafia, da tutti considerata - anche da noi stessi - come la meno conosciuta, la meno indagata e meno costantemente e coerentemente aggredita dallo Stato, nel corso degli anni. Abbiamo provato a scrivere una relazione, in un certo senso, atipica - è disponibile per tutti i commissari - che spiegasse che cosa è questa mafia; come si è determinata la sua evoluzione; come è diventata la più forte e potente organizzazione criminale nella gestione del narcotraffico internazionale; qual è il suo livello di pervasività nella società, nell'economia e nella politica. Lo abbiamo fatto usando grandi paradigmi, nonché metafore in grado di spiegare una tale evoluzione e un tale salto di qualità. Siamo di fronte ad una mafia insieme arcaica e moderna. Usiamo la metafora analitica della «mafia liquida», per spiegarne la molecolarità, che si disperde e si diffonde da un capo all'altro del mondo. Dalla documentazione acquisita si evince che la 'ndrangheta svolge un'azione locale e globale nello stesso tempo, così come è dimostrato sia dalla sua dimensione internazionale e moderna, sia da quella più antica: gli insediamenti della 'ndrangheta in Australia, in Canada, oltreoceano, sono ben più antichi di quelli dell'attuale dimensione della mafia globale.
Abbiamo ricostruito la prima mappa degli insediamenti mafiosi sul territorio calabrese. Come vedrete nel terzo capitolo - intitolato «Le famiglie e il territorio» - abbiamo ricostruito una mappa delle famiglie mafiose, comune per comune, provincia per provincia, per dimostrare - ove mai ce ne fosse ancora bisogno - che la 'ndrangheta non è più una mafia provinciale, come si è pensato in passato, bensì una mafia che ormai si estende all'intero territorio della regione calabrese, da Reggio al Pollino e dallo Ionio al Tirreno. Abbiamo anche trasformato tale mappa - saremo in grado tra un po' di fornirvela - in una rappresentazione geografica, realizzando delle cartine che riportano l'ubicazione delle famiglie mafiose operanti sul territorio.
Abbiamo poi utilizzato tre grandi metafore, che ritengo in grado di evidenziare il salto di qualità avvenuto nella presenza della 'ndrangheta e nella storia dell'evoluzione della sua struttura organizzativa in rapporto al territorio, al sistema degli affari, alla politica e all'economia.
La prima metafora è rappresentata dal porto di Gioia Tauro. Vorrei ricordare che la nostra missione in Calabria, anche simbolicamente, ha scelto di partire dal porto di Gioia Tauro, proprio perché esso rappresenta la metafora di una modernizzazione che ha trasformato il paesaggio economico, sociale e produttivo della Calabria, senza incidere però, fino ad oggi, sul suo sviluppo e sul salto di qualità della civiltà sociale dell'intera regione. Il porto di Gioia Tauro, dalla grande intuizione del quinto centro siderurgico fino ad oggi, è stata la metafora del fallimento di un'idea complessiva di sviluppo che le classi dirigenti si erano date per la Calabria. Ricordo quindi il quinto centro siderurgico, la centrale a carbone e poi il porto di Gioia, con una presenza della 'ndrangheta non soltanto in tutte le attività illegali di quest'ultimo, ma anche in quelle legali.
La seconda metafora è rappresentata dall'autostrada Salerno-Reggio Calabria, che comunque rimane un modello da analizzare e, ovviamente da contrastare, mediante l'adozione di misure certe di trasparenza nella gestione del rapporto tra pubblica amministrazione, imprese e appalti.
Abbiamo infine dato centralità, nella relazione, al grande tema di quelle che abbiamo definito - non a caso - «economie parallele». Oggi la 'ndrangheta, con la sua forza economico-finanziaria, rappresenta una vera e propria holding criminale su scala internazionale. Tuttavia, il centro del processo di accumulazione primaria


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di questa ricchezza rimane la Calabria, perché sul territorio di quest'ultima permane l'intelligenza collettiva di questa mafia, che poi sviluppa le proprie attività su scala nazionale e globale.
Abbiamo fornito una serie di dati - come vedrete - che riguardano anche il livello di pervasività e corruzione della pubblica amministrazione, nonché i meccanismi di infiltrazione e penetrazione nella stessa. Credo si possa affermare che il livello di corruzione della pubblica amministrazione calabrese è il più alto dell'intero Paese. Questo è quanto emerge dai dati che abbiamo acquisito dalle varie inchieste svolte.
Non abbiamo potuto svolgere una seconda missione a Catanzaro, ma abbiamo ascoltato i magistrati della DDA (direzione distrettuale antimafia), abbiamo acquisito le relazioni di tutte le procure calabresi, di tutti i corpi di polizia, della DIA (Direzione investigativa antimafia), della DAC (Direzione anticrimine centrale), del ROS e della Guardia di finanza, per avere quel cumulo di informazioni che avremmo dovuto e potuto acquisire anche con le nostre missioni sul territorio.
Abbiamo voluto analizzare la gestione dei finanziamenti pubblici ed emerge da tutti i dati, dalla Corte dei conti alle procure, che la Calabria è al primo posto per reati e frodi, per quanto riguarda sia i finanziamenti europei, sia quelli nazionali, sia quelli relativi alla legge n. 488 del 1992. A questa regione, peraltro, è stata demandata, nello stesso protocollo di gestione firmato dall'Unione europea, la definizione dei poteri di controllo sulla gestione flussi. Ebbene, la Calabria non ha definito alcun sistema di controllo sulla gestione flussi, per cui le imprese, gli studi di progettazione, le società finanziarie che beneficiano dei finanziamenti europei, determinano essi stessi il controllo sul loro operato. Sono allo stesso tempo controllori e controllati. Stiamo parlando di un sistema, che riguarda la gestione di miliardi di finanziamenti, su cui non esiste alcun controllo.
Nella relazione - come avete visto - abbiamo evidenziato alcuni casi emblematici che sono emersi nel corso del lavoro della Commissione. In questo quadro economico, è interessante capire in quali settori la 'ndrangheta investa. Da molte inchieste e da gran parte della documentazione emerge - come potrete leggere - il tema degli investimenti turistici. Questi ultimi - chi è calabrese mi comprende bene e qui ne vedo molti - rappresentano una doppia opportunità: da un lato servono per ripulire i soldi accumulati tramite investimenti produttivi, dall'altro per utilizzare finanziamenti europei che proprio sul turismo prevedono particolari assi di sviluppo. Mi riferisco all'asse Agenda 2000, che riguarda il turismo e quanto ad esso collegato: dall'artigianato, all'agriturismo, alla valorizzazione del rapporto fra territorio e beni culturali.
La 'ndrangheta ha compiuto scelte ben precise, come quelle concernenti i grandi centri commerciali e la grande distribuzione alimentare. Una delle vicende emerse e ormai desecretate in questa relazione, è rappresentata dall'esempio emblematico di uno studio di progettazione, che aggrega una rete di società per accaparrare finanziamenti europei, nonché una delle più grandi reti di distribuzione alimentare: la Despar. Quest'ultima, come sapete, in Sicilia è investita da inchieste giudiziarie, giacché in Sicilia occidentale tutta la rete di distribuzione Despar era gestita da un prestanome di Messina Denaro, tale Grigoli, al quale sono stati sequestrati 200 milioni di euro. In Sicilia orientale, invece, la stessa rete di distribuzione è legata a Scuto, a sua volta legato al clan dei Laudani (vale a dire a Santapaola), essendo direttamente presente con il proprio figlio nel comitato direttivo della Despar stessa. Non si può stabilire un nesso automatico fra Sicilia e Calabria, però alcuni fatti possono evidenziare un sistema di relazioni.
Emergono filoni sui quali ragionare e riflettere, rispetto ai quali il tema dell'economia e della pervasività dei capitali della 'ndrangheta (e, come abbiamo visto, anche della mafia per quanto riguarda la Sicilia), pongono un problema che non ha più a che fare solo con il livello dell'economia


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illegale, bensì anche con quello dell'economia legale di questo Paese e dei suoi processi di finanziamento.
Un corpo centrale della relazione, come vedrete, riguarda la sanità. Abbiamo desegretato sia il rapporto della commissione Basilone sull'ASL di Locri (che, per larga parte, è riportato nella nostra relazione), sia il famoso rapporto della Guardia di finanza commissionato dall'Alto commissario anticorruzione sul'ASL di Vibo. Abbiamo presentato, in modo plastico, il contenuto di queste due relazioni. Ancora pochi giorni fa, una delegazione dell'autorità nazionale anti corruzione si è recata nella ASL e negli ospedali di Reggio Calabria. Ebbene, come emerge dai fatti, ritengo personalmente che la sanità rappresenti il massimo fallimento, degrado e degenerazione morale delle classi dirigenti calabresi. Basta leggere a cosa sono ridotte le ASL in aree sensibili e di frontiera, come Locri o Vibo, e vedere da chi sono controllate. Basta leggere nomi e cognomi, dal portantino al primario, e vedere come tutti siano stati decisi, in una sorta di sospensione della trasparenza e della legalità nonché di dipendenza della politica da un sistema autoreferente. Tale sistema, al punto di degenerazione in cui è arrivato, mette al secondo posto anche la vita umana, giacché nell'ospedale della ASL di Vibo Valentia si muore. Non possiamo certo limitarci a dire che si muore di malasanità, quando da tutte le inchieste svolte e dalla la documentazione acquisita, emerge che quella malasanità è il prodotto di uno scambio tra politica e cosche operanti su quel territorio, in quegli ospedali e in quei comitati di gestione! Tanto emerge dalla lettura delle due relazioni di accesso riguardanti la sanità pubblica.
Abbiamo inoltre messo a nudo un caso eclatante, forse un caso limite, sebbene, considerando quanto accade in Calabria, non si possa più parlare di casi limite. Mi riferisco al caso di Villa Ania, cioè della clinica privata di proprietà della famiglia Crea. Abbiamo documentato la reale situazione: siamo ben oltre anche la degenerazione della sanità, ci troviamo al cospetto di una «clinica degli orrori». Abbiamo inserito nella relazione le intercettazioni che riguardano la gestione della fine della vita di una povera donna. Non possiamo tacere su tutto questo! Non possiamo tacere sul fatto che il degrado della sanità pubblica sia l'altra faccia di una sanità privata che vive di drenaggio di risorse dal pubblico al privato. La sanità pubblica si lascia degradare, in una commistione - sebbene non si possa generalizzare - tra malaffare, cosche e malapolitica (come emerge da Locri e da Vibo) per alimentare nel senso comune l'idea che è preferibile rivolgersi alla sanità privata. E quando, nella mente dei cittadini, tale idea è matura, si è precostituito l'alibi per spostare risorse dal pubblico al privato.
Quando poi nella sanità privata ci troviamo al cospetto di una «clinica degli orrori» (come emerge non da testimonianze di collaboratori di giustizia o che comunque possano essere considerate parziali o opinabili, bensì da fatti certi e documentati, da intercettazioni, dalle voci dei protagonisti diretti e, in questo caso, dalla voce di Crea), quando si arriva al caso limite del degrado, dell'offesa alla vita umana e tutto ciò è legato all'accaparramento delle risorse pubbliche, allora vuol dire che abbiamo oltrepassato ogni limite. È impressionante sentire come venga fatta, nella gestione della regione, la graduatoria del valore da attribuire agli assessorati e come la sanità sia al primo posto: è tutto documentato nella relazione, ce lo spiegano i diretti interessati.
Tutto ciò significa che anche la precostituzione dell'alibi cui ho accennato poc'anzi - per cui il degrado del sistema pubblico è premessa per rivolgersi a quello privato, così da favorire lo spostamento di risorse dal pubblico al privato - va oltre ogni ragionevole opinione e confronto politico tra chi privilegia la sanità pubblica e chi quella privata.
Nei miei interventi faccio sempre due esempi: il modello sanitario dell'Emilia Romagna, che come sapete è interamente pubblico, e quello della Lombardia, che è prevalentemente privato. Sono tali in seguito a scelte politiche - non entro nel


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merito delle valutazioni - compiute dalle rispettive amministrazioni. Tuttavia, si tratta in entrambi i casi di modelli efficienti e funzionali di sanità al servizio dei cittadini.
Invece in Calabria, in Campania e in Sicilia - presumo per la presenza di «convitati di pietra» che si chiamano rispettivamente 'ndrangheta, camorra e Cosa nostra - il confronto non avviene più tra opzioni politiche, bensì fra sistemi nei quali il degrado è funzionale ad alimentare sia un sistema clientelare e politico di scambio - giocando peraltro con la salute dei cittadini - sia un sistema di corruzione e di gestione della cosa pubblica che prevede le mafie come normali soggetti politici con i quali trattare e in grado di gestire la vita dei cittadini.
Chiedo scusa per l'insistenza, ma su questo punto non possiamo guardare in faccia nessuno! Dobbiamo porre un problema a tutta la classe politica della Calabria: centro, destra e sinistra. In passato, leggendo la vicenda Crea, avremmo parlato del vecchio trasformismo delle classi dirigenti, del cambio di casacca in nome di un mercato sui pacchetti di voti, di normale prassi della politica in quella regione. Oggi, invece, il fenomeno assume una forma diversa: importa poco se il pacchetto di voti detenuto da Forgione - per fare un esempio - dal centro-destra, passi al centro-sinistra e poi torni al centro-destra.
Tutto ciò evidenzia il degrado di chi pratica questo sistema e di chi lo accetta come una normale pratica della politica e della costruzione del consenso. Credo che mediante la presente relazione possiamo fornire delle indicazioni su tale tema a tutti i partiti. Nell'autonomia che ci è propria, in qualità di componenti di questa Commissione, dobbiamo assumerci il compito - anche in nome della responsabilità che ci è stata assegnata dai partiti che ci hanno chiesto di far parte della Commissione antimafia e non di una qualsiasi commissione - di fornire tali indicazioni alla politica calabrese.
È impressionante come la politica arrivi sempre in ritardo quando scoppiano vicende scottanti. In Calabria le ultime sono della scorsa settimana, ma la stessa vicenda Crea è solo di venti giorni fa. La politica arriva sempre dopo la magistratura e agisce per difendere se stessa, per provare a sostenere che non se ne sapeva nulla, o che non si aveva certezza dell'esistenza di queste vicende. In definitiva, la politica interviene - dopo - solo per autotutelare quel sistema di cui, fino all'arrivo della magistratura, era assolutamente consapevole e parte nella cogestione.
Ebbene, dobbiamo dare un'indicazione forte alla Calabria, a tutti partiti, indipendentemente dal loro ruolo di opposizione o di governo. Dalla relazione, infatti, emerge un sistema che si trascina negli anni e che trova una sorta di rassicurazione e di continuità indipendentemente da chi governa.
Questo è il modello della sanità che abbiamo messo a nudo. Ovviamente, ci siamo occupati soprattutto degli aspetti che riguardano i rapporti con la 'ndrangheta. Tutta la relazione - come vedrete dalle note - è in effetti costruita prevalentemente sulle inchieste che riguardano i rapporti tra politica, pubblica amministrazione, economia e 'ndrangheta. È chiaro che l'altra faccia di questo sistema ha a che fare con le normali pratiche corruttive e degenerative della politica, ma nella relazione abbiamo dato centralità al rapporto con la 'ndrangheta e con le mafie.
Troverete un capitolo intitolato «Colonizzazioni», che ricostruisce una mappa delle presenze, degli insediamenti e degli affari delle cosche della 'ndrangheta nel nord dell'Italia. Troverete anche un lungo capitolo sulla Lombardia e Milano. Ritengo che si tratti di una ricostruzione molto importante, poiché l'ultima relazione della Commissione antimafia sulle mafie al nord risale al 1993. Si trattava di una relazione sugli insediamenti mafiosi nelle aree cosiddette non tradizionali. Da allora non ci si è più preoccupati del fenomeno.


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ANGELA NAPOLI, Relatore per la proposta di relazione sui testimoni di giustizia, in realtà, esiste una relazione specifica sul Piemonte.

PRESIDENTE. Onorevole Napoli, anche la relazione che sto illustrando è parziale poiché, parlando della Lombardia e di Milano, parla solo degli insediamenti della 'ndrangheta. Prendendo spunto dalla sua indicazione, sarebbe utile che nella prossima legislatura si definisse una mappa delle presenze mafiose nel centro-nord. Ad esempio, conosciamo bene il ruolo, che i casalesi hanno assunto in tutto il nord. Sappiamo che esistono insediamenti storici, ma rigenerati, di Cosa nostra in intere aree del nord. Per quanto ci riguarda, abbiamo colmato un vuoto - rispetto alla 'ndrangheta - che sussisteva dall'ultima relazione del 1993. Il relatore, senatore Smuraglia, già allora ha individuato la presenza prevalente dei calabresi e della 'ndrangheta in Lombardia, ma da allora non ci si è più occupati del tema.
Venendo al capitolo che riguarda le rotte della cocaina, credo che esso contenga un elemento di analisi e un'informazione molto importante. Oggi, la 'ndrangheta è il broker della cocaina su scala internazionale. Con questo capitolo, attraverso le inchieste e la documentazione acquisita (sia i materiali che abbiamo acquisito direttamente, sia quelli che ci sono arrivati dalle procure del nord e attraverso le grandi inchieste della Calabria), emerge come la 'ndrangheta negli anni abbia ormai acquisito il carattere della mafia più credibile e più affidabile agli occhi di tutti i grandi cartelli della cocaina (colombiani, boliviani e in genere internazionali). È diventata credibile e affidabile perché, sotto i colpi concentrati sulla Sicilia dell'azione repressiva dello Stato, dopo le stragi, la 'ndrangheta ha avuto la forza e la possibilità di immettersi sul mercato internazionale utilizzando anche le grandi ricchezze accumulate nella stagione, successivamente abbandonata, dei sequestri di persona. Inoltre, a differenza della camorra e di Cosa nostra, essa non è stata investita - anche per la sua natura e struttura - dal fenomeno dei cosiddetti pentiti, dei collaboratori di giustizia e ciò l'ha resa più affidabile agli occhi delle altre organizzazioni criminali internazionali.
È importante capire come le rotte della cocaina marcino su una sorta di autostrada a più corsie: da un lato abbiamo la gestione, l'approvvigionamento e il traffico della droga, gestiti prevalentemente in una dimensione criminale; dall'altro lato abbiamo i flussi economici e finanziari. Le rotte del riciclaggio servono a sostenere finanziariamente quelle della cocaina e viaggiano su binario diverso, parallelo, quasi esclusivamente affidato a esponenti del mercato finanziario e del riciclaggio internazionale, non inseriti organicamente nell'organizzazione criminale stessa. Tutto ciò caratterizza la doppia faccia di questa holding economico-finanziaria criminale, che si misura con le potenzialità offerte dalla globalizzazione. Quanto ho detto rappresenta un punto molto importante di analisi e di documentazione, in quanto dimostra il vero salto di qualità che questa mafia, la 'ndrangheta, ha prodotto nel corso degli anni.
Non abbiamo pensato ad una conclusione, perché il carattere dinamico ed evolutivo di questa mafia - la sua «liquidità» per tornare all'espressione iniziale, che ovviamente è parziale e può piacere o meno, ma esprime metaforicamente una molecolarità che si diffonde sul territorio e a livello internazionale - non consente una conclusione, bensì lascia aperto un terreno di ricerca e di inchiesta da parte di questa Commissione.
La relazione prende avvio da Duisburg, indicato come metafora della scoperta da parte dell'opinione pubblica non calabrese (in Calabria era ben nota e non c'era bisogno di una scoperta) della dimensione internazionale della forza della 'ndrangheta. La 'ndrangheta, con quella strage, si rivela agli occhi del mondo non solo come un soggetto criminale, ma anche come una potenza economico-finanziaria internazionale, capace di agire fuori dal proprio territorio, anche laddove altri codici culturali e altre strutture sociali non avrebbero


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mai pensato potesse arrivare un fenomeno criminale sotto le forme barbare e arcaiche della faida.
Eppure, essendo arrivato fin lì anche l'opinione pubblica mondiale ha scoperto questa mafia.
Abbiamo svolto una notevole mole di lavoro, per descrivere che cos'è la 'ndrangheta; per delineare i tratti di una mafia che ha interagito con i processi di modernizzazione che hanno attraversato la Calabria e il mezzogiorno, modificandone il paesaggio sociale senza incidere sullo sviluppo e la qualità del vivere sociale e civile; per illustrare le caratteristiche della sua pervasività nel mondo economico produttivo ed istituzionale, dando corpo, per la prima volta, alla mappa delle sue presenze sul territorio, comune per comune, provincia per provincia, sia in Calabria sia nelle regioni del nord (vi forniremo le relative cartine geografiche, che stanno per essere stampate); evidenziando il porto, l'autostrada e la sanità come le tre grandi metafore di una mafia che, interagendo con la politica, con l'economia e con il sistema di affari, incarna la negazione massima delle libertà, dei diritti e della vita delle persone; mettendo a nudo la gestione dei flussi di denaro pubblico e provando a dimostrare come non esista settore, in Calabria, dove la mafia non sia diventata anche impresa e non riesca ad infiltrarsi.
Nel far ciò, tuttavia, si è posto un problema grande, che riguarda la politica e le istituzioni. A queste ultime dobbiamo consegnare le nostre riflessioni, nel modo più plastico e più crudo. Sarà poi la politica stessa a decidere.
L'azione della magistratura (che deve essere la più rigorosa e seria), coadiuvata da quella delle forze dell'ordine - abbiamo iniziato salutando con favore l'operazione condotta ieri, relativa all'arresto di Condello - deve portare ad affermare verità e giustizia nelle aule dei tribunali. Alla politica tocca invece il compito di trovare risposte proprie, autonome, in relazione all'esigenza di una riforma strutturale del proprio modo d'essere e di rapportarsi alla società e alle istituzioni, per prosciugare il brodo di coltura nel quale la 'ndrangheta ha sempre dimostrato di saper rigenerare il proprio potere e la propria forza. Del resto - lo abbiamo visto in questi anni - la 'ndrangheta è capace anche di un agire politico criminale: l'omicidio del vicepresidente del consiglio regionale ne è la prova.
Anche mediante questa relazione dobbiamo riuscire ad indicare al futuro Parlamento che la lotta alla 'ndrangheta prevede la ricostruzione di tutte le «casematte democratiche» del territorio calabrese e il riannodamento di un nesso tra riforma morale e sociale in quelle aree.
A questo lavoro hanno contribuito in modo determinante tutti i consulenti, gli ufficiali di collegamento, gli uffici, i finanzieri dell'archivio e anche due magistrati che pur non avendo mai ottenuto dal Consiglio superiore della magistratura l'autorizzazione a diventare nostri consulenti, hanno ugualmente contribuito a fornirci molte delle indicazioni contenute in questo lavoro, soprattutto per le parti non calabresi: il dottor Salvini e il dottor Grigo. Questa relazione, che lascia aperti molti interrogativi e molti filoni di inchiesta e di analisi, è un contributo che forniamo non solo al Parlamento ma a tutta la politica - al di là degli schieramenti - nonché alla società calabrese.
Do la parola all'onorevole Angela Napoli per l'illustrazione della relazione sui testimoni di giustizia.

