Onorevoli Colleghi! - Il 28 giugno 2007 la prima Commissione del Consiglio superiore della magistratura ha approvato all'unanimità una risoluzione in cui si afferma che il Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (SISMI) ha compiuto un'attività di spionaggio nei confronti di magistrati sia italiani che stranieri, concretizzata non solo nella raccolta e nella schedatura di materiali pubblici ma anche «in un capillare monitoraggio delle attività dei movimenti e della corrispondenza informatica». Si tratta soltanto di un ulteriore tassello di un inquietante fenomeno, i cui contorni hanno iniziato a delinearsi nel marzo del 2005, quando, a seguito di un'indagine della procura di Roma, è emersa un'attività di spionaggio ai danni di alcuni esponenti politici. Nel settembre 2006, un'indagine giudiziaria ha evidenziato una sistematica attività di schedatura illegale dell'intera classe dirigente del Paese effettuata da parte di soggetti privati. Sarebbe un grave errore sottovalutare il fenomeno collocandolo nell'ambito della materia della tutela della riservatezza. Lo spionaggio di politici, imprenditori, magistrati o comunque di coloro che rivestono ruoli di responsabilità nel Paese, rappresenta un rischio reale per la democrazia. Il Parlamento ha l'obbligo di verificare se tale rischio sia ancora perdurante. Occorre stabilire se soggetti privati o addirittura apparati e organi dello Stato abbiano illecitamente eseguito o utilizzato intercettazioni di conversazioni o di comunicazioni telefoniche, informatiche, telematiche o ambientali, ovvero abbiano usato altri strumenti lesivi della riservatezza dei cittadini al fine di favorire interessi particolari politici o economici. In sostanza, il Parlamento, attraverso lo strumento della Commissione di inchiesta, deve accertare se negli ultimi anni vi sia stata un'alterazione degli equilibri della democrazia parlamentare.
L'inchiesta parlamentare dovrà comunque soffermarsi anche sulla questione della reale e concreta efficienza delle regole poste dall'ordinamento a tutela della riservatezza dei cittadini. Non è ammissibile che in uno Stato democratico vi siano soggetti che abbiano la disponibilità di dati personali e patrimoniali relativi ad altri cittadini ignari.
A ciò si deve aggiungere che la sfera della riservatezza dei cittadini rischia di essere gravemente pregiudicata nel caso di un'utilizzazione dello strumento dell'intercettazione, quale mezzo di ricerca della prova, che non sia conforme al dettato legislativo. L'esponenziale incremento delle intercettazioni disposte nell'ambito dei procedimenti penali rappresenta un campanello d'allarme di un fenomeno che anche in questo caso vede la riservatezza come un diritto cedevole rispetto ad altri interessi. Considerate la rilevanza di tale diritto e l'ampiezza che del fenomeno delle intercettazioni, la Camera dei deputati ha il dovere di verificare quale sia il grado di cedevolezza del diritto della riservatezza rispetto ad altri interessi. Ciò non significa contestare la magistratura, né porre in dubbio l'efficacia dello strumento probatorio delle intercettazioni, quanto piuttosto evidenziare l'esigenza di una riflessione su un fenomeno che va assumendo sempre più rilievo nell'attuale contesto storico.
La presente proposta di inchiesta parlamentare, pertanto, è diretta a istituire una Commissione monocamerale di inchiesta per le finalità enunciate nell'articolo 1.
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