![]() |
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla immigrazione e l'integrazione, l'audizione del Direttore dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR, professor Enrico Pugliese, che ringrazio molto. Il motivo del nostro invito risiede nella sua vasta esperienza e nei suoi studi nella materia che ci interessa, nonché nell'attività svolta presso il CNR nella sua qualità di direttore dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali.
Professor Pugliese, le vorrei fare diverse domande per approfondire alcuni aspetti della nostra indagine, che in questa fase è pienamente concentrata sull'integrazione interna, attraverso le audizioni sia di membri del Governo sia di esperti. Da lei vorremmo una valutazione sui cambiamenti avvenuti negli ultimi anni in Italia circa i flussi migratori, la struttura dell'immigrazione e il tema dell'integrazione; quali siano oggi, a suo avviso, alla luce delle rapidissime recenti evoluzioni, i principali ostacoli sociali, economici, culturali o anche psicologici all'integrazione, in che modo si modifichino i rapporti tra immigranti e Paesi di accoglienza con riguardo ai diritti di cittadinanza e come ciò possa incidere sulla questione dell'integrazione; infine, quale sia la sua valutazione sull'impatto odierno e su quello prevedibile dei flussi migratori nei sistemi di welfare e quindi su tutto il rapporto tra immigrazione, previdenza sociale e sistemi pensionistici.
ENRICO PUGLIESE, Direttore dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR. Cercherò di rispondere nell'ordine alle domande e, pur essendo temi già noti alla Commissione, tenterò di sottolineare alcuni aspetti che mi sembrano di particolare rilievo. Non andrò molto oltre quanto è scritto in questo libretto di un anno fa (ne esiste anche una edizione antica che si intitola l'Italia tra immigrazione internazionale e immigrazione interna); se necessario e se richiesto, potrò produrre, dopo l'audizione, una memoria scritta.
Riguardo ai cambiamenti, sono stati colossali negli ultimi dieci anni sia in termini quantitativi, sia in termini qualitativi. Se dovessi definire la fase attuale dell'immigrazione italiana, direi che è la fase della normalizzazione o stabilizzazione. In altre parole, l'immigrazione italiana sta per qualche verso perdendo quel carattere di precarietà, provvisorietà e scarsa chiarezza che era tipico del modello mediterraneo delle migrazione internazionali, e ci sono dei fatti nuovi registrabili e registrati. Se posso aprire una parentesi,
devo dire che l'informazione statistica, carente come sempre, è molto meno carente di quanto si sia ormai abituati a pensare. La situazione effettiva e la situazione che, anche se un po' in ritardo, ci rappresentano le informazioni statistiche fornite dall'ISTAT sulla base delle rielaborazione di dati di fonte diversa, non sono così diverse tra di loro, come avveniva dieci o vent'anni fa, quando erano abissalmente divergenti.
Abbiamo un'immigrazione che è cresciuta, è cambiata ed è più visibile nelle sue caratteristiche essenziali, in particolare quelle socio-demografiche. Comincerei proprio da questi aspetti demografici. È stato detto che l'immigrazione è aumentata moltissimo negli ultimi dieci anni, più che in epoche precedenti. Il dato statistico registrato mostra l'esito, non mostra bene la tendenza perché, come è noto, la vicinanza tra dato effettivo e dato registrato è massima in prossimità delle sanatorie (uso il termine sanatorie quale sinonimo di regolarizzazioni). Intorno al 2003-2004 abbiamo un picco, che poi pare si fermi, così come abbiamo avuto un picco intorno al 1990 e al 1996: sono gli anni della sanatoria, però, se interpoliamo la curva, vediamo che c'è un'ascesa sistematica che, in termini assoluti, ha visto un incremento molto più forte negli ultimi anni.
Quali sono i cambiamenti? Inutile dirlo, è sotto gli occhi di tutti, il primo rilevante cambiamento, al quale purtroppo è stata data forse connotazione e notorietà più triste del necessario, è stato quello nazionale con l'aumento delle persone provenienti dai Paesi dell'Est, neocomunitari, anzi comunitari (perché il «neo» è ormai del tutto pleonastico), come la Romania o comunque i Paesi dell'Est tra i quali è evidente l'Ucraina, della quale vorrei parlare per l'intreccio etnico-lavorativo che si determina in questa fase dei movimenti migratori, con le implicazioni demografiche e di welfare che ne conseguono. L'immigrazione italiana si è andata, per così dire, «deislamizzando» ed in parte «deafricanizzando»: ciò in termini naturalmente relativi, perché tutte le comunità sono aumentate, il problema è il peso relativo tra le comunità, delle quali quella rumena ora occupa il primo posto, seguita dal Marocco, che per anni ha rappresentato la comunità più numerosa. Tra l'altro, se analizziamo, per esempio, la lunghezza media della durata delle comunità, abbiamo situazioni come quelle marocchine, in cui la durata è molto alta, e situazioni come quella rumena, in cui solo il 6 per cento sta in Italia da oltre cinque anni: si tratta infatti di un'«esplosione» molto recente.
