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Relazione iniziale sui lavori della Commissione del Presidente on. Francesco Forgione
Seduta del 6/12/2006
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... Comunicazioni del presidente.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca comunicazioni del presidente.
Avviamo i lavori di questa Commissione d'inchiesta con una forzatura sui tempi rispetto alle precedenti legislature, nelle quali la relazione d'avvio si è tenuta sempre nella seconda metà del gennaio dell'anno successivo all'insediamento del Parlamento, non solo per mettere subito in connessione la nostra attività con la preoccupazione crescente tra i cittadini e nell'opinione pubblica per la recrudescenza dei fenomeni criminali e mafiosi in intere aree del paese, ma soprattutto per dare un'indicazione chiara di volontà unitaria alle attese che vengono riposte anche nell'urgenza di una risposta della politica, della sua capacità di inchiesta sui fenomeni mafiosi, di lettura del rapporto tra le trasformazioni intervenute nella economia e nella società ed il dinamismo, la capacità di adeguamento e di trasformazione delle organizzazioni mafiose, per fornire al Parlamento analisi e proposte legislative atte ad adeguare l'azione di contrasto alle mafie e sostenere il lavoro della magistratura, delle forze dell'ordine e degli apparati investigativi e repressivi dello Stato nello scontro tra criminalità organizzata e democrazia. Credo che questa Commissione debba partire proprio da questo compito di inchiesta e di lettura di cosa è avvenuto in questi anni di riorganizzazione del potere e dei poteri, nell'economia e nella società, su scala nazionale e globale, e di come le mafie hanno cambiato la loro natura, misurandosi a questo livello di internazionalizzazione delle loro attività criminali e finanziarie, senza perdere mai il controllo del loro territorio, il loro insediamento, il loro legame storico.
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Abbiamo di fronte organizzazioni criminali che, grazie all'azione repressiva dello Stato, hanno subito forti colpi, soprattutto nelle loro strutture militari, ma che continuano ad esercitare un'egemonia in intere aree del territorio.
Quando parliamo di una capacità di accumulazione dei profitti quantificabile in 100 mila milioni di euro annui, e pensiamo che solo una parte viene reinvestita per riprodurre le attività criminali tradizionali, mentre la restante maggiore parte viene immessa nei circuiti finanziari ed economici legali, siamo di fronte ad un sistema di relazioni che chiede a tutti noi una capacità di lettura dei nessi tra legale ed illegale, di adeguamento dell'azione di contrasto a questo livello raggiunto dalle organizzazioni criminali, di una comune volontà politica di questa Commissione, del Parlamento per costruire una corale risposta dello Stato sul piano non solo della repressione, ma anche della bonifica sociale ed economica del brodo di coltura nel quale le mafie rigenerano il loro potere, la loro forza, il loro consenso.
Siamo di fronte a vere e proprie holding finanziarie, economiche del crimine e per questo - ovviamente è la mia opinione - non è mai utile affrontare questi fenomeni in termini di emergenza, anche se i punti di crisi e i fattori di recrudescenza vanno trattati, di volta in volta, con adeguate terapie d'urto, di contrasto e di repressione.
Noi, delle mafie, dobbiamo cogliere e colpire oggi la loro «normalità», la loro pervasività nel tessuto economico, sociale, produttivo, il sistema di relazioni con la politica e la pubblica amministrazione, con settori degli apparati dello Stato. Del resto, se non fossimo di fronte a questa natura del fenomeno, storicamente, avremmo avuto a che fare solo con normali forme di criminalità organizzata. Invece, parliamo di mafie e ciò motiva l'esistenza e la natura, gli stessi poteri straordinari di questa nostra Commissione di inchiesta. E le decliniamo al plurale - mafie - perché ormai abbiamo imparato a coglierne specificità e differenze nelle strutture, nelle relazioni sociali, nelle forme di collusioni con le istituzioni, nel rapporto con l'economia.
Credo che oggi il centro del nostro lavoro sia proprio questo: individuare e colpire patrimoni, ricchezze, forme e percorsi di accumulazioni dei profitti e dei capitali criminali tali, ormai, da caratterizzare le mafie non solo e non più - si è affermato per anni - come ostacolo allo sviluppo del sud, ma, purtroppo, come fattori dinamici di tutte quelle forme di distorsione dei processi di modernizzazione che hanno investito il Mezzogiorno e hanno a che fare col saccheggio delle risorse, lo scempio del territorio e dell'ambiente, la dissipazione di flussi di denaro pubblici e, come altra faccia della stessa medaglia, la negazione della libertà di impresa e di mercato, l'estensione del caporalato e la negazione dei diritti dei lavoratori, la diffusione dell'usura e del racket, come normali fattori economici e tollerati costi di esercizio per il commercio e per l'impresa.
