Doc. XXII, n. 9




RELAZIONE

Onorevoli Colleghi! - Le ore immediatamente successive all'inizio delle operazioni di scrutinio durante le ultime elezioni politiche del 9 e 10 aprile sono state caratterizzate da eventi che ancor oggi non sono noti all'opinione pubblica e alla Camera dei deputati.
Come è noto, nella notte tra il 10 e l'11 aprile, intorno alle ore 24, si arrestò per alcune ore l'aggiornamento dei dati che affluivano al Ministero dell'interno. Mentre i dati che il Ministero diramava erano comunque diffusi con notevole, inspiegabile e ancora non chiarito ritardo rispetto a qualunque altro precedente elettorale, a fronte di una scheda di più facile lettura rispetto a quella di qualunque altra consultazione elettorale. Il Ministero dell'interno infatti ha addebitato le ragioni di simili ritardi a non meglio chiariti motivi di natura tecnica.
Ancora più inspiegabili appaiono i molti «errori» che hanno riguardato il dato, fornito dal Viminale, delle schede contestate alla Camera dei deputati. In particolare, in un comunicato stampa dell'11 aprile 2006 apparso sul sito INTERNET del Ministero dell'interno, si comunicava che tra i dati provvisori pervenuti al Viminale risultavano 43.028 schede contestate. Non si trattò di un dato neutro rispetto agli eventi delle giornate immediatamente successive al voto, tanto che l'allora Presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Silvio Berlusconi, già il 12 aprile lanciava una aggressiva campagna politica e mediatica contro la legittimità del risultato elettorale, che vedeva prevalere l'Unione alla Camera dei deputati con uno scarto di 25.244 voti, indicando all'opinione pubblica la realizzazione di «tanti, tantissimi brogli elettorali», tale che «il risultato deve cambiare», negando la legittimità dell'esito elettorale. Ma l'escalation della tensione così innescata raggiungeva l'apice quando l'onorevole Silvio Berlusconi, rifiutando di dimettersi, rompeva una consolidata prassi repubblicana e annunciava la preparazione di un decreto-legge che avrebbe rivisto i tempi e le procedure della verifica e la sospensione dell'esito dello scrutinio.
Ma il numero sconcertante, senza precedenti e statisticamente del tutto improbabile, delle schede contestate si rivelava ben presto un dato clamorosamente errato. E tuttavia il Ministero dell'eterno provvedeva a rettificare tale dato solo il 14 aprile alle ore 13.57, quando con un secondo comunicato stampa si affermava che il dato reale di schede contestate per la Camera dei deputati si riduceva a 2.138 e si sosteneva che si era trattato solo di un mero «errore materiale», che aveva condotto a sommare le schede contestate vere e proprie con le schede bianche. Un errore macroscopico, quindi, di cui però il Viminale si rendeva conto soltanto dopo ben oltre 48 ore e su cui nel frattempo era stata costruita una micidiale campagna di delegittimazione del risultato elettorale, con grave smarrimento dell'opinione pubblica, da parte del leader del centrodestra.
Ancora più singolare è peraltro la circostanza che tale errore non ha riguardato in modo generalizzato tutte le province, ma solo cinque di esse, in particolare quelle di Catania, Como, Enna, Pisa e Udine. E, anomalia nell'anomalia, la metà delle 43.028 schede asseritamene contestate in tutto il territorio nazionale era concentrato nella provincia di Catania, dove se ne contavano ben 19.186, e l'86 per cento del totale appunto nelle suddette cinque province.
La grossolanità dell'errore era talmente manifesta e ravvisabile immediatamente da chi avesse avuto una minima dimestichezza in materia che già il 12 aprile due docenti di statistica (uno dell'università di Pavia e l'altro dell'università di Catania) rilevavano la questione. I due docenti investivano dunque con immediatezza la prefettura del capoluogo etneo (fonte primaria), che si dichiarava ignara dei fatti lamentati dal momento che i propri tabulati stimavano soltanto 33 schede contestate.
Orbene, poiché le prefetture inviavano al Viminale i dati corretti, resta assai corposo e fondato il dubbio su chi abbia potuto commettere un tale errore materiale, se errore fu, e in quale sede.
È controverso, a questo punto, come sia stato possibile che il Ministero dell'interno abbia impiegato le suddette 48 ore per ricalcolare il dato esatto e per diffonderlo agli organi di stampa, nonostante le pressioni che da diversi lati venivano esercitate e l'evidente carattere di «decisività» del dato stesso per l'acquisto del premio di maggioranza all'interno della Camera dei deputati.
È peraltro dubbio come il Ministero dell'interno, a prescindere dalla segnalazione che pure era arrivata dalla prefettura di Catania, abbia potuto perseverare nell'errore, dato che è noto ad ogni osservatore qualificato che il dato di schede contestate per ogni provincia fisiologicamente si attesta entro qualche decina e anche nei casi eccezionali non ha superato mai il centinaio di schede.
Numerose e gravi, pertanto, sono le incognite da chiarire e troppe le risposte che il Ministero dell'interno non ha saputo o voluto fornire all'opinione pubblica. È dovere, quindi, della Camera dei deputati accertare esattamente cosa successe nel lasso di tempo intercorso tra il 10 aprile e il 14 aprile, e sciogliere i dubbi che da più parti sono stati sollevati e che secondo alcuni metterebbero in dubbio la legittimità dell'elezione di questo organo costituzionale. È nostro dovere, quindi, promuovere l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta che chiarisca ai cittadini italiani quali siano state le procedure utilizzate dal Viminale per la raccolta e per la diffusione del dato ufficioso e tutti gli aspetti oscuri che sono collegati a questa vicenda.
Non sono ancora stati chiariti, infatti, neanche i motivi che hanno determinato il mancato aggiornamento dei dati provvisori sul sito INTERNET del Viminale durante la notte tra il 10 e l'11 aprile, così come appare ancora oscura la ragione per cui, a distanza di otto mesi, non siano stati ancora resi disponibili i dati ufficiali delle elezioni politiche 2006 disaggregati per comune, posto che per tutte le esperienze elettorali precedenti sono stati necessari al massimo tre mesi.
Solo una Commissione parlamentare di inchiesta sarebbe in grado di rispondere agli interrogativi posti e soprattutto di verificare come in realtà si svolsero gli eventi. Questo deve essere il fine dell'istituzione, in seno alla Camera dei deputati, della Commissione. La Commissione, infatti, non ha il fine di porre in discussione l'esito elettorale, né la verifica di verbali o il riconteggio delle schede, profili che attengono alla competenza della Giunta per le elezioni della stessa Camera dei deputati, ma le numerose e senza precedenti anomalie indicate e lo svolgimento dei fatti in una delle sedi nevralgiche del funzionamento democratico dello Stato italiano: il Viminale.
A tali fini, in particolare, l'articolo 1 istituisce la Commissione e precisa quali siano i fatti che la stessa è chiamata ad accertare.
L'articolo 2 stabilisce, conformemente al dettato costituzionale, i criteri per la composizione della Commissione e fissa in sei mesi la durata della stessa.
L'articolo 3 reca norme per il funzionamento e per l'organizzazione interna della Commissione.
L'articolo 4 specifica i poteri della Commissione e le regole per l'audizione dei testimoni e delle persone informate sui fatti.
L'articolo 5, infine, stabilisce norme a tutela della segretezza degli atti della Commissione.


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