Abbiamo quindi un'immigrazione storica con determinate caratteristiche e un'immigrazione più recente con altre caratteristiche. Sono, tuttavia, aumentate anche le caratteristiche comuni per effetto delle politiche migratorie, in primis la politica di ricongiungimento familiare. Quando cominciai a studiare l'immigrazione, i miei amici demografi usavano fare un «giochino»: mostravano la struttura in base al genere dell'immigrazione e poiché il numero delle donne non era molto diverso dal numero degli uomini, la situazione pareva assolutamente equilibrata, ma solo all'apparenza. Le donne, infatti, venivano pressoché esclusivamente da determinati Paesi, gli uomini pressoché esclusivamente da altri. Ora, invece, abbiamo per molti versi un equilibrio effettivo che riguarda anche comunità che erano monogeneriche, cioè costituite da persone di un solo sesso: i maschi erano marocchini, senegalesi o bangladeshi, mentre le donne erano equadoregne, filippine o in larga misura capoverdiane e si potrebbe continuare.
La prima rottura rispetto a questo schema, veramente distorto dal punto di vista demografico, avviene con l'arrivo degli albanesi. All'inizio degli anni Novanta abbiamo la prima grande immigrazioni di famiglie, oppure di uomini e donne, oppure separati e quindi un primo equilibrio di generi, anche all'interno della stessa nazionalità. Tuttavia è con la legge Turco-Napolitano, che è la base del testo unico delle leggi sull'immigrazione, che si dà inizio ad una politica più ampia di ricongiungimenti familiari attraverso i quali cominciano ad arrivare donne come mogli
o come figlie a carico, ragazzini come figli a carico e l'equilibrio si ridetermina non solo tra i generi, maschio e femmina, ma anche in base alla classe di età.
Naturalmente ogni comunità ha un modello migratorio proprio e quindi, ripeto, in alcune comunità, come ad esempio la capoverdiana e la stessa filippina, ed ora in quella marocchina, predominano le donne; tuttavia prima i marocchini erano quasi tutti maschi, ora, invece, si ha una percentuale di donne che si comincia ad avvicinare, se non erro, al 30 per cento del totale degli immigrati. In altri casi, naturalmente, questo squilibrio ancora persiste pesantemente, come nel caso dell'immigrazione ucraina: nell'ultima regolarizzazione gli ucraini hanno avuto l'incidenza maggiore e, al loro interno, vi è stata una grande regolarizzazione di massa di persone di nazionalità ucraina di sesso femminile.
Inoltre con i ricongiungimenti familiari aumentano le nascite; gli immigrati, quindi, hanno contribuito alla modificazione drastica della struttura della popolazione italiana, migliorandola. Ai demografi non interessa se gli italiani siano pochi o molti: erano problemi del duce quelli delle otto milioni di baionette! I demografi si occupano della struttura della popolazione e non si preoccupano quando la popolazione aumenta o diminuisce, bensì quando aumenta o diminuisce male. Una popolazione diminuisce male quando diminuiscono sostanzialmente i bambini e quella che è solitamente una piramide demografica, che è la condizione normale, diventa qualcosa come un albero di Natale, dove c'è una base ristretta di bambini che non nascono, poi ci sono un po' di adulti e poi cresce fino alle classi mature. Poi naturalmente, nelle ultime classi di età, si restringe nuovamente.
L'unico elemento di inversione di tendenza rispetto alla denatalità e quindi anche rispetto alla composizione della piramide demografica - il termine piramide a questo punto diventa improprio - è rappresentato dagli immigrati. Gli immigrati hanno tassi di natalità molto più elevati degli italiani e in alcune regioni, come ad esempio l'Emilia Romagna, sono riusciti persino ad invertire il trend demografico. L'Italia ha avuto negli ultimi dieci anni un incremento di popolazione quale non si era mai realizzato, neanche negli anni di politica demografica, grazie agli immigrati, ma non perché essi abbiano fatto tanti figli, bensì perché sono venuti e, in parte, hanno fatto venire anche bambini. Di conseguenza, abbiamo ora una piramide demografica più naturale rispetto a quella che avremmo avuto senza la presenza degli immigrati e questo è dovuto alla presenza di bambini sia arrivati dall'estero sia nati in Italia. A questo proposito (anche se il tema non era incluso tra le domande del presidente) ricordo che si apre un capitolo piuttosto importante dal punto di vista dell'integrazione e delle politiche sociali, cioè l'inserimento scolastico. Per effetto delle nuove tendenze verso la stabilizzazione e la normalizzazione ci troviamo con 700 mila minori, che una volta si sarebbero definiti di seconda generazione, ma che ora, poiché nella letteratura internazionale sull'emigrazione si tende ad essere più specifici e precisi, forse esagerando un po', si definiscono generazione uno e mezzo, uno e tre quarti, un quarto. È una questione molto seria perché, se si arriva in Italia a sette o otto anni, si finisce certamente nella prima elementare e se si è un ragazzino ucraino o rumeno alto il doppio del ragazzino napoletano o calabrese della stessa classe, si possono creare problemi molto seri. Quello della politica scolastica dell'integrazione è un problema particolarmente difficile e significativo che, secondo me, è affrontato con interesse. Non a caso sul tema c'è la relazione, assolutamente encomiabile, del Ministero della pubblica istruzione, ma credo che non basti.