È questa forza economica, questa capacità pervasiva, questa penetrazione nelle pieghe della società che diventa il fattore condizionante della politica, della società, delle libertà, degli individui. È questa forza economica che crea aree di consenso sociale, modifica il rapporto tra la politica ed i bisogni, altera le regole della democrazia e contribuisce a creare quel blocco sociale (se ne parla ormai anche negli atti giudiziari) nel quale convivono, in basso, quella plebe che vive ai margini dell'attuale sistema economico-sociale del sud, nelle periferie delle grandi aree metropolitane, nei quartieri a rischio di intere città e, in alto, quel tessuto connettivo del potere fatto di ceti dirigenti, burocrati, amministratori, imprenditori che, non più qualche sociologo, ma gli ultimi rapporti della DIA (Direzione investigativa antimafia) e della DNA (Direzione nazionale antimafia), definiscono come borghesia mafiosa. Scusatemi per questa insistenza, ma ho voluto offrire al dibattito tra noi, al nostro confronto, un asse di ragionamento, affinché la nostra Commissione rifletta liberamente
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(senza pregiudizi, ognuno con la propria formazione, il proprio bagaglio analitico culturale, la propria cultura politica, le proprie categorie interpretative di un fenomeno complesso) sul livello dello sforzo che ci è richiesto, ad ognuno di noi e come istituzione nel suo complesso. La Commissione, sin dall'inizio dei suoi lavori, deve saper affermare una propria autonomia nei confronti sia del Parlamento sia del Governo. E dovremmo avere una capacità di distacco anche dall'attualità dello scontro politico, ovviamente legittimo e, come ogni conflitto, sale della democrazia. Dovremmo sforzarci di non trasformare questa nostra Commissione in un «Parlamentino» autoreferenziale, per dare davvero priorità al nostro lavoro di inchiesta e alla nostra capacità di proposta di carattere legislativo da costruire di concerto con le Commissioni giustizia e affari istituzionali dei due rami del Parlamento.
Ritengo che, in questa legislatura, sia davvero auspicabile questa funzione di iniziativa legislativa che la legge istitutiva della Commissione ci assegna, perché siamo ormai tutti largamente consapevoli della maturità di un'iniziativa che verifichi la congruità delle norme in materia di contrasto alle organizzazioni criminali, ne valuti i risultati, i limiti e le potenzialità e ne adegui il campo di azione ed il livello di intervento al carattere e alla dimensione della nuova presenza delle mafie e della sfida che esse quotidianamente lanciano alla democrazia ed allo Stato.
Per questo, quindi, si parla della maturità di giungere ad un testo unico di norme antimafia, antiracket e antiusura che affronti anche nel suo titolo la complessità e l'articolazione di una strumentazione che deve servire a contrastare, a combattere ed a reprimere un ventaglio di attività criminali e mafiose articolate e complesse; penso non solo all'esigenza di razionalizzare la normativa esistente, ma anche alla necessità di snellire e selezionare le norme e gli interventi legislativi.
Ovviamente, parliamo di un lavoro difficile, per il quale si è già insediata una commissione al Ministero della giustizia. Credo che noi dovremo insediare un nostro apposito comitato, perché sarebbe un forte segnale al Parlamento e al paese se il nuovo articolato di un testo unico di norme antimafia ed antiusura fosse proposto dalla nostra Commissione nella sua interezza.
Occorre saper guardare alle vittime delle attività criminali e mafiose, per riorganizzare l'intervento dello Stato a loro sostegno e favorirne la fiducia nelle istituzioni. E qui collocherei tutto il tema dei testimoni di giustizia, che è cosa profondamente diversa da quello dei collaboratori, la cui normativa va comunque sottoposta, nell'efficacia e nella gestione, ad un'attenta valutazione, come del resto ci chiede la legge istitutiva della nostra Commissione. Affrontare il tema dei testimoni, invece, ci impone di affrontare il ruolo diretto dello Stato, la possibilità di far vivere la fiducia in se stesso in aree, non solo geografiche, ma anche sociali, dove le mafie sono egemoni.
Noi vinceremo la partita contro il «pizzo» non solo quando le denunce dei commercianti e degli imprenditori, con il lavoro delle associazioni antiracket, avranno istruito i processi, ottenuto le condanne e smantellato le reti criminali preposte a questa attività sui territori, ma quando assieme a questo avremo creato le condizioni affinché i commercianti e le imprese che denunciano possano continuare ad esercitare la loro attività, perché la gente continuerà a rivolgersi loro, le banche continueranno a dar loro credito, lo Stato li tutelerà nella loro sicurezza. Testimoni di giustizia, quindi, perché commercianti, imprenditori e cittadini liberi!
È solo uno degli esempi, ed altri se ne potrebbero fare. Penso a tutta la materia che riguarda la confisca dei beni, dei patrimoni, dei capitali mafiosi. Mentre senza distinzioni politiche tutti noi affermiamo che questa è la priorità, in questa fase della lotta alla mafia, noi davvero rischiamo un meccanismo, per molti versi, sterilizzante. La legge è stata modificata ed esistono varie proposte di ulteriori modifiche. Penso che possiamo svolgere un dibattito serio e sereno tra noi per raggiungere
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insieme l'obiettivo dell'efficacia di una normativa che, materialmente e simbolicamente, deve colpire al cuore i mafiosi e le mafie. Dovremo lavorare per dare un forte impulso all'attività di intercettazione, sequestro, confisca dei patrimoni, ed è un fatto assolutamente positivo che la DIA si sia concentrata ormai su questa attività investigativa. Per questo va valutata attentamente la situazione e so che ci potranno essere opinioni diverse tra noi. Il dibattito deve essere libero e positivo. Siamo convinti, però, per il valore concreto e simbolico che hanno i beni mafiosi, che possano essere considerati normali beni del demanio dello Stato, nella cui struttura, peraltro, esistono anche competenze e professionalità positive? Siamo convinti che la struttura del demanio, che ha un'altra finalità ed una natura diversa, avverta e senta su di sé la missione che, invece, un'autonoma struttura deve avere non solo nell'incalzare tutte le istituzioni che, dal momento del sequestro (fatte salve tutte le garanzie e i percorsi processuali), debbano accompagnare in tempi certi i beni e i patrimoni fino alla confisca e poi ancora fino alla riconsegna ad uso sociale, rispetto alla quale interagire con i comuni, gli enti locali, le associazioni?