ANGELA NAPOLI, Relatore per la proposta di relazione sui testimoni di giustizia. Signor presidente, cercherò di essere estremamente sintetica, anche perché la relazione è stata depositata e quindi potrà essere letta in ogni sua parte.
Premetto che la relazione è frutto di un'adeguata indagine svolta dal comitato sui testimoni di giustizia, ai cui lavori ha partecipato in maniera attiva e costante, ci tengo a dirlo, in particolare il vicepresidente Lumia. Essa è altresì frutto di una costante partecipazione e di un aiuto estremamente produttivo dei consulenti che sono citati all'inizio del testo stesso e che hanno lavorato non solo producendo


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questo risultato, ma anche in maniera encomiabile e con grande passione. Pur provenendo da professionalità eterogenee sono riusciti a far amalgamare il risultato, che ritengo ottimo ed estremamente valido, nell'interesse dei testimoni di giustizia.
Per sommi capi, passo a illustrare quanto è stato definito. Nelle premesse è riportato il resoconto di tutte le nostre audizioni, dalle quali abbiamo capito la necessità di intervenire sia con modifiche legislative sia con interventi di modifica attuabili a legislazione vigente, ridefinendo innanzitutto la figura del testimone di giustizia, che deve essere considerato come una risorsa e non come un peso. Purtroppo, grazie alle diverse audizioni, ci siamo resi conto che a tutt'oggi, nonostante la sua validità e importanza per la lotta alla criminalità, il testimone di giustizia è considerato, spessissimo, come un peso, piuttosto che come una risorsa.
Il comitato ha inteso proporre alcuni punti essenziali, che mi limito a elencare: garantire ai testimoni l'effettivo mantenimento del pregresso tenore di vita; fornire ai testimoni di giustizia un quadro informativo dettagliato circa i diritti e i doveri connessi con l'assunzione dello status di testimone giustizia; prevedere l'istituzione di un'équipe di professionisti e tecnici; assicurare l'inserimento lavorativo (ci tengo ad evidenziare questo punto perché è uno degli aspetti che hanno reso maggiormente drammatica la vita del testimone di giustizia; abbiamo previsto, in termini di proposta, per esempio l'individuazione di quote riservate nei concorsi per la pubblica amministrazione oppure l'aiuto, laddove sussista la possibilità per, garantire al testimone la continuazione di una precedente attività imprenditoriale o commerciale); prevedere, in favore dei testimoni di giustizia che intendano proseguire o avviare attività imprenditoriale, benefici fiscali per un congruo, ma limitato periodo temporale; prevedere meccanismi agevolatori delle imprese individuali di cui sia titolare il testimone di giustizia; prevedere la possibilità di acquisizione al patrimonio dello Stato dei beni immobili di proprietà del testimone e ubicati nella località di origine (a tutt'oggi, invece, ci si rifà all'ordinaria procedura gestita dall'Agenzia del demanio che, ci siamo resi conto, non garantisce assolutamente la situazione abitativa del testimone di giustizia nella nuova sede di residenza); dare soluzioni alle problematiche legate alla mimetizzazione anagrafica; adeguare le misure di protezione prevedendo un aumento di mezzi e uomini a ciò predisposti, sia nella località d'origine che nella località protetta; garantire una tempestiva e completa regolarizzazione delle posizioni previdenziali, sia del testimone di giustizia che dei loro familiari; ampliare il ricorso all'utilizzo della videoconferenza per evitare gli spostamenti durante le fasi processuali; orientare l'impiego della capitalizzazione ad un concreto progetto produttivo; prevedere meccanismi per una più compiuta valutazione del mancato guadagno; rendere obbligatoria con norma di legge l'acquisizione del parere della Direzione nazionale antimafia in tutti i casi di richiesta di adozione del piano provvisorio di protezione; articolare la speciale protezione dando centralità all'assistenza psicologica.
Praticamente, la proposta del comitato propone, in maniera riassuntiva, una riforma dell'intero sistema, mediante - credo che in ciò risieda veramente il fatto innovativo - un nuovo sistema di protezione nonché la ridefinizione della figura del testimone di giustizia. Soprattutto credo sia importante che la riforma riguardi, oltre al concetto in sé di valutazione del testimone come risorsa e non come peso, anche lo status di testimone di giustizia acquisito da soggetti che non si siano resi responsabili di reati che indichino una particolare pericolosità sociale e ai quali non possano essere addebitati comportamenti significativi di appartenenza o contiguità a organizzazioni criminali.
A nostro avviso, le misure di assistenza e protezione devono essere rese flessibili.
Prevediamo l'istituzione di un comitato di garanzia per l'espletamento del programma di protezione dei testimoni di


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giustizia nonché l'istituzione della figura del tutor del testimone, che dovrebbe sostituire l'attuale referente. Dovrebbe trattarsi di una figura maggiormente adeguata allo scopo, in grado di affiancare il testimone nella risoluzione di tutti i problemi che nascono nel momento in cui acquisisce lo status di testimone e di accompagnarlo lungo tutto il percorso.
Prevediamo altresì, in termini di proposta, un corpo specializzato di operatori della protezione, cioè i nuovi NOP (Nucleo operativo di protezione), poiché ci siamo resi conto che spesso la figura del NOP non è preparata in maniera specifica per interagire con la figura peculiare del testimone di giustizia. Spesso, nel trattamento sono state confuse le figure del testimone e del collaboratore, portando naturalmente a non considerare e tutelare in maniera adeguata il testimone di giustizia, che non ha alle spalle alcunché di contiguo con arre della criminalità.
In conclusione, si propone di istituire una struttura unica, che superi l'attuale suddivisione dei compiti di assistenza e di tutela, così da creare un organismo atto ad assicurare una reale efficacia di tutto il comparto di protezione e, di conseguenza, anche l'effettiva tutela del testimone di giustizia.
Ritengo che quanto illustrato rappresenti un contributo estremamente propositivo e significativo nei confronti della figura del testimone di giustizia. Speriamo che un tale incoraggiamento - che non può non essere legato a un adeguato intervento e tutela da parte dello Stato - possa favorire l'aumento del numero dei testimoni di giustizia.

PRESIDENTE. È così terminata l'esposizione delle tre relazioni in esame. Dichiaro aperto il dibattito generale e do la parola ai colleghi iscritti a parlare.

MARIO TASSONE. Signor presidente, ho seguito con molta attenzione la sua esposizione. La difficoltà di queste ore è discutere rapidamente un lavoro, più che altro per sentito dire. Ho ascoltato anche la relazione della collega Napoli e credo che si tratti in entrambi i casi di pregevoli relazioni, che certamente meriterebbero un ulteriore approfondimento. Solitamente si illustra la relazione, poi si svolge una fase cosiddetta di approfondimento, in cui ciascun commissario ha la possibilità di leggere il testo e formulare osservazioni. Tenterò ugualmente di svolgere delle considerazioni, in quanto è importante che a fine di legislatura - ad interruzione di legislatura, per essere più precisi - si concluda l'attività sulla 'ndrangheta con una relazione.
Nel momento in cui si svolge questo tipo di lavoro, affiora alla memoria una serie di dati, di elementi e circostanze, che voglio sottoporre nuovamente all'attenzione della Commissione.
Consegneremo alla prossima legislatura questo documento, che mi auguro possa avere una sua conclusione. Il nostro lavoro avrebbe dovuto essere quello di proporre interventi normativi e rivisitazioni. Purtroppo, non è più possibile.
Sul nostro lavoro ha pesato - lo dico con estrema chiarezza - la tragica vicenda del delitto Fortugno, nel 2005. Abbiamo vissuto interamente tutte le relative difficoltà. Non c'è dubbio che sul delitto Fortugno la Commissione, certamente nelle sue audizioni, sia a Reggio Calabria che a Roma, non ha potuto rilevare, o fornire, alcuni riscontri che invece sarebbero stati necessari.
Abbiamo iniziato questa esperienza in Commissione antimafia rilevando anche l'insufficienza dell'impegno della DNA, sulla quale era giusto che la Commissione formulasse una proposta, se solo ne avesse avuto la possibilità. La DNA oggi è guidata dal procuratore Grasso, la cui presenza mi inquieta fortemente, per l'insufficienza e la pochezza con cui ha condotto questo organismo. Si tratta di un'affermazione estremamente chiara, di cui mi assumo la responsabilità. Grasso ha iniziato con il derubricare - oppure depistare - la vicenda del delitto Fortugno omologandola all'uccisione di Aldo Moro: si è trattato di un errore imperdonabile. In altre circostanze e in altre occasioni un procuratore


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avrebbe subito un destino diverso da quello che invece egli stesso ha imposto anche a questa Commissione.
Ma la vicenda si fa sempre più drammatica, signor presidente. Nella relazione non si potevano certamente prevedere alcuni sviluppi, quale la candidatura per il Partito Democratico del superprefetto, vicecapo della Polizia, De Sena. L'ex funzionario sarebbe potuto rimanere qualche anno in più, non si sa perché non lo abbia fatto: è un mistero! La situazione è drammatica. Non è mia intenzione polemizzare con i colleghi; tuttavia, se si vuole fare polemica sono disponibilissimo e sono anche onorato di poter interloquire con colleghi che adoro e stimo molto.
Il problema che a differenza di altri mi sono posto è il seguente: qualcuno di noi, in questa Commissione, ha rilevato come fosse inspiegabile la rimozione di De Sena, che io stimo e apprezzo, da superprefetto di Reggio Calabria a vicecapo della Polizia vicario. Abbiamo collegato questa vicenda con la rimozione di Creazzo, cioè del sostituto procuratore della Repubblica cui per primo è stata affidata la responsabilità dell'indagine sul delitto Fortugno. Ritengo che quella vicenda, che noi avevamo visto come una forzatura, o come un'azione superficiale, da parte dell'amministrazione (né Amato, né Minniti ci hanno risposto, nonostante alcuni interrogativi fossero stati sollevati anche in presenza del Ministro e del Viceministro dell'interno), oggi assuma tutta una sua dimensione, che riaccende alcuni sospetti e preoccupazioni che certamente voglio sottolineare, alla fine di questa legislatura, in Commissione antimafia, in conclusione del nostro lavoro. Va benissimo se si investe De Sena di una responsabilità nell'ambito della legalità, con la candidatura da parte di un partito politico. Mi chiedo, però, perché De Sena non sia stato lasciato a svolgere e completare il proprio compito a Reggio Calabria, presidente di quella conferenza sull'ordine pubblico che lo individua come super perfetto, spostandolo proprio nel momento in cui la Commissione antimafia stava discutendo sulla sua relazione e sulla 'ndrangheta. Lo si è sottratto a quella responsabilità. Qualcuno viene nominato all'indomani dell'uccisione del galantuomo Fortugno e poi, ovviamente, non si concede neanche la possibilità a una commissione parlamentare di inchiesta, come la Commissione antimafia, di rilevare o di interloquire per quanto riguarda la relazione sottoposta da questo qualcuno. Il sospetto c'è e lo dico con molta chiarezza. Mi chiedo perché oggi il PD candidi il prefetto De Sena, se egli fosse schierato politicamente o se facesse riferimento a una particolare area. Visto e considerato che l'omicidio Fortugno è il prodotto di circostanze e di situazioni che hanno riguardato l'area politica, ciò mi inquieta e mi preoccupa moltissimo.
Come diceva qualcuno - che è meglio dimenticare - questa è «la madre di tutte le battaglie», signor presidente. Tutte le cose che lei ha letto ed esposto sono importanti, interessanti, significative di una certa situazione e la illustrano con grande puntualità, ma quanto ho appena detto rappresenta il dato drammatico. Se non partiamo da questo punto, certamente anche il suo lavoro, signor presidente, per quanto possa essere encomiabile, presenterà una grave mancanza rispetto ad una situazione che si ripropone in termini veramente drammatici e preoccupanti
Occorre fare luce, anche perché il procuratore Grasso ebbe a dire in un'intervista alla stampa, più volte da me ripresa anche in questa Commissione, che in fondo i delitti e gli attentati nei confronti di esponenti regionali erano i tentativi di bloccare il rinnovamento in corso nella regione, individuando un'area politica ben precisa e determinata. Il procuratore antimafia, anche su sollecitazione per iscritto, non ha avuto la sensibilità e non ha avvertito l'onore, come magistrato, di chiarire quella sua posizione. Allora, non c'è dubbio, signor presidente: se noi leghiamo assieme tutte queste cose, nutro qualche preoccupazione in più e qualche sospetto su quella candidatura. La candidatura di De Sena è sospetta e crea inquietudine: lo ripeto per l'ennesima volta. È sospetta la manovra di aggiramento, è sospetto che - è una sensazione


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personale - ci siano state coperture, insufficienze e lacune. Non voglio affermare che quella candidatura sia un premio, concludo invece con un punto interrogativo, assumendomene la responsabilità, perché è giusto che, nel momento in cui si conduce una battaglia politica (e lei, signor presidente, l'ha fatto), lo si faccia fino in fondo per evitare equivoci, debolezze e miopie. Qui affermo, come cittadino e parlamentare calabrese, la gravità della situazione. Se lei, signor presidente, può aggiungere un'appendice alla sua relazione, deve farlo. Inoltre, dobbiamo chiedere al Parlamento l'autorizzazione per tornare fra una settimana a discutere questa appendice, altrimenti, senza questo tipo di valutazione - ricordo che eravamo partiti soprattutto dal delitto Fortugno - il nostro lavoro sarebbe incompleto e avremmo lasciato dietro di noi un pesante equivoco, proprio nel momento in cui si svolge la campagna elettorale.
È giusto, signor presidente, che lei richiami continuamente il codice d'onore, il codice etico e quello deontologico, ma qui c'è molto di più in gioco. Su questo punto sono in gioco la credibilità delle istituzioni e della stessa Commissione parlamentare antimafia.
Ritengo poi che dovremmo lasciare alla nuova legislatura qualche valutazione in più per quanto riguarda il porto di Gioia Tauro. Nella nostra audizione a Reggio Calabria, il presidente dell'area portuale ed industriale cittadina ci ha detto che il 98 per cento delle attività è in mano alla malavita. Mi chiedo se sia possibile lasciare in tali condizioni un'area e che cosa stiano facendo gli inquirenti! Mi fa molto piacere che sia stato arrestato il boss Pasquale Condello, ma lei, signor presidente, molto opportunamente ci ha fatto pervenire le cartine geografiche con indicati tutti gli alberi genealogici della «nobiltà» della criminalità organizzata. Ebbene, al di là dei ringraziamenti ai ROS e a tutte le forze dell'ordine - sembra una liturgia e una tiritera continua e costante - dobbiamo chiederci perché il boss Pasquale Condello fosse in circolazione nella sua Reggio Calabria: forse, perché era giunto il momento di arrestarlo. Ho il sospetto che i vari boss vengano presi quando le organizzazioni decidono di disfarsi di un capo ormai scomodo e superato. Dobbiamo porci questi interrogativi: perché venga ucciso Rocco Molè; perché, in Sicilia, terra di adozione politica, venga catturato Provenzano proprio in quel momento e in quel modo; perché venga preso Riina, proprio in quel momento e in quel modo!
Qualcuno intende prenderci in giro: esistono equivoci ed esistono anche alcuni latitanti ufficiali, ma - guarda caso - nell'albero genealogico presentato sono riportati i nomi di non latitanti, indicati come criminali che spadroneggiano nel nostro territorio, con l'occupazione e con sequestri. In questa nostra regione, signor presidente, si rileva allora una sospensione della democrazia e della libertà. Non c'è dubbio che alcune valutazioni in più dobbiamo pur farle.
Lei, signor presidente, parlava nella scorsa seduta degli zingari: rappresentano un fatto importante. Hanno occupato il territorio; Roccella Jonica è off limits così come alcuni territori in Calabria. Eppure non si cammina, non si va avanti.
Non abbiamo nemmeno detto - credo che sia anche questa una cosa da realizzare - se sia giusta l'impostazione delle stazioni dei Carabinieri, oppure se si tratti di strutture inutili. Eppure io avevo posto il problema: non si poteva lasciare il povero maresciallo con solo uno o due carabinieri! Abbiamo salvaguardato un pennacchio: il cosiddetto controllo del territorio, con nuovi regolamenti e una normativa che indicano l'inizio e la fine del servizio, come per un ufficio postale.
Dovremmo affrontare anche il discorso del coordinamento: della DIA ho già parlato poc'anzi, dell'assenza di coordinamento ne parlo sempre. Occorre anche parlare dell'assenza di un coordinamento tra magistrature: fra la magistratura antimafia, quella ordinaria, quella contabile e quella amministrativa. Non esiste alcun coordinamento e non esiste alcun tipo di


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lavoro che metta a disposizione risorse ed elementi utili a svolgere indagini e inchieste produttive.
Passo al tema degli industriali in Calabria. Abbiamo sentito il Governatore della Banca d'Italia: vigilanza insufficiente e deludente. Mi chiedo se si possa dire altrettanto nella relazione. Abbiamo sentito il presidente degli industriali: la situazione degli industriali in Calabria è, di nuovo, deficitaria e deludente. Le belle iniziative di immagine le possiamo costruire tutti: certamente qualche segnale importante viene dalla Sicilia, ma si tratta di un segnale privo di grandi conseguenze e deterrenze relativamente alla responsabilità degli industriali collusi, di coloro che pagano il pizzo.
Esiste il problema della Banca d'Italia, delle banche in genere, delle estorsioni, dell'usura: tutti problemi che non sono stati, ovviamente, assolutamente evidenziati. Dobbiamo concludere, inoltre, il discorso su Lamezia Terme. Ritengo che, forse nella prossima legislatura, dovrà essere compiuto un approfondimento. Qui abbiamo audito i magistrati Ledonne, Cisterna e Vincenzo Macrì. Non voglio entrare nella polemica del giudice Nicola Gratteri, che in questi giorni sta dicendo che la DNA ha venti magistrati e che è un organismo inutile: prima di Gratteri l'avevamo detto noi. Voglio evidenziare il lavoro svolto da tutti i sostituti di Catanzaro, ma in particolare per Lamezia voglio evidenziare quello di Dominijanni, poiché ha affermato cose interessanti e serie. Avremmo dovuto comunque approfondire anche le dichiarazioni rese da Ledonne, da Cisterna e da Macrì, ma non lo abbiamo fatto, purtroppo, per mancanza di tempo.
Voglio anche ricordare le dichiarazioni fatte in relazione alla Guardia di finanza, a un GIP, ai servizi segreti: non le abbiamo approfondite per mancanza di tempo, perché dovevamo andare a Catanzaro e non è certamente colpa nostra. Tuttavia, la vicenda di Lamezia Terme deve avere una sua forza, una sua centralità, poiché Dominijanni ci ha fornito alcuni riscontri. Ecco il motivo del mio ringraziamento sincero a tutti i magistrati delle distrettuali di Catanzaro e di Reggio Calabria, per il lavoro che stanno svolgendo. Le nostre insufficienze, comunque, restano.
Non abbiamo potuto proporre nulla: a causa dell'interruzione della legislatura non è stato approvato nessun provvedimento riguardante lo scioglimento dei comuni, le responsabilità delle pubbliche amministrazioni, le collusioni e connivenze della politica.
Non abbiamo neppure svolto una valutazione seria su quelle decisioni che non appartengono più alla politica, né in Calabria, né altrove. Le istituzioni rischiano di non decidere più nulla. Sono sorte altre strutture a latere della politica, sulle quali scarichiamo sempre le responsabilità. Dovremmo avere maggiore coraggio.
Esiste poi il tema delle infrastrutture, delle strade e delle autostrade. L'autostrada non credo che sia stata, a suo tempo, una mulattiera: per il sud ha rappresentato una novità. Certamente è stata provata l'esistenza di infiltrazioni mafiose. Tuttavia, più che di debolezza della politica si deve parlare di una grande debolezza da parte di chi gestisce e condiziona la vita del nostro Paese. Interessandomi di quell'autostrada, prima come sottosegretario per i lavori pubblici e poi come Viceministro delle infrastrutture e trasporti, ho compreso che la sua realizzazione ha costituito un fatto innovativo e rivoluzionario. Allora era sufficiente, forse oggi è diventata insufficiente, sebbene durante l'anno effettivamente non vi sia tutto questo grande traffico. Questo ritengo sia il dato più significativo.
Abbiamo poi il problema della regione, che indubbiamente suscita qualche preoccupazione in più. Non voglio far polemiche nei confronti di chicchessia, ma non c'è dubbio che quando si parla di politica parliamo della regione, mentre quando si parla di pubblica amministrazione parliamo di uffici della regione che sono perduti alla «civiltà» amministrativa. Va detto con estrema chiarezza che chiunque vada in quegli uffici rimane condizionato da un vero e proprio «tritacarne». Non evoco soltanto il problema della politica o dei partiti, bensì quello dell'esistenza di


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«alimentazioni autoctone» che sorgono all'interno delle strutture e degli uffici della Regione. Si tratta, certamente, di una zona da bonificare.
Infine lei, signor presidente, ha parlato della sanità. Non per patriottismo di partito, ma guarda caso, nonostante tutte le vicende esaminate, l'unico riferimento a un partito politico è stato fatto in relazione alla vicenda dell'ospedale di Vibo Valentia. Dall'indagine emerge la presenza di un intermediario dell'UDC. Pur essendo vicesegretario nazionale dell'UDC, non ho mai conosciuto questa persona; può darsi che non fossi il suo interlocutore o il suo deputato favorito o da lui benvoluto. Tuttavia, ricordo che siamo ancora nella fase delle indagini e che quindi le valutazioni degli inquirenti sono ancora tutte da provare e da verificare.