C'è da discutere molto sulle politiche scolastiche, soprattutto per i bambini non nati in Italia ma arrivati successivamente, che finiscono per perdere anni di scuola. Sul tema c'è una vastissima letteratura a livello nazionale e abbiamo un caso drammatico e perdente che ha riguardato gli
italiani, quello della Germania, dove le cose per gli italiani non sono andate bene, né secondo il modello francofortese-assiano, né secondo il modello bavarese multiculturale. I bavaresi hanno insegnato loro bene l'italiano poiché se ne dovevano andare, con il risultato che non sapevano il tedesco; in Assia non hanno insegnato loro l'italiano, per cui hanno avuto difficoltà a scuola perché naturalmente stavano in un contesto troppo diverso. Non sono politiche facili, sono politiche che richiedono grande sperimentazione e credo che questa sia la scommessa per il futuro. La seconda generazione, negli studi internazionali sull'immigrazione, è la generazione d'annata, è la generazione dei diritti, è la generazione che si rende conto di essere cittadina di un paese del quale vuole avere gli stessi diritti che adesso spettano per legge, tornando da condizioni di esigibilità molto più modeste. Le aspettative sono molto più alte.
Uno studioso del mercato del lavoro, Michael Piore del MIT, definisce la prima generazione come quella dell'homo oeconomicus, colui il quale mette tra parentesi la propria esistenza e pensa solo all'economia, al risparmio, all'accumulo, nella prospettiva di un ritorno che a volte si determina, come è noto, ma a volte no. Per la seconda generazione non è così. Ci troviamo nella classica situazione mertoniana di contraddizione fra le aspettative, peraltro legittime, e i mezzi strutturati che la società offre per raggiungerle.
Rispetto alla situazione italiana, direi che abbiamo un quadro sicuramente di luci: l'immigrazione italiana sta andando bene e, se posso di nuovo dire qualcosa sugli atteggiamenti degli italiani, non sono peggiorati rispetto ai sondaggi. I sondaggi sono, per così dire, strani: non presentano le stesse domande, recepiscono l'opinione pubblica e perciò sono molto influenzati dalle condizioni contingenti. In generale, rispetto all'incremento colossale del numero di immigrati, è mancato assolutamente un incremento della preoccupazione nei confronti del fenomeno, come ha rilevato anche il nostro Istituto a seguito di un'indagine sistematica sugli atteggiamenti. Purtroppo, poiché non vengono poste agli intervistati le stesse domande, è difficile paragonare i risultati tra indagini di vasta scala, però si può dire che, a parte momenti di allarme, in realtà l'atteggiamento che si poteva registrare quando gli immigrati erano 600-700 mila non è cambiato ora che sono 3 milioni. Questo mette pure in discussione teorie correnti come quella del «valore-soglia», perché evidentemente la soglia è aumentata, ma le reazioni non risultano peggiorate.
Questo è il quadro dei cambiamenti verso la normalizzazione: come in ogni esperienza migratoria, vi è una tendenza molare, cioè di massa, alla stabilizzazione, alla quale corrisponde anche una tendenza molecolare, cioè minima, ma altamente registrata dalle statistiche e ancor più sottolineata dalla grande stampa, che è quella alla devianza e alla criminalità. In ogni fenomeno migratorio che esplode con la portata di quello attuale, ci sono le vittime e i fallimenti dei progetti migratori, ai quali conseguono anche situazioni di devianza, la cui portata va valutata nella sua effettività. In altre parole, se sommiamo tutte le denunce, vediamo che è compresa anche quella per resistenza e oltraggio al poliziotto che ti dà del tu e ti maltratta o il piccolo furto, insieme naturalmente con lo spaccio, l'assassinio o la rapina. Quindi, per quel che riguarda i fenomeni di devianza e criminalità, sarebbe molto importante un'analisi molto dettagliata della natura dei crimini e delle circostanze all'interno delle quali essi avvengono. Al riguardo, se posso rispondere ad una domanda non richiesta, vorrei fare una precisazione. Si dice che delinquono gli immigrati irregolari o clandestini, lo dicono tutti, tant'è vero che qualcuno, ingenuamente, dice che tra i regolari il tasso di criminalità è minore di quello degli italiani. Questa è una mezza verità, che nasconde situazioni molto complesse. La clandestinità o irregolarità è la fase vissuta da quasi tutti gli immigrati, tranne quelli arrivati per il ricongiungimento familiare, più una minima parte arrivata regolarmente. Siccome è noto che tutti sono entrati in maniera irregolare o si
sono fermati come overstayers in un periodo di irregolarità, sappiamo anche che questa è la fase di maggiore fragilità, la fase nella quale è più alto il rischio di imboccare percorsi di devianza ed anche di criminalità. Dopodiché si arriva in galera e si resta clandestino perché non si imbocca la fase virtuosa, come fa la maggior parte degli altri, che poi trovano la sanzione ultima nella sanatoria e nella regolarizzazione (almeno per come sono andate le cose finora in Italia). Si può, quindi, dire che coloro i quali sono regolari sono quelli che nella fase iniziale di fragilità, o di irregolarità, che è la stessa cosa, non hanno avuto problemi, non si sono trovati in gravi momenti di difficoltà nel processo migratorio e ce l'hanno fatta. Per questo motivo tra i devianti troviamo i clandestini, non perché ci sia un elemento ontologico nel clandestino che arriva e delinque: all'inizio sono tutti clandestini, alcuni delinquono, la stragrande maggioranza non lo fa e riesce ad entrare nel processo di regolarizzazione.