Credo che su questo punto - non a caso pongo tale questione in modo interrogativo ed offro queste domande al dibattito della Commissione - dovremmo riflettere attentamente, perché, senza pregiudizi di campo, si giunga ad un adeguamento di tutta la normativa e si realizzi pienamente l'obiettivo e lo spirito della legge n. 109 del 1996 che, non solo nella simbolicità, ma anche nella materialità degli interessi, deve saper sfidare e dimostrare sul territorio l'utilità sociale e pubblica della legalità e dell'antimafia rispetto all'arroganza delle ricchezze e della violenza mafiosa. Insomma, servono norme certe per l'individuazione della fattispecie dei beni da sequestrare e da portare a confisca e, soprattutto, vanno abbattuti i tempi che intercorrono tra la confisca e la destinazione sociale, per la quale occorre anche un sostegno finanziario non solo ai comuni per la realizzazione dei progetti di riuso, ma anche alle cooperative ed ai soggetti realizzatori del progetto medesimo.
Per questo, da un lato, occorre verificare l'intera normativa sulla confisca ora frammentata in varie disposizioni normative (contrabbando, antidroga, riciclaggio) e, dall'altro, pensare ad una struttura finalizzata con questo tipo di missione.
È chiaro che ciò ci chiama anche ad una riflessione più generale sulle misure di prevenzione, sul rapporto tra le misure di prevenzione patrimoniale e le misure di prevenzione personale. È un dibattito che può cominciare a trovare, al di là degli schieramenti, dei punti certi. Io personalmente - ma espongo un mio punto di vista - penso che, vista la natura delle mafie oggi, bisognerebbe in un certo senso cambiare paradigma: andare oltre il concetto di pericolosità sociale del soggetto criminale mafioso, per affermare il concetto e provare a tipicizzarlo, di pericolosità sociale dei beni, dei patrimoni, delle ricchezze. Ciò ci deve rendere consapevoli anche di alcuni risvolti: quando si sequestra non un palazzo o un terreno, ma un'azienda, se non vogliamo che nel senso comune si affermi l'utilità economica e sociale della mafia, va affrontato il problema, per esempio, della tenuta occupazionale, per evitare che, alla fine - e sarebbe devastante - i dipendenti si sentano vittime della legalità e dello Stato, quando, invece, in esso dovrebbero trovare tutela e avere la possibilità di un sostegno per continuare l'attività. È un tema che pongo in modo aperto, perché ha riguardato proprio la scorsa settimana una grande operazione di sequestro in Sicilia. Ma non è che l'ultima; altri casi sono noti ad ognuno di noi.
Ovviamente questo tema ci rimanda al problema più complesso della rintracciabilità dei flussi finanziari dentro i nuovi mercati globali e nell'era di Internet. C'è una capacità investigativa orami dimostrata in molte inchieste, ma molto ancora c'è da fare per colpire le varie forme di riciclaggio dei capitali mafiosi.
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È necessario aprire un confronto con la Banca d'Italia e l'Ufficio italiano cambi. Abbiamo bisogno di verificare non solo l'applicazione e i risultati dell'attuale normativa antiriciclaggio, ma anche il ruolo svolto dai vari soggetti preposti alla denuncia delle operazioni finanziarie sospette (banche, società di assicurazioni, alcune tipologie professionali come i notai). Altrettanto vanno verificate le ragioni (e la Commissione in questo ha un proprio mandato) per le quali alcune norme legislative non hanno mai trovato, nel corso degli anni e con qualunque maggioranza di governo, una loro piena applicazione: penso alla legge Mancino, all'anagrafe patrimoniale e all'anagrafe dei conti correnti.
Altro tema che richiede un'attenta verifica dello stato della legislazione, della sua applicazione concreta, dei suoi effetti e del suo impatto reale, è quello dello scioglimento dei consigli comunali. Ho detto all'inizio come la pervasività della presenza mafiosa condizioni la politica; spesso ne assume la rappresentanza diretta nelle istituzioni e comunque, alterando il rapporto tra politica e bisogni, altera il rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Gli enti locali, con le loro competenze, sono il terminale di questo sistema di relazione e spesso anche la fonte primaria di accumulazione del consenso e dello scambio politico-mafioso. Le norme sullo scioglimento dei consigli comunali hanno un'importanza centrale nell'azione di contrasto, ma oggi possiamo dire che non sempre hanno fornito i risultati sperati e non sempre lo scioglimento dei consigli comunali ha rappresentato un'occasione di rinnovamento e di bonifica nel rapporto tra attività amministrativa e mafie.