PRESIDENTE. Comunque, non si tratta dell'unico partito citato nella mia relazione.

MARIO TASSONE. Non lo è, ma effettivamente su Vibo Valentia è emersa una serie di situazioni, anche relativamente ad alcune proprietà terriere e altro.
Signor presidente, vorrei proprio che queste aggiunte alla relazione si facessero, soprattutto per ciò che riguarda la tragica situazione di Lamezia Terme e il lavoro svolto da Dominijanni.
In un altro momento, signor presidente, onorevoli senatori e colleghi deputati, mi sarei riservato di approvare il testo e di esprimere il voto favorevole. Non abbiamo tempo e lei, lo debbo dire, è stato corretto ed equilibrato, anche in questo consesso. Ho fornito qualche spunto, ora mi affido alla sua sensibilità. Sciolgo pertanto la mia riserva e, ovviamente, aderisco alla relazione.
Tuttavia rimane l'inquietante problema di De Sena, che conclude la propria carriera circondato da grandi sospetti e perplessità. Mi dispiace moltissimo per lui, per il mio amico personale Marco Minniti e per il Ministro Amato, che è stato mio sottosegretario alla Presidenza del Consiglio quando ero sottosegretario nel primo e nel secondo Governo Craxi.
È veramente un episodio che suona come un insulto nei confronti della Calabria e che mi ricorda la vicenda del prefetto Mori, che fu spostato e fatto eleggere senatore. Non vorrei proseguire questo accostamento, che diventerebbe ancora più pesante, tuttavia abbiamo subito un insulto. Non si può collocare capolista, o far eleggere senatore, qualcuno che è stato all'apice delle istituzioni, motivando questa scelta con la scusa di farlo lavorare per la legalità. Si tratta di un insulto che non potremmo accettare da nessuno, neppure dalla mia stessa parte politica.

ANGELA NAPOLI, Relatore per la proposta di relazione sui testimoni di giustizia. Fin dal primo giorno dei lavori della Commissione antimafia della scorsa legislatura abbiamo insistito sul problema della particolare situazione emergenziale in cui è stata calata la regione Calabria, a causa della 'ndrangheta. Quindi, non possiamo non accogliere con grande soddisfazione la definizione di questa relazione sulla 'ndrangheta e di un lavoro che, a mio avviso, se ci fosse stato più tempo avrebbe dovuto e potuto essere più rigoroso, più forte e anche propositivo. Una Commissione di inchiesta come la nostra dovrebbe non solo relazionare sulla 'ndrangheta, ma trarre anche le dovute conseguenze e formulare proposte idonee. Credo che la Calabria, particolarmente pressata da questo fenomeno criminale, abbia necessità di svolgere uno studio, al di là della storia stessa della 'ndrangheta, su quanto è necessario alla Calabria per uscire dalla sua morsa.
Capisco che la celerità con la quale è stata definita la relazione può aver lasciato dei vuoti che reputo importanti, nell'ambito della storia della 'ndrangheta. Può anche darsi, peraltro, che le lacune che mi accingo ad elencare siano invece argomenti trattati in qualche punto, ma - come tutti i componenti della Commissione - non ho avuto la possibilità di leggere attentamente tutta la relazione.
Inizio citando il rapporto fra 'ndrangheta e massoneria. Do atto che la relazione affronta questo argomento, a mio


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avviso di notevole importanza e fondamentale per la storia della 'ndrangheta. Tuttavia, pur essendo consapevole che da tutta l'inchiesta che la Commissione ha svolto e da tutte le indagini in corso, di fatto non è emerso nulla sotto il profilo giudiziario in termini di rapporti tra 'ndrangheta e massoneria - naturalmente mi riferisco sempre alla massoneria deviata, poiché è di questo che dobbiamo parlare - penso che una Commissione come la nostra avrebbe avuto il dovere di condurre un'inchiesta più adeguata.
In quanto commissari, deteniamo i poteri della magistratura; ebbene, tirarci fuori da questa valutazione, alla luce del fatto che - mi assumo la responsabilità di quello che affermo - parte della magistratura ricade nell'ambito della massoneria deviata e che quindi, con molta probabilità, determinate inchieste non sono state definite proprio per questo motivo, ritengo che determini un vuoto. Di fatto, in questa relazione non evidenziamo questo potere, proprio nell'attuale momento storico calabrese che vede tanti episodi che scaturiscono da una guerra contrapposta tra logge massoniche deviate. Ciò va detto in maniera molto chiara. Quanto al fatto che nessuno riesca a provarlo, credo che basterebbe, signor presidente, prendere gli elenchi degli appartenenti alle logge massoniche e verificare quanti componenti di queste risultano, per vicende giudiziarie, associati alla 'ndrangheta. Si definirebbero così questi rapporti, che purtroppo sussistono.
Passo ad un successivo punto: quando si parla della definizione delle cosche dell'area tirrenica, chiedo di aggiungere, nell'ambito delle cosche della Piana, assieme ai Molè, i Piromalli e i Bellocco, anche i Pesce. Nella copia della relazione in mio possesso, a pagina 48 vengono citati solo Molè, Piromalli e Bellocco. Faccio questi interventi perché lo ritengo corretto.
A pagina 50, quando si parla a Taurianova dell'emergenza del predominio della cosca Asciutto-Avignone-Grimaldi, si dimentica di citare i Viola, il cui capo è in carcere, credo addirittura con due condanne all'ergastolo. Mi sembra grave non citarlo. Così come, nella stessa pagina, a Cittanova indicare solo la presenza dei Facchineri significa non individuare chi regge la metà di quel paese, in termini di cosca, cioè gli Albanese. Credo, in definitiva, che si tratti di aggiunte dovute e facilmente individuabili.
Sulla parte relativa alle economie parallele, per quanto riguarda l'inchiesta che ha visto implicato l'assessore al turismo della regione Calabria, a mio avviso si dovrebbe evidenziare anche che da questa inchiesta nasce l'interesse della 'ndrangheta per tutto quello che è legato alle centrali idroelettriche e quant'altro. Anche questo non è un tema da sottovalutare (lo si trova alle pagine 97-98).
C'è un errore a pagina 30, per quanto riguarda la pubblica amministrazione, laddove si cita il comune di San Gregorio d'Ippona, il cui sindaco sarebbe stato tratto in arresto nel quadro dell'operazione denominata «Rima». Non è così: nel corso di tale operazione sono stati tratti in arresto, l'ex sindaco e due consiglieri.

PRESIDENTE. Il resto verrà corretto, ma quest'ultimo punto costituisce la trascrizione integrale di quanto dichiarato dalla DDA di Catanzaro.

ANGELA NAPOLI, Relatore per la proposta di relazione sui testimoni di giustizia. Non possiamo scrivere nella relazione qualcosa di inesatto. Ho presentato interrogazioni parlamentari, chiedendo lo scioglimento del consiglio comunale, perché erano stati tratti in arresto l'ex sindaco e i due consiglieri comunali di opposizione. Successivamente la vicenda ha avuto ulteriori sviluppi e il sindaco si è dimesso dalla carica.

MARIO TASSONE. Erano avversari del sindaco.

ANGELA NAPOLI, Relatore per la proposta di relazione sui testimoni di giustizia. Si trattava di avversari del sindaco, esatto. Non possiamo scrivere in una relazione dati inesatti.


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PRESIDENTE. Loro nell'esposizione si sono confusi e noi abbiamo inserito nella relazione la trascrizione integrale. Va bene così.

ANGELA NAPOLI, Relatore per la proposta di relazione sui testimoni di giustizia. Per quanto riguarda la situazione attuale del rampollo della famiglia mafiosa della Piana di Gioia Tauro, Piromalli, ho constatato con piacere che nella relazione si è scritto che il tribunale di sorveglianza ha agito come se nulla fosse e come se non conoscesse la reale identità del soggetto ma, anche se l'errore principale è ascrivibile proprio al tribunale di sorveglianza, a mio avviso, in effetti, hanno comunque sbagliato gli amministratori. Non dobbiamo preoccuparci di attaccare quella parte di magistratura che sbaglia: un tribunale di sorveglianza non può affermare che Gioacchino Piromalli non possiede fonti di finanziamento, quando invece è a conoscenza delle potenzialità economiche della famiglia e della cosca Piromalli, che sono così elevate da poter acquisire addirittura pozzi petroliferi. Quindi è il tribunale di sorveglianza che, in questo caso, deve vigilare. Che altri ci siano cascati (non voglio nemmeno dire in buona fede), anche se non avrebbero dovuto, non modifica la sostanza e cioè che, effettivamente, la responsabilità sia del tribunale di sorveglianza, come in tante altre circostanze. I tribunali di sorveglianza, infatti, hanno molte responsabilità anche nelle scarcerazioni facili, negli interventi previsti dall'articolo 41-bis della legge sull'ordinamento penitenziario e in tante altre questioni.
Vengo alla questione di Locri e del secondo scioglimento. Apprendo con piacere che la relazione Basilone è stata desecretata nel febbraio del 2008 su iniziativa di questa Commissione, che ringrazio. Vorrei anche, però, che sì puntualizzasse maggiormente il motivo per cui questa relazione ha avuto bisogno di una richiesta di desegretazione da parte della Commissione. Comincio, in realtà, a nutrire forti dubbi, signor presidente, sulla relazione stessa e sulla conseguente mancata desegretazione per lunghissimo tempo. Si tratta di dubbi che vertono su due punti. In primo luogo, mi domando se siamo certi che all'interno di questa Commissione siano state esaminate le posizioni di tutti i dipendenti di quella ASL. In secondo luogo, mi chiedo come mai nulla sia cambiato, a tutt'oggi, all'interno della stessa. Mi domando che cosa abbia fatto la magistratura, all'interno di quell'ASL sulla base della relazione di accesso, quella stessa magistratura che è intervenuta per bloccarne la pubblicazione e oscurare determinati siti, proprio nel momento in cui il Viceministro, onorevole Marco Minniti, dichiarava nelle scuole che questa relazione avrebbe dovuto essere letta nelle classi e studiata dagli studenti. Personalmente, gradirei che si inserisse qualche accenno più puntuale su cosa si nasconda dietro questa relazione. Ad esempio, si dice che nella ASL di Locri abbia lavorato anche Giuseppina Morabito, medico e figlia di Giuseppe, in realtà credo che non «abbia lavorato», bensì «continui a lavorare». Questa è una delle motivazioni che mi porta a esternare queste critiche. Certamente si devono tutelare i posti di lavoro, ma se si riuscissero a tutelare i posti di lavoro della gente onesta, magari nessuno potrebbe dire nulla.
Sul caso Fortugno mi associo a quanto affermato dal vicepresidente Tassone.
Per quanto riguarda il problema della 'ndrangheta e degli interessi di quest'ultima nel settore del turismo, anche questo molto importante, non va dimenticato (credo che qualcosa sia stato anche evidenziato nella relazione finale della Commissione antimafia della scorsa legislatura) il legame nato tra 'ndrangheta e politica, a Vibo Valentia e provincia, proprio nel settore del turismo, con il progetto Infratur. Il progetto Infratur fa parte dell'operazione «Dinasty» ed evidenzia come, attraverso i legami fra l'amministrazione provinciale di Vibo Valentia e alcuni comuni del territorio di Vibo, si siano favoriti gli interessi della cosca Mancuso proprio tramite l'individuazione, l'approvazione e la spesa di ingenti finanziamenti ricadenti sotto il progetto Infratur.


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Rimanendo nell'ambito degli interessi della 'ndrangheta, dovremmo inserire nella relazione qualcosa sull'edilizia e sulle agenzie immobiliari. Ci sono indagini in corso, ad esempio su grandi speculazioni edilizie nel comune di Rende, nei pressi di Cosenza. Comunque, sulla speculazione edilizia gli interessi della 'ndrangheta non possono non esserci!
Inserirei inoltre qualche cenno sugli interessi della 'ndrangheta nel settore della raccolta dei rifiuti. Non so se tale argomento sia già contenuto nella relazione, in tal caso me ne scuso, dal momento che non ho avuto la possibilità di leggere tutto.
Fermo restando che credo nella bontà del lavoro svolto, anche se in tempi brevi, ritengo peraltro che la soluzione al particolare della lotta alla 'ndrangheta debba scaturire da una volontà tutta interna ai calabresi. Mi sento di aggiungere, signor presidente, che non accetto che qualcuno che non sia calabrese porti, o tenti di portare, il vessillo della legalità in Calabria. Naturalmente non parlo della Commissione, ci mancherebbe altro! La legalità deve appartenere esclusivamente ai calabresi. Credo che in ciò consista la vera antimafia, la vera uscita da questa situazione emergenziale, al di là degli studi e dei buoni intendimenti che tutti i componenti di questa Commissione hanno esplicitato.
Ritengo che un po' tutti debbano dare un segno di reazione: il mondo politico, quello della magistratura, delle forze dell'ordine e delle istituzioni. La Commissione - vista anche, ribadisco, l'impossibilità di andare al di là del livello propositivo - non può fare niente di più che evidenziare, rendendo chiara in tutti i dettagli la situazione.

MARIA GRAZIA LAGANÀ FORTUGNO. Come tutti i colleghi, appunto, non ho avuto la possibilità di leggere la relazione in maniera attenta, ma da quando sono entrata a far parte di questa Commissione - e comunque da qualche anno, anche nei convegni e nelle iniziative alle quali abbiamo partecipato - non abbiamo fatto altro che ripetere che la 'ndrangheta è stata dimenticata e sottovalutata in questi anni. In effetti per decenni è stato così. Aggiungo che la società e lo Stato sono stati complici, in questo caso, perché l'hanno lasciata crescere indisturbata. Anzi ci si è illusi che con la 'ndrangheta ci si potesse convivere e anche trarre vantaggi. Alla fine, i risultati sono stati devastanti, fino al punto di collocare la 'ndrangheta ai vertici delle mafie presenti oggi nel mondo.
Con questa relazione, signor presidente, compiamo effettivamente un passo in avanti, però adesso la realtà è di fronte a noi, nuda e cruda, in tutta la sua portata criminale e, soprattutto, collusiva con il territorio, l'economia, la pubblica amministrazione, la politica, le istituzioni. È dimostrata la collusione con altre realtà geografiche del centro-nord e di tanti altri Paesi, sul piano anche europeo e internazionale.
Mi chiedo se fosse veramente necessaria la strage di Duisburg per comprendere l'esistenza della mafia. Potrò sembrare ripetitiva, l'ho detto infatti molte altre volte, ma negli anni '70 e '80 non sono bastati le faide, i sequestri di persona, le estorsioni, l'usura che dilagava con le complicità non dei colletti bianchi, signor presidente, bensì della borghesia mafiosa, dei professionisti.
Credo che la 'ndrangheta abbia il controllo capillare dei cantieri per la realizzazione delle opere pubbliche, con danni rilevanti alla qualità dell'opera stessa e, soprattutto, con una compressione della libertà del mercato e dei diritti dei lavoratori. Credo che abbia il controllo altrettanto minuzioso della spesa pubblica, in tutti i settori, con un accanimento particolare nei confronti della spesa sanitaria, che è diventata un business per i capibastone, le 'ndrine locali, i politici e gli amministratori, causando danni incalcolabili al diritto della salute e alle regole della legalità. E la Calabria, in questo, ha pagato un tributo troppo alto, soprattutto in questo anno. Le minacce agli amministratori pubblici sono centinaia all'anno.
Al di là del merito, cioè se gli attentati siano stati preparati per ricordare impegni


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presi in campagna elettorale, oppure per piegare politici onesti e attivi nell'azione, mi domando se ci sia voluto l'omicidio di mio marito per scuoterci. Non ne ho mai parlato, però credo che, purtroppo sia stato così.
Non sono bastate le denunce esplicite e dirette sul controllo politico affaristico di ospedali e cliniche private, sulle nomine dei primari, denunce lasciate inevase, senza indagini serie, senza processi, senza condanne, senza risposte e che la politica ha derubricato come fatti personali e sfoghi d'animo.
L'entrata diretta nella 'ndrangheta nella politica con propri candidati, eletti anche per ricoprire ruoli importanti della nostra democrazia locale, regionale e nazionale; la crescita delle dimensioni imprenditoriali della 'ndrangheta in Calabria, nelle regioni più ricche del Paese e in vari continenti internazionali; la finanza e il riciclaggio, con i colletti bianchi pronti a servire gli interessi mafiosi, le società di servizio e le banche attente a fornire i migliori canali per lavare il denaro; l'espansione del controllo del traffico di cocaina dalla Colombia in Europa per via spagnola, olandese e tedesca, o per via africana e albanese: niente di tutto questo ci ha scosso in profondità, ci ha messo in crisi, ci ha spinto a riorganizzare una nazione ben strutturata e, soprattutto, a offrire a noi stessi un momento e un'opportunità di riscatto.
L'omicidio Fortugno è passato, Duisburg è passata. C'è ancora troppo dolore lasciato cadere nell'indifferenza. Troppe cose si potrebbero fare e non si fanno. Si può e si deve fare di più!
La relazione ci mette, tutti, di fronte alle nostre responsabilità. C'è una Calabria che vuole cambiare e liberarsi della 'ndrangheta. C'è nel Paese una tensione che dobbiamo trasformare in scelte operose e permanenti.
Abbiamo alcuni punti di forza sui quali far leva. È vero che i giovani calabresi, a volte, sono stati anche strumentalizzati, ma sono stati quelli che hanno capito subito la portata dell'omicidio di Franco Fortugno e della devastante presenza della 'ndrangheta. Dobbiamo valorizzare le loro scelte, il loro contributo, anche quello più critico, scomodo e a volte irriverente, senza strumentalizzazioni e senza il classico cinismo con cui ci si limita a blandire, sapendo che passerà. È necessario fornire loro risposte forti, coerenti, organizzate in termini di legalità e di sviluppo.
Un'altra leva è rappresentata dagli operatori economici onesti, ai quali però si è richiesto più coraggio nel seguire il buon esempio della Confindustria siciliana. Un'altra ancora è costituita dalle associazioni di volontariato e le scuole, che in Calabria rappresentano un patrimonio ineguagliabile. Abbiamo poi le associazioni antiracket, che devono essere sostenute capillarmente in tutto il territorio.
Altro punto riguarda le forze dell'ordine e la magistratura: con le indagini e la cattura di alcuni latitanti stanno facendo molto, compiendo sforzi e realizzando risultati anche positivi. Certo, credo che la politica e il Parlamento debbano mettere a loro disposizione più mezzi e buone leggi, per permettere loro di colpire anche livelli più alti nella collusione con la politica e l'economia. Rimangono ancora molti punti oscuri, sui quali non abbiamo avuto il tempo necessario per intervenire, ma senza un intervento istituzionale di inchiesta e di chiarezza, tutto resta come prima, incompleto.
Penso al rapporto tra 'ndrangheta e politica. Ci vuole più coraggio, un lavoro di scavo per fare emergere in modo diretto le collusioni e le responsabilità politiche che hanno consentito alla 'ndrangheta di fare politica. Il rapporto 'ndrangheta-massoneria lo abbiamo trattato, come ha affermato la collega Napoli, però oggi di tale rapporto si sa molto poco. Allora occorre scoprire dove esso si concretizza, con quali gruppi dirigenti, con quali ricadute sulla spesa e sui centri decisionali del potere.
Consentitemi di fare nuovamente riferimento all'omicidio di Franco Fortugno: serve la forza per fare piena luce e chiarezza sui mandanti nonché sui livelli di responsabilità istituzionale. Così anche per gli altri omicidi, che sono stati devastanti e che però sono lasciati senza soluzione,


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senza che sia stata messa al servizio della verità tutta la forza che una democrazia può e deve esprimere.
Nelle linee generali approvo questa relazione. Speriamo che sia un seme che possa dare frutto, signor presidente, anche perché, come lei giustamente ha detto, non ci sono conclusioni su una mafia che si evolve ed è sempre in progressione, anche se in senso negativo.
Dobbiamo avere - e in questo senso faccio un appello anche a chi verrà dopo di noi - la forza e il coraggio di compiere alcuni atti e di precedere, per quanto è possibile, quello che loro già sanno e che intendono fare.