Sappiamo che il nostro Paese ha regolarizzato circa due milioni di persone: la madre di tutte le sanatorie, come avrebbe detto Saddam, l'ha fatta il Governo Berlusconi, regolarizzando 700 mila clandestini. Quindi, la fase di clandestinità è stata vissuta da tutti, e nella fase di clandestinità, che è quella iniziale ed è quella più difficile per definizione, si commettono i reati. La condizione di clandestinità va letta come fase di clandestinità. Se si riduce questo periodo o se si elimina, se si trovano modelli di ingresso il più altamente possibile regolari, si riduce anche la fase di irregolarità, quindi di fragilità, e il rischio che si imbocchino percorsi di devianza.
Naturalmente dirlo è facile, strumentare l'obiettivo non lo è altrettanto, ma non spetta a me entrare nel merito. Dico ciò perché lo abbiamo vissuto con gli albanesi. Chi come me studia l'immigrazione da 25 anni, ha trovato diversi «cattivi» sulla scena, the bad ones, che per un lungo periodo sono stati gli albanesi, i quali poi sono diventati i buoni. In questo momento i cattivi sono i rumeni. Bisogna tenere in mente che gli albanesi effettivamente imboccavano percorsi di devianza, facevano guai, non finivano nelle maglie della giustizia così, perché i poliziotti erano cattivi, come tra l'altro qualcuno ha pure scritto, ma finivano nelle maglie della giustizia perché commettevano reati nella fase iniziale, che è quella di maggiore fragilità. Una volta che il modello di immigrazione albanese si è stabilizzato, gli albanesi si sono stabilizzati qui e si sono stabilizzati nel loro Paese come immigrazione di ritorno, sono usciti da questa fase. C'è da auspicare che la stessa storia, tra cinque anni, si possa raccontare per i rumeni. Infatti, sono pochi gli anni passati da quando, quella che sia nelle statistiche giudiziarie sia nell'immaginario italiano è conosciuta come la bestia nera, ha preso piede in Italia.
Sono due i grandi aspetti che mi premeva sottolineare rispetto ai cambiamenti. Vi è da una parte l'aspetto virtuoso, cioè questa presenza di massa che soddisfa domande del mercato del lavoro e che comporta anche una normalizzazione del modello migratorio con il trasferimento delle famiglie. Ormai la struttura demografica dell'immigrazione straniera in Italia è, per molti versi, migliore di quella dell'immigrazione italiana in Germania. Le donne italiane in Germania sono solo il 40 per cento del totale degli emigranti. Il fenomeno può essere, in parte, anche un indicatore indiretto di integrazione, perché molti italiani avrebbero potuto sposare tedesche - che è anche vero - ma questo non risolve la differenza totale. In realtà l'immigrazione italiana in Germania ha continuato per troppo tempo ad essere immigrazione di uomini soli. L'immigrazione straniera in Italia, che per molto tempo è stata immigrazione di donne sole e uomini soli, sta avviandosi faticosamente a diventare un'immigrazione di famiglie. Sull'altro versante, invece, sottolineo come non mi siano ignoti i rischi di percorsi di devianza, né i dati effettivi.
Riguardo al mercato del lavoro, in un Paese con tassi di disoccupazione medi europei, ma con aree di disoccupazione di gran lunga superiori alla media europea,
quali quelle del Mezzogiorno (anche qui i dati sulla disoccupazione ufficiali corrispondono, a mio avviso, almeno per gli ultimi quarant'anni di ricerca sul Mezzogiorno in questo campo, grosso modo ai dati effettivi, quindi disoccupazione nel Mezzogiorno alta, reale), è strano che il mercato del lavoro italiano abbia saputo assorbire livelli di immigrazione così elevati. A questo proposito dobbiamo dare delle spiegazioni complesse, che riguardano in maniera diversa le varie aree del Paese. Innanzitutto vorrei sgombrare il campo da una polemica, viva soprattutto negli anni Ottanta, secondo la quale gli immigrati o andavano ad occupare i posti lasciati dagli italiani oppure entravano in conflitto con loro nell'ambito del lavoro. Questa alternativa non reggeva, perché era astratta e non teneva conto di cambiamenti radicali nella struttura occupazionale italiana e nel mercato del lavoro e soprattutto non teneva conto dei processi che si definiscono di segmentazione del mercato del lavoro, che permettono di andare oltre questo tipo di alternativa semplicistica e spiegare meglio il fenomeno.