Ovviamente sarà materia di approfondimento della Commissione, ma si può già dire che l'attuale legge va cambiata - è consapevolezza diffusa - anche a fronte di alcune modifiche intervenute nella normativa sugli enti locali. Penso alla separazione tra la funzione politica e la gestione amministrativa. Quasi sempre lo scioglimento intacca il consiglio comunale o la giunta o il sindaco, ma non mette mai in discussione la macchina amministrativa, gli uffici urbanistici, i dipartimenti dei servizi sociali e così via, vale a dire gli snodi del sistema di relazione tra le mafie, le loro attività imprenditoriali e la pubblica amministrazione. Vi sono centinaia di inchieste, dai più piccoli comuni fino ai vertici burocratici delle regioni, che dimostrano come ormai la burocrazia e alcuni suoi punti nevralgici rappresentino un vero e proprio tessuto connettivo e di continuità dello scambio politico-mafioso.
Dovremo cominciare a prevedere, quindi, anche il commissariamento gestionale assieme alla certezza dei tempi per l'accesso, per l'azione dei prefetti, per le decisioni del ministero, per i tempi del commissariamento, oltre anche alla qualità dei commissari che devono essere formati in modo specifico, perché il commissariamento per scioglimento mafioso non è il normale commissariamento di un ente locale. Ciò anche al fine di evitare quel che è successo in un comune del palermitano, dove uno dei commissari attivo dopo lo scioglimento era direttamente collegato alle cosche di una regione limitrofa alla nostra. Così come, rinnovando la convenzione per esempio con l'Alto commissariato per la lotta alla corruzione, sarebbe necessario insistere (se ne è discusso nella presentazione del rapporto qualche settimana fa) per dare corso non solo ad un'anagrafe patrimoniale dei dirigenti e dei funzionari della pubblica amministrazione, ma intanto ad un censimento di coloro che sono già stati condannati con sentenze passate in giudicato e ancora continuano a svolgere il loro ruolo e la loro mansione nello stesso ufficio dove hanno commesso il reato. Anche in questo campo, quindi, occorre una verifica della legge, una proposta condivisa di modifica, insieme ad un'iniziativa tesa ad affermare una bonifica della pubblica amministrazione per muovere in direzione di principi di trasparenza ed imparzialità e ricostruire un sistema di cittadinanza che riconquisti regole e universalità di diritti senza i quali, in intere aree del paese, il clientelismo e il sistema dei favori, che sono cosa diversa dalla
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mafia, possono diventare il brodo di coltura nel quale il degrado della politica incontrerà l'intervento utilitaristico con le mafie. Ma l'altra faccia rimane il ritorno al voto, dopo lo scioglimento dei consigli, la composizione delle liste, la candidabilità di coloro che sono stati, essi stessi, causa di scioglimento. Qui è necessario intervenire e dare indicazioni affinché, anche in materia di legge elettorale, i vincoli siano forti e definiti e si individuino anche le ragioni di ineleggibilità. Lo stesso approfondimento legislativo credo vada svolto su tutto il sistema e sulla normativa degli appalti, le cui lacune sono anche le autorità a denunciarle ed a porle all'attenzione dell'opinione pubblica, della politica e della nostra stessa Commissione. Di pari passo con questo lavoro di iniziativa e proposta legislativa deve andare avanti il nostro lavoro d'inchiesta ed il nostro rapporto con il territorio, come ho detto all'inizio, fuori da logiche emergenziali.
Penso che la Commissione, col proprio lavoro, debba attraversare il territorio del Mezzogiorno e del paese, per cercare di individuare, denunciare con proprie antenne, con rigore analitico ed istituzionale, la nuova mappa nazionale delle presenze mafiose. Penso, ovviamente, alla Sicilia: ripartire dalla Sicilia dove, dopo l'arresto di Bernardo Provenzano (un fatto salutato positivamente da tutta la democrazia del nostro paese) e nel silenzio delle armi, dobbiamo comprendere cosa è avvenuto e cosa sta avvenendo nella riorganizzazione della gerarchia del potere interno a Cosa nostra e nel rapporto tra questa organizzazione e la società, il mondo delle imprese e della politica. Non dimentichiamo che, un mese dopo l'arresto di Bernardo Provenzano, una grande operazione di polizia, che ha portato all'arresto di tutti i capi mandamento della città di Palermo, ha svelato una gerarchia costituita non più da boss di campagna ma da professionisti, medici, primari, imprenditori, tutti con contatti nel mondo economico e politico. Se passasse l'idea che, con l'arresto di Provenzano, la struttura mafiosa è stata decapitata, commetteremmo un errore di valutazione politica ed istituzionale e non coglieremmo neanche gli elementi di difficoltà, che pure esistono, per dare ulteriori colpi alla struttura militare ed economica di Cosa nostra. Soprattutto, però, non coglieremmo il fatto che, invece, è ancora da colpire proprio la sua capacità economica, il suo sistema d'affari, la sua capacità di tessere sul territorio relazioni istituzionali e politiche, nonostante numerosi processi dimostrino come questo sistema di relazioni abbia prodotto un vero e proprio salto di qualità con rapporti in alcuni territori di internità tra le cosche mafiose e le strutture istituzionali.