GIUSEPPE LUMIA. Signor presidente, con questa relazione offriamo al Parlamento, alle istituzioni tutte e al Paese, una moderna lettura di cosa è oggi la 'ndrangheta, dei suoi punti di forza, della sua capacità di penetrare in profondità il tessuto sociale e la vita economica, politica e istituzionale dei territori della Calabria, del contesto nel quale opera nel nostro Paese e in tanti altri Paesi europei e internazionali.
È un passo in avanti senz'altro, notevole, qualificato, moderno e aggiornato. Si inserisce nella scia di tante altre tappe, della Commissione parlamentare antimafia. Anch'io vorrei citare la relazione Smuraglia del 13 gennaio del 1994. Vorrei aggiungere - e vorrei che se ne facesse cenno nella relazione - altri contributi importanti della Commissione antimafia in altre legislature. In particolare nella X legislatura la Commissione ha approvato una relazione sullo stato della lotta alla mafia nella provincia di Reggio Calabria; un'ulteriore relazione sulle vicende connesse alla costruzione della centrale, allora termoelettrica, di Gioia Tauro; una relazione sullo stato della lotta alla criminalità organizzata nella provincia di Catanzaro e una relazione sulle risultanze degli accertamenti sull'applicazione della legge n. 246 del 1989 recante norme urgenti per il risanamento e lo sviluppo della città di Reggio Calabria. Nella XI legislatura, sono state approvate la relazione del senatore Paolo Cabras sulla situazione della criminalità in Calabria e la relazione di minoranza sulla situazione della criminalità organizzata in Calabria, relatori onorevoli Girolamo Tripodi e Alfredo Galasso. Nella XII legislatura è stata approvata la relazione sul caso Cordopatri, relatore onorevole Vendola. Ricordo anche la relazione del senatore Figurelli del 26 luglio del 2000, corposa e importante, che ha fornito anche spunti di enorme interesse e di cui vorrei si facesse cenno quando si parla della Lombardia, visto che in quella relazione è stata tratteggiata la presenza della 'ndrangheta in quella regione. Nella scorsa legislatura, ricordo le relazioni generali, sia quella di maggioranza che di opposizione, compresa la relazione sul Piemonte in cui è stata tratteggiata una presenza notevole della 'ndrangheta nel contesto territoriale.
Signor presidente, ho citato tutti questi contributi, che hanno caratterizzato la vita della Commissione, per far notare una profonda contraddizione. La Commissione antimafia ha segnalato da tempo la crescita la potenza e lo sviluppo della 'ndrangheta del nostro Paese, ma questi contributi non sono stati accolti. Le istituzioni e la società non hanno fatto sino in fondo i conti con i segnali, le denunce e gli stimoli, che la Commissione antimafia in questi anni ha offerto a tutti. La 'ndrangheta è diventata un «buco nero» della nostra democrazia. Ecco perché, oggi che approviamo questa relazione, dobbiamo avvertire tutti la responsabilità di evitare che anche questo documento, fatto così bene, possa essere ingoiato da quel buco nero che ha caratterizzato la storia della nostra democrazia nel rapporto con la 'ndrangheta.
Signor presidente, che errore minimizzare, svilire, anche nel passato, la 'ndrangheta delle faide e dei rapimenti! Allora si diceva: «È una mafia arretrata e quindi senza futuro». Gravissima valutazione. La 'ndrangheta delle faide seppe selezionare il suo versante militare, la propria forza e l'energia di controllo del territorio. Seppe inoltre enfatizzare il ruolo della famiglia al punto tale che oggi, nelle letture più


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moderne che si fanno e nell'analisi di questa relazione, lo si considera un punto di forza della 'ndrangheta rispetto alla stessa Cosa nostra, di natura tale da aiutare la 'ndrangheta stessa a limitare il ruolo dei collaboratori di giustizia o ad assorbirne i colpi quando ogni tanto fa capolino, nell'attività giudiziaria, il contributo di qualche collaboratore.
Così è stato un errore grave, nel passato, sottovalutare la 'ndrangheta dei rapimenti. Attraverso quell'attività, mostruosa e che magari ci fa pensare a una 'ndrangheta del passato, abbiamo oggi la consapevolezza che la 'ndrangheta ha accumulato quel denaro che l'ha proiettata lungo il traffico della droga, al punto tale che oggi quella primitiva e violenta accumulazione ci consegna, come nella relazione è ben descritto, una 'ndrangheta che primeggia lungo le tappe del traffico di cocaina.
Oggi questa organizzazione, proprio in questo settore, è considerata la più affidabile, paga bene, è puntuale. È considerata la più estesa, è in grado di convogliare enormi quantità, senza quella parcellizzazione che procura dei costi ai produttori, ai cartelli dei colombiani, ed è in grado di coprire tutto il mercato italiano e europeo. Nello stesso tempo, con un salto di qualità, la 'ndrangheta è in grado di interagire con il cartello dei colombiani, perché sa offrire il servizio di riciclaggio, cioè l'attività decisiva per chi opera in questo settore.
Ho fatto questi riferimenti per sottolineare la storica sottovalutazione e per evidenziare che è importante recuperare la lettura che la relazione compie sul tratto tradizionale della 'ndrangheta, un tratto che oggi costituisce un punto di forza e che mette questa organizzazione in condizione di proiettarsi lungo i circuiti più avanzati della nostra modernizzazione (pensiamo alla finanziarizzazione dell'economia, ai grandi circuiti del riciclaggio) proprio perché, nel passato, quella lettura ha svilito le energie, ha impedito alle forze sociali ed economiche nonché alle nostre istituzioni di fare bene il proprio lavoro e di capire che la 'ndrangheta andava combattuta e sradicata sin dall'inizio, quando era coinvolta in una faida tribale e in una forma violenta e primitiva di accumulazione dei rapimenti.
Signor presidente, è stato sottovalutato anche il rapporto con la massoneria, che nella relazione è citato. C'è addirittura un capitolo che tratta questo argomento e che meritava, in questa legislatura, l'esercizio dei poteri di inchiesta della Commissione, in grado di produrre un'autonoma, libera ed efficace indagine della Commissione stessa, sganciata anche dalle attività giudiziarie, consapevole che in queste ultime sono stati rilevati, assieme a fatti e riferimenti importanti citati nella relazione, anche clamorose omissioni e responsabilità frutto di collusioni tra la 'ndrangheta, la massoneria e settori dell'apparato giudiziario.
Questo lavoro meritava l'impegno della Commissione, anche perché questa grave sottovalutazione del rapporto fra 'ndrangheta e massoneria ci ha impedito di capire i rapporti della 'ndrangheta con i sistemi alti del potere economico ed istituzionale. La massoneria, per la 'ndrangheta, è stata una sorta di ascensore, un'area di allenamento per familiarizzare con i circuiti politico-economici decisionali e potersi preparare a quello che oggi insieme constatiamo, un fenomeno preoccupante e devastante per la nostra democrazia: la 'ndrangheta che si fa direttamente politica ed economia, che si fa impresa.
Un altro episodio gravemente sottovalutato - al quale, per ovvi motivi di tempo e di spazio, nella relazione non si fa cenno, ma che meriterebbe un lavoro di scavo e di inchiesta da parte della prossima Commissione antimafia - è quello dell'omicidio Scopelliti. Anche allora si diede una lettura quasi consolatoria: un delitto commesso dalla 'ndrangheta su commissione di Cosa nostra e quindi un delitto di secondaria importanza per le responsabilità e il ruolo della 'ndrangheta. Invece, la portata della responsabilità della 'ndrangheta non andava assolutamente minimizzata anzi, quella fu una sorte di allenamento per la 'ndrangheta, per poter al suo interno valutare anche la possibilità


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di colpire livelli istituzionali. Così poi avvenne, quando la 'ndrangheta decise di colpire il vicepresidente del consiglio regionale, l'onorevole Franco Fortugno. Un omicidio che - anch'io condivido questo giudizio - rappresenta una sorta di svolta. Un omicidio che è di fronte a noi, tutto ancora da squadernare, da indagare, su cui ancora lo Stato, la politica e la democrazia devono dare il meglio di sé.
Come ho già detto poc'anzi, la 'ndrangheta è il buco nero della nostra democrazia. Oggi dobbiamo fare in modo che diventi una sfida aperta e perché sia tale si devono sciogliere alcuni nodi. Nella relazione sono contenuti alcuni passaggi molto importanti, che però richiedono un lavoro altrettanto importante di inchiesta e scavo, che deve impegnare la prossima Commissione parlamentare antimafia. Faccio riferimento, ad esempio, al tema del riciclaggio. Diciamocelo con molta franchezza: tanti soldi e poche inchieste, tanti patrimoni e poche confische, tanto riciclaggio e pochi processi! È un dato che segnala una profonda contraddizione e che deve impegnarci ad organizzare l'azione dello Stato per colpire questa vitale funzione della 'ndrangheta. Non penso che tutto ciò possa essere soltanto delegato alla magistratura, la cui attività, dobbiamo dirlo, su questo fronte è ancora del tutto insufficiente. Di ciò, la prossima riorganizzazione degli uffici giudiziari dovrà tenere conto.
Come Commissione parlamentare dovremmo sforzarci di individuare i punti di snodo del riciclaggio, anche sul piano internazionale, capire la funzione del sistema bancario e creditizio e delle società finanziarie, comprendere come la 'ndrangheta sia riuscita a svolgere questo servizio per sé e ad offrirlo anche ad organizzazioni terroristiche e come abbia scalato i vertici internazionali in questo campo, in rapporto diretto con i cartelli dei colombiani.
Occorre capire quali controlli siano mancati, quali vuoti esistano nella nostra legislazione, quale borghesia mafiosa e attività professionale si siano messe al servizio della 'ndrangheta e debbano essere ancora svelate. C'è dunque ancora un lavoro prezioso da svolgere e la Commissione ci invita a farlo. La relazione è una base di partenza importante per sciogliere questo nodo, se vogliamo che da buco nero della nostra democrazia la 'ndrangheta diventi una sfida aperta.
Ritorniamo al rapporto fra 'ndrangheta e politica. Ci sono due questioni di fondo che dovrebbero essere affrontate. La prima è relativa all'andamento del trasformismo: anche in relazione a tale fenomeno vi è stata un'enorme sottovalutazione delle classi dirigenti, delle formazioni politiche - anche quelle più recenti - perfino nella formazione dei governi della cosiddetta seconda Repubblica. La politica non ha fatto i conti in Calabria, come naturalmente anche in altre parti del Mezzogiorno, con il trasformismo, che è diventato un elemento che ha aiutato la 'ndrangheta e le ha consentito di farsi direttamente politica, di farsi presente, senza mediazioni, dentro il gioco della politica, dentro l'alternarsi al governo della Calabria di coalizioni differenti. E così si è sottovalutata la crisi della politica, cioè lo sfilacciamento della capacità della politica di selezionare gruppi dirigenti, di compiere una lettura autonoma e indipendente dall'attività della magistratura riguardo alla presenza della 'ndrangheta; di darsi obiettivi forti di trasformazione, di riforma del territorio e di indirizzo dell'attività economica.
Nuovamente, la crisi della politica - come descrivono le parole pesanti, o meglio severe, contenute delle pagine finali della relazione - ha costituito un forte elemento di attrazione per la 'ndrangheta, o meglio, un veicolo di penetrazione della 'ndrangheta
Signor presidente, da tempo chiediamo, ma ancora non è stato attuato, un monitoraggio di tutte le cosche, oltre all'indicazione geografica della presenza dei boss delle 'ndrine e ai nomi che spesso si ripetono e che si proiettano oltre la Calabria, al centro-nord e negli altri Paesi - come abbiamo visto, anche in Germania.


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Manca però il collegamento con i settori della politica e, naturalmente, dell'economia.
La Commissione dovrebbe compiere un lavoro di scavo e di inchiesta - naturalmente non in generale, poiché sarebbe impossibile in quanto tutto passa poi attraverso la mediazione di singoli in settori della politica - per fare modo che finalmente si possa avere il quadro chiaro di quanto sta avvenendo e si possa misurare il grado della minaccia della 'ndrangheta, il suo carattere pervasivo e la sua forza di riproduzione, nonostante i risultati positivi che, comunque, sono stati ottenuti sul piano giudiziario e repressivo.
Per quanto riguarda l'omicidio Fortugno, non abbiamo avuto il tempo - ma sarebbe stato necessario - per capire a chi appartenga la responsabilità dell'occultamento e del blocco delle indagini sulle denunce esplicite fatte dall'onorevole Fortugno, sia con esposti diretti alla magistratura, sia con interrogazioni al consiglio regionale. Si tratta di gravissime omissioni, che non possono essere derubricate in modo burocratico e che non possono essere affidate solo all'attività ispettiva del ministero. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda i mandanti. Un lavoro autonomo e libero della Commissione può aiutare noi tutti a capire cosa sia avvenuto realmente, di fronte a un omicidio dalle chiare e lampanti caratteristiche politico-mafiose: per la modalità in cui si è svolto, per il giorno scelto, per il luogo, per la funzione e per le denunce dell'onorevole Franco Fortugno.
Si dovrebbe poter indagare sul ruolo dei Servizi in questa vicenda, della massoneria, degli apparati collusivi che si sono intrecciati nel contesto della sanità pubblica e privata nella Locride e nella provincia di Reggio Calabria. Andrebbero ugualmente approfondite e sviscerate le minacce nei confronti della vedova Fortugno. Anche a tal proposito compaiono strani personaggi, un tempo legati ad ambienti dei Servizi e ad apparati delle istituzioni: sarebbe necessario un ulteriore lavoro di indagine.
Penso che non ci sia niente di sospetto o di scandaloso nell'avere indicato nel prefetto De Sena un possibile rappresentante delle istituzioni del Parlamento italiano. È una scelta nobile e significa aver preso sul serio la gravità della situazione presente in Calabria. Altro che i giudizi affrettati, che ho sentito pronunciare questa mattina, altro che le letture approssimative e i giudizi ingenerosi che sono stati offerti! Ogni partito, ogni coalizione, ha la necessità di selezionare una classe dirigente che in Calabria dia il meglio di sé. Selezionare professionalità di grande qualità e di grande onestà, per metterle al servizio del Parlamento attraverso una candidatura in Calabria, costituisce un fatto estremamente positivo. Semmai ci dovremmo preoccupare, lo dico rivolgendomi ad ogni formazione politica, quando invece, in modo molto più superficiale e spesso trasformistico, reclutiamo gruppi dirigenti e personale politico che fa del mercimonio, dello scambio e della collusione mafiosa il dato permanente. Lì dovremmo gridare allo scandalo ed esercitare con rigore la nostra funzione, non nei confronti di un grande servitore dello Stato che ha saputo dare il meglio di sé con autonomia, indipendenza e severità, nei confronti di qualunque appartenenza politica che abbia esercitato una funzione distorta e collusiva con la 'ndrangheta in Calabria.
Signor presidente, esiste in definitiva un lavoro da svolgere, prezioso e impegnativo, per fare in modo che questa «benedetta» 'ndrangheta rappresenti non più un buco nero, bensì una sfida aperta della nostra democrazia.
Concordo pienamente con la relazione sui testimoni di giustizia, una relazione ben fatta, e ringrazio l'onorevole Napoli e i consulenti che ci hanno aiutato a ricostruire la verità sulla condizione grave in cui versano i testimoni di giustizia e sulle necessarie modifiche da apportare.
Condivido anche la relazione conclusiva. Sottolineo, signor presidente, che anche la chiusura anticipata di questa legislatura ha impedito al Parlamento di poter approvare norme importantissime per


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l'aggressione ai patrimoni, tenuto conto dell'indirizzo stesso che la Commissione ha dato al Governo e al Parlamento con l'approvazione all'unanimità di una relazione che è intervenuta sui due fronti: fornire ulteriori strumenti per le indagini e per l'azione giudiziaria e dare maggiore sostegno per quanto riguarda la gestione e l'utilizzo sociale e produttivo dei beni. Si è causato, con questa chiusura così anticipata, un danno anche alla definizione di nuove norme a sostegno dei testimoni di giustizia, che attendono da anni e che avevano riposto in questa legislatura un'enorme speranza, per uscire finalmente da quella condizione che oggi vivono e in relazione alla quale vi sono enormi responsabilità degli stessi apparati dello Stato. Inoltre, la chiusura della legislatura ha reso impossibile approvare una nuova norma sullo scioglimento per mafia dei comuni: un lavoro già preparato, istruito e pronto per essere approvato dalle Camere, sul quale dovremo ricominciare da capo.
È mancata un'altra indagine alla quale tenevo molto e che avrebbe dovuto costituire un punto di forza per la Commissione in questa legislatura, cioè l'indagine sulle stragi, così attesa ed essenziale per fare luce su un tratto importante e devastante della nostra democrazia.
Signor presidente, sosterrò pienamente l'approvazione della relazione, ma ritengo che sia necessario che, a partire proprio da questa relazione, si compia quell'atteso salto di qualità che la nostra società e la nostra democrazia non sono ancora riuscite a fare.

PRESIDENTE. Devo comunicarvi che la Camera sta iniziando a votare. Sospendiamo i lavori, che riprenderanno al termine dei lavori della Camera.

La seduta, sospesa alle 12,30, è ripresa alle 14.

PRESIDENTE. Riprendiamo la seduta. Do la parola all'onorevole Giacomo Mancini.

GIACOMO MANCINI. La relazione annuale della Commissione sulla 'ndrangheta rappresenta un lavoro importante. Di questo bisogna dare atto al presidente, all'ufficio di presidenza e a tutti i colleghi della Commissione rappresentanti dei diversi partiti politici. Ritengo opportuno sottolineare nuovamente il prezioso contributo apportato dai collaboratori della nostra Commissione.
Si poteva fare certamente di più e meglio. La fine anticipata della legislatura ha rappresentato un elemento di ostacolo al nostro approfondimento ormai avviato verso una fase produttiva.
La relazione conclusiva illustrata questa mattina dal presidente rappresenta un documento corposo, che ritengo meriti un approfondimento attento e puntuale. Probabilmente è indispensabile accogliere la richiesta avanzata da alcuni colleghi di rinviare ad altra seduta per conoscerlo, discuterlo e analizzarlo meglio.
All'indomani del delitto Fortugno, anche numerosi e autorevoli esponenti politici hanno definito la Calabria protettorato della 'ndrangheta, definizione forte, che denuncia il sistema illegale presente in quella nostra regione, rappresentato da una stretta colleganza tra la classe dirigente intesa in senso lato e la criminalità organizzata.
Questa relazione in alcune parti fotografa bene la fusione di interessi tra la classe dirigente e la criminalità organizzata. La degenerazione è tanto profonda e la contaminazione tanto drammatica da far purtroppo spesso registrare una serie di comportamenti negativi adottati anche da chi, pur non essendo direttamente affiliato alle cosche, ne mutua gli atteggiamenti più deteriori nella pubblica amministrazione senza farsi guidare dal rispetto della legge, ma sostituendo il favore al diritto.
Questo quadro fotografa una situazione difficile, per tanti aspetti addirittura drammatica.
In questi due anni non sono mancate risposte da parte dello Stato e del Governo, che hanno conquistato successi non irrilevanti. Anche seguendo l'esposizione della relazione, ritengo tuttavia che dinanzi a noi si ponga un interrogativo, che


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rappresenta il senso della missione che deve guidare la nostra azione, cioè se la Calabria rappresenti una terra dannata e irrecuperabile, dominata dalla protervia della criminalità mafiosa o una terra difficile, in cui l'emergenza criminalità e la sua pervasività nella società appaiano drammatiche, ma che al proprio interno conservi, e generi anche anticorpi in grado di sconfiggere la criminalità e i suoi disvalori.
Ci chiediamo inoltre se l'attuale situazione drammatica, fotografata dalla relazione, all'esito della nostra breve ma intensa e utile attività, sia figlia della degenerazione di ieri, unendo passato e presente in un unicum, o presenti una drammaticità non propria dell'essere calabrese, costituendo una patologia affrontabile e debellabile.
Ritengo che questi siano gli interrogativi che oggi dobbiamo porci. Alcuni passaggi della relazione, che sinceramente non mi convincono, sembrerebbero suggerire che la Calabria sia una terra staccata dal contesto nazionale, condannata a essere sempre in balìa della protervia criminale.
Io e il mio partito abbiamo un'impostazione differente, ritenendo che nella mia regione l'invasività della criminalità organizzata non debba essere combattuta restringendo gli spazi democratici e che attraverso il contributo importante e l'azione determinata del Governo nazionale, dello Stato e delle istituzioni a livello centrale si possa affrontare la criminalità organizzata non limitando la democrazia in Calabria, ma lavorando per offrire alla Calabria e ai calabresi maggiori spazi di democrazia.
Critico dunque le impostazioni ispirate a un tentativo di commissariamento della democrazia e delle scelte democratiche in Calabria con l'invio di supercommissari, ai quali delegare superpoteri e funzioni di scelta che dovrebbero invece spettare alle istituzioni democratiche, verso le quali tutti noi, a cominciare dai nostri partiti, dobbiamo svolgere un ruolo attento di contrasto alle infiltrazioni mafiose.
Se oggi le istituzioni sono infiltrate e talvolta persino occupate da rappresentanti dei clan della malavita organizzata, è doveroso trovare il modo di fare pulizia senza distruggere l'istituzione intesa come funzione democratica.
Ritengo che su questo punto si debba favorire un dibattito anche in queste ultime sedute della nostra Commissione. Ritenere che i mali di oggi siano quelli di ieri in una storia globalmente negativa rappresenta un modo sbagliato di analizzare il problema.
In base ad alcune ricostruzioni storiche, più che politiche e giudiziarie, la Calabria ha attraversato una fase importante, che coincide con gli anni di governo del primo centrosinistra degli anni '60, in cui sono stati ottenuti risultati importanti.