Iniziamo dal grande cambiamento. All'inizio l'emigrazione italiana si presentava come un fenomeno molto semplice: nelle famiglie bene dei Parioli e del Vomero erano tornate le cameriere nel senso di serve, donne magari di colore e magari vestite come Mamie in Via col vento. Si era tornati agli anni delle serve di Avellino o di Grottaminarda a Napoli e di Marcon a Roma, situazione che era venuta meno negli anni Cinquanta quando, con l'apertura dell'occupazione femminile anche nelle fabbriche, la cameriera intesa quale serva era stata relegata al passato. Tra gli anni Sessanta e Settanta si era così passati al lavoro domestico prestato a ore, quasi sempre al nero, comunque caratterizzato dall'assenza di un rapporto di servizio e di dipendenza 24 ore su 24.
Contemporaneamente all'arrivo delle immigrate si verificano nel nostro Paese fenomeni di emancipazione femminile, con l'ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro e la necessaria conseguenza che qualcuno stia in casa e badi ai bambini. Allora, da una parte c'è il recupero del modello arcaico e arretrato fino al risibile dell'antico ruolo della serva; dall'altra parte c'è il bisogno di soddisfare servizi che il sistema di welfare non è in grado di soddisfare a causa della carenza di asili nido e di scuole a tempo pieno. Ci troviamo però ancora nel campo dei servizi alle persone svolti dalle colf, dalle domestiche e dalle collaboratrici familiari. Questo sembra essere il ruolo femminile nel mercato del lavoro per tutti gli anni Settanta, Ottanta e per buona parte degli anni Novanta, poi improvvisamente in Italia scatta qualcosa: le consuete figure di collaboratrici cominciano ad appannarsi e si avvia anche l'emancipazione delle donne immigrate, soprattutto delle filippine, che si avvicinano al modello italiano, prendendo casa per conto proprio e iniziando a prestare i loro servizi a ore.
Oltre a ciò, al ruolo della domestica si va aggiungendo sempre più, fino a diventare assolutamente determinante (credo che possa essere quantificato nella misura dei tre quarti) un nuovo ruolo che, absit iniura verbis, è definito della badante. Potrei citarvi tutti i motivi per cui non si dovrebbe ricorrere a questo termine (li conosco tutti) e per fortuna non è usato negli atti legislativi; io credo però che, quando un termine entra definitivamente nel linguaggio comune, esso perda la connotazione negativa o derogatoria che gli si poteva riconoscere in origine e che pertanto possa essere correttamente utilizzato.
L'Italia si riempie di badanti e di assistenti agli anziani, e ciò accade perché nel frattempo si è drasticamente modificata la struttura demografica del nostro Paese. L'Italia e la Spagna sono stati interessate dall'esplosione della presenza degli anziani, soprattutto dei grandi anziani. In realtà, quando i demografi studiano l'invecchiamento della popolazione, distinguono l'invecchiamento dall'alto dall'invecchiamento dal basso. L'invecchiamento dal basso è quel processo per il quale non si fanno più figli e l'incidenza dei vecchi sulle classi adulte e giovanili
aumenta; l'invecchiamento dall'alto è dovuto al fatto che i vecchietti «non tirano più le cuoia» e questa è una buona notizia perché è una conquista dell'umanità. Anche il controllo delle nascite è una conquista dell'umanità, tranne per il fatto che esso ha avuto un effetto boomerang con i problemi sociali connessi alla paura di metter su famiglia e di fare figli.
Tornando agli anziani (io difendo fortemente la categoria, essendone parte ormai da qualche anno), la questione sta semplicemente nel fatto che, checché se ne dica, il nostro Servizio sanitario nazionale almeno un po' funziona, anche se magari tende a medicalizzare troppo; vantiamo oggi condizioni di vita migliori e un incredibile aumento delle aspettative di vita, con un conseguente elevatissimo tasso d'incremento dell'invecchiamento della popolazione. Non ci dobbiamo stupire se la presenza delle badanti è esplosa negli ultimi dieci anni, perché non si tratta di altro se non della conseguenza della maggior significatività della presenza degli anziani nella struttura demografica italiana registrata nello stesso periodo, in concomitanza di radicali cambiamenti nei costumi: le famiglie multigenerazionali tendono a ridursi perché le nuore non voglio più vivere con i suoceri, così come i suoceri non vogliono vivere con generi e nuore. Ciò denota un nuovo elemento di emancipazione: nel dato di solitudine, che sicuramente si registra tra i nostri anziani, va letto anche un elemento emancipativo, che pertanto non riguarda soltanto la componente femminile della seconda età, ma anche la terza età in generale: tenere relazioni sociali, praticare sesso, disporre di una propria autonomia e vivere una vita sociale sono reali possibilità per gli anziani soli, soprattutto donne, essendo noto che la componente femminile tra gli anziani è molto più elevata.