Per questo, una Commissione d'inchiesta come la nostra ha il dovere di comprendere cosa ci sia sotto il silenzio delle armi. Anzi, dovremmo partire da qui, dal mutismo di Cosa nostra per capire dove indirizzare l'azione di contrasto, come sostenere la magistratura e gli apparati investigativi, come stare a fianco alle forze sane che vivono quotidianamente la prima linea dello scontro tra legalità ed illegalità. Lo stesso vale per la Calabria, e credo non sia più rinviabile (vi sono già molte sollecitazioni da tutti i commissari e da tutte le componenti politiche) un'apposita relazione sulla 'ndrangheta. Esiste un lavoro della Commissione parlamentare antimafia sulla Calabria, ma non uno specifico sulla 'ndrangheta, anche se penso che l'inchiesta precedente può essere messa a valore anche di questa Commissione per il suo contributo di analisi e per i suoi approfondimenti. Parliamo dell'organizzazione mafiosa meno studiata, meno conosciuta, anche perché più impenetrabile, più ramificata territorialmente in Italia e all'estero. Tutti gli inquirenti e le recenti indagini giudiziarie ci dicono di un'organizzazione che ha conquistato un suo primato nel traffico degli stupefacenti su scala mondiale. E questa forza è accumulata anche in virtù della sua struttura familiare che l'ha protetta, ad esempio, da alcuni fenomeni come quello dei collaboratori di giustizia. Ma è un'organizzazione che ha tessuto una ragnatela di rapporti col mondo economico, col mondo politico, con un potere che in Calabria vive anche di relazioni occulte e massoniche in forme
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pervasive, fino ad arrivare, come dimostrano le ultime inchieste, ad intaccare anche settori degli apparati dello Stato e della stessa magistratura. Del resto, è in questo contesto che parte la sfida politico-mafiosa, con l'omicidio del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno, producendo un salto di qualità, fino ad ora mai conosciuto, a differenza della Campania e della Sicilia, in questa regione.
Al livello della sfida che la 'ndrangheta ha lanciato e che quotidianamente ed in forma violenta riafferma con la propria presenza sul territorio su tutto il territorio della regione, deve sapersi sviluppare la nostra capacità di inchiesta, di denuncia, di sostengo all'azione di contrasto e di riconquista democratica. Vi è un assalto della 'ndrangheta alla politica e alle istituzioni che prefigura il rischio di una vera e propria crisi della democrazia e di fiducia nelle stesse istituzioni di quella regione. A questo livello, anche attraverso la nostra presenza come Commissione sul territorio a fianco dei sindaci, degli imprenditori, dei giovani, dei cittadini che si ribellano (penso alla prima serrata dei commercianti, a Lamezia Terme, al vigore che continua dei ragazzi e dei giovani di Locri), dovremmo dare senso al nostro lavoro anche attraverso il sostegno a queste forze oltre che a quello degli apparati investigativi e della magistratura, affinché l'azione di legalità e di trasparenza politica e morale in questa regione non abbia alcuna zona franca.
E con quest'impostazione dobbiamo guardare a Napoli e alla Campania. Anche su tale punto sono pervenute alla Commissione molte sollecitazioni da più parti politiche per un intervento forte da parte nostra. Credo sia convinzione di tutti che, laddove la recrudescenza camorristica in queste settimane ha richiamato l'attenzione nazionale, serve un intervento forte, riflettuto, forse più utile (ma questo lo deciderà la Commissione, il suo ufficio di presidenza) se sottratto all'immediatezza dei riflettori ed al sensazionalismo dell'emotività.
Del resto già con grande forza e con impatto istituzionale e morale il Presidente della Repubblica ha richiamato l'attenzione e l'interesse nazionale sulla vicenda napoletana. Ma certo anche su Napoli un aggiornamento della nostra riflessione e della nostra capacità di inchiesta è necessario. Capire oggi questo sistema non a caso «'o sistema» è autodefinizione camorristica di se stessa, del suo ruolo, della sua pervasività, delle sue relazioni sociali, politiche, economiche e territoriali; capire come e quanto incida nella tenuta democratica complessiva; comprendere a che punto di crisi sia giunto il valore della legalità e la sua percezione in rapporto non solo a precise aree territoriali del napoletano e della Campania, ma anche a precise aree sociali che, probabilmente, riescono ad avere nel modello produttivo illegale e di sistema della camorra il più grosso ammortizzatore sociale; capire come contrastare la camorra, con un'azione articolata di investigazione e repressione, come dare risposte sociali e pubbliche al degrado e alla precarizzazione della vita nei quartieri ad alto tasso di presenza camorristica, come rompere le forme di contatto tra politica e sistema camorristico, come colpire il sistema di affari e l'apparato imprenditoriale della camorra: tutti questi sono temi non solo di riflessione ma anche di iniziativa della nostra Commissione. Sappiamo che questo tema ci rimanda a questioni più generali che riguardano l'esplosione sociale delle periferie, il rapporto tra lavoro, politiche pubbliche e bisogni sociali e l'insieme delle politiche di intervento per il Mezzogiorno, oltre che una battaglia antimafia che estenda, a partire dalle scuole, alle strutture per l'infanzia e la formazione, la cultura della legalità e la costruzione di un senso comune condiviso di comunità, come alternativa al modello sociale e all'emulazione dei comportamenti mafiosi. Ho citato solo tre aree geografiche e, soprattutto, solo dei titoli; sarà la Commissione ad approfondire questi temi, a scandagliarne le analisi, ad avviarne le inchieste, ad approcciarne le risposte, sapendo di non essere equivocato, visto che ripeto da sempre - e l'ho fatto anche dopo l'elezione a presidente - che contrasterò,
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da parte mia, ogni riduzione della questione meridionale ad una questione criminale e, viceversa, ogni riduzione della questione criminale ad una questione meridionale. Contraddiremmo l'analisi sin qui fatta, non capiremmo il perché degli insediamenti mafiosi al nord e il ruolo centrale che la cittadella finanziaria del paese ha nel riciclaggio e nel reinvestimento dei capitali criminali, in un'osmosi territoriale che pone un problema più generale di trasparenza dell'economia nel nostro paese.