PRESIDENTE. Quando si pensò alla prima programmazione per il sud.

GIACOMO MANCINI. Benissimo! Mi piacerebbe che, giacché lo condividiamo, lo scrivessimo.
In quegli anni, quei Governi, pur con i limiti e le criticità della loro azione, hanno impresso alla Calabria una traiettoria di sviluppo che ritengo ancora valida rispetto all'azione per il futuro. Sono state realizzate importanti infrastrutture, porti, aeroporti, ospedali, strade, autostrade, presìdi di civiltà e di cultura come le università.
Molto di quanto è stato realizzato rappresenta un elemento di crescita democratica rispetto a quella terra. Soltanto attraverso gli investimenti di quegli anni si è potuto pensare a un futuro di sviluppo, di crescita e di maggiore democrazia per la Calabria.
Oggi, signor presidente, ad Hong Kong si conosce la Calabria per l'esistenza del porto di Gioia Tauro, grazie al quale la Calabria può avere centralità nello sviluppo del bacino del Mediterraneo. Sbaglieremmo quindi se rappresentassimo il porto di Gioia Tauro solo evidenziando le infiltrazioni certamente esistenti, come spiegatoci nel corso della nostra missione a Gioia Tauro dal generale Mori, che ha anche sottolineato la presenza di tali in


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filtrazioni in tutti i grandi porti, a cominciare da quelli del Mediterraneo.
Ritengo quindi opportuno considerare questo punto e lasciarlo agli atti del lavoro della Commissione.
È necessario combattere l'inquinamento nella realizzazione delle opere pubbliche, nell'ampliamento e nell'ammodernamento della rete infrastrutturale, a cominciare dai lavori per l'autostrada A3, che proseguono da tempo immemore. Considero però un errore considerare la realizzazione di questa autostrada come uno strumento che abbia aiutato la criminalità calabrese a diventare nazionale e internazionale.
Ritengo che la mia regione, vittima del sistema criminale, possa perseguire un percorso virtuoso attraverso gli anticorpi in essa presenti, che si producono attraverso una cura spasmodica degli spazi di democrazia.
Oggi, il Partito socialista desidera consegnare questa riflessione nella discussione della relazione, uno degli atti finali dell'attività di questa XV legislatura della Commissione antimafia.
I mali della Calabria fotografati nella relazione sono il trasformismo, i cambi di casacca, le contaminazioni tra affarismo, clientelismo e scelte di Governo. Rispetto al sistema criminale i partiti devono fare molto di più attraverso scelte forti, nette, chiare, più coraggiose, di cui a pochi giorni dall'inizio della campagna elettorale sottolineo la necessità per debellare definitivamente i portatori di interessi occulti.
Le stesse istituzioni economiche possono fare di più. Confesso, signor presidente, di aver apprezzato l'intervento del presidente di Confindustria nazionale, Luca Cordero di Montezemolo, che ascoltando in questa Commissione gli interventi dei commissari ha relazionato anche sull'impegno convinto, determinato e coraggioso al fianco di Confindustria siciliana.
Personalmente, desidero sottolineare come, in seguito alle sollecitazioni emerse nel corso di quella audizione, il presidente Montezemolo abbia avuto il coraggio e la determinazione di interrompere il rapporto di collaborazione tra il quotidiano nazionale di Confindustria, Il Sole 24 Ore, e il quotidiano calabrese Calabria Ora, il cui editore è stato condannato per usura. Si è trattato di un gesto coraggioso.
Insieme al mio partito quotidianamente subiamo ritorsioni a causa di tale atto, vittime di una campagna di veleni, di insinuazioni, di maldicenze. Personalmente, tuttavia, non mi pento di quell'azione, anzi colgo l'occasione per ringraziare il presidente Montezemolo per il coraggio dimostrato.
Ritengo che la frontiera della legalità si possa conquistare non soltanto declamando discorsi e riempiendosi la bocca di vuota retorica, e che conquisteremo maggiori spazi di legalità nelle difficili regioni del Mezzogiorno d'Italia, tra le quali la Calabria vive la realtà più drammatica, e compiremo bene il nostro lavoro se alle parole faremo seguire fatti concreti. Da questo punto di vista, l'impegno del presidente, dell'ufficio di presidenza e di questa Commissione rappresenta un punto di riferimento non secondario.
I partiti devono intervenire prima dell'azione della magistratura, così come le istituzioni economiche, ma anche la magistratura inquirente deve essere più attenta e solerte nell'azione di contrasto della pervicacia della criminalità organizzata.
Il limite evidenziabile in questa relazione è l'assenza di un capitolo sulla responsabilità della magistratura inquirente rispetto al tema della drammatica pervasività delle forze criminali in Calabria.
Scartabellando tra vecchie carte ho rintracciato un'intervista del 1981 rilasciata da un magistrato inquirente impegnato in prima linea, che affermava: «È sul piano politico che va denunciata l'assoluta mancanza di iniziativa, tranne quella certamente non casuale e non involontaria di delegare la lotta alla mafia alle strutture repressive dello Stato», e ancora: «Il costume dei partiti che detengono la maggioranza a livello nazionale e regionale non accenna a mutare e la questione morale non è che per tali partiti uno slogan vuoto di contenuti». Infine


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dichiarava: «Sarebbe necessaria una volontà politica che rompesse radicalmente con il tradizionale sistema di gestione del potere, che affermasse una nuova moralità pubblica, una più incisiva partecipazione di tutti i cittadini alle scelte politiche e amministrative».
Questa intervista è stata rilasciata da un noto magistrato che anche oggi esercita funzioni inquirenti, al Manifesto, un giornale di quella che oggi verrebbe definita «sinistra radicale».
Quelle analisi e quegli slanci, che all'epoca hanno rappresentato anche elementi di dibattito con accenni critici da parte delle forze che governavano a livello regionale e nazionale, non sono presenti in parte importante della magistratura inquirente. Oggi, senza voler individuare responsabilità personali, ma esprimendo una considerazione di tipo politico, la magistratura inquirente in Calabria, tranne eccezioni, sembra quasi assecondare il sistema criminale, che nel 1980 questa intervista voleva sottolineare con tanta efficacia e solerzia.
Ho voluto sinteticamente consegnare questi punti ai lavori di questa nostra Commissione.
Si poteva fare di più e di meglio, però ritengo che per l'approvazione di questa nostra relazione occorrano approfondimenti, che nel prosieguo di questa nostra attività riusciremo a svolgere, per offrire all'opinione pubblica del nostro Paese, al Parlamento e alla futura legislatura un lavoro importante, dal quale partire per continuare lo sforzo di consegnare una regione alla democrazia, sottraendola al drammatico predominio delle forze della criminalità organizzata.

JOLE SANTELLI. Vorrei innanzitutto rendere merito all'intera Commissione, a lei, presidente, e all'ufficio di presidenza perché per la prima volta dall'istituzione della Commissione antimafia la sua attività è stata rivolta a una regione diversa dalla Sicilia, anche perché gli eventi di cronaca hanno indotto a considerare l'intero contesto. Concentrare tutte le attenzioni su un'area del Paese e su una specifica forma di criminalità avrebbe potuto far sfuggire molti aspetti.
Di questo è giusto riconoscere il merito, nella speranza che possa costituire un precedente autorevole per chi proseguirà.
Spesso abbiamo definito questa relazione sulla 'ndrangheta «relazione sulla Calabria», in quanto siamo consapevoli che mediante una relazione sulla criminalità organizzata in Calabria si tracci anche il percorso storico di una regione in cui si rilevano difficoltà di controllo democratico e freni allo sviluppo, in quanto le energie positive vengono incanalate verso altro contesto.
La Calabria non è la 'ndrangheta e il suo problema più drammatico consiste nel fatto che, essendo una terra in cui diritti e doveri si confondono, in cui spesso chi opera correttamente non è premiato e chi commette abusi non è punito, è in un'area grigia, storicamente mantenuta ai margini, anche da parte dello Stato italiano.
La Calabria non presenta un'utilità reale per essere di particolare interesse a Roma: due milioni di voti non sono abbastanza, specialmente in relazione ai problemi denunciati dalla regione. Ritengo infatti che chiunque di noi calabresi abbia provato a dialogare anche a livello istituzionale con i propri partiti si sia sempre sentito rispondere che la Calabria è una terra particolare. Forse è finalmente arrivato il momento di cambiare questa situazione, perché purtroppo la Calabria oggi rappresenta un caso nazionale.
Mi ha colpito la frase con cui il procuratore aggiunto della DDA di Catanzaro, dottor Spagnuolo, ha definito in Commissione la Calabria come «una terra senza democrazia». Questo problema non riguarda i calabresi, ma lo Stato. Non si può mantenere una colonia dell'impero affidata a proconsoli, che forse un tempo sono stati anche di grande livello. Prima il collega Mancini ha menzionato il centro-sinistra: un conto sarebbe stato un proconsole come Mancini o come Misasi, che hanno gestito la Calabria apportandole qualcosa, altro è la zona oscura di una terra affidata a qualcuno che non debba rendere conto del suo operato.


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Il problema della Calabria è la terra d'ombra, ovvero la convinzione dei calabresi che tutto debba rimanere al proprio interno e che nulla possa uscire dalle montagne del Pollino.
Chi parla di Calabria a Roma svolge quindi quasi il ruolo del pentito o del delatore. Questo contesto generale provoca alcuni effetti. Una terra senza controllo non è un problema esclusivo dei controllati, ma anche dei controllori, riguarda il modo in cui hanno funzionato gli strumenti di controllo in Calabria, laddove al mea culpa della politica deve seguire quello di tutte le categorie che avevano il compito di vigilare.
Considero fondamentale segnalare come, al di là di persone dedite, nella magistratura calabrese si rilevi un problema di numeri e di mancanza di attenzione, giacché oggi nessun magistrato vuole andare in Calabria, salvo i calabresi, e le forze di polizia devono costringere i propri rappresentanti a recarvisi. Solo quando da Roma si punteranno sulla Calabria i riflettori a tutti i livelli, la centralità e l'attenzione dedicata a questa regione saranno di tipo diverso.
Nulla giustifica ovviamente una politica anche a livello centrale estremamente «distratta» nei confronti della Calabria, unita a un'incapacità di gestire.
Qualche mese fa, insieme ad alcuni colleghi, anche appartenenti all'opposto schieramento politico abbiamo lanciato una sorta di provocazione proponendo di cancellare le preferenze dalle competizioni elettorali regionali. Ci è stato risposto che così facendo avremmo conculcato la democrazia. A mia volta ho obiettato che democrazia non significa ottenere preferenze in un sistema clientelare di vessazione. Dinanzi a momenti oggettivamente delicati e pericolosi, infatti, credo che lo Stato debba assumere contromisure efficaci.
Alcune frasi contenute nella relazione mi lasciano perplessa, ma nell'insieme mi rendo conto che si tratta quasi sempre di ricostruzioni di tipo giudiziario, quindi prive di illazioni. Considero quindi un buon risultato arrivare all'approvazione all'unanimità di una relazione di questo genere, che rappresenta un documento da consegnare all'intero Parlamento per prendere le decisioni di merito.
Desidero non sottrarmi a un argomento delicato, cui hanno già fatto cenno alcuni colleghi (sono anche lieta della presenza di importanti esponenti del Partito Democratico): l'annunciata candidatura in Calabria del prefetto De Sena. Vorrei svolgere una riflessione di carattere esclusivamente politico. Uno dei maggiori problemi della Calabria è la mancanza del riconoscimento dello Stato, dell'esistenza di qualcosa di autorevole al di sopra degli interessi di parte. Parlo in qualità di calabrese, non di persona di parte. Abbiamo riconosciuto come in Calabria sia solitamente difficile trovare convergenza di stima e di rispetto su alcune figure. In presenza di questa convergenza, ritengo quindi totalmente sbagliato trascinare queste figure da una parte politica. È necessario imparare dalla storia. La separazione fra i bravi e i cattivi, che purtroppo abbiamo traslato anche nella storia siciliana, ha fatto esclusivamente il gioco della criminalità organizzata. Stiamo attenti, quindi, perché al di là della persona, del prefetto De Sena che stimo, ma dalla cui candidatura mi sento tradita, perché lo avrei preferito come vicecapo vicario della Polizia di Stato, che è di tutti...

ROSA MARIA VILLECCO CALIPARI. Era vicecapo.

JOLE SANTELLI. Non desidero fare polemica, ma intendo solo affermare che in una regione come la Calabria è fondamentale preservare l'immagine delle istituzioni. Capisco quanto accaduto ed esprimo le mie considerazioni in Commissione antimafia, sede politica appropriata, e non alla stampa.
Invito i colleghi a fare attenzione a non ripetere in Calabria gli errori commessi altrove, utilizzando le istituzioni per dare simbolicamente un messaggio diverso, che al di là delle buone intenzioni si potrebbe tradurre in un danno non per l'altra parte politica, ma per i calabresi.


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NITTO FRANCESCO PALMA. Prima di affrontare il merito della relazione sulla 'ndrangheta, vorrei ricordarle, presidente, che il gruppo Forza Italia ha mantenuto per tutto il periodo dei lavori della Commissione l'impegno assunto fin dalla prima seduta della Commissione: collaborare con piena lealtà con la presidenza in una materia che evidentemente non può soffrire di diversità politiche.
Ritengo che molto prima di questa distensione dei rapporti in Commissione antimafia il centrodestra abbia dato prova di serietà e di capacità di mantenere le promesse fatte, probabilmente perché per noi vale il we can nel senso reale del termine inglese, e non nel «si può fare», che rappresenta l'annacquamento romano di una frase dal significato molto diverso.
Siamo contenti, signor presidente, della sua presidenza e alla fine della legislatura le riconosciamo una grande correttezza e un grande equilibrio. Personalmente, come capogruppo di Forza Italia, ho considerato sempre un onore aver avuto la possibilità di lavorare al suo fianco.
Mi è capitato di dedicare oltre cinque anni della mia attività alle problematiche della 'ndrangheta e a conoscere il territorio di questa regione difficile, spesso poco conosciuta al resto d'Italia, pervasa da una criminalità violenta, forse liquida ma comunque in grado di invadere qualsiasi tassello del mosaico della società civile.
Si tratta di una società malata, signor presidente, che si caratterizza per la totale inesistenza dello Stato.
La collega Santelli non me ne vorrà se mi permetto di contraddirla affermando che spesso diritti e doveri lì non hanno senso perché i diritti nascono dalla forza e i doveri vengono dissolti nel nulla come lacrime nella pioggia proprio grazie alla forza. È un regime anarchico, la cui unica forma di potere reale è rappresentata dal potere criminale. Per troppo tempo lo Stato si è disinteressato della Calabria.
Nella prima riunione della Commissione antimafia della precedente legislatura, intervenni per focalizzare l'attenzione sulla pericolosità della 'ndrangheta e sulla tragica problematicità dei problemi della Calabria. Devo quindi considerare con grande favore il suo sforzo, muovendole l'unica critica di essere stato molto meno duro di quanto avrebbe potuto.
Comprendo le ragioni del linguaggio istituzionale e della politica, ma credo che, se lei fosse stato più duro, noi avremmo votato il suo documento. È ora di restituire la Calabria alla legalità e quindi finalmente ai calabresi, a quelli onesti e orgogliosi della loro onestà, costretti a emigrare per poter vivere dignitosamente privando però la Calabria stessa di energie essenziali per andare avanti.
Dai lavori della Commissione emerge il ruolo devastante della politica. Senza fare distinzioni tra centrodestra e centrosinistra, un osservatore straniero che dovesse leggere i documenti che stiamo acquisendo e formarsi un'idea del ruolo svolto dalla politica - si tratta di una generalizzazione, perché anche in Calabria esistono politici di assoluta capacità e onestà - dovrebbe trarne una valutazione tragicamente negativa.
Come lei prima ha sostenuto, tale politica arriva sempre tardi, e a mio avviso deve arrivare tardi perché la sua debolezza coincide esattamente con l'altra faccia della forza di un potere criminale. Una politica forte nel tempo sarebbe riuscita se non a estirpare, sicuramente a contenere un fenomeno criminale che ostacola la crescita della Calabria. Tutto questo non c'è stato.
Vorrei riportare un esempio che riguarda il porto di Gioia Tauro. Concordo con l'onorevole Mancini sul fatto che esso rappresenti una grande opportunità per la Calabria, ma quel potere politico che stringeva accordi con Ravano per la costruzione del Porto di Gioia Tauro forse avrebbe avuto il dovere di bonificare l'area notoriamente fuori dal controllo dello Stato e nelle mani della potente cosca dei Piromalli-Molé.
Non a caso Ravano, fatto l'accordo con il potere politico, stringe un secondo accordo con i padroni del territorio fino ad arrivare a un «pizzo» di 1,5 dollari a container. Ciò significa assenza della politica e dello Stato.