In questo contesto accade che uomini e donne sole abbiano bisogno di assistenza, ma di un'assistenza che muta il proprio carattere. Sarebbe opportuno affrontare un complesso discorso sul tipo di capacità richiesta al personale che presta assistenza: a una capacità professionale di carattere relazionale, consistente nel tenere compagnia agli anziani e nel dare loro la possibilità di muoversi, di essere attivi, di poter parlare e quant'altro, si è affiancata negli ultimi anni la capacità di svolgere funzioni parainfermieristiche, con un rapporto con il corpo dell'anziano che rientra quasi nell'area medica, con delle implicazioni piuttosto complesse. Tali attività una volta venivano svolte in famiglia, ma per periodi molto più brevi: è vero che si cominciava a invecchiare prima, ma ora si muore molto dopo.
La situazione prospettata implica conseguenze nella condizione dell'immigrazione italiana e nella sua struttura. Nell'emigrazione italiana la componente femminile è estremamente più elevata perché è quella che in larga misura, sebbene non esclusivamente, è destinata alle attività descritte. Un problema molto serio è quello di permettere alle donne immigrate, che spesso hanno conseguito dei titoli di studio superiori a quelli richiesti per le loro mansioni, di uscire dalla questa trappola, che pure si pone su vari livelli: dalla condizione domestico-servile, alla condizione domestico-operaia (la colf a ore), alla condizione della badante accompagnatrice e della badante infermiera. Si tratta di articolazioni di capacità professionali che oltretutto non considerano il rapporto estremamente complesso con le famiglie. Gli studi sul processo di assunzione delle badanti mostrano come le famiglie vivano in maniera traumatica l'accesso di una persona estranea nel giro dei loro affetti, con implicazioni molto serie sul piano teorico.
Io sono stato un economista del lavoro e insieme al compianto Ezio Tarantelli uno dei fondatori dell'Associazione italiana economisti del lavoro; nei manuali di economia del lavoro si parla d'impresa e di lavoratori, ma nel caso di specie, in luogo dell'impresa a svolgere il ruolo di datore di lavoro troviamo la famiglia, fatto questo piuttosto importante, perché le famiglie si comportano diversamente dalle imprese anche negli atteggiamenti verso i lavoratori loro dipendenti.
Riguardo al mercato del lavoro, quanto meno occorre distinguere tra nord e sud. Nel nord si riscontra, sia per le imprese sia per le famiglie, una situazione di carenza di offerta di lavoro rispetto alla domanda dovuta semplicemente a ragioni demografiche. Nel Veneto, in Friuli o in Emilia Romagna non ci sono giovani sufficienti a soddisfare la domanda di lavoro presente e, man mano che i vecchi escono dal mercato del lavoro per anzianità, non ci sono giovani che li possano rimpiazzare, per motivi puramente quantitativi.
La situazione è diversa nel Mezzogiorno, dove effettivamente gli immigrati sono molti di meno che al nord, sebbene qualcuno in più di quanto ci dicano le statistiche, a causa di una maggiore incidenza della componente irregolare. Non si può certo affermare che nel sud non vi sia disoccupazione, ma in quel caso bisogna prendere in considerazione le teorie della segmentazione del mercato del lavoro e delle discrasie qualitative tra domanda e offerta di lavoro. L'analisi delle statistiche sulla disoccupazione mostra spesso una disoccupazione altamente scolarizzata: essa raccoglie ragazze laureate in lettere o in architettura e diplomati degli istituti tecnici industriali ai quali è difficile chiedere di raccogliere cassette di pomodoro al prezzo al quale lo raccolgono i ghanesi, e probabilmente neanche a prezzi superiori. Nel Mezzogiorno, pertanto, c'è un problema di discrasia qualitativa tra domanda e offerta, ed effettivamente le condizioni nelle quali ancora si svolge il «badantato» non sono ritenute accettabili dai giovani e dalle giovani meridionali.
Sicuramente il sistema italiano è stato capace di offrire lavoro agli immigrati, come dimostra l'assenza di tensioni tra loro e i locali, tuttavia c'è ancora il problema delle condizioni nelle quali l'attività si svolge.
PRESIDENTE. La ringrazio, professor Pugliese.
Do ora la parola ai deputati che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.
MERCEDES LOURDES FRIAS. Vorrei porre una domanda riferendomi in particolare alla questione del mercato del lavoro che lei ha ricordato nel suo intervento. Lei ha affermato che ad un certo punto si è verificato un cambiamento. Gli immigrati arrivano e il lavoro c'è, ma in precedenza l'Italia non era una destinazione per gli immigrati forse perché non poteva offrire molto; la questione è però diversa per quanto riguarda le donne, come lei ha illustrato molto bene.
Con i numeri attuali e a livello generale - si parla di tre milioni di immigrati regolari, di cui la maggior parte con permesso di soggiorno per motivi di lavoro oppure di famiglia - la questione demografica è in grado di spiegare tutto il fenomeno, oppure ci sono altri elementi da considerare? Non mi riferisco specificamente alle donne immigrate, per cui il collegamento è immediato, ma in generale l'inserimento nel mondo dell'industria, dell'agricoltura e dei servizi, e anche il lavoro autonomo del quale oggi non abbiamo avuto modo di parlare, si spiega tutto con la questione demografica o ci sono altri elementi che entrano in gioco?