Del resto, se uno specifico articolo della nostra legge istitutiva indica questo filone di ricerca e di attività (gli insediamenti mafiosi fuori dalle aree tradizionali), vuol dire che la consapevolezza era già propria di tutto il Parlamento. Per questo, anche il nord ed i suoi insediamenti mafiosi dovranno essere e rappresentare un ambito di iniziativa di questa nostra Commissione. Sarebbe inoltre utile in questa legislatura avere un'attività di inchiesta su temi specifici rispetto ai quali sono emersi forti elementi di condizionamento mafioso, elementi e fattori generali, saldatura nei rapporti tra mafia e politica, filoni di nuove attività criminali che evidenziano, quindi, attraverso di essi, problemi più generali e di contesto.
Vorrei fare alcuni esempi, ma se ne possono fare altri. Cito tre questioni, perché sono quelle che ci angosciano con maggior forza; la Commissione deciderà le priorità e le modalità per affrontarle.
La sanità: parliamo della principale voce del bilancio delle regioni, soprattutto al sud e in intere aree del nostro territorio, laddove il tessuto produttivo ed industriale è inesistente, nonché di una delle principali fonti occupazionali. Oggi sappiamo, ma lo sapevamo anche prima, che il mondo della sanità, nelle sue componenti - sia quella pubblica sia quella privata, che poi è anch'essa spesso sostenuta da flussi di denaro pubblico - è uno dei terreni prioritari di intervento affaristico-imprenditoriale della criminalità organizzata. In questo mondo, in Calabria matura il più importante omicidio politico-mafioso; in questo mondo, in Sicilia si istruiscono i principali processi degli ultimi anni. Cosa è avvenuto dunque in questi anni? Perché la sanità è il settore in cui si accumula potere, consenso, interessi, relazioni criminali? Perché, come scrivono i ROS dei Carabinieri in un'inchiesta siciliana, «è stato davvero sconcertante scoprire che tanti professionisti, soprattutto medici, si siano relazionati con Cosa nostra in maniera così naturale, tanto da far riflettere sull'impegno complessivo che la classe borghese intenda profondere in città nella lotta alla criminalità»? Questa riflessione dei ROS viene consegnata anche alla nostra Commissione.
Per quanto riguarda il secondo tema, quello dei migranti, non è compito mio, che come tutti voi ho un'opinione sulla materia, entrare nel merito dell'attuale legislazione, ma è chiaro che c'è un'attività delle mafie che utilizza e mette a profitto la questione dei migranti. Ho partecipato sabato a Siracusa ad un convegno scientifico su questo tema. Siamo oltre il problema della tratta delle persone, oltre il nesso tra la tratta e le attività tradizionali della prostituzione o altro e siamo oltre il rapporto tra le nostre mafie nazionali e le mafie straniere, prima quelle dell'est e dei Balcani, ora le organizzazioni criminali che operano nell'area sahariana e gestiscono i flussi di immigrazione clandestina alla partenza. La nuova frontiera criminale di questa attività, proprio perché sfrutta anche la condizione di clandestinità, evidenzia vere e proprie forme di schiavitù, tutte gestite da un intreccio di organizzazioni mafiose nazionali e internazionali. E questo è un problema che ha a che fare anche con il lavoro, con il salto di qualità del caporalato tradizionale al sud, come con il controllo della manodopera nell'edilizia al nord. E la condizione della clandestinità rende questi migranti totalmente assoggettati, perché invisibili sia ai caporali mafiosi sia ai datori di lavoro, altrettanto fuori legge (penso alle inchieste sulle campagne pugliesi). Vanno, quindi, adeguate le tipologie di reato, creati coordinamenti investigativi e unificate le banche dei dati, a partire dall'identificazione dei clandestini e dalla loro
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emersione dalla condizione di invisibilità per colpire anche coloro che sfruttano questo lavoro, schiavizzando migliaia di persone e favorendo le mafie.