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Sono rimasto molto colpito dalle dichiarazioni dell'onorevole Zavattieri. Mi preme non conoscere le ragioni che l'abbiano indotto a farle, ma che esse trovino conforto nelle acquisizioni documentali e appaiano in sintonia con le ipotesi non necessariamente maliziose formulate da ciascuno di noi nel leggere le carte.
Come confermato da molte acquisizioni, Zavattieri afferma che in Calabria prima ancora della politica esiste un gruppo di potere, che usa la politica come un calesse assolutamente strumentale al perseguimento dei propri obiettivi economici e finanziari, per cui non ha problemi a trasferirsi da una parte politica all'altra, transitando i voti frutto delle clientele che spesso si correlano al potere stesso.
Non desidero citare nomi, perché alla mia età mi sono abituato a essere particolarmente prudente, ma nella relazione viene riportata un'intercettazione telefonica tra Crea, che di passaggi ne ha fatti tanti, e un autorevole politico, nel corso della quale si invita l'interlocutore a fare attenzione, perché se vince Fortugno - in quell'intercettazione nominato Modugno - «ti sdirrupa la clinica». Non mi sembra che questa affermazione lasci trasparire grandi ideali. Lo stesso atteggiamento mentale si rileva in un'altra intercettazione telefonica di Crea, in cui gli assessorati non vengono considerati come un mezzo per fornire un servizio ai cittadini, ma semplicemente per la potenza economica a essi correlata. È come se in un comune dell'Italia non pervaso dalla criminalità si dovesse decidere che tra Poggibonsi e Viareggio è preferibile Viareggio per il carnevale.
Verso pagina 127 viene riportata una parte di un'ordinanza di custodia cautelare che prova quanto stiamo affermando giacché, al di là degli interessi e delle parti politiche, si evidenziano trasformismi e unioni dopo divaricazioni fra soggetti apparentemente incompatibili. Sullo sfondo si rileva una grande tragedia.
Ritengo quindi che la relazione avrebbe potuto essere molto più dura, perché è necessario partire esattamente dalla politica e, prima di citare, come giustamente ha fatto l'onorevole Napoli, il recupero dell'orgoglio della legalità da parte dei calabresi, sia doveroso per la politica cambiare, trasformarsi, autodissolversi per rinascere diversa, più funzionale agli scopi per cui esiste, correlati al benessere dei cittadini.
Mi chiedo che senso abbia, signor presidente, che il Viceministro Minniti o il candidato premier Veltroni affermino che nel 2009 si procederà allo scioglimento del consiglio regionale della Calabria, che, colpito da molteplici inchieste giudiziarie, ha dimostrato di non essere idoneo a rispondere alle esigenze della gente. Anche in questo caso però la politica nazionale, per ragioni del tutto ignote, riconosce che la situazione in Calabria non è positiva, ma colloca lo scioglimento nel 2009, non rendendosi conto che allora non si potrà fare quanto si può immaginare nel 2008 e rafforzando in tal modo un sistema politico che invece dovrebbe essere eliminato da quella regione.
Nella parte finale della sua relazione, signor presidente, ha ripetuto più volte: «Avremmo potuto». In base a una scelta, lei ha focalizzato la sua attenzione su taluni punti.
So bene che, rispetto all'inefficienza della sanità pubblica, emergono gli interessi economici della sanità privata, ma mi chiedo se sia possibile consentire che in questo Paese un bene primario come la salute possa subire differenziazioni che spesso nascono dalle diversità economiche e relazionali, e che in Calabria la sanità pubblica per le fasce deboli della popolazione corrisponda a una sorta di Superenalotto.
Lei ha citato l'intercettazione di Crea come elemento negativo relativo oltre che ai due conversatori anche ad un gruppo che sfrutta la parte pubblica. Quella frase è però indicativa di una mentalità ormai consolidata in Calabria, per cui a nessuno importa della vita e della salute delle persone, altrimenti quella sanità sarebbe completamente diversa. Senza i morti e le difficoltà della sanità non potrebbe esistere


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quella sanità privata che garantisce tanto benessere a persone spesso pesantemente interessate alla politica.
Capisco le difficoltà del suo lavoro, ma ritengo che lei non si sia soffermato su un argomento richiamato dal vicepresidente Lumia, ovvero sulle informazioni forniteci da Draghi e principalmente sulle deludenti segnalazioni di operazioni sospette. Nel corso di quell'audizione, Draghi voleva centralizzare tutto sulla Banca d'Italia, cui comunque fa capo l'Ufficio italiano cambi che ha dato dimostrazione di scarsa efficienza.
Dalle carte emerge come Crea portasse valigie piene di denaro alle banche, che acquisivano questi soldi senza fornirne alcuna segnalazione.

PRESIDENTE. Quindi la vicenda è stata raccontata bene nella relazione!

NITTO FRANCESCO PALMA. Certo, però alla luce di un episodio simile sono curioso di conoscere le iniziative giudiziarie in atto e principalmente l'autorevole parere della Banca d'Italia sul funzionamento di questo tipo di sistema. Sotto questo profilo, le banche dovrebbero seguire l'ultima «moda» di Confindustria con riferimento agli associati del circuito bancario.
Sono convinto che la Calabria necessiti di uno Stato normale ma efficiente, di uno Stato presente che attualmente non c'è. Cito un dato per tutti: non è possibile considerare privo di significato il fatto che a Reggio Calabria si possa lasciare la macchina con le chiavi inserite nella serratura di accensione senza che nessuno la rubi. Nessuno può ritenere che questo accada per la particolare efficienza degli organi repressivi dello Stato anziché di altri organi di controllo del territorio. Quando ad esempio a Reggio Calabria si vedono costruzioni abusive di diversi piani in posti dove la concessione edilizia sarebbe possibile e nessuno fa nulla, non si può affermare che il potere politico contrasti la legalità ma solo sospettare una forma di «acquiescenza». Lo Stato deve essere normale e nella sua normalità efficiente.
Mi rammarico delle polemiche in ordine alla candidatura del prefetto De Sena. Del resto, poiché le Camere sono state sciolte il 6 febbraio e in base alla disposizione dell'articolo 7 del testo unico delle leggi elettorali il vicecapo della Polizia per essere candidabile si deve dimettere sette giorni dopo il decreto di scioglimento delle Camere, il collocamento a riposo del prefetto De Sena sarebbe tardivo. Questo non è però un problema di cui ci si debba occupare in Commissione antimafia.
Ci dobbiamo interessare invece della normalità dello Stato. Leggendo con attenzione la sua relazione devo rilevare come nulla sia cambiato, anzi tutto sia peggiorato negli ultimi anni in ordine al ruolo svolto dalla 'ndrangheta nel traffico delle sostanze stupefacenti, come fino al luglio del 2007 l'infiltrazione nei comuni, le intimidazioni agli amministratori e l'inquinamento della politica siano abituali.
Sempre leggendo la sua relazione non posso dimenticare come le iniziative assunte in tema di misure di prevenzione appaiano assolutamente deludenti e, alla luce del desecretamento della relazione Basilone, come negli ultimi anni la situazione della sanità, in essa puntualmente descritta, sia fortemente peggiorata.
Potrei continuare a lungo, ma intelligenti pauca, per cui mi limito a chiedere come tutto ciò possa essere avvenuto in presenza non di uno Stato normale, ma di uno Stato straordinario, giacché dall'ottobre del 2005 all'agosto del 2007 lo Stato si è presentato in Calabria con poteri straordinari, in risposta all'omicidio Fortugno.
Tra i poteri affidati a quell'istituzione straordinaria era annoverato un potere in ordine al «rafforzamento di tutte le attività infoinvestigative con specifico riferimento all'applicazione di misure di prevenzione personale e patrimoniale per aggredire la ricchezza delle 'ndrine». Il presidente nella sua relazione riconosce come dal 2005 al 2008 la situazione appaia assolutamente deludente e non si sia registrato alcun rafforzamento.
Tra gli altri poteri vi era quello volto a sorvegliare tutte le operazioni antidroga che in Calabria, in Italia e in altre parti


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del mondo coinvolgono esponenti della 'ndrangheta con lo specifico compito di rafforzare i rapporti di collaborazione con le polizie degli altri Paesi.
Mi sembra di avere letto nella sua relazione, presidente, che dopo l'eccidio di Duisburg si brancolava nel nulla per la mancanza di tali rapporti con le polizie straniere, giacché, nonostante la pericolosità della presenza 'ndranghetistica in Germania, non si era ritenuto necessario stringere rapporti tesi a contrastare il traffico delle sostanze stupefacenti e individuare i beni nei quali venivano riciclati i proventi della 'ndrangheta.
Nella relazione leggo infatti che, oltre che in Australia e in Canada, anche in Germania avviene il riciclaggio. Anche sotto questo profilo nulla è stato fatto.
Per quanto riguarda le misure volte a promuovere la massima sinergia tra procure e altri uffici giudiziari, diversi colleghi, tra cui il vicepresidente Lumia, hanno lamentato l'assenza di coordinamento tra gli uffici giudiziari.
Considero questo compito assolutamente anomalo, perché non spetta certo al Ministero dell'interno provvedere al coordinamento degli uffici giudiziari. Se però l'istituzione straordinaria si prefigge l'attenuazione dei conflitti come i vecchi pretori di una volta, probabilmente si sarebbe potuta svolgere un'azione sotto questo profilo.
Infine, presidente, s'intendeva «tutelare amministratori calabresi oggetto di intimidazioni violente e allo stesso tempo mettere sotto controllo le amministrazioni sospette di collusione e di inquinamento mafioso». Per le intimidazioni e per il resto rimandiamo alla sua relazione.
Ci chiediamo come siano potute accadere le emergenze giudiziarie concernenti Crea, Tripodi e tanti altri. Solo un pazzo potrebbe immaginare che in un lasso di tempo così breve possa essere scalfita una situazione gravemente cristallizzata come calabrese.
Ho apprezzato molto, signor presidente, la citazione di riferimenti assolutamente impersonali anche in ragione delle imminenti consultazioni elettorali.
Si afferma come «In un contesto così pervaso dalla presenza mafiosa, inabissata o dissimulata all'interno del sistema delle imprese e delle attività legali, sul piano della prevenzione generale l'attività di forze di polizia e magistratura pur di elevatissima professionalità sia da considerarsi insufficiente e occorra attivare una rete di infiltrazione non convenzionale idonea a raccogliere informazioni utili su cui fondare l'opera dei primi». Chiedo scusa, ma chi parla aveva questo compito, compresa l'infiltrazione non convenzionale, con cui s'intende fare riferimento all'attività dei servizi. Tra i compiti specifici assegnati a quell'istituzione straordinaria era inserito anche «potenziare e orientare le forze dei servizi di informazione sul territorio calabrese». È quindi inutile lamentare ciò che non si è stati capaci di fare.
In un altro punto della relazione si legge che bisogna potenziare il controllo di Gioia Tauro, probabilmente amplificando le presenze della Capitaneria di porto e della Guardia di Finanza, quasi che ciò non rientrasse nei poteri straordinari dell'istituzione straordinaria. Ad oggi, signor presidente, nel porto di Gioia Tauro non vi è alcun sistema di controllo attraverso raggi dei container. I controlli vengono effettuati a campione in una zona portuale, di notte priva di vigilanza, che è nelle mani della cosca Piromalli-Molé.
Nonostante lei per ragioni comprensibili non abbia voluto soffermarsi su talune gravissime omissioni compiute da parte delle istituzioni, le sono comunque grato come cittadino prima che come senatore dell'opposizione per avere evidenziato nella relazione tutti quei fatti che in campagna elettorale consentiranno a noi e ai cittadini calabresi di conoscere la verità sui candidati.
Non so chi di noi sarà eletto nella prossima legislatura. Se è vero che si tratterà di una legislatura lunga e che si assisterà a un'attenuazione del clima di scontro, ritengo che la prossima Commissione antimafia dovrà moltiplicare il proprio


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impegno per approfondire tutte le tematiche della Calabria di tipo politico e sociale.
Noi, signor presidente, siamo assolutamente disposti a svolgere questa operazione. Mi auguro che nella prossima legislatura il centrosinistra si comporti nello stesso modo, anche se il suo motto «si può fare» è molto diverso dal nostro «we can». Noi, signor presidente, nella prossima legislatura adotteremo il «we can» dimostrandoci uniti contro la 'ndrangheta.

NUCCIO IOVENE. Sarebbe stato necessario più tempo per un'analisi e una discussione più approfondite della relazione e per concludere il lavoro avviato dalla Commissione (le audizioni, e le missioni), che la fine imprevista della legislatura non ci ha consentito di svolgere. Condivido molto l'importante scelta di non disperdere questo lavoro prezioso, quanto fin qui siamo riusciti ad acquisire, concludendo i nostri lavori con una relazione che, per quanto abbiamo potuto rapidamente leggere e valutare, si presenta come interessante e importante testimonianza del nostro lavoro. Deve essere quindi approvata e pienamente utilizzata durante la nuova legislatura nella predisposizione delle iniziative parlamentari volte a contrastare più efficacemente il fenomeno della 'ndrangheta e anche come indicazione a tutti gli altri livelli istituzionali del nostro Paese.
Come brevemente ricordato anche nella sintesi conclusiva, si sarebbero potuti approfondire altri temi. La lacuna più grave di questa relazione è la vicenda dei rifiuti, perché su dodici anni di commissariamento e su quello che questo ha comportato...

PRESIDENTE. Purtroppo, su questo non abbiamo svolto un'inchiesta!

NUCCIO IOVENE. Sui problemi emersi con il documento del prefetto Ruggiero, acquisito anche agli atti della nostra Commissione, sulle inchieste in corso di svolgimento è emerso un altro spaccato che, insieme a quello della sanità e a quello delle infiltrazioni, pur fuori dalla tragica emergenza di questi giorni a Napoli e in Campania, evidenzia un sistema di potere molto forte che ha intrecciato politica, organizzazioni criminali e cattive imprese in un'operazione di arricchimento illecito e di controllo del ciclo dei rifiuti ai danni dell'ambiente, dei cittadini e non solo delle risorse pubbliche.
Cito solo quattro cose cui bisognerebbe fare riferimento all'interno della relazione. In primo luogo sarebbe importante richiamare la stagione dei rapimenti - condivido il riferimento del vicepresidente Lumia - e la loro importanza nello sviluppo della 'ndrangheta. Ricordo cosa abbia significato in quegli anni il fatto che i primi rapimenti nel continente dopo quelli in Sardegna siano avvenuti proprio in Calabria, nella mia città, Lamezia Terme, a partire dai primi anni '70, da parte di quella che poi è diventata la 'ndrangheta.
In secondo luogo, sebbene condivida l'analisi svolta, ritengo opportuno inserire tra gli omicidi eccellenti effettuati dalla 'ndrangheta quello del magistrato Francesco Ferlaino, che a Lamezia Terme negli anni '70 ha rappresentato un fatto clamoroso, legato all'emergere della 'ndrangheta e ai suoi rapporti con la massoneria. Credo che insieme, agli omicidi del giudice Antonio Scopelliti e di Ligato, abbia rappresentato uno dei passaggi chiave.
Il terzo doveroso richiamo riguarda l'inchiesta attorno alla vicenda Infratur nella provincia di Vibo Valentia, da cui emerge anche la capacità di infiltrazione e condizionamento nella magistratura. Credo che l'assoluta gravità di questo aspetto necessiti di una sottolineatura.
L'ultimo punto che sarebbe doveroso richiamare è l'aggravarsi proprio in questa fase dei casi di lupara bianca. Moltissimi casi di giovani scomparsi inquietano le comunità locali e l'opinione pubblica. Nei giorni scorsi, a Soriano Calabro si è svolta una fiaccolata per ricordare uno dei tanti giovani di cui non si hanno notizie e che si suppone sia vittima di lupara bianca, ma casi analoghi esistono in tutti i comuni vicini, come Stefanaconi e Filadelfia. Sono fatti di questi ultimi anni, la cui realtà così


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drammatica ed efferata che sfuma nell'inconsistenza e nel dubbio rende ancora più tragica la vicenda. Considero quindi importante richiamare questa realtà.
Desidero infine esprimere due considerazioni politiche, sulla base del dibattito che ho ascoltato.
Il 29 settembre dello scorso anno, in considerazione di quanto già all'epoca emerso in Calabria, la mia parte politica aveva chiesto, nel corso di un'iniziativa nazionale a Cosenza, lo scioglimento del consiglio regionale. Non nutriamo alcuna preoccupazione in quanto sappiamo che la Commissione intende riflettere su questo. Quanto accaduto nei mesi successivi, ha fatto emergere quella realtà che è stata poi adeguatamente descritta nella relazione: il trasformismo, il trasversalismo e la tragica continuità tra una gestione di centro-destra poi confluita in una di centro-sinistra, con identici personaggi trasmigrati da una parte all'altra, un antico male che in questa regione sarebbe doveroso debellare.
L'altra questione riguarda la discussione aperta sulla candidatura del prefetto De Sena, che non riguarda il mio partito. Non è il primo caso in cui un autorevole e stimato rappresentante delle istituzioni sceglie di candidarsi e di partecipare a una competizione elettorale, come è già accaduto da una parte e dall'altra dello schieramento politico. Questo non toglie nulla a quanto realizzato dal prefetto De Sena nello svolgimento delle funzioni cui è stato chiamato dal Ministro Pisanu subito dopo l'omicidio Fortugno, scelta che abbiamo considerato tardiva, ma unanimemente apprezzabile.
Personalmente, ritengo che il prefetto avrebbe potuto aiutare più efficacemente la Calabria continuando a svolgere il ruolo di vicecapo della Polizia. Si tratta però di considerazioni personali, mentre quelle che hanno portato alla scelta del prefetto di candidarsi devono essere rispettate e nulla tolgono al valore dell'azione da lui svolta in Calabria, di cui tutti dobbiamo essere grati.

TOMMASO PELLEGRINO. Prima di svolgere alcune rapide riflessioni sulla relazione oggi presentata come documento conclusivo dell'attività della Commissione, desidero rivolgere un sentito ringraziamento a tutti i funzionari che in questi due anni hanno fornito un importantissimo contributo ai nostri lavori, ai consulenti della nostra Commissione e agli uffici dell'archivio che hanno lavorato quotidianamente con grande determinazione.
La relazione rappresenta un importante punto di partenza. Abbiamo svolto un grande lavoro, che ha evidenziato in Calabria una situazione della 'ndrangheta decisamente poco ottimistica.
Nell'avviare il lavoro di analisi della 'ndrangheta abbiamo visto lontano focalizzando immediatamente l'attenzione su tre punti salienti dell'azione della 'ndrangheta sul territorio non solo calabrese ma internazionale.
Il primo riguarda l'omicidio dell'onorevole Fortugno, punto nevralgico nelle dinamiche delle organizzazioni mafiose e criminali calabresi.
Un altro punto importante consiste nella globalizzazione della 'ndrangheta, cioè nella serie di rapporti internazionali che quest'ultima ha stabilito e sta ancora stabilendo con le altre organizzazioni mafiose presenti in Italia, nonché nei rapporti interregionali della 'ndrangheta, grandi insediamenti che ormai non si limitano soltanto alla regione. Di questo ci siamo occupati anche molto prima della strage di Duisburg, episodio che quindi purtroppo non ha assolutamente sorpreso la Commissione antimafia.
Anche la nostra missione in Germania ha evidenziato una serie di elementi importanti, che hanno contribuito ad arricchire questa relazione e hanno gettato le basi per un futuro lavoro di indagine, ma che adesso bisogna utilizzare per mettere a segno risultati più efficaci.
Il terzo punto che abbiamo evidenziato e che si presenta particolarmente delicato riguarda il livello di infiltrazione nella pubblica amministrazione. Da questo punto di vista, in Calabria il fenomeno appare più grave, evidenziando un altissimo


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livello di connivenza tra il tessuto organizzativo della 'ndrangheta e quello politico-amministrativo. Ritengo che gli elementi emersi debbano essere considerati punti di partenza per condurre quell'azione di bonifica più volte auspicata. Come spesso ribadito dal nostro presidente, c'è bisogno di una imponente azione di bonifica sociale e di una bonifica complessiva della politica, del tessuto imprenditoriale, di tutti i settori esistenti in Calabria, giacché la situazione si rivela particolarmente allarmante.
Anche dal punto di vista dell'azione repressiva, oggi siamo decisamente in ritardo. Sono stati raggiunti obiettivi importanti come da ultimo l'arresto di Pasquale Condello, che rappresenta sicuramente uno dei grandi risultati delle forze di polizia e della magistratura. Dobbiamo però fare molto di più, perché il problema riguarda non le singole organizzazioni della 'ndrangheta o specifici territori, ma tutto il sistema, per cui deve essere affrontato nella sua interezza.
Giustamente il presidente ha evidenziato nella relazione la mancanza di crescita economica in Calabria, nonostante i flussi finanziari provenienti dalla Comunità europea e dai finanziamenti nazionali. È sconcertante, che non sia stata condotta alcuna indagine, sebbene in presenza di una situazione evidente, tant'è che è emersa immediatamente nell'avvio della nostra indagine sulla 'ndrangheta. Auspico in futuro un'imponente verifica che parta dalle banche, dalla politica e dagli imprenditori per individuarne le responsabilità. In presenza di risultati disastrosi e di situazioni che deludono le aspettative si devono assolutamente evidenziare le relative responsabilità.
Sono lieto di aver focalizzato con grande determinazione l'attenzione sul tema della sanità. La Calabria è stata la prima regione in cui è stato evidenziato il grande interesse delle organizzazioni criminali nel settore della sanità, che rappresenta il 70-80 per cento dei bilanci regionali. Nel dibattere di autonomia delle regioni e di federalismo dovremmo essere più coerenti e più seri anche nelle analisi dei fenomeni politici che si verificano nel nostro Paese, perché l'entrata in vigore del nuovo Titolo V della Costituzione purtroppo talvolta non ha reso possibile controllare i grandi appetiti delle organizzazioni criminali.
Dobbiamo inoltre intervenire immediatamente - lo farà il prossimo Parlamento - su tutto il sistema degli appalti perché, come denunciato nella relazione, ormai è prassi consolidata che la maggioranza delle ditte sia collegata alle organizzazioni criminali mediante contratti di subappalto.
Il mio augurio è che questa relazione possa rappresentare l'inizio per condurre un'azione incisiva nell'ambito del progetto di bonifica che deve essere realizzato in Calabria e nelle regioni che presentano un altissimo livello di infiltrazione mafiosa. È questo l'obiettivo più importante.
L'ultimo riferimento riguarda Gioia Tauro. La situazione portuale in Italia è drammatica. Avevamo anche avviato una prima relazione sui porti e gli interessi delle organizzazioni criminali, che purtroppo non abbiamo avuto il tempo di proseguire. Nei porti si rileva un controllo pressoché nullo, perché soltanto il 5 per cento dei container viene controllato. Le organizzazioni criminali utilizzano sicuramente le vie portuali e marittime come vie preferenziali, perché meno controllate rispetto ad altre, ma anche su questo si constata una drammatica mancanza di attenzione. Alla Commissione spetta il merito di aver sollevato questi punti ma, per evitare che la situazione diventi ancora più drammatica, mi auguro che la prossima Commissione antimafia parta dai risultati ottenuti attraverso la nostra azione di indagine.
Per quanto riguarda la candidatura del prefetto De Sena, reputo una fortuna che autorevoli esponenti della lotta alla criminalità organizzata, che hanno ottenuto risultati importanti, accettino di candidarsi investendo il proprio nome in responsabilità politiche. Sarebbe auspicabile avere oggi altri mille De Sena che accettino di partecipare direttamente alla politica. Non si può lamentare la costante


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critica alla politica e dell'antipolitica considerando negativamente un autorevole rappresentante delle istituzioni che accetti di candidarsi. Non accetto questo ragionamento, in cui non ravviso alcuna coerenza, nonostante il prefetto non faccia parte della mia fazione politica.
Oggi, soprattutto in regioni come la Calabria i partiti devono assumersi le proprie responsabilità schierando persone che dotate di alta moralità, in contrasto con l'odierna illegalità diffusa. Infatti, il sistema di corruzione notevole e la serie di connivenze con la pubblica amministrazione in Calabria sono attribuibili anche a una scelta sbagliata degli uomini.
Auspico quindi che il codice di autoregolamentazione dei partiti possa essere applicato seriamente da tutti, perché la politica deve assumersi le responsabilità nella lotta alla criminalità.
Abbiamo ascoltato tanti proclami e tanti leader ne hanno fatto motivo di orgoglio e di demagogia, ma i fatti concreti dimostrano l'opposto. Dobbiamo iniziare a dimostrarci tutti più coerenti e più seri nella scelta delle persone che determinano le sorti del Paese e delle nostre regioni.