PRESIDENTE. Professore, le chiedo di inviarci una memoria scritta integrativa del suo intervento, che magari consideri anche quegli aspetti che avrebbe voluto illustrare ma che non ha potuto trattare per ragioni di tempo: sarebbe molto utile per i nostri lavori.
Lei faceva riferimento ai ricongiungimenti familiari e confrontava l'immigrazione italiana oggi e l'emigrazione italiana in Germania. Mi viene in mente la famosa frase: «Ci aspettavamo dei lavoratori e sono venuti degli uomini» e i problemi di ricongiungimento legati alla presenza di «non solo lavoratori» ma di uomini. Capisco che nell'immediato le tendenze in aumento dell'immigrazione possano incidere positivamente sui nostri sistemi di sicurezza sociale e di previdenza, ma, a partire dalle seconde generazioni (chiamiamole così per semplicità, anche se lei ci ha spiegato che scientificamente il termine non è esatto), questa tendenza positiva
si confermerà oppure, dopo una prima fase, avremo un impatto ulteriormente negativo sui sistemi di sicurezza sociale, perché magari le seconde generazioni avranno anche abitudini demografiche più simili a quelle italiane?
Una seconda osservazione riguarda il suo riferimento alla scuola e al fatto che essa ancora non agisca da sufficiente fattore d'integrazione. Come ritiene si possa intervenire, quali riforma occorrerebbe introdurre nella scuola perché essa possa operare come fattore di integrazione?
ENRICO PUGLIESE, Direttore dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR. Risponderò innanzitutto alla domanda sul welfare e i sistemi previdenziali, perché è un argomento di cui avrei voluto parlare e mi ero già preparato.
Ho un grande rispetto nei confronti del Ministro Giuliano Amato, ma trovai assolutamente fuori luogo una sua affermazione in occasione della Conferenza sull'immigrazione internazionale del 2000, dove sostenne che occorreva ricordare agli italiani che o fanno i figli oppure, se vogliono le pensioni, devono accettare gli immigrati. Io ho sempre trovato inopportuno affermare che qualcuno debba venire qui a lavorare per pagare la mia pensione, che oltretutto è un errore tecnico particolarmente sorprendente se viene da parte del Ministro Amato: in realtà gli immigrati versano i contributi per la loro previdenza.
Il problema è da porre nei seguenti termini: l'immigrazione apporta un carico particolare ai sistemi di welfare? Uno dei più grandi economisti e studiosi dell'emigrazione che insegna a Harvard, George J. Borjas, ha affermato che, analizzando tutti possibili i modelli econometrici, si arriva alla conclusione che i fenomeni migratori forse migliorano i sistemi di welfare, forse li peggiorano, oppure forse li lasciano invariati. Ne sono profondamente convinto. Borjas sottolinea però le differenze tra le varie situazioni. Quando in America arrivavano i boat people dal Vietnam, tra di loro si trovavano vecchi, bambini e gente poverissima, che aveva grandi difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro e che rappresentava automaticamente un carico per il welfare. Quando i giovani operai marocchini o senegalesi vengono a lavorare in una fabbrica del nostro centro-nord, versano i contributi e non ricorrono molto al sistema socio-sanitario perché solitamente arrivano in buone condizioni di salute; pertanto, pur nella complessità dell'argomento, si può affermare che, per quanto concerne il bilancio di welfare nel breve e nel medio periodo, noi ci guadagniamo come ci guadagnano tutti i Paesi di immigrazione. Ricordo che all'epoca in cui emigravano gli italiani il Partito comunista, nelle sue geremiadi contro l'emigrazione, lamentava che il fatto che mantenessimo a caro prezzo i ragazzi fino all'età di diciotto anni e poi la Germania o l'America se li godevano: certo ce li saremmo potuti godere noi come morti di fame dopo quell'età! Le posizioni antimigratorie sono sempre un po' pericolose, sia in uscita sia in entrata! Questo però non toglie che tutto ciò sia vero: quando arriva una persona che ha un'età intorno ai 20, 22 anni essa non rappresenta un peso. Considerato però che abbiamo regolarizzato moltissimi immigrati, che ormai sono entrati tutti in un circuito di lavoro regolare che comporta il versamento dei contributi, chi resterà nel nostro Paese con quei contributi prenderà la propria pensione, come è giusto che sia, non sta certamente pagando per la mia!
È molto importante il fatto che queste persone abbiano contribuito al riequilibrio demografico, ma ho l'impressione che la sua domanda, presidente, sia molto sottile e forse nasconda una competenza specifica in materia. All'ONU si è discusso dell'emigrazione di sostituzione ed è stato affermato che l'emigrazione in realtà non migliora la struttura demografica di un Paese nel lungo periodo, perché dopo una generazione o due i comportamenti demografici si adeguano e si torna al punto di partenza. Certamente però in questa prima fase un riequilibrio si è potuto registrare e il welfare ci ha potuto guadagnare, come si evince anche dall'analisi dei bilanci e dalle informazioni fornite dalla
Corte dei conti su questo tema; ciò però è stato possibile anche perché le politiche sociali sono state carenti e poco si è speso rispetto a quanto lo stesso testo unico avrebbe richiesto. Nella fase attuale gli immigrati rappresentano sicuramente un beneficio per il sistema di welfare in generale e per il sistema previdenziale in particolare. Lo saranno in futuro? No, lo saranno più o meno come lo sono gli italiani.