Il tema appena citato ne propone un terzo, drammatico, che riguarda i minori. Da una recente denuncia del procuratore nazionale antimafia apprendiamo che 400 bambini, migranti, sono scomparsi. Molti bambini normalmente lavorano in condizioni di schiavitù, con turni massacranti, nei laboratori delle griffe gestite dalla camorra o nelle campagne del nostro paese al sud e al nord come stagionali, altri li vediamo per le strade, vengono educati ai furti, altri ancora vengono utilizzati per il traffico di organi. Tutti sono sottratti alla loro vita e al loro futuro, come lo sono anche i bambini italiani che vivono il degrado delle strade nelle aree a rischio a forte controllo mafioso dove spesso l'unico luogo, l'unico spazio e l'unico tempo che li sottrae alla violenza delle strade è una scuola, un oratorio, un centro di aggregazione sociale. Ecco, su questo serve un nostro lavoro e, soprattutto, nelle aree ad altro tasso di presenza mafiosa, dobbiamo contribuire a combattere i modelli sociali ed emulativi dei comportamenti camorristici e mafiosi, per contribuire con le scuole e tutti gli operatori sociali e culturali, con le associazioni di volontariato ad atti ed opere di rotture, a partire dal quel familismo amorale - e mi viene in mente la vita e la morte di Peppino Impastato - dei comportamenti mafiosi.
Ovviamente quando detto sin qui ha un senso se, come Commissione, per il ruolo che la legge ci ha assegnato, continuiamo il lavoro di inchiesta e di analisi per avere verità e giustizia sulle pagine più tragiche e più oscure della storia del nostro paese.
Lo stragismo mafioso (nel 2007 avremo il 60o anniversario della strage di Portella della Ginestra) ha segnato un filo fino alla stagione stragista del 1992 e 1993; ha avuto sempre una funzione non secondaria anche nell'indirizzare ed influenzare il corso politico e gli assetti democratici del nostro paese. Così pure attendono verità e giustizia molti omicidi, facendo una graduatoria impropria, e me ne scuso anche perché non appartiene alla mia cultura, alcuni cosiddetti eccellenti, altri no, che però hanno anch'essi segnato vicende di collusioni politiche, intrecci occulti, logiche non sempre racchiudibili nelle semplici dinamiche mafiose. A partire da Capaci e via D'Amelio, tutti noi abbiamo il dovere di capire come e perché, quali obiettivi interni ed esterni a Cosa nostra, quale sistema di relazioni abbiano portato ad alzare quel livello di sfida alla democrazia e allo Stato. Lo dobbiamo alle vittime e ai familiari, lo dobbiamo insieme, tutte le appartenenze politiche presenti in questa Commissione, alla democrazia e al futuro del nostro paese.
Concludendo, come avete ascoltato, ho tentato di ragionare, in questa mia relazione, su tutti i nessi che oggi danno alle mafie una soggettività che travalica la semplice dimensione criminale, per intrecciarsi con la dimensione economica e sociale. In questo sistema di relazioni, il tema del rapporto tra mafia e politica assume una sua centralità. Per quanto ci riguarda dobbiamo tenere alto il livello della denuncia, lo svelamento dei meccanismi di riproduzione dello scambio, le logiche di sistema che lo alimentano e, insieme, dobbiamo provare ad aggredirne le dinamiche e proporre iniziative di rottura. Del resto, chi conosce la mia storia sa bene che non mi sono mai sottratto alla questione. Dobbiamo avere la consapevolezza che questo problema è fortemente avvertito nell'opinione pubblica e nella società. È un tema che ha a che fare con la trasparenza della politica e delle istituzioni, con la fiducia nella democrazia, con l'esigenza di ricostruzione di un'etica pubblica nel nostro paese. E non è un caso che sia esplosa su questo la polemica all'atto di nascita della Commissione. Ho difeso in modo convinto le prerogative costituzionali del Parlamento e dei parlamentari; continuerò a farlo, perché è parte della mia cultura politica.
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Il tema è reale e sarebbe sciocco rimuoverlo. Con un dibattito sereno possiamo anche noi proporne un avanzamento. È la questione del rapporto tra la responsabilità politica e la responsabilità penale, tema affrontato anche da due commissioni insediate da diverse maggioranze politiche: penso a quella presieduta dal professor Fiandaca e a quella presieduta dal professor Grosso. Dobbiamo rifletterci anche noi: è in gioco la possibilità di affermare una riforma della politica e, per dirla con i classici, una riforma morale del paese. Come si selezionano le classi dirigenti, come si definisce e di che cosa si alimenta, soprattutto in terra di mafia, il rapporto tra rappresentanti e rappresentati? Come i partiti, cui la legge elettorale ha consegnato l'esclusivo potere di selezionare la rappresentanza, creano gli anticorpi propri, affinché non sia la magistratura, con la sua azione di legalità, a selezionare le classi dirigenti?
Se questo tema lo avvertiva la Commissione antimafia presieduta dal senatore Chiaromonte già nel 1992, al punto da far approvare un codice per la formazione delle liste e, dopo 14 anni stiamo ancora a discuterne, vuol dire che siamo di fronte ad un tema duro e ad un nodo irrisolto. Se, dopo 14 anni, il procuratore nazionale antimafia ha invitato a fare scelte trasparenti e indiscutibili all'atto della formazione delle liste, credo che gli interrogativi, legittimi, ritornino anche su di noi.