IDA D'IPPOLITO VITALE. Desidero svolgere alcune considerazioni di carattere generale per poi focalizzare la mia attenzione in particolare sull'area del lametino, territorio che mi riguarda più direttamente.
Pur condividendo alcune osservazioni che attengono all'auspicio di una maggiore dilatazione dei tempi e di una maggiore possibilità di approfondimento, devo riconoscere che la relazione, momento di sintesi di un lungo lavoro svolto dalla Commissione, rappresenti un rilevante punto di partenza e insieme di arrivo grazie al carattere di terzietà che complessivamente la informa. Essa focalizza l'attenzione su alcuni temi fondamentali, restando però saldamente ancorata alla documentazione oggettiva di cui la Commissione ha avuto la possibilità di disporre e prediligendo, nella maggior parte dei casi, un carattere descrittivo piuttosto che un criterio di analisi critica.
La Commissione, nella relazione iniziale del presidente Forgione, ha individuato come priorità la necessità di accendere i riflettori sulla Calabria e su quella che oggi è l'organizzazione più importante della criminalità organizzata non solo nel Paese ma anche fuori dai suoi confini. Questa relazione rappresenta anche un traguardo rispetto a tappe intermedie che hanno raggiunto un obiettivo significativo con l'approvazione della relazione Lumia riguardante una delle criticità nella lotta alla criminalità organizzata, ovvero le iniziative di sequestro dei beni di pertinenza della 'ndrangheta. In questo momento di sintesi finale dell'attività della Commissione antimafia, desidero sottolineare come la stessa Commissione si sia all'unanimità adoperata affinché la sua azione non si limitasse all'ambito della semplice indagine, ma divenisse momento di proposta normativa e di integrazione a vari livelli.
Le proposte avanzate riguardano non solo il significativo codice etico di autoregolamentazione dei partiti ma anche una concreta serie di provvedimenti nel settore della pubblica amministrazione, nell'ambito degli appalti pubblici e in riferimento alla tematica dello scioglimento dei consigli comunali, in relazione alla quale sarebbe stato necessario integrare una normativa carente come quella relativa allo scioglimento dei consigli regionali.
Si passa dunque velocemente dalle considerazioni generali - che offrono anche la suggestione di un tessuto narrativo con il fascino di un romanzo anche grazie alla terminologia lessicale innovativa adoperata - a un excursus storico che permette di capire l'attualità e la ragione del modello organizzativo attuale della 'ndrangheta in Calabria. Dalla rozzezza rurale delle prime manifestazioni si è infatti giunti al radicamento per ragioni quasi di necessità, sino alla moderna organizzazione di una 'ndrangheta che, passata attraverso varie fasi di legittimazione all'interno della Calabria, è entrata nelle logge massoniche e ha utilizzato tutti gli strumenti per assumere una dimensione sociale ed economica. Questo film naturalmente


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non ci piace e lo vorremmo cambiare nell'interesse di quella popolazione onesta, che costituisce la maggior parte della popolazione della Calabria, che soffre, subisce e non trova ancora la forza per ribellarsi completamente a questa azione opprimente.
Nel contesto più generale della relazione, lo spaccato lametino appare insufficiente per l'ovvia carenza di materiale adeguato.
Anche nelle più recenti audizioni della direzione antimafia della provincia di Catanzaro sono emersi ruoli inquietanti sul fronte dell'economia e del riciclaggio del denaro sporco nella realtà di Lamezia, che, rispetto a una preferibile minore centralità, oggi ha invece acquisito una pregnante presenza nel settore degli affari malavitosi che rappresentano il continuum dell'iniziativa malavitosa della 'ndrangheta.
Avrei preferito che all'interno di quella sezione non fosse stato trascurato il riferimento alla presenza inquietante di lavanderie del denaro sporco attraverso l'organizzazione di supermercati e ipermercati e una presenza non sottovalutabile di numerose realtà commerciali cinesi. C'è infatti da chiedersi quali siano i collegamenti tra la 'ndrangheta locale e altre mafie, soprattutto quella cinese, e, nello spaccato individuato come area di interesse della 'ndrangheta (cioè le vicende relative alla società Area ex SIR e gli investimenti imprenditoriali riguardanti il Gruppo Fata), quali elementi possano meglio definire l'ambito di pericolosità e di cointeressenza del lametino nel settore delle attività di riciclaggio e di investimento della 'ndrangheta calabrese.
Nella relazione si evidenzia il grande interesse che la 'ndrangheta esercita nel settore dell'agricoltura. Tuttavia, poiché questo aspetto non è stato considerato nell'area lametina, che pure possiede eccellenze nel settore agricolo, mi chiedo se questo debba indurci a ritenere tale area come una zona franca, libera da questa influenza, o se invece manchino sufficienti elementi per evidenziare un uguale interesse.
Nella relazione si fa riferimento agli scioglimenti del consiglio comunale riguardanti la città di Lamezia Terme. Del più recente relativo al 2007, si citano genericamente persone coinvolte: mi rammarico che nulla sia emerso dall'attività investigativa dopo lo scioglimento, peraltro opera del Ministro Pisanu, di una amministrazione guidata da un sindaco di centrodestra.
Mi sarebbe piaciuto che sul punto le indagini fossero state più pregnanti, riconsiderando che vi sono stati gravi atti intimidatori nei confronti di politici rimasti senza adeguata risposta.
Nell'ambito della relazione vi sono state anche delle omissioni in relazione all'eccellente omicidio Ciriaco, che coinvolge anche altre cosche che non vengono citate - chiedo che eventualmente venga verificata l'esattezza dell'informazione - quali la cosca Anello di Filadelfia, che sembrerebbe una grande protagonista nella vicenda di questo omicidio, del quale non si è ancora giunti alla conclusione delle indagini.
Desidero anche svolgere ulteriori considerazioni di ordine generale, chiedendomi quale sia il ruolo della nostra Commissione, che ha rappresentato la mia prima esperienza in Commissione antimafia. Abbiamo ritenuto complessivamente di voler rompere anche lo schema secondo cui la Commissione antimafia appare spesso come una retorica pantomima piuttosto che un organismo determinato a espletare il suo ruolo e la sua funzione di indagine parlamentare, costituita da parlamentari con potere di impulso e di iniziativa legislativa, ancor più quando alcune decisioni siano assunte all'unanimità. Come giustamente sottolineato dal capogruppo di Forza Italia, ritengo che questo compito sia stato coerentemente svolto da Forza Italia e dall'opposizione che rappresento.
Desidero tuttavia non correggere, ma precisare le considerazioni che hanno indotto a una posizione di perplessità (ma non di critica alla persona) rispetto alla scelta politica del prefetto De Sena, espressa nel documento dei vescovi sullo


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sviluppo del mezzogiorno. Ritengo che la Calabria abbia una grande esigenza di legalità e che sia responsabilità di tutte le forze politiche creare le condizioni perché essa cresca nella consapevolezza di tutti i cittadini. La scelta del partito e della persona che lo ha assecondato è libera. Credo però che il sentimento di perplessità espresso dai colleghi fosse legato all'alta funzione che il prefetto De Sena ha svolto come soggetto terzo garante delle istituzioni, senza alcuna connotazione politica. Oggi prendiamo atto della scelta dell'uomo De Sena di scendere in campo su un fronte politico, che comporta la libertà dai giudizi, dalle critiche e dai confronti sugli obiettivi raggiunti o mancati e su quanto può essere oggetto di legittima riflessione nell'agone politico.
Concludo esprimendo un auspicio e insieme una riflessione. La relazione non si limita a mettere sotto accusa la politica, responsabile primario cui spetta il compito di regolare la vita di una società, ma fa emergere la deficienza complessiva dell'organizzazione dello Stato - il senatore Palma ha parlato di un'assenza storica dello Stato - e forse della volontà di affrontare e risolvere davvero i problemi presenti in Calabria. Auspico quindi che con il prossimo Parlamento si crei la condizione e la consapevolezza comune a tutte le forze politiche di come la lotta alla criminalità organizzata possa essere vinta solo con l'impegno comune di tutto il Parlamento.
Poiché i circuiti economici della 'ndrangheta calabrese non sono frenati da quella certificazione antimafia che nell'intenzione del legislatore avrebbe dovuto rappresentare un argine, è doveroso approfondire il problema relativo al grado di libertà che devono possedere non solo gli amministratori, ma anche - absit iniuria verbis - in parte le istituzioni che, in quanto formate da uomini, non sono immuni da pressioni o tentazioni.
Impegno sul fronte della legalità significa sistemi efficaci di controllo, rafforzamento delle strutture pedagogiche nazionali e regionali, sforzo e volontà comuni di fare chiarezza indipendentemente da tutto a ogni livello.

ROSA MARIA VILLECCO CALIPARI. Vorrei iniziare soprattutto parlando della relazione sulla 'ndrangheta, perché mi sembra che molti siano stati gli argomenti politici, quasi preelettorali oggi affrontati in questa Commissione.
Vorrei partire invece dalla relazione che lei, signor presidente ci sta sottoponendo, per evidenziare come, nonostante la breve durata di questa legislatura e i limiti che purtroppo sono derivati al nostro lavoro, la stessa relazione fornisca un'analisi sufficientemente approfondita del ruolo che la 'ndrangheta ha rivestito nel mancato sviluppo economico, sociale e civile della Calabria.
Desidero in particolare sottolineare come la relazione abbia delineato un quadro impressionante dell'elevato grado di pericolosità di questa holding criminale ramificata territorialmente anche nelle regioni del centro e nord d'Italia e in molti Paesi di tutti i continenti, rafforzando un controllo sul territorio calabrese manu militari e la sua potenza economica attraverso l'investimento e il riciclaggio di ingenti flussi di denaro nella sanità, nel turismo, nel traffico di rifiuti, nella grande distribuzione commerciale e nell'edilizia.
Desidero soffermarmi su due aspetti, che considero essenziali. Il primo è il consolidarsi di una nuova borghesia mafiosa che, nonostante la strage di Duisburg abbia dimostrato il contrario, appare lontana dalle tradizionali logiche militari e affianca la gestione di alcune tradizionali attività criminose con l'infiltrazione nei salotti buoni della società. Si tratta quindi di mafiosi dal volto pulito, dal colletto bianco che gestiscono affari, appalti, assunzioni clientelari, che costituiscono società miste, forniture e servizi a imprese collegate. Questa 'ndrangheta appare quindi come soggetto imprenditoriale e sociale, che, come la relazione evidenzia chiaramente, contribuisce a dare risposte drogate «ai bisogni insoddisfatti dai limiti e dall'assenza di politiche pubbliche».


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Il secondo punto su cui ritengo altrettanto rilevante soffermarsi sulla relazione, che nel complesso reputo molto positiva, è di preminente importanza per la vita dei calabresi, perché concerne la malasanità. La frase con cui inizia il paragrafo dedicato a questo tema riassume, come rilevato anche dal vicepresidente Giuseppe Lumia, il problema del buco nero che la sanità rappresenta in Calabria.
Condivido il passaggio con cui il capogruppo di Forza Italia ha evidenziato come la Calabria abbia bisogno di normalità. Ritengo che questo sia vero anche per altre regioni meridionali, ma ancor più per la Calabria.
È fondamentale rilevare la metafora dello scambio politico mafioso, il disprezzo assoluto delle persone e soprattutto del valore della vita. Credo che questo disprezzo assoluto sia presente nel DNA della 'ndrangheta, che purtroppo permea settori della pubblica amministrazione la cui inefficienza emerge chiaramente e che spesso diventa collusione o addirittura totale contaminazione.
Nella ricostruzione presente nella relazione si cita l'ASL di Locri commissariata dal 2006, fortemente condizionata dal tessuto socioeconomico dei soggetti della 'ndrangheta. Su tale ente si sono infatti concentrati gli interessi della criminalità. L'intreccio si rivela estremamente drammatico anche Vibo Valentia, dove la sanità offre uno spaccato del degrado provocato dal controllo mafioso e da altre forze oscure sull'intero ciclo della salute. Sembra incredibile apprendere come in questo settore, in cui si concentrano gli interessi della 'ndrangheta, siano inseriti anche soggetti di forte caratura criminale nei cui confronti sono state emesse sentenze passate in giudicato, che continuano a essere riassunti e a lavorare anche dopo trenta anni di carcere, nonostante la condanna preveda l'interdizione dai pubblici uffici.
In questo terreno inquinato matura l'omicidio dell'onorevole Fortugno, che è doveroso ricordare come una delle pagine più drammatiche della storia calabrese, delitto politico-mafioso su cui questa Commissione ha più volte unanimemente ribadito la necessità di fare piena luce, pianificato ed eseguito con modalità piuttosto inconsuete per la 'ndrangheta, rischio accettato in vista della conseguente nomina del Vice presidente avvenuta dopo mesi.
Come membro del Partito Democratico, devo esprimere alcune considerazioni non tanto sugli interventi di carattere politico in merito alla candidatura del prefetto De Sena, quanto soprattutto rispetto alle valutazioni e gravi accuse avanzate questa mattina nei confronti del Prefetto De Sena dal vicepresidente della Commissione antimafia, il quale ha rappresentato il sospetto che si tratti di una manovra per coprire inefficienze e giungere a una candidatura premio.
Considero molto grave esprimere simili affermazioni, senza che vi siano delle prove, in una Commissione di inchiesta parlamentare in cui si sta discutendo la relazione sulla 'ndrangheta. Ritengo grave tutto questo, già avvenuto sui giornali in modo più soft e qui in modo molto più pesante, coinvolgendo non solo il prefetto De Sena ma anche il Viceministro Minniti e il Ministro Amato, che nel corso di un'audizione non avrebbero risposto a domande relative alla rimozione del prefetto De Sena, che personalmente considero una promozione. Questo coinvolge anche i vertici del Partito Democratico che, come una lobby, avrebbero garantito la copertura di non si sa quale fenomeno sospetto. Vorrei ricordare come il prefetto De Sena fosse vicecapo della Polizia quando era in carica il Ministro Pisanu e fosse unanimemente noto per la sua alta professionalità. Lo stesso Ministro in quella legislatura lo inviò come coordinatore dei prefetti in Calabria anche per il Piano sicurezza straordinario che doveva essere applicato. Per la prima volta fu inviato in Calabria il vicecapo della Polizia proprio per l'emergenza calabrese. Il prefetto De Sena dopo due anni fu promosso e rimandato a rivestire il ruolo di vicecapo della Polizia con l'accordo di tutte le forze politiche. Il prefetto De Sena, oggi pensionato, viene candidato da un partito politico. Poiché la sua capacità professionale


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era unanimemente condivisa, tale scelta deve essere ritenuta giusta in una situazione come quella calabrese che tutti consideriamo un'emergenza per il Paese.
Ritengo che queste accuse e questi sospetti danneggino la Calabria e i calabresi e soprattutto provochino la delegittimazione di coloro che ancora oggi rappresentano le istituzioni in Calabria, che hanno sostituito il prefetto De Sena e che, tra forze dell'ordine, autorità giudiziarie e l'attuale prefetto di Reggio Calabria, hanno messo a punto l'importante arresto di Condello. Tali fatti dimostrano che quella cosiddetta «rimozione» non ha determinato un abbassamento del livello di guardia nel contrasto alla criminalità e alla 'ndrangheta calabrese. Vorrei quindi che questi sospetti venissero meno.
Per quanto concerne la relazione sulla 'ndrangheta, presidente, lei ha affermato di augurarsi che nella prossima legislatura la Commissione antimafia possa realizzare la mappatura che non siamo riusciti a compiere. Personalmente, spero che possa anche portare a compimento il lavoro iniziato da questa Commissione con l'unanimità delle forze politiche, ovvero la relazione sulla gestione dei beni confiscati e le misure di prevenzione patrimoniale. Emerge infatti dalla relazione il grande problema dell'adeguatezza della normativa e delle misure previste in materia. Spero che la Commissione nella prossima legislatura possa portare a termine il lavoro che in questa abbiamo iniziato.

IDA D'IPPOLITO VITALE. Vorrei integrare brevemente il mio intervento in quanto, nella foga, ho omesso una precisazione che mi preme effettuare.
Nella parte in cui viene richiamato lo scioglimento di alcuni consigli comunali, cui ho poc'anzi accennato, si fa riferimento ai due scioglimenti del consiglio comunale aggiungendo che «Lamezia Terme ha finalmente intrapreso la strada di una difficile ricostruzione del tessuto democratico».

PRESIDENTE. Difficile.

IDA D'IPPOLITO VITALE. Sì, però «ha finalmente intrapreso».

PRESIDENTE. Togliamo il finalmente?

IDA D'IPPOLITO VITALE. No, auspichiamo che abbia intrapreso, perché continuano a ripetersi attentati e incendi. Sarebbe opportuno cambiare questa espressione.

NITTO FRANCESCO PALMA. Mi sembra che si faccia riferimento a Lamezia Terme e ad altri tre comuni.

PRESIDENTE. No, è l'unico sopra i 70 mila abitanti.

NITTO FRANCESCO PALMA. Ce ne sono altri?

PRESIDENTE. Anche dello stesso colore politico.

NITTO FRANCESCO PALMA. No, presidente, non è questo il problema. Vorrei conoscere le date degli accessi e degli scioglimenti, in quanto si tratta di un aspetto interessante per una verifica di carattere generale.

PRESIDENTE. È tutto in archivio, comunque possiamo farlo.

NITTO FRANCESCO PALMA. Se possiamo inserirlo nella relazione...

PRESIDENTE. Sta bene. I suggerimenti proposti saranno oggetto di integrazione e approfondimento nella relazione.
A causa di concomitanti votazioni nell'Assemblea di Montecitorio sospendo la seduta, che riprenderà alle 18,30.

La seduta, sospesa alle 16, è ripresa alle 18,30.

PRESIDENTE. Riprendiamo la seduta. Rimangono due interventi per dichiarazioni di voto.

EMIDDIO NOVI. Signor presidente, in realtà noi, come Commissione parlamentare,


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abbiamo un problema - e questo emerge da tutto il nostro lavoro di oltre dieci anni - cioè il confronto con le istituzioni e con l'amministrazione dello Stato.
Le faccio l'esempio di un testimone di giustizia, Matteo Litrico, il quale è protagonista di una vicenda al limite dell'assurdo, perché alcuni magistrati vorrebbero che gli fosse riconcesso il programma di protezione, mentre altri si oppongono. La conseguenza è che questi, che dovrebbe testimoniare a Catania in un processo contro il clan Santapaola, o riceverà il denaro necessario da un componente di questa Commissione, o non ci potrà andare.
Io ritengo che un fatto del genere sia veramente grottesco.
Possiamo riunirci, stilare documenti, fare ricerche e impegnare i nostri collaboratori, ma fino a quando si verificheranno tali situazioni, l'impatto dei lavori di questa Commissione sarà enormemente indebolito. Le dico questo perché questa legislatura si è ormai esaurita, ma chi sarà presente in questa Commissione nella prossima legislatura e chi governerà questo Paese devono rendersi conto che le burocrazie sono un potere senza volto che non possono e non devono assumere un rilievo tale nelle decisioni, da comportare situazioni border line come quella di cui ho parlato.
Signor presidente, faccio appello a lei perché, nella sua veste di presidente della Commissione antimafia, intervenga presso il Servizio centrale di protezione per appurare questo fatto.
Se Litrico vuole recarsi a Catania per un suo privatissimo progetto personale, è una cosa; ma se Litrico vuole recarsi a Catania per svolgere quello che è il suo dovere di cittadino, è tutta un'altra situazione.
Nelle stesse ore, mi sono ritrovato a leggere sul giornale una notizia che mi ha lasciato interdetto, cioè che il Consiglio superiore della magistratura, nella sua attività persecutoria nei confronti di un magistrato dello spessore del procuratore Cordova, gli ha sostanzialmente inflitto una sanzione amministrativa privandolo di due anni di anzianità.