Per quanto riguarda la scuola invece è necessario uno sforzo aggiuntivo, e gli sforzi in questo campo comportano sicuramente anche delle spese. Su questo argomento non ho competenze specifiche e certamente degli esperti di politiche scolastiche o di modelli interculturali di educazione potrebbero essere utilmente ascoltati perché vi potrebbero fornire informazioni più precise di quelle che potrei darvi io.
Credo di aver risposto alla domanda che citava la frase di Max Frisch, che letteralmente dal tedesco significa: volevamo braccia e sono arrivati uomini. Io dedicai un'inchiesta a questo tema e volli dargli lo stesso titolo, ma per non dover affrontare le femministe lo intitolai: «Volevamo delle braccia e sono arrivate delle persone»! Il vero problema è che, quando si apre all'immigrazione, si sa che si apre alle persone, le quali non insistono solo sull'economia ma sull'intera società, sia per quanto riguarda le relazioni interpersonali sia per quanto riguarda il welfare.
L'onorevole Frias mi chiedeva degli altri motivi oltre a quello demografico, che certamente non è l'unico. Non mi sono soffermato a sufficienza sui cambiamenti del modello economico italiano. Negli ultimi anni, oltre a un incremento della popolazione, abbiamo avuto anche un elevato incremento dell'occupazione. Esso si è registrato sotto tutti i Governi, quindi il merito è stato di tutti e di nessuno; per la verità, il merito è da attribuire alla fase economica che l'Europa sta vivendo, di passaggio tra l'epoca che può essere definita della disoccupazione di massa all'epoca di cambiamento radicale del mercato del lavoro, della frammentazione occupazionale di massa e, per altri versi, della precarietà di massa. Mentre negli anni Ottanta si parlava di jobless growth, cioè di sviluppo economico senza occupazione, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta a oggi, registriamo una crescita relativamente limitata, ma con forti incrementi occupazionali. Ciò spiega anche le notizie riportate questa mattina sui giornali che lamentano redditi da lavoro più bassi: i salari sono diminuiti perché c'è gente che lavora anche a minor livello di produttività, seppure con una minore forza contrattuale. I livelli di produttività sono più bassi non certo per «pigrizia», ma perché è cambiato il modello occupazionale. Il livello di produttività di un ristorante è per definizione più modesto di quello di una fabbrica metalmeccanica e le innovazioni che vi si potranno introdurre non saranno certamente quelle che si potranno introdurre in una fabbrica chimica. Non riesco a vedere quali potrebbero essere le innovazioni che possano riguardare una famiglia in cui una badante assiste due anziani.
A proposito invece delle innovazioni in agricoltura, leggevo che in California in questo periodo i frutti sono rimasti sull'albero e alcune colture sono marcite a causa dell'atteggiamento restrittivo nei confronti della manodopera d'importazione messicana che non ha permesso che la raccolta avvenisse ai tradizionali salari correnti, che sono molto bassi.
Per gli immigrati si è aperto un mercato del lavoro segmentato, dove occupazioni a basso livello di produttività e soprattutto a basso livello di salari e di protezione erano già sviluppate in agricoltura e sempre di più anche nell'edilizia. In quest'ultimo settore, tra l'altro, oggi troviamo i rumeni, ma tra cinque anni non ce li troveremo più, perché l'edilizia è ancor più dell'agricoltura lo sbocco occupazionale di prima immigrazione. Gli immigrati dall'est, che certo non arrivano sui barconi come si vede in televisione (gli sbarchi rappresentano solo la minima percentuale degli arrivi, gli arrivi di massa sono quelli dei pullman di piazzale Tiburtino a Roma), arrivano oggi e domani mattina
sono già pronti davanti a uno smorzo, cioè il luogo di vendita all'ingrosso di materiale edile, dove passano le macchine che li raccolgono tutti per andare a lavorare, perché in questo settore c'è domanda.
Direi pertanto che si rileva un cambiamento nella domanda di lavoro rispetto al quale l'offerta internazionale si colloca molto bene. Si parla molto di brain drain, di fuga dei cervelli, e si è parlato anche di brain gain, cioè di acquisizione di cervelli. Alcune sociologhe comuniste che hanno lavorato nel campo dei gender studies hanno invece parlato di care drain: Francesca Bettio, Anna Simonazzi e Paola Villa hanno pubblicato un articolo sull'immigrazione femminile e il lavoro di cura intitolato appunto Care drain.
PRESIDENTE. La ringraziamo per il suo intervento. Se nella sua memoria potesse indicare anche le tendenze statistiche e demografiche cui accennava nella sua introduzione sarebbe molto utile.
Dichiaro conclusa la seduta.
La seduta termina alle 15,10.
![]() |