Sapete che chi parla è uno strenuo sostenitore del primato della responsabilità politica. Ma ciò non indebolisce la questione: chiama a maggiore consapevolezza e rigore i partiti, i meccanismi di trasparenza, la selezione del personale politico, prima ancora ed indipendentemente dall'azione della magistratura; anzi, ne rende più forte la responsabilità.
Credo che, dopo anni di processi di privatizzazione, ritorni il tema della ricostruzione di un legame sociale trasparente e di un'autoriforma dei partiti, senza la quale non esiste una rottura dei rapporti tra mafia e politica. Per questo ho ripetuto che occorre ripartire da quelle indicazioni del presidente Chiaromonte ed istruire, con serenità, distanti dalle scadenze elettorali, in questa Commissione un percorso di discussione e di lavoro per poter dare - ed io spero nel modo più largo e condiviso possibile - indicazioni anche al Parlamento. Ringrazio tutti voi, colleghi deputati e colleghi senatori, per avermi sopportato e ascoltato. Credo che dovremmo organizzare l'attività della Commissione adeguandola ai tempi di lavoro delle due Camere, ma senza mai considerare la nostra attività secondaria rispetto a quella di qualunque altra attività parlamentare.
Penso che dovremo definire alcune modalità del nostro lavoro. L'attività dei comitati dovrà essere sottoposta, secondo le indicazioni del regolamento che abbiamo approvato, a verifica e relazioni semestrali, per evitare che si consumi un'intera legislatura senza avere una relazione e materiali da offrire alla Commissione e al Parlamento.
Altrettanto vale per le missioni e la nostra presenza sul territorio, che è fondamentale: credo che ne vadano modificati l'impostazione e lo spirito. Ci si reca in trasferta dopo un lavoro istruttorio della Commissione, al ritorno si stila un resoconto, se ne forniscono ed acquisiscono i materiali per le relazioni generali. Abbiamo un tetto di spesa che è davvero stretto, ma penso che possiamo fare di necessità virtù, razionalizzando e rendendo più rigoroso il nostro lavoro. Propongo, pertanto, che la maggior parte delle audizioni si svolgano nella sede della Commissione, utilizzando così al meglio mezzi, risorse e consulenti, per i quali, come ben sapete, servono necessariamente un taglio ed una razionalizzazione, oltre che una finalizzazione del lavoro funzionale a questa dimensione e a questa aspirazione della nostra attività.
Penso che la Commissione debba aprirsi alla società, a tutte le forme del volontariato attivo, alla scuola, all'università; per tale motivo, a fianco dell'apposito comitato dovrebbe essere attivo uno sportello per le scuole, con un sito e un numero verde che, nell'azione e nella diffusione della cultura della legalità, estenda
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all'esterno il lavoro della Commissione e coinvolga tutti i parlamentari, suoi componenti. Lo stesso penso vada fatto per gli enti locali. Nella nostra struttura operano esponenti della Polizia, dell'Arma dei carabinieri, della Guardia di finanza, che rappresentano per noi, per la Commissione, un bagaglio di competenze ed un punto di riferimento certo, assieme al personale ed ai funzionari del Parlamento ed ognuno dei componenti della Commissione.
Abbiamo di fronte un lavoro difficile da affrontare con rigore e responsabilità di comportamento individuale e collettivo. Con questo spirito, metterò a disposizione dell'intera Commissione la modestia delle mie capacità, ma anche tutta la mia passione politica e civile, convinto come sono che il primo dovere sia quello di ascoltarci, per creare una volontà collettiva, politica ed istituzionale di questa istituzione nello scontro con le mafie ed i poteri criminali. È questa, del resto, la missione che ci assegna la legge.
Proverò a lavorare - lo farà l'insieme dell'ufficio di presidenza - con ognuno dei gruppi presenti e con ognuno di voi, perché sono convinto che la credibilità di questa nostra Commissione sapremo affermarla con il nostro lavoro e con la percezione che sapremo creare nei più larghi settori della società, della nostra determinazione, territorio per territorio, per far vincere la legalità e lo Stato nello scontro con le mafie!
Fuori da questa nostra istituzione sul nostro stesso fronte sono impegnati ogni giorno uomini e donne delle forze dell'ordine, della magistratura, sindaci, imprenditori, amministratori e, soprattutto, quell'esercito disarmato di giovani e ragazze, volontari laici e cattolici che, spesso, in silenzio sfidano sui loro terreni, nelle loro proprietà, nei loro quartieri l'arroganza e la violenza delle mafie. A loro va il mio pensiero; con loro, istituzioni e società, dovremo far vincere la repubblica e la democrazia (Applausi)!
Come convenuto precedentemente, il dibattito sulle mie comunicazioni avrà luogo in una seduta che verrà convocata nella prossima settimana, compatibilmente con i lavori delle due Camere. Vi ringrazio e dichiaro conclusa la seduta.
La seduta termina alle 15.40.