GUIDO CALVI. Attività di controllo.

EMIDDIO NOVI. Persecutoria; poi spiegherò anche il perché.
Io sostengo che il CSM non abbia nessuna legittimazione morale a prendere queste decisioni. Bisognerebbe bonificare il CSM, perché fino a quando quest'ultimo non ritiene di porre in essere e di adottare sanzioni nei confronti di magistrati che all'epoca facevano parte della direzione distrettuale antimafia di Napoli ed erano abituali frequentatori di imprenditori e uomini legati alla camorra e al crimine organizzato, ebbene, fino a quel giorno il CSM non può sanzionare nessuno.
Nello stesso tempo, ritengo anche che nel caso di Cordova ci siano state, da parte del CSM, malafede o disinformazione, in realtà più malafede che disinformazione, perché il CSM ha svolto una sorta di attività di interdizione nei confronti di tutti quei magistrati che non ne seguono la linea di Politica giudiziaria.
Non a caso, questo organo decide e si mobilita soltanto quando occorre colpire magistrati di destra, di sinistra o indipendenti, come nel caso del procuratore Cordova, che non si allineano alle sue politiche giudiziarie. Questa è la realtà e penso che il caso De Magistris sia emblematico quanto quello del procuratore Cordova.
È lo stesso atteggiamento della procura di Napoli nei confronti del dottor Corona, che è stato allontanato dalla Direzione distrettuale antimafia per il semplice fatto che in Commissione antimafia non ha tenuto un atteggiamento omertoso e omissivo, così come gli si chiedeva.
Il dottor Corona è stato allontanato dalla procura di Napoli dopo che un'assemblea di sostituti procuratori ne aveva ravvisato la incompatibilità nella direzione distrettuale antimafia. A questa conclusione si è arrivati senza che il CSM abbia ritenuto di garantire l'indipendenza e l'autonomia del magistrato e, soprattutto, di rispettare il dolore istituzionale di chi non


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ha ritenuto di tacere in presenza della Commissione antimafia.
Il problema è: come è possibile che lo stesso CSM possa tollerare che un magistrato della procura di Santa Maria Capua Vetere frequenti abitualmente imprenditori arrestati (Commenti dell'onorevole Burtone e del senatore Calvi)? Il CSM può attaccare la classe politica, può sottoscrivere documenti contro la classe politica e la classe politica non può, in Commissione antimafia, sottolineare che per il CSM sia del tutto normale che un magistrato del tribunale Santa Maria Capua Vetere, competente per i reati in materia ambientale, frequenti imprenditori camorristi e li presenti al commissario straordinario Catenacci?
Se queste cose non si possono dire in Commissione antimafia, cosa dobbiamo dire? Dobbiamo trasformare la Commissione antimafia in una commissione itinerante, così come, del resto, a volte è avvenuto? Di fronte a questi comportamenti, il nostro lavoro viene sostanzialmente vanificato, perché le difficoltà sono moltissime.
Ho scorso la sua relazione, signor presidente, per quanto riguarda la Calabria, dove ormai si sostiene che ci sono contaminazioni, presenze mafiose nella massoneria. Ormai la 'ndrangheta e la mafia sono presenti ovunque: negli uffici della prefettura di Reggio Calabria, nella magistratura, nel consiglio e nel governo regionale, nelle ASL. Non riesco, dunque, a capire perché questo tipo di situazione non debba essere drammatizzata o non debba emergere per quella che è.
La stessa candidatura del dottor De Sena, mi sembra inopportuna, anche perché trovo contraddittorio, da parte di chi lo ha candidato, portare avanti e ricoprire con l'alone politico un funzionario dello Stato già collaboratore del prefetto Malpica, che è stato sottoposto a furibondi attacchi da parte della sinistra ed emarginato dai Ministri degli interni della sinistra. Emerso da quella emarginazione grazie a promozioni e avanzamenti di carriera, è stato prescelto per svolgere la funzione di prefetto di Reggio Calabria, senza riportare grandi risultati. Il suo progetto relativo al PON, di oltre un miliardo di euro per garantire l'erogazione dei finanziamenti comunitari e per realizzare una politica della legalità, è poca cosa.
Inoltre, il prefetto De Sena ha tracciato i percorsi amministrativi e i requisiti di quanti vogliono accedere a questi finanziamenti. Mi chiedo, dunque: è compatibile una candidatura con questo tipo di funzioni?
Non voglio ipotizzare, come ha fatto qualcuno in questa Commissione, che De Sena sia stato candidato perché non emergessero alcune verità, anche perché quelle verità prima o poi emergeranno. Basta, ad esempio, leggere le carte che riguardano l'inchiesta sul porto di Gioia Tauro.
Per quanto riguarda Napoli e la Campania, signor presidente, il dottor De Gennaro ha segnalato quarantotto ore fa che tutti i siti prescelti dai tecnici della gestione commissariale non erano adeguati ed erano privi dei requisiti di carattere ambientale e geologico.
Mi chiedo come sia possibile che non ci sia stata nessuna inchiesta giudiziaria, in passato, anche di fronte a precise denunce di uomini delle istituzioni non parlamentari, che già nel 2001 hanno sottolineato come i cosiddetti impianti CDR non producessero combustibile dai rifiuti, ma soltanto rifiuti pressati, le cosiddette «ecoballe».
Com'è possibile che nessuno si sia chiesto per quale motivo i tecnici del commissariato abbiano indicato, sia per realizzare le discariche, sia per l'area di stoccaggio, siti che non erano compatibili?
C'è stato qualcosa che non ha funzionato: quei siti erano di proprietà del sistema criminale e i funzionari del commissariato dovevano assecondarne i progetti economici e territoriali.
De Gennaro ammette di aver sbagliato. Tuttavia, come capo della Polizia, dovrebbe anche chiarire perché sia lui sia gli altri commissari straordinari siano stati indotti in errore.
Per quanto riguarda i sistemi criminali in Campania, ritengo che stiamo seguendo


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una lettura ormai datata. Il sistema criminale, a Napoli e in Campania, ormai non segue più la linea tradizionale dell'estorsione o del falso di qualità, ma controlla il 35-40 per cento dell'economia napoletana.
Quindi, o ci attrezziamo per individuare quali siano i percorsi di questi criminali, oppure la nostra è soltanto una riflessione di carattere sociologico o al massimo, di antropologia criminale del tutto inutile.

GIOVANNI MARIO SALVINO BURTONE. Signor presidente, diversi colleghi autorevoli del Partito Democratico sono già intervenuti e hanno valutato positivamente le relazioni. Io vorrei esprimere, a nome del mio gruppo, il voto favorevole alle tre proposte in discussione e aggiungere qualche valutazione sulla relazione finale, che considero puntuale e dettagliata, perché ha ripreso l'attività della stessa Commissione, svolta, purtroppo, in tempi troppo brevi.
Si è, comunque, tenuto un numero notevole di audizioni ed è stata acquisita una cospicua documentazione, grazie alla quale si possono valutare i diversi aspetti territoriali dell'invadenza del crimine organizzato nell'attuale fase storica.
Qualche audizione ha anche ingenerato alcune polemiche. Stamani, qualche collega ha formulato alcune critiche, riteniamo in maniera impropria, nel momento in cui ha voluto mettere sotto accusa la relazione e l'audizione del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso.
È una critica che non condividiamo, se, come è vero, a sottolineare per primo alcuni limiti dei poteri della Procura nazionale antimafia è stato proprio il dottor Piero Grasso, il quale ha riconosciuto che gli organi investigativi non hanno un potere di iniziativa in materia di misure di prevenzione. Esiste, invece, una significativa iniziativa per favorire un coordinamento tra le diverse procure e tra i magistrati nelle indagini.
Noi riteniamo che questo compito sia stato assolto con grande impegno, in modo particolare in Calabria.
Detto questo, non vi è dubbio che si impongano alcune riforme di natura legislativa su cui la prossima legislatura dovrà impegnarsi: più poteri alla Procura nazionale antimafia, revisione delle normative sui collaboratori, sulla prevenzione nonché sulla destinazione dei beni confiscati, sull'articolo 41-bis, sugli articoli 416-bis e 416-ter, e sullo scioglimento dei consigli comunali.
È opportuno segnalare il percorso in cui si deve incanalare l'intervento legislativo, ma deve anche essere considerato il lavoro che la Commissione ha svolto. Vanno valorizzati i contenuti e i dati emersi dalle diverse missioni.
In modo particolare, vorrei toccare la questione che riguarda la Sicilia. Alcuni colleghi hanno sottolineato l'importanza e la priorità date nella relazione alla questione della Calabria e della criminalità organizzata in quel difficile territorio; tuttavia, crediamo che vada ribadito l'impegno dell'antimafia innanzitutto nei confronti della Sicilia, di una realtà che ancora non è mutata, pur avendo apprezzato noi tutti la vicenda degli arresti, che hanno segnato la fine della latitanza di alcuni importanti criminali mafiosi.
Pur tuttavia, riteniamo che la mafia sia ancora una grande holding, ricca, transnazionale, come è stato subito rilevato nel corso della missione della Commissione a Palermo (sulla questione degli americani scappati). Si tratta di una mafia che ha ancora una doppia faccia: quella prepotente e violenta e, nel contempo, quella dei colletti bianchi, della zona grigia, che ha interessi molteplici e vasti, dal grande fiume di denaro accumulato con la droga, specie con il boom dell'espansione della cocaina. Essa è anche presente nel sistema del racket e del pizzo nonché in grandi settori importanti della nostra comunità, quali quelli della sanità, dei rifiuti, della grande distribuzione, ambiti in cui in questi ultimi anni si sono ulteriormente amplificate la collusione, la complicità e la contiguità tra istituzioni e politica.
Concludo con un'ultima valutazione: si nutrono tante aspettative rispetto alla nuova stagione che si sta aprendo nel


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nostro Paese, in modo particolare in alcune aree; mi riferisco alla ribellione delle associazioni imprenditoriali.
Penso che occorra andare più in profondità e che uno scatto in avanti lo debba fare soprattutto la politica. Ribadiamo l'importanza del codice di autoregolamentazione, adottato dalla Commissione; vorremmo ricordare a tutti i colleghi e ai partiti politici che questa iniziativa potrà essere significativa nei prossimi appuntamenti elettorali.
Certo, la polemica ha creato la vicenda del prefetto De Sena. Ci permettiamo di dire che si tratta di una polemica ingenerosa e, sotto certi aspetti, impropria, perché ognuno è libero di fare le proprie scelte in questo Paese democratico, anche coloro che hanno servito lo Stato.
Ci permettiamo di dire che, rispetto alle insufficienze della politica e allo scadimento sul piano morale che a volte presenta, vorremmo che tanti partiti seguissero l'esempio del Partito Democratico nel cercare persone oneste da candidare nelle istituzioni.

PRESIDENTE. Conclusi gli interventi, sento il dovere di ringraziare tutti i deputati e tutti i senatori. Ognuno ha espresso liberamente il proprio pensiero e le proprie critiche, anche su vicende che in questa ultima seduta, hanno ingenerato legittime polemiche.
Vorrei altresì ringraziare tutti i rappresentanti di quella che è stata la maggioranza e di quella che è stata l'opposizione in questa legislatura, dal momento che con questa seduta chiudiamo l'attività della nostra Commissione.
Un ringraziamento è rivolto per l'arricchimento apportato dalla relazione sulla Calabria. Avete visto che questa relazione termina con una serie di desiderata politico-istituzionali: «avremmo potuto» e «avremmo voluto». La relazione non termina con il solito capitolo di conclusioni, ma con un'espressione di sintesi, un'indicazione alla politica, al futuro Parlamento, su come continuare il lavoro di inchiesta sulla 'ndrangheta e sulle indicazioni di riforma della politica e della società in Calabria.
Ho raccolto molte obiezioni - cito per tutti quelle dell'onorevole Mancini, dell'onorevole Napoli, dell'onorevole Tassone e del senatore Palma - e tutti gli elementi emersi dal dibattito, tesi ad accentuare alcuni aspetti, a drammatizzarne altri e, nel caso dell'onorevole Mancini, a valorizzare anche le idee di sviluppo che in Calabria ci sono state, anche se sappiamo, e dobbiamo rimarcarlo, che quelle idee e quella grande politica di intervento straordinario per il Mezzogiorno si sono purtroppo concluse oggi con gli ultimi indicatori che riguardano lo sviluppo, i livelli di civiltà, il tessuto economico e produttivo della nostra regione. Dobbiamo altresì raccogliere le indicazioni in materia di riciclaggio e di aggressione ai patrimoni, venute anche dall'onorevole Lumia.
Potrei citare uno per uno tutti gli interventi che ci sono stati in questo nostro dibattito, perché tutti hanno arricchito una relazione che rimane aperta, sebbene metta un punto fermo.
La nostra Commissione, a differenza delle precedenti, è la prima ad aver predisposto una relazione organica sulla 'ndrangheta, sulle sue relazioni economiche e sociali, sulla sua struttura e sul suo livello di pervasività.
Anch'io sono d'accordo con quanti hanno affermato che la Calabria ha le risorse e le energie morali per avviare un processo di ricostruzione della democrazia. Io penso che abbia anche le risorse sociali, morali, culturali e politiche per avviare una ricostruzione di un'etica pubblica senza la quale ritengo sia impossibile ricostruire sia un sentire comune democratico, sia una percezione diffusa che la democrazia è «padrona» di tutti i territori, geografici e sociali, di quella regione. Penso che vi sia bisogno di questo.
Noi abbiamo parlato molto, in tutti gli interventi, della debolezza della politica in Calabria come interfaccia della forza della 'ndrangheta. Questa debolezza della politica - è stato rimarcato anche oggi - si alimenta e si rialimenta, perché è funzionale ad un sistema di potere, di relazioni


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clientelari, di scambio politico, affaristico e anche mafioso, che deve permanere per potersi rigenerare.
Questa debolezza della politica non riesce neanche a ripulire se stessa da tutti i punti di collusione con la 'ndrangheta; va, dunque, aggredita.
Con la terzietà che spetta al presidente e ad ognuno dei componenti della Commissione, diciamo a tutti i partiti, di destra, di centro e di sinistra impegnati in queste ore nella formazione delle liste, che una parte della lotta alla 'ndrangheta risiede nella qualità delle liste, nella capacità che i partiti avranno di non inserire e riprodurre le zone d'ombra a partire dalla selezione della propria rappresentanza istituzionale e delle classi dirigenti che dovranno non solo governare la regione Calabria, ma anche dare rappresentanza a quel territorio nel Parlamento nazionale. Esiste un trasformismo che riguarda tutti gli schieramenti. Come ho già detto, e ripeto, poco importa da dove parta un notabile da quale schieramento provenga e dove arrivi. Il problema è che si tratta di un meccanismo di degenerazione del consenso della politica e delle istituzioni. Quei voti, soggetti anche ad una sorta di transumanza, servono ad individuare la continuità di un sistema di interessi che, per alimentarsi, deve trovare delle risposte di chi, di volta in volta, governa anche quei territori, quelle province e quella regione. Questo è il tema che noi poniamo con questa relazione.
Tutti lo avete affermato nel corso degli interventi, a prescindere dall'appartenenza politica.
Credo che sia largamente condivisa la consapevolezza di poter fare di più e meglio. Tuttavia, è stata impressa un'accelerazione al nostro lavoro - anche da me personalmente - per poter lasciare un segno su questo punto, su questo territorio e su questa mafia. Lo si aspettava, lo aspetta la Calabria e in questo limitato lasso di tempo, dovuto allo scioglimento anticipato delle Camere, abbiamo lavorato tutti con questo intento.
Non aggiungo altro, perché si è già detto molto e perché credo che dobbiamo lasciare aperto un filone di ricerca e di inchiesta per il futuro Parlamento, che non può che partire dal punto di arrivo della nostra Commissione.
Nell'ambito della relazione avremmo anche potuto accentuare le indicazioni ricevute in ordine all'adeguamento degli apparati dello Stato, e della loro qualità, delle strutture investigative e, dell'azione della magistratura e della sua trasparenza.
Sarà compito del futuro Parlamento e della prossima Commissione parlamentare antimafia e dare corpo a quelle indicazioni legislative fondamentali anche per aggredire la 'ndrangheta, con particolare riferimento ai patrimoni, alle ricchezze, ai capitali, all'aggressione ai circuiti finanziari, al riciclaggio e alle banche. Questi non sono solo temi di indagine storiografica, come è stato qui detto, ma sono indicazioni politiche e legislative rispetto alle quali il futuro Parlamento dovrà assumersi pienamente delle responsabilità. La nostra Commissione antimafia ha fornito unitariamente delle indicazioni anche su questi aspetti.
In conclusione, voglio ringraziare, per il lavoro delle tre relazioni, tutti i collaboratori e tutti i consulenti che hanno lavorato in un clima, creato dalla presidenza, di condivisione umana senza differenze di ruolo, di appartenenza e di gerarchia. Credo di poter affermare che tutti hanno trovato nel presidente un riferimento istituzionale, un punto di ascolto e di amicizia, soprattutto nei momenti di maggior fatica.
Vorrei ricordare ai commissari che non hanno vissuto questo momento che - credo per la prima volta nella storia di questa Commissione -, un venerdì, un sabato e una domenica, la Commissione e i suoi uffici sono rimasti aperti dalle 8 del mattino alle 23,30.
Vorrei ringraziare anche tutti gli uffici, i funzionari della Commissione, tutti i collaboratori dell'ufficio della Commissione, i finanzieri dell'archivio, che sono stati preziosi, e continueranno ad esserlo. Fatemi ringraziare anche tutti i parlamentari, della maggioranza e dell'opposizione, che hanno sostenuto questa Commissione


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al di là di qualsiasi appartenenza, pur nella normale dialettica politica, anche la più accesa, che è il sale della democrazia. In tutti è prevalsa la comune volontà di fare di questa Commissione non tanto una palestra per le scorribande delle guerriglie politiche di ognuno di noi - seppure legittime anche quelle - ma piuttosto un ponte di possibile costruzione di una comune volontà unitaria contro la mafia.
Di questo vi ringrazio e spero che questo patrimonio di lavoro e di volontà unitaria non venga disperso.
Per quanto mi riguarda, sono sottoposto ad altri giudizi. È stata per me una straordinaria esperienza, oltre che politica e istituzionale, anche di crescita umana e culturale; di questo ringrazio ognuna e ognuno di voi individualmente, per avermi dato la possibilità di rappresentare, a questo livello, un'importante istituzione dello Stato.
Do la parola all'onorevole Tassone per una precisazione.

MARIO TASSONE. Vorrei fare una precisazione per i colleghi che hanno travisato il mio intervento di questa mattina. Non ho voluto aggredire il prefetto De Sena, così come non ho voluto aggredire il procuratore nazionale antimafia.
Credo che la vicenda riguardante De Sena desti sospetti e integralmente mi riporto a quanto ho già detto. So che qualche collega respinge in toto le preoccupazioni manifestate da un componente della Commissione mi meraviglia invece che tali preoccupazioni non siano state condivise, da tutti. Per quanto riguarda il procuratore nazionale antimafia, che ha fatto dichiarazioni continue ed ha avanzato teorie sul delitto Fortugno in interviste apparse sulla stampa, è stato chiesto un chiarimento da parte di qualche commissario e dal sottoscritto, per evitare che tali teorie rimanessero nella storia della posizione politica del procuratore nazionale antimafia. Ritengo che questo sia un problema da sottoporre ad una futura Commissione antimafia, se mai il Parlamento ne istituirà un'altra.
Questo è un dato grave; abbiamo un procuratore nazionale antimafia che certamente non garantisce e non ha garantito. Affidare la fase di approvazione di una relazione antimafia sulla 'ndrangheta ad un uomo che fa teorie smentite, poi, nei fatti, è un dato preoccupante che avrebbe dovuto preoccupare tutti quanti, senza bisogno di avvocati d'ufficio.

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione. Ricordo che, ai sensi nell'articolo 9, comma 2 del regolamento interno, la votazione della relazione presuppone la verifica della presenza della metà più uno dei componenti della Commissione. Il numero legale è, pertanto, pari a 26 componenti. Prego i deputati segretari di procedere alla verifica del numero legale. Dalla verifica risulta che siamo 32.
Pongo pertanto in votazione la relazione sulla 'ndrangheta.
(È approvata).
Pongo in votazione la relazione sui testimoni di giustizia.
(È approvata).
Pongo in votazione la relazione conclusiva della nostra attività.
(È approvata).

Constato con piacere che tutte e tre le relazioni sono state approvate all'unanimità e senza modificazioni.
Se non vi sono obiezioni, la presidenza si intende autorizzata al coordinamento formale del testo delle relazioni approvate.
(Così rimane stabilito).

Avverto che le tre relazioni approvate dalla Commissione (doc. XXIII, nn. 5, 6 e 7) saranno trasmesse alle Presidenze delle Camere e pubblicate sul sito Internet della Commissione.
Dichiaro conclusi i nostri lavori.

La seduta termina alle 20.